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Fisioterapia italiana, un modello internazionale

“Mi auguro che il modello di questo Congresso FNOFI, che ha fatto convivere dialogo istituzionale, presenza della componente accademica, riflessione sulla professione all’interno dei mutamenti e condivisione delle più avanzate esperienze scientifiche, possa diventare un modello condiviso in tutta la comunità internazionale della fisioterapia”. L’ha affermato Mike Landry, Presidente della World Physiotherapy, nella sessione conclusiva del primo Congresso Nazionale FNOFI, tenutosi nei giorni scorsi a Roma sul tema Nuovi paradigmi di Salute: fisioterapisti, bisogni, cittadini e SSN.

Oltre trecento rappresentanti della professione e degli Ordini territoriali dei Fisioterapisti si sono confrontati per tre giorni sul “cambiamento di paradigma” necessario al SSN per entrare in una fase di sanità di prossimità in grado di assumere i nuovi bisogni di salute che emergono in un Paese che invecchia sempre di più e che diviene soggetto alla pressione delle cronicità diffuse.

Un cambiamento che Melania Salina, vicepresidente della FNOFI e presidente del Congresso, ha sintetizzato con questa immagine: “Tutto il sistema sanitario sta cambiando e questo impone anche a noi fisioterapisti di uscire dalla nostra comfort zone, per entrare in una fase in cui ci è chiesto di non occuparci solo di riabilitazione, ma anche di adeguare la nostra offerta professionale al crescente bisogno di salute in termini di prevenzione e cura dei disturbi del movimento dovuti all’invecchiamento e ai dismetabolismi”.

Proprio questa necessità di cambiamento e dell’indispensabile dialogo tra le professioni è stata al centro del dialogo tra i rappresentanti degli ordini professionali della sanità, con gli interventi di Filippo Anelli (FNOMCEO), Andrea Mandelli (FOFI), Nicola Draoli (FNOPI), Silvia Vaccari (FNOPO), Teresa Calandra (FNO TSRM), David Lazzari (CNOP) e Mirella Silvani (CNOAS), oltre che di Piero Ferrante (FNOFI). La tavola rotonda, a cui hanno partecipato anche Lorena Martini (AGENAS) e Tiziana Frittelli (Federsanità) ha messo a fuoco una necessità condivisa: concretizzare una nuova forma di collaborazione di sistema anche alla luce delle indicazioni del DM77, che abbandoni vecchie logiche di attività e responsabilità a compartimenti stagni, e che comprenda anche percorsi formativi comuni, pur nell’ovvia distinzione di competenze.

Il Congresso, si è concluso con le parole dei rappresentanti delle società scientifiche della fisioterapia (Simone Cecchetto, AIFI; Matteo Paci, SIF; Andrea Lanza, ARIR) che hanno sottolineato l’importanza di questo primo Congresso nazionale che ha messo in comune lo sviluppo della professione in termini di scienza e di ricerca, e che spinge tutta la professione verso la capacità di misurare gli esiti delle sue performance.

La conclusione dell’evento – che si era aperto con gli interventi inaugurali del sottosegretario Marcello Gemmato e dell’onorevole Luciano Ciocchetti – è nelle parole di Piero Ferrante, presidente FNOFI: “In questi giorni abbiamo rivisitato ed in un certo senso rifondato la nostra professione. Oltre settanta relazioni e altrettanti speakers ci hanno aiutato a riflettere sul nostro presente professionale e ci hanno permesso di identificare un percorso futuro sempre più preciso e sfidante, perché la fisioterapia può essere un centro propulsore del sistema delle cure. Siamo una professione dinamica, competente, presente in tutti i luoghi di vita, in continuo aggiornamento, e che per sua natura è portata a ragionare già oggi in termini di prossimità e di presa in carico immediata dei pazienti. Mettere a disposizione di tutti i cittadini queste caratteristiche che distinguono gli oltre 71mila fisioterapisti italiani è il compito che FNOFI si prende in carico già da oggi”.

Nursing Up, in Germania gli infermieri italiani sono valorizzati

Tra 300 e 500 infermieri ogni anno lasciano la nostra sanità per quella tedesca. In 4mila dal 2013 a oggi sono approdati in città come Stoccarda, Berlino e Monaco. Oltre la metà non fa più ritorno nel nostro Paese. La sanità pubblica tedesca da anni seleziona e sceglie i nostri infermieri, considerati in assoluto l’eccellenza europea.
Sono questi alcuni dei dati emersi dall’inchiesta esclusiva di Nursing Up su come vivono gli infermieri italiani in Germania.

La Germania è il primo Paese in assoluto che assume professionisti di casa nostra. I numeri e i dati dell’indagine Nursing Up arrivano dal progetto “Germitalia”, collegato con il Ministero della Salute pubblica tedesca. Germitalia opera per conto della Internationaler Bund, uno dei maggiori enti di formazione-lavoro tedesco.

