Il tema del World Cancer Day 2024 (4 febbraio) è “Colmare il divario assistenziale. Per creare un futuro senza cancro (Close the care gap. Create a future without cancer)”. Anche i reumatologi del Collegio Reumatologi Italiani – CReI sentono come “sfidante” questo messaggio, e lo rilanciano all’interno del proprio ambito disciplinare: “Il primo divario da colmare oggi è quello che separa in compartimenti stagni le conoscenze delle differenti discipline, privando il SSN e i pazienti di quelle conoscenze necessarie per un approccio completo ai bisogni di salute”, dichiara Daniela Marotto, presidente CReI. “Desideriamo quindi cogliere l’occasione del World Cancer Day per ricordare la necessità di un impegno concreto e continuo per la creazione di una relazione tra la comunità dei reumatologi e quella dell’oncologia”.
Il primo divario da colmare oggi è quello che separa in compartimenti stagni le conoscenze delle differenti discipline
CREI parla oggi in funzione di un’azione già avviata, visto che ormai dallo scorso anno è stato creato il Gruppo di Studio (unico nel suo genere a livello internazionale) sull’onco-reumatologia, che vede la partecipazione di CREI, di Antonio Giordano (professore presso la Sbarro Health Research Organization-Temple University, Philadelphia-USA e Università di Siena), insieme ad altri ricercatori e professionisti impegnati nella messa in comune di analisi, studi, operatività ed approfondimenti sulla relazione complessa esistente fra neoplasie e malattie reumatiche. Questo gruppo di studio multidisciplinare sta già elaborando i primi dati epidemiologici italiani sulla correlazione neoplasie e malattie reumatologiche, e la pubblicazione di questi dati (previsti all’interno del Congresso CREI 2024, che si terrà ad ottobre a Firenze) rappresenta un dato assolutamente inedito sullo scenario nazionale.
“Dobbiamo dire che la relazione tra le due discipline è ancora agli albori”, prosegue la presidente CReI, “L’esame approfondito degli atti del congresso EULAR 2023 lo ha evidenziato molto chiaramente: solo il 5% dei contributi scientifici presentati al Congresso europeo tenutosi a Milano riguardava argomenti onco-reumatologici e, soprattutto, essi erano disseminati nelle varie sessioni dell’evento, senza alcuna precisa impostazione sistematica. Ciò sembra indicare che non esiste ancora un adeguato e diffuso riconoscimento del rilievo scientifico peculiare dell’onco-reumatologia a livello internazionale”.
Eppure – e qui sta l’elemento positivo su cui basarsi – qualcosa di muove, visto che alcuni centri internazionali di ricerca (Johns Hopkins University School of Medicine-USA; Hungarian OncoRheumatology Network, HORN-Hungary; Huazhong University of Science and Technology, Wuhan-China) hanno pubblicato recentemente importanti contributi sull’argomento. Proprio in questi studi si colgono le motivazioni scientifiche di una relazione tra oncologia e reumatologia. I punti di contatto tra le due patologie sono oggettivamente riconosciuti sia per fattori eziologici (esposizioni favorenti, come infezioni, fumo, agenti inquinanti, ecc.) che per suscettibilità genetiche comuni. L’infiammazione cronica e il danno tissutale delle affezioni reumatiche producono citochine e chemochine (mediatori dell’infiammazione stessa) e sbilanciamento dell’immunità, che può essere compromessa anche dai farmaci antireumatici, facilitando complessivamente l’insorgenza e la progressione di neoplasie. A loro volta, queste ultime promuovono la produzione e la presentazione di neo antigeni, l’attivazione di recettori antigenici, l’infiltrazione da parte di linfociti e l’infiammazione, con produzione di citochine e chemochine anche in questo caso. Inoltre la terapia antineoplastica (ad esempio quella ormonale per il cancro della mammella e della prostata e, più recentemente, l’immunoterapia) determina eventi avversi anche reumatologici.
Le motivazioni scientifiche della relazione tra oncologia e reumatologia si trovano, ad esempio, in fattori eziologici e suscettibilità genetiche comuni
“Dal punto di vista reumatologico”, precisa la presidente, “d’altronde, è documentata l’associazione fra alcune malattie reumatiche come artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico, sindrome di Sjogren, sclerodermia, polimiosite, artrite giovanile idiopatica e un’aumentata incidenza, rispetto alla popolazione sana, di carcinomi, linfomi e malattie linfoproliferative”. In questo senso di particolare interesse risultano alcune metanalisi, tra cui lo studio di Simon et al. [Incidence of malignancy in adult patients with rheumatoid arthritis: a metaanalysis], che dimostra un rischio aumentato per linfoma e carcinoma polmonare nei pazienti con artrite reumatoide”.
Prosegue Marotto: “Allo stato attuale delle conoscenze, quindi, appare plausibile un approccio teorico unificato in onco-reumatologia, per il quale tuttavia mancano ancora molti elementi a supporto, che sono attesi dalle ricerche di laboratorio, epidemiologiche e cliniche, che devono essere opportunamente indirizzate sulla base di ipotesi coerenti”.
La cooperazione fra le due specialità è “attualmente possibile soprattutto attraverso l’inizio di un dialogo multidisciplinare diffuso (discussione congiunta dei casi clinici per l’indirizzo diagnostico-terapeutico) e la interdisciplinarità (interazione necessaria prevalentemente per la formalizzazione di linee guida o raccomandazioni cliniche condivise)”.
“Tuttavia”, conclude la presidente del Collegio dei Reumatologi, “per un reale e costruttivo progresso scientifico, è necessaria una collaborazione che si ampli ed includa anche biologi, farmacologi, statistici, caregiver. In questo senso CREI coglie l’occasione del World Cancer Day per lanciare un messaggio alle altre società scientifiche affinché si tenga conto della qualità della vita dei pazienti, grazie a una multidimensionalità che includa apporti di tipo fisioterapeutico e riabilitativo e di supporto psichiatrico e psicologico, data la prevalenza non trascurabile degli stati depressivi in ambedue gli ambiti”.
Il disturbo da gioco d’azzardo è una forma di dipendenza che in Italia colpisce moltissime persone e che provoca danni non indifferenti, non solo a livello sanitario, per il disagio psicofisico nei giocatori, ma anche sociale, come la disgregazione della famiglia, la dispersione scolastica e la riduzione dell’efficienza lavorativa.
Secondo il Libro Blu dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli il volume di denaro giocato in Italia nel 2021 è aumentato del 21%, attestandosi sul valore di 111,17 miliardi di euro, facendo segnare un nuovo record storico. Il dato del 2020 era stato profondamente influenzato dalla pandemia e dalle chiusure al gioco per limitare la diffusione del Covid-19: nell’arco di appena 12 mesi, si è tornati ai livelli pre-pandemici (110 i miliardi di euro giocati nel corso del 2019) ma con una diversa ripartizione fra gioco fisico e gioco online.
Ci sono stati nel tempo diversi interventi legislativi, come la Legge 189 del 2012, che hanno introdotto l’obbligo di riportare sulle schedine e sui tagliandi dei giochi, sugli apparecchi di gioco, nelle aree e nelle sale con videoterminali e nei siti internet l’avvertimento sul rischio di dipendenza dalla pratica del gioco d’azzardo.
Stefano Vaccari
Nel 2019 è stato poi istituito il Registro Unico delle Autoesclusioni (RUA) per la gestione delle richieste di autoesclusione dal gioco a distanza che possono essere avanzate dal giocatore per un periodo prefissato (30, 60 o 90 giorni) oppure a tempo indeterminato. Tale registro rappresenta un’efficace misura di contenimento delle forme di dipendenza dal gioco d’azzardo lecito, ma poggia sulla forza di volontà del singolo di sottrarsi alla dipendenza patologica.
Nel 2022 il Partito Democratico (PD) ha presentato una proposta di legge per istituire un fondo per finanziare specifici interventi volti a favorire l’accesso ai meccanismi di autoesclusione dei giocatori, in particolare dal gioco da remoto, e a contrastare la dipendenza. La spiega a TrendSanitàStefano Vaccari, Segretario di Presidenza della Camera dei deputati e capogruppo del PD in Commissione Agricoltura, presidente del X Comitato sulle infiltrazioni mafiose nel gioco legale e illegale e già membro della Commissione Parlamentare Antimafia.
Perché una proposta di legge per il contrasto delle forme di dipendenza dal gioco d’azzardo lecito?
