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Nel 2022 mancano all’appello 9 milioni di visite per tornare ai livelli pre-Covid

La buona notizia è che il SSN nel 2022 mostra che sta progressivamente recuperando i livelli di prestazioni erogate del 2019; quella meno buona è che restano sempre più indietro le persone che hanno bisogno di visite per giungere a una diagnosi o per controllare patologie o condizioni pregresse. E l’Istat certifica che si ricorre di più al portafoglio per colmare il divario tra necessità e capacità tempestiva di offerta: aumenta chi ha pagato interamente a proprie spese sia visite specialistiche (dal 37% del 2019 al 41,8% nel 2022) sia accertamenti diagnostici (dal 23% al 27,6% nel 2022).

Rispetto all’anno pre-Covid mancano all’appello ancora quasi 3,4 milioni di prime visite (il 15,5% in meno quindi) per raggiungere i circa 22 milioni del 2019 e oltre 5,5 milioni di visite di controllo (cioè ne sono state erogate quasi il 17% in meno) per eguagliare gli oltre 32,5 milioni sempre del 2019.

A mostrarlo sono i dati pubblicati da Agenas, elaborati dall’Osservatorio di Salutequità, che evidenzia come manchino ancora all’appello nel 2022 rispetto al 2019 circa una prestazione di specialistica ambulatoriale su 10, escludendo gli esami di laboratorio- al livello nazionale.

“È grave e preoccupante che nel 2022 la capacità di presa in carico del SSN dei bisogni di salute dei cittadini sia ancora inferiore a quella pre-pandemia. Infatti, tutto questo accade a fronte di circa 1 miliardo stanziato tra il 2020 e il 2022 dallo Stato proprio per il recupero delle liste di attesa ma per una buona parte ancora non speso dalle Regioni, mentre al contrario i cittadini sono costretti a mettere mano sempre più al portafoglio per curarsi – così Tonino Aceti, Presidente di Salutequità – Il recupero delle liste di attesa attraverso l’utilizzo delle risorse pubbliche stanziate, anche con l’ultima Legge di bilancio, deve diventare elemento centrale di misurazione e valutazione ai fini LEA dell’operato delle Regioni. Ad oggi però questo praticamente ancora non accade. Va garantito il pieno utilizzo da parte di tutte le Regioni dei 350 milioni di euro stanziati nel 2018 per l’implementazione e l’ammodernamento delle infrastrutture tecnologiche legate ai sistemi di prenotazione elettronica per l’accesso alle strutture sanitarie. Inoltre, andrebbe concretamente rilanciato l’impegno per l’attuazione del Piano nazionale di governo delle liste di attesa 2019-2021, che tra l’altro necessiterebbe anche di un importante tagliando, nonché garantire un maggior controllo sull’attività intramoenia. Infine, va subito finanziato un piano straordinario di investimento nel capitale umano del SSN, superando le attuali carenze di organico e contrastando la cosiddetta “desertificazione” sanitaria”

Solo la Toscana ha recuperato completamente i volumi di specialistica ambulatoriale, registrando anche volumi superiori.

Analizzando i dati in termini percentuali per rendere meglio l’idea della differenza tra 2022 e 2019, meglio rispetto alla media nazionale Campania (-1,19%), Lazio (-4,77%), Lombardia (-4,79%), Basilicata (-5,98%). Mancano invece all’appello oltre una prestazione su 5 in Calabria (-20,51%), Sardegna (-21,27%), Valle d’Aosta (-32,55%), P.A. Bolzano (-45,34%).

Nel 2022 sono saltate in media a livello nazionale circa una prima visita specialistica su 6 rispetto al 2019 (-15,49%), con punte di oltre una prima visita su due nella PA di Bolzano (-57,8%); circa una su tre in Valle d’Aosta, Sardegna, Calabria; circa una su 4 in Abruzzo, Marche, Umbria e oltre una su 5 in Veneto e Sicilia. Complessivamente 12 regioni fanno peggio della media nazionale.

Secondo la valutazione di Salutequità, a rimetterci sono anche le cure per i malati cronici, che hanno visto saltare a livello nazionale circa una visita di controllo su sei e fino a oltre una su tre rispetto al 2019 in Sardegna (-36,16%), PA Bolzano (-35,66%), Valle d’Aosta (-38,11%).

Sono 12 le Regioni che hanno recuperato meno prime visite rispetto alla media nazionale. La Lombardia ha quasi recuperato tutte le prime visite (-3,95%), seguita da Basilicata (-7,99%) e Emilia-Romagna (-7,83%). Tutte le altre Regioni devono recuperare almeno una prima visita su 10.

E sono 11 le Regioni che fanno peggio rispetto alla media nazionale rispetto alle le visite di controllo. Solo la Toscana deve recuperare meno di una visita di controllo su dieci.

Le regioni nelle quali resta da recuperare circa una visita su tre (sia per prime visite che per quelle di controllo) sono: Calabria, Sardegna, Valle d’Aosta e P.A. di Bolzano.

Hanno fatto peggio rispetto alla media nazionale, erogando meno prime visite e visite di controllo rispetto al 2019, anche Piemonte (18,59% prime visite e 19,53% visite controllo), Veneto (22,85% prime visite e 19,54% controllo) e Sicilia (22,46% prime visite e 26,17% controllo).

Per approfondire

Per la prima volta al mondo paziente cieco recupera la vista a un occhio grazie all’altro occhio non vedente

“Quando mi sono risvegliato e ho iniziato a vedere i contorni delle mie dita e della mano, è stato come nascere di nuovo”. Queste sono le prime parole di E. B., un uomo di 83 anni che vive in provincia di Torino, affetto da due gravi e diverse patologie della vista, che l’avevano condotto alla cecità da 6 anni, dopo esser riuscito a recuperare la vista all’occhio destro che, già a due settimane dall’intervento (durato 4 ore), gli permette di riconoscere gli oggetti, i volti e di muoversi autonomamente.

Ad operarlo una équipe costituita dal professor Michele Reibaldi (Direttore della Clinica Oculistica universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino), ed esperto chirurgo retinico, e dal professor Vincenzo Sarnicola (Presidente della Società Italiana della Cornea e della Staminalità della Superficie Oculare (SICSSO) e consigliere del direttivo della Società Italiana di Scienze Oftalmologiche (S.I.S.O.), coadiuvato dalla sua collaboratrice Enrica Sarnicola.

Il paziente aveva perso da 30 anni la vista all’occhio sinistro per una cecità retinica irreversibile e, negli ultimi 10 anni, aveva progressivamente perso la funzione visiva anche dell’occhio destro ma per una patologia cronica rara (pseudo pemfigoide oculare), che ha distrutto la cornea e purtroppo anche la superficie oculare. Negli ultimi anni l’occhio destro era stato sottoposto a due trapianti di cornea tradizionali a tutto spessore, entrambi falliti rapidamente per la mancata funzionalità della superficie oculare.

Il trapianto di cornea a tutto spessore è l’intervento chirurgico tramite cui si provvede alla sostituzione della sola cornea che ha perso la sua trasparenza con una cornea sana proveniente da un donatore deceduto. “Normalmente la cornea presenta un tasso di rigetto molto più basso rispetto ad altri organi vascolarizzati, ma in presenza di un’alterazione diffusa di tutta la superficie oculare, come nel caso del paziente, questo rischio diventa altissimo”.spiega Sarnicola. In particolare, un danneggiamento delle cellule staminali del limbus, la zona tra la cornea e la congiuntiva, determina il fallimento irreversibile del trapianto.

