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Gimbe: Servizio Sanitario Nazionale in codice rosso

«La crisi di sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – sta raggiungendo il punto di non ritorno tra l’indifferenza di tutti i Governi che negli ultimi 15 anni, oltre a tagliare o non investire in sanità, sono stati incapaci di attuare riforme coraggiose per garantire il diritto alla tutela della salute. Con l’aggravante di ignorare tre incontrovertibili certezze: che la sanità pubblica è una conquista sociale irrinunciabile e un pilastro della nostra democrazia; che il livello di salute e benessere della popolazione condiziona la crescita economica del Paese; infine, che la perdita di un SSN universalistico porterà ad un disastro sanitario, sociale ed economico senza precedenti».

L’emergenza COVID-19 ha ulteriormente indebolito il SSN, specialmente sul fronte del personale e il netto aumento del finanziamento pubblico negli ultimi anni è stato interamente assorbito dall’emergenza, tanto che ora le Regioni rischiano di tagliare i servizi. Senza contare che il DdL sull’autonomia differenziata potrebbe dare il colpo di grazia al SSN. «E se durante la fase più drammatica dell’emergenza – sottolinea il Presidente – tutte le forze politiche convergevano sulla necessità di potenziare la sanità pubblica, ben presto è ritornata nell’oblio. E i professionisti sanitari continuano ad essere ringraziati solo con la “retorica degli eroi”».

«Oggi i pazienti – chiosa il Presidente – vivono ogni giorno le conseguenze di un SSN ormai in codice rosso per la coesistenza di varie malattie: imponente sotto-finanziamento, carenza di personale per assenza di investimenti, mancata programmazione e crescente demotivazione, incapacità di ridurre le diseguaglianze, modelli organizzativi obsoleti e inesorabile avanzata del privato. Un SSN gravemente malato che costringe i pazienti ad attese infinite, migrazione sanitaria, spese ingenti, sino alla rinuncia alle cure».

Liste di attesa

Il ritardo delle prestazioni sanitarie accumulato durante la pandemia ha determinato un ulteriore allungamento delle liste di attesa che le Regioni non riescono a smaltire nonostante le risorse stanziate dal Governo. «Così le persone sono costrette a rivolgersi al privato se ne hanno le possibilità economiche – spiega Cartabellotta – oppure attendere gli inaccettabili tempi di attesa delle strutture pubbliche sino a rinunciare alle prestazioni, con conseguenze imprevedibili sulla loro salute». Secondo una recente audizione dell’ISTAT la quota di persone che hanno dovuto rinunciare a prestazioni sanitarie è passata dal 6,3% nel 2019 al 9,6% nel 2020, sino all’l’11,1% nel 2021. E se nel 2022 le stime attesterebbero un recupero con una riduzione al 7%, l’ostacolo principale rimangono le lunghe liste di attesa (4,2%) rispetto alle rinunce per motivi economici (3,2%).

La spesa privata

Nel 2021 la spesa sanitaria in Italia ha raggiunto i € 168 miliardi, di cui € 127 miliardi di spesa pubblica (75,6%), € 36,5 miliardi (21,8%) a carico delle famiglie e € 4,5 miliardi (2,7%) sostenuti da fondi sanitari e assicurazioni (dati ISTAT). Secondo il recente Rapporto CREA Sanità nel 2021 la spesa privata è in media € 1.734 per nucleo familiare, ovvero il 5,7% dei consumi totali. E nel 2020 oltre 600 mila famiglie hanno dovuto sostenere spese “catastrofiche”, ovvero insostenibili rispetto ai budget, e quasi 380 mila famiglie si sono impoverite per spese sanitarie, in particolare nelle Regioni meridionali. «La chiave di lettura – chiosa Cartabellotta – è chiarissima: la politica si è sbarazzata di una consistente quota di spesa pubblica per la sanità, scaricando oneri iniqui sui bilanci delle famiglie».

Diseguaglianze

Il monitoraggio del Ministero della Salute sugli adempimenti ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) spiega il Presidente «documenta enormi diseguaglianze regionali con un gap Nord-Sud ormai incolmabile, che rende la “questione meridionale” in sanità una priorità sociale ed economica». Infatti, guardando ai punteggi LEA nel decennio 2010-2019, tra le prime 10 Regioni solo due sono del centro (Umbria e Marche) e nessuna del sud; nel 2020 solo 11 Regioni risultano adempienti ai LEA, di cui solo la Puglia al Sud; eccetto Basilicata e Sardegna sono in Piano di rientro tutte le Regioni del centro-sud, con Calabria e Molise commissariate; e nel 2020 Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto attraggono il 94,1% della mobilità sanitaria.

«Esistono poi – spiega Cartabellotta – altre diseguaglianze meno note: tra aree urbane e rurali, tra uomini e donne, oltre che correlate al grado di istruzione e di reddito. Ovvero, il SSN garantisce una “salute diseguale” che si riflette anche sugli anni di vita perduti». Infatti, il recente report dell’Eurostat documenta che in Italia si vive più a lungo nelle Regioni del Centro-Nord, con la Provincia autonoma di Trento in testa (84,2 anni), rispetto a quelle del Sud, con la Campania fanalino di coda (80,9 anni). «Un inaccettabile gap di oltre 3,3 anni – commenta Cartabellotta – che dimostra come la qualità dei servizi sanitari regionali produca effetti evidenti sull’aspettativa di vita, vanificando quel vantaggio che le Regioni meridionali avevano conquistato nei decenni scorsi grazie a favorevoli condizioni ambientali e climatiche e alla dieta mediterranea».

Mancato accesso alle innovazioni

L’ultimo aggiornamento dei LEA risale al gennaio 2017, ma per mancanza di risorse non è mai stato approvato il cd “Decreto Tariffe” relativo a specialistica ambulatoriale e protesica. «Di conseguenza – puntualizza il Presidente – innovazioni quali la procreazione medicalmente assistita, lo screening neonatale esteso, ausili e dispositivi all’avanguardia (es. apparecchi acustici digitali, protesi di ultima generazione, carrozzine basculanti) oggi possono essere erogate solo dalle Regioni non in Piano di rientro con risorse proprie, generando ulteriori diseguaglianze e tenendo in ostaggio i diritti dei pazienti. Intanto, il “continuo aggiornamento dei LEA al fine di mantenerli allineati all’evoluzione delle conoscenze scientifiche” rimane solo un vuoto slogan, visto che i LEA non vengono aggiornati da oltre 6 anni rendendo numerose innovazioni diagnostico-terapeutiche inaccessibili a tutti i pazienti che ne avrebbero diritto».

Privatizzazione

L’annuario statistico del SSN pubblicato il 23 marzo restituisce l’entità dell’offerta delle strutture sanitarie private accreditate, ovvero rimborsate con il denaro pubblico. Nel 2021 risultano private accreditate: il 48,6% delle strutture ospedaliere (n. 995); il 60,4% di quelle di specialistica ambulatoriale (n. 8.778); l’84% di quelle deputate all’assistenza residenziale (n.7.984) e il 71,3% di quelle semiresidenziali (n. 3.005), ovvero le due tipologie di RSA; il 78,2% di quelle riabilitative (n. 1.154).  «Inoltre esiste un vero e proprio “cavallo di Troia” – aggiunge il Presidente – che erode risorse pubbliche dirottandole ai privati: il connubio tra fondi sanitari e assicurazioni, sostenuto dalle politiche del welfare aziendale». I fondi sanitari, che godono di consistenti agevolazioni fiscali, erano nati per integrare le prestazioni non offerte dal SSN (odontoiatria, long term care), ma di fatto per circa il 70% erogano prestazioni già incluse nei LEA tramite la sanità privata accreditata. E siccome le assicurazioni sono divenute veri e propri gestori dei fondi sanitari, puntualizza Cartabellotta «i presunti vantaggi del welfare aziendale per i lavoratori iscritti ai fondi sono una mera illusione, perché il 40-50% dei premi versati non si traducono in servizi in quanto erosi da costi amministrativi e utili delle compagnie assicurative. Ovvero, i beneficiari delle risorse pubbliche provenienti dalla defiscalizzazione dei fondi sanitari sono le assicurazioni che generano profitti, la sanità privata che aumenta le prestazioni erogate e le imprese che risparmiano sul costo del lavoro».