Per anni si è creduto (erroneamente) che se lo Stato avesse gestito direttamente il comparto dei giochi si sarebbero, ad esempio, debellati tutti quei fenomeni degenerativi che l’azzardo produce, a tutto beneficio delle casse erariali. In realtà, non è così per 4 motivi:
1) il mercato dell’illegale prospera su di un binario parallelo difficilmente quantificabile
2) all’esito di molteplici indagini realizzate dagli inquirenti, è stato accertato che maggiore è l’offerta anche del gioco lecito e più semplice è per le consorterie malavitose fare affari
3) i numeri dei malati da patologia da gioco in carico ai servizi sociali e sanitari non rendono purtroppo l’idea della disperazione che la dipendenza produce
4) per contrastare la degenerazione che il gioco produce, occorre una quantità di denaro enorme che i Governi che si sono succeduti non hanno inteso quantificare: prevenzione, cura della malattia da gioco (Gap) e contrasto all’illegalità hanno un costo altissimo che tutti i cittadini, attraverso la fiscalità generale, sono chiamati indirettamente a corrispondere e che andrebbero “scomputati” dai soldi che vengono inseriti a bilancio, classificati come proventi dei giochi.
In Italia, più che altrove, abbiamo un’offerta smisurata di giochi e scommesse
Quello dei giochi e delle scommesse è un mercato che non conosce crisi. Nell’arco temporale 2011-2021 il volume di denari veicolati nei vari canali di gioco è stato di 1,03 trilioni di euro ed è destinato a crescere ancora e, nei confronti di troppe persone, produce una povertà indotta. Ciò è purtroppo riconducibile alle azioni di una politica che, nel corso degli anni, si è curata più di far crescere offerta e gettiti, senza preoccuparsi delle ricadute negative che l’incremento del business dell’azzardo avrebbe prodotto nei territori. Basti pensare all’attuale offerta, oltremodo ridondante, che purtroppo aumenta di anno in anno i numeri di raccolta. In Italia, più che altrove, abbiamo un’offerta smisurata.
Cos’è e in cosa consiste nella pratica la tecnica di “spinta gentile?
Dal 2019 è stato istituito il Registro Unico delle Autoesclusioni (RUA) per la gestione delle richieste di autoesclusione dal gioco a distanza cui i giocatori possono ricorrere. La proposta di legge (primo firmatario l’Onorevole Casu e altri), assegnata nel maggio 2022 alla Commissione Affari sociali della Camera, parte da qui.
L’intento è sostanzialmente quello di promuovere e finanziare interventi finalizzati a favorire l’accesso ai dispositivi di autoesclusione dei giocatori, in particolare dal gioco da remoto, e dunque a contrastare la dipendenza dal gioco d’azzardo. Il termine “spinta gentile” (dall’inglese “nudge”), sta a significare la possibilità di favorire l’adesione dei giocatori problematici al registro RUA e più in generale a favorire un approccio responsabile e consapevole a giochi e scommesse.
Il termine “spinta gentile” indica la possibilità di favorire l’adesione dei giocatori problematici al Registro Unico delle Autoesclusioni
Tale pratica, peraltro, è già stata adottata a livello internazionale da una ventina di Paesi e i gruppi di lavoro per lo sviluppo di tecniche di “spinte gentili” è progressivamente cresciuto e in costante espansione, come testimonia il rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico del 2018, che ha registrato la presenza di 60 unità in 23 nazioni.
Anche in Italia sono state promosse delle iniziative per istituire, in via sperimentale, questi gruppi di lavoro, come ad esempio quella della Regione Lazio, su iniziativa del consigliere regionale Gian Paolo Manzella. Ciò che serve a contrastare la dipendenza da gioco, che è stata riconosciuta dall’Italia solo nel 2012, grazie al Decreto Balduzzi durante il governo Monti (poi convertito nella legge 189) e va nella direzione giusta. Tuttavia, la totale tracciabilità del giocatore mediante l’utilizzo di una tessera magnetica/tessera sanitaria ecc., senza il cui utilizzo è vietato l’accesso a qualunque tipologia di gioco, resta la scelta migliore. Perché vieta l’accesso ai minori (prassi purtroppo sempre più frequente) e consente di avere la tracciabilità dei flussi finanziari necessaria a contrastare il riciclaggio di denaro sporco.
L’UIF (Unità finanziaria di Banca d’Italia) ha stimato, numeri per difetto, che solo nel 2019 le consorterie mafiose, attraverso il gioco, abbiano riciclato circa 250 milioni di euro.
A quanto ammonta il finanziamento richiesto per il fondo speciale denominato “Fondo nudge giochi pubblici” e a cosa serve?
La proposta in oggetto prevede lo stanziamento di una somma di 3 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2022, da destinare al Fondo nudge per i motivi sopradescritti.
A livello nazionale, per il contrasto della patologia da gioco d’azzardo, sono stanziati 50 milioni circa. Forse non sarebbe male destinare una parte delle risorse complessivamente disponibili alla realizzazione dello studio di analisi circa la reale situazione di dipendenza da azzardo, assolutamente sottostimata, presente nel Paese.
A che punto è la legge e quali sono i principali ostacoli se ci sono?
La calendarizzazione della proposta dipende dalla presidenza e dal sostegno delle diverse forze politiche. È evidente che per quanto ci riguarda solleciteremo l’avvio della discussione. Ostacoli non ci sono da parte nostra.
Indagare sugli episodi violenti contro gli operatori sanitari durante la campagna di vaccinazione contro il Covid-19 in Friuli Venezia Giulia tra il 2021 e il 2022, esaminando i fattori di rischio e di protezione e valutando l’impatto sul benessere psicologico delle vittime. Era l’obiettivo di una ricerca condotta dall’Università di Udine e dall’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale (Asufc) in collaborazione con l’Azienda sanitaria Friuli Occidentale e l’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina.
Duecento gli operatori che hanno aderito all’indagine, che si è svolta online con la garanzia dell’anonimato. La ricerca era composta da un questionario con 75 domande, comprendenti anche due test per analizzare gli episodi di violenza contro i sanitari e il loro impatto sul benessere psicologico.
La situazione
Il fenomeno della violenza contro gli operatori sanitari negli ultimi anni sta ricevendo un’attenzione crescente per l’aumentata frequenza e il suo impatto sull’incolumità fisica e sul benessere psicologico delle vittime e sui servizi sanitari erogati. «Nonostante questa attenzione, si sa poco dell’incidenza del fenomeno della violenza nell’ambito dell’attività di vaccinazione pubblica», spiegano i coordinatori dell’indagine, Laura Brunelli, dell’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale, e Luca Arnoldo, del Dipartimento di Medicina dell’Ateneo friulano.
I risultati
Dalle risposte è emerso che il 46,5% dei 200 operatori sanitari che hanno partecipato al questionario è stato vittima di un atto di violenza fisica o verbale sul posto di lavoro. Circa la metà ha riferito che tale episodio di violenza ha influito negativamente sul proprio benessere psicologico, un terzo che le conseguenze hanno avuto ripercussioni anche sulla vita familiare e sociale.
Il 46,5% dei 200 operatori sanitari che hanno partecipato al questionario è stato vittima di un atto di violenza fisica o verbale sul posto di lavoro
La probabilità di denunciare questi episodi di violenza è risultata essere uniformemente distribuita tra gli operatori – il 50,5 per cento degli infermieri e il 40,9 per cento dei medici –, seppur più frequente tra i partecipanti con alle spalle percorsi di formazione più lunghi. Sebbene la maggior parte degli episodi segnalati è stata di natura verbale, 60 episodi contro i 6 di natura fisica, più di un terzo delle vittime ha sviluppato sintomi di stress post-traumatico. L’incidenza di questi sintomi è stata più alta tra i professionisti in prima linea, come personale vaccinatore e responsabili di seduta, i più esposti alle reazioni dei cittadini che si recavano nei centri di immunizzazione, rispetto a quelli che sostenevano le attività dal back office, come il personale di supporto per la registrazione delle vaccinazioni e di preparazione delle fiale. Al contrario, i professionisti che normalmente lavoravano in situazioni di emergenza, come in pronto soccorso e terapia intensive, hanno riportato livelli di stress inferiori.
Secondo Brunelli e Arnoldo «questo potrebbe essere legato ad alcune abilità e competenze acquisite nel loro contesto e background professionale, o ad alcune strategie sviluppate personalmente o con il supporto degli psicologi che supervisionano le loro unità. Tuttavia potrebbero anche essere più abituati a queste situazioni, il che potrebbe aver portato a una certa sottostima».
Infine, le opinioni sulle misure di prevenzione e di sostegno ai lavoratori si differenziano a seconda del sesso dell’operatore, con le donne che sottolineano maggiormente la necessità di un addestramento all’autodifesa e di un miglioramento dei sistemi di sicurezza.