In questo intervento, per la prima volta al mondo, è stato realizzato un autotrapianto dell’intera superficie oculare, prelevata dall’occhio sinistro, comprendente non solo la cornea, ma anche una parte di sclera e tutta la congiuntiva comprese le cellule staminali del limbus.

“In estrema sintesi il paziente per problemi retinici aveva irrimediabilmente perso la funzionalità dell’occhio sinistro, mentre l’occhio destro aveva mantenuto una potenzialità di recupero che però si era rivelata vana con trapianti tradizionaliriferisce Reibaldi –. Abbiamo deciso di coinvolgere il professor Sarnicola – continua – perché notissimo nel mondo per aver proposto e realizzato tecniche alternative ai trapianti perforanti tradizionali”.

“L’intervento è stato eseguito prelevando dall’occhio sinistro, irrecuperabile dal punto di vista funzionale, ma con la cornea e la superficie oculare in buona salute, tutta la congiuntiva, tutta la cornea e due millimetri di sclera, in un unico pezzospiegano Reibaldi e Sarnicola -. In pratica un terzo dell’occhio sinistro è stato autotrapiantato nell’occhio destro, che quindi è stato ricostruito ed è tornato a vedere”.

“La vera novità consisteprecisa Sarnicolanell’aver allargato il trapianto corneale all’intera superficie oculare, ai tessuti congiuntivo-sclerali, che giocano un ruolo fondamentale nel permettere il successo del trapianto in condizioni particolari, come nel caso del nostro paziente. Allo stesso tempo, l’occhio sinistro è stato ricostruito con tessuti da donatore solo a scopo estetico”.

“L’intervento è stato straordinario ed il paziente, oggi dopo due settimane ha ripreso a vedere e si muove autonomamente. Siamo molto emozionati e ci aspettiamo un successo duraturo nell’occhio destro, perché ricostruito con tessuti propri del paziente e quindi potenzialmente al riparo dai problemi di rigetto che hanno afflitto i precedenti trapianti”, concludono Reibaldi e Sarnicola.

Nonostante l’eccezionalità dell’intervento, potrà essere replicabile in altri casi nelle stesse condizioni del primo paziente operato.

Annuario 2021, i dati aggiornati del Servizio sanitario nazionale

Il Servizio Sanitario Nazionale dispone di oltre 214 mila posti letto per degenza ordinaria, di cui il 20,5% nelle strutture private accreditate. A livello nazionale sono disponibili 4,0 posti letto ogni 1.000 abitanti.

Questi alcuni dei dati, relativi al 2021, evidenziati nell’ultima edizione dell’Annuario statistico del Servizio Sanitario Nazionale, realizzato dall’Ufficio di statistica del Ministero della Salute. La pubblicazione presenta i dati statistici sulle strutture della rete di offerta sanitaria e sui servizi connessi, sulle caratteristiche organizzative, sui fattori produttivi e i dati sull’attività di assistenza territoriale e ospedaliera.

Le informazioni vengono elaborate sulla base dei flussi informativi rilevati in base al D.M. 5 dicembre 2006 “Variazione dei modelli di rilevazione dei dati delle attività gestionali delle strutture sanitarie”, che disciplina la trasmissione dei dati da Regioni e Province autonome al Ministero della Salute.

L’assistenza ospedaliera

Nel 2021 l’assistenza ospedaliera si è avvalsa di 995 istituti di cura, di cui il 51,4% pubblici e il rimanente 48,6% privati accreditati. Il 63,6% delle strutture pubbliche è costituito da ospedali direttamente gestiti dalle Aziende Sanitarie Locali, il 10,4% da Aziende Ospedaliere e il restante 26,0% dalle altre tipologie di ospedali pubblici.

Il Servizio Sanitario Nazionale dispone di oltre 214 mila posti letto per degenza ordinaria, di cui il 20,5% nelle strutture private accreditate, 12.027 posti per day hospital, quasi totalmente pubblici (88,6%) e di 8.132 posti per day surgery in grande prevalenza pubblici (76,7%).
A livello nazionale sono disponibili 4,0 posti letto ogni 1.000 abitanti, in particolare i posti letto dedicati all’attività per acuti sono 3,4 ogni 1.000 abitanti. 

Nell’analizzare i dati dell’assistenza ospedaliera occorre tenere presente l’impatto che l’emergenza pandemica ha avuto in alcune regioni, che ha comportato la riorganizzazione delle strutture e delle attività ospedaliere. Nell’Annuario è stato inserito, come per il 2020, un focus specifico relativo ai posti letto e alle strutture dedicate all’assistenza dei pazienti Covid-19.

L’assistenza distrettuale: medici di medicina generale e pediatri di libera scelta

L’assistenza distrettuale, che coordina e integra tutti i percorsi di accesso ai servizi sanitari da parte del cittadino, si avvale soprattutto dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta.

In media a livello nazionale ogni medico di base ha potenzialmente come pazienti 1.295 adulti residenti. A livello regionale esistono notevoli differenziazioni.

l numero medio potenziale per pediatra è a livello nazionale di 985 bambini, con un’ampia variabilità territoriale (da un valore di 842 bambini per pediatra in Puglia a 1.262 bambini per pediatra nella Provincia Autonoma di Bolzano). 

Il contratto dei medici di medicina generale e di pediatria prevede, salvo eccezioni, che ciascun medico di medicina di base assista al massimo 1.500 pazienti adulti (di età superiore ai 13 anni) e ciascun pediatra 800 bambini (di età compresa fra 0 e 13 anni).

La galenica come frontiera avanzata della sanità personalizzata

La galenica non è mai superata. Anzi: oggi si vede rilanciata sul fronte più avanzato delle terapie personalizzate, proprio in un periodo storico in cui segnali di carenza e indisponibilità richiamano l’attenzione sulle preparazioni magistrali. Ed ecco dunque che l’evento con cui la Società Italiana dei Farmacisti Preparatori-SIFAP festeggia i suoi primi trent’anni di vita assume un valore particolarmente significativo, perché rilancia una professione sulla frontiera più avanzata della sanità. “30 anni insieme per la Galenica. Evoluzione di un Impegno Magistrale” (25 marzo 2023, Nobile Collegio Chimico Farmaceutico, Roma) è il Congresso Nazionale con cui la Società “festeggia” il suo compleanno, riflettendo su un passato importante (l’atto costitutivo porta la data del 26 febbraio 1993) e domandandosi cosa significhi oggi parlare di galenica e di farmacisti preparatori.

Un interrogativo a cui la presidente e socio fondatore di SIFAP, Paola Minghetti (Presidente Comitato di Direzione, Facoltà di Scienze del Farmaco, Università degli Studi di Milano) risponde così: “Oggi parlare di farmacista preparatore ha un significato completamente diverso dalle origini, quando il preparato magistrale era lo standard del medicinale. Oggi il preparato allestito in farmacia risponde in modo specifico alle esigenze terapeutiche che l’industria non riesce a soddisfare. Questo professionista oggi risponde concretamente alle necessità terapeutiche del singolo paziente, allestendo il medicinale personalizzato per fornire la terapia ottimale, e spesso si trova a sopperire alle carenze di farmaci di origine industriale nel normale circuito distributivo. Possiamo dire quindi che oggi il farmacista preparatore è uno dei maggiori interpreti della sanità personalizzata, quella delle terapie tagliate su misura”.