«Nel marzo 2013 – conclude Cartabellotta – la Fondazione GIMBE ha lanciato la campagna “Salviamo il Nostro Servizio Sanitario Nazionale”, con il monito che la perdita del SSN non sarebbe stata annunciata dal fragore di una valanga, ma dal silenzioso scivolamento di un ghiacciaio, attraverso anni, lustri, decenni. Che lentamente, ma inesorabilmente, avrebbe eroso il diritto costituzionale alla tutela della salute. E dopo 10 anni di battaglie GIMBE per la sanità pubblica, nell’indifferenza di tutti i Governi, le evidenze dimostrano che siamo vicini al punto di non ritorno. Se un SSN pubblico, equo e universalistico rappresenta ancora una priorità del Paese Italia e un pilastro della nostra democrazia è necessario un repentino cambio di rotta, indicato dalla Fondazione GIMBE con il “Piano di Rilancio del Servizio Sanitario Nazionale” che sarà presentato a Bologna il 31 marzo, in occasione della 15a Conferenza Nazionale».

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15a Conferenza Nazionale GIMBE
Il coraggio delle scelte per il futuro della Sanità Pubblica: visione, risorse, riforme

Bologna, Royal Hotel Carlton, 31 marzo 2023 ore 10.00

Nella lettura del Presidente Nino Cartabellotta sarà presentato il Piano di rilancio del Servizio Sanitario Nazionale, elaborato dalla Fondazione GIMBE e arricchito grazie ad un’ampia consultazione pubblica, che sarà utilizzato come standard di riferimento per monitorare scelte e azioni di chi decide sul diritto alla tutela della salute.

Seguiranno due forum. Al primo, destinato al rilancio delle politiche per il personale sanitario, parteciperanno i presidenti, o loro delegati, di tutte le Federazioni degli Ordini professionali: Filippo Anelli (Medici Chirurghi e Odontoiatri), Teresa Calandra (Tecnici Sanitari Radiologia Medica, Professioni Sanitarie Tecniche della Riabilitazione e della Prevenzione), Piero Ferrante (Fisioterapisti), Mara Fiaschi (Psicologi), Andrea Mandelli (Farmacisti), Pierpaolo Pateri (Professioni Infermieristiche), Nausicaa Orlandi (Chimici e Fisici), Gaetano Penocchio (Veterinari), Silvia Vaccari (Ostetrici), delegato da confermare (Biologi).

Al secondo Forum, destinato alla riorganizzazione dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR, parteciperanno di autorevoli esponenti di Istituzioni, management, professionisti sanitari e cittadini: Michelangelo Bartolo (Telemedicina territoriale e Ospedaliera, Regione Lazio), Raffaele Donini (Assessore alle Politiche per la Salute Regione Emilia-Romagna), Tiziana Frittelli (Presidente Federsanità ANCI), Loreto Gesualdo (Presidente Federazione delle Società Medico-Scientifiche Italiane), Stefano Lorusso (Direttore Generale Programmazione Sanitaria, Ministero della Salute), Anna Lisa Mandorino (Segretaria Generale Cittadinanzattiva), Domenico Mantoan (Direttore Generale Agenas), Giovanni Migliore (Presidente Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere).

Nel pomeriggio la sessione “Focus on” su due tematiche di grande attualità: il monitoraggio del Ministero della Salute dei Piani regionali di recupero delle liste d’attesa (Maria Grazia Laganà, Ministero della Salute) e un’analisi su certezze, problemi irrisolti e prospettive future della Legge Gelli-Bianco per la sicurezza delle cure (Maurizio Hazan, Fondazione Italia in Salute).

Immancabili gli appuntamenti con il Laboratorio Italia, vetrina dei progetti selezionati da Regioni e Aziende Sanitarie, la sessione GIMBE4young dove verranno presentate le opportunità offerte da GIMBE ai giovani professionisti della sanità e la consegna del “Premio Evidence” e del “Premio Salviamo il Nostro Servizio Sanitario Nazionale”.

L’iscrizione alla Conferenza è gratuita e può essere effettuata esclusivamente tramite il modulo online disponibile a: www.conferenzagimbe.it/iscrizione.

Per approfondire

Non solo Covid e influenza: un bilancio della stagione delle tre epidemie

Una stagione “osservata speciale”: la prima del “post Covid“, o comunque la prima in cui dal 2020 la pandemia da virus SARS-CoV-2 ha dato alla cittadinanza un po’ di tregua (grazie ai vaccini). Si temeva per un’influenza-flagello, non è stato così. Invece, al virus pandemico a quello influenzale, si è aggiunto un terzo protagonista: il virus respiratorio sinciziale (VRS), che quest’anno ha messo a letto non solo bambini e anziani, ma anche gli adulti. Facciamo il punto con Daniela Paolotti, ricercatrice della Fondazione ISI, coordinatrice del progetto InfluWeb grazie al quale i dati caricati dagli utenti possono aiutare a monitorare l’andamento dell’epidemia influenzale e oggi anche del Covid.

Dottoressa, cosa avete osservato?

Daniela Paolotti

Seppur l’attenzione dei ricercatori verso il Covid non si sia mai spenta, di sicuro c’è stata una riaccensione dell’interesse per l’influenza perché da un lato nei due anni precedenti la circolazione dei virus influenzali è stata praticamente nulla a causa delle misure restrittive molto forti a cui le persone erano sottoposte, ma soprattutto perché c’era una notevole curiosità per questa prima stagione che avrebbe visto la co-circolazione di virus influenzali e Covid nel rilassamento quasi completo delle precauzioni imposte a livello istituzionale.

Oltre all’andamento di per sé, un grande punto interrogativo riguardava quello che avrebbero fatto le persone per proteggersi a livello individuale, scegliendo magari di continuare a indossare la mascherina sui mezzi pubblici o di frequentare meno i luoghi affollati.

Com’è andata?

La stagione influenzale è stata di entità comparabile con quelle degli anni degli anni passati. La peculiarità è che il picco è stato abbastanza anticipato, cadendo nelle settimane 48-49, anche prima di Natale. Solitamente il picco si raggiunge dopo: ad esempio nel 2019 è stato a gennaio inoltrato.

Fonte: FluNews

Inoltre, dopo una rapida discesa che si è osservata fra gennaio e febbraio, l’incidenza è rimasta comunque alta, sempre intorno all’8-9%, e non si è ancora abbassata. C’è una “coda lunga” che stiamo osservando ormai da quattro-cinque settimane che fa sì che la curva non scenda sotto la soglia epidemica; questo è forse dovuto al fatto che oltre al virus influenzale propriamente detto c’è una circolazione anche di virus parainfluenzali che contribuiscono a tenere alta l’incidenza di sindromi influenzali.

Anche alla luce di questi dati è interessante, e tuttora lo stiamo studiando, come le persone reagiscono a questa co-circolazione, tenuto conto ad esempio del fatto che adesso sono disponibili in farmacia anche dei test rapidi per individuare sia il SARS-CoV-2 che il virus dell’influenza al tempo stesso.

Le persone sono prudenti o si sono già dimenticate della pandemia?

La sensazione è che ci sia stato un aumento delle vaccinazioni anche tra chi non appartiene alle categorie a rischio

Avremo i numeri precisi fra qualche settimana, ma la sensazione è che ci sia stato un aumento delle vaccinazioni anche tra chi non appartiene alle categorie a rischio. Sulla scelta di usare dispositivi di protezione come la mascherina sui mezzi pubblici, il sentore è che questa sia diventata più frequente soprattutto da quando si è cominciato a vedere che l’attività influenzale non stava andando giù rapidamente come si pensava. Stiamo lavorando per avere un quadro preciso su questi aspetti sia con survey condotte tramite le nostre piattaforme, sia raccogliendo i dati istituzionali che sono pubblicati su FluNews.

