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Sanità digitale: Commissione europea e OMS insieme per rafforzare la sicurezza sanitaria globale

La Commissione europea e l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) hanno annunciato l’avvio di uno storico partenariato per la sanità digitale.

Nel giugno 2023, l’OMS adotterà il sistema di certificazione COVID-19 digitale dell’Unione europea (UE) per istituire un sistema globale che contribuirà ad agevolare la mobilità a livello mondiale e a proteggere la popolazione dalle minacce sanitarie attuali e future. Si tratta del primo elemento costitutivo della rete globale di certificazione sanitaria digitale dell’OMS, che svilupperà un’ampia gamma di prodotti digitali per garantire a tutti una migliore salute.

L’iniziativa, basata sulla strategia globale dell’UE in materia di salute e sulla strategia globale degli Stati membri dell’OMS in materia di sanità digitale, fa seguito all’accordo del 2 dicembre 2022 firmato dalla Commissaria Kyriakides e dal direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, volto a consolidare la cooperazione strategica sulle questioni sanitarie globali. In questo modo si rafforza ulteriormente un solido sistema multilaterale imperniato sull’OMS, alimentato in maniera forte dall’Europa.

Il partenariato prevede una stretta collaborazione nello sviluppo, nella gestione e nell’implementazione del sistema dell’OMS, beneficiando dell’ampia competenza tecnica della Commissione europea nel settore. Un primo passo consiste nel garantire che gli attuali certificati digitali dell’UE continuino a funzionare efficacemente.

Un sistema dell’OMS globale che si basa sul lavoro compiuto dall’UE

Uno degli elementi chiave dell’attività dell’Unione europea nella lotta alla pandemia di COVID-19 è stato il certificato COVID digitale. Per agevolare la libera circolazione al suo interno, l’UE ha rapidamente realizzato certificati COVID-19 interoperabili (denominati “certificati COVID digitali dell’UE” o “EU DCC”). Sulla base di tecnologie e standard open source, i certificati consentivano anche il collegamento di paesi terzi che rilasciano certificati conformi alle specifiche EU DCC, e si sono convertiti nella soluzione più utilizzata in tutto il mondo.

Dall’inizio della pandemia, l’OMS ha avviato un dialogo con tutte le sue regioni per definire linee guide generali per tali certificati. Per contribuire a rafforzare la preparazione sanitaria globale di fronte all’aumento delle minacce sanitarie, l’OMS sta istituendo una rete globale di certificazione sanitaria digitale fondata sulle solide basi del quadro, dei principi e delle tecnologie aperte dell’EU DCC. Grazie a questa collaborazione l’OMS agevolerà questo processo a livello globale nell’ambito della propria struttura con l’obiettivo di consentire al mondo di beneficiare della convergenza dei certificati digitali. Il processo comprende la definizione di norme e la convalida delle firme digitali per prevenire le frodi. In tale contesto l’OMS non avrà accesso ai dati personali, che continuerebbero a essere di esclusiva competenza dei governi.

Il primo elemento costitutivo del sistema globale dell’OMS sarà operativo nel giugno 2023 e dovrebbe essere progressivamente sviluppato nei prossimi mesi.

Un partenariato digitale a lungo termine per garantire a tutti una migliore salute

Per facilitare l’adozione dell’EU DCC da parte dell’OMS e contribuire al suo funzionamento e ulteriore sviluppo, la Commissione europea e l’OMS hanno convenuto di formare un partenariato nel settore della sanità digitale.

Questo partenariato si adopererà per sviluppare il sistema dell’OMS a livello tecnico con un approccio graduale per coprire ulteriori casi d’uso che potrebbero includere, ad esempio, la digitalizzazione del certificato internazionale di vaccinazione o profilassi. Ampliare tali soluzioni digitali sarà essenziale per garantire una migliore salute alla popolazione di tutto il mondo.

Questa cooperazione si basa sui valori e i principi condivisi della trasparenza e dell’apertura, dell’inclusività, della responsabilità, della protezione dei dati e della privacy, della sicurezza, della scalabilità a livello globale e dell’equità. La Commissione europea e l’OMS collaboreranno per incoraggiare la massima diffusione e partecipazione a livello globale. Particolare attenzione sarà prestata alle pari opportunità di partecipazione dei soggetti più bisognosi, ossia i paesi a basso e medio reddito.

Esposizione all’amianto, nella ricerca passi avanti importanti

Sebbene siano passati oltre 30 anni dalla legge che ha messo al bando l’amianto, in Italia sono molte le persone che, in alcune aree, continuano a morire a causa dell’esposizione al materiale. Uno studio dell’Istituto superiore di sanità uscito l’anno scorso ha messo in evidenza come, tra il 2010 e il 2016, in Italia ci siano stati circa 4.400 decessi all’anno dovuti all’esposizione ad amianto. Di questi, 1.515 sono persone decedute per mesotelioma maligno (più dell’80% dei mesoteliomi è causata dall’amianto), 58 per asbestosi (una malattia polmonare causata da inalazione di fibre di amianto), 2.830 per tumore polmonare e 16 per cancro ovarico.

“Oggi, a Casale Monferrato, muoiono ancora 30-40 persone ogni anno per mesotelioma”, ha evidenziato Diego Marchioro, sindacalista dell’Istituto Nazionale Confederale di Assistenza di Torino (Inca) della Cgil durante il seminario “Amianto, la sorveglianza sanitaria e la cura” che si è tenuto il 24 maggio a Torino.

Il mesotelioma pleurico maligno è una malattia rara (colpisce cioè meno di 6 persone ogni 100.000), eppure in alcune zone, come Casale Monferrato, ma anche Broni, in provincia di Pavia, l’incidenza è molto superiore. Entrambe le città sono state sede di industrie che lavoravano l’amianto, la cui inalazione è considerata uno dei principali fattori di rischio della malattia. “Il tempo dell’esposizione esterna e interna è diverso – ha ricordato Dario Mirabelli, epidemiologo già responsabile Registro dei mesoteliomi del Piemonte -. Quella esterna a un certo punto è cessata, mentre quella interna è continuata, seppur in modo invisibile, a volte per decenni”.

L’epidemiologo Dario Mirabelli

Il seminario torinese ha ripercorso le vicende di quegli anni, concentrandosi sul Piemonte e sulla Lombardia, e ha fatto il punto sulla ricerca e sulle terapie disponibili.

La raccolta dei dati

La legge spartiacque in Italia è la 257/92, una delle prime al mondo a vietare l’estrazione, l’importazione, l’esportazione, la commercializzazione e la produzione di amianto o di prodotti che lo contengono.

In conseguenza del boom edilizio degli anni ‘60, però, molto del nostro patrimonio edilizio contiene questo materiale. Nel 2020 sono stati stanziati 385 milioni di euro per la bonifica di edifici pubblici, in gran parte scuole e ospedali. La scadenza per l’esecuzione dei lavori è fissata per il 31 dicembre 2025.