Le donne sottolineano maggiormente la necessità di un addestramento all’autodifesa e di un miglioramento dei sistemi di sicurezza
«È preoccupante – sottolineano Brunelli e Arnoldo – che un terzo degli operatori sanitari coinvolti nella campagna di vaccinazione che hanno risposto all’indagine ha riferito che il proprio benessere psicologico è stato influenzato dalla violenza perpetrata durante il servizio».
Per i due coordinatori dell’indagine «si dovrebbe prestare maggiore attenzione ai professionisti della salute pubblica che si occupano di questioni molto trattate dai media come la vaccinazione, in particolare in epoca pandemica. Non di meno – sostengono Brunelli e Arnoldo – è necessario adottare un approccio più strutturato e multidisciplinare al problema della violenza sul luogo di lavoro, in particolare in ambito sanitario, che ne affronti tutti gli aspetti e includa il supporto legale e psicologico alle vittime, l’informazione, l’educazione e la formazione, un efficace sistema di segnalazione e il miglioramento della qualità complessiva del servizio».
Il team della ricerca
Allo studio, coordinato da Laura Brunelli e Luca Arnoldo, hanno partecipato: Enrico Scarpis, Francesca Fiorillo, Fabio Campanella, Paola Zuliani, Federico Farneti, Roberto Cocconi dell’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale; Eleonora Croci dell’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina; Barbara Pellizzari dell’Azienda sanitaria Friuli Occidentale e Tancredi Lo Presti, medico specializzando in igiene e medicina preventiva dell’Università di Udine.
Da quest’anno il paziente anziano può essere valutato globalmente, con diagnosi più rapide e la definizione di trattamenti e assistenza appropriati. È il frutto delle nuove Linee Guida nazionali sulla Valutazione Multidimensionale, pubblicate a novembre 2023 sul Sistema Nazionale delle Linea Guida dell’Istituto Superiore di Sanità. Un passaggio epocale, promosso dalla Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) e della Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio (SIGOT), con il supporto metodologico dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e con il contributo di altre 25 società scientifiche. Dopo la prima presentazione al 40° Congresso Nazionale SIMG a Firenze a novembre, sono state presentate presso lo stesso Istituto Superiore di Sanità.
Con le linee guida terapie e assistenza su misura
Gli anziani rappresentano una popolazione eterogenea in termini di stato di salute, ma anche funzionale, cognitivo, psico-sociale ed economico. La Valutazione Multidimensionale studia tutti questi domini (o “dimensioni”) in maniera integrata, con strumenti e scale diagnostiche basati su parametri quantificabili numericamente, e permette di sviluppare un piano di cura personalizzato basato sulle reali necessità di ciascun individuo. I vantaggi sono un percorso di cura e assistenza personalizzati con effetti significativi in termini di riduzione delle ri-ospedalizzazioni e dei trasferimenti in casa di riposo (istituzionalizzazioni); una gestione dell’anziano a domicilio più agevole; la riduzione dei ricoveri non appropriati; una migliore qualità di cura e assistenza.
Da quest’anno il paziente anziano può essere valutato globalmente, con diagnosi più rapide e la definizione di trattamenti e assistenza appropriati
“Le Linee Guida rappresentano uno strumento innovativo e adeguato alla moderna medicina di precisione – evidenzia Alessandro Rossi, Presidente SIMG – Sono utili sia per i clinici che per i pazienti: a noi medici consentiranno di definire agevolmente una valutazione rapida e appropriata dei pazienti anziani e fragili, in modo da poter effettuare una stadiazione delle patologie e prendere adeguati provvedimenti in termini di trattamenti e assistenza. Di questo approccio ne trae beneficio anche il paziente stesso che può fruire di una presa in carico che non riguarda una singola patologia, ma per il suo complessivo stato di disabilità”.
“Le Linee Guida sulla Valutazione Multidimensionale della persona anziana promosse e redatte da SIGOT e SIMG rappresenteranno senz’altro un punto di riferimento importante per tutti i clinici che saranno impegnati nella cura e nell’assistenza della persona anziana. In questa popolazione, infatti, il concetto di salute non va considerato solo sulla base dell’eventuale presenza di una patologia, ma va rapportato a tutte le aree e i domini che definiscono lo stato di benessere della persona” ha sottolineato il Prof. Lorenzo Palleschi, Presidente SIGOT.
“La Linea Guida sulla Valutazione Multidimensionale della persona anziana ha un valore notevole nel perseguire nel SSN pubblico in tutti i setting assistenziali la questione dell’appropriatezza degli interventi sanitari. Sarà ora fondamentale elaborare una strategia nazionale per la disseminazione ed implementazione nei differenti SSN regionali”, ha commentato Nicola Vanacore – Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e la Promozione della Salute, Istituto Superiore di Sanità.
Gli strumenti SIMG e le linee guida
“La SIMG in questi anni ha realizzato vari strumenti che ora sono implementati in questo sistema – evidenzia il Prof. Claudio Cricelli, Presidente Emerito SIMG – È inoltre online fino al 26 ottobre 2024 un progetto di formazione FAD di SIMG sulle stesse tematiche dal titolo “Radar: comorbidità, fragilità, valutazione multidimensionale, piano individuale di cura” che rinnova il nostro impegno sul tema. Con le linee guida per la prima volta si fa un lavoro così ampio ed eterogeneo: non ci si rivolge a una patologia o a un organo specifico, ma si analizza complessivamente la situazione, definendo raccomandazioni chiare che devono partire dalle cure primarie”.
“I pazienti fragili costituiscono un’ampia componente degli assistiti che il Medico di Medicina Generale deve identificare e avviare verso percorsi di presa in carico individuale – sottolinea Pierangelo Lora-Aprile, Segretario Scientifico SIMG nonché referente SIMG per le Linee Guida – Sono due gli strumenti di Valutazione Multidimensionale il cui utilizzo è suggerito dalle Linee Guida per predire esiti negativi come la mortalità dei pazienti anziani che afferiscono agli studi del Medico di Medicina Generale: il Multidimensional Prognostic Index (MPI) e il Resident Assessment Instrument for Home Care (RAI-HC); in particolare la versione breve dell’MPI, il Brief-MPI, è uno strumento che è stato validato per la Valutazione Multidimensionale in Medicina Generale e nelle Cure Primarie per integrare il rigore scientifico con la semplicità di utilizzo e con il breve tempo di compilazione. Nella pratica clinica il Brief-MPI permette di attuare concretamente il percorso di presa in carico della persona anziana al fine di elaborare un Piano Personalizzato di Cura da monitorare nel tempo”.
La Linea Guida inoltre identifica e raccomanda strumenti efficaci ed efficienti per definire la prognosi del paziente, parametro essenziale per prendere decisioni cliniche e costruire un piano di cura personalizzato
“La Valutazione Multidimensionale è essenziale per promuovere la continuità delle cure e dell’assistenza di cui gli anziani hanno bisogno” – sottolinea il Prof. Alberto Pilotto, Past President SIGOT e membro del Comitato Tecnico-Scientifico della Linea Guida. – “Mai come oggi si rende necessaria la presenza di percorsi di cura e assistenza dedicati alla persona anziana che ne garantiscano una condivisa presa in carico tra ospedale e territorio. In altri termini, il paziente anziano richiede una continuità delle cure prestate in ospedale durante la fase acuta di malattia e le successive fasi altrettanto importanti di post-acuzie e recupero funzionale, per evitare le conseguenze della ri-ospedalizzazione e della istituzionalizzazione in RSA. La Linea Guida Nazionale sulla Valutazione Multidimensionale della Persona Anziana, frutto di un lavoro scientifico durato oltre due anni con 50 esperti di diverse discipline e con il rigore metodologico garantito dai colleghi dell’Istituto Superiore di Sanità, fornisce raccomandazioni sul metodo e gli strumenti più appropriati di VMD, garantendo di fatto a tutti gli operatori socio-sanitari un linguaggio ed un bagaglio operativo comune. La Linea Guida inoltre identifica e raccomanda strumenti efficaci ed efficienti per definire la prognosi del paziente, parametro essenziale per prendere decisioni cliniche e costruire un piano di cura personalizzato che tenga conto delle caratteristiche individuali e del setting in cui l’anziano si trova (domicilio, RSA, ospedale)”.