Quindi da nessun punto di vista ci sono state sorprese?

A mettere sotto pressione gli ospedali è stata la circolazione contemporanea di virus

Dal punto di vista epidemiologico, la stagione influenzale è stata leggermente anomala per quanto riguarda le tempistiche, ma non per l’entità. Tuttavia ci sono stati dei momenti in cui comunque le strutture ospedaliere erano abbastanza sotto pressione per gli accessi dovuti alla circolazione contemporanea di virus. Sotto questo aspetto hanno giocato un ruolo importante anche i cosiddetti RSV, che hanno avuto un’incidenza più alta anche tra gli adulti, mentre di solito colpiscono soprattutto bambini e persone anziane: si tratta di virus che nei soggetti fragili possono causare polmoniti molto importanti.

La circolazione del virus respiratorio sinciziale è stata decisamente più elevata rispetto agli anni passati, probabilmente a causa del fatto che con i lockdown e le misure anti-Covid siamo stati protetti per diversi anni e adesso siamo un po’ più esposti. Se non si è verificata la “tempesta perfetta” che tutti si aspettavano, possiamo quindi dire di aver assistito a una triplice epidemia, con una conseguente pressione che si è fatta sentire sulle terapie intensive ma soprattutto sui Pronto Soccorso.

Nuovi strumenti e strategie per i medici di famiglia contro le malattie infettive

Formazione e informazione: queste sono le parole d’ordine per favorire un medico di famiglia preparato contro le malattie infettive. Oltre al SARS-CoV-2, l’attenzione è rivolta ai virus epatitici e all’HIV. È il progetto “We stand with public health: a call to action for infectious disease. The actual and the future vision”, organizzato da Regia Congressi con il patrocinio della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie – SIMG e della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT, con il contributo non condizionante di Gilead Sciences.

Temi di grande attualità su cui è intervenuto anche il Sen. Francesco Zaffini, Presidente 10a Commissione Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale, che ha evidenziato l’eredità lasciata dalla pandemia da Covid-19: non ci si può far trovare nuovamente impreparati e si deve raccogliere la lezione. Troppe volte riforme della medicina territoriale non sono state portate a compimento, pertanto oggi è fondamentale colmare queste lacune, attribuendo proprio al Medico di Medicina Generale un ruolo cardine nell’assistenza primaria e nella nuova organizzazione sanitaria, partendo proprio dalle malattie infettive.

Esistono vaccini e terapie, ma servono conoscenze e competenze per poterli impiegare – sottolinea Alessandro Rossi, Responsabile SIMG Patologie Acute – Da questa esigenza nasce il progetto della SIMG, che si svilupperà lungo quattro linee direttrici. Anzitutto, si aggiornerà il percorso già avviato attraverso webinar e video pillole che, grazie al contributo di specialisti e istituzioni, permetteranno una comunicazione rapida ed esplicita. In secondo luogo, si arricchirà la cartella elettronica del MMG attraverso strumenti di governance clinica utili soprattutto per la lotta all’Epatite C, come il riferimento ai centri regionali di diagnosi e cura e un algoritmo utile ad aumentare lo screening e il seguente invio ai centri prescrittori. Inoltre, pubblicheremo un Libro Bianco che costituirà un testo agile e aggiornato su queste patologie. Infine, il percorso di formazione sarà istituzionalizzato attraverso un corso di accreditamento al termine del quale si potranno raggiungere dei parametri che porteranno a una certificazione di Medico di Medicina Generale esperto in patologie infettive”.

L’importanza della medicina generale contro le malattie infettive

L’impegno della SIMG nel contrasto alle malattie infettive parte da lontano e si è amplificato con la pandemia di COVID-19, che ha fatto la necessità di acquisire una maggiore consapevolezza. Il problema per HIV, HCV, HDV è dato dalle diagnosi tardive, che spesso giungono quando il paziente è già in AIDS (nel caso dell’HIV) o, nelle epatiti, avviato verso una seria cirrosi o epatocarcinoma. Il sommerso dunque è notevole e gli screening attualmente non sono sufficienti. “Il MMG deve essere attento osservatore dei profili di rischio dei propri pazienti e stabilire screening e vaccinazioni laddove necessario – sottolinea il Prof. Claudio Cricelli, Presidente SIMG – Le cosiddette patologie acute talvolta sono sottovalutate dalla medicina generale, ma fanno parte della vita quotidiana e spesso i pazienti arrivano dallo specialista quando le opportunità di risoluzione sono già andate sprecate. Dobbiamo pertanto disegnare un nuovo modello di formazione, basato su una maggiore consapevolezza, strumenti concreti, capacità di intervento per una diagnosi precoce e un’immediata applicazione della terapia. Per far questo sarà importante dotare le cure territoriali di nuovi strumenti informativi, informatici, di personale, di rete, per alleviare il peso degli ospedali e permettere al MMG di gestire al meglio i pazienti a rischio”.

Il primo anno di formazione

Il progetto SIMG, inaugurato a luglio 2022 alla Camera dei Deputati, ha conosciuto la sua prima fase con quattro webinar dedicati ad altrettanti virus. In ognuna di queste occasioni sono intervenuti infettivologi ed epatologi insieme a rappresentanti delle autorità sanitarie e delle istituzioni. Il 13 ottobre si è tenuta la prima tappa: “COVID-19: uno sguardo indietro ed uno avanti. Nuovi modelli organizzativi per la gestione dei pazienti COVID-19”. Il Medico di famiglia si è confermato fondamentale per la somministrazione delle nuove dosi booster di vaccini e per valutare eventuali complicanze. Il 13 dicembre si è tenuto l’appuntamento “L’allargamento dei programmi di screening dell’Epatite C”: il virus dell’Epatite C, grazie alle nuove terapie, si può eradicare definitivamente, in poche settimane e senza effetti collaterali. Ma occorre far emergere il sommerso, anche con il supporto del medico di famiglia. La proroga dei fondi per gli screening al 31 dicembre 2023 ha resto ancora più strategica una comunicazione capillare. Il 2 febbraio si è svolto il webinar “HIV oggi. Le nuove cronicità tra diagnosi tardive e un sommerso da scovare. Come prendersi carico del malato e delle sue comorbidità”. L’infezione da HIV può essere cronicizzata con un corretto e continuo uso della terapia antiretrovirale: il medico di famiglia può stimolare a fare il test e monitorare l’aderenza alla terapia. Infine, il 7 marzo “L’importanza del virus delta nelle epatopatie HBV correlate” ha portato l’attenzione sul nuovo farmaco di recente approvazione per l’Epatite Delta: anche qui si deve far emergere il sommerso, oltre che vaccinare per l’Epatite B gli over 40 e i nati fuori dall’Italia.

Le criticità e l’equilibrio costi-benefici nella gestione del trattamento pazienti con HIV

Per quanto riguarda l’HIV vi sono farmaci efficacissimi, ma occorre averne consapevolezza affinché le politiche non limitino l’accesso alla terapia. “Oltre il 95% dei soggetti trattati ha una viremia perfettamente controllata – sottolinea il Prof. Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT – Tuttavia, stanno emergendo criticità a livello regionale, dove in alcuni casi si rischia di attribuire eccessivo rilievo ai costi rispetto ai benefici della terapia: gli aspetti economici mantengono grande rilievo, e le società scientifiche ne sono ben consapevoli, ma non si può trascurare la tutela della salute dei pazienti come obiettivo primario. Scelte convenienti sotto il profilo economico non devono far perdere i benefici sanitari come l’aderenza alla terapia e i benefici a lungo termine, che in un’infezione cronica è essenziale”.