Il farmacista preparatore ha avuto il suo momento di maggior pressione nell’emergenza pandemica. Durante le ondate di SARS.CoV.2 i prodotti industriali per la sanificazione del corpo e degli ambienti sono andati presto esauriti, e proprio le farmacie aperte al pubblico e ospedaliere si sono attivate per allestire preparati nel laboratorio e fronteggiare con successo l’emergenza sanitaria. “In quel periodo – precisa Minghetti – sono nate le istruzioni operativa per il Gel mani, quelle per i microclismi di diazepam indispensabili nell’epilessia infantile, le sospensioni di paracetamolo e di ibuprofene e le innumerevoli istruzioni per la ripartizione dei vaccini prodotte in collaborazione tra SIFAP e SIFO”.

Poi, per fortuna, la pressione pandemica è venuta meno, ma gli esperti di galenica non hanno diminuito l’attenzione. E dunque qual è la centralità operativa contemporanea di questa figura? “Direi che è un ruolo rilevante sia scientificamente che socialmente”, dichiara la presidente SIFAP, “perché stiamo parlando di una professione salvavita per quei pazienti per i quali l’industria non fornisce il farmaco necessario. Pensiamo ad esempio alle malattie rare: la nostra figura diventa indispensabile proprio quando il farmaco preparato è l’unica soluzione per migliorare la qualità della vita del paziente stesso, se non addirittura per permettergli la sopravvivenza”.

Se questo è lo scenario della professione e della sua Società di riferimento – SIFAP è nata grazie alla spinta di Marcello Marchetti, indimenticato professore di Legislazione e tecnica farmaceutica, è stata riconosciuta come società scientifica nel 2018 ed oggi registra la presenza di oltre 600 soci – quali sono dunque gli obiettivi del Convegno di Roma, che si propone come ponte tra tre decenni di storia ed un futuro certamente impegnativo? Conclude Paola Minghetti: “direi che gli obiettivi sono principalmente due: da un lato un doveroso ringraziamento a chi ha contribuito all’attività di SIFAP in questi anni, dai soci fondatori a tutti i consiglieri e ai delegati regionali nonché alle altre Associazioni di categoria che ci hanno sempre sostenuto e attribuito un ruolo centrale. A questo si aggiunge la scelta di SIFAP di ascoltare durante l’evento di dialogare con autorità, medici, farmacisti e pazienti raccogliendo i bisogni e le criticità che tutti vivono nella loro quotidianità affinché la filiera del preparato galenico sia sempre tempestiva e competente nelle sue azioni e risposte professionali”.

Al Congresso nazionale SIFAP interverranno esperti, autorità, rappresentanti del mondo istituzionale, accademico e associativo, tra cui Eugenia Cogliandro (Primo Vice Chair della Commissione di Farmacopea Europea e componente dell’Area Autorizzazioni medicinali di AIFA), Andrea Mandelli (Presidente FOFI), Luigi D’Ambrosio Lettieri (Presidente Fondazione Cannavò), Marco Cossolo (Presidente Federfarma), Arturo Cavaliere (Presidente SIFO), Eugenio Leopardi (Presidente Utifar) e Carolina Carosio (Presidente Fenagifar).

L’alfabetizzazione sanitaria per mitigare il Covid

I danni della disinformazione e i benefici della consapevolezza: la pandemia ha messo sotto gli occhi di tutti l’importanza dell’alfabetizzazione sanitaria della cittadinanza. Ma non si tratta solo di stilare un bilancio dell’esperienza: è una lezione fondamentale per il futuro. Da queste premesse è nato il webinar “Migliorare l’alfabetizzazione sanitaria e proteggere il valore dell’accesso alle cure per un migliore coinvolgimento di cittadini e pazienti nella mitigazione del Covid”, organizzato da Active Citizenship Network (ACN), rete europea di Cittadinanzattiva, rivolto ai rappresentanti delle associazioni civiche e dei pazienti di tutta Europa: occasione per fornire informazioni aggiornate sul virus, condividere esperienze, identificare quanto appreso durante la pandemia e scambiare feedback.

Mariano Votta

“Il Covid-19 ha avuto un impatto significativo su diversi fronti come quello delle malattie non trasmissibili: i pazienti oncologici e cronici sono stati lasciati quasi soli per molti mesi, soprattutto durante la prima ondata di pandemia – ha spiegato Mariano Votta, responsabile delle politiche in Europa di Cittadinanzattiva e direttore ACN -. A tre anni esatti dal primo lockdown, la situazione è per fortuna cambiata in meglio con:

  • la scoperta e l’uso su larga scala dei vaccini anti-Covid, grazie a un investimento nella ricerca medica senza precedenti nella storia;
  • una risposta attenta da parte delle autorità sanitarie;
  • l’enorme impegno profuso da tutte le categorie di operatori sanitari, a cui andrà la nostra eterna riconoscenza per il sacrificio, anche in termini di vite umane;
  • il senso di responsabilità della stragrande maggioranza dei cittadini nell’attuare comportamenti responsabili, seguendo le indicazioni delle pubbliche autorità al fine di prevenire e limitare i contagi;
  • il contributo di tanti attori della società civile per agire e reagire contro la pandemia”.

Tutti fattori che hanno portato a una significativa riduzione del numero dei contagi e dell’incidenza del Covid-19 e delle sue varianti. Progressi enormi che però non ci mettono del tutto in una situazione di sicurezza, soprattutto se dovesse passare il messaggio – sbagliato – che il virus Covid-19 può essere sottovalutato perché ormai percepito innocuo. La pandemia di Covid-19 ha posto sfide significative alle comunità di pazienti e ACN, in continuità con il suo impegno nella lotta al Covid-19, si impegna ad aiutare a trovare soluzioni a queste sfide.

Per tenere viva l’attenzione sul tema e per contribuire a evitare che i pazienti Covid sperimentino l’incuria e l’abbandono che hanno vissuto i pazienti non Covid durante la pandemia, ACN ha deciso – con i due seguenti progetti europei, entrambi realizzati col supporto non condizionato di Pfizer, “Improving health literacy for better public and patient involvement in mitigating Covid-19 pandemic using interactive and intuitive educational tools” e “Protecting the value of access to care during – and after – the Covid-19 pandemic across Europe: focus on antivirals” – di investire in alfabetizzazione sanitaria per contribuire a mitigare gli effetti del Covid.

Un cittadino informato può fare la differenza non solo per la propria salute ma per la salute pubblica

La pandemia da Covid-19 ci ha insegnato quanti danni può arrecare anche un cittadino e paziente disinformato che perpetra comportamenti non salutari e quanto, invece, un cittadino e paziente informato può fare la differenza non solo per la propria salute individuale ma per la salute pubblica in generale.

La comprensione di quali siano i rischi, soprattutto per alcuni pazienti con comorbidità, e la consapevolezza di quali sono, invece, i benefici portati dalla vaccinazione anti-Covid, possono contribuire a mitigare la pandemia da Covid-19 e altri eventi simili, che non si possono escludere per il futuro: da qui il bisogno di trovarci più pronti e preparati.

Allo stesso tempo, la promozione di opportunità di confronto consente ai leader delle organizzazioni civiche coinvolte e ai gruppi di pazienti (PAG) di condividere le esigenze, le preoccupazioni e le migliori pratiche messe in campo dalle loro organizzazioni nella prevenzione, nella gestione, nel trattamento e nel follow-up del Covid-19.