L’appuntamento all’ISS per la presentazione
La nuova presentazione delle Linee Guida per la Valutazione Multidimensionale dell’anziano è avvenuta presso l’Aula Marotta dell’Istituto Superiore di Sanità. Sono intervenuti Pierangelo Lora Aprile, SIMG, Desenzano del Garda (BS); Antonella Brunello – Istituto Oncologico Veneto, Padova; Alberto Castagna – Medico Geriatra, Catanzaro; Andrea Fabbri – Dipartimento Emergenza e Urgenza, Forlì; Loreto Gesualdo – Dipartimento Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e Presidente FISM (Federazione Italiana delle Società Medico-Scientifiche); Fabrizio Giunco – Dipartimento Cronicità, Direzione medica e socio-assistenziale, Fondazione Don Carlo Gnocchi, Milano; Eleonora Lacorte – Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e la Promozione della Salute, Istituto Superiore di Sanità, Roma; Stefania Maggi – Consiglio Nazionale delle Ricerche-CNR, Padova e Presidente EICA (European Interdisciplinary Council on Aging); Claudia Piccioni – SIMG, Aosta; Alberto Pilotto – Dipartimento Interdisciplinare di Medicina, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, Bari, Dipartimento Cure Geriatriche, Neurologiche e Riabilitazione, E.O. Ospedali Galliera-Genova, Past President SIGOT; Nicola Vanacore – Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e la Promozione della Salute, Istituto Superiore di Sanità, Roma; Nicola Veronese – Dipartimento di Medicina Interna e Geriatria, Università di Palermo.
Per il professionista infermiere, la formazione continua e l’aggiornamento professionale costituiscono un obbligo imprescindibile sancito da specifiche normative e dallo stesso Codice deontologico degli infermieri (2019).
La ricerca scientifica rappresenta la fonte primaria da cui poter attingere per acquisire nuove conoscenze da attuare nella pratica clinica.
L’approccio evidence-based è fondamentale per garantire qualità e sicurezza nelle cure al paziente, come indicato anche nel Codice Etico dell’International Council of Nurses (2021). Al fine di invogliare gli infermieri nel migliorare le proprie competenze vengono citate una discreta varietà di strategie formative [McCurry e Martins, 2010; Young et al., 2014].
Il Journal Club Infermieristico rappresenta una delle opportunità offerte ai professionisti; questa metodologia didattica prevede incontri regolari tra gli infermieri per valutare criticamente l’applicazione nella pratica clinica delle evidenze riportate dalla letteratura [Rowlands e Winslow, 2011], con lo scopo di facilitare l’utilizzo della ricerca e promuovere l’Evidence-Based Nursing [Häggman-Laitila et al., 2016].
Il Journal Club Infermieristico rappresenta una delle opportunità offerte ai professionisti per la formazione continua
La letteratura riconosce un ruolo molto importante alla leadership del coordinatore infermieristico per adeguare l’ambiente alla formazione continua, educare il personale e coinvolgerlo nel processo di cambiamento, ponendo l’accento sul valore dell’innovazione [Clement-O’Brein et al., 2011], ma anche sull’individuare le barriere che costituiscono un ostacolo all’implementazione degli strumenti di formazione continua [Bianchi et al., 2018].
Il ruolo del coordinatore infermieristico assume una rilevanza particolare nei contesti altamente specialistici e complessi, come l’area ematologica.
Sulla base di quanto sopra esposto, nel presente articolo si intende esplorare il ruolo del coordinatore infermieristico nella formazione continua degli Infermieri di una Unità Operativa di Ematologia, dove la programmazione strutturata di attività di aggiornamento professionale può verificarsi anche attraverso l’utilizzo del Journal Club Infermieristico.
Metodi e strumenti
Per perseguire lo scopo sopracitato, è stato messo in atto uno studio esplorativo con metodi misti.
Il ruolo del coordinatore infermieristico assume una rilevanza particolare nei contesti altamente specialistici e complessi, come l’area ematologica
In un primo momento è stata eseguita un’indagine qualitativa descrittiva, effettuando una raccolta dati con somministrazione di un questionario a risposta multipla, per indagare tra gli infermieri di area ematologica il grado di conoscenza, diffusione e applicazione del Journal Club Infermieristico. Il campionamento dello studio è stato di tipo propositivo, con un reclutamento opportunistico con effetto snowball (anche conosciuto come snowball-sampling). Nello specifico, sono stati reclutati infermieri con esperienza professionale in Unità Operativa di Ematologia al momento della raccolta dati, sia in ambito clinico sia gestionale-organizzativo.
A seguito della somministrazione del questionario, è stata condotta un’analisi sistemica di natura organizzativa, utilizzando il modello di Vaccani [Vaccani, 2012] come strumento di indagine.
Questa tipologia di analisi è stata eseguita su un’Unità Operativa di Ematologia del territorio milanese assunta come modello ipotetico, con una raccolta dati sul campo attraverso l’osservazione diretta e il reperimento di informazioni tecniche e organizzative direttamente dal coordinatore infermieristico e dalla Direzione delle professioni sanitarie.
Risultati
Analisi qualitativa descrittiva
Dei 142 soggetti che hanno aderito all’indagine, 2 sono stati esclusi perché non rispettavano i criteri di inclusione. La descrizione della popolazione coinvolta (N=140) è illustrata in Tabella 1.
Nello specifico, la maggior parte dei professionisti risulta essere di sesso femminile (79,3%) e per lo più rientrante nella fascia di età compresa tra i 24 e i 40 anni (45,7%). I soggetti coinvolti hanno mediamente 40,7±10,7 anni [range: 24-64 anni] e una anzianità di servizio complessiva pari a 17,05±10,9 anni [range: 1-40]. Mediamente, lavorano presso l’Unità Operativa di Ematologia da circa 10,5±9,5 anni.
Distribuzione della popolazione
Frequenza (N)
Percentuale (%)
Genere
Uomo
Donna
Preferisce non dichiarare
28
111
1
20%
79,3%
0,7%
Età
24-40 anni
41-50 anni
Più di 50 anni
64
43
33
45,7%
30,7%
23,6%
Anzianità professionale
0-5 anni
6-10 anni
11-20 anni
Più di 20 anni
28
20
41
51
20%
14,3%
29,3%
36,4%
Esperienza professionale in Ematologia Adulti
0-5 anni
6-10 anni
11-20 anni
Più di 20 anni
57
25
34
24
40,7%
17,9%
24,3%
17,1%
Titolo di studio
Diploma per Infermiere Professionale
Diploma Universitario in Scienze Infermieristiche
Laurea in Infermieristica
Altro
37
12
90
1
26,4%
8,6%
64,3%
0,7%
Formazione post-base
Sì
No
82
58
58,6%
41,4%
Posizione ricoperta
Infermiere Clinico in Unità di Degenza
Infermiere Clinico in Day Hospital
Coordinatore Infermieristico
Non specifica
Altro
89
13
26
1
11
63,6%
9,3%
18,6%
0,7%
7,8%
Tabella 1. Dati socio-anagrafici della popolazione in oggetto
Il 44,3% dei soggetti indagati (N=62) conosce il Journal Club Infermieristico, mentre il 12,9% (N=18) ne ha avuto esperienza.
Analizzando le risposte di chi afferma di conoscere il Journal Club Infermieristico, emergono una serie di informazioni sulle modalità con cui questi dovrebbe strutturarsi.
Il 48,4% di chi conosce il Journal Club Infermieristico preferirebbe incontri a distanza, in maniera interattiva (N=30). Per il 59,7%, gli incontri dovrebbero svolgersi con la frequenza di una volta al mese (N=37), mentre il 46,8% preferirebbe incontri della durata massima di 1 ora (N=29).
Al fine di incoraggiare la partecipazione degli infermieri agli incontri del Journal Club Infermieristico, l’erogazione di crediti ECM rappresenta la motivazione migliore per il 53,2% (N=33).
Le modalità di strutturazione del Journal Club secondo i soggetti che conoscono lo strumento sono riassunte nella Tabella 2.
Risposta
N
%
Modalità
Incontri a distanza, in maniera interattiva
30/62
48,4%
Frequenza
1 volta al mese
37/62
59,7%
Durata
Massimo 1 ora
29/62
46,8%
Principale motivazione
Erogazione di crediti ECM
33/62
53,2%
Tabella 2. Strutturazione del Journal Club Infermieristico
La qualità assistenziale è l’argomento di approfondimento scelto per gli incontri dal 74,2% (N=46); subito dopo viene individuata la pratica clinica specifica per il 69,4% (N=43), quindi l’organizzazione dell’attività lavorativa per il 54,8% (N=34), come illustrato all’interno della Figura 1.