La nuova fase del progetto SIMG presentata al ministero

La chiusura della prima fase del progetto e il lancio dei nuovi obiettivi è avvenuto al Ministero della Salute con il convegno “Un percorso di formazione, ricerca e assistenza integrata per un rilancio della lotta alle malattie infettive”. Sono intervenuti Sen. Francesco Zaffini, Presidente 10a Commissione Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale; Sabrina Valle, Ufficio 5 (Struttura Complessa) – Prevenzione delle Malattie Trasmissibili e Profilassi Internazionale, Ministero della Salute, Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria; Prof.ssa Loreta Kondili, Centro Nazionale per la Salute Globale, Istituto Superiore di Sanità; Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT; Marco Borderi, Malattie Infettive, IRCCS Policlinico S. Orsola- Malpighi, Bologna; Prof. Claudio Cricelli, Presidente SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie; Ignazio Grattagliano, Responsabile Area Gastroenterologica SIMG; Alessandro Rossi, Responsabile SIMG Area Patologie Acute; Barbara Suligoi, Responsabile del Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità. A moderare il giornalista scientifico Daniel Della Seta.

AIIC Awards: ultimi giorni per partecipare

Anche quest’anno l’Associazione italiana ingegneri clinici (Aiic) ha lanciato l’invito agli Aiic Awards, per ricevere e selezionare i migliori progetti multidisciplinari nell’ambito delle tecnologie healthcare. La deadline per ricevere le candidature è stata posticipata al 30 marzo.

La premiazione avverrà durante una cena di gala nell’ambito del Convegno nazionale 2023 dell’Aiic in programma alla Fortezza da Basso di Firenze dal 10 al 13 maggio (titolo: “Innovazione e accessibilità: il governo delle tecnologie sanitarie come sfida sociale”).

I criteri di valutazione

I criteri di valutazione previsti sono: originalità, implementazione e multidisciplinarietà del lavoro, risultati raggiunti ed applicabilità degli stessi. Criteri che saranno seguiti da una Giuria di esperti presieduta dal professor Americo Cicchetti.

Le dieci categorie

I premi sono suddivisi in dieci categorie:

  1. reingegnerizzazione data driven di percorsi e processi;
  2. innovazione (prodotti e servizi);
  3. sanità digitale e telemedicina;
  4. gestione delle tecnologie biomediche: dati, modelli, risultati;
  5. esperienze innovative di procurement;
  6. applicazioni innovative di bioingegneria (premio miglior tesi di dottorato);
  7. esperienze di valutazione delle tecnologie;
  8. applicazioni di intelligenza artificiale in sanità;
  9. interoperabilità dei dispositivi medici, cybersecurity & privacy;
  10. percorsi regolatori per dispositivi medici e IVD.

Per inviare il proprio lavoro, cliccare qui

Vaccinazione antinfluenzale pediatrica: una scelta di valore

L’influenza è una malattia stagionale con un impatto importante sulla sanità pubblica e fonte di costi rilevanti, diretti e indiretti, per la gestione dei casi, delle complicanze della malattia e delle misure di controllo previste dalle autorità sanitarie.

La vaccinazione rappresenta la forma più efficace di prevenzione contro l’influenza. In particolare, la vaccinazione antinfluenzale pediatrica è una scelta importante per proteggere la salute dei bambini e della comunità nel suo insieme.

Nonostante ciò, in Italia il tasso di copertura della vaccinazione antinfluenzale pediatrica rimane inferiore a quella degli adulti, pur con notevoli differenze tra le Regioni, dovute anche alle diverse modalità di somministrazione e alle figure coinvolte.

Ogni anno il Ministero della Salute emana le raccomandazioni annuali per l’uso dei vaccini antinfluenzali. Nel documento di quest’anno si specifica che, dato il perdurare della situazione pandemica Covid-19, viene raccomandata la vaccinazione antinfluenzale nella fascia di età 6 mesi – 6 anni, “anche al fine di ridurre la circolazione del virus influenzale fra gli adulti e gli anziani”

Qual è la situazione in Italia e quali sono ancora gli ostacoli per una copertura vaccinale ottimale? Quali strumenti si hanno a disposizione e come potrebbero essere resi più efficienti?

Ne parliamo con:

  • Michele Conversano
    Direttore Dipartimento di Prevenzione ASL Taranto
  • Stefano Palcic
    Responsabile SS Farmaceutica convenzionata e per conto, Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Eahp Lisbona: giuramento professionale e suggerimenti per la nuova legislazione farmaceutica

Si è concluso a Lisbona il 27° Congresso dell’Associazione Europea dei Farmacisti Ospedalieri, ed è stato – come dichiara Piera Polidori, membro italiano del Board EAHP, all’interno del quale ricopre l’incarico di Direttore dello sviluppo professionale – “un evento di grande spessore nelle comunicazioni scientifiche e di notevole partecipazione professionale, con presenze non solo dal nostro Continente, ma anche da Asia, Africa e Americhe, a dimostrazione della qualità del lavoro svolto dai farmacisti ospedalieri europei, che sono considerati una comunità di riferimento a livello internazionale”.

Tanti sono gli ambiti di riferimento dei contenuti presentati a Lisbona: prima di tutto il ruolo sempre più centrale del paziente nella definizione del “successo del trattamento terapeutico”, dove non si può prescindere dalle aspettative del malato. E poi gli sviluppi tecnologici, le innovazioni terapeutiche, le “lezioni imparate dalla pandemia” (sia di tipo organizzativo, che di tipo comunicativo), la capacità di risposta verso carenze e indisponibilità di farmaci, dispositivi e principi attivi. “Uno dei temi su cui ci siamo maggiormente focalizzati è sicuramente quello della sostenibilità ambientale e del green-hospital, su cui è stato costituito qui a Lisbona un gruppo di lavoro che nasce con l’intento di mettere a punto e sviluppare progetti specifici in questo ambito. E’ un argomento così rilevante e sentito, che il prossimo 28° Congresso, che si terrà a Bordeaux nel marzo del 2024, sarà proprio dedicato alle tante sfide che pone la difesa dell’ambiente alla nostra professione”.

Ma oltre a questi macro-temi congressuali, altri due contributi strategici di EAHP sono stati condivisi a Lisbona: il primo nell’ambito della legislazione farmaceutica ed il secondo che rappresenta il “giuramento” dei farmacisti ospedalieri europei.

Per la revisione della Legislazione farmaceutica europea (un immenso lavoro in corso presso la Commissione Europea, la cui prima presentazione era proprio prevista per il 29 marzo, ma che ad oggi è stata spostata di due settimane), EAHP ha presentato un suo contributo in cinque punti, dove l’attenzione è concentrata sui temi irrinunciabili per la professione: Sicurezza dei pazienti, Resistenza agli antibiotici, Carenza-accessibilità ai farmaci, Farmacovigilanza e (ancora una volta) sostenibilità ambientale. “E’ un contributo tecnico che riteniamo preziosissimo”, commenta la rappresentante italiana all’interno del Board EAHP, “E che dovrebbe aiutare il governo europeo alle prese con la nuova legislazione di settore, a tenere in considerazione criticità e punti di sviluppo positivi così come sono osservati direttamente da chi si trova a fare da trait fondamentale d’union tra pazienti, clinici e sistema del farmaco”.