L’alfabetizzazione sanitaria (Health Literacy) è un potentissimo strumento di garanzia della salute individuale e pubblica che ci permette di comprendere che la salute è un bene pubblico da preservare con azioni preventive individuali che diventano tanto più efficaci quanto più le seguiamo.

La scarsa alfabetizzazione sanitaria della popolazione è un problema di salute pubblica sottovalutato

Come dichiarato dagli esperti, l’infodemia legata al Covid-19 ha dimostrato che la scarsa alfabetizzazione sanitaria della popolazione è un problema di salute pubblica sottovalutato: in Europa, quasi la metà degli adulti ha riferito di avere problemi con l’alfabetizzazione sanitaria e di non avere le competenze necessarie per prendersi cura della propria salute e di quella degli altri.

In una prima sessione del webinar, intitolata “Conoscere e mitigare l’impatto del Covid-19”, Alessandra Medolla, medico di medicina generale presso l’ASL di Salerno, e Marco Vatri, geriatra dell’azienda Ospedaliero Universitaria Careggi Firenze, che già in passato si erano prestati in analoghe iniziative organizzate da ACN, hanno trattato temi come il virus e le sue mutazioni e i meccanismi di funzionamento dei vaccini, sfatando anche alcune false credenze diffuse a proposito dei vaccini, come quella ormai smentita da anni sulla presunta correlazione con l’autismo.

In particolare, i vaccini ci hanno consentito di arrivare a convivere con il virus esposti a un minore rischio di contrarre la malattia in forma grave e soprattutto hanno drasticamente ridotto il rischio di ospedalizzazioni.

Nella seconda sessione, intitolata “Il valore dell’accesso alle cure: focus sugli antivirali”, gli esperti si sono soffermati su cure e farmaci approvati (quando utilizzarli e quando, al contrario, non utilizzarli perché non danno alcun beneficio), ruolo degli antivirali, complicanze della malattia, Long Covid, e infine sull’importante punto della prevenzione e degli screening oncologici, i grandi assenti durante la pandemia.

Le stime della European Cancer Organization ipotizzano 100 milioni di screening non effettuati nella pandemia, sia a causa di difficoltà affrontate dai sistemi sanitari nel garantire l’accesso a queste prestazioni, sia di preoccupazioni da parte dei cittadini, che sovente hanno rinunciato per paura del contagio. Ritardi di cui prima o poi pagheremo il conto, come sottolineato nel report di IQVIA dall’eloquente titolo, Cancer won’t wait: il cancro non aspetta. Facendo riferimento al documento, Medolla ha sottolineato l’importanza delle azioni intraprese dai numerosi stakeholder per mitigare l’impatto della pandemia sugli screening.

Ancora, l’esperta ha illustrato alcune delle azioni intraprese in Paesi europei con questo obiettivo. Ad esempio, in Portogallo sono state attivate unità di screening mobili con garanzie di igiene e sicurezza dopo ogni esame, mentre in Italia per quanto riguarda il tumore al seno è stato potenziato il triage  per dare la priorità ai soggetti più a rischio.

Le attività di ACN proseguono ad aprile con due appuntamenti, entrambi al Parlamento Europeo, a Bruxellesi: il 26 un convegno sul tema delle Terapie Avanzate in Europa: coniugare sostenibilità, innovazione e rispetto dei diritti dei pazienti, in occasione delle celebrazioni europee della 17^ Giornata Europea dei Diritti del Malato, e il 27 l’evento conclusivo del progetto AHEAD (Action for Health and Equity: Addressing medical Deserts) che mira a ridurre le disuguaglianze di salute affrontando la sfida dei deserti sanitari in Europa.

Per approfondire

Dispositivi medici, estensione della validità dei certificati

È stato pubblicato, nella Gazzetta europea, il Regolamento (UE) 2023/607 del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 marzo 2023 che modifica i regolamenti (UE) 2017/745 e (UE) 2017/746 riguardo le disposizioni transitorie per determinati dispositivi medici e dispositivi medico-diagnostici in vitro.

Il Regolamento, che entra in vigore il 21 marzo 2023, si pone l’obiettivo di evitare, nella fase di transizione dei dispositivi medici al nuovo regime regolamentare, il mancato accesso dei pazienti a un’ampia gamma di dispositivi e contemporaneamente di stimolare i fabbricanti a compiere ogni sforzo per accelerare il processo di certificazione ai sensi del Regolamento (UE) 2017/745 per i dispositivi già marcati CE in base alle precedenti direttive.

L’emendamento prevede in particolare l’estensione della validità dei certificati rilasciati ai sensi delle direttive, a patto che siano rispettate alcune condizioni, tra le quali principalmente l’impegno a seguire l’iter di certificazione in base al Regolamento (UE) 2017/745.

Per approfondire

Nella fotografia dell’ISS i primi mille giorni di vita

La maggioranza delle mamme, oltre 9 su 10, ha riferito di non aver fumato durante la gravidanza e oltre 8 su 10 di non aver consumato bevande alcoliche. Tuttavia, sono ancora troppi i bambini (38%) potenzialmente esposti a fumo passivo a causa della presenza di almeno un genitore e/o altra persona convivente fumatrice. Inoltre, se è vero che più del 90% delle mamme ha assunto acido folico in gravidanza, è altrettanto vero che solo un terzo (32,1%) lo ha fatto in maniera appropriata a partire da un mese prima del concepimento. Ancora: tra gli 11 e i 15 mesi, oltre la metà dei piccoli è esposta già a schermi, tra TV, computer, tablet o cellulari; nella stessa fascia d’età, oltre un terzo delle mamme trova difficile farli stare, in auto, nel seggiolino ben allacciati. Sono questi alcuni dei risultati, presentati oggi presso l’Istituto Superiore di Sanità, del Sistema di Sorveglianza 0-2 anni sui principali determinanti di salute del bambino – Sorveglianza Bambini 0-2 anni – promosso dal Ministero della Salute e coordinato dall’ISS, realizzato in collaborazione con le Regioni.

“Investire nelle prime epoche della vita significa favorire ricadute positive lungo tutto l’arco dell’esistenza, non solo nel singolo ma nell’intera comunità, sia in termini di salute che di sviluppo di competenze cognitive e sociali e di accesso a percorsi educativi e professionali – afferma Giovanni Capelli, Direttore del Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e la Promozione della Salute dell’ISS – I risultati dell’edizione 2022 ella Sorveglianza mostrano che i comportamenti favorevoli al pieno sviluppo psico-fisico dei bambini non sono sempre garantiti ed evidenziano differenze territoriali e socio-economiche meritevoli di attenzione in un’ottica di salute pubblica”.

Dalla Sorveglianza – che ha coinvolto un totale di oltre 35.000 mamme intervistate nei Centri Vaccinali delle Regioni partecipanti – viene fuori che due terzi delle mamme (66,7%) è consapevole di dover mettere a dormire il proprio bambino a pancia in su per prevenire la morte improvvisa in culla e che tre quarti delle mamme (76,1%) intende vaccinare i propri figli ricorrendo sia alle vaccinazioni obbligatorie che a quelle raccomandate. Il 13% dei bambini non è mai stato allattato e sono ancora pochi quelli allattati in maniera esclusiva per il tempo raccomandato dall’OMS: il 46,7% nella fascia d’età 2-3 mesi che si riducono al 30%  nella fascia 4-5 mesi.  