Figura 1. Possibili ambiti di approfondimento
Come riportato nella Figura 2, la mancanza di tempo è il fattore principale che potrebbe ostacolare l’introduzione o l’implementazione del Journal Club Infermieristico per il 56,5% (N=35), seguito dagli ostacoli di natura organizzativa per il 45,2% (N=28) e dalla carente strategia a favore della ricerca e dello sviluppo per il 40,3% (N=25).
Figura 2. Possibili fattori di intralcio
Analisi sistemica di natura organizzativa
Nell’eseguire l’analisi sistemica di natura organizzativa secondo il modello di Vaccani, sono state analizzate le variabili di input, inside, output e outcome inerenti all’introduzione e implementazione del Journal Club Infermieristico all’interno di un’Unità Operativa di Ematologia Adulti.
Input
Il Decreto Legislativo 502/92 introduce per primo il sistema di educazione continua per i professionisti sanitari. Quanto sancito dal Decreto Legislativo 502/92 viene integrato con quanto disposto dal Decreto Legislativo 229/99, che dà l’avvio al Programma Nazionale ECM a partire dal 2002. L’obbligo di un operato che si fonda sull’aggiornamento continuo è ravvisabile anche nella legge 24/2017. Infine, la formazione continua per gli infermieri è un obbligo sancito dallo stesso Codice Deontologico degli Infermieri.
Gli infermieri di ematologia coinvolti nell’indagine hanno un buon approccio nei confronti delle attività di formazione continua. Il 73,4% degli infermieri partecipa più di 5 volte l’anno ad attività di formazione continua (N=107); di questi, il 31,4% supera il numero di 10 momenti di formazione continua in un anno (N=44).
Nello specifico del Journal Club Infermieristico, solo il 44,3% afferma di conoscerlo (N=62), con il 12,9% che afferma di averne avuto esperienza (N=18).
In questo studio, il 44,3% dei professionisti coinvolti conosce il Journal Club Infermieristico e solo il 12,9% ne ha avuto esperienza
La formazione continua viene vista come molto utile per le attività professionali in Area Ematologica dal 75,7% (N=106), con il 35% che riferisce come l’attività lavorativa sia abbastanza compatibile con la formazione continua (N=49).
Il campione rappresentativo della popolazione di infermieri di area ematologica, inoltre, è composto per il 58% da soggetti che ritengono utile l’introduzione o l’implementazione del Journal Club Infermieristico come strumento per la formazione continua (N=81).
Inside
L’Unità Operativa di Ematologia Adulti presa in oggetto afferisce ad una struttura privata accreditata d’eccellenza, di riferimento nel territorio per la cura e per l’assistenza ai pazienti oncologici.
Nello specifico dell’Unità Operativa in oggetto, le principali patologie oncoematologiche trattate sono i linfomi di Hodgkin e i linfomi Non Hodgkin, le leucemie acute mieloidi e linfoblastiche, le leucemie croniche mieloidi e linfatiche, le mielodisplasie e le gammopatie monoclonali.
L’Unità Operativa di Ematologia Adulti comprende 19 infermieri, di cui un infermiere case manager e un infermiere specializzato nella raccolta di cellule staminali emopoietiche. L’età media degli infermieri è di 33,94 anni.
Output
La struttura organizza per gli infermieri dell’Unità Operativa corsi interni di aggiornamento, tenuti da professionisti sanitari esperti. L’offerta formativa esterna prevede la possibilità, per gli infermieri, di partecipare alla formazione offerta dalle principali società scientifiche in ambito ematologico. Il Gruppo Italiano per il Trapianto di Midollo Osseo, Cellule Staminali Emopoietiche e Terapia Cellulare dà la possibilità agli infermieri di partecipare ai Congressi e agli eventi formativi organizzati su tutto il territorio nazionale, mentre l’European Group for Bone Marrow Transplant estende la propria attività formativa in merito alla cura e all’assistenza dei pazienti con malattia oncoematologica su tutto il territorio europeo.
La formazione continua viene vista come molto utile per le attività professionali in area ematologica dal 75,7% degli infermieri partecipanti allo studio
Negli anni precedenti la pandemia da Covid-19, il Journal Club Infermieristico rientrava tra le attività messe in atto per la formazione continua degli infermieri di ematologia.
Outcome
Con l’introduzione o implementazione del Journal Club come strumento per la formazione continua degli infermieri di Ematologia Adulti, occorre valutare quali cambiamenti vengono generati nell’organizzazione.
A priori non è possibile saperlo, ma al fine di definire i cambiamenti che potrebbero derivare da queste modifiche è possibile distinguere mettere in atto due diverse tipologie di indagine:
analisi quantitativa, attraverso la definizione e l’utilizzo di indicatori di processo o di outcome;
analisi qualitativa, valutando la soddisfazione del personale o dell’utenza attraverso la somministrazione di customer satisfaction.
Conclusioni
L’obbligo di formazione continua viene normato da un punto di vista sia legislativo sia deontologico, poiché l’assistenza infermieristica deve necessariamente essere messa in atto sulla base di standard minimi di qualità, da assicurarsi con tutte le attività formative che rientrano nell’aggiornamento professionale e nell’educazione continua.
Patel e colleghi (2011) individuano come limite la difficoltà di implementazione di attività di formazione all’interno di un’organizzazione, motivo per cui occorre individuare a monte sia i fattori che possono costituire delle barriere, sia quelli che invece possono condurre a un’implementazione di successo del cambiamento proposto.
In riferimento al core del progetto, dall’indagine generale sul campione di infermieri di ematologia è emerso come meno della metà conosca il Journal Club Infermieristico come strumento di formazione continua, con un dato ancor più basso in relazione agli infermieri che ne hanno avuto esperienza. Tutto questo nonostante la letteratura riporti come il Journal Club rappresenti una metodologia didattica per la formazione infermieristica che contribuisce allo sviluppo delle competenze per ciò che concerne la discussione professionale, la valutazione dei processi di ricerca e l’applicazione dei risultati appresi nella pratica clinica [Mattila et al., 2013].
Nell’implementazione di un Journal Club Infermieristico è necessario definire con precisione gli obiettivi di contenuto e come superare le possibili barriere all’adozione
Nel pensare di introdurre o implementare il Journal Club Infermieristico bisogna innanzitutto considerare le barriere principali riportate dalla letteratura e dai dati raccolti in prima istanza, investendo molto nella cultura della ricerca, con una leadership forte e trainante in tal senso; non soltanto, risulta fondamentale mettere in atto strategie condivise e personalizzate che analizzino il contesto di riferimento.
Al fine di generare sempre maggiore interesse, è necessario considerare quali argomenti vengono considerati dagli infermieri necessari di approfondimento, al fine di trovare soluzioni concrete da mettere in atto nella pratica clinica.
Il ruolo del coordinatore infermieristico sarà quello di condividere adeguatamente il progetto con il personale infermieristico, nonché di formarlo debitamente sulla strutturazione degli incontri; quindi, implementare le strategie di monitoraggio e controllo, soprattutto agendo da facilitatore e semplificando il processo di introduzione dello strumento.
Si auspica, in virtù delle indagini effettuate e sulla base di quanto espresso dalla letteratura in tal senso, che il Journal Club Infermieristico per l’area ematologica possa diventare uno strumento di formazione da utilizzare in maniera continuativa, nonché in grado di portare gli infermieri a sentirsi partecipi della ricerca infermieristica e di conseguenza maggiormente valorizzati nel loro ruolo di professionisti.
AIOP,l’Associazione Italiana delle aziende sanitarie e territoriali e delle aziende socio-sanitarie residenziali e territoriali di diritto privato, ha presentato a Roma, nel corso dell’evento “Le fake news in Sanità”, il 3° Bilancio Sociale, nel quale si dà conto del contributo dell’Associazione e delle strutture ospedaliere alla sanità pubblica e dell’impatto, diretto e indiretto, che l’offerta di servizi e prestazioni sanitarie genera sulla comunità di riferimento.
La terza edizione del Bilancio Sociale AIOP è stata anche l’occasione per riflettere sulla disinformazione in sanità e sugli effetti che una comunicazione distorsiva produce nella lettura del sistema salute e quindi nelle scelte politiche che lo governano.
Il contributo di AIOP al SSN
Quando si parla di Servizio Sanitario Nazionale (SSN) si fa riferimento alla sua componente di diritto pubblico e a quella di diritto privato, poste entrambe al servizio della funzione pubblica di tutela della salute: la parte accreditataoggi assicura più di 1/4 dei ricoveri nazionali, impiegando circa 1/10 della spesa complessiva.