Da ultimo, ecco poi il “Documento di Giuramento” di EAHP: di che si tratta? “E’ un impegno in dieci punti”, conclude Piera Polidori, “che abbiamo condiviso con il Parlamento Europeo lo scorso 8 marzo, un Codice deontologico con cui i farmacisti ospedalieri europei si impegnano a migliorare costantemente l’attenzione, l’eticità e la qualità delle proprie prestazioni in funzione dell’attenzione da offrire al paziente”. Il testo – semplice ed essenziale – è stato siglato da EAHP in collaborazione con la European Society of Clinical Pharmacy-ESCP e comprende dieci impegni che i farmacisti ospedalieri europei si assumono:

  1. trattare tutti equamente, correttamente e con rispetto;
  2. lavorare secondo i più alti standard etici, rispettando e proteggendo tutto il personale sanitario e le informazioni sanitarie affidatimi;
  3. utilizzare la mia conoscenza, abilità ed esperienza, come parte di un team multidisciplinare, per assicurare il miglior possibile trattamento e raggiungere l’obiettivo di un trattamento ottimale personalizzato e incentrato sul paziente;
  4. contribuire alla diagnosi precoce della malattia, promuovendo l’adozione di comportamenti sani e coinvolgendo la popolazione in iniziative volte alla salute;
  5. educare i pazienti, le persone che li assistono e i membri del team multidisciplinare riguardo ai farmaci al fine di assicurarne un uso ottimale, gestire gli eventi avversi e rispondere ai quesiti;
  6. perseguire standard di cura basati sulle evidenze scientifiche e proseguire nella continua educazione e avanzamento professionale per tutta la vita;
  7. assicurare la continuità di cura, prevenire danni dovuti all’utilizzo di farmaci e monitorare e migliorare i processi di utilizzo dei farmaci al fine di ottimizzare la loro sicurezza, efficacia e costo-efficacia;
  8. provvedere alla preparazione di terapie galeniche personalizzate e specifiche per bisogni individuali supportare l’avanzamento degli standard sulla pratica, ricerca ed educazione in Farmacia
  9. contribuire alla educazione e formazione dei futuri Farmacisti;
  10. promuovere gli interessi della pratica della Farmacia tra i professionisti sanitari, le società scientifiche, le associazioni dei pazienti, le autorità sanitarie e la popolazione.

In chiusura di EAHP, il vicepresidente SIFO; Alessandro D’Arpino (che era presente ai lavori insieme ad un numeroso gruppo di farmacisti ospedalieri italiani) ha sottolineato “come la relazione tra SIFO e la Società europea sia ottimale e sempre più solida, un’alleanza che si esprime in sinergie utili, come vedremo nei prossimi mesi quando proprio l’Italia ospiterà un evento internazionale organizzato da EAHP, con il forte supporto della nostra società scientifica”.

Ricerca clinica: dall’innovazione benefici per il sistema

Un euro investito in uno studio clinico ne genera quasi 3 (2,95) in termini di benefici per il Servizio Sanitario Nazionale. L’effetto leva, determinato dai costi evitati per l’erogazione a titolo gratuito di terapie sperimentali e prestazioni diagnostiche alle persone arruolate nei trial, raggiunge addirittura 3,35 euro nelle sperimentazioni contro il cancro. Basti pensare che il costo medio di una ricerca in oncologia è di 512mila euro, ma quelli evitati sono più del doppio, pari a 1 milione e 200mila euro. È stato stimato, soltanto nell’area dell’oncoematologia, un risparmio potenziale di circa 400 milioni di euro ogni anno. Cifre che raggiungono dimensioni macroeconomiche, di alcuni miliardi di euro, se si considerano tutte le sperimentazioni svolte in Italia. Il nostro Paese però è ancora lontano dall’obiettivo di investire in ricerca il 3% del PIL, come raccomandato dall’Unione Europea, fermandosi all’1,43%, con solo lo 0,5% di investimento pubblico. Al “Valore della ricerca clinica in oncologia, ematologia e cardiologia” è dedicato il convegno nazionale organizzato oggi a Roma da FOCE (Federazione degli oncologi, cardiologi e ematologi), con gli interventi, fra gli altri, del Ministro della Salute, Orazio Schillaci, e del Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro.

“La ricerca scientifica è la chiave di volta per garantire a ogni persona le migliori opportunità di cura e assistenza sanitaria – afferma il Ministro Schillaci -. Permettere ai pazienti di accedere a farmaci innovativi e sicuri in tempi più brevi nonché garantire una maggiore competitività dell’Italia a livello globale sono due priorità all’interno dell’agenda del mio mandato al Ministero della Salute. In questa visione di ampio respiro, si inseriscono i Decreti sui Comitati Etici, che ho recentemente firmato e che costituiscono un passo in avanti decisivo verso la piena implementazione nel nostro ordinamento del Regolamento europeo 536 del 2014 in materia di sperimentazioni cliniche. Tali provvedimenti rivestono un’importanza fondamentale per l’iter regolatorio di approvazione delle sperimentazioni e per un miglioramento della performance dell’Italia nel settore, muovendosi nella direzione di una minore burocrazia, senza rinunciare al livello di rigore scientifico necessario per garantire farmaci e dispositivi medici sicuri. Dobbiamo mettere in campo ogni iniziativa per dare impulso all’innovazione e alla ricerca sanitaria. I fondi per la ricerca e per la sanità in generale sono stati sempre inferiori rispetto alla media europea. È arrivato il momento di invertire la rotta”.

“In cinque anni il numero di nuovi studi clinici autorizzati nel nostro Paese è aumentato in maniera esponenziale: da 564 nel 2017 a 818 nel 2021, in un quinquennio sono stati 3403 – spiega Francesco Cognetti, Presidente FOCE -. Ogni anno in Italia sono circa 40mila i cittadini coinvolti nelle sperimentazioni. Due terzi dei trial interessano le neoplasie, le malattie ematologiche e cardiovascolari, che tra l’altro producono i due terzi della mortalità annuale. I vantaggi che derivano dalla ricerca sono a 360 gradi. I pazienti possono beneficiare di terapie innovative con grande anticipo rispetto alla loro disponibilità, ottenendo miglioramenti della sopravvivenza e qualità di vita. Le aziende sanitarie che ospitano centri sperimentali godono di un innalzamento dell’assistenza sanitaria e della crescita professionale del personale coinvolto. Inoltre, allo sviluppo di nuovi farmaci fa seguito una forte utilità sociale, per l’allungamento della vita media dei cittadini. La ricerca clinica è, pertanto, un motore di sviluppo economico e sociale per il Paese”.

Gli investimenti complessivi pubblici e privati in questo settore, in Italia, equivalgono a oltre 750 milioni di euro all’anno, di cui il 92% proveniente da aziende farmaceutiche per studi profit. Inoltre, circa l’80% delle ricerche svolte nella Penisola è di origine internazionale e rappresenta un’esportazione di servizi, contribuendo positivamente alla bilancia commerciale del nostro Paese. In particolare, l’oncologia assorbe ben il 40% dei trial (330 nel 2021). Nel 2022, in Italia, sono stati stimati 390.700 nuovi casi di cancro. Il 65% delle donne e il 59% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi, un risultato molto importante raggiunto anche grazie all’innovazione. “Il progresso della ricerca contro i tumori negli ultimi 50 anni è stato incredibile – spiega Carlo Croce, Professore di Medicina Interna alla Ohio State University (USA) -. Mezzo secolo fa non sapevamo nulla della base molecolare dei tumori. Abbiamo poi scoperto che le neoplasie sono causate da alterazioni genetiche somatiche, che si verificano durante la nostra vita. L’identificazione di queste mutazioni ha permesso lo sviluppo di farmaci mirati, le terapie a bersaglio molecolare. E l’ultima frontiera dell’immunoncologia, in alcuni casi, permette di cronicizzare malattie molto aggressive come il melanoma metastatico. Oggi, per sviluppare un farmaco anticancro innovativo, serve circa un miliardo di dollari. Se le aziende farmaceutiche non riuscissero a recuperare questi costi, non investirebbero più nella ricerca. La sfida è individuare il difficile compromesso tra l’impulso all’innovazione, che sostiene lo sviluppo di nuove molecole, e le esigenze di sostenibilità dei sistemi sanitari. Un patto fra industria, clinici, Istituzioni e Università è la via da seguire per dare nuovo impulso alla ricerca”.