Troppi i bambini che passano del tempo davanti a TV, computer, tablet o cellulari già a partire dai primi mesi di vita: il 22,1% nella fascia 2-5 mesi, percentuale che cresce all’aumentare dell’età fino ad arrivare al 58,1% tra i bambini di 11-15 mesi. La quota di bambini a cui non sono stati letti libri nella settimana precedente l’intervista risulta pari al 58,3% nella fascia d’età 2-5 mesi, e al 32,6% tra i bambini di 11-15 mesi. Il 12,4% delle mamme di bambini di 0-2 anni ha riferito di essersi rivolta a pediatra o pronto soccorso per incidenti occorsi al bambino. Il 19,3% delle mamme di bambini di 2-5 mesi riferisce di avere difficoltà nel farli stare seduti e allacciati al seggiolino, quota che sale al 34,4% tra le mamme di bambini di 11-15 mesi.  

L’indagine

La finalità della Sorveglianza è di raccogliere informazioni su alcuni determinanti di salute del bambino da prima del concepimento ai 2 anni di vita per produrre indicatori a livello regionale o aziendale, richiesti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e/o dai Piani Nazionali e Regionali della Prevenzione, che consentano confronti territoriali e intertemporali. Inoltre, la Sorveglianza prevede la diffusione di materiale informativo multilingue sui determinanti indagati, come la brochure per i genitori consegnata alla mamma dopo la compilazione del questionario e i poster distribuiti ai Centri Vaccinali e i Pediatri di Libera Scelta.

In questa seconda edizione della rilevazione sono state intervistate complessivamente oltre 35.000 mamme di bambini fino a 2 anni di età, utilizzando un questionario anonimo autocompilato presso i Centri Vaccinali tra giugno e ottobre 2022. Il tasso di partecipazione nelle regioni partecipanti varia tra l’89,2% e il 98,6%.

Sintesi della raccolta dati 2022

Assunzione di acido folico in epoca periconcezionale

L’assunzione quotidiana di 0,4 mg di acido folico (vitamina B9) da quando la coppia comincia a pensare a una gravidanza fino alla fine del terzo mese di gestazione, protegge il bambino da alcune gravi malformazioni congenite. La quota di mamme che ha assunto acido folico in occasione della gravidanza supera il 90%, ma meno di un terzo di esse (32,1%) lo ha fatto in maniera appropriata per la prevenzione delle malformazioni congenite, con una variabilità regionale compresa tra il 21,4% e il 42,5%.

Consumo di tabacco in gravidanza e in allattamento

Fumare in gravidanza aumenta il rischio di basso peso alla nascita, prematurità, mortalità perinatale. I bambini esposti a fumo passivo hanno un rischio maggiore di malattie delle basse vie respiratorie e di episodi di asma.  Dai risultati della Sorveglianza emerge che il 6,4% delle mamme ha dichiarato di aver fumato in gravidanza con un range compreso tra il 2,9% e il 10,3%. Ha dichiarato invece di fumare in allattamento l’8,7% delle mamme (range: 4,9% – 13,9%). La percentuale di bambini potenzialmente esposti al fumo passivo, a causa della presenza di almeno un genitore e/o altra persona convivente fumatrice, varia dal 27,4% al 46,6%, con valori tendenzialmente più elevati nelle regioni del Sud.

Alcol in gravidanza e in allattamento

L’assunzione di alcol in gravidanza e in allattamento può associarsi a spettro dei disordini feto-alcolici (FASD), aborto spontaneo, parto pretermine, basso peso alla nascita, sindrome della morte improvvisa in culla (SIDS), malformazioni congenite, difficoltà cognitive e relazionali. La grande maggioranza delle mamme non ha assunto bevande alcoliche in gravidanza, il 18,6% ha dichiarato di aver consumato bevande alcoliche almeno 1-2 volte al mese e il 3,7% almeno 3-4 volte, con una variabilità regionale in quest’ultimo caso compresa tra l’1,7% e il 6,1%. Durante l’allattamento il consumo di alcol risulta più diffuso che in gravidanza e la quota che lo ha assunto almeno 3-4 volte nei 30 giorni precedenti l’intervista varia tra il 3,4% e il 12,9% nelle mamme con bambini di 2-5 mesi. Il consumo di alcol risulta tendenzialmente più diffuso nelle regioni del Centro-Nord.

Allattamento

I benefici dell’allattamento sia per la mamma che per il bambino sono ormai ben documentati. L’OMS e l’UNICEF raccomandano di allattare in modo esclusivo fino ai 6 mesi di età del bambino e di prolungare l’allattamento fino ai 2 anni e oltre, se desiderato dalla mamma e dal bambino. I risultati della Sorveglianza mostrano che il 30% dei bambini nella fascia d’età 4-5 mesi viene allattato in maniera esclusiva, con una elevata variabilità regionale caratterizzata da quote più basse nelle regioni del Sud e comprese tra il 13,5% e il 43,2%. Risulta invece non essere mai stato allattato il 13% dei bambini rilevati dalla Sorveglianza, con quote tendenzialmente più alte nelle regioni del Sud e complessivamente comprese tra il 7% e il 17,2%.

Lettura precoce in famiglia

Leggere regolarmente al bambino già dai primi mesi di vita significa contribuire al suo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale. Nella settimana precedente l’intervista non è mai stato letto un libro al 58,3% dei bambini nella fascia di età 2-5 mesi con valori più alti nelle regioni del Sud  e compresi tra il 38,3% e il 69,7%. Nella fascia 11-15 mesi la quota di bambini non esposti a lettura risulta pari al 32,6% (range: 16,4% – 48,5%).

Esposizione a schermi

Le evidenze scientifiche sui rischi per la salute psicofisica dei bambini – disturbi del sonno, emotivi, sociali – derivanti dall’uso eccessivo e/o scorretto delle tecnologie audiovisive e digitali sono in aumento. Viene raccomandato di utilizzare queste tecnologie in presenza di un adulto e di evitarne l’uso tra i bambini al di sotto dei 2 anni di vita. Il 22,1% dei bambini di 2-5 mesi passa del tempo davanti a TV, computer, tablet o telefoni cellulari con un range territoriale tra il 13,6% e il 30,3%. La maggior parte dei bambini esposti passa meno di un’ora al giorno davanti a uno schermo e dall’1,9% al 9,1% vi trascorre almeno 1-2 ore. I livelli di esposizione crescono all’aumentare dell’età in tutte le regioni e, tra i bambini di 11-15 mesi, le quote che passano almeno 1-2 ore al giorno davanti a uno schermo arrivano a variare tra il 6,5% e il 39,3%. I bambini risultano maggiormente esposti a schermi nelle regioni del Sud.

Posizione in culla

La sindrome della morte improvvisa in culla (SIDS) rappresenta una delle principali cause di morte post-neonatale. Tra gli interventi semplici ed efficaci per ridurne il rischio è raccomandato mettere a dormire il bambino in posizione supina. Dalla rilevazione risulta che due terzi delle mamme dichiara di mettere a dormire il proprio bambino a pancia in su (66,7%) con un range compreso tra il 53,2% e il 79%. Risulta  frequente anche l’adozione di posizioni diverse da quella raccomandata, con il 18,7% delle mamme che pone il bambino in culla di lato.