Come certificato dal 3° Bilancio Sociale, il valore aggiunto economico del settore privato si traduce nella capacità di creare ricchezza a vantaggio dei diversi stakeholder e della comunità di riferimento: il 92% di tutto il valore economico generato dalla componente di diritto privato del SSN viene ridistribuito al territorio, sotto forma di indotto per la filiera di produzione (96mila fornitori diretti nelle sole strutture del campione), di coinvolgimento di professionisti (per un totale di oltre 73mila unità), di gettito fiscale e di contributo al Terzo Settore. Nell’8% che viene trattenuto, inoltre, occorre considerare tutti gli investimenti in Ricerca&Sviluppo e in ammodernamento degli ambienti e delle tecnologie.
Sanità e fake news
Perché si continua a parlare di sanità privata (la sanità a pagamento) per fare riferimento alle strutture di diritto privato della sanità pubblica (finanziata attraverso la fiscalità generale, con un meccanismo di contribuzione progressiva)?
Perché si continua a dire che le strutture private accreditate selezionano le prestazioni meno complesse più remunerative quando le evidenze dicono il contrario?
Perché si persevera con un approccio ideologico e con la sterile e dannosa contrapposizione pubblico-privato accreditato quando le criticità – iniquità di accesso alle cure per liste d’attesa non governate, rinuncia alle cure, ricorso alla sanità a pagamento, mobilità passiva non fisiologica, inefficienze e sprechi – dovrebbero indurre a potenziare la sinergia tra le due componenti del sistema?
Secondo Barbara Cittadini,Presidente Nazionale AIOP:«La scelta di coniugare la presentazione del 3° Bilancio Sociale AIOP al tema delle fake news in sanità nasce dal desiderio di raccontarci per il valore che creiamo e che possiamo, ulteriormente, creare per promuovere una sanità pubblica, efficiente, solidale ed equa, in un contesto nel quale aumenta la nostra attenzione al tema della qualità di vita nel nostro Paese, oltre che al tema ambientale, generazionale e di genere. Parlare di componente di diritto privato del Servizio Sanitario Nazionale – ha precisato Cittadini – vuol dire ancorare la natura delle strutture private accreditate e ogni intervento al corretto perimetro di riferimento, quello della Sanità pubblica. Quante volte sentiamo parlare impropriamente di “privatizzazione” della sanità? Quante volte leggiamo articoli nei quali si confonde il “privato” inteso come natura giuridica di una parte delle strutture del SSN e “privato” quale forma di fuoriuscita dallo schema universalistico e solidale di Sanità. È successo, ancora una volta, la scorsa settimana nell’ambito di un question time alla Camera dei Deputati, a commento della modifica – introdotta nell’ultima manovra di Bilancio – del tetto di spesa all’acquisto di prestazioni da erogatori di diritto privato, congelato al 2011. Questo intervento invece permetterà di prendere in carico più pazienti, curare di più, ridurre le liste d’attesa, continuando ad assicurare prestazioni complesse e di provata efficacia clinica», ha concluso la Presidente di AIOP.
Francesco Zaffini, Presidente della 10ª Commissione Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale, Senato della Repubblica, ha spiegato che: «Per il contrasto alle fake news in sanità dovremmo prevedere provvedimenti specifici, ma qui lavoriamo su un terreno scivoloso, perché da un lato si deve garantire libertà di espressione e di stampa e, dall’altro, bisognerebbe evitare, in un momento di difficoltà della nostra sanità nazionale, di dare addosso a questo nostro SSN, che invece è veramente glorioso e rappresenta un’eccellenza nel panorama europeo e internazionale, soprattutto grazie a chi ci lavora dentro».
Sandra Zampa, Segretario gruppo PD, componente della 10ª Commissione Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale, Senato della Repubblica, ha osservato: «La politica fa molte promesse che spesso vengono disattese. La sanità è un tema che chiama in causa le nostre coscienze ed è certamente uno dei punti dolenti nell’opinione pubblica. I cittadini si aspettano qualcosa di più considerati gli impegni presi durante l’esperienza pandemica. Allarmano la riduzione delle risorse e la difficoltà delle Regioni nel far fronte al problema delle liste d’attesa e della tutela del personale».
Secondo Ylenja Lucaselli, Capogruppo FdI, V Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione, Camera dei Deputati: «Oggi, quando si parla di sanità lo si fa in maniera troppo approssimativa e divulgando notizie non veritiere, a partire da quella sul personale medico: si dice che in Italia ci siano pochi investimenti per la loro assunzione e questo non è vero. In realtà, la componente di diritto pubblico non ha utilizzato fondi stanziati per 3 miliardi di euro. Il tema vero riguarda la formazione e l’assenza di competenze. Quindi, questa è già una fake news così come quella secondo la quale la sanità privata sarebbe un contraltare di quella pubblica, quando noi sappiamo benissimo che è un supporto fondamentale, un asse centrale per il mantenimento degli standard qualitativi».
Per Tonino Aceti, Presidente Salutequità: «Le fake news sono un fenomeno rischioso per il diritto alla salute e per la sanità pubblica. Tutte le scelte di policy rispetto al Servizio Sanitario Nazionale devono essere guidate innanzitutto dalle evidenze, che devono indirizzare l’agire anche di tutti gli stakeholder. Noi, ad oggi, abbiamo utilizzato solo in piccola parte il privato accreditato, e molte Regioni in modo residuale, per recuperare le liste d’attesa. Le Regioni che hanno colto meno questa opportunità sono anche quelle che hanno “recuperato” meno prestazioni e non hanno utilizzato molte risorse che lo Stato aveva stanziato proprio in questo senso. Tale evidenza non è mai stata al centro del dibattito lasciando spazio alle fake news e questo è un danno per i cittadini e per il SSN».
Luca Del Vecchio, Direttore Area Politiche per il Digitale e Filiere, Scienze della Vita e Ricerca, Confindustria, ha dichiarato: «Le politiche della salute si intrecciano con molte altre politiche pubbliche. Si tratta, tuttavia, di un terreno sul quale si acuiscono gli scontri. Il presunto conflitto tra privato e pubblico è una delle tante fake news in circolazione. Le politiche pubbliche iniziano ad essere fondate su misure oggettive elaborate da soggetti tecnici come Agenas. Questo ha determinato un mutamento di cognizione e l’assunzione di iniziative coerenti da parte della maggioranza. Pensiamo al superamento del tetto di spesa».
Anna Maria Bencini, Farmindustria, ha rilevato che «le fake news sono un problema ricorrente, che in questo momento non affligge solamente la sanità. Nell’ambito sanitario, le notizie false rappresentano un grande pericolo perché possono creare mancanza di fiducia nella scienza e anche problemi di salute pubblica. Il ruolo di Farmindustria, in questo senso, è fondamentale perché l’industria farmaceutica è importante per la comunicazione sanitaria ed è infatti regolata da un codice di condotta molto rigoroso. Le informazioni che ci arrivano sono sempre verificate in ogni loro aspetto».
Andrea Mandelli, Presidente FOFI, ha dichiarato: «In un mondo sempre più globale e virtuale, i cittadini sono bombardati da informazioni sui temi di salute e la rete è diventata un veicolo privilegiato di disinformazione. Cercare di rimuovere le asimmetrie informative è un impegno che coinvolge in prima persona i farmacisti in virtù del rapporto di fiducia e di vicinanza con la cittadinanza. L’informazione e l’educazione dei pazienti, il contrasto alle fake news veicolate da ‘Dottor Google’ e dai Social, sono parte integrante della nostra attività quotidiana, che perseguiamo attraverso l’ascolto e il dialogo costanti, la rassicurazione dei cittadini e l’invito a rivolgersi sempre a fonti autorevoli per la ricerca di informazioni in tema di salute e di terapie».
È entrato in vigore da poche ore il decreto ministeriale con il Regolamento che riorganizza l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Una riforma che, nelle intenzioni del Governo, punta a snellire il funzionamento dell’agenzia. E proprio snellire è il termine che ricorre più spesso accanto alle spiegazioni sui contenuti e le motivazioni della riforma.
Snellire è il termine che ricorre più spesso accanto alle spiegazioni sui contenuti e le motivazioni della riforma
«L’Agenzia italiana del farmaco – ha spiegato il Sottosegretario alla Salute e farmacista, Marcello Gemmato, presentando la riforma – gioca un ruolo cruciale per il sistema salute del nostro Paese, ed è proprio per questo che era necessaria una riforma che rendesse l’Agenzia regolatoria nazionale al passo con i tempi, più snella e moderna nonché vicina alle esigenze dei cittadini».