“I centri sperimentali del nostro Paese sono ritenuti un’eccellenza, per la loro indiscussa qualità scientifica e accademica – sottolinea Giorgio Palù, Presidente AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) -. Ne va però migliorata l’organizzazione, uniformando processi e procedure. È necessario anche adeguarne la dotazione tecnica e strumentale, in particolare digitale, e aumentarne gli organici. Una delle maggiori criticità riguarda i tempi di avvio dei trial, caratterizzati da un iter regolatorio lungo e difficoltoso. Questi elementi possono minare l’attrattività dell’Italia. Ci auguriamo che i nuovi standard stabiliti dal Regolamento europeo 536 del 2014, che ha armonizzato il processo di valutazione e autorizzazione di uno studio clinico condotto in più Stati membri, consentano di superare queste difficoltà, accelerando le decisioni e riducendo i vincoli burocratici”.

L’Italia si è finalmente adeguata alla normativa comunitaria, grazie ai quattro decreti firmati dal Ministro della Salute il 30 gennaio 2023. “Il nostro Paese ha rischiato di perdere il nuovo treno della ricerca clinica che era già partito il 31 gennaio 2022, con l’entrata in vigore del ‘Clinical Trial Information System’ (CTIS), il portale unico continentale per le sperimentazioni, istituito dal Regolamento europeo – continua il Prof. Cognetti -. L’Italia è restata ferma in una fase di transizione di un anno e, grazie alla decisione del Ministro Schillaci, siamo riusciti ad aggregarci al resto del Continente. Oggi il nostro Paese è in quarta posizione in Europa per studi clinici aderenti al nuovo Regolamento europeo, dopo Francia, Spagna e Germania. Va recuperato il tempo perduto”.

“Oggi riusciamo a guarire definitivamente circa l’80% dei bambini che si ammalano di tumore in età pediatrica, con percentuali di guarigione per alcune neoplasie che arrivano addirittura a oltre il 90% – spiega Franco Locatelli, Presidente del Consiglio Superiore di Sanità -. Gli investimenti in ricerca e le collaborazioni scientifiche internazionali hanno permesso di ottenere questi importanti traguardi. Da un lato le terapie a bersaglio molecolare, dall’altro l’immunoncologia hanno cambiato lo scenario. La prossima sfida è utilizzare la terapia cellulare con CAR-T, basata sui linfociti del paziente modificati geneticamente, che ha già dimostrato di essere efficace nei tumori ematologici, anche nelle neoplasie solide”.

“Oggi circa il 75% dei pazienti adulti colpiti da tumori ematologici è guarito o ha una lunga sopravvivenza con buona qualità della vita – afferma Paolo Corradini, Presidente SIE (Società Italiana di Ematologia) -. Il nostro Paese ha contribuito in modo significativo allo sviluppo di molte terapie innovative nei tumori ematologici. Tra le terapie più promettenti vi sono le cellule CAR-T che sono rimborsate nel nostro Paese nei linfomi più aggressivi, nella leucemia linfoblastica acuta e fra poco nel mieloma multiplo, in pazienti già sottoposti a diverse linee di terapia. I vantaggi degli studi clinici non sono solo per i pazienti, infatti il Servizio Sanitario Nazionale ottiene un beneficio grazie ai costi evitati per le terapie, sostenuti dalle aziende sponsor dei trial. Questo risparmio non è palese, perché non è tracciato nella contabilità degli ospedali, ma è molto rilevante. Non solo. L’investimento dell’azienda sponsor, oltre al farmaco sperimentale e di controllo, include spesso altre prestazioni necessarie alla raccolta dei dati o alla selezione dei pazienti, come esami diagnostici, analisi di laboratorio centralizzate e test genetici. Queste prestazioni costituiscono una parte significativa del valore complessivo delle sperimentazioni: generano investimenti diretti e, potenzialmente, costi evitati per il sistema. Inoltre, determinano spesso un beneficio addizionale per il paziente, che può usufruire di prestazioni diagnostiche più frequenti e accurate oppure accedere a test genetici in grado di modificare il percorso di cura”.

“Il settore della ricerca clinica è un’eccellenza del sistema scientifico ed economico in Italia e, da decenni, è un motore di avanzamento per l’intero Paese – evidenzia Guido Rasi, Past Executive Director dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) e Professore Ordinario di Microbiologia all’Università di Tor Vergata di Roma -. Questo ruolo, purtroppo, non è sempre percepito nella vastità della sua portata da tutti gli attori coinvolti e restano potenzialità inespresse. Vanno garantiti tempi e costi di avvio degli studi clinici compatibili con la competizione internazionale, capitalizzando l’esperienza maturata durante la pandemia Covid-19, e favorendo la collaborazione tra pubblico e privato”.

“È trainante il ruolo delle imprese del farmaco al finanziamento complessivo delle sperimentazioni – conclude Pasquale Perrone Filardi, Presidente SIC (Società Italiana di Cardiologia) -. Il sostegno pubblico in questo settore infatti è, da sempre, sottodimensionato in Italia. Inoltre, una parte della componente pubblica è comunque sostenuta attraverso contributi delle imprese agli studi indipendenti. Negli ultimi anni è aumentata la consapevolezza del valore della ricerca clinica da parte delle Istituzioni e dei cittadini. Ma servono più risorse pubbliche. In questo modo, l’Italia potrà aumentare la sua competitività ed attrattività come sede ottimale per lo svolgimento dei trial”.

Il fisioterapista come protagonista delle disfunzioni motorie

Una rappresentanza della Federazione Nazionale degli Ordini dei Fisioterapisti – FNOFI ha partecipato, su invito della prof.ssa emerita Shirley Sahrmann, alla conferenza Defining Physical Therapists as Experts of Movement Analysis Including Selective Sports, organizzata a Saint Louis dalla Washington University School of Medicine, Program in Physical Therapy. Questa partecipazione si inserisce in una serie di iniziative promosse dalla FNOFI e volte a sintonizzare il mondo della fisioterapia italiana con le più autorevoli esperienze internazionali.

Hanno partecipato ai lavori – a cui erano presenti numerosi fisioterapisti statunitensi dell’American Physical Therapy Association-APTA e di molte università nordamericane – Melania Salina (vicepresidente della Commissione straordinaria FNOFI) e Roberto Gatti (professore presso l’Humanitas University di Milano e Presidente della Commissione dei Corsi di Laurea in Fisioterapia della Conferenza Permanente dei Corsi di Laurea delle Professioni Sanitarie).

Al centro delle giornate di confronto e approfondimento è stato il concetto di cura della fisiopatologia della funzione motoria. Melania Salina così approfondisce il lavoro svolto negli USA: “A Saint Louis abbiamo discusso di modelli formativi e competenze del Fisioterapista, alla luce del vision statement APTA pubblicato nel 2019 Transforming society by optimizing movement to improve the human experience. Con i colleghi presenti abbiamo condiviso l’impostazione per cui l’analisi delle disfunzioni motorie sia la base dell’agire professionale del fisioterapista, e che attraverso l’analisi e il trattamento delle patologie della funzione motoria si possa contribuire al miglioramento del livello di salute nella società. Saper leggere il comportamento motorio, svincolandosi dalle categorie diagnostiche del puro modello biomedico, si configura sempre di più come una necessità della Professione di fisioterapista”. A questo proposito Shirley Sahrmann – uno dei nomi più conosciuti nell’ambito dello studio delle disfunzioni di movimento – ha insistito sull’importanza di strutturare in maniera sistematica la diagnosi fisioterapica, intesa come l’individuazione delle alterazioni neuro-biomeccaniche dalle quali dipendono le limitazioni funzionali oggetto dell’intervento fisioterapico.