L’inchiesta porta alla luce quella che si può definire come una “nuova emigrazione” legata proprio al filone dei professionisti della sanità. “I responsabili di Germitalia ci hanno raccontato per filo e per segno come vive oggi un giovane professionista italiano assunto dalla sanità pubblica tedesca, che presenta una carenza di infermieri che nel 2035 potrebbe superare le 200mila unità – spiega in una nota Antonio De Palma, Presidente nazionale Nursing Up – La campagna di reclutamento di professionisti europei è quindi una costante, e al primo posto nelle selezioni ci sono i nostri professionisti, il cui percorso di studi è considerato di gran lunga superiore a quello di un infermiere tedesco. Anche altri Paesi europei vivono la piaga della carenza di personale, con l’unica grande differenza che gli ospedali tedeschi sono perle di organizzazione e di rinnovamento strutturale e che gli stipendi degli infermieri sono ben altra cosa rispetto ai nostri“.

Dopo aver superato la selezione di assunzione l’infermiere italiano viene proiettato in percorsi di full immersion linguistici che durano 4-5 mesi. Prima di tutto il professionista deve arrivare a una conoscenza reale del tedesco, con un livello base di tedesco B1, indispensabile per lavorare. Solo così il professionista potrà iniziare a stare a contatto con i pazienti: “Quasi tutti ce la fanno, perché vengono messi nella condizione di farlo con corsi intensivi di 8 ore al giorno – prosegue De Palma – Raggiunto poi il livello linguistico successivo, il B2, si ottiene uno stipendio base di 2.300 euro netti, escluse premialità e straordinari“.

In Regioni come il Baden-Wurttemberg, intorno alla capitale Stoccarda, si contano circa 15 grandi ospedali con enorme presenza di infermieri italiani. Il costo della vita non è altissimo, non certo più alto di città come Milano o Roma, prosegue il comunicato di Nursing Up. I contratti di assunzione sono gestiti direttamente dalle aziende sanitarie tedesche, che mettono a disposizione anche monolocali convenzionati, arredati di tutto, a 500 euro mensili comprensivi di utenze. “Ci pare chiaro, quindi, che l’infermiere italiano che oggi lavora ad esempio negli ospedali pubblici intorno a Stoccarda, non vive certo una condizione di disagio economico. Nei primi mesi il programma Germitalia sostiene i nostri giovani in tutto: fino all’assunzione con primo contratto intermedio (legato al raggiungimento del livello base di tedesco, ovvero B1), per arrivare a quello di massima responsabilità (livello tedesco B2), i nostri professionisti hanno anche un supporto di alloggio gratuito e il corso di lingua è totalmente a spese della sanità tedesca, che non ha nessuna intenzione di lasciarsi scappare l’infermiere italiano, quindi oltre il 90% supera gli iter linguistici perché è stato selezionato per far parte del sistema e per essere messo nella migliore condizione possibile per lavorare ed essere da subito di supporto ai pazienti”.

“Ci pare evidente – osserva De Palma – che esiste oggi un abisso di differenza con quanto accade in Italia, come ad esempio di recente in Lombardia, dove nelle province di Varese e Como sono arrivati giovani infermieri sudamericani. Ci risulta che la maggior parte di essi siano totalmente a digiuno di italiano ma che presto cominceranno a lavorare, e che non esisterebbe un programma ufficiale di formazione linguistica previsto dalla Regione. Peruviani, colombiani, argentini starebbero provvedendo, ci raccontano i cronisti locali, in modo autonomo e con diverse modalità, per imparare la nostra lingua, anche se dallo spagnolo è certamente più semplice arrivare all’italiano, rispetto ad imparare un tedesco da zero. Ma nel frattempo ci risulta che alcuni di loro hanno già cominciato a lavorare tra sanità pubblica e privata lombarda. In Germania, invece, il percorso di lingua tedesca per i nostri infermieri è direttamente gestito da professionisti madrelingua. Nessun professionista italiano sarà mai gettato allo sbaraglio per tappare le falle della carenza di personale, perché senza le dovute conoscenze linguistiche diventa impossibile costruire un rapporto con i pazienti e con il resto dello staff sanitario. Oltre naturalmente alle retribuzioni economiche, di fatto molto lontane dalle nostre”, conclude De Palma.

Vito Trojano è il nuovo Presidente nazionale della Federazione Italiana di Ginecologia e Ostetricia

Il Professor Vito Trojano è stato eletto, durante l’assemblea nazionale del 98° congresso Sigo svoltosi a Milano dal 13 al 16 dicembre 2023, come 34° Presidente nazionale della Federazione Italiana di Ginecologia ed Ostetricia (SIGO), che raccoglie e coordina da 141 anni oltre alle tre federate (AOGOI, AGUI, AGITE) tutte le società scientifiche del settore rappresentando la ostetricia e la ginecologia italiana a livello Internazionale.

Barese, allievo del Prof. Silvio Bettocchi e del Prof. Giorgio Cagnazzo, già Direttore del Dipartimento Donna e dell’UOC di Ginecologia e Prevenzione Oncologica dell’IRCCS Istituto Tumori di Bari, già consulente per il settore ostetrico – ginecologico dell’ISS e past president dell’AOGOI (l’Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri  Italiani), è attualmente componente di alcune commissioni sia del Ministero della Salute che dell’AGENAS, oltre a far parte del Comitato Scientifico Nazionale della Fondazione Italia in Salute per quanto riguarda l’aggiornamento della legge sulla Responsabilità Professionale.

“L’impegno di questa grande squadra che compone la Federazione Sigo – dichiara Trojano – oggi deve essere rivolto soprattutto a un dialogo maggiore con le istituzioni a livello nazionale e regionale per una sanità sempre più avanzata scientificamente e tecnologicamente e maggiormente “umanizzata”, vicina alle esigenze degli utenti a partire dal territorio sino agli ospedali di riferimento, offrendo alle donne un più facile accesso alla corretta informazione in sanità e migliorando al massimo, con esse e con le associazioni di pazienti, i processi comunicativi“.