«Diamo il via a una nuova stagione di Aifa attraverso un quadro regolatorio, normativo e amministrativo più snello ed efficiente volto a semplificare e accelerare i processi di approvazione dei farmaci. Questa riforma, dopo vent’anni, consegna agli italiani un’Aifa più moderna e pronta a mettere a disposizione dei cittadini le innovazioni terapeutiche» ha ribadito qualche tempo dopo il Ministro della Salute, Orazio Schillaci.
Questo snellire non ha relazioni con uno dei temi che pure riguarda e riguarderà la nostra agenzia e quelle di tutto il Mondo: il semaglutideusato contro l’obesità e considerato da molti una delle novità farmacologiche più rivoluzionarie degli ultimi anni.
È uno snellire riferito, più che altro, alle sue tempistiche e ad un dualismo che negli ultimi anni era stato vissuto con difficoltà nella dialettica tra le figure di presidente e direttore generale.
Appendice della riforma, come prevedibile, è anche un pacchetto di nomine dei nuovi organi e vertici
Appendice della riforma, infatti, come prevedibile, è anche un pacchetto di nomine dei nuovi organi e vertici. Tra le novità previste viene abolita la figura del direttore generale, mentre resta quella del presidente come organo e rappresentante legale dell’Agenzia. Al suo fianco vengono istituite anche le figure dirigenziali di livello generale del direttore amministrativo e del direttore tecnico-scientifico. Sarà tutta da misurare, a questo punto, la nuova dialettica tra queste tre figure e già si segnala una certa tensione tra le forze politiche a proposito delle nomine delle tre figure apicali da effettuare a stretto giro.
Per far funzionare in modo più efficiente l’Agenzia è prevista l’istituzione della commissione scientifica ed economica del farmaco, al posto delle due commissioni precedenti: la consultiva tecnico-scientifica e quella del comitato prezzi e rimborsi. La nuova commissione è nominata con decreto del Ministro della Salute ed è composta da dieci membri, di cui il direttore tecnico-scientifico dell’Agenzia e il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, o un suo delegato, sono membri di diritto.
Proprio in queste ore sono arrivati i primi nomi che andranno a comporre la “nuova” Aifa
Ora la riforma è pronta ed operativa e proprio in queste ore sono arrivati i primi nomi che andranno a comporre la “nuova” Aifa. Dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome sono arrivate le designazioni per il consiglio di amministrazione (Vito Montanaro, Direttore Dipartimento Salute della Puglia e Angelo Gratarola, assessore alla Salute della Liguria) e per la commissione scientifica ed economica del farmaco: Giovanna Scroccaro (Veneto), Elisa Sangiorgi (Emilia-Romagna) e Giuseppe Toffoli (FVG).
Proprio Scroccaro spiega a TrendSanità le possibili evoluzioni della “nuova” Aifa con qualche speranza e qualche dubbio che emergono da chi conosce bene dall’interno i suoi ingranaggi: «Parlo del lavoro delle commissioni che mi riguarda più da vicino. Prima erano due, adesso ce n’è una sola. È possibile che questo eviti dei rimpalli da una commissione all’altra, quindi, in questo senso il sistema potrebbe essere più efficiente. Certamente, però, prima le due commissioni si dividevano equamente il lavoro, una valutava le evidenze scientifiche e l’altra solo gli aspetti economici, i prezzi e la negoziazione.
«La commissione unica dovrà lavorare il doppio per affrontare tutte le tematiche»
Quindi la commissione unica sarà una commissione che dovrà lavorare il doppio per affrontare entrambe le tematiche. Ma questo potrebbe anche far diventare poi più rapide le valutazioni. Io credo che l’Agenzia italiana del farmaco abbia degli ottimi professionisti al proprio interno e si potrebbe valutare la possibilità che le pratiche più semplici, per fare degli esempi, i cambi di confezione, i cambi di dosaggio, eccetera, siano valutate da uno dei tanti uffici dell’Agenzia, riservando alla commissione la valutazione dei nuovi farmaci, delle nuove indicazioni dei farmaci orfani che rappresentano il 25% dell’attività. E canalizzando il lavoro della commissione su questi aspetti sicuramente si potrebbero accelerare le procedure di negoziazione».
«La riforma dovrà centrare alcuni obiettivi che sono obiettivi che vengono misurati dai cittadini e dai pazienti ogni giorno – afferma con forza dialogando con TrendSanità, Tonino Aceti, presidente di Salutequità, il “laboratorio” per l’analisi delle politiche sanitarie particolarmente attento al rispetto del principio dell’equità –. Il primo obiettivo dovrà essere quello di ridurre i tempi di autorizzazione. Sull’approvazione dei farmaci ad oggi noi abbiamo una tempistica che oscilla intorno ai 200 giorni per l’intero procedimento Aifa. Da quando viene depositato il dossier a quando arriva la determina del consiglio d’amministrazione. Questo per le nuove entità farmaceutiche. A questo vanno aggiunti altri 60 giorni di media per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Tra questi ci sono farmaci importanti, come quelli oncologici, ad esempio, ed equiparare la pubblicazione in Gazzetta della determina per un farmaco oncologico a quella di un francobollo è evidentemente una questione da affrontare, magari utilizzando e individuando modalità alternative».
«Ai cittadini interessa l’accesso tempestivo ed equo alle terapie, soprattutto a quelle innovative. Giochi di potere su pesi e contrappesi, giochi di palazzo su ruoli e responsabilità, sono cose che poco interessano»
«E poi c’è tutta la partita dell’inserimento di questi farmaci nei prontuari terapeutici ospedalieri regionali – aggiunge Aceti -. Questo è un elemento che dovrà essere affrontato con una negoziazione politica a fronte di un maggior peso delle Regioni negli organi di governo dell’Agenzia italiana del farmaco, che è stata una precisa richiesta della Conferenza Stato-Regioni. Probabilmente il tema era l’abolizione di questi prontuari terapeutici regionali che invece sono ancora lì. L’accesso dei pazienti alle terapie è qualcosa che cozza con l’impianto costituzionale della divisione di responsabilità tra Stato e Regioni. Il livello essenziale di assistenza farmaceutico lo decide l’Aifa, le Regioni possono organizzare al meglio le strutture per l’erogazione, ma non introdurre ulteriori blocchi. Quindi diciamo che è una riforma che deve dimostrare sul campo di centrare gli obiettivi. E gli obiettivi che ai cittadini interessano sono quelli di un accesso tempestivo ed equo alle terapie, soprattutto a quelle innovative. Giochi di potere su pesi e contrappesi, giochi di palazzo su ruoli e responsabilità, sono cose che poco interessano. L’importante è che si centrino gli obiettivi per i cittadini».
«Non c’è futuro senza una concreta valorizzazione dei professionisti della salute. Non può assolutamente esistere un domani, per il nostro sistema sanitario, così come per quello di altri Paesi, senza una politica sanitaria lungimirante, che miri finalmente a creare un sano equilibrio tra le competenze di medici e professionisti dell’assistenza, le elevate responsabilità che le nuove sfide della sanità pongono loro davanti, e un concreto miglioramento delle condizioni di lavoro proprio di quegli operatori che rappresentano la leva su cui costruire la sanità del futuro – afferma Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up -. Per questa ragione chiediamo al Governo italiano il massimo impegno sui temi che sono stati affrontati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, attraverso la voce di Tomas Zapata, Capo dell’Unità del Personale Sanitario e dell’erogazione dei servizi presso l’OMS Europa. L’appello urgente lanciato dall’OMS riguarda oggi tutti noi, e non può essere ignorato. Ci meraviglia, in tal senso, la presa di posizione dell’On. Salvini che avrebbe chiesto al Governo italiano di smettere di offrire il proprio contributo all’Organizzazione Mondiale della Sanità per reinvestirlo sui professionisti della salute. Si tratta di dichiarazioni che non ci sentiamo di poter condividere in alcun modo. Non è certo questo il modo, a nostro avviso, di reperire nuovi fondi per medici e infermieri. Non si costruisce una nuova casa, smontando i pezzi di quella accanto!».