Le giornate di workshop hanno permesso di consolidare contatti professionali e progettuali tra il mondo della professione in Italia e quello degli USA e si sono gettate le basi per future collaborazioni anche grazie al lavoro di collegamento svolto da Guido Barindelli e Carlo Lanzarini dell’Università degli studi Milano-Bicocca, che hanno reso possibile l’incontro.

La telemedicina al servizio della neurofisiologia clinica

L’Istituto superiore di sanità ha pubblicato il “Documento di consensus nazionale sulla telemedicina per la neurofisiologia clinica”. Un nuovo passo formale per arrivare all’applicazione delle soluzioni della digital health in ambiti clinici peculiari come quello della neurofisiologia? In realtà il rapporto Iss è molto di più. Come spiega Francesco Gabbrielli, direttore del Centro nazionale per la Telemedicina e le nuove tecnologie assistenziali dell’Iss e primo autore del documento.

Che cos’è e che cosa rappresenta questo documento di consensus?

Francesco Gabbrielli

È il primo di una serie di documenti a cui stiamo lavorando da ancor prima della pandemia. Questi documenti fanno parte della strategia globale del centro che dirigo per la realizzazione di un sistema nazionale italiano di telemedicina pubblico. Il centro non ha potere regolatorio, non può emettere decreti. Ma nella nostra mission è indicato che collaboriamo alla governance di sistema. In altri termini, siamo il centro di competenza che fornisce conoscenze tecnico-scientifiche alle istituzioni e ai decisori politici a tutti i livelli, persino comunali, per mettere in campo decisioni istituzionali e leggi che servono a sviluppare la telemedicina in Italia. Il nostro lavoro è volto a che la telemedicina si sviluppi in modo coerente su tutto il territorio nazionale.

Una delle prime cose da fare per creare un clima di fiducia tanto tra i professionisti quanto tra i cittadini è quello di scrivere documenti che siano linee-guida su come si devono svolgere i servizi e le prestazioni di telemedicina. Per scrivere delle linee-guida occorrono evidenze scientifiche e un metodo abbastanza complesso che porti a un documento che possa impegnare molto le organizzazioni sanitarie.

La legge italiana sulla responsabilità sanitaria dice che senza una linea guida valgono le best practice, che sono le indicazioni di come vengono effettuate diverse prestazioni in base alle evidenze scientifiche in materia. Si tratta di ciò che noi scriviamo proprio nel documento di consensus.

Scrivere una linea guida necessita di molto tempo e richiede, come dicevo, molte prove sperimentali eseguite in Italia. Rispetto alla telemedicina queste prove non le abbiamo in modo organico, giacché siamo in fase nascente. Abbiamo quindi pensato di stilare i documenti di consensus nazionali che poi mandiamo all’attenzione del Sistema nazionale Linee-guida (Snlg), che le analizza in modo indipendente opera i suoi eventuali rilievi sulla base dei quali noi perfezioniamo il documento. Una volta pronto il Snlg lo pubblica nell’elenco nazionale delle best practice.

La pubblicazione trasforma, di fatto, il documento di consensus in una best practice

La pubblicazione trasforma, di fatto, il documento di consensus in una best practice, che assume così un valore medico-legale molto forte. Ad esempio, in un altro documento che stiamo realizzando scriviamo che in base alle evidenze scientifiche, sottoscritte da 17 società scientifiche, i pazienti con scompenso cardiaco vengono curati meglio in telemedicina che non in presenza. Quando anche questo documento diventerà una best practice, qualora un medico non curi questa patologia in telemedicina sarà tenuto a renderne ragione.

È un punto di svolta notevole nel sistema italiano, perché non abbiamo ancora un assetto normativo maturo per accogliere la telemedicina nel lavoro quotidiano.

Accennava che il suo Centro pubblicherà altri documenti di consensus sull’applicazione della telemedicina in diversi ambiti medici…

Attualmente sono attivi 10 gruppi di lavoro su tematiche diverse, dalla cardiologia alla nefrologia, dalla reumatologia alla dermatologia. La nostra intenzione è di redigere un documento per ogni specialità medica. Il prossimo a essere pubblicato sarà quello sulla cardiologia e a seguire quello sulla teleassistenza.

Quali sono le principali novità che ci si aspetta dall’introduzione di questo documento?

Il documento indica come eseguire in telemedicina delle prestazioni di neurofisiologia a distanza in modo tale da ottimizzare il lavoro dei neurofisiologi, che sono specialisti non molto numerosi nel Ssn. Si indica quando è possibile utilizzare la telemedicina e quando non lo è, come utilizzarla e gli aspetti a cui prestare maggiormente attenzione nell’eseguire questi esami di telediagnostica negli adulti nei bambini, nei neonati, in condizioni di elezione, in sala operatoria e in emergenza.

Quindi, dal momento che il consensus è stilato dopo avere sentito l’opinione delle società scientifiche ci dobbiamo attendere che la classe medica segua di buon grado a queste indicazioni…

Ciò che è contenuto nel documento è stato sottoscritto dai professionisti della salute

Non agiamo in modo top-down. Scriviamo il documento insieme ai medici e alle professioni sanitarie di una certa specialità medica. Partiamo da un documento scientifico elaborato dal Centro. Poi chiediamo alle società scientifiche di emendarlo con le proprie esperienze professionali. Dopo la revisione, il documento viene inviato alle associazioni di pazienti per chiedere la loro opinione. E solo alla fine viene pubblicato.

Ciò che è contenuto nel documento è stato sottoscritto dai professionisti della salute e per questo non c’è ragione di credere che non sarà seguito nella pratica clinica.

Dal punto di vista organizzativo l’adozione di questi documenti quali risultati dovrebbe portare?

Nello scrivere questi documenti ci poniamo dal punto di vista scientifico. Forniamo anche alcune indicazioni di tipo organizzativo, in modo diretto e indiretto. Questi documenti servono da stimolo affinché possano avvenire anche i cambiamenti organizzativi utili per ottimizzare l’applicazione della telemedicina nell’ambito medico considerato.

Abbiamo visto che anche i pazienti sono parte in causa nella definizione del consensus. Quali diritti possono avere rispetto alla telemedicina, sapendo che esistono questi documenti?

Le associazioni hanno visionato i documenti

I vantaggi per i pazienti si manifestano su molteplici fronti. Il primo consiste nell’essere informati che esistono determinate opportunità di cura. Le associazioni hanno visionato i documenti, quindi dovrebbero avere informato sulla loro esistenza e sul loro contenuto. La conoscenza delle cose permette di per sé di poter esigere determinate cose.

In secundis, invitiamo i pazienti a dare il loro contributo di pensiero per arricchire il documento stesso. Siamo gli unici a permettere questo. Così come siamo gli unici a scrivere in assoluta trasparenza che ciascun documento di consensus andrà revisionato ogni due anni, riconvocando il gruppo di lavoro per aggiornare il documento sulla base dell’evoluzione della materia.

Inoltre siamo gli unici a pubblicare gratuitamente sul sito del Centro questi documenti anche in lingua inglese e spagnola per favorire il più ampio accesso possibile a quanto condiviso da medici e pazienti.

Quale sarà l’allineamento, anche temporale, tra quanto indicato nei documenti di consensus e la pratica clinica? C’è il rischio che la clinica ricorra a distanza di qualche lunghezza la teoria?

È una domanda difficile. Non so fare una previsione realistica. Osservo però che fino alla pandemia la telemedicina che era appannaggio di pochi esperti veniva liquidata con un semplice “sarà il futuro, vedremo”. Oggi invece tutti su affannano a proporre progettualità di telemedicina in virtù dei finanziamenti eccezionali che ci sono in questo periodo. Mi sembra strano che in soli due anni si sia acquisita tutta l’esperienza necessaria per passare da una fase di inconcludenza a una fase di traduzione in realtà di chissà quali servizi diffusi su tutto il territorio. C’è un periodo fisiologico di maturazione da attendere. Quanto sarà lungo questo periodo per tutto il sistema nei confronti della telemedicina è difficile dirlo. Come stiamo già iniziando a vedere, probabilmente accadrà che le Regioni si muoveranno con velocità differenziate.

