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L’impatto della pandemia sull’accesso ai farmaci per le malattie non trasmissibili

L’OMS ha pubblicato oggi un nuovo rapporto, Access to NCD medicines: emergent issues during the COVID-19 pandemic and key structural factors, per evidenziare l’effetto della pandemia di COVID-19 sull’accesso ai farmaci per malattie non trasmissibili (NCD) e le politiche e le strategie implementato dai paesi per anticipare e mitigare gli stress nelle catene di approvvigionamento dei medicinali per malattie non trasmissibili.

Durante la pandemia, le persone affette da cancro, malattie cardiache, malattie respiratorie croniche, diabete e altre malattie non trasmissibili hanno avuto difficoltà ad accedere ai propri farmaci di routine. Questo rapporto ha esaminato l’impatto della pandemia sui medicinali NCD dalla produzione all’approvvigionamento, importazione, consegna, disponibilità e convenienza.

“La pandemia di COVID-19 ha esacerbato le difficoltà che le persone affette da malattie non trasmissibili devono affrontare nell’accedere ai farmaci essenziali”, ha affermato Bente Mikkelsen, direttore del Dipartimento delle malattie non trasmissibili dell’OMS. “Molti hanno subito l’interruzione del trattamento, il che può portare a gravi conseguenze per la salute. È quindi molto importante non solo che il trattamento e l’assistenza per le persone affette da malattie non trasmissibili siano inclusi nelle risposte nazionali e nei piani di preparazione, ma che si trovino modi innovativi per attuare tali piani”.

Numerose filiere farmaceutiche sono state colpite in modi diversi e in varia misura. Il rapporto fornisce anche considerazioni per le principali parti interessate nella supply chain farmaceutica NCD, inclusi governi, autorità di regolamentazione, produttori e settore privato, nonché indicazioni per la ricerca futura verso una migliore resilienza della catena.

C’è un urgente bisogno di migliorare la trasparenza dell’ecologia complessiva dell’informazione farmaceutica come base per la pianificazione e la risposta alla pandemia: se non siamo in grado di identificare i punti deboli nella catena di approvvigionamento globale delle malattie non trasmissibili, non possiamo sperare di ripararli. Senza un monitoraggio efficace e dati trasparenti, è difficile identificare i punti deboli nella catena di fornitura globale delle malattie non trasmissibili. Ciò richiede che i paesi esaminino la propria catena di approvvigionamento, rafforzino ed espandano i sistemi di notifica della carenza di medicinali, creino flessibilità nelle misure regolari e riducano al minimo gli ostacoli al commercio.

Sono necessarie azioni per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento di medicinali a livello globale e nazionale per rispondere alle esigenze odierne e per prepararsi alle sfide emergenti, comprese le emergenze e le pandemie“, ha affermato il dott. Clive Ondari, direttore della politica e degli standard dei prodotti sanitari.

A livello globale, si spende di più per i farmaci per le malattie non trasmissibili rispetto a qualsiasi altra classe terapeutica. È necessario continuare a valutare i successi e gli insuccessi della catena di approvvigionamento globale nella direzione di un migliore accesso e servizi ai farmaci per le malattie non trasmissibili con il progredire della pandemia di COVID-19.

Sebbene siano stati previsti alcuni interventi a breve termine per rispondere ai bisogni immediati della pandemia, dovrebbe essere sviluppata una strategia a più lungo termine per rafforzare i meccanismi di accesso e consegna durante le emergenze e mitigare future epidemie, con particolare attenzione a garantire la fornitura ininterrotta e sostenibile di medicinali e prodotti necessari per diagnosticare e curare le malattie croniche. “Non dimentichiamo: il COVID-19 potrebbe non essere visibile, ma l’accesso ai farmaci contro le malattie non trasmissibili è ancora fuori dalla portata di molti“, ha affermato Mikkelsen.

Per approfondire

https://trendsanita.it/evento/la-filiera-health-alla-prova-dei-20-sistemi-sanitari-regionali

Demenze, un’indagine ISS traccia il profilo dei Centri dedicati

Negli oltre 500 Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD) sparsi sul territorio nazionale, vi lavorano in media 5 professionisti. Un terzo circa di questi centri è diretto dal neurologo, un altro terzo dal geriatra e in poco meno di un altro terzo operano almeno due delle tre figure mediche fondamentali (neurologo, geriatra, psichiatra), mentre nel 5% dei casi a coordinare è lo psichiatra. Scarseggiano, inoltre, altre tipologie di professionisti (infermieri, fisioterapisti, logopedisti, mediatori culturali) nell’organico delle strutture. È quanto emerge dalla survey sui CDCD, condotta dall’Osservatorio Demenze dell’ISS tra luglio 2022 e febbraio 2023, i cui risultati (che fanno riferimento alle attività del 2019), sono presentati oggi nel corso del webinar “Progetto Fondo per l’Alzheimer e le demenze – Risultati della Survey dei Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (2022-2023)”, rivolto al personale dei CDCD. L’indagine ha inoltre evidenziato che un quarto dei CDCD è aperto un giorno a settimana. Tra quelli aperti 5 giorni a settimana, la maggioranza (43.5%) è al Nord, il 27.5% al Centro e il 24.6% al Sud.