“Il miglioramento del DM 79 – continua Trojano – sull’organizzazione della rete ospedaliera-territoriale e sul management clinico-formativo e tecnologico delle aziende del SSN, il corretto utilizzo dell’intelligenza artificiale e della terapia genica, il fascicolo sanitario elettronico, la rivisitazione delle tabelle dei DRG, la stesura di nuove ed aggiornate linee guida da fornire al Ministero della Salute, le scuole di specializzazione e la nuova rete formativa, la Rete Oncologica con l’individuazione dei centri di rifermento integrati e dialoganti con l’organizzazione territoriale, le problematiche del Materno-infantile per una gravidanza sempre più consapevole ed informata, la PMA con le grandi problematiche relative alla “Crescente Denatalità”, l’ultimo e molto importante decreto attuativo sulle assicurazioni e sui tetti di risarcimento dei contenziosi in sanità, in corso di approvazione governativa, riguardante la Legge Gelli-Bianco sulla Responsabilità Professionale in Sanità, sono solo alcuni degli obbiettivi su cui la Federazione SIGO è attualmente impegnata e sta cercando di portare a termine per rendere il nostro settore scientifico-disciplinare sempre più competitivo a livello internazionale e sempre più attrattivo per i nostri giovani medici, verso cui deve essere rivolta una attenzione particolare”.

In Italia mancano le terapie intensive pediatriche e i bambini subiscono le disuguaglianze territoriali

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In Italia abbiamo un problema con le terapie intensive pediatriche: i posti letto sono pochi e mal distribuiti, con enormi differenze a livello regionale.

In base alle indicazioni europee, dovrebbe esserci un posto ogni 20-30 mila minorenni. In Italia ne abbiamo uno ogni 35.856 bambini e adolescenti. In numeri assoluti, 273 per una platea di oltre 9,7 milioni di persone. Ne mancano oltre 200, il 44,4%. Per rispettare le linee guida, infatti, l’Italia dovrebbe averne almeno 482.

E il numero di posti letto rappresenta solo una parte del problema: oltre ad aumentare la capienza, le terapie intensive pediatriche dovrebbero essere abitate da personale sanitario formato, soprattutto da anestesisti rianimatori pediatrici.

“C’è una solida letteratura scientifica che mostra come gli esiti di salute siano migliori quando i bambini sono ricoverati in un ambiente specialistico pediatrico – sottolinea Luigi Orfeo, presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN) – E poi c’è l’aspetto psicologico: essere ricoverato con adulti che hanno avuto un incidente stradale o hanno qualcos’altro di grave può impattare negativamente sulla psiche dei più piccoli”.

Le terapie intensive allargate

Un gruppo di esperti italiani ha recentemente scritto una lettera a Lancet in cui denuncia lo stato delle terapie intensive pediatriche italiane.

Gli autori sottolineano come le terapie intensive, sia quelle per adulti sia quelle per bambini, non dovrebbero mai essere riempite oltre l’85% della loro capienza. Solo in questo modo, infatti, sarebbero in grado di fronteggiare eventuali emergenze. 

Secondo una stima della Società italiana di Pediatria (SIP), le terapie intensive pediatriche che trattano persone in età pediatrica con un’attività clinica sufficiente, cioè almeno 100 pazienti all’anno, sono appena 26 in tutta Italia.

Secondo la società scientifica, inoltre, le terapie intensive pediatriche rappresentano solo un aspetto di un tema molto più ampio: il diritto dei minorenni a essere curati in reparti dedicati e da personale formato per l’età pediatrica. Oggi invece 1 bambino su 4 viene ricoverato in reparti per adulti, e circa l’85% dei pazienti tra i 15 e i 17 anni è gestito in condizioni di promiscuità con pazienti adulti e anziani e da personale non specializzato nell’assistenza a soggetti in età evolutiva.

“Questo problema non esiste per quanto riguarda la rete delle terapie intensive neonatali – rileva Orfeo – In questo caso abbiamo strutture diffuse in modo capillare sul territorio”. Questo aspetto per il presidente della SIN si deve almeno a due elementi: “Di solito questi reparti sono legati ai punti nascita e sono gestiti da pediatri neonatologi, che quindi hanno un’attenzione particolare verso i neonati”.

Per garantire un ambiente più consono ai piccoli pazienti, nelle aree dove c’è carenza di terapie intensive pediatriche alcune di quelle neonatali (che si occupano di bambini fino a 30 giorni di vita) hanno iniziato a prendere in carico i pazienti pediatrici più grandi, fino a 2-3 anni. “Si parla in questi casi di terapie intensive neonatali allargate, ma la loro organizzazione non è normata in nessun modo”, nota Orfeo, che auspica che il DM70 intervenga in questa situazione.

L’altro aspetto che le società scientifiche hanno chiesto al tavolo per il DM70 è introdurre un codice ministeriale che identifichi le terapie intensive pediatriche e permetta dunque di censirle. “È un problema di natura puramente burocratica, che speriamo che si sblocchi presto”.