Con certezza posso dire che il Ssn o evolverà in modo adeguato per ottimizzare le risorse e fare sistema per continuare a garantire l’universalità dell’assistenza sanitaria come la conosciamo oggi o molto probabilmente è destinato a essere ridimensionato molto. O anche moltissimo.

Influenza aviaria H5N1: diffusione in crescita tra gli uccelli e rischi per l’essere umano

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Il 21 febbraio 2023 una bambina di 11 anni che da 5 giorni mostrava segni e sintomi di polmonite viene ricoverata presso l’ospedale pediatrico nazionale in Cambogia. Il giorno successivo muore per una Severe Acute Respiratory Infection (SARI). Il campione biologico prelevato il giorno precedente dalle vie respiratorie e sottoposto alla reazione a catena della polimerasi inversa (RT-PCR) risulta positivo nei confronti del virus dell’influenza aviaria H5N1. Vengono poi identificate 12 persone entrate in contatto con la bambina e di queste solo il padre risulta positivo allo stesso virus ma in assenza di sintomi. Il sequenziamento del genoma virale isolato mostra delle similarità con il virus circolante nel pollame del sud-est asiatico dal 2014.

L’OMS riferisce che da febbraio 2003 al 25 febbraio 2023, in Cambogia, sono stati accertati 58 casi di infezione umana da virus dell’influenza aviaria H5N1, con 38 decessi. A livello mondiale, nello stesso periodo, i casi di influenza aviaria H5N1 nell’ uomo sono stati 873, con 458 morti.

Dal 2003 è stata accertata la capacità di questo virus di compiere salti di specie

Dal 2003 è stata accertata la capacità di questo virus di compiere salti di specie, diventando infettivo anche per gatti e topi e di contagiare gli esseri umani nei casi di contatto stretto con volatili infetti. Il rischio è dato anche dalla compresenza nella stessa persona del virus aviario e di quello dell’influenza umana: vi è infatti la possibilità di ricombinazione genetica che potrebbe portare alla produzione di un nuovo virus influenzale capace di trasmettersi direttamente nella popolazione umana senza l’intermediazione di altri animali.

Castrucci (ISS): “È probabile che prima o poi una pandemia avverrà”

Per capire meglio la situazione in Italia, i fattori di rischio per l’uomo e le misure da adottare, abbiamo intervistato la dottoressa Maria Rita Castrucci, ricercatrice del Dipartimento di Sicurezza alimentare, nutrizione e sanità veterinaria dell’Istituto Superiore di Sanità.

Quali sono i fattori di rischio per l’uomo relativamente alla trasmissione dell’influenza aviaria?

I fattori di rischio per l’uomo sono rappresentati dal grado di esposizione e dalla natura del virus in circolazione

I fattori di rischio per l’uomo sono rappresentati dal grado di esposizione e dalla natura del virus in circolazione. I virus dell’influenza aviaria sono altamente specie-specifici ma in rare occasioni possono effettuare un salto di specie ed infettare i mammiferi, incluso l’uomo. Tuttavia, l’ampia diffusione di virus dell’influenza aviaria negli uccelli selvatici e domestici e nel pollame potrebbe aumentare il rischio di trasmissione all’uomo in seguito ad una maggiore esposizione diretta con animali infetti (vivi o morti) e ambienti contaminati con loro escrementi.

In Italia ci sono pericoli di trasmissione dell’infezione all’uomo?

Il Centro di Referenza Nazionale ed Europeo per l’influenza aviaria presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) riporta un aumento della circolazione del virus H5N1 fra gli uccelli selvatici in Italia, come anche rilevato in altri paesi europei. Vi è pertanto la possibilità che questi virus possano trasmettersi agli allevamenti avicoli e in tal modo aumentare il rischio di esposizione al virus di soggetti addetti agli allevamenti.

Quali sono i protocolli di sorveglianza e intervento nei casi di infezioni negli uccelli in Italia?

La continua attività di sorveglianza da parte del IZSVe e le normative nazionali e procedure operative da attuare emesse dal Ministero della Salute permettono l’individuazione precoce, il controllo e l’eradicazione della malattia in tutti i casi in cui vi sia una comparsa di influenza aviaria. Le autorità veterinarie di ogni Regione cooperano e pianificano rigorosi controlli sulla loro applicazione.

In seguito ai recenti casi in Cambogia di trasmissione di H5N1 all’uomo, quali misure state adottando?

L’OMS ritiene che vi sia un basso rischio di trasmissione del virus H5N1 per l’uomo

Sulla base delle informazioni finora disponibili, l’OMS ritiene che vi sia un basso rischio di trasmissione del virus H5N1 per l’uomo.  Tuttavia, l’ampia diffusione di virus H5N1 negli uccelli in tutto il mondo e le crescenti segnalazioni di casi in mammiferi terrestri e acquatici, come ad esempio visoni, volpi e foche, impongono una vigilanza rafforzata da parte di tutti i Paesi, incluso l’Italia. Ciò implica maggiore attività di sorveglianza sul territorio nazionale e l’adozione di tutte le misure di biosicurezza in aree ove vengono rilevati casi di influenza aviaria, necessarie per evitare o quanto meno ridurre il rischio di esposizione per le persone professionalmente coinvolte nella manipolazione di animali infetti, pulizia e risanamento di ambienti contaminati.

Esiste un rischio potenziale che un virus dell’influenza aviaria come H5N1 diventi responsabile di pandemia influenzale?

Non è possibile predire se e quando vi sarà una pandemia di influenza aviaria. Tuttavia, considerando gli intervalli di tempo in cui si sono verificate le passate pandemie influenzali, è probabile che prima o poi questo avverrà. La capacità di un virus di origine aviaria come H5N1 di trasmettersi in modo stabile ed efficiente da uomo a uomo, e quindi di causare una pandemia influenzale, può essere dovuto sia a fenomeni di riassortimento genico a seguito di co-infezione con un virus influenzale di origine umana che all’acquisizione graduale di mutazioni adattative delle capacità replicative e di trasmissibilità nel corso di successive infezioni nell’uomo. Pertanto, l’evidenza che il virus H5N1 sia diventato endemico in ampie regioni asiatiche indica che potrebbe aumentare il rischio che si verifichino più casi umani e quindi la probabilità che possa diventare un virus pandemico.

Esistono farmaci efficaci per il trattamento dell’infezione nell’uomo?

I farmaci attualmente disponibili per l’influenza stagionale nell’uomo potrebbero essere efficaci e, come in questo caso, è necessario che siano somministrati precocemente (entro 48 ore dalla comparsa dei primi sintomi).

Per la prevenzione è utile la vaccinazione antinfluenzale nell’uomo?

Allo stato attuale, l’OMS raccomanda a tutte le persone che lavorano a contatto con animali, e particolarmente in allevamenti suinicoli e avicoli, di vaccinarsi contro l’influenza stagionale per ridurre eventuali rari casi di co-infezione e il potenziale rischio di riassortimento, ossia mescolanza di frammenti genici tra virus diversi e possibile rapida acquisizione di capacità di trasmissione da uomo a uomo.

Influenza Aviaria: deriva genetica e riassortimento

L’influenza aviaria è una malattia virale diffusa in tutto il mondo in grado di contagiare quasi tutte le specie di uccelli. Può essere ad alta o bassa patogenicità (rispettivamente HPAI e LPAI), a seconda delle caratteristiche molecolari del virus coinvolto e della sua capacità di provocare morbilità e mortalità nei polli. Nelle forme altamente patogene la malattia insorge in modo improvviso e può condurre alla morte rapida nella maggior parte dei casi.

Una caratteristica importante è rappresentata dall’instabilità del virus

Le riserve naturali dei diversi sottotipi di virus sono rappresentate dalle anatre selvatiche