Durante le fasi più intense della pandemia da covid-19 molti di noi hanno scelto di rivolgersi a Internet e ai social media per trovare notizie, spiegazioni e riferimenti che ci aiutassero a orientare le nostre scelte. Il risultato è stato che la mole delle conversazioni online sulle misure di prevenzione inclusi i vaccini è cresciuta a dismisura. Un esempio: il primo dicembre 2019 venivano pubblicati circa 470 tweet in italiano sul tema vaccini. Esattamente un anno dopo, il primo dicembre 2020, i tweet su questo argomento erano 10mila, fino ad arrivare a 100mila tweet a fine dicembre, il giorno in cui è stato effettuato in Italia il primo vaccino anti covid-19.
L’infodemia può minare la fiducia nelle autorità e compromettere il successo di iniziative di salute pubblica
L’eccesso di informazioni online ha avuto un tale impatto sulle scelte di salute che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di utilizzare un termine specifico per definirlo: infodemia. Si tratta di un eccesso di informazioni, sia attendibili sia non attendibili, che crea confusione, può innescare comportamenti rischiosi, può minare la fiducia nelle autorità e compromettere il successo di iniziative di salute pubblica. Per contrastare l’infodemia occorrono competenze multidisciplinari negli operatori di sanità pubblica e il Corso di Perfezionamento CreSP, “Comunicare il rischio durante le emergenze sanitarie: dall’analisi delle sfide alla gestione dell’infodemia”, che partirà all’Università di Pisa il 15 febbraio punta proprio a rafforzare queste competenze.
In particolare, durante le emergenze sanitarie, è cruciale mettere in atto delle strategie di gestione dell’infodemia (infodemic management) per ridurre il suo impatto sulla salute dei cittadini. A tal proposito, l’OMS cita tra le prime azioni di questo processo l’ascolto sociale (social listening), in particolare attraverso i social media.
Ora, come fare ad analizzare le conversazioni sui social media se parliamo, ad esempio, di circa 10mila tweet al giorno (solo in Italia)? Sono diverse le strade possibili. Una è quella di estrarre un campione di post, cioè un numero di tweet più maneggevole, e leggerli uno per uno. Questa tecnica consente certamente di andare più a fondo nei contenuti, di apprezzare dettagli e sfumature, ma richiede molto tempo, energie e risorse. Ci siamo allora chiesti come fare ad analizzare migliaia e migliaia di post al giorno, ma in tempi brevi, per capire cosa le persone pensano dei vaccini. E abbiamo capito che la risposta stava nell’intelligenza artificiale.
L’intelligenza artificiale permette di analizzare grandissime quantità di dati, utilizzando meccanismi simili a quelli alla base del ragionamento umano. La branca dell’intelligenza artificiale che si occupa della comprensione del linguaggio si chiama Natural Language Processing (NLP), e negli ultimi anni si è evoluta molto velocemente (basti pensare agli assistenti vocali degli smartphone o dei computer).
Per fare analisi accurate non basta analizzare il “sentiment”. Con il Natural Language Processing è possibile individuare in modo chiaro anche la “stance”
Per classificare quello che le persone dicono sui social media rispetto ai vaccini, avremmo potuto usare degli algoritmi già disponibili e molto usati dalle aziende commerciali, che permettono di capire qual è il “sentiment” di un testo, ovvero se un utente esprime un parere favorevole o meno su un prodotto specifico. L’analisi del sentiment però non funziona molto bene quando si parla di vaccini. Se in un tweet me la prendo con una manifestazione di persone contrarie ai vaccini, il mio sentiment sarà negativo nei confronti dei manifestanti, ma, in effetti, positivo nei confronti dei vaccini.
Grazie all’aiuto di alcuni data scientist esperti di analisi del linguaggio naturale, abbiamo deciso invece di studiare un’altra dimensione: la stance, ovvero la posizione nei confronti dei vaccini espressa dall’utente, che può essere classificata in promozionale, scoraggiante, neutrale e ambigua (cioè, che esprime ambivalenza, ad esempio “voglio fare il vaccino ma ho paura”). Abbiamo chiesto a degli esperti di assegnare una di queste categorie a quasi 2mila tweet, e poi abbiamo usato questi tweet per insegnare ad un algoritmo a classificare i tweet da solo. Il risultato è stato ottimo: dopo l’addestramento, l’algoritmo è stato in grado di classificare correttamente altri tweet in quasi il 75% dei casi. In questo modo, possiamo sapere ogni giorno in pochi minuti quanti sono i tweet favorevoli, sfavorevoli e neutri nei confronti dei vaccini.
Negli ultimi mesi sono stati pubblicati dei nuovi algoritmi che potrebbero raggiungere livelli di accuratezza molto più elevati, oltre ad avere delle capacità di comprensione impressionanti: ad esempio, uno dei nuovi algoritmi è in grado di raccontare con un linguaggio molto semplice e incredibilmente coerente perché ha deciso di classificare il testo in un modo o in un altro.
L’ascolto delle conversazioni sul web si sta evolvendo rapidamente. Potremo avere a disposizione informazioni utili per la salute pubblica in maniera sempre più rapida e complessa – soprattutto se persone con diverse professionalità continueranno ad intrecciare le proprie competenze come stiamo sperimentando anche nelle ricerche portate avanti dal progetto CreSP dell’Università di Pisa. Il passo successivo sarà nelle mani delle istituzioni, che potranno utilizzare questi dati per orientare in maniera più accurata le iniziative di comunicazione, fornendo messaggi chiari, che rispondano alle esigenze informative del pubblico e che siano in grado di limitare gli effetti negativi della disinformazione. Se si baserà su questo tipo di dati, la comunicazione sulla salute consentirà di gestire davvero l’infodemia e avrà di conseguenza un impatto positivo sulla salute della comunità.
La parola chiave è collaborazione. Per essere in grado di affrontare le sfide del futuro nella logistica nell’Healthcare i diversi stakeholder devono parlarsi e fare squadra. È questo il messaggio emerso dall’evento “Logistica Healthcare: la strategia al centro” organizzato dall’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” della School of Management del Politecnico di Milano e che si è tenuto il 6 febbraio.
Obiettivi di sostenibilità e resilienza diventano sempre più prioritari e sfidanti anche nella Logistica Healthcare
«Nel settore della logistica legata all’Healthcare sono in atto cambiamenti e trend che impatteranno sugli attuali equilibri della filiera e che ne andranno a modificare l’assetto attuale – ha detto Damiano Frosi, direttore dell’Osservatorio Contract Logistics -. Ad esempio, il paziente diventa un nodo sempre più centrale e si sviluppano nuovi servizi e flussi logistici per servirlo a domicilio. Alcuni attori, come gruppi e catene di farmacie, stanno assumendo maggiore rilevanza all’interno dei flussi Healthcare strutturandosi anche con nuovi asset logistici. In Italia e in Europa operatori logistici e corrieri leader in altri settori stanno entrando o rafforzando il proprio ruolo nel mercato Healthcare. Infine, obiettivi di sostenibilità e resilienza diventano sempre più prioritari e sfidanti anche nella Logistica Healthcare».
Sono stati presentati i risultati di un’indagine condotta in collaborazione con Consorzio Dafne. Nel 2023 il mercato della logistica Healthcare ha continuato la sua crescita: il numero delle spedizioni è aumentato del 22% rispetto al 2022, mentre è stata più contenuta la crescita dei colli (+2%) e dei chilogrammi movimentati (+11,6%). «Questi dati ci mostrano una polverizzazione crescente delle consegne – ha notato dal palco Frosi – In nome dell’efficienza è forse mancata un po’ di attenzione alla sostenibilità».