Le stime

La Società Italiana di Pediatria riporta che ogni anno in Italia vengono ricoverati in Terapia Intensiva Pediatrica oltre 8.500 bambini. Si tratta di un dato sottostimato, che secondo la società scientifica rappresenta solo il 50% dei bambini critici realmente ricoverati, poiché l’altra metà è assistita in strutture dell’adulto e per la già citata difficoltà di individuare il numero di posti letto di in questi reparti.

Oltre al numero, il problema è la distribuzione territoriale: secondo le stime della SIP, bene il Centro Italia, dove mancano solo 2 posti letto rispetto alle indicazioni europee. Al Nord invece se ne trovano 128 per un fabbisogno di 222 e al Sud ne abbiamo 55 a fronte di una necessità di 168.
Sono 16 le Regioni che hanno meno del 25% dei posti letto necessari.

Ma nemmeno questi numeri rendono giustizia all’eterogeneità regionale: il Centro va bene grazie a tre centri del Lazio, mentre sono 6 le Regioni che non hanno nessuna terapia intensiva pediatrica. Per una volta, la distribuzione è abbastanza uniforme lungo lo Stivale. Parliamo di Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Umbria, Molise, Basilicata e Sardegna. L’Abruzzo ha inaugurato la sua prima terapia intensiva pediatrica a inizio ottobre.  

La disparità di trattamento

Una recente indagine di SIMEUP, la Società Italiana di Medicina di Emergenza Urgenza Pediatrica, ha evidenziato una disparità di trattamento a livello territoriale.

Il lavoro ha coinvolto 252 ospedali in 16 Regioni (mancano i dati di Piemonte, Lombardia, Sicilia e nelle Province autonome di Bolzano e Trento) e ha mostrato come al Sud e nelle Isole siano disapplicate le linee di indirizzo sul triage ospedaliero che 4 anni fa avevano previsto il passaggio da 4 a 5 colori e spazi per bambini separati da quelli degli adulti. 

Sarebbe necessaria una legge nazionale che preveda l’assistenza pediatrica da 0 a 18 anni in tutto il territorio nazionale

Dall’indagine emerge poi una forte disparità tra il Nord e il Sud e le isole. Sempre al Sud solo il 35% degli ospedali ha attivato le Osservazioni Brevi Pediatriche (OBIP) che riguardano casi in cui il bambino deve essere tenuto in osservazione per breve tempo senza necessità di ricovero.

E ancora: il Mezzogiorno resta penalizzato per presenza di posti letto in Terapia Intensiva Pediatrica. 

Altro aspetto che genera disuguaglianze nel nostro Paese è che solo il 20% dei Pronto Soccorso Pediatrici e dei reparti di Pediatria accoglie ragazzi sino a 18 anni; in molti casi dopo i 14 anni si finisce insieme agli adulti

“Va ribadito che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’età pediatrica va da 0 a 18 anni: è un diritto essere curati dal pediatra fino a 18 anni non solo nel Pronto Soccorso, ma in tutte le situazioni – afferma la presidente SIMEUP Stefania Zampogna – Nei Pronto Soccorso, in particolare, giungono adolescenti con patologie croniche che possono riacutizzarsi, o con bisogni speciali, o con più patologie croniche, o pazienti che sono già in terapia perché affetti da problemi di varia natura, per esempio endocrinologica o dermatologica, e per i quali è necessario gestire al meglio la cosiddetta fase di transizione dall’età pediatrica a quella adulta”. 

Le leggi per migliorare la qualità delle cure erogate in emergenza urgenza pediatrica ci sono, ma sono disapplicate

Il pediatra è la figura più adatta per gestire al meglio tutte queste situazioni, essendo specificatamente formato sui bisogni di salute del bambino e dell’adolescente.

“Il fatto di “essere sguarniti” dipende anche dalle scelte delle singole aziende sanitarie: scegliere di prendere in carico i minori solo fino a 14 anni è una questione di visione manageriale, di budget, di  obiettivi, su cui non si può incidere – prosegue Zampogna -. Per questo sarebbe necessaria una legge nazionale che preveda l’assistenza pediatrica da 0 a 18 anni in tutto il territorio nazionale. Ovviamente poi bisogna dotare gli ospedali delle risorse economiche e professionali per farlo”.

Secondo la presidente SIMEUP, “la nostra indagine ci conferma che purtroppo ancora oggi la qualità delle cure erogate e, in taluni casi, persino la sopravvivenza di un bambino che accede in Pronto Soccorso in condizioni critiche, può dipendere dalla Regione in cui si ha la fortuna o la sfortuna di vivere. Ancora oggi, quando si parla di emergenza urgenza, il nostro Paese appare diviso, con differenze che in un decennio non si sono accorciate tra il Nord e il Sud. Quello che lascia davvero perplessi è che gli strumenti legislativi per migliorare la qualità complessiva delle cure erogate in emergenza urgenza pediatrica e per ridurre le disuguaglianze ci sono. Però sono disapplicati”.  

Il riferimento è all’accordo Stato-Regioni 248 del 2017 che avrebbe dovuto aprire la strada al potenziamento dell’emergenza urgenza-pediatrica, e a quello siglato il 1° agosto 2019, che avrebbe dovuto ridisegnare l’organizzazione dei Pronto Soccorso e delle Osservazioni Brevi pediatriche. “A questo punto la domanda va girata al Governo – afferma Zampogna -: cosa intende fare per far sì che queste misure vengano applicate?”