«La carenza di personale sanitario, al di là delle differenti problematiche che vanno da nazione a nazione, rappresenta una piaga da sanare, costituisce un problema che si trascina da troppo tempo e che rischia di far entrare sistemi sanitari come il nostro in una crisi profonda e senza via d’uscita. Se lo è per i Paesi dall’economia più solida come il nostro, figuriamoci cosa rischia di accadere per chi da questo punto di vista è molto più debole e rischia di ritrovarsi, alla luce di un numero insufficiente di medici e infermieri, senza quello scudo, senza quelle difese, indispensabili per tutelare la salute della collettività. Del resto l’OMS è stato chiaro. Meno infermieri, meno professionisti, più mortalità di pazienti. L’appello di Zapata abbraccia pienamente i capisaldi delle nostre battaglie – prosegue De Palma -. Migliorare le condizioni lavorative dei professionisti della sanità, significa, come chiediamo da tempo al Governo, ridurre carichi pesanti e orari eccessivi, fornire maggiore flessibilità contrattuale ed assicurare una retribuzione equa. Questo mirerà a migliorare la salute mentale e il benessere degli operatori sanitari, rendendo più attrattivi i lavori nel settore. Tutto questo, unito a maggiori e mirati investimenti nella sanità, soprattutto rafforzando quella territoriale, condurranno a sistemi sanitari imperniati su organizzazione ed efficienza, dove infermieri e medici, soddisfatti, forti delle proprie competenze, non potranno che innalzare il livello qualitativo della sanità dei Paesi dove operano, a partire da quelle nazioni, lo ripetiamo, con l’economia più solida che, naturalmente, hanno i mezzi per costruire sistemi organizzati ed efficienti, e che a loro volta, attraverso la cooperazione internazionale, dovranno poi sostenere la sanità dei paesi più deboli».
«Per l’Italia, trattenere da una parte le eccellenze che abbiamo in casa, e reclutare nuovi professionisti dall’altra, arginando la fuga all’estero e offrendo ricambi generazionali, deve più che mai rappresentare una priorità. La FNOPI, in tal senso, ha ribadito che esiste oggi una notevole sproporzione tra pensionamenti e ingressi di nuovi infermieri, un altro tema su cui dibattiamo da tempo e che sottoponiamo da mesi e mesi all’attenzione della collettività. Per ridare appeal alla professione, ovviamente, occorre prima di tutto investire sugli uomini e sulle donne che lottano già sul campo, in modo che, agli occhi delle nuove leve, possa apparire l’immagine di una sanità nuova, diversa, organizzata, solida, finalmente a misura di professionisti, e soprattutto in grado di garantire ai propri cittadini servizi sempre più efficienti», conclude De Palma.
La spesa sanitaria aumenta, ma si continua a risparmiare sul personale. A confermarlo è il Conto economico relativo al 2021 pubblicato nei giorni scorsi dal Ministero della Salute: a fronte di un finanziamento del SSN aumentato, tra il 2010 ed il 2021, del 19,9%, il costo del personale è cresciuto solo del 2,77%. Da una elaborazione dei dati condotta dalla Federazione CIMO-FESMED, emerge allora con chiarezza come il rapporto tra il costo del personale e la spesa sanitaria complessiva sia in costante decrescita, passando dal 32% al 28%.
Ma c’è un altro dato che, sebbene in modo indiretto, è legato all’evidente intenzione di disinvestire sul personale sanitario: la formazione continua, la cui spesa nel 2021 è diminuita del 7,72% rispetto al 2019 e del 23,72% rispetto al 2010.
A fronte di tali tagli, però, assistiamo all’aumento notevole di altri capitoli di spesa, a cominciare dalla voce relativa a consulenze, collaborazioni e lavoro interinale sanitari, per i quali nel 2021 si è speso oltre 900 milioni di euro in più rispetto al 2019, registrando un aumento del 79,28%. Sono questi i capitoli di spesa che ricomprendono le cooperative e i medici gettonisti, il cui costo è aumentato, nel triennio analizzato, di 173 milioni (+66,22%), passando da 261,5 milioni a 434,7 milioni di euro.
Con il segno positivo anche altri capitoli, come la spesa per le assicurazioni (cresciuta, tra il 2019 ed il 2021, del 13,08%) e per i servizi non sanitari, ed in particolare i costi legati ai sistemi informativi (+35,49%), allo smaltimento dei rifiuti (+48,78%) e ai servizi di trasporto non sanitari (+25,59%).
«Si tratta di numeri impietosi, che vanno al di là delle polemiche politiche su quale governo abbia introdotto il tetto alla spesa del personale – commenta Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED -: la volontà di tagliare sulle figure professionali che tengono in vita il Servizio sanitario nazionale è bipartisan, e tale è la responsabilità delle condizioni drammatiche in cui oggi versa la sanità pubblica. Per risollevare il SSN, allora, è essenziale invertire il trend, e rilanciare l’offerta sanitaria tornando ad investire realmente sul personale sanitario».
Da alcuni anni la sanità è al centro di attacchi informatici volti alla monetizzazione: i pirati informatici prendono il controllo di aziende sanitarie e ospedali chiedendo un riscatto per la restituzione dei dati sensibili.
Le vulnerabilità spesso dipendono dall’errore umano: un dipendente che si collega al sistema informatico aziendale con il proprio dispositivo, il mancato riconoscimento di un link sospetto, oppure la condivisione di un accesso tra colleghi. Tutti comportamenti che aumentano il rischio di rendersi facilmente attaccabili.
Talvolta, tuttavia, soprattutto in ambito sanitario, può accadere di possedere un sistema di gestione obsoleto, non in linea con la normativa vigente o non sfruttato appieno nelle sue potenzialità.
Oggi esistono software medici adatti a conservare e gestire in sicurezza i dati sanitari delle persone, riducendo al minimo i rischi e tutelando così pazienti e operatori sanitari.
«Quando si affronta una riorganizzazione aziendale, le difficoltà dipendono da come è stato svolto il percorso – premette a TrendSanitàRoberto Cavallo Perin, avvocato esperto in diritto sanitario -. Tuttavia, parlando di privacy, sono due gli elementi importanti ed entrambi riguardano le finalità della raccolta dei dati».
Le finalità specifiche
Risale al 2016 la legge europea “madre” in materia di privacy e trattamento dei dati personali. Considerato un’eccellenza a livello mondiale, il regolamento armonizza la tutela della riservatezza in tutti gli Stati membri, tutelando i detentori delle informazioni sensibili, cioè i cittadini.
Il General Data Protection Regulation (GDPR) è stato recepito dall’Italia nel 2018 e da allora regola tutti gli aspetti che riguardano il trattamento dei dati, anche di quelli sanitari.
Roberto Cavallo Perin
«La legge stabilisce il divieto di trattare dati personali che rivelino informazioni come lo stato di salute e la vita sessuale salvo quando si ottenga il consenso esplicito al trattamento per una o più finalità specifiche», ricorda Cavallo Perin.
Queste finalità possono riguardare la cura del paziente e la costruzione di una banca dati per poter comparare i dati della propria malattia con quella di altre persone con patologie simili. «Le informazioni contenute in questo database sono importanti perché non anonime – afferma Cavallo Perin -. E questo permette di avere il contesto: dove la persona ha vissuto, per quanto tempo, che età ha, che professioni svolge… Sono dati di contorno fondamentali per i quali si chiede l’autorizzazione al trattamento».
L’altra finalità è la ricerca scientifica: «In questo caso il dato è importante non solo per la cura, ma per effettuare studi epidemiologici che riguardano per esempio la correlazione tra inquinamento atmosferico e certe malattie cardiovascolari – continua l’avvocato -. In questa casistica ricade anche la finalità di ricerca storica a fini statistici».
La riorganizzazione sanitaria
Nel momento in cui si decide di riorganizzare la propria azienda sanitaria o il proprio studio medico, quindi, «è importante verificare se c’è uniformità tra i moduli utilizzati nel tempo e accertarsi che il sistema informativo segnali le diverse tipologie per le quali è stato dato il consenso, rendendolo disponibile in ragione della finalità per cui è stato richiesto», ricorda Cavallo Perin.
«Un’organizzazione deve costruire un sistema in modo attento, che preveda il controllo e la sorveglianza. Se questo non avviene, in caso di fughe di dati potrebbe essere accusata di negligenza. Ai fini legali, l’aspetto importante non è la casualità, ma l’errore persistente: a tendere dovremo circondarci di sistemi che ci permettano di comunicare in modo sicuro, ma dubito che un giudice condanni un medico che occasionalmente ha inviato un’informazione urgente per la salute di un suo assistito attraverso un sistema di messaggistica standard».
Ai fini legali, l’aspetto importante non è la casualità, ma l’errore persistente
Non abusare del buon senso potrebbe essere un’indicazione da seguire, così come il formarsi per utilizzare in modo consapevole gli strumenti che abbiamo a disposizione: «L’intelligenza artificiale nei prossimi anni potrà salvarci la vita in tante occasioni, dimostrandoci per esempio come sarebbe meglio smettere certe abitudini o come certi comportamenti persistenti non siano prudenti – ricorda Cavallo Perin -. Avere informazioni così precise può essere per noi un grande vantaggio, ma dobbiamo essere in grado di proteggerle: oggi abbiamo tutti gli strumenti per poterlo fare».