Sicurezza in casa

Il rischio di incorrere in un incidente domestico risulta elevato tra i bambini, in particolare sotto i 5 anni di età. Il 12,4% delle mamme è ricorso a personale sanitario per un incidente occorso al figlio (cadute, ferite, ustioni, ingestione di sostanze nocive, ecc.), quota che varia a livello territoriale tra il 10,5% e il 14,7%. Nelle regioni del Centro e soprattutto del Sud si registra un maggior ricorso al pediatra, mentre nel Nord non si rilevano sostanziali differenze tra ricorso al pediatra o al pronto soccorso.

Sicurezza in auto

L’utilizzo corretto dei dispositivi di protezione per il trasporto in auto dei bambini può ridurre sensibilmente il rischio di traumi e di morte a seguito di incidente stradale. Dalla Sorveglianza emerge che il 19,3% delle mamme di bambini di 2-5 mesi ha riferito di avere difficoltà nel far stare il bambino seduto e allacciato al seggiolino, con una variabilità regionale compresa tra il 14,2% e il 29,7%. Al crescere dell’età del bambino le quote di mamme che riferiscono difficoltà aumentano in tutte le regioni, assumendo valori compresi tra il 27,0% e il 47,0% nella fascia d’età 11-15 mesi. 

Vaccinazioni

Le vaccinazioni possono proteggere il bambino dal rischio di contrarre alcune malattie infettive che possono determinare complicanze pericolose. Il 76,1% delle mamme ha dichiarato di voler effettuare tutte le vaccinazioni previste, quota che varia tra il 68,6% e l’83,7% a livello regionale. Seguono le mamme intenzionate a effettuare solo le vaccinazioni obbligatorie (tra il 10,2% e il 23,8%). La quota di indecise risulta compresa tra il 3,9% e l’8,3%.

Acque reflue e droghe: i campioni provenienti da oltre 100 città europee rivelano le ultime tendenze

Sono stati pubblicati gli ultimi risultati del più grande progetto europeo nel campo dell’analisi delle acque reflue da parte del gruppo europeo SCORE (Sewage Analysis CORe group Europe) in collaborazione con l’Agenzia Europea per il Monitoraggio delle Dipendenze (EMCDDA) – Wastewater analysis and drugs: a European multi-city study. L‘analisi delle acque reflue o epidemiologia delle acque reflue rivela i profili di consumo delle principali droghe d’abuso in Europa con un trend in aumento di cocaina e metamfetamine.  

Obiettivo dello studio “Wastewater analysis and drugs: a European multi-city study”

Lo studio esplora il potenziale dell’epidemiologia delle acque reflue per identificare nuove sostanze psicoattive e fornire un sistema di allerta precoce per identificare le tendenze emergenti ed aiutare a valutare gli interventi di salute pubblica.

Lo studio, inoltre, si avvale di tecniche all’avanguardia in grado di determinare se i residui metabolici rilevati nelle acque reflue provengano dal consumo umano, dallo smaltimento di droghe inutilizzate o dai rifiuti provenienti da siti di produzione di droghe sintetiche. L’analisi delle acque reflue, benché utilizzata principalmente per studiare le tendenze nel consumo di droghe illecite nella popolazione generale, è una metodologia molto flessibile che può essere impiegata anche per fornire dati tempestivi in luoghi o eventi specifici, come ad esempio festival musicali o quartieri circoscritti.

La caratteristica interattiva dello studio “Wastewater analysis and drugs: a European multi-city study”

La presentazione dei risultati include un’innovativa mappa interattiva che consente all’utente di guardare i modelli geografici e temporali e di esplodere i risultati per città e per droga. Questa funzionalità interattiva è stata sviluppata per dispositivi mobili e desktop con l’obiettivo di ampliare l’accessibilità ed essere user-friendly.

I risultati dello studio “Wastewater analysis and drugs: a European multi-city study”

Il gruppo SCORE ha condotto campagne di monitoraggio delle acque reflue ogni anno a partire dal 2011: all’inizio le città monitorate erano 19, in 10 paesi diversi, mentre le droghe d’abuso monitorate erano 4. Nel corso degli anni il network di collaborazione si è ampliato notevolmente e nel 2022 sono state analizzate le acque reflue di 104 città, in 21 diversi paesi europei.

Da Copenaghen a Valencia e da Nicosia a Lisbona, lo studio ha analizzato campioni giornalieri di acque reflue prelevati in entrata agli impianti di trattamento dei reflui cittadini, tra marzo e aprile 2022. Nei campioni, derivanti da circa 54 milioni di persone, è stata effettuata la ricerca per individuare tracce di cannabis e di altre sostanze stimolanti illecite: cocaina, amfetamina, metamfetamina, MDMA/ecstasy e ketamina, quest’ultima inclusa nell’analisi per la prima volta.

I risultati mostrano un consumo di cocaina in continuo aumento, tendenza osservata già dal 2016, nonostante alcune fluttuazioni durante i lockdown. Anche la situazione delle metanfetamine sembra presentare un trend in aumento in più città analizzate. Per quanto riguarda anfetamina, cannabis e MDMA si osserva, invece, un quadro più vario: i trend di consumo variano considerevolmente a seconda dei luoghi di studio.

Interessanti le fluttuazioni nei modelli settimanali di consumo illecito di droghe: più di tre quarti delle città hanno mostrato un incremento dei consumi di  cocaina, ketamina e MDMA nei fine settimana (venerdì-lunedì), in accordo con un atteso modello ricreativo di consumo. Al contrario, i consumi delle altre sostanze (cannabis, amfetamina e metamfetamina) risultano più costanti durante la settimana.

“Lo studio europeo include in Italia la città di Milano, che monitoriamo dal 2005 – spiega Sara Castiglioni del Laboratorio di Indicatori epidemiologici ambientali dell’Istituto Mario Negri – Negli ultimi anni abbiamo osservato un incremento nei consumi in particolare di cocaina e di cannabis. Il consumo di ketamina, che monitoriamo in Italia da circa 10 anni, è anch’esso in aumento e risulta tra i più alti nelle città europee investigate. L’epidemiologia delle acque reflue si dimostra molto utile per rilevare nuovi trend di consumo anche a livello locale ed è al momento applicata anche in uno studio a livello nazionale che stiamo conducendo in collaborazione con il Dipartimento Politiche antidroga, i cui risultati verranno pubblicati a breve”.

Quali sono i risultati più importanti del gruppo SCORE?

COCAINA

I residui di cocaina nelle acque reflue sono più elevati nelle città dell’Europa occidentale e meridionale (in particolare in Belgio, nei Paesi Bassi, in Spagna e in Portogallo), ma sono state rilevati aumenti  in alcune città dell’Europa orientale. Nel complesso, più della metà delle città con dati relativi al 2021 e al 2022 ha registrato un aumento dei residui di cocaina.

METANFETAMINA

Questa sostanza, generalmente ritrovata in Repubblica Ceca e Slovacchia, è ora presente anche in Belgio, nella parte orientale della Germania, in Spagna, a Cipro e in Turchia e in diversi paesi del l’Europa settentrionale (ad es. Danimarca, Lettonia, Lituania, Finlandia e Norvegia). Delle 60 città con dati per il 2021 e il 2022, quasi due terzi hanno riferito un aumento dei residui, 15 una diminuzione e 6 una situazione stabile. Le tre città con le rilevazioni maggiori sono tutte situate nella Repubblica Ceca, seguite da città in Lettonia, Germania, Turchia e Cipro.