Nello stesso anno sono stati messi sul tavolo altri 8 milioni per un’ulteriore mappatura degli edifici e per la digitalizzazione e la catalogazione degli atti sulle bonifiche.

A oggi non esiste una mappatura completa degli edifici che contengono amianto

A oggi, nonostante siano passati oltre 30 anni dalla legge, non esiste una mappatura completa e omogenea a livello nazionale degli edifici che contengono amianto.

Per quanto riguarda invece la salute, sono due gli strumenti con cui intercettare le persone che si sono ammalate per l’esposizione alle fibre di albesto: il Registro nazionale mesoteliomi (ReNaM) e la costruzione di un elenco di ex-esposti professionali realizzato a partire dagli archivi dell’Inail e dell’Inps. Purtroppo entrambi hanno dei limiti. Nel caso del ReNaM, sebbene la raccolta dei dati sia abbastanza capillare, alcuni Centri operativi regionali sono in difficoltà: “La Campania ha sospeso le attività, l’Abruzzo le ha appena riprese, l’Umbria è in difficoltà, mentre Calabria, Sardegna e Molise mostrano una capacità di rilevazione non sufficiente e la capacità di raccolta anamnestica è ridotta in Liguria, Lazio e Sicilia” è il quadro descritto da Enrica Migliore, epidemiologa e responsabile del Registro dei mesoteliomi del Piemonte.

Anche la costruzione dell’elenco degli ex-esposti non è esente da difetti: prima di tutto considera solo chi ha respirato amianto per motivi professionali e non chi lo ha fatto perché viveva in un’area contaminata. In secondo luogo, si basa sui lavoratori assunti presso aziende che hanno pagato il premio assicurativo per asbestosi. “Siamo convinti che questi numeri siano sottostimati – ha affermato Diego Marchioroe crediamo che i medici di medicina generale possano avere un ruolo fondamentale nell’intercettare i casi sospetti e indirizzarli presso i percorsi più adeguati”.

I filoni di ricerca

A lungo l’unica opzione terapeutica per il mesotelioma è stata la chemioterapia, che non ha mai prodotto risultati significativi.

Da qualche anno è disponibile anche in Italia un’immunoterapia combinata di ipilimumab e nivolumab, due checkpoint immunitari che hanno un’azione sinergica. “Purtroppo questa terapia, che ha mostrato vantaggi significativi, in Italia è rimborsata solo per i mesoteliomi non epitelioidi, che rappresentano circa il 25% – ha ricordato Federica Grosso, oncologa e responsabile della Struttura Mesotelioma dell’Asl di Alessandria – Nel caso degli epitelioidi, si stanno sperimentando combinazioni di chemio e immunoterapia”.

L’immunoterapia ha permesso di migliorare la sopravvivenza di 18 mesi e un miglioramento della qualità di vita dei pazienti

Nell’istologia più rara, l’immunoterapia ha permesso di migliorare la sopravvivenza di 18 mesi, a fronte di una mediana di 8,8 mesi della chemioterapia. Oltre a questo, è stato dimostrato anche un miglioramento della qualità di vita dei pazienti.

L’esperta ha poi ricordato come in questo settore sia fondamentale la collaborazione multidisciplinare tra professionisti, che comprenda anche la figura del case manager, che aiuta i clinici a gestire, tra le altre cose, i contatti dei pazienti con le associazioni. “Stiamo lavorando anche per migliorare la comunicazione con il paziente, perché avere una condivisione dei percorsi è l’aspetto che più di tutti migliora la qualità di cura”, ha aggiunto Grosso.

L’oncologa Federica Grosso

Un altro filone di ricerca promettente riguarda quello sul microbioma: “Mentre il microbiota è la popolazione di microrganismi che ci colonizza, il microbioma caratterizza le diverse specie di germi – ha esemplificato Laura Deborah Locati, oncologa dell’Università di Pavia e Irccs-Ics Maugeri di Pavia -. Abbiamo capito che la tipologia di microrganismo può influenzare la risposta immunitaria: quando un tumore si sviluppa significa che c’è stato un fallimento nell’immunosorveglianza”.

Un ulteriore passo in avanti è stato compiuto quando i ricercatori hanno capito che i microrganismi non colonizzano solo l’essere umano, ma anche il tumore: esiste quindi un microbiota del cancro. “Oggi siamo in grado di manipolare questo microbiota: l’obiettivo è interrompere questo processo infiammatorio prima che viri in cancro”.

L’intuizione è stata pensare che il microbioma possa variare nelle varie fasi della malattia: quello del soggetto sano è diverso da quello della persona esposta che differisce ancora da quello del paziente con il mesotelioma.

“Abbiamo risultati molto preliminari condotti su un piccolissimo gruppo di pazienti che testimoniano che le specie batteriche osservate mostrano differenze significative – ha continuato Locati -. Trattandosi di una malattia rara, i numeri sono piccoli: forse in futuro l’intelligenza artificiale potrà venirci in aiuto grazie ai digital twin, modelli di simulazione molto utilizzati dagli ingegneri e ancora poco in medicina”.

L’oncologa Laura Deborah Locati

Sebbene il principale fattore di rischio rimanga l’esposizione all’amianto, vi è anche una predisposizione genetica che può giocare un ruolo. “Da quello che abbiamo osservato, questa incide nel 10% dei casi circa”, ha affermato Irma Dianzani, professoressa di Patologia Generale all’Università del Piemonte Orientale, Al momento non è stato documentato se individui predisposti possano sviluppare il mesotelioma in assenza di esposizione all’amianto. Tutti i casi studiati sono stati esposti, seppur in modo sporadico, all’albesto.

“Guida all’applicazione del Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali”. La nuova pubblicazione del Garante Privacy

In occasione dei cinque anni dalla piena applicazione del GDPR, il Garante privacy lancia una nuova edizione della “Guida all’applicazione del Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali”.

La Guida si propone come un utile strumento di consultazione per chi opera in ambito pubblico e privato, un manuale agile, in particolare per le piccole e medie imprese, e offre una panoramica sui principali aspetti che imprese e soggetti pubblici devono tenere presenti per dare piena attuazione al Regolamento: dai diritti dell’interessato ai doveri dei titolari; dalla trasparenza sull’uso dei dati personali alla liceità del loro trattamento.

Specifica attenzione viene rivolta ai contenuti, ai tempi e modalità con cui il titolare deve: fornire l’informativa all’interessato; valutare le circostanze in cui il titolare deve notificare al Garante privacy, ed eventualmente agli interessati, la violazione di dati personali; provvedere alla designazione del Responsabile della protezione dei dati. Proprio il RPD è una delle novità introdotte dal Regolamento, una figura indipendente, autorevole e con competenze manageriali, che offre consulenza e supporto al titolare e funge da punto di contatto con il Garante.

Nella Guida, il Garante ricorda che con il GDPR la privacy da obbligo avvertito solo in maniera formale diventa parte integrante delle attività di un’organizzazione, che è tenuta al rispetto del principio di responsabilizzazione (“accountability”), in base al quale il titolare deve adottare comportamenti proattivi e attività dimostrabili, finalizzati al rispetto della normativa.

Ma il Regolamento Ue ha introdotto anche nuovi diritti riconosciuti alle persone, come quello di poter trasferire i propri dati da un titolare del trattamento a un altro, compresi i social network (“diritto alla portabilità”), o come il diritto all’oblio, cioè il diritto di non veder riproposte informazioni personali quando non sono più necessarie rispetto alle finalità per le quali sono state raccolte.

Un ulteriore approfondimento è dedicato agli strumenti legali che regolano il trasferimento dei dati personali in Paesi extra Ue.

La Guida contiene richiami puntuali alle Linee guida europee, oltre che rimandi alla legislazione nazionale e fornisce in ogni capitolo alcune utili raccomandazioni.

La pubblicazione è disponibile sul sito del Garante: www.gpdp.it.

Polizze sanitarie, 46% degli italiani propenso a valutarne l’acquisto

La maggioranza degli italiani conosce le polizze sanitarie integrative, e quasi la metà sta prendendo in considerazione l’idea di acquistarne una o potrebbe farlo in futuro: è quanto emerge dall’ultima ricerca dell’Osservatorio Sanità di UniSalute in collaborazione con Nomisma, che ha indagato la familiarità e la predisposizione degli italiani rispetto alle assicurazioni sanitarie.

Secondo il sondaggio, quasi sei italiani su dieci (58%) dichiarano di sapere perfettamente cosa siauna polizza sanitaria integrativa, mentre uno su tre (34%) dice di averne almeno sentito parlare, ma di non aver ben chiaro di cosa si tratti. Solo l’8% afferma di non saperne proprio nulla. Nonostante ciò, nel campione interrogato dalla ricerca ha già sottoscritto personalmente una assicurazione sanitaria appena il 9% degli intervistati.

Questa percentuale sembra però destinata ad aumentare: più di uno su cinque (21%), infatti, dice di star già prendendo in considerazione l’acquisto di una polizza di questo tipo, mentre uno su quattro (25%) afferma che potrebbe farlo in futuro, anche se ora non ne sente l’esigenza.  In un contesto in cui usufruire dei servizi sanitari risulta sempre più difficoltoso, quasi un italiano su due (46%) risulta dunque interessato alla possibilità di sottoscrivere un’assicurazione sanitaria integrativa.

Ma quali vantaggi potrebbero convincere chi non ha una polizza ad acquistarne una? Il bisogno che emerge è quello di potersi prendere cura al meglio della propria salute: accedere dunque a prestazioni specialistiche altrimenti troppo onerose (43%) e a prestazioni mediche ad un costo contenuto (36%), possibilmente in tempi ridotti (23%) e con l’offerta di coperture vicine alle proprie esigenze (28%).

Guardando invece a chi ha già una polizza, la ricerca UniSalute rileva come la maggioranza (51%) l’abbia sottoscritta in un’agenzia assicurativa o in un istituto bancario, mentre più raro è l’utilizzo di canali online come sito o app della compagna assicurativa (18%). Nel complesso, il livello di soddisfazione risulta elevato: si dichiara almeno soddisfatto l’88% degli intervistati in possesso di una polizza, con la semplicità e chiarezza della proposta (64%), la fiducia nella compagnia (60%) e la rapidità nei rimborsi (57%) tra i punti di forza indicati più frequentemente.

Salute e Agenda digitale: ecco Easy Hospital, app della Regione Emilia-Romagna per facilitare l’accesso ai servizi sanitari

La Regione Emilia-Romagna prosegue nello sviluppo dell’Agenda digitale. Lo fa puntando sui servizi essenziali, quelli più decisivi per i cittadini, sviluppando insieme all’IRCCS Policlinico di Sant’Orsola “Easy Hospital”Una applicazione per smartphone di cui oggi nei giorni scorsi è stata annunciata la sperimentazione presso l’ospedale bolognese.

Si tratta di una guida gratuita, sempre aggiornata, da tenere in tasca, che vuole accompagnare in maniera semplice i cittadini che si muovono negli spazi della cittadella universitaria. Uno spazio di oltre 1 Km, con 7 ettari di verde, 32 padiglioni di cui 23 dedicati a attività di assistenza e ricerca, 80 Unità Operative, circa 20mila persone tra utenti e visitatori. Una realtà vocata all’innovazione non solo nelle attività di cura, ma anche in ambito di assistenza e accoglienza.

Ad illustrarne modalità di funzionamento e servizi, gli assessori alle Politiche per la salute e all’Agenda digitale, Raffaele Donini e Paola Salomoni, insieme alla direttrice generale dell’IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna, Chiara Gibertoni. Presenti anche il direttore generale Risorse, Europa, innovazione e istituzioni della Regione, Francesco Raphael Frieri, e il direttore ICT dell’IRCCS Policlinico di Sant’Orsola, Luca Capitani.

Easy Hospital è uno dei cosiddetti “Servizi aumentati” previsti dall’Agenda digitale della Regione Emilia-Romagna per il quinquennio 2020-2025; l’applicazione non si limiterà agli ospedali, perché gli ambiti di applicazione sono potenzialmente molteplici: qualsiasi spazio che ospita servizi pubblici, infatti, può essere attrezzato per consentire l’attivazione della guida online, e l’idea della Regione è di spingere in tale direzione.

Come funziona la app

La app fornisce una ricerca libera, che consente di accedere a una mappa, localizzare pronto soccorso, reparti, parcheggi. Ma le potenzialità più avanzate si esprimono con la guida alla navigazione. Funziona così: il cittadino che abbia prenotato una prestazione presso l’ospedale tramite il CUP riceve un sms, con promemoria e un link. Cliccando sul collegamento, si apre l’applicazione, che gli indicherà la posizione dell’ambulatorio dove è atteso e il percorso più rapido per raggiungerlo a piedi.

Sullo schermo si aprirà una mappa che indica, in maniera dinamica, la propria posizione rispetto alla struttura ospedaliera grazie al gps dello smartphone. Non solo: per due padiglioni il percorso guidato continua anche all’interno della struttura, grazie alla tecnologia bluetooth, fino al raggiungimento della destinazione. Gli altri padiglioni saranno aggiunti una volta conclusa la sperimentazione.

A questo punto l’applicazione, nel caso in cui il paziente non abbia già pagato il ticket e non ne sia esente, suggerisce la cassa automatica più vicina, poi assegna il numero di accesso progressivo alla sala d’attesa, evitando la coda allo sportello di accettazione. Il paziente è pronto per essere condotto fino all’ambulatorio di destinazione della visita, mentre il suo numero di accettazione viene riportato nel monitor della lista pazienti in attesa. Il medico riceve l’informazione di conferma dell’accettazione del paziente e, quando è pronto, attiva la chiamata del paziente alla visita. Ad avvisare quest’ultimo non c’è solo la chiamata del monitor, ma anche un messaggio di conferma del proprio turno ricevuto su Easy Hospital.

Il tutto in maniera molto intuitiva e nel pieno rispetto dei vincoli di riservatezza: l’applicazione, infatti, non fa uso di dati personali o sanitari, né li registra. Nemmeno a Google o Apple vengono fornite tali informazioni.

Un altro aspetto fondamentale è che la guida visuale non è l’unica disponibile: esiste anche la possibilità di attivare una guida vocale che sostituisce in tutto e per tutto la mappa interattiva.

Easy Hospital è disponibile gratuitamente negli store per smartphone iOS e Android. Se oggi il software risponde a una precisa esigenza da parte di grandi strutture ospedaliere, il progetto della Regione è di acquisire competenze sufficienti a estendere queste tecnologie anche ad ambiti diversi quali la cultura (ad esempio una guida interattiva in un piccolo museo) o il turismo (in questo caso la app potrebbe guidare alla scoperta di borghi, centri storici o luoghi di interesse). Prerogativa fondamentale, la disponibilità dell’organizzazione non solo di implementarla, ma anche di aggiornarla in tempo reale.

Profilassi Pre-Esposizione (PrEP) a HIV-1, strumento efficace nel prevenire l’infezione

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L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) approva la rimborsabilità dei farmaci utilizzati per la Profilassi Pre-Esposizione a HIV-1 (PrEP) al fine di ridurre il rischio di infezione sessualmente trasmessa in adulti e adolescenti ad alto rischio. Si tratta di uno strumento aggiuntivo di prevenzione per le persone HIV-negative ed è una misura di notevole impatto sulla sanità pubblica.

Con Delibera del CdA n. 15 del 26 aprile 2023, AIFA ha, quindi, accolto la proposta avanzata dalla Sezione per la lotta contro l’AIDS del Comitato Tecnico Sanitario del Ministero della Salute, condividendone l’impostazione generale, i criteri di selezione dei pazienti e la strategia di presa in carico globale.

Con la Determina n. 349/2023 pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 18 maggio 2023 e in vigore dal giorno successivo, vengono regolamentati la rimborsabilità e prezzo, le condizioni e modalità di impiego e la classificazione ai fini della fornitura.

La nuova indicazione terapeutica ai fini della rimborsabilità è rappresentata dal medicinale Mylan Emtricitabina/Tenofovir Disoproxil.

Lo specialista infettivologo può prescrivere la terapia, subordinandola alla compilazione di una scheda di prescrizione che contiene i criteri di inclusione ed esclusione al trattamento e le principali caratteristiche del programma di presa in carico e monitoraggio. La distribuzione del trattamento avviene unicamente da parte delle farmacie ospedaliere.

Efficacia della PrEP

La profilassi pre-esposizione (PrEP) consiste nell’assunzione di una combinazione di farmaci antiretrovirali da parte di persone HIV-negative in caso di rapporti sessuali a rilevante rischio di trasmissione.

La PrEp si è dimostrata efficace nella prevenzione della trasmissione dell’infezione di HIV attraverso l’utilizzo dei farmaci tenofovir disoproxil/emtricitabina (TDF/FTC) assunti in maniera continuativa (quotidiana) o in prossimità dei rapporti sessuali (“on demand”). Lo schema posologico è comunque sempre una scelta del paziente in base alla sua vita sessuale e alle sue abitudini di vita.

TDF/FTC sono analoghi nucleosidici/nucleotidici che agiscono inibendo l’attività dell’enzima trascrittasi inversa di HIV, enzima che ha un ruolo fondamentale nella replica del virus.

I farmaci antiretrovirali potenzialmente utilizzabili nella PrEP sono stati selezionati al fine di rispettare requisiti di potenza, rapida attività antivirale, emivita plasmatica prolungata; inoltre, i farmaci utilizzati per prevenire la trasmissione sessuale di HIV devono essere in grado di diffondere nel compartimento vaginale e rettale, che rappresentano le principali porte di ingresso del virus.

Come dichiarato dalla Prof.ssa Daniela Francisci, Direttrice della Clinica di Malattie Infettive dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria della Misericordia di Perugia e Direttrice della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive e Tropicali dell’Università di Perugia, l’efficacia della PrEP nel prevenire il contagio è stata dimostrata sia in numerosi studi clinici controllati che nelle loro estensioni “aperte” o in altri studi osservazionali. Gli studi, condotti anche in Europa, dimostrano che l’efficacia della PrEP nel prevenire l’infezione da HIV è fortemente correlata con l’aderenza al trattamento e con l’inserimento in un contesto di follow-up clinico regolare. La letteratura riporta inoltre l’assenza di rilevanti problematiche di tossicità e di insorgenza di resistenze in seguito all’assunzione della PrEP.

La PrEP è rivolta a tutte le persone adulte (>18 anni), HIV-negative, senza esposizione recente nota ad HIV e ad alto rischio di acquisire infezione da HIV per via sessuale, in particolare:

  • Uomini che fanno sesso con uomini (MSM);
  • Donne transgender che fanno sesso con uomini (TGW);
  • Sex workers;
  • Uomini e donne eterosessuali;
  • Uomini o donne partners di persone HIV positive viremiche;
  • Chi pratica chemsex;
  • Persone con diagnosi di più di una Infezione sessualmente trasmissibile (IST) nell’ultimo periodo;
  • Chi utilizza sostanze d’abuso.

Le indicazioni alla PrEP sono comunque più estese rispetto agli esempi sopra riportati: qualsiasi persona a rischio di contrarre l’HIV è candidabile alla PrEP, non ci sono restrizioni definite alla prescrizione della stessa.

L’efficacia della PrEP, se assunta correttamente, è vicina al 100%

L’efficacia della PrEP, se assunta correttamente, ricorda la Prof.ssa Francisci, è vicina al 100%, per questo è importante che chi assume la PrEP sia seguito da uno specialista infettivologo per monitorare sia lo stato di infezione da HIV sia eventuali effetti collaterali, che tuttavia, come già scritto, si presentano raramente. È anche necessario che le persone che assumono PrEP vengano controllate per la presenza di altre infezioni sessualmente trasmissibili (IST). Per questo, chi desidera utilizzare la PrEP come metodo di prevenzione dell’HIV deve recarsi presso un centro clinico specializzato, effettuare alcuni esami (tra cui un test per l’HIV) e, nel caso che l’infettivologo verifichi che non sussistano problemi, ottenere una prescrizione.

Esistono formulazioni generiche dell’associazione TDF/FTC che garantiscono pari efficacia del farmaco “di marca” con un costo significativamente più basso.

È in corso la valutazione, da parte delle agenzie regolatorie EMA e AIFA, la possibile approvazione per la PrEP di farmaci antiretrovirali a lunga durata o “long-acting per via iniettiva che ne consentirebbero la somministrazione a cadenza mensile o bimestrale con innegabili vantaggi per la gestione del trattamento preventivo.

Presso la Clinica di Malattie Infettive di Perugia è attivo da circa due anni un ambulatorio PrEP, e sono circa 90 i soggetti seguiti con regolarità. Attualmente è l’unico ambulatorio PrEP operativo nella Regione Umbria.

La Prof.ssa Francisci sottolinea che la PrEP è un valido strumento di prevenzione che si affianca ad altre strategie, tra cui l’inizio tempestivo/immediato della terapia antiretrovirale nelle persone con recente diagnosi di infezione da HIV. La strategia del Test and Treat e Treatment as Prevention è molto importante perché oggi sappiamo che i soggetti che assumono con regolarità la terapia antiretrovirale e mantengono una viremia stabilmente negativa (almeno sei mesi), non trasmettono l’infezione ad altri individui. Quindi a un beneficio individuale (controllo della replica virale) si aggiunge un beneficio per la collettività (interruzione della catena di contagio). La sigla utilizzata in questo caso è U=U cioè Undetectable = Untransmittable.

Garantire l’accesso alla PrEP

ANLAIDS, rappresentata da Giulia Valeria Calvino, Vicepresidente dell’Associazione Nazionale per la lotta contro l’AIDS, gioca un ruolo fondamentale nella promozione dell’accesso alla PrEP per le persone che ne hanno bisogno. Anlaids si impegna attivamente nella diffusione di informazioni sul tema dell’HIV e della PrEP attraverso progetti scolastici, incontri, distribuzione di materiale informativo e corsi di formazione per operatori sanitari. L’obiettivo è sensibilizzare la comunità sull’importanza della PrEP come strumento di prevenzione dell’HIV e promuovere l’accesso equo e universale al trattamento.

L’Associazione collabora con istituzioni, organizzazioni non governative e altre parti interessate per promuovere politiche pubbliche volte a facilitare l’accesso alla PrEP. L’obiettivo è garantire che la PrEP sia disponibile gratuitamente o a costi accessibili per tutte le persone a rischio di contrarre l’HIV.

Anlaids fa da sempre informazione sulle tematiche relative alla prevenzione dell’infezione da HIV; in particolare è attiva negli Istituti scolastici superiori, dove esiste un Progetto Scuola da più di 20 anni, ma anche tra la popolazione generale, con incontri, distribuzione di materiale informativo, corsi di formazione rivolti alle professioni sanitarie e non. Anche la PrEP è un argomento sul quale si fa informazione e sensibilizzazione. Inoltre Anlaids, insieme ad altre Associazioni italiane di lotta all’HIV/AIDS e ad esperti professionisti del settore, fa parte del Comitato Tecnico Sanitario presso il Ministero della Salute che, oltre ad avere l’importante compito di stendere le linee guida per il trattamento antiretrovirale e il Piano Nazionale AIDS, ha anche la funzione di esprimere pareri e di portare eventuali criticità all’attenzione delle Istituzioni. All’interno di questo tavolo ha partecipato alla stesura di linee guida sull’utilizzo della PrEP e fatto lobbying per sollecitare le istituzioni preposte.

La PrEP è uno strumento utile ed efficace quanto il profilattico per prevenire l’infezione da HIV

La PrEP è uno strumento utile ed efficace quanto il profilattico per prevenire l’infezione da HIV. Giulia Valeria Calvino ricorda “a chi obietta che la PrEP non previene le altre infezioni sessualmente trasmissibili (IST), si risponde che è vero, però dato che deve essere prescritta da uno specialista infettivologo, prevede un vero e proprio percorso, nel corso del quale vengono anche prescritti periodicamente esami relativi alle altre IST. Quindi, chi è in PrEP è spesso molto più controllato di chi deve ricordarsi autonomamente di fare determinati controlli. Sarebbe un’ulteriore conquista se gli esami di controllo del percorso PrEP venissero anch’essi sostenuti dal SSN, cosa che a oggi avviene solo in qualche Regione”.

Prosegue affermando che desta qualche perplessità il fatto che la delibera Aifa parli di distribuzione presso le farmacie ospedaliere: “potrebbe essere un ostacolo per questioni di distanza, di orari, di scomodità generale, rispetto al poter ritirare il farmaco presso una farmacia prescelta. Questa organizzazione è però in capo alle Regioni, che dovranno regolare e pianificare la distribuzione e sarà auspicabile che possano coinvolgere anche le farmacie del territorio, dove peraltro il farmaco è ancora ordinabile, ma a proprie spese”.

Gli ostacoli per un accesso adeguato alla PrEP possono essere di natura pratica

Gli ostacoli per un accesso adeguato alla PrEP possono essere di natura pratica: non in tutti gli ospedali dove c’è un reparto di malattie infettive sono attivi ambulatori PrEP. Questo dipende da tanti fattori, principalmente dalla disponibilità sempre più limitata di personale e risorse, ma anche, a volte, da pregiudizi da parte di chi dovrebbe e potrebbe organizzarli. E da tali pregiudizi derivano anche altri ostacoli: paura del giudizio e dello stigma.

Giulia Valeria Calvino sottolinea che la sessualità non è un argomento che nel nostro Paese si affronta in maniera “tranquilla”: basti pensare che l’educazione sessuale non compare ancora nei programmi scolastici. Decidere di usare un farmaco per prevenire l’infezione da Hiv invece di usare il profilattico, a volte non è visto come una libera e legittima scelta, ma come un qualcosa di sbagliato, come peraltro il sesso fatto al di fuori della coppia stabile. “Non si tiene conto del fatto che 40 anni di Hiv ci hanno insegnato che ci sono persone che, per vari e molteplici motivi, non usano il profilattico (o non lo usano sempre) e che la PrEP evita un’infezione che, tra l’altro, comporta una spesa non indifferente per il Servizio Sanitario Nazionale, dato che, allo stato attuale delle conoscenze, chi è HIV positivo deve fare la terapia a vita.  Rimuovere tali ostacoli implica un cambiamento a 360° del modo di vivere e percepire la sessualità, ma, in attesa di tale cambiamento, anche far uscire la PrEP dagli ospedali può aiutare, utilizzando centri “community based” come i Checkpoint, dove la relazione con l’utente è gestita da operatori pari”.

Combattere lo stigma contro le persone con HIV

Fin dalla sua fondazione, nel 1985, Anlaids ha combattuto sempre con lo stigma nei confronti delle persone HIV positive. Ricordiamo solo la famosa foto del prof. Fernando Aiuti che bacia Rosaria Iardino, HIV positiva, che al tempo fece scalpore e che ancora oggi gira sui media. Negli anni Anlaids ha sempre preso una decisa posizione contro l’isolamento e la discriminazione nei confronti delle persone che vivono con HIV.

Spiega la Vicepresidente di Anlaids. “Ancora oggi riceviamo telefonate di persone che vengono stigmatizzate e discriminate: la persona HIV positiva ricoverata in ospedale per altri motivi cui viene posto un segno sul letto, la persona presa in considerazione per un lavoro che poi, alla scoperta del suo status non gli viene più dato. Storie di ignoranza e sierofobia che nel 2023 speravamo fossero obsolete”.

Una persona HIV positiva che, grazie alle terapie raggiunge la non rilevabilità della carica virale, non può trasmettere il virus

Importanti studi scientifici hanno dimostrato come una persona HIV positiva che, grazie alle terapie raggiunge la non rilevabilità della carica virale, non può trasmettere il virus. Questa evidenza è meglio nota come U=U (Undetectable = Untrasmittable, ovvero Non rilevabile=Non trasmissibile), come ricordato già dalla Prof.ssa Francisci.

Giulia Valeria Calvino ricorda che “la PrEP è ovviamente per le persone che non hanno l’HIV, ma riteniamo che eliminando quell’aura di trasgressione e di giudizio che da sempre accompagna questo virus, derubricandolo a una semplice infezione che si può prevenire, si possano aiutare anche quelle persone che decidono di fare delle scelte consapevoli riguardo alla propria sessualità” . Con la speranza, infine, “che si trovi la Cura definitiva e che noi possiamo chiudere l’Associazione e dedicarci ad altre battaglie”.

Greco (Assobiotec): “Imparare ad attrarre investimenti dall’estero”

In occasione dell’Assemblea pubblica di Assobiotec, dove è stato presentato il Biotech Journey necessario per portare un’idea innovativa in ambito biotecnologico dal laboratorio al mercato, il presidente Fabrizio Greco ha illustrato la rotta che l’associazione intende seguire nel prossimo futuro. TrendSanità lo ha intervistato per approfondire alcuni aspetti. Ecco cosa ci ha detto.

Dottor Greco, recentemente al Mind di Milano è stato presentato il Manifesto con sei leve strategiche – governance dell’innovazione nel Life Sciences, Regole certe per l’ecosistema LS, Un’autostrada tra ricerca accademica e industria, Brevetto come motore fondante dell’economia e tutela dell’uso dell’innovazione, Incentivazione partnership, Creazione sportello Italia Life Sciences – per il rilancio delle life science italiane. Ci sono tra queste leve alcune che ritiene valide anche per le aziende che lei rappresenta?

La ricerca e l’accesso sono fondamentali

La ricerca e l’accesso sono fondamentali. Se non abbiamo capacità di sviluppare le idee, difficilmente quelle idee diventeranno soluzioni. Una volta che le soluzioni ci sono, tutti coloro che ne hanno bisogno devono potervi avere accesso. Ecco il punto in cui si crea quel ciclo virtuoso: quando quello che il ricercatore ha pensato è diventato realtà e ha avuto impatto sulle persone si stimolano altri a percorrere la stessa strada. Se la ricerca rimane solo una pubblicazione scientifica, invece…

Quindi dei sei punti del Manifesto, i più rilevanti per il biotech italiano possiamo dire siano la ricerca traslazionale e il brevetto come valore sostanziale dell’innovazione…

Il brevetto è l’elemento che consente di giustificare gli sforzi necessari per far diventare un’idea in una soluzione. Se non si può avere un ritorno dallo sviluppo di un’idea, difficilmente si riuscirà a convincere altri soggetti a nuovi sviluppi. Questa è una delle prospettive che necessitano di una regia. Se si guarda solo a un pezzetto del percorso fra idea e prodotto finale si rischia di vedere solo quel pezzetto.

A proposito di pezzetti. Sin dalla nascita di Assobiotec, ormai quasi quarant’anni fa, una delle criticità lamentate dal comparto è sempre stato il campanilismo dei diversi soggetti che si occupano di biotecnologie. Regioni, parchi scientifici, aggregazioni di operatori varie hanno cercato di fare del proprio meglio, ma da soli, per mettere in vetrina le proprie eccellenze e attirare investimenti e supporti, nazionali e internazionali. Qual è la situazione oggi?

Il nostro comparto cresce molto, ma partiamo da una base molto bassa

Il nostro comparto cresce molto. Ma il problema di fondo è che partiamo da una base molto bassa. Quindi in valore assoluto siamo ancora un fanalino di coda. Abbiamo cominciato un percorso di recupero del terreno perduto. Gli altri intanto continuano ad andare avanti. Dobbiamo essere consci che abbiamo fatto ripartire alcune attività, ma il pregresso ci condiziona. Per questo dobbiamo accelerare e non possiamo più permetterci di lasciare alcuni aspetti scoperti.

Nel percorso che abbiamo individuato, la formazione e la ricerca sono il punto di partenza senza il quale non potremo essere protagonisti della scena.

Per quanto riguarda le risorse, il Pnrr ci può aiutare a superare alcuni ostacoli come il trasferimento tecnologico e la ricerca di base. In questo mondo i capitali per le buone idee sono più di quanto immaginiamo. Il problema è avere le buone idee che siano meritevoli di essere finanziate. I fondi di investimento sono mondiali e vanno alla ricerca di idee in tutto il mondo.

Oggi si è parlato anche di strategia nazionale per le biotecnologie, necessaria al comparto. In cosa si dovrebbe sostanziare questa strategia?

Bisogna trovare il modo, insieme al Ministero dell’Università e della Ricerca, per far sì che i giovani si avvicinino maggiormente alle facoltà Stem (Science, technology, engineering mathematics) e creare quella base che nel tempo ci servirà per crescere. Ancora, aumentare la percentuale di fondi dedicati alla ricerca pubblica, migliorare i centri di trasferimento tecnologico, ridurre la burocrazia per l’apertura di nuovi stabilimenti biotecnologici.

Non possiamo continuare a perdere opportunità di investimenti dall’estero

Abbiamo riscontrato che molti gruppi internazionali hanno necessità di espandersi anche in Italia, ma poi hanno scelto altri Paesi europei. Non possiamo più continuare a perdere opportunità di investimenti dall’estero. Perché gli investimenti originano un know-how che rimane anche quando l’investitore se ne dovesse essere andato via.

È trascorso ormai un anno dalla sua elezione alla presidenza di Assobiotec. All’indomani della sua nomina lei si auspicava di riuscire a migliorare il posizionamento delle biotecnologie italiane rispetto ad altri Paesi. Che risultati avete raggiunto e quali saranno le azioni che intendete mettere in campo nel prossimo futuro?

Mi sto innamorando delle biotecnologie più di quanto avessi immaginato al momento della mia nomina. Lavoro per una azienda farmaceutica globale attraverso la quale vedevo solo un pezzetto di quelli che sono gli impatti delle biotech. Mi sono reso conto che esse hanno un potenziale che merita di essere sviluppato perché crea conoscenza, benessere e valore economico. Le biotecnologie sono uno dei comparti economici a maggior valore aggiunto in termini di generazione di indotto. Abbiamo evidenza che entro il 2028 dovrebbero triplicare gli investimenti nel settore. Il mio obiettivo è contribuire a fare un altro passo avanti. Questo obiettivo non deve essere solo di Assobiotec, ma del Paese.

Per approfondire:

Nuovo sistema brevettuale unitario per proteggere l’innovazione in Europa

La Commissione accoglie oggi con favore l’avvio del sistema brevettuale unitario, che mira a consentire alle imprese di proteggere le loro innovazioni in Europa e trarre vantaggio dalla loro proprietà intellettuale in modo più semplice e più agevole. Il sistema brevettuale unitario punta a rafforzare l’innovazione e la competitività dell’UE e completare il mercato unico dei brevetti. Inizialmente interesserà 17 Stati membri (pari a circa l’80% del PIL dell’UE), ma in futuro la partecipazione sarà estesa ad altri Stati membri.

Il sistema brevettuale unitario costituisce uno sportello unico per la registrazione e il rispetto dei brevetti in Europa, grazie al quale si ridurranno i costi, la burocrazia e gli oneri amministrativi per gli innovatori, in particolare per le piccole e medie imprese. Consente inoltre alle imprese e agli altri innovatori di ottenere un singolo brevetto “unitario” per le loro invenzioni, valido in tutti gli Stati membri partecipanti. Sostituisce così il complesso mosaico di legislazioni e procedure nazionali in materia di brevetti e pone fine alle più costose prescrizioni di convalida previste per i brevetti europei.

Un nuovo tribunale unificato dei brevetti, competente per i brevetti unitari e quelli europei esistenti, permetterà inoltre alle imprese di far valere i loro diritti di brevetto in modo più efficace. Il nuovo tribunale unificato fornirà un quadro giuridico più coerente per le controversie sui brevetti e ridurrà il rischio di decisioni contraddittorie. In pratica, un’unica azione dinanzi a questo tribunale sostituirà diverse procedure parallele dinanzi ai tribunali nazionali.

Ulteriori informazioni nella sezione di domande e risposte e nella scheda informativa disponibili online. 

Nanosensori in fibra per migliorare la diagnosi del tumore della tiroide

Uno studio ha portato allo sviluppo di un sensore in fibra che potrebbe facilitare la diagnosi e l’individuazione delle terapie più appropriate per combattere il tumore della tiroide. La ricerca è nata dalla collaborazione fra tre Istituti del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli – l’Istituto per l’endocrinologia e l’oncologia “Gaetano Salvatore” (Cnr-Ieos), l’Istituto di scienze e tecnologie chimiche “Giulio Natta” (Cnr-Scitec) e l’Istituto di scienze applicate e sistemi intelligenti “Eduardo Caianiello” (Cnr-Isasi) – con il Dipartimento di ingegneria dell’Università degli studi del Sannio e il Dipartimento di medicina clinica e chirurgia dell’Università di Napoli Federico II. 

Il dispositivo, descritto in un articolo pubblicato sulla rivista Biosensors and Bioelectronics, riesce a identificare e misurare la presenza di una particolare proteina, la tireoglobulina, nel liquido di lavaggio dell’agoaspirato. La valutazione della presenza di tale proteina nel liquido di lavaggio di agoaspirati ottenuti da linfonodi “sospettati” di metastasi è a oggi uno dei metodi che permette con certezza la diagnosi di estensione extratiroidea del tessuto tumorale. Pertanto l’esito di questo esame è particolarmente importante sia nell’approccio chirurgico iniziale, sia per il successivo follow-up dei pazienti.  

La tireoglobulina è infatti una proteina presente, in condizioni normali, esclusivamente nella tiroide. La sua identificazione nei linfonodi è, invece, indicativa della presenza di metastasi. A oggi la localizzazione di tale proteina richiede l’impego di sofisticati metodi di dosaggio basati su apparecchiature che sfruttano specifici anticorpi, con tempi di rilevazione non immediati e non facilmente applicabili in sala operatoria in caso di dubbi diagnostici. Per questo motivo, è spesso il chirurgo a dover valutare, in base alla propria esperienza, l’estensione dell’intervento da effettuare senza potersi avvalere di alcun supporto strumentale. La novità ottenuta dal gruppo di ricerca consiste nell’aver sviluppato un nuovo sensore in fibra, basato sull’analisi della luce diffusa, che permette l’identificazione, in tempo reale e con elevata sensibilità, della tireoglobulina nel liquido di lavaggio dell’agoaspirato dei linfonodi tiroidei. 

“Consentire il rilevamento sensibile e selettivo della tireoglobulina umana nel fluido di lavaggio dell’ago aspirato immediatamente prima dell’intervento chirurgico, o direttamente in sala operatoria, sarebbe della massima importanza per ottimizzare e personalizzare i trattamenti dei pazienti con una procedura minimamente invasiva e senza ulteriori rischi”, spiega Paolo Macchia del Dipartimento di medicina clinica e chirurgia della Federico II di Napoli. 

Il biosensore sviluppato sfrutta la diffusione di radiazione laser e consente l’identificazione della tireoglobulina grazie all’analisi del colore della luce che essa riflette (diffusione Raman). Il risultato è di particolare rilievo anche perché la proteina da identificare è presente in quantità minime nel campione, insieme a tante altre molecole e sostanze che potrebbero mascherarne la presenza. 

“La diffusione Raman ha un potenziale enorme nella realizzazione di sensori in campo biologico e potrebbe avere applicazioni di grande utilità diagnostica, in quanto la luce diffusa da un oggetto porta con sé una ‘firma’ unica della composizione molecolare e della struttura del materiale stesso”, aggiunge Anna Chiara De Luca, coordinatrice del Laboratorio di biofotonica presso Cnr-Ieos, tra gli ideatori dello studio. “Ma i segnali Raman sono così deboli che il loro uso è stato finora molto limitato al di fuori della ricerca: per amplificarli, abbiamo combinato tale tecnica con l’impiego di materiali metallici nanostrutturati che fungono da amplificatori di segnale, in modo da rivelare anche poche molecole”.

Il biosensore è, infatti, costituito da un substrato Sers assemblato su chip o direttamente sulla punta di una fibra nel laboratorio di Polymer Optoelectronics & Photonics da Francesco Galeotti (Cnr-Scitec) attraverso l’uso di nanosfere di polistirene strettamente impacchettate e ricoperte d’oro. L’impacchettamento delle nanosfere, le loro dimensioni ed eventuali trattamenti chimici permettono di amplificare il segnale Raman in una maniera molto efficace e poco costosa. “Il segnale Raman è poi ulteriormente amplificato dall’impiego di sfere d’oro nanostrutturate, chimicamente trattate in grado di catturare in maniera specifica la proteina, e coniugate con un Raman reporter, una piccola molecola con uno specifico segnale Raman”, spiegano Marco Pisco, docente di ingegneria dell’Università del Sannio, e Andrea Cusano, coordinatore del Polo di optoelettronica e fotonica presso il CeRICT dello stesso ateneo.

“In questo modo, anche quando la tireoglobulina è presente a bassissime concentrazioni, questa si lega al substrato SERS e, solo in questo caso, la nanoparticella d’oro si lega a sua volta alla proteina, amplificando così il segnale Raman e preservando la specificità del sensore”. “Con questa strategia siamo riusciti a rilevare la Tg direttamente nel liquido di lavaggio dell’agobiopsia di pazienti affetti da tumore alla tiroide.” aggiunge Sara Spaziani, biotecnologa presso il centro CNOS. 

Il biosensore sviluppato può essere realizzato sia su chip sia su fibra, e quindi potrebbe essere utilizzato anche direttamente all’interno dell’ago durante il prelievo del campione. Se i risultati saranno validati in studi preclinici e clinici, il biosensore potrebbe essere utilizzato per lo screening, la diagnosi, la selezione della terapia e il monitoraggio della progressione del cancro della tiroide e delle eventuali recidive. Inoltre in futuro la tecnica potrebbe essere estesa all’identificazione di metastasi anche da altri tipi di tumori. 

Il risultato è reso possibile grazie al sostegno del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR), di Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro e delle infrastrutture campane CIRO e CNOS. 

Giornata Mondiale dell’Ambiente, la SIti: sfruttare le competenze degli igienisti

Il 5 Giugno ricorre la Giornata Mondiale dell’Ambiente, un’occasione per ricordare che l’inquinamento atmosferico e idrico, la deforestazione, il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità sono solo alcune delle minacce che ci troviamo a fronteggiare. Da non dimenticare, poi, la siccità, che ha giocato un ruolo da protagonista nei recenti disastri. Secondo il Consiglio Nazionale delle Ricerche, tra il 6% e il 15% della popolazione italiana vive in territori esposti a una siccità severa o estrema.

La risoluzione adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la scorsa estate rappresenta un importante riconoscimento del diritto universale all’accesso a un ambiente pulito, sano e sostenibile. Questo riflette la consapevolezza che i cambiamenti climatici e il mancato accesso alle risorse di base, come l’acqua e l’aria pulita, gravano in particolare sulle popolazioni già vulnerabili, con conseguenze sulla loro salute e benessere.

Questi cambiamenti non hanno ripercussioni solo sulla salute umana, ma anche su quella animale e ambientale. Su questo concetto si basa la visione e l’approccio “One Health”, un modello sanitario che integra discipline diverse, basato sul riconoscimento che la salute umana, quella animale e quella dell’ecosistema siano legate e si influenzino reciprocamente.

La pandemia COVID-19 ha accelerato questa consapevolezza, dimostrando quanto sia forte il collegamento tra salute e ambiente e quanto ogni sistema sia interdipendente. I cambiamenti degli ecosistemi, dettati dalle attività umane, sono in grado di influenzare molteplici vie di trasmissione delle malattie infettive, aumentando il rischio di nuove epidemie in tutto il pianeta e modificando sempre di più il panorama epidemiologico di alcune malattie infettive. Come evidenziato in letteratura scientifica, 277 malattie patogene umane possono essere aggravate dalla vasta gamma di pericoli climatici scatenati dalla nostra continua emissione di gas serra e includono il 58% di tutte le malattie infettive note che hanno colpito l’umanità nella storia.

L’aumento della frequenza e dell’intensità di eventi climatici estremi e l’inquinamento atmosferico contribuiscono all’aumento dell’incidenza e all’aggravamento di patologie infettive e non. La mancanza di acqua pulita può favorire la diffusione di agenti patogeni e di malattie come la diarrea, mentre gli alti tassi di inquinamento atmosferico sono fra le principali cause dell’aumentata incidenza di patologie respiratorie e cardiovascolari.

Secondo le stime dell’Italian Institute for Planetary Health (LIPH), le malattie associate ai cambiamenti climatici impattano sul 69,9% dei decessi globali. Anche sulla salute mentale grava tale peso con l’aumentato rischio di sviluppare disturbo post-traumatico da stress, depressione e ansia in seguito ad eventi estremi traumatici, oltre che un effetto indiretto definibile come “ecoansia”, ovvero una sensazione di angoscia da cambiamenti climatici e ambientali.

L’esposizione all’inquinamento atmosferico, riconosciuto come la più grande minaccia ambientale alla salute umana, causa ogni anno milioni di decessi: l’impatto complessivo delle malattie sulla salute di una popolazione (burden of disease) attribuibile all’inquinamento atmosferico è stimato essere alla pari di altri grandi fattori di rischio per la salute, come dieta squilibrata e fumo.

In Italia è previsto un aumentato rischio e un’aumentata aggressività di malattie infettive correlate al clima e in particolare quelle causate da vettori come le zanzare, quali la malaria, la Dengue, la febbre da Chikungunya, la febbre West Nile, oltre che le patologie trasmesse da pappataci (leishmaniosi) e zecche (malattia di Lyme, encefalite da zecche e babesiosi umana). Secondo i dati dell’ultimo rapporto EIONET e EEA, l’Italia è il Paese con il più alto numero di decessi in Europa attribuibili all’inquinamento ambientale, in particolare a quello atmosferico: insieme all’Europa centro-orientale, l’Italia registra le concentrazioni più elevate di particolato, superiori al valore limite giornaliero dell’UE per il PM10, cioè quelle particelle di diametro aerodinamico inferiore o uguale a 10 µm. Ciò avviene in misura maggiore nel Nord Italia, dove la densità abitativa, l’industrializzazione e le condizioni geografiche favoriscono l’accumulo di inquinanti atmosferici nell’aria.

La crisi ambientale può inoltre inasprire le disuguaglianze economiche e sociali, determinando pesanti conseguenze sull’equità di accesso alle cure mediche e aumentando il rischio di malattie e morte precoce. I sistemi sanitari devono prepararsi a una collaborazione sempre più interdisciplinare per favorire lo scambio di conoscenze, l’analisi congiunta dei dati e una pianificazione condivisa.

Le città del futuro (BiodiverCities) dovranno investire sulla Biodiversità e sulla conservazione degli ecosistemi naturali per rafforzare la connessione tra uomo e ambiente, ma anche per dare inizio a un piano di adattamento al cambiamento climatico, con l’obiettivo di creare ambienti urbani sostenibili e resilienti, in cui la Biodiversità è considerata un elemento essenziale per il benessere delle persone e la salute dell’ecosistema, contribuendo a ridurre il calore urbano e migliorare la qualità dell’aria, la gestione delle acque piovane e la salute generale degli abitanti.

La Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) è impegnata in prima linea con un Gruppo di Lavoro a tema Ambiente e Salute, il cui impegno culminerà con una giornata nazionale dedicata alle tematiche ambientali e sanitarie che saranno affrontate nel corso di un convegno in data 9 Giugno a Reggio Emilia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia.

È essenziale investire nelle infrastrutture, nella pulizia dei corsi d’acqua e nella ristrutturazione della rete idrica, per ridurre i rischi di inondazioni – afferma la Prof.ssa Roberta Siliquini, Presidente della Società Italiana d’Igiene (SItI) – Questi interventi prevengono l’accumulo di detriti e favoriscono un flusso d’acqua naturale, proteggendo le comunità dalle esondazioni. È importante che i governi locali e nazionali sfruttino l’expertise di professionisti altamente qualificati, adottando un approccio multidisciplinare e interprofessionale in un’ottica One Health. Questo permette di ottenere indicazioni preziose per ridurre il danno causato dalle catastrofi ambientali. Gli igienisti, con le loro competenze specifiche, possono svolgere un ruolo fondamentale in questa sfida, lavorando nella prevenzione dei danni ambientali e nella protezione delle comunità dagli effetti negativi delle catastrofi naturali.