Nicola Barni è il nuovo Presidente di Confindustria Dispositivi Medici

Nicola Barni è il nuovo Presidente di Confindustria Dispositivi Medici. L’assemblea della federazione che rappresenta le imprese che forniscono dispositivi medici ha eletto Barni all’unanimità.

“È un privilegio rappresentare un’industria che crea soluzioni per migliorare l’offerta di cura ai cittadini, un’industria strategica, uno dei settori con la maggiore potenzialità di sviluppo e che contribuisce fortemente all’economia del nostro Paese – ha dichiarato il neopresidente Nicola Barni -. Stiamo attraversando un momento cruciale per i sistemi sanitari europei, e quello italiano in particolare, in cui bisogna rispondere a un fabbisogno di salute che sta cambiando profondamente, mettendo a nudo le fragilità strutturali e le contraddizioni accumulatesi nello scorso decennio.

Con i vicepresidenti, vogliamo ridisegnare la Sanità del futuro, incentivando nuovi modelli di assistenza per garantire la continuità delle cure e riducendo diseguaglianze regionali

Insieme alla squadra di vicepresidenti vogliamo cogliere questa come l’opportunità per contribuire a ridisegnare la Sanità del futuro, incentivando lo sviluppo di nuovi modelli di assistenza sanitaria, che considerino il contributo delle più moderne tecnologie e che garantiscano realmente la continuità delle cure tra ospedale, territorio e domicilio, colmando anche il divario fra le regioni e riducendo quindi le diseguaglianze nell’accesso alle cure. La strada è ancora lunga – ha continuato il Presidente Barni -, ma attraverso una forte collaborazione tra industria e istituzioni e una proposta concreta per una nuova Governance dei dispositivi medici, sono convinto che non ci sia sfida che non possa essere vinta per favorire la sostenibilità del sistema e al tempo stesso valorizzare l’utilizzo delle tecnologie mediche per sostenere ogni percorso di cura del paziente”.

Insieme per disegnare la Sanità del Futuro è il nuovo programma della Presidenza Barni che prevede, tra i punti cardine: superamento del payback e nuova governance dei dispositivi medici; piano di sviluppo e attrattività industriale; esecuzione sostenibile dei nuovi regolamenti; sinergia con società scientifiche e associazioni dei pazienti; etica, trasparenza e impegno sociale; istituzione di un comitato permanente per il PNRR.

Classe 1976, Nicola Barni è laureato in Economia all’Università degli Studi di Brescia e ha conseguito un MBA alla MIB School of Management di Trieste. Nel 2018, dopo una lunga esperienza presso realtà internazionali come J&J, Hospira e BD, arriva in Hollister Incorporated dove riveste il ruolo di General Manager & Managing Director.

Dopo aver ricoperto l’incarico di Presidente dell’associazione Biomedicali, ricoprirà il ruolo di Presidente Confindustria Dispositivi Medici con una rinnovata squadra di vicepresidenti: Aniello Aliberti (Technix) con delega allo Sviluppo Industriale; Giorgio Benigni (Becton Dickinson Italia) con delega a finanza e affari legali; Mirella Bistocchi (Starkey Italy) con delega all’etica e all’impegno sociale; Anna Citarrella (Johnson & Johnson Medical) con delega a comunicazione e affari istituzionali; Laura Gillio Meina (Boston Scientific) con delega alla trasformazione digitale e sostenibilità; Luigi Mazzei (Edwards Lifesciences Italia) con delega al centro studi; Livio Zingarelli (Philips) con delega a persone, organizzazione e sviluppo associativo.

Vorrei ringraziare Massimiliano Boggetti, presidente uscente, per l’immenso lavoro svolto in uno dei periodi più difficili per il nostro settore e per tutta l’Italia, un patrimonio importante e prezioso che non va disperso”, ha concluso il Presidente Nicola Barni.

Zaffini: «Spostare applicazione decreto tariffe e rivedere nomenclatore»

«Spostare di un paio di mesi l’applicazione del ‘decreto tariffe’, il cosiddetto nomenclatore con le tariffe dell’assistenza specialistica, ambulatoriale e protesica, e rivedere le tariffe. Rimane la necessità di rivedere periodicamente il nomenclatore per razionalizzare la spesa a beneficio dei nuovi LEA e delle nuove tariffe».

Così il senatore Francesco Zaffini (FdI), ai microfoni di TrendSanità, affronta uno dei temi più urgenti della sanità italiana, stretto tra necessità dei pazienti e dei portatori di disabilità, la sopravvivenza di aziende produttrici di ausili e protesi, i tanti ricorsi al TAR e le cause milionarie per lo Stato. Ma il presidente della Commissione Affari sociali, sanità e lavoro del Senato si sofferma anche sull’incognita payback per i dispositivi medici e sul fondo terapie avanzate.

Antidoti specifici per sanguinamenti potenzialmente fatali da NAO: quali modelli organizzativi?

I Nuovi Anticoagulanti Orali (NAO) rappresentano una categoria di medicinali utilizzati per prevenire ictus, embolia e fibrillazione atriale.

Sebbene si tratti di farmaci con ben documentati vantaggi, il loro utilizzo è correlato al rischio di sanguinamento spesso gestito in emergenza clinica.

Gli antidoti specifici rappresentano in questo contesto dei veri e propri salvavita ma molto spesso la loro gestione manca di un percorso chiaramente definito che consenta di affrontare in modo efficiente ed efficace le necessità di una condizione che, anche quando non è causata da eventi traumatici o accidentali, può costituire un’emergenza clinica potenzialmente fatale.

Come si prende in carico in maniera rapida ed efficace il paziente in terapia con NAO? Quali sono le figure professionali che devono intervenire e quali strumenti o normative sono necessari, sia a livello nazionale sia a livello regionale e locale? Come si costruisce un percorso in grado di rispondere tempestivamente alle esigenze di clinici e pazienti?

Ne parliamo con:

  • Paola Caporaletti
    Direttore Medicina e chirurgia d’accettazione e d’urgenza, Policlinico di Foggia
  • Antonella Caroli
    Servizio strategie e governo assistenza territoriale, Regione Puglia
  • Anna Lepore
    Responsabile Centro Antiveleni Puglia

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Ingegneria biomedica, gender equity e bioetica: affinità elettive per le innovazioni in sanità

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Combinare competenze ingegneristiche con una profonda comprensione della biologia umana è la base su cui si costruisce l’ingegneria biomedica: un settore complesso e articolato che sta evolvendo, insieme alla tecnologia e alla società, e una professione altamente specializzata che si occupa di applicare i princìpi dell’ingegneria per risolvere i problemi nel campo della medicina e della sanità.

L’ingegnere biomedico è un profilo professionale che nasce per ampliare l’interazione uomo-macchina e corpo-tecnologia attraverso competenze che permettono di tradurre le funzioni del corpo umano in informazioni utili al medico o al paziente stesso, ed effettuare diagnosi, cura, terapia, ma anche per fare prevenzione”, spiega Manuela Appendino, ingegnere biomedico, bioeticista, coordinatore della Commissione clinica-biomedica dell’Ordine degli Ingegneri di Torino e Presidente di WeWomEngineers, web Community europea di giovani ingegneri biomedici.

“In sanità”, continua Appendino, “è riconosciuto maggiormente con il ruolo di ingegnere clinico per ciò che riguarda la gestione delle apparecchiature all’interno delle strutture ospedaliere; in realtà non si esaurisce in quel contesto, ma è presente nelle sale operatorie a supporto diretto di medici, negli ambulatori per effettuare follow-up, nel controllo di dispositivi medici, può anche intervenire per analizzare problematiche tecniche su dispositivi impiantabili attivi, fa formazione ai professionisti sanitari in merito alle caratteristiche di una specifica tecnologia, fa ricerca e sviluppo per nuovi device, inclusi i software come Medical Devices (SaMD)”.

L’ecosistema medico sanitario viaggia sempre di più verso la digitalizzazione e le interfacce tecnologiche di medical devices che tendono ad essere sempre più complesse: quali competenze quindi sono fondamentali per gli ingegneri biomedici?

Gli scenari digitali ci impongono una grande riflessione: cosa significa essere competenti oggi? I cambiamenti sono già in corso, tuttavia dovrebbe essere ampliata la prospettiva di partecipazione al processo di cambiamento, diminuendo quel potenziale mismatch che si verifica nel momento in cui la curva di innovazione segue un andamento veloce nella sua evoluzione, ma non è accompagnata allo stesso modo dall’evoluzione professionale. La figura dell’ingegnere biomedico si interseca con la complessità non solo dell’essere umano che si evolve, ma che invecchia e diventa pluri patologico. L’evoluzione della malattia e l’invecchiamento medio della popolazione nella società ci impone un ripensamento delle competenze realmente utili, che differiscono dall’innovazione momentanea, ma che devono trovare spazio nella velocità con cui sta cambiando la società.

Combinare competenze ingegneristiche con una profonda comprensione della biologia umana è la base su cui si costruisce l’ingegneria biomedica

Al contempo non bisogna perdere lo sguardo verso l’etica e il codice deontologico: due dimensioni umanistiche che rendono unico il professionista in grado di garantire la qualità della tecnologia e il suo specifico utilizzo. Non sempre l’evoluzione tecnologica porta con sé un equilibrio positivo e inclusivo, talvolta ci si rende conto di quanto sia limitante considerare un dispositivo medico adatto solo a determinati target di pazienti. Qui entra in gioco la complessità professionale al servizio dell’innovazione sanitaria digitale.

L’inclusione nell’ambito delle tecnologie e nella progettazione dei dispositivi medici da parte della figura del biomedico è parte fondamentale anche della medicina di precisione e della medicina personalizzata. Cosa ne pensa?

Se paziente significa persona, se medicina di precisione significa curare unicamente un soggetto nelle sue peculiarità, dobbiamo necessariamente considerare il fatto che siamo diversi non solo nel sesso biologico, ma nei comportamenti, nella provenienza, nel genere e nell’economia. Siamo diversi e in questa diversità il professionista deve porsi come un attore che fa domande, costituisce parametri e determina, per quanto possibile, soluzioni che siano a ‘misura’ del target considerato. Se normalmente considerassimo un genere solo, senza dire quale, potremmo essere sicuri di aver considerato tutte le variabili possibili nel concorrere verso una progettazione per la persona?

Tra i bisogni delle organizzazioni sanitarie e anche in funzione delle nuove tecnologie si delinea il ruolo della bioetica: qual è il valore che attribuisce a questo campo?

La bioetica ha un fascino incredibile. Attraverso la riflessione e la discussione si attua la relazione tra persona e società rispetto alle molteplici variabili e agli scenari. Pone la persona rispetto alla sua autenticità al grado di autodeterminazione nella società, ma non ci chiediamo mai come possiamo autodeterminarci come professionisti, chi dovrebbe definire il confine tra la tecnologia e l’uomo e se tale confine potrebbe potenzialmente diventare pericoloso.

Il nostro sistema sanitario nazionale necessita di interdisciplinarità anche per definire i confini di sicurezza ed efficienza, oltre che i percorsi veri e propri di cura

Quando la velocità evolutiva di una tecnologia si fa spazio velocemente nel mercato, la società, nonostante le figure professionali presenti, non è detto che sia pronta a rispondere nell’immediato. Ecco perché il nostro sistema sanitario nazionale necessita di interdisciplinarità anche nella selezione delle tecnologie complesse per definire i confini di sicurezza ed efficienza, oltre che i percorsi veri e propri di cura. 

L’ONU mette la gender equity tra gli obiettivi mondiali di miglioramento del pianeta e della società: cosa può fare la gender equity nell’ambito della Ricerca & Sviluppo? Esistono esempi concreti di gender equity in R&S?

Questo obiettivo nasce dalla mappatura di situazioni costantemente discriminanti verso il genere femminile. Le donne necessitano delle stesse possibilità di accesso alla società, ma non solo, delle stesse possibilità di accesso a cure, alle strutture ospedaliere, della stessa attenzione, della stessa presa in carico, questo anche in ottica di definizione realistica di medicina di precisione e di equità anche nella medicina di precisione.

La gender equity può portare i suoi prìncipi all’interno della ricerca e sviluppo di medical devices per utenti donne perché dichiarerebbe la volontà di percorrere nuove strade per la salute, determinare nuove informazioni di campo, sviluppare una tecnologia aderente alle esigenze delle pazienti donne. Esiste oggi un mercato internazionale che si occupa esclusivamente di dispositivi indossabili e altre tech di monitoraggio per l’assistenza sanitaria pelvica e uterina, il benessere delle donne, la salute mentale, la cura della menopausa e l’assistenza sanitaria generale.  Esistono dispositivi per il monitoraggio fetale e materno per strutture ospedaliere e a domicilio, dispositivi di screening per il tumore cervicale.

L’ingegneria per la salute delle donne va potenziata per offrire maggiore supporto alla clinica e alla diagnostica, oltre che alla cura e al monitoraggio della salute a domicilio

Tuttavia, sino ad oggi, anche la salute delle donne in quanto tale è stata sottoposta a pregiudizi di genere, i quali hanno influenzato progettazione, test, studi clinici, l’iter per l’approvazione normativa e l’uso clinico intrinseco dei dispositivi medici. Siamo certi che sul versante progettuale i professionisti quali progettisti e certificatori siano una concausa di errata interpretazione e impostazione tecnica, determinando forme di disattenzione quali la non considerazione di informazioni specifiche di genere, oltre che di etnia, identificazione geografica, livello di istruzione, stile di vita.

L’errore che deriva dal pregiudizio quanto incide sulla qualità del lavoro? E quanto può essere complesso determinare e descrivere rischi ed errori potenzialmente associati?

Se la gender equity si trasformasse in questione etico-morale probabilmente si riuscirebbero ad associare “comportamenti” sistematici e identificare in quale fase del processo non viene applicato un approccio equo circa la creazione di tecnologie dedicate. Avremmo necessità di team tecnico-umanistici dove la compresenza di ingegneri, bioeticisti e filosofi possa affrontare il tema della tecnologia al femminile anche su questi aspetti, comprendendo il potenziale tipo di danno che può essere causato dalla concatenazione di molteplici azioni.

L’approccio al genere nel settore ingegneristico in generale è ancora poco conosciuto perché non vi è cultura e sensibilizzazione in merito, e vale più che mai per tutto lo sviluppo di nuovi dispositivi medici per il futuro. La salute della donna va approfondita, l’ingegneria per la salute delle donne va potenziata per offrire maggiore supporto alla clinica e alla diagnostica, oltre che alla cura e al monitoraggio della salute anche a domicilio.

Ampliare la declinazione dell’inclusività, in termini di soddisfazione e intercettazione dei bisogni di salute è la sfida che WeWomEngineers ha accolto e che sta perseguendo in collaborazione con altre Associazioni femminili italiane. Qual è il lavoro che sta facendo WeWomEngineers, l’Associazione che presiede?

Il percorso intrapreso dall’Associazione WeWomEngineers per portare l’inclusione nella tecnologia nel settembre scorso ha fatto tappa a Sarajevo alla Conferenza Congiunta MEDICON & CMBEBIH. Questa milestone è il frutto concreto del lavoro multidisciplinare volto a portare le differenze di genere, di etnia e di contesto socio-ambientale nella progettazione di dispositivi medici.

La sostenibilità ambientale passa attraverso la sostenibilità sociale e collettiva, soprattutto quando si parla di salute gender riferita

La partecipazione di WeWomEngineers alla Conferenza di Sarajevo ha rappresentato un passo significativo, aprendo una prospettiva che si estende dal lavoro svolto in Italia al futuro all’estero. Un passo che non rappresenta ciò che teniamo tra le mani oggi, ma piuttosto il risultato di un’esperienza condivisa nel 2023. Abbiamo portato avanti delle riflessioni comuni che meritano attenzione, soprattutto quando si tratta di vera inclusione nella sanità. Abbiamo riflettuto sulle norme e sui limiti che, spesso, ci poniamo da soli nell’approccio alle nuove tecnologie.

La Conferenza Congiunta MEDICON & CMBEBIH ha affrontato differenti focus, tra i quali la trasformazione digitale e la sostenibilità delle cure e dei trattamenti in capo alle istituzioni sanitarie, soprattutto per quei contesti dove le risorse sono già di per sé limitate e dove è necessario applicare conoscenza e competenza per curare sempre più persone in un’ottica di riduzione dei costi e promuovendo la sostenibilità ambientale. La sostenibilità ambientale però passa attraverso la sostenibilità sociale e collettiva, attraverso una fortissima sensibilizzazione su questi temi soprattutto quando si parla di salute gender riferita. È necessario aumentare le condizioni per cui sia possibile incentivare la collaborazione tra governi, il settore imprese e le parti interessate incluse le associazioni di pazienti.

Quinta indagine nazionale sullo stato di attuazione delle reti oncologiche regionali

AGENAS ha presentato gli esiti della quinta indagine nazionale sullo stato di attuazione delle Reti Oncologiche Regionali, condotta nel 2023 analizzando i risultati del monitoraggio rispetto all’anno 2022. Il monitoraggio è stato eseguito sulla base del questionario – disponibile online sul sito istituzionale AGENAS e auto dichiarato da Regioni e P.A – nonché da una serie di indicatori riguardanti le sette patologie oncologiche maggiori (mammella, colon, retto, polmone, prostata, ovaio ed utero) riferiti all’anno 2022 e relativi a:

  • Presa in Carico da Strutture della Rete, rappresentante la percentuale dei ricoveri di pazienti residenti con diagnosi per cancro in strutture della R.O.R., con distinzione per patologia;
  • Indice di Fuga Fuori Regione/P.A., rappresentante la percentuale di ricoveri di pazienti presso struttura della R.O.R. fuori la rispettiva Regione /P.A. di residenza.
  • Tempi di Attesa rappresentante la percentuale di ricoveri in strutture della R.O.R. entro 30 giorni dalla data di prenotazione, con distinzione per patologia.

La rilevazione rientra nell’ambito degli adempimenti dell’Osservatorio per il monitoraggio delle Reti Oncologiche Regionali (ROR) istituito presso AGENAS e previsto dall’Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2019 sul documento recante “Revisione delle Linee di indirizzo organizzative e delle raccomandazioni per la Rete Oncologica, che integra l’attività ospedaliera per acuti e post acuti con l’attività territoriale”.

L’analisi dei singoli indicatori sottolinea come siano presenti Regioni totalmente performanti anche in accordo con la loro organizzazione/governance di rete (Toscana, Emilia-Romagna, Piemonte/Valle d’Aosta, Veneto e Liguria) ed altre in cui il raggiungimento della performance di esito è legato maggiormente alla produttività di singoli centri che avocano a sé elevata capacità produttiva e soddisfacimento della domanda interna ed esterna alla rete ma, dunque, con la necessità di implementare un’efficace sistema di rete (Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Lazio).

Da osservare, inoltre, il progresso di alcune Regioni/PA (Campania, Puglia, Sicilia, Marche, PA di Trento e PA di Bolzano) che essendo partite da una riorganizzazione della rete stanno mostrando un crescente impatto favorevole sugli esiti. Infine, rimangono da supportare nella definizione della rete e nella sua successiva crescita le Regioni (Calabria, Molise, Sardegna, Umbria, Basilicata e Abruzzo) in cui appare evidente dalla mobilità, dall’indice di fuga e dalla scarsa risposta al soddisfacimento della domanda dei pazienti residenti in Regione, l’inefficacia dei processi di base della rete.

Il Rapporto presenta approfondimenti – dettagli disponibili sul portale statico AGENAS -, che contribuiscono all’analisi sullo stato di attuazione della Rete in termini di capacità produttiva riferita all’attività chirurgica, di mobilità e spesa, oltre che di prossimità delle prestazioni erogate nella Rete riferita alle attività ambulatoriali di chemioterapia e radioterapia. L’Agenzia, inoltre, attraverso le due dimensioni suddette (questionario e indicatori), ha definito un Indice Sintetico Complessivo di valutazione (ISCO).

Confronto capacità produttiva delle ROR anno 2019 – anno 2022

I risultati del 7° Rapporto OSSFOR

Il 12 dicembre è stato presentato il 7° Rapporto OSSFOR, che offre una panoramica aggiornata del mondo delle malattie rare e dei farmaci orfani.

Realizzato in collaborazione con importanti esperti del settore, contiene un approfondimento dedicato alla normativa che regolamenta il settore, illustra i processi e le tempistiche dei percorsi autorizzativi dei farmaci orfani, approfondisce i consumi e la spesa regionale e raccoglie una fotografia delle sperimentazioni in corso nel mondo con un focus dedicato all’Italia.

TrendSanità ha parlato dei principali risultati emersi con Francesco Macchia, Coordinatore dell’Osservatorio Farmaci Orfani