ANFETAMINA

Il livello dei residui di anfetamine è vario nei diversi paesi, con i carichi più elevati nelle città del nord e dell’est Europa (Belgio, Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Svezia) e livelli molto più bassi nelle città del sud.

MDMA

Come per l’anfetamina, anche per l’MDMA  la situazione varia nei diversi paesi, i livelli più elevati sono stati trovati in Belgio, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Spagna e Portogallo.

KETAMINA

A seguito di segnalazioni di una maggiore disponibilità e uso di ketamina in Europa, il farmaco anestetico, usato illegalmente per scopi ricreativi, è stato incluso per la prima volta nello studio del 2022. I livelli più elevati sono stati trovati nelle acque reflue in Danimarca, Italia, Spagna e Portogallo.

CANNABIS

I più alti carichi di THC-COOH, il metabolita della cannabis, sono stati trovati nelle città dell’Europa occidentale e meridionale, in particolare nella Repubblica Ceca, Spagna, Paesi Bassi e Portogallo.

Di cosa si parla al 27° Congresso dei Farmacisti Ospedalieri europei

Si è aperto a Lisbona il 27° congresso della Società Europea dei farmacisti ospedalieri-EAHP, che quest’anno mette a tema Dalla progettazione del farmaco al successo del trattamento. Cosa conta davvero per i pazienti? (From drug design to treatment success. What really matters to patients?). Oltre quattromila professionisti di farmacia ospedaliera provenienti da tutta Europa si confrontano su questo titolo impegnativo, che conduce ad affrontare il tema del “successo terapeutico” dal punto di vista del paziente.

“Tutti i sistemi e tutti i professionisti devono iniziare a cambiare il proprio paradigma”, ha detto nel suo messaggio inaugurale il presidente di EAHP, Andras Sule (direttore della farmacia del Péterfy Hospital di Budapest), che ha ricordato che “il successo terapeutico non è definito esclusivamente da parametri medici, ma si sviluppa anche attraverso le percezioni e l’impegno del paziente a svolgere un ruolo attivo nel proprio percorso verso la guarigione”.

Ma una nuova concezione del coinvolgimento del paziente e dell’ascolto dei suoi bisogni e delle sue aspettative è solo uno dei grandi temi dell’EAHP 2023, visto che insieme a questo approfondimento sono ben presenti nelle sessioni plenarie e parallele, altri due argomenti rilevanti: il ruolo delle tecnologie nello sviluppo della sanità, e la necessità di una riflessione sulle tematiche di sostenibilità ambientale delle attività ospedaliere.

A Lisbona è presente anche una nutrita rappresentanza SIFO di farmacisti ospedalieri italiani, guidata dal vice-presidente Alessandro D’Arpino che ha così commentato i tre macro temi messi al centro dell’evento europeo: “Il paziente al centro del sistema di cure è ormai un argomento diventato cruciale nell’assistenza sanitaria e farmaceutica. Oggi il trattamento del paziente e della sua patologia sono multidisciplinari e multidimensionali, e quindi non possiamo prescindere dal coinvolgimento della persona malata nel percorso terapeutico, perché questo migliora la qualità di cura. Ma da Lisbona emerge un elemento innovativo: il coinvolgimento della persona nel percorso terapeutico, con la chiarezza sulla sua aspettativa, è elemento decisivo per il successo del trattamento, perché l’aderenza è chiave discriminante del percorso di cura. Su questo si impone una nuova assunzione di responsabilità da parte del farmacista ospedaliero: siamo noi che possiamo farci carico di ricordare a tutto il team terapeutico della necessità di un coinvolgimento della persona in cura. Possiamo essere i facilitatori di un nuovo ascolto del paziente, indispensabile e preziosissimo per tutto il sistema delle cure, sia ospedaliere che territoriali”.

Sul secondo tema, quello dell’innovazione tecnologica (ben cinque le sessioni del congresso EAHP dedicate all’e-hospital pharmacy) “è chiaro – precisa il vicepresidente SIFO – che allo stato attuale non possiamo fare a meno di sottolineare che le tecnologie non solo ottimizzano i processi e assicurano una gestione puntuale di tanti passaggi del percorso del farmaco, ma generano sicurezza di pazienti e operatori, permettono di registrare dati di efficacia del trattamento, ed aiutano nell’utilizzo del giusto farmaco al giusto paziente nel giusto momento. Ciò significa che l’innovazione tecnologica oggi chiede solo di essere perfettamente integrata all’interno di tutto il sistema organizzativo del SSN per offrire il proprio contributo in tutta la sua vastità. Quindi: usciamo dalla fase della tecnologia utile, ma occasionale, per entrare in quella del sistema tecnologico continuo e integrato”.

Per terminare, il tema della sostenibilità ambientale, a cui EAHP è quest’anno particolarmente attenta con interventi, dibattiti e sessioni dedicate alla “green pharmacy”, argomento obbligato in un’epoca di crescente attenzione alla gestione di scarti, scorte e loro impatto sui determinanti di salute. Rifiuti tossici, gas, scarti di sala operatoria, dispositivi inutilizzati o a fine delle loro performance, rifiuti chirurgici e halipac, materiali non sempre biodegradabili: che fine fa questo universo di materiali? Che consapevolezza c’è della necessità di un ripensamento di settore? Da Lisbona il messaggio è chiaro: non attendiamo ulteriormente, è il momento giusto per un’assunzione di responsabilità da parte dei farmacisti europei di tutta Europa.

Alessandro D’Arpino conferma che “Il farmacista ospedaliero è presente in tutto il ciclo di vita del farmaco, dalla produzione alla logistica, dall’approvvigionamento all’utilizzo bedside: è ora che questa nostra presenza si faccia carico anche delle problematiche legate allo smaltimento dei prodotti di nostra competenza. Ciò significa comprendere come smaltire farmaci e dispositivi sia nelle sale operatorie che negli altri ambienti di cura. L’argomento è molto sentito a livello europeo, visto che il nostro Continente è in una posizione di traino per tutto il Pianeta. Anche SIFO intende sviluppare con attenzione questo argomento, per contribuire ad una battaglia che è professionale, sanitaria ed anche socio-culturale e che si tradurrà nell’impegno a far diventare molto più green anche gli ospedali italiani, ovviamente senza far venir meno la qualità delle cure”.

Sistema di garanzia dei Lea, servono più flessibilità e capillarità

Dovrebbe essere un sistema per monitorare l’accesso alle cure essenziali e ridurre le disuguaglianze, ma rischia di diventare uno strumento che alimenta le differenze e intacca il diritto di accesso alla salute. È il nuovo sistema di garanzia dei Lea (i livelli essenziali di assistenza): introdotto nel 2020, a distanza di due anni ha mostrato alcuni limiti.

Tonino Aceti

“Ci sono alcuni punti di forza, rispetto al sistema precedente – riconosce Tonino Aceti, presidente di Salutequità –: prima di tutto, il flusso dei dati e la qualità del dato sono più robusti. Il precedente modello era costruito quasi interamente su autodichiarazioni delle Regioni, mentre il nuovo è alimentato con flussi del Ssn”.

Il secondo aspetto riguarda le modalità di calcolo: “Secondo il precedente sistema di monitoraggio Lea, se una Regione otteneva un punteggio superiore a 160 era considerata adempiente – ricorda Aceti – Tuttavia, questa cifra era la media algebrica tra assistenza ospedaliera, quella distrettuale e la prevenzione. Il nuovo sistema prevede che la Regione raggiunga la sufficienza in tutti e tre gli ambiti”.