L’approccio alla logistica delle strutture sanitarie
Transizione ecologica e sostenibilità
La transizione ecologica rappresenta una sfida importante, cui il comparto sembra non volersi sottrarre. L’aumento dei volumi e delle spedizioni ha accentuato maggiormente la complessità che la filiera si è trovata a gestire. Sono cambiate le destinazioni delle spedizioni e a crescere sono state soprattutto le farmacie: 35% dei volumi complessivi (nel 2022 era il 30%), 45% delle spedizioni. Sensibile la diminuzione per gli ospedali, che erano la destinazione di quasi un collo su due nel 2022 (47%) mentre nel 2023 sono scesi al 35% a valle di revisioni di modelli di approvvigionamento. Crescono i volumi diretti ai grossisti (27% dei colli e 31% dei chilogrammi complessivi) a fronte di minori spedizioni (12%) rispetto al canale ospedaliero e al canale farmacie.
L’efficienza della supply chain va perseguita ma non a discapito della sostenibilità
«Negli ultimi anni il settore della Logistica ha dovuto affrontare continue sfide, a cui però è riuscito a far fronte, come dimostra la crescita del mercato – ha spiegato Marco Melacini, Direttore Scientifico dell’Osservatorio Contract Logistics -. La Logistica Healthcare non è rimasta immune a queste sfide e ha provato ad affrontarle anche puntando sulla sostenibilità. Ad esempio i caratteristici picchi di consegne di luglio e settembre sono stati molto più contenuti, grazie alla collaborazione tra i vari attori che ha permesso di distribuire meglio nel tempo le merci consegnate».
Come viene percepita la logistica
Un secondo sondaggio presentato durante l’evento e che ha coinvolto 55 strutture ospedaliere italiane, rappresentative del 20% dei posti letti, ha mostrato come in oltre il 70% delle strutture intervistate la logistica è percepita come strategica per l’efficienza e le attività cliniche. Un dato che cresce ulteriormente, al 93%, se si considera la percezione degli addetti ai lavori (Direttori Farmacia, Direttori Acquisti, Responsabili Logistica). Le criticità maggiori riguardano la gestione informativa, il basso livello di digitalizzazione e l’impiego di personale sanitario nelle attività logistiche.
In oltre il 70% delle strutture intervistate la logistica è percepita come strategica per l’efficienza e le attività cliniche
Dal 2009 al 2022 sono stati 248 i contratti di esternalizzazione delle attività logistiche stipulati con strutture sanitarie pubbliche per servizi e attività di logistica ospedaliera, per un valore di 680 milioni di euro. Circa la metà dei contratti interessa la gestione del magazzino ospedaliero, il 17% il trasporto interno di beni sanitari (farmaci, dispositivi medici, presidi medico-chirurgici, ecc.) mentre solo il 7% prevede un servizio di logistica integrata, con un aumento significativo proprio negli ultimi anni.
Il caso del Magazzino Unico Sanitario per l’AIC3
Le sfide che attendono la logistica
«All’interno delle strutture sanitarie continua il fenomeno di esternalizzazione dei servizi logistici iniziato più di 10 anni fa – ha osservato Maria Pavesi, ricercatrice dell’Osservatorio Contract Logistics -. Il settore della logistica viene considerato sempre più strategico, anche perché all’interno degli ospedali si inizia a capire che esternalizzare l’esecuzione delle attività logistiche consentirebbe di riassegnare il proprio personale alla gestione clinica, pur mantenendo la responsabilità in capo alla Direzione della farmacia ospedaliera. Non mancano però alcune barriere: in primis la resistenza al cambiamento, seguita dal timore di perdita di controllo sul livello di servizio con conseguente impatto negativo sulla componente clinica».
Tracciabilità completa di farmaci e dispositivi medici, ultimo miglio e visibilità condivisa delle scorte tra le priorità per il futuro
Tra le sfide future secondo chi ha risposto al sondaggio ci sono la tracciabilità completa di farmaci e dispositivi medici, la distribuzione per “l’ultimo miglio”, l’integrazione di filiera e la visibilità condivisa dei livelli di scorte.
Ancora una volta dunquedigitalizzazione e collaborazione sono, secondo gli addetti ai lavori, le competenze chiave da mettere in campo per ottimizzare i processi in un settore nel quale ritardi o carenze hanno un impatto importante sul destinatario ultimo: il paziente.
Le sfide della farmacia dell’AO Ordine Mauriziano di Torino
Come sta la sanità pubblica italiana? È questa la domanda con cui si è aperto questo 2024 con una Legge di Bilancio appena approvata e con il corredo del consueto duello verbale della politica: da una parte il Governo e la maggioranza soddisfatti per l’aumento di fondi e dall’altra le opposizioni (e non solo) che ne lamentano la carenza.
Per capire meglio la situazione e le prospettive di quest’anno, rivolgiamo cinque domande a chi ha rivestito e riveste entrambe le posizioni (Governo o maggioranza e opposizione). Abbiamo cominciato dagli ex ministri della Salute con le interviste a Beatrice Lorenzin e Giulia Grillo, Roberto Speranza e Mariapia Garavaglia. Oggi le 5 domande sono per Renato Balduzzi, professore e Ministro della Salute dal 2011 al 2013.
1 – LE RIFORME
Il prossimo futuro vedrà la popolazione anziana diventare sempre più ampia, con l’aumento dei tassi di cronicità, di poli-patologici e di non autosufficienti. Basteranno PNRR, DM 77, telemedicina e fascicolo elettronico ad affrontare queste sfide?
Non si possono fare le case della comunità mantenendo l’attuale organizzazione dei medici di famiglia e degli specialisti ambulatoriali
«C’è un discorso ufficiale (“salviamo la sanità pubblica”), che si ripete, non senza ipocrisie, anche da parte di soggetti e gruppi che hanno sempre contrastato i principi-cardine e la logica di rete del Servizio Sanitario Nazionale e che forse oggi sperano, dicendo che tutto deve cambiare, che le loro posizioni di piccolo o grande privilegio non vengano toccate. Il punto è che il discorso ufficiale soltanto di rado viene allineato con le scelte concrete che a tutti i livelli – nazionale, regionale e aziendale – sono quotidianamente fatte. Ecco, le decisioni che lei elenca, e che sono state possibili anche e soprattutto grazie al sostegno europeo, basteranno se la politica le prenderà sul serio e se i cittadini esigeranno coerenza tra discorsi e fatti. Facciamo un esempio, la riorganizzazione della cosiddetta sanità territoriale, di cui la pandemia ha mostrato la particolare debolezza, e che il PNRR ha messo al centro degli interventi di miglioramento. Il riordino della sanità territoriale ha il suo cuore nelle case della comunità, evoluzione del modello delle case della salute, ma non mera rivisitazione di quest’ultimo: il genitivo possessivo qui esprime il collegamento tra le persone dimoranti in un determinato luogo e l’organizzazione integrata dei servizi sociosanitari e socioassistenziali, così da rendere biunivoco il rapporto tra bisogno e servizio (non è soltanto il bisogno che bussa al servizio, si chiami pronto soccorso, medico di famiglia, ambulatorio, ecc., ma è il servizio che conosce il bisogno e lo va a intercettare), e dare contenuto effettivo alla cosiddetta presa in carico, nel contempo concorrendo a sgravare i Pronto soccorso da un afflusso inappropriato e potenzialmente nocivo per la tutela della salute. Ma come si fa a pensare che si possano costruire e fare funzionare 1350 case della comunità e 400 ospedali di comunità (questi probabilmente dovrebbero essere, almeno in parte, congelati a favore di un rafforzamento degli ospedali più grandi e sicuri) mantenendo l’attuale organizzazione dei medici di famiglia e degli specialisti ambulatoriali? Lei ha menzionato la telemedicina. Con il PNRR, il collegato DM 77/2022 e le linee guida ministeriali del 2022 risulta chiaro che la telemedicina ruota, necessariamente, sul “territorio” (perché sul territorio c’è la casa del paziente) e richiede una relazione, intesa capacità di stare dentro la rete e di stare in rete. La telemedicina consente di favorire quel rovesciamento di prospettiva che è insito nella nozione stessa di casa della comunità e che permea un po’ tutta la “nuova” sanità territoriale. Realtà o illusione? Dipende anche da noi».
2 – IL DECLINO
I dati ci dicono che già oggi il nostro Servizio sanitario nazionale non è più universalistico: il 50% delle visite specialistiche ambulatoriali sono pagate privatamente, così come il 33% degli accertamenti diagnostici ambulatoriali. Il 7% della popolazione rinuncia alle cure, addirittura il 24% tra gli anziani. E l’aspettativa di vita cala. Il SSN è ancora un nostro punto di forza?
Declino della nostra sanità? È una narrazione mediatica che non trova conferme negli studi e nei rapporti indipendenti più autorevoli
«I dati andrebbero verificati sempre con attenzione e maneggiati con cautela. Abbiamo nel nostro bagaglio nazionale una storia di successi nella cura della salute. Nelle classifiche mondiali, la sanità italiana è da sempre posizionata bene, a differenza di molti altri servizi pubblici. Se tuttavia scorriamo un quotidiano o apriamo un telegiornale (per non parlare delle reti social), la realtà che ci viene restituita ha toni drammatici. Siamo in presenza di una narrazione mediatica dello stato della sanità italiana che non trova tuttavia conferme negli studi e nei rapporti indipendenti più autorevoli che ogni anno la osservano, siano essi quello del Cergas dell’Università Bocconi, quello dell’Osservatorio salute dell’Università Cattolica o quello del Crea dell’Università di Roma Tor Vergata, e che documentano un complessivo aumento della tutela sanitaria e della garanzia dei livelli essenziali di assistenza. Nessun dubbio che esista un diffuso disagio e la percezione di serie difficoltà, ma la sfasatura tra i dati reali e quelli percepiti dovrebbe fare riflettere, e indurre i responsabili istituzionali, ai diversi livelli, nazionale e regionali, ad elaborare e condividere una strategia di rafforzamento e consolidamento del sistema sanitario, anche attraverso l’apertura, se del caso, di un vero dibattito nazionale sulla sanità, fondato sulle evidenze e non sulle sensazioni, che talvolta possono essere influenzate da interessi particolari individuali o di gruppo o, più semplicemente, da una prospettiva parziale».
3 – I PRIVATI
Sanità privata convenzionata, sanità integrativa, sanità classificata, cooperative: tra privato e pubblico la competizione è corretta?
«All’interno del SSN operano molti e importanti interessi privati profit. A livello di sottorete ospedaliera, vi è sempre stata la presenza di componenti private di diversa natura, in funzione complementare e integrativa dell’offerta pubblica. Oggi, il peso del privato sta estendendosi anche nella sottorete territoriale. Ciò corrisponde sia all’esercizio della libertà di impresa costituzionalmente garantita, che tuttavia deve armonizzarsi con le caratteristiche del modello di SSN accolto, e dunque restare complementare e integrativa, sia all’esercizio di un lavoro professionale autonomo che entra in convenzione con il SSN, e in questo caso esso deve accettarne la logica di rete. Questi semplici principi sono sempre chiaramente presenti ai diversi decisori pubblici? Ho qualche dubbio. E il dubbio cresce se pensiamo alle difficoltà incontrate nel dare rilievo alle diversità tra i vari “privati”: una cosa è quello profit, altra cosa quello non profit. La normativa in via di principio giustamente distingue, ma nell’attuazione spicciola le cose vanno diversamente. Un altro tema, connesso al rapporto pubblico-privato, è quello della prevenzione. Essa è la ‘cenerentola’ del SSN, non si è mai riusciti a spendere le risorse ad essa destinate. Non fa business, interessa poco al privato profit, guarda al medio-lungo termine, e dunque finisce per interessare poco anche il decisore politico.
La prevenzione è da sempre la ‘cenerentola’ del nostro SSN: non fa business e interessa poco alla politica…
Ma puntare sulla prevenzione, e non a parole, è una cartina di tornasole su cui misurare i vari governi, nazionale e regionali, i quali devono esigere dal privato che si rapporta al SSN o che si convenziona con esso un’adeguata attenzione alla prevenzione. C’è poi il cosiddetto privato-privato: siamo sicuri che le regole sulla sanità integrativa siano sagge e saggiamente applicate, anche da parte di chi continua giustamente a ricordare la bontà di un servizio sanitario tendenzialmente universalistico? E come non vedere che, alla base della discussione sul cosiddetto regionalismo differenziato, vi è proprio la contesa sul modello di SSN: l’intreccio tra le richieste di autonomia “totale” in tema di compartecipazione alla spesa e quelle concernenti i cosiddetti fondi sanitari integrativi permetterebbe infatti a singole Regioni di derogare sostanzialmente all’assetto di fondo del Servizio Sanitario Nazionale e a una delle sue regole-base, quella per cui il finanziamento è assicurato dalla fiscalità generale, provocando così la destrutturazione del SSN. Non sarebbe difficile scorgere nella combinazione di fondi sostitutivi, manovre sui ticket, regole “ammorbidite” quanto all’attività libero-professionale intramuraria e facoltà di assumere personale sanitario con minori vincoli e di retribuirlo in misura “differenziata”, la possibile costruzione di un sistema “a doppio pilastro” assai squilibrato, nel quale la qualità dei servizi e delle prestazioni rese dalla componente pubblica sarebbe inevitabilmente recessiva rispetto a quella realizzabile all’interno del settore privato».
4 – LE SOLUZIONI
Per salvare realmente la sanità pubblica si deve immaginare un enorme aumento del finanziamento del SSN (e allora la domanda è come reperire le risorse?) o prendere atto che il sistema non è sostenibile e farlo diventare selettivo come prestazioni offerte e come partecipazione gratuita degli utenti?
«Il tema delle risorse finanziarie è naturalmente cruciale, ma prima ancora dobbiamo condividere quali siano i reali bisogni perché, se indirizziamo risorse scarse su bisogni male individuati, allora sì che mandiamo a catafascio il sistema. Pensiamo al personale sanitario. Nel nostro Paese abbiamo più medici della media europea, dunque c’è soprattutto un problema di organizzazione e di distribuzione, tranne per alcune specialità, a partire dalla medicina di emergenza, dove le carenze sono reali. Nettamente peggiore è invece la situazione degli infermieri, ma dobbiamo chiederci il motivo e dirci chiaramente che tutto questo è frutto anche di una cultura diffusa che non ha mai valorizzato e difeso questa specifica professione, spesso mostrata come una sorta di ripiego. Quanto alle risorse finanziarie da destinare alla sanità, entriamo nel discorso più generale sulla finanza pubblica: non possiamo dimenticare che siamo il Paese con più evasione fiscale in tutta l’Unione europea, per cui ogni anno mancano oltre cento miliardi di euro. Recuperando anche soltanto una parte di questa anomalia, avremo le risorse per potenziare i settori carenti, sanità in primis».
5 – I RIMPIANTI
Una cosa che farebbe se tornasse indietro nel tempo, ai mesi in cui era a Lungotevere Ripa…
«Abbiamo fatto tante cose in un arco di tempo contenuto, e d’altra parte era ciò che si chiedeva a quel governo di tecnici. Una cosa la rifarei ma con una piccola variazione. Abbiamo parlato all’inizio della nuova sanità territoriale e della circostanza che abbiamo categorie professionali, come i medici di famiglia e gli specialisti ambulatoriali, al cui interno sono presenti professionalità di valore poco integrate nella rete sanitaria. Per ovviare a questa situazione, nella riforma del 2012 avevo inserito una clausola per cui, se entro sei mesi dalla sua entrata in vigore, le Regioni e le rappresentanze dei medici non avessero adeguato le convenzioni ai principi della riforma (servizio al cittadino 7 giorni su 7 e 24 ore su 24, medicina associata, aggregazioni funzionali territoriali, unità complesse di cure primarie, ecc.), il Ministro della Salute e quello dell’Economia avrebbero dovuto (attenzione: dovuto, non potuto!) adottare essi stessi i provvedimenti applicativi, i quali, poi, sarebbero stati sostituiti dalle clausole delle convenzioni nazionali una volta stipulate.
La riforma che realizzammo nel 2012 aveva una clausola ancora vigente che non è mai stata attuata. Perché?
In tal modo, si facevano salvi i principi dell’autonomia regionale e di quella sindacale, ma si attuava la riforma. La norma è tuttora vigente, da quasi dodici anni, ma evidentemente è mancata nel tempo la volontà politica di attuarla. Col senno di poi, se invece di dare sei mesi avessimo dato tre mesi, la riforma sarebbe stata attuata (i relativi provvedimenti erano infatti stati preparati con tempestività), e forse ne avremmo tratto tutti vantaggio. Si trattò di una scommessa sulla capacità della politica di governare gli interessi, e non di farsi governare da questi. Il tema è tuttora di attualità…».
Il 25 gennaio il Consiglio dei Ministri ha presentato il decreto legislativo per dare attuazione alla legge 33/2023, ovvero la riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti.
60 organizzazioni del Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza hanno scritto una lettera alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni per chiedere una revisione del decreto.
Katia Pinto, presidente di Federazione Alzheimer Italia, commenta così i contenuti del decreto: «Insieme alle altre 60 organizzazioni del Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza abbiamo seguito fin dal principio l’iter di quella che avrebbe potuto rappresentare una svolta storica per oltre 10 milioni di persone, ovvero i 3 milioni e 800.000 mila anziani non autosufficienti che vivono nel nostro Paese, i loro familiari e i caregiver professionali. Una svolta attesa anche da molte persone con demenza che, seppure non tutte anziane, rappresentano comunque la maggioranza degli anziani non autosufficienti».
«Nella sostanza, però – prosegue Pinto -, il decreto tradisce il vero spirito della legge. Cancella alcuni punti fondamentali – come l’introduzione di un modello di servizio domiciliare specifico per la condizione di non autosufficienza – e ne rimanda altri, quali la riforma dei servizi residenziali. Introduce un Sistema nazionale per la popolazione anziana non autosufficiente (SNAA), che però riguarda solo i servizi e interventi sociali: una misura che viene quindi svuotata di senso rispetto a quella presente nella legge delega, che prevedeva una programmazione integrata anche con quelli sanitari e monetari. Con la sperimentazione della prestazione universale viene sì introdotto per il prossimo biennio un nuovo aiuto economico, ma questo riguarderà solo over 80 con elevato bisogno assistenziale e ridotte disponibilità economiche: meno di 30.000 persone nel 2025 e neanche 20.000 nel 2026. Tutto questo senza intervenire concretamente sull’indennità di accompagnamento, la misura di supporto più diffusa e allo stesso tempo meno efficace, che necessiterebbe invece di una profonda revisione per diventare realmente utile. Fortunatamente viene mantenuta l’introduzione di una valutazione nazionale unica che permetterà alle persone di rivolgersi a un solo punto – anziché a cinque o sei diversi come avviene ora – all’interno delle Casa della Comunità per accedere a tutti i servizi e i benefici, dall’accompagnamento alla legge 104 all’invalidità civile».
«Ancora una volta siamo di fronte a tante belle parole ma a ben poca sostanza – sostiene la presidente di Federazione Alzheimer Italia -. Come Patto per la Non Autosufficienza abbiamo quindi inviato alla presidente del Consiglio Meloni una lettera per chiedere di rivedere il decreto e arrivare all’approvazione definitiva del provvedimento con una riforma diversa, in grado di incidere concretamente sulla vita di 10 milioni di persone. Al momento manca un vero progetto per il futuro dell’assistenza agli anziani non autosufficienti e questo ci spaventa molto, perché nel nostro Paese saranno sempre di più gli uomini e le donne che si troveranno in questa condizione e tra di loro quelli che dovranno convivere anche con la demenza. Insieme alle altre organizzazioni del Patto continueremo a far sentire la nostra voce per ottenere la riforma che serve. Ancora una volta non lasceremo sole le persone con demenza e le loro famiglie».
L’osteoporosi è una condizione clinica caratterizzata dalla perdita di densità minerale ossea e dal deterioramento della micro-architettura del tessuto osseo, con conseguente aumento della fragilità ossea che porta a un maggior rischio di fratture.
Secondo i dati del Ministero della Salute, in Italia l’osteoporosi colpisce circa 5 milioni di persone, di cui l’80% sono donne in post menopausa.
Alla scoperta delle professioni sanitarie della Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP
Quali sono le professioni sanitarie di riferimento e qual è il loro ruolo nella gestione della malattia? Rispondono a TrendSanitàElisa Mazza, Dietista, dottore di ricerca e ricercatore in Scienze dietetiche, UOC Nutrizione clinica, Università degli studi di Catanzaro, membro del Comitato strategico di indirizzo del Centro studi Sapis della FNO TSRM e PSTRP e consigliere nazionale di ASAND (Associazione scientifica alimentazione nutrizione e dietetica), e Carmela Galdieri, Presidente della Commissione di albo nazionale dei Tecnici sanitari di radiologia medica.
Dalla diagnosi alla cura
L’esame di riferimento per la diagnosi di osteoporosi è la densitometria ossea, che permette di quantificare in modo accurato e preciso la massa ossea, il principale indicatore del rischio di frattura. Per questo trova indicazione nelle patologie metaboliche ossee che determinano una riduzione della massa ossea, tra le quali l’osteoporosi è la più frequente.
La precisione e accuratezza diagnostica nella quantificazione della massa ossea dipendono non solo dalla metodica di esame e dalla strumentazione utilizzata, ma soprattutto dalla competenza dell’operatore.
Carmela Galdieri
«Il Tecnico sanitario di radiologia medica (TSRM) – ci dice Galdieri – è un professionista sanitario laureato e abilitato all’utilizzo di tutte le apparecchiature radiologiche, comprese quelle che consentono l’esecuzione della Mineralometria Ossea Computerizzata più nota con l’acronimo MOC o in inglese DXA (Dual Energy X-ray Absorptiometry). Ha una conoscenza accurata non solo delle competenze tecniche necessarie all’esecuzione dell’esame, ma anche di ciò che la MOC permette di diagnosticare, discriminando situazioni degenerative dell’osso come l’osteoporosi e l’osteopenia da tessuti normali e sani. Sono patologie particolarmente diffuse nella popolazione femminile che si possono manifestare a partire dai 45 anni e che a lungo termine comportano un’accresciuta fragilità scheletrica dell’intera colonna vertebrale, delle ossa lunghe e del bacino, con conseguenze variabili dalla presenza di dolori ossei e articolari all’insorgenza di fratture spontanee.
La gravità della patologia è stimata grazie alla MOC con una scala numerica, chiamata “T-Score”: per valori di T-score tra ≥-1 si ha una condizione di osso sano; tra -1 e -2,5 si configura un quadro di osteopenia (riduzione della massa ossea) e per condizioni al di sotto del -2,5 si può parlare ufficialmente di osteoporosi. La conoscenza di questi parametri, che possono sembrare oscuri ai non addetti ai lavori, è alla base dell’esecuzione della MOC e permette di costruire, insieme al medico radiologo, uno storico delle condizioni della persona assistita. L’anamnesi, l’impostazione di tutti i parametri espositivi, la scelta del protocollo e l’acquisizione stessa sono tutte variabili che concorrono alla determinazione di questo importante valore diagnostico, ed è qui che il TSRM esprime le sue competenze. Occorre inoltre ricordare che il Tecnico di radiologia è responsabile della persona assistita sotto un aspetto molto importante, ossia l’ottimizzazione della dose radiante: il TSRM minimizza per l’assistito l’impatto delle radiazioni somministrate durante la MOC, tutelandolo e garantendo una riuscita dell’esame in piena sicurezza. Ed è bene precisare che con le apparecchiature di ultima generazione, la quantità di radiazioni ionizzanti assorbite mediante la MOC è inferiore rispetto a quelle di una radiografia del torace».
Quanto contano le competenze e le responsabilità?
La densitometria non ha caratteristiche d’urgenza. La sua finalità clinica è la valutazione del rischio di frattura. Sebbene le più recenti revisioni delle evidenze scientifiche disponibili indichino che l’elevata prevalenza di osteoporosi e di fratture da fragilità potrebbe giustificare l’accesso alla prestazione per la diagnosi dell’osteoporosi in tutte le donne di oltre 65 anni, la presenza di altri fattori di rischio migliora sensibilmente l’efficacia diagnostica della densitometria ossea anche in questa fascia di età.
L’esame, quindi, è indicato solo quando la conoscenza dei valori densitometrici è rilevante nella gestione clinica della persona assistita (dieta, attività fisica, abitudini di vita, riduzione del rischio di cadute, trattamenti medici e riabilitativi).
L’esecuzione corretta e accurata della densitometria è strettamente dipendente dalle conoscenze e dalle abilità di chi lo esegue
«Le competenze messe in campo dall’esecuzione della MOC – prosegue la Presidente della commissione di albo – sono in gran parte quelle che il TSRM esercita già nella sua attività quotidiana: competenze tecniche, innanzitutto, perché la professione del Tecnico di radiologia è legata a doppio filo con gli strumenti diagnostici che utilizza. Con l’evoluzione tecnologica in atto, inoltre, gli strumenti diagnostici utilizzati dal TSRM diventano sempre più sofisticati e complessi, come i software che ne consentono la gestione. È importante sottolineare come l’uso dei macchinari non richieda un approccio passivo e automatico, anzi: l’esecuzione corretta e accurata dell’esame è strettamente dipendente dalle conoscenze e dalle abilità di chi lo esegue. Non bisogna immaginare, dunque, il TSRM come un mero “esecutore”, ma come un professionista consapevole, in grado di illuminare e di rivelare gli aspetti precoci di molte patologie.
Come accennato prima, una delle competenze principali del TSRM è l’ottimizzazione della dose radiante. Questo aspetto si lega, più in generale, alla tutela della persona assistita, da intendersi non solo nel suo aspetto strettamente tecnico o “clinico”, ma anche in quello umano: le soft skills che accompagnano le hard skills. Quando si parte da una diagnosi di osteoporosi, per esempio, bisogna considerare che dietro vi possono essere altre patologie, da quelle reumatiche a quelle di origine endocrinologica, fino a quelle oncologiche. Molte persone che hanno eseguito trattamenti di chemioterapia, inoltre, si trovano a dover eseguire la MOC. Tanti scenari diversi, dunque, che corrispondono ciascuno a un’esigenza di cura differente, da considerare nella sua irripetibilità e nelle sue fragilità. Di fronte a una persona spaventata e preoccupata, è competenza del TSRM saperlo rassicurare, riportandolo al momento presente e applicando l’intelligenza emotiva necessaria ad accompagnarlo attraverso le eventuali difficoltà, creando un clima di accoglienza di cura».
Nuove tecnologie e macchine di ultima generazione
«Le macchine utilizzate per l’esecuzione della MOC – continua Galdieri – hanno raggiunto un grado sempre maggiore di accuratezza grazie all’implementazione della tecnica DXA (Dual-energy X-ray Absorptiometry), che si avvale di due fasci di raggi X con differenti livelli di energia, inviati sul tessuto osseo del paziente. Tale tecnica si sta evolvendo ulteriormente grazie al progresso tecnologico, tanto che oggi possiamo parlare di MOC-DXA “di ultima generazione”, con funzionalità aggiuntive come la morfometria vertebrale, che permette di valutare le altezze delle vertebre dorsali e lombari; l’esame accurato di particolari distretti ossei, come la mano o il femore; l’implementazione di software e di sistemi predittivi come quelli precedentemente citati nell’ambito dell’intelligenza artificiale.
Il progresso si muove in due direzioni complementari, ossia verso un innalzamento della precisione delle immagini e verso una riduzione della dose radiante erogata. Ancora una volta è importante sottolineare che la MOC è un esame per sua natura operatore-dipendente, ossia che la sua efficacia e precisione dipendono dall’accuratezza di chi lo esegue. Il “fattore umano”, quindi, rimane una variabile insostituibile in tutto il processo di acquisizione e lettura delle immagini: la complessità delle competenze richieste per avvalersi dei software a disposizione potranno solo accrescere la responsabilità del TSRM, trasformandolo in un gestore sempre più consapevole delle nuove tecnologie”.
Intelligenza artificiale nella valutazione dell’osteoporosi
Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo sempre più rilevante in area radiologica, specialmente nella rielaborazione delle immagini acquisite in sede d’esame e nel supporto alla loro interpretazione sul piano diagnostico. «Questo vale anche per la MOC – ci dice Galdieri – alcuni software hanno la possibilità di coadiuvare TSRM e Medico radiologo, migliorando la qualità dell’immagine e l’accuratezza dei dati e fornendo così un supporto che non si sostituisce all’operatore, incaricato in ultima analisi di verificare quanto rilevato dall’AI, ma che può aiutare a contenere significativamente la percentuale di errore umano dovuto a stanchezza o ad altri fattori.
L’AI può rivelarsi un valido aiuto anche in chiave predittiva: è in via di sperimentazione, infatti, un algoritmo in grado di stimare la probabilità di formazione di fratture nelle persone affette da osteoporosi nell’arco di dieci anni nel futuro, a partire da una serie di variabili raccolte attraverso un questionario anamnestico. Possiamo pensare che l’apporto dell’intelligenza artificiale nella diagnosi e nel trattamento dell’osteoporosi si farà sempre più significativo, consentendo di snellire i processi e di incrementare l’accuratezza sul piano diagnostico, e, guardando ancora più avanti, di modellare strategie di prevenzione in base a diversi fattori di rischio”.
Nutrizione e osteoporosi: strategie di cura e prevenzione
Elisa Mazza
«Lo sviluppo dello scheletro avviene rapidamente, a partire dall’infanzia – afferma la dietista Elisa Mazza – proseguendo poi durante la pubertà e l’adolescenza, raggiungendo il cosiddetto picco di massa ossea, cioè il suo valore massimo sia in dimensioni che in densità, intorno ai 20-25 anni. Da questo momento in poi, fino alla menopausa nelle donne e fino ai 65-70 anni negli uomini, i processi di rimodellamento osseo rimangono in equilibrio, se in condizioni fisiologiche. Successivamente, il riassorbimento osseo inizia a prevalere sulla formazione di nuovo osso, portando a una perdita di minerali e alla conseguente riduzione della massa ossea. Le caratteristiche genetiche svolgono un ruolo importante in questo processo, ma fattori di rischio modificabili come la sedentarietà o la scarsa attività fisica, un’alimentazione sbilanciata, povera di calcio e ricca di sale, la dieta vegana, l’eccessivo consumo di alcol, l’abuso di caffeina, l’eccessiva magrezza oltre al tabagismo, contribuiscono al deterioramento della salute dell’osso.
Un altro aspetto fondamentale è che le donne, rispetto agli uomini, hanno una minore massa ossea e la diminuzione degli ormoni sessuali durante la menopausa comporta una perdita più rapida e precoce della densità minerale ossea. Una crescita ossea non ottimale nelle prime fasi della vita può influenzare negativamente la salute dello scheletro tanto quanto la perdita di massa ossea in età più avanzata. Di conseguenza, la prevenzione primaria dell’osteoporosi dovrebbe essere avviata sin dalla giovane età.
La prevenzione primaria dell’osteoporosi dovrebbe essere avviata sin dalla giovane età
La nutrizione oggi svolge un ruolo fondamentale sia nella prevenzione, sia nella gestione dell’osteoporosi, a condizione che si tenga conto del contesto specifico in cui si trova l’assistito, includendo parametri biologici, vita quotidiana e regime alimentare abituale, e che si muova in un contesto di nutrizione e medicina di precisione».
L’intervento del Dietista può essere significativo nella prevenzione e nel trattamento di questa patologia attraverso diverse strategie:
Valutazione della composizione corporea: variazioni considerevoli della massa corporea, in particolare della massa grassa e della massa magra, nel soggetto con osteopenia o osteoporosi potrebbero incidere pericolosamente sulla salute dell’osso, come nel caso della sarcopenia o dell’obesità sarcopenica. In quest’ultima l’aumento di peso potrebbe mascherare una riduzione della massa ossea rischiosa per i soggetti anziani.
Assunzione adeguata di calcio e vitamina D: un’attenzione particolare viene dedicata all’ intake e al fabbisogno individuale di calcio e vitamina D, nutrienti essenziali per la salute ossea, considerando la diminuzione dell’assorbimento del calcio e la produzione di vitamina D con l’età. Il dietista può consigliare fonti alimentari ricche di calcio, provenienti sia da fonti animali che vegetali, collaborando con l’assistito per garantire un adeguato apporto di vitamina D.
Bilanciamento dell’apporto di minerali: un giusto equilibrio tra calcio e altri minerali nella dieta, come il fosforo e il magnesio, e di alcune vitamine essenziali, promuove la salute ossea.
Assistenza nella gestione del peso: il mantenimento di un peso corporeo sano è essenziale per prevenire lo stress eccessivo dovuto al sovrappeso o il deterioramento dovuto al sottopeso della massa ossea. Il dietista può aiutare a sviluppare una dieta bilanciata personalizzata per mantenere il peso ottimale.
Promozione di una dieta anti-infiammatoria: una dieta ricca di alimenti anti-infiammatori, come la dieta mediterranea ricca di frutta, verdura, pesce, olio extravergine d’oliva, può contribuire a ridurre l’infiammazione, apportando benefici anche alla salute delle ossa.
Educazione nutrizionale: il dietista può fornire informazioni sull’importanza di una dieta equilibrata e sulla limitazione di fattori che possono influire negativamente sulla densità ossea, come l’eccesso di sodio e la bassa assunzione di potassio.
Controllo dell’assunzione di proteine: l’assunzione adeguata di proteine è fondamentale per mantenere la massa muscolare e sostenere la struttura ossea, che in età avanzata richiede maggiore attenzione soprattutto per il rischio di sarcopenia o osteosarcopenia tipiche di queste fasi della vita. L’intervento del dietista è fondamentale per garantire un apporto di proteine e di aminoacidi essenziali appropriato in condizioni di rischio come l’osteoporosi.
Conclude Mazza: «Il dietista può quindi monitorare regolarmente la composizione corporea, lo stato nutrizionale e la dieta della persona assistita, apportando eventuali modifiche in base alle esigenze specifiche e all’evoluzione della condizione clinica. Il suo intervento, integrato con altre misure di gestione dell’osteoporosi, può contribuire a migliorare la salute ossea e ridurre il rischio di fratture. È importante che l’intervento terapeutico, così come un eventuale piano alimentare, sia personalizzato sulle esigenze e condizioni specifiche di ciascun individuo».
«Bisogna investire in innovazione, esplorare le potenzialità dell’intelligenza artificiale per il miglioramento della salute dei cittadini e rispettare la privacy e la tutela dei dati personali. Sta alle istituzioni trovare il giusto bilanciamento ed evitare di mettere i cittadini di fronte ad un bivio odioso in democrazia, quello di dover scegliere tra diritti». Così, ai microfoni di TrendSanità, parla l’avvocato Guido Scorza, Componente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali, intervenuto al convegno Digital Health by Design (organizzato da Culture) al Ministero della Salute.
È su tutti i quotidiani la proposta dell’assessore al Welfare della Regione Lombardia Guido Bertolaso di far seguire gli interventi chirurgici da anestesisti-rianimatori ancora in formazione. Su questa proposta ha preso parola la Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (SIAARTI), secondo cui tale provvedimento aprirebbe una questione che esula l’organizzazione del lavoro e che investe la sicurezza in sanità e in sala operatoria.
«Non abbiamo mai ritenuto una soluzione quella di coprire la carenza di anestesisti-rianimatori con medici a gettone, ma comunque specialisti, non solo perché ciò crea una disparità di trattamento economico che favorisce la migrazione verso il privato e una “concorrenza sleale” nei confronti di chi lavorava nel pubblico, ma anche e soprattutto perché avere colleghi a ore non può assicurare continuità alla assistenza perioperatoria e quindi non garantisce “sicurezza” ai nostri pazienti», chiarisce Antonino Giarratano, presidente della SIAARTI. «Con i suoi oltre 10.000 soci anestesisti-rianimatori e il suo riconoscimento come società scientifica da parte del Ministero della Salute in base alla legge Gelli, SIAARTI fa dell’applicazione delle Buone pratiche cliniche, della ricerca scientifica e della garanzia della sicurezza dei pazienti la sua mission e quindi non vuole travalicare il suo ruolo entrando nell’organizzazione del lavoro, ma ritiene suo dovere rivolgere alla politica e ai cittadini un alert chiaro: fino a che punto la mancata programmazione e la carenza di specialisti possono spingere a non garantire più la sicurezza dei pazienti?», chiede il presidente degli anestesisti-rianimatori italiani.
SIAARTI condivide e sostiene da sempre la necessità di una formazione in ospedale e del progressivo inserimento dei medici in formazione: gli specializzandi in Anestesia e Rianimazione al quarto e quinto anno di corso, infatti, sono già inseriti nelle strutture ospedaliere con contratti di lavoro a tempo determinato mentre proseguono la loro formazione. «L’idea di estendere il loro inserimento dal secondo anno, quando la loro formazione è appena cominciata, non è però condivisa neanche dalla stragrande maggioranza dei medici in formazione che sentendosi, con intelligenza, impreparati, non partecipano a concorsi che li sottrarrebbero, completamente e precocemente, dal percorso formativo. Adesso si parla di sostituire lo specialista anestesista-rianimatore dando allo specializzando autonomia in sala operatoria, nel luogo dove la procedura di gestione delle funzioni vitali e la improvvisa insorgenza delle complicanze anche chirurgiche richiedono il massimo della esperienza e della competenza. Senza, peraltro, che sia chiaro chi stabilirà il livello di autonomia, quale siano la tipologia di intervento chirurgico e di procedura anestesiologica a cui si fa riferimento», spiega Giarratano.
Secondo SIAARTI, la soluzione alla grave carenza di anestesisti-rianimatori in Italia non può essere quella di un tutor specialista che, anche con un’integrazione stipendiale, si assuma “a distanza” la responsabilità per il paziente in sala operatoria. «La sicurezza del cittadino/paziente non può essere garantita dal pagamento di un gettone prima o di uno specialista “a distanza” adesso. In caso di contemporanea complicanza intraoperatoria dove andrà lo specialista? I cittadini sanno che, se tale provvedimento passasse, si troverebbero in sala operatoria un non specialista con una esperienza limitata? Chi firmerà il consenso informato? E come sarà gestita la copertura anche assicurativa?»: sono queste le domande che pone il presidente Giarratano.
SIAARTI dice sì alla formazione in ospedale degli specializzandi e alla loro crescita professionale, ma si oppone alla riduzione di garanzie e sicurezza nelle sale operatorie. «Tale questione, peraltro, non può essere limitata a una Regione o a un dibattito con organizzazioni sindacali ma deve vedere coinvolte, su base nazionale affinché non si crei un’autonomia “a sicurezza differenziata”, le Società scientifiche che – in termini di elaborazione di Buone pratiche cliniche – sono il riferimento per il Ministero e le Università, le Istituzioni che, ancora oggi, certificano le competenze acquisite dai nostri medici in formazione», conclude Giarratano.
Il crescente uso di sigarette elettroniche tra i ragazzi e le ragazze già nelle scuole secondarie di primo grado preoccupa i pediatri e alcune associazioni di pazienti che di recente hanno indirizzato una lettera al ministro della Salute Orazio Schillaci sottolineando che “il fenomeno solleva una serie di criticità” e richiede “una risposta da parte delle autorità sanitarie”.
Assicurare maggiori controlli nella vendita di dispositivi contenenti tabacco e nicotina ai minori, regolamentare le aromatizzazioni che incentivano il loro utilizzo tra i giovani e mettere in campo campagne di sensibilizzazione sul tema: sono alcune delle richieste contenute nella lettera firmata dalla Società Italiana di Pediatria (SIP), dalla Società Italiana per le Malattie Respiratorie Infantili (SIMRI), dall’Associazione Culturale Pediatri (ACP), da Federasma e Allergie – Federazione Italiana Pazienti OdV e dall’Associazione nazionale pazienti Respiriamo insieme – APS.
Il crescente uso di sigarette elettroniche tra i ragazzi e le ragazze già nelle scuole secondarie di primo grado preoccupa i pediatri e alcune associazioni di pazienti
A motivare la presa di posizione dei pediatri è l’età sempre più precoce in cui si iniziano a usare questi dispositivi, con il 20% dei ragazzi tra i 13 e 15 anni che usa abitualmente la sigaretta elettronica e il 14% che usa prodotti a tabacco riscaldato [Global Youth Tobacco Survey – GYTS 2022]. Tra questi fumatori abituali il 51% dichiara di avere voglia di fumare come prima cosa al mattino o che, dopo aver fumato, sente un forte desiderio di fumare nuovamente, segni questi di dipendenza da nicotina. A ciò si aggiungono la scarsa consapevolezza dei rischi per la salute, il marketing occulto e sempre più aggressivo sui social media rivolto agli adolescenti che sta contribuendo alla crescita esponenziale del loro uso e, non da ultimo, il mancato controllo sulle vendite ai minori con il 75% dei ragazzi tra 13 e 15 anni che dichiara di non avere ricevuto un rifiuto dal venditore a causa dell’età.
Di cosa si tratta
“Il mondo delle sigarette elettroniche include una vasta gamma di dispositivi che erogano nicotina, simulando l’esperienza del fumo tradizionale senza la combustione del tabacco. Questi sono disponibili principalmente in due forme: i sistemi “heat-not-burn” (a tabacco riscaldato non bruciato) e le sigarette elettroniche vere e proprie, di cui i modelli “pod-mod” hanno quasi del tutto sostituito i vecchi sistemi a ricarica ”liquida”, indirizzando il mercato verso il consumo “usa e getta. Questi dispositivi e il vapore da essi generato contengono, oltre alla nicotina, anche solventi, aromi e spesso sostanze nocive non dichiarate come dimostrato da studi scientifici sull’argomento”, si legge nella lettera.
I rischi per la salute: dalla dipendenza da nicotina agli effetti irritativi per l’apparato respiratorio
“La Commissione europea su ambiente, salute, rischi ambientali ed emergenti (Scientific Committee on Health, Environmental and Emerging Risks, SCHEER) prosegue la lettera- si è espressa sui rischi per la salute associati all’uso di dispositivi che dispensano nicotina. Oltre alla dipendenza da nicotina sono stati sottolineati anche gli effetti di tipo irritativo a carico del tratto respiratorio anche con sintomi asmatici acuti a causa dell’esposizione ai polioli, aldeidi e nicotina. Poco noti sono gli effetti a lungo termine sul sistema cardiovascolare e respiratorio per l’esposizione a nitrosamine, acetaldeide e formaldeide. È importante anche segnalare, benché rari, gli effetti acuti da intossicazione per l’ingestione accidentale dei liquidi contenuti nei dispositivi da parte dei bambini, a causa di un packaging spesso accattivante e colorato, nonché i danni da ustioni per esplosioni accidentali legati al malfunzionamento dei device o a un loro errato utilizzo”.
Prima tra tutte quella di assicurare “un rigoroso controllo della vendita dei dispositivi contenenti tabacco e nicotina ai minori, contribuendo così alla iniziativa della Commissione Europea di avere entro il 2028 la prima generazione ‘tobacco-free’”. Pediatri e associazioni dei pazienti chiedono inoltre al Ministro della Salute di regolamentare il confezionamento, per evitare che abbia come target indiretto i bambini. Importante è poi vietare la cessione a titolo gratuito ai minori non solo dei dispositivi, ma anche delle ricariche, di cui nella gran parte dei casi vengono omaggiati e programmare iniziative per garantire il divieto di marketing, anche occulto, diretto ai ragazzi sulle piattaforme digitali.
In più, occorre equiparare la regolamentazione sulle aromatizzazioni che favoriscono l’uso tra i ragazzi a quella delle sigarette tradizionali, proibendo le vendite di prodotti contenenti mentolo o frutta associati a tabacco e nicotina. Infine, serve programmare una campagna di sensibilizzazione nazionale per personale sanitario, genitori, adolescenti e – con un accordo interministeriale – personale della scuola con modalità atte a poterla diffondere agli adolescenti e sui media.
Cosa accade negli altri Paesi europei
In Gran Bretagna sono stati messi in moto i primi passi per creare la prima generazione smoke-free. Ad ottobre 2023 il Primo Ministro britannico, Rishi Sunak, ha promosso una consultazione pubblica sulle sigarette elettroniche. Alcune delle proposte emerse sono: la restrizione dei “gusti” disponibili nei liquidi da “svapo”, la regolamentazione del packaging (per evitare che abbia come target indiretto i bambini), la restrizione della vendita dei dispositivi monouso- collegati all’aumento del consumo tra i più giovani- e non da ultimo l’aumento dei prezzi.
L’idea del governo britannico è duplice: da un lato continuare a invitare i fumatori adulti di sigarette tradizionali a smettere grazie all’utilizzo delle sigarette elettroniche e al contempo proteggere le generazioni future, contrastando il crescente numero di giovani fumatori. In Olanda, la produzione di sigarette elettroniche aromatizzate e di liquidi con ricarica è vietata dal luglio 2023, come riporta il sito del Governo dedicato agli imprenditori. In Francia l’ex ministro della Salute Aurélien Rousseau ha annunciato di voler mettere al bando le sigarette elettroniche usa e getta.
Il 26 gennaio 2024 l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) ha pubblicato un report per valutare la copertura vaccinale anti-COVID degli over 60 nei paesi europei. Il periodo considerato è compreso tra il 1° settembre 2023 e il 15 gennaio 2024. Solo 6 Paesi su 30 non hanno fornito i dati all’ECDC: Austria, Croazia, Germania, Italia, Lettonia e Svezia.
«Considerato che, inspiegabilmente, il nostro Paese non ha trasmesso i dati richiesti – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – abbiamo realizzato un’analisi indipendente utilizzando i dati nazionali ufficiali sulle coperture per valutare il posizionamento dell’Italia rispetto ai paesi europei inclusi nel report dell’ECDC, oltre che per effettuare un confronto tra le Regioni italiane».
Coperture vaccinali: confronto tra Italia e paesi europei
60-69 anni. Nella fascia 60-69 anni, con una copertura nazionale del 5,7%, l’Italia si colloca al 14° posto. 13 paesi hanno raggiunto coperture superiori a quelle dell’Italia: dal 6,6% della Repubblica Ceca al 43,5% della Danimarca. 11 paesi hanno raggiunto invece coperture inferiori alle nostre: dal 5,4% di Cipro allo 0% della Romania (Figura 1).
70-79 anni. Nella fascia 70-79 anni, con una copertura nazionale dell’11%, l’Italia è 15a. 14 paesi hanno raggiunto coperture superiori a quelle dell’Italia: dal 13% del Lussemburgo all’80,4% della Danimarca. 10 paesi hanno raggiunto invece coperture inferiori alle nostre: dal 6,9% del Liechtenstein allo 0% della Romania (Figura 2).
Over-80. Negli over 80, con una copertura nazionale del 14,4%, l’Italia si posiziona 14a. 13 paesi hanno raggiunto coperture superiori a quelle dell’Italia: dal 15,8% della Repubblica Ceca all’88,2% della Danimarca. 11 paesi hanno raggiunto invece coperture inferiori alle nostre: dal 13,5% dell’Estonia allo 0,01% della Romania (Figura 3).
«Le coperture raggiunte in Italia per tutte le fasce di età over 60 anni – commenta Cartabellotta – documentano un sostanziale fallimento della campagna nazionale di vaccinazione anti-COVID-19. I tassi di copertura del 5,7% per la fascia 60-69 anni, dell’11% per la fascia 70-79 anni e del 14,4% per gli over 80 ci collocano solo davanti ai paesi dell’Europa dell’Est (eccetto la Repubblica Ceca che ci precede in tutte le fasce d’età e l’Estonia per i 60-69 e i 70-79 anni), a Grecia, Malta, Liechtenstein e, solo per gli over 80, Cipro. Siamo molto lontani dai risultati raggiunti nei paesi dell’Europa settentrionale, ma anche da Spagna, Portogallo e Francia: paesi dove le coperture per le tre fasce di età documentano campagne vaccinali efficaci per tutti gli over 60, con percentuali di copertura crescenti con la fascia di età».
Coperture vaccinali: confronto tra le regioni italiane
60-69 anni. A fronte di una copertura nazionale del 5,7%, 10 Regioni si collocano sopra la media nazionale: dal 5,9% del Piemonte all’11% della Toscana. 11 Regioni si trovano sotto la media: dal 5,6% dell’Umbria allo 0,9% della Sicilia (Figura 4).
70-79 anni. A fronte di una copertura nazionale dell’11%, 9 Regioni si collocano sopra la media nazionale: dall’11,5 dell’Umbria al 21,4% della Toscana. 12 Regioni si trovano sotto la media: dal 10,6% del Veneto all’1,8% della Sicilia (Figura 5).
Over 80. A fronte di una copertura nazionale del 14,4%, 9 Regioni si collocano sopra la media nazionale: dal 14,6% dell’Umbria al 26,3% della Toscana. 12 Regioni si trovano sotto la media: dal 14% di Veneto e Lazio, all’1,9% della Sicilia (Figura 6).
«Le coperture vaccinali per le tre fasce di età nelle Regioni italiane – commenta Cartabellotta – ripropongono la “frattura strutturale” Nord-Sud che caratterizza il nostro Servizio Sanitario Nazionale: le Regioni meridionali non solo si trovano al di sotto della media nazionale, ma sono tutte a fondo classifica con coperture vaccinali simili a quelle dei paesi dell’Europa orientale. Anche i risultati della Toscana, che raggiunge le percentuali più elevate di copertura vaccinale nelle tre fasce di età (rispettivamente 11%, 21,4% e 26,3%), rimangono molto lontani da quelli dei paesi del Nord Europa. Considerata l’efficacia dei vaccini nel prevenire la malattia grave e la mortalità negli anziani e nei fragili, è legittimo ipotizzare che una parte degli oltre 4.000 decessi riportati nel periodo considerato poteva essere evitato, in particolare tra gli over 80».
«L’analisi dei dati relativi alle coperture vaccinali in Italia per gli over 60 e i confronti con il resto dell’Europa – conclude Cartabellotta – documentano un clamoroso flop della campagna vaccinale anti-COVID nella stagione autunno-inverno 2023-2024, nonostante le raccomandazioni della Circolare del Ministero della Salute del 27 settembre 2023 che ha fatto seguito a quella preliminare del 14 agosto 2023. Purtroppo, al fenomeno della “stanchezza vaccinale” e alla continua disinformazione sull’efficacia e sicurezza dei vaccini, si sono aggiunti vari problemi logistico-organizzativi: ritardo nella consegna e distribuzione capillare dei vaccini, insufficiente e tardivo coinvolgimento di farmacie e medici di famiglia, mancata chiamata attiva dei pazienti a rischio, criticità tecniche nei portali web di prenotazione. E se da un lato è evidente che molti di questi problemi dipendono dalle Regioni, come documentato dal gap Nord-Sud, il confronto con i paesi europei inclusi nel report dell’ECDC dimostra che anche le Regioni italiane con i tassi di copertura più elevati sono molto indietro rispetto ai paesi europei dove la campagna vaccinale ha funzionato. Segnale evidente che della campagna vaccinale anti-COVID le Istituzioni centrali hanno parlato poco e “a bassa voce”, peraltro disturbata dal rumore di fondo di quei politici che hanno alimentato la sfiducia nei vaccini per non perdere il consenso della frangia no-vax».
La BPCO, o broncopneumopatia cronica ostruttiva, rappresenta una sfida significativa per il sistema sanitario italiano. Le criticità legate alla BPCO in Italia sono molteplici: dalla sottodiagnosi alla gestione delle riacutizzazioni, alla scarsa aderenza alla terapia. Inoltre, la mancanza di consapevolezza pubblica sulla BPCO contribuisce alla scarsa prevenzione e a stili di vita poco salutari.
Disparità di accesso alle cure e invecchiamento della popolazione pongono ulteriori pressioni sul sistema, richiedendo uniformità nelle politiche sanitarie, strategie di gestione a lungo termine e programmi di prevenzione mirati.
Non mancano prospettive positive per una migliore gestione della malattia, anche in relazione al nuovo rapporto di continuità ospedale/territorio e specialista/medico di medicina generale, che si sta delineando con le riforme del SSN. La chiave può essere una strategia integrata che coinvolga la prevenzione, la diagnosi precoce e l’accesso uniforme alle cure.
A che punto siamo nel nostro Paese e quali necessità emergono da clinici e pazienti? In che modo le istituzioni possono favorire questi cambiamenti e in quale direzione si sta andando?
Ne parliamo con:
Beatrice Lorenzin Senatrice Partito Democratico
Pierachille Santus Direttore UOC Pneumologia, Ospedale Sacco, Milano
Francesco Vaia Direttore generale Prevenzione sanitaria, Ministero della Salute