“Questi dati fotografano le criticità dell’offerta sanitaria presente in Italia per i CDCD sia per quanto riguarda il numero complessivo di professionisti che per la scarsità di altre tipologie di professionisti diverse dai medici – osserva Nicola Vanacore, direttore dell’Osservatorio Demenze dell’ISS –. In una logica di sanità pubblica è fondamentale poter disporre nei CDCD, un nodo cruciale per la diagnosi e la presa in carico delle persone con demenza, di un maggior numero di professionisti e di personale con diversi profili al fine di poter valorizzare sempre più un lavoro di equipe interprofessionale e di renderlo disponibile e capillare in tutto il territorio nazionale. Si tratta di dati molto importanti poiché parliamo di un problema che coinvolge in Italia circa due milioni di persone con disturbo cognitivo lieve o demenza e circa tre milioni di italiani, tra familiari e caregiver, che vivono con loro”.

All’indagine hanno partecipato 512 CDCD su 540 (95%). L’80.9% di questi CDCD è presente sul territorio nazionale con sedi uniche mentre il 19.1% ha dei distaccamenti territoriali per un totale complessivo di ulteriori 163 strutture. I CDCD sono localizzati per il 9.2% nelle Università/IRCSS, per il 44.1% nel territorio e per il 46.7% negli ospedali.

Il 25.4% dei CDCD è aperto un solo giorno a settimana, una criticità già rilevata nella survey precedente del 2014-2015. I CDCD aperti per 5 giorni a settimana si trovano per il 43.5% al Nord, mentre al Centro sono il 27.5% e al Sud-Isole il 24.6%.

I professionisti che lavorano nei CDCD sono complessivamente 2568, di cui il 14% non strutturato. Nel 29.7% dei CDCD operano almeno due tra neurologo, geriatra e psichiatra, mentre il 33 % dei CDCD è diretto solo dal neurologo, il 31.5% solo dal geriatra e il 5.1% solo dallo psichiatra. Nel 29.9% dei Centri opera almeno uno neuropsicologo e nel 26.6% almeno uno psicologo. Nel 58.8% dei CDCD è impegnato almeno un infermiere, nel 16.2% un assistente sociale, un amministrativo (8.9%), un logopedista (8.4%), un fisioterapista (6.4%), un genetista (1.6%), un terapista occupazionale (1.1%), un mediatore culturale (1.1%) e un interprete linguistico (1.1%).

Alcuni dettagli della survey

Le modalità di accesso

Dall’indagine è emerso – e la possibilità di risposta era multipla – che, per effettuare la prima visita, nel 53% dei casi, l’accesso è avvenuto tramite impegnativa del Medico di Medicina Generale (MMG) per visita specialistica e contatto col CUP regionale; nel 47% è servita la stessa impegnativa e il contatto col CUP dell’ospedale; nel 43% l’impegnativa e il contatto col CDCD; nel 4.5% c’è stata la possibilità di un contatto diretto con il CDCD da parte del MMG o dei medici ospedalieri. La stessa modalità di accesso è stata usata per la successiva visita di controllo: nel 29% dei casi attraverso l’impegnativa e il CUP regionale, nel 30% attraverso l’impegnativa e il CUP dell’ospedale, nel 41% dei casi attraverso il MMG.

I servizi offerti nella fase diagnostica e assistenziale

Nella fase diagnostica il 66.5% dei CDCD ha offerto una PET amiloidea (che valuta la presenza di placche a livello cerebrale) e nel 62.3% dei casi i marker liquorali, mentre nella fase assistenziale il 45.7% dei CDCD ha fornito un servizio di telemedicina e l’80.7% un counseling individuale per i pazienti. Inoltre il 67.4% dei CDCD offre una riabilitazione cognitiva e il 59.2% una riabilitazione motoria.

L’apertura dei CDCD durante la pandemia

Nel 2020 il 63.2% dei CDCD è rimasto parzialmente chiuso, di questi circa il 44% per più di tre mesi. Questo dato si è ridotto nel 2021 al 18.4% con una percentuale di chiusura superiore a tre mesi pari a circa il 40%.

Appello della Società Italiana di Igiene per la Giornata Mondiale della Tubercolosi

La Tubercolosi, malattia infettiva tra le più antiche dell’umanità, continua a rappresentare una sfida per la Salute pubblica in tutto il Mondo. In occasione della Giornata Mondiale sulla Tubercolosi, che si celebrerà il 24 marzo 2023, si rinnova la strategia ‘’Yes! We can end TB’’, con l’obiettivo di porre globalmente fine alle epidemie di tubercolosi entro il 2030, così come espresso negli Obiettivi dell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU.

Quest’anno il World TB Day ha l’obiettivo di sensibilizzare le istituzioni leader dei settori coinvolti nella lotta alla tubercolosi, ma anche gli enti e gli operatori sanitari del territorio a collaborare attivamente al fine di arrestare la malattia e ridurre il numero di decessi. L’invito esorta non solo al confronto e allo scambio di best practices tra gli Stati membri, ma anche all’investimento sulla Ricerca e sulle innovazioni che permettano di perseguire gli obiettivi prefissati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra cui l’accesso ad una nuova diagnosi molecolare rapida, lo sviluppo di nuovi vaccini e l’introduzione di nuovi (e più brevi) regimi terapeutici contro la tubercolosi resistente ai farmaci.

Per quanto riguarda la sorveglianza nazionale, i dati del Tuberculosis Annual Epidemiological Report for 2020, mostrano che l’Italia continua a rientrare tra i Paesi a bassa incidenza (<20/100.000). I casi sono in calo dal 2010 e l’incidenza calcolata sulle notifiche nazionali è anch’essa in diminuzione dal 2019 (2,3%). Per una corretta lettura di questi dati occorre tuttavia considerare che, come evidenziato nel report OMS, la pandemia da SARS-CoV-2 ha inevitabilmente determinato una diminuzione delle notifiche dei casi in tutto il mondo, che sono passate dai 7,1 milioni nel 2019 a 5,8 milioni nel 2020 (con un calo del 18%) tornando ai numeri del 2012.

Com’è ben noto, il nostro Paese è stato interessato e continua ad essere colpito sempre più intensamente da flussi migratori provenienti da Paesi in cui l’incidenza di Tubercolosi è elevata. Le condizioni di sovraffollamento che possono verificarsi sia durante il viaggio che nei centri di accoglienza gravano sullo stato di salute dei migranti, facilitando la trasmissione del micobatterio. Dal momento che la maggior parte dei casi di malattia si verifica entro 2 anni dall’ingresso nel Paese ospitante e che la differenza nel rischio relativo tra stranieri e italiani è ancora evidente (RR=6,7), il contrasto alla diffusione della tubercolosi deve necessariamente passare attraverso una serie di interventi strutturati e coordinati in modo da ridurre il rischio di diffusione di questo pericoloso patogeno.

In occasione della Giornata Mondiale sulla Tubercolosi, la Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) sottolinea l’importanza e l’urgenza di intensificare le azioni di contrasto all’infezione per raggiungere gli obiettivi prefissati dall’ONU.

“L’individuazione precoce dei casi di infezione – dichiara la Prof.ssa Roberta Siliquini, Presidente della Società Italiana d’Igiene è necessaria per garantire l’accesso ad un trattamento precoce in grado di garantire una maggiore efficacia e la tutela della salute dei pazienti. Occorre agire sulle condizioni di salute delle persone che giungono nel nostro Paese, sia tramite l’abbattimento delle barriere socio-linguistiche che attraverso l’attuazione di protocolli per la valutazione precoce dello stato di salute e per il monitoraggio nelle fasi successive all’accoglienza. È opportuno, inoltre, uno sforzo in maggiori investimenti nei Dipartimenti di Prevenzione, anche in termini di reclutamento di risorse umane, come in parte previsto dal piano di rafforzamento dell’assistenza territoriale, che possano svolgere un ruolo di coordinamento al fine di attuare una ricerca proattiva dei casi di TBC, avvalendosi dell’ausilio della Medicina Scolastica, deputata alla prevenzione delle patologie in età scolare”.

“La continua ricerca verso l’individuazione di ‘buone pratiche’ – conclude la Prof.ssa Roberta Siliquini deve tuttavia abbracciare anche patologie ben note e non più definibili come emergenti quali malaria, malattie sessualmente trasmissibili, parassitosi e HIV. Patologie che, negli ultimi anni, complice un plateau temporale nella loro prevalenza, hanno assottigliato il loro appeal verso gli investimenti in Ricerca, nonostante continuino a determinare un importante impiego dei servizi sanitari e aggravare il peso della  multiresistenza farmacologica, con un inevitabile impatto sulle condizioni di salute della popolazione”.

Relazione sulle attività dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie

È stata pubblicata dal Ministero della Salute la Relazione sulle attività dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie, anno 2022. Un problema sempre più sentito negli ultimi due anni, in cui si è assistito ad una crescita esponenziale e preoccupante di episodi di violenza nei confronti degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie.

Spesso si tratta di forme di violenza provenienti dagli stessi pazienti o dai loro caregiver, che si traducono in aggressioni fisiche, verbali o di comportamento. La preoccupazione di fronte a tali episodi ha portato le diverse istituzioni operanti nel sistema a realizzare nel tempo specifici monitoraggi, documenti, raccomandazioni con finalità diverse, e proprio con l’obiettivo di assicurare un lavoro sinergico da parte delle istituzioni, il legislatore ha ritenuto necessario individuare un apposito organismo che coinvolgesse tutti gli stakeholder di riferimento.

In tale contesto la legge 14 agosto 2020, n. 113 avente ad oggetto “Disposizioni in materia di sicurezza per gli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni”, all’art. 2, ha previsto l’istituzione dell’Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza degli Esercenti le Professioni Sanitarie e Socio-sanitarie (ONSEPS), con specifici compiti di monitoraggio, studio e promozione di iniziative volte a garantire la sicurezza dei professionisti.

La Relazione è stata trasmessa al Parlamento il 20 marzo 2023.

Per approfondire

Una legge per gli anziani non autosufficienti

È stato approvato ieri sera alla Camera, dopo il via libera al Senato lo scorso 8 marzo, il Disegno di Legge Delega in materia di politiche in favore delle persone anziane. Si tratta di un traguardo molto importante e fortemente voluto dalle moltissime organizzazioni del Patto che hanno lavorato in sinergia e assiduamente in questi ultimi due anni affinché, per prima cosa, la riforma dell’assistenza agli anziani venisse inserita nel PNRR e, successivamente, perché venissero accolte dalle istituzioni le proposte volte a delineare una buona riforma per i milioni di italiani coinvolti. Si tratta di un testo di legge molto importante che, dal punto di vista dei contenuti, presenta al suo interno numerose proposte del Patto e anche alcuni testi degli emendamenti inviati dalla coalizione sociale alla Commissione Affari Sociali del Senato. 

“Importanti sono state l’attenzione ai contenuti e la disponibilità all’ascolto della società civile del Vice Ministro On.  Maria Teresa Bellucci, titolare della riforma, e l’atteggiamento costruttivo anche delle opposizioni in Parlamento, dichiarano le organizzazioni del Patto. “Ora guardiamo avanti: occorre tradurre il testo della Legge Delega in opportune risposte per gli anziani e le loro famiglie”. Per questo, le organizzazioni ribadiscono come fondamentale lo stanziamento di tutte le risorse necessarie per attuare la riforma e gli interventi previsti, dichiarando: “È necessario un cospicuo investimento, per tradurre in atti concreti l’attenzione politica ai 10 milioni di italiani, tra anziani, caregiver e operatori professionali. In particolare per la realizzazione dei servizi previsti, sarà indispensabile un segnale forte da parte del Governo nella prossima Legge di Bilancio prevista a dicembre e nella definizione di un progetto pluriennale di finanziamento graduale per i prossimi anni”. E per quanto concerne i caregiver, è essenziale procedere con la massima urgenza all’approvazione della legge di riconoscimento e sostegno affinché la riforma della non autosufficienza possa contare su una risorsa chiave per la sua concreta attuazione.

Per quanto riguarda il lavoro dei prossimi mesi, le 57 organizzazioni del Patto si adopereranno per continuare a dare il loro contributo anche nella successiva fase di elaborazione dei Decreti Delegati, che dovranno essere emanati dal Governo entro gennaio 2024: “Auspichiamo di poter proseguire, così come fatto finora, nel proficuo e costruttivo confronto con le istituzioni sui contenuti della riforma per l’assistenza agli anziani non autosufficienti”.

Ulteriori informazioni su www.pattononautosufficienza.it.

Per approfondire

La responsabilità medico-sanitaria in telemedicina

Cambia la responsabilità sanitaria nell’erogazione di una prestazione in telemedicina? Qual è il quadro normativo e quali sono i rischi specifici? La sanità va sempre di più di pari passo con la tecnologia: come si sta evolvendo la normativa sui software? Facciamo il punto con Silvia Stefanelli, avvocata specializzata in diritto sanitario.

Pubblicato il Regolamento (UE) 2023/607 che modifica MDR e IVDR

È stato pubblicato ieri in GUCE ed entra in vigore con effetto immediato il Regolamento (UE) 2023/607 del 15 marzo 2023 che modifica il Regolamento dei Dispositivi medici 2017/745 (MDR) e il Regolamento europeo sui Dispostivi Diagnostici in vitro 2017/746 (IVDR).

Il Regolamento prevede misure implementate da parte della Commissione per affrontare il rischio urgente di carenze di dispositivi medici.

Leggi anche

Apnee notturne, presentata proposta di legge per riconoscimento patologia come malattia cronica

Riconoscimento dell’apnea ostruttiva nel sonno come malattia cronica e invalidante; inserimento nei Livelli essenziale di assistenza; istituzione di un Registro nazionale; tutela dei lavoratori affetti; promozione di campagne di informazione e sensibilizzazione; finanziamento pari a 30 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2023 per tre anni. Sono i punti contenuti nella proposta di legge C. 765 dal titolo ‘Disposizioni in materia di riconoscimento dell’apnea ostruttiva nel sonno come malattia cronica e invalidante’, che vede come prima firmataria l’onorevole Carolina Varchi, capogruppo di Fdi in Commissione Giustizia della Camera, presentata oggi nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta presso la Sala Stampa di Montecitorio (in via della Missione, 4). A partecipare, tra gli altri, l’onorevole Marcello Gemmato, sottosegretario di Stato alla Salute; l’onorevole Gian Antonio Girelli, componente XII Commissione Affari Sociali (PD); Luca Roberti, presidente dell’Associazione Apnoici Italiani; il dottor Giuseppe Insalaco, pneumologo, IFT-CNR Palermo; il professor Luigi Ferini Strambi, dell’ospedale San Raffaele di Milano.

“L’assegnazione di uno specifico codice ai fini dell’esenzione dalla spesa sanitaria, l’istituzione di centri specializzati OSA, l’erogazione di dispositivi terapeutici e la tutela dei lavoratori attraverso il lavoro agile per le forme più gravi sono soltanto alcuni dei principi contenuti nel provvedimento. Attraverso questo provvedimento- ha detto la deputata Varchi nel corso della conferenza stampa- vogliamo quindi tutelare i cittadini affetti da questa patologia, che spesso viene sottovalutata e che, se trascurata, può causare l’insorgenza di patologie ben più gravi”.

Secondo il sottosegretario Gemmato, quella presentata dalla collega Varchi è una “proposta di legge meritevole. C’è l’impegno del governo rispetto all’OSAS- ha fatto sapere- una patologia emergente con un costo sostanziale per le casse dello Stato, di circa 3 miliardi di euro, che oggi merita attenzione profonda da parte del Sistema sanitario nazionale. Lo strumento identificato è quello di una proposta di legge: noi, per la parte governativa, cercheremo di interrogare la commissione Lea per chiedere se l’OSAS possa entrare all’interno dei Lea e quindi sotto l’egida del Sistema sanitario nazionale pubblico, rispetto al quale queste patologie vanno ovviamente inquadrate”.

Soddisfatto della proposta di legge presentata anche il presidente dell’Associazione Apnoici Italiani, Luca Roberti, che ha commentato: “Per i pazienti questa giornata rappresenta una prima tappa importante per il riconoscimento delle Apnee Ostruttive del Sonno come patologia cronica e della sua rilevanza dal punto di vista sanitario e sociale. Ci aspettiamo che la conversione in legge migliori l’efficacia dell’approccio diagnostico e terapeutico favorendo una maggiore disponibilità di centri territoriali. L’inserimento dell’OSA nel Piano Nazionale delle Cronicità permetterà di ridurre le conseguenze del costo della terapia e delle sue complicanze, anche riducendo i costi sociali e infortunistici di una patologia dal grande impatto epidemiologico”. I disturbi respiratori nel sonno, intanto, rappresentano una delle patologie che con maggiore frequenza altera la continuità del sonno, peggiorando così la qualità della vita e provocando conseguenze a volte deleterie sulla salute di chi ne è affetto.

“Le sole apnee ostruttive colpiscono in Italia circa 7 milioni di soggetti adulti e di questi circa 4 milioni con una forma conclamata- ha fatto sapere nel corso della conferenza stampa il dottor Giuseppe Insalaco, pneumologo e I° ricercatore sui Disturbi Respiratori nel Sonno dell’Istituto di Farmacologia Traslazionale/CNR di Palermo- con percentuali ancora più elevate in chi soffre di ipertensione farmaco resistente, aritmie cardiache, diabete, malattie renali e metaboliche. A queste si aggiungono altri disturbi respiratori del sonno nei pazienti con scompenso cardiaco cronico, nella BPCO, nell’asma bronchiale, nella grave obesità, nelle malattie neuromuscolari, solo per citare alcuni esempi”. Le OSA possono poi avere importanti conseguenze sul piano neurologico. Tra tutte, spicca l’eccessiva sonnolenza diurna, che si accompagna ad un maggior rischio di incidenti stradali, domestici e in ambito lavorativo.

“Tuttavia- ha fatto sapere il professor Luigi Ferini Strambi, neurologo e primario del Centro di Medicina del Sonno dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano- recenti lavori scientifici evidenziano che il 35% dei pazienti con apnee morfeiche ostruttive lamenta non sonnolenza diurna, bensì insonnia: in particolare, si tratta soprattutto di un disturbo di mantenimento del sonno (frequenti risvegli), piuttosto che una difficoltà di addormentamento. Occorre rilevare che l’eccessiva sonnolenza diurna, legata ai microrisvegli necessari per riprendere a respirare normalmente, porta ad una riduzione dell’attenzione e della memoria. La diminuzione intermittente di ossigeno può invece creare, oltre ai noti problemi cardiocircolatori, deficit a livello delle funzioni esecutive: sono queste- ha concluso- le capacità cognitive coinvolte nella pianificazione, organizzazione e regolamentazione dei comportamenti”.

Per approfondire

Chirurgia della cataratta, pubblicate le linee guida nel sistema nazionale dell’ISS

Identificare il miglior percorso preoperatorio, intraoperatorio e postoperatorio per il paziente over 18 che deve sottoporsi ad un intervento di cataratta. È l’obiettivo delle Linee guida sulla chirurgia della cataratta dell’adulto pubblicate sul portale del SNLG dell’Istituto Superiore di Sanità. Si tratta delle prime linee guida in oftalmologia. Redatte dall’Associazione Italiana dei Medici Oculisti (AIMO), in collaborazione con un panel multidisciplinare e chirurghi esperti e l’avallo di SIAARTI, SIFOP e SISO, hanno tenuto in considerazione le raccomandazioni internazionali dell’American Academy of Ophthalmology. Le Linee guida, che affrontano vari aspetti dell’intervento di cataratta, potranno essere utilizzate anche per motivare le decisioni cliniche e supportare la definizione di standard assistenziali in ambito pubblico, accreditato e privato. “In questa prima stesura- fanno sapere gli esperti- non sono stati presi in considerazione gli aspetti economici e alcune complicanze dell’intervento che saranno oggetto di un eventuale aggiornamento”.

I benefici attesi da questo documento, intanto, potranno essere l’aggiornamento delle indicazioni sui processi clinici e organizzativi sulla preparazione e conduzione della chirurgia della cataratta secondo gli attuali standard, anche correlati alle raccomandazioni di altri Paesi e di organismi scientifici sopranazionali, la razionalizzazione e l’ottimizzazione delle risorse mediche, di personale sanitario e delle risorse economiche impiegate, l’evitare la duplicazione di procedure, conservando la sicurezza dei pazienti e il contrasto all’antibiotico-resistenza.

“Esprimiamo grande soddisfazione per questa pubblicazione– commentano la presidente di AIMO, Alessandra Balestrazzi,e il Referente del Rapporto con le istituzioni, Luca Menabuoni- Si è trattato di un lavoro d’equipe, le Linee guida, infatti, sono state redatte con un panel multidisciplinare (AIMO, SIFOP, SIAARTI e SISO), con la consulenza metodologica del DEP LAZIO e con l’apporto dei revisori esterni esperti della materia. Speriamo che questo lavoro possa essere utile per i nostri colleghi per uniformare le procedure e contiamo di pubblicare presto anche le Linee Guida sulle terapie intravitreali e sul trattamento del melanoma uveale”. Le Linee guida sono disponibili per la consultazione sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità dedicato alle Linee guida.

“Naturalmente- sottolineano Balestrazzi e Menabuoni- il documento non può essere considerato un documento immodificabile, andrà aggiornato periodicamente alla luce delle evidenze scientifiche”.

La cataratta

La cataratta è una alterazione della qualità ottica e della composizione del cristallino che influisce sulla visione. Lo sviluppo della cataratta è di norma correlato all’invecchiamento e può verificarsi in uno o in entrambi gli occhi. Il rischio di sviluppare una cataratta aumenta con ogni decennio di vita a partire dai 40 anni circa. La cataratta è la principale causa di riduzione della capacità visiva in tutto il mondo. Esistono diversi tipi di cataratta, ogni tipo ha la propria posizione anatomica e, a volte, diversi fattori di rischio per lo sviluppo.

La chirurgia si è notevolmente evoluta negli ultimi anni, consentendo di passare dall’anestesia generale alla locale e poi a quella topica, ottenuta con la semplice instillazione di colliri anestetici. Questo tipo di anestesia ha permesso di diminuire fortemente i rischi anestesiologici scrivono gli esperti.

L’Associazione

L’AIMO, nata a Roma nel 2010, è un’associazione che riunisce circa 1.500 iscritti tra oculisti e medici specializzandi in oculistica che esercitano la professione in Italia a qualunque categoria appartengano: universitari, ospedalieri, convenzionati, specialisti ambulatoriali e libero professionisti. Tutte le categorie sono rappresentate nel Consiglio Direttivo. L’A.I.M.O. è iscritta nel Registro delle persone giuridiche ai sensi del D.P.R. 10 febbraio 2000, n. 361.

L’Associazione non ha scopo di lucro e si prefigge soprattutto di tutelare la figura morale e professionale del medico oculista in un’ottica di trasparenza, coinvolgimento dei soci e contenimento dei costi. In particolare, l’AIMO si prefigge di promuovere l’aggiornamento scientifico-professionale, di favorire il collegamento di tutti i medici oculisti ovunque esercitino la professione, di promuovere e affiancare ogni iniziativa per il miglioramento delle condizioni di carriera, giuridiche e culturali dei medici oculisti.

Dopo la pandemia gli approcci biomedici alla salute e al benessere potrebbero non essere più sufficienti

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Prosegue la collaborazione con il Cultural Welfare Center (CCW) sulla base di un progetto comune di diffusione della conoscenza sul valore delle arti e della cultura per il benessere e la salute

Il sistema di prescrizione sociale del Regno Unito è il risultato di un percorso di trasformazione sociale che, secondo alcuni studiosi, potrebbe aver preso avvio dal Peckhame Experiment, condotto tra il 1926 e il 1950. Il Pioneer Health Center, situato nella parte sud di Londra, è stato in fatti luogo di una innovativa sperimentazione sull’interazione sociale tra pazienti, famiglie, pratiche e spazi della cura. Grazie a questa pionieristica esperienza si è giunti, attraverso una strada disseminata di  studi e di sperimentazioni, all’istituzione della Rete Nazionale di Prescrizione Sociale nel 2016 e, tre anni dopo, alla nascita della Social Prescribing Academy. Nel 2022, la Social Prescribing Academy, la World Health Organisation (WHO), il World Health Innovation Summit (WHIS) e UNGSII Foundation hanno pubblicato e diffuso il Playbook Global Social Prescribing Alliance, una risorsa per diffondere buone pratiche rivolte a migliorare la salute e il benessere delle persone e delle comunità, a sostenere servizi sanitari e creare nuove opportunità di lavoro, in un’ottica di sostenibilità sociale, economica e sanitaria.

Dall’OMS uno strumento prezioso per introdurre la prescrizione sociale

Playbook presenta linee guida per supportare decisori politici e organizzazioni nell’introdurre a livello nazionale o locale il sistema di prescrizione sociale come risposta efficace e sostenibile alle trasformazioni e alla crisi in corso, con un modello di assistenza sanitaria basata sulla prevenzione, sull’intervento precoce e sull’utilizzo di risorse culturali e sociali.

Il documento prende avvio dalla riflessione sull’impatto globale della pandemia di Covid 19 che ha messo in luce la fragilità dei sistemi sanitari e aumentato le disuguaglianze.

Tuttavia, gli autori osservano come gli sforzi messi in campo da governi, società e persone hanno dato prova degli straordinari risultati che si possono ottenere quando cittadini, comunità e stati si impegnano in sfide comuni.

Il manuale:

  • spiega la prescrizione sociale e chiarisce i ruoli delle figure che operano all’interno del sistema, in particolare, degli operatori di collegamento;
  • per favorire decisori politici, le organizzazioni di volontariato e la società civile nel progettare gli interventi con le comunità, aumentare l’offerta di attività e servizi di arte, cultura, sport, ecc.
  • definendo gli impatti che il sistema di prescrizione sociale può avere nella vita delle persone, nell’economia e all’interno del sistema sanitario;
  • con elementi utili per l’autovalutazione, il monitoraggio e la misurazione degli impatti della prescrizione sociale.

Il punto di forza della prescrizione sociale è mettere al centro la persona

Il punto di forza della prescrizione sociale è mettere al centro la persona, concentrandosi su ciò che conta nelle loro esistenze, sui valori, sulle competenze e potenzialità.

Il paradigma della prescrizione sociale è profondamente radicato nell’assistenza personalizzata e nei processi di co-progettazione e gestione che coinvolgono persone e comunità.

Gli impatti sociali del sistema di prescrizione vengono valutati nelle dimensioni del senso di appartenenza, del supporto relazionale e sociale, nella riduzione della solitudine, nel miglioramento della salute mentale e fisica, nell’aumento dell’inclusione, dell’empowerment delle persone e della pro-attività all’interno delle comunità. 

Gli impatti sul servizio sanitario e sull’economia si registrano nella diminuzione dei ricoveri, delle presenze nei pronto soccorso e di richieste di visite mediche, con effetti economici sugli investimenti.

Il percorso per l’introduzione della prescrizione sociale

Il manuale suggerisce sette passi:

  1. Lo sviluppo della prescrizione sociale a livello locale
  2. Lo sviluppo e il sostegno delle comunità e dei gruppi locali
  3. La centralità della figure dell’addetto alla prescrizione e del connettore della comunità
  4. La progettazione condivisa con le persone
  5. La formazione professionale
  6. La garanzia dell’impegno clinico
  7. La misurazione degli impatti

La prescrizione sociale dovrebbe essere co-prodotta con la comunità

Una buona prescrizione sociale si ottiene quando tutti i partner locali lavorano insieme per costruire risorse e servizi, attraverso un approccio basato sui punti di forza, sull’individuazione e comprensione dei maggiori problemi da affrontare insieme nella comunità, sulla mappatura delle persone e delle risorse. La prescrizione sociale dovrebbe essere co-prodotta con la comunità, in particolare, con il coinvolgimento delle persone più fragili, con le organizzazioni di volontariato, i gruppi religiosi, le minoranze, le realtà di impresa sociale. Le organizzazioni locali e le reti di comunità profondamente radicate nel territorio dovrebbero essere messe in dialogo e relazione con il sistema sanitario. Da parte loro, i medici e le istituzioni socio-sanitarie, incaricate di fornire le prescrizione sociali, devono poter ricevere dalle comunità locali le informazioni sui servizi attivati nei territori. Ciò esige un investimento continuo per i gruppi di volontari e per le organizzazioni che operano nelle comunità.

Fondamentale è la figura del Link working, professionista che mette in collegamento i diversi attori del sistema di prescrizione locale, che deve poter avere una formazione specifica attraverso un percorso accreditato.

La prescrizione sociale funziona?

Il Playbook riporta una sintesi delle evidenze che dimostrano come la prescrizione sociale possa aumentare la salute delle persone, migliorare la qualità della vita e il benessere emotivo.

Tra le evidenze si segnala uno studio sulla recente sperimentazione condotta in Ontario, Canada, con il coinvolgimento di oltre 1.100 persone, per oltre 3.300 prescrizioni sociali. I pazienti hanno riportato miglioramenti generali in termini di salute mentale e di capacità di autodeterminazione, con benefici significativi quali la diminuzione della solitudine, un maggiore senso di connessione e di appartenenza. Gli operatori sanitari lo confermano: nel 12% dei pazienti coinvolti è stato riscontrato un miglioramento della salute mentale, nel 49% una diminuzione della solitudine, nel 19% un aumento della partecipazione alle attività sociali.

Nella stessa direzione va un recente studio dell’Università di Westminster che ha indicato come, con la prescrizione sociale, le visite mediche si riducano in media del 28% e gli accessi al pronto soccorso del 24%.

In merito all’impatto positivo sul sistema sanitario e sull’economia, uno studio condotto su questi effetti dalla Sheffield Hallam University ha rilevato un calo del 7% dei ricoveri ospedalieri e una riduzione del 17% delle presenze al pronto soccorso. Se si escludono i pazienti di età superiore agli ottant’anni, le riduzioni appaiono del 19% e del 23%. Analoghi sono stati i risultati delle prescrizioni sociali a Rotherham, dove oltre 4.000 pazienti hanno beneficiato delle prescrizioni, con una valutazione dell’impatto economico, tra il 2012 e il 2015, stimata in un risparmio di 500.000 sterline.

La prescrizione sociale è un processo che consente di allontanarsi da un modello “riparativo” per dirigersi verso un sistema salutogenico, che aiuta a costruire e promuovere la salute: non solo pazienti con bisogni ma, prima di tutto, persone con risorse da condividere nella società.