Vantaggi non da poco, che però scontano alcuni problemi altrettanto significativi: da una parte calano gli indicatori “core”, che passano da 34 a 22. Dall’altra, per Salutequità, “gli indicatori inseriti permettono di fotografare solo parzialmente la reale dinamica che c’è tra cittadino e sistema sanitario nazionale”.

Pochi indicatori “core”

Le liste d’attesa, per esempio, hanno un solo indicatore; non viene misurato il tempo d’attesa al Pronto soccorso; non esistono indicatori per la telemedicina, né per monitorare i tempi di accesso alle innovazioni tecnologiche.

Manca un indicatore che misuri tempestività ed equità d’accesso alle innovazioni tecnologiche del SSN

“Manca un indicatore che misuri tempestività ed equità d’accesso alle innovazioni tecnologiche del Ssn, che è la grande sfida non vinta – afferma il presidente di Salutequità – Nessuno si prende la briga di monitorare in che tempi queste arrivano nelle Regioni e come funziona l’equità d’accesso. Finanziamo con un miliardo di euro all’anno i farmaci innovativi, ma poi non ci preoccupiamo di capire cosa le Regioni restituiscono ai cittadini in termini di accesso”.

Ancora: niente indicatori per le cure primarie, per l’aderenza terapeutica, per il territorio e l’Assistenza Domiciliare Integrata.

“Guardiamo la quantità delle prestazioni, ma non la qualità né il personale coinvolto nel trattamento”, osserva Aceti.

In questo quadro, il Governo ha incrementato le risorse per il Servizio sanitario nazionale portandole da oltre 114 miliardi del 2019 a circa 124 nel 2022 e 128 nel 2024. La sanità potrà inoltre contare su 18,5 miliardi aggiuntivi del Pnrr.

Serve un sistema di controllo e verifica dell’erogazione dei Lea nelle Regioni più forte e dinamico

I maggiori finanziamenti messi sinora sul piatto potrebbero però non essere sufficienti per aumentare come servirebbe l’accesso alle cure dei cittadini, ridurre le liste di attesa, contrastare le disuguaglianze e mettere a terra le riforme, a partire da quella della nuova sanità territoriale – prosegue Aceti – Serve un sistema di controllo e verifica dell’erogazione dei Lea nelle Regioni più forte e dinamico rispetto a quello attuale, in grado di cogliere molto meglio le reali difficoltà che ogni giorno incontrano i cittadini in tutti gli ambiti dell’assistenza, poter intervenire con misure più mirate di potenziamento, spingere in tutte le Regioni l’attuazione concreta della programmazione nazionale e delle riforme, così da utilizzare al meglio tutte le risorse stanziate”.

Problemi di aggiornamento

A questo si aggiunge il fatto che manca un sistema di aggiornamento agile, flessibile e dinamico degli indicatori di monitoraggio. Il Nuovo sistema, entrato in vigore il 1° gennaio 2020, è ormai vecchio: “Continuiamo a basarci su indicatori pre-pandemia, ma nel frattempo il mondo – e non solo quello sanitario – è cambiato”, osserva Aceti.

Un rafforzamento del monitoraggio, poi, darebbe al Ministero della Salute anche la possibilità di esercitare in modo più incisivo le sue competenze a garanzia dell’unitarietà del Ssn e dell’esigibilità dei Lea in tutte le Regioni.

“In sanità abbiamo bisogno di un sistema di controllo forte dello Stato”

In assenza di un tavolo di confronto serio, il sistema rischia di diventare uno strumento che, nella sua architettura e composizione, è un compromesso politico al ribasso tra Stato e Regioni. In sanità abbiamo bisogno di un sistema di controllo forte dello Stato. Questo è completamente inadeguato per quanto riguarda gli indicatori, sul sistema di revisione, che attualmente è un sistema pesante, che necessita di decreti, intese, pareri, che in modo dinamico, periodico e tempestivo aggiorni i suoi indicatori perché deve adeguarsi alla realtà che cambia”.

Il presidente di Salutequità nota poi come oggi il Comitato Lea sia paritetico tra Ministero, Agenas e Regioni, senza la presenza di alcun soggetto esterno.

“Oggi abbiamo bisogno di un sistema sfidante che tenga alta la tensione nelle Regioni in un’ottica di miglioramento delle prestazioni. In questo momento, invece, abbiamo le Regioni che si concentrano su questi pochi indicatori, spesso a discapito di tutto il resto. Quando l’allora ministro Roberto Speranza stanziò un miliardo di euro per recuperare le cure mancate, avremmo dovuto inserire un indicatore ad hoc per misurare capacità di recupero da parte delle Regioni. Questo significa avere un sistema dinamico”.

Accanto a tutto questo, c’è poi un problema di trasparenza: sono da poco stati pubblicati i dati aggiornati al 2020. “È contrario alla norma, oltre che inaccettabile: il decreto ministeriale del 2019 dice che i dati devono essere pubblicati entro la fine dell’anno successivo a quello di riferimento”.

I risultati non sono confortanti e mostrano grandi disuguaglianze tra Nord e Sud. Solo 11 Regioni sono state promosse in tutte e tre le aree: Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Provincia Autonoma di Trento, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto. Le altre 10 sono inadempienti: Abruzzo, Liguria, Molise e Sicilia con un punteggio insufficiente in una sola area; Basilicata, Campania, Provincia Autonoma di Bolzano, Sardegna, Valle D’Aosta con un punteggio insufficiente in due aree; la Calabria insufficiente in tutte le tre aree.

Le sfide aperte

Che cosa fare dunque? “Una delle nostre richieste è avere una pubblicazione non annuale, ma dinamica, nel corso dell’anno. Quando si individua criticità su un indicatore Lea, lo Stato dovrebbe subito intervenire con la Regione per migliorarlo”.

In questo momento, anche a regime, il dato arriva a fine anno: “Dobbiamo essere in grado di prevenire e anticipare i problemi: ora abbiamo un sistema che produce effetti di valutazione a valle. Noi lo dovremmo farlo a monte, per evitare l’errore”.

Una volta misurato, poi, serve l’intervento del Ministero: “Nel Patto per la Salute 2021 questo impegno era stato messo nero su bianco, proprio per riequilibrare il potere Stato-Regioni. Questa cosa è rimasta in sospeso, non si è fatta e oggi abbiamo un sistema che è assolutamente inadeguato”.

Un buon sistema di monitoraggio dovrebbe spingere le Regioni a fare sempre meglio e, nel caso di risultati positivi, ricevere risorse importanti

Essere adempiente dà la possibilità di accedere ad alcuni fondi del finanziamento: “Tuttavia, si sta andando sempre di più verso una riduzione dei fondi legati alle performance a vantaggio del finanziamento indistinto. Un buon sistema di monitoraggio dovrebbe spingere le Regioni a fare sempre meglio e, nel caso di risultati positivi, ricevere risorse importanti”.

“Abbiamo solo due strumenti, a livello centrale: il finanziamento del Ssn in base a criteri di reparto rinnovati, dove l’innovazione pesa comunque pochissimo, ma è un primo passo, e il controllo e il monitoraggio. Ancorare la distribuzione delle risorse ai risultati ottenuti è l’unica leva sulla quale lo Stato può fare perno”, conclude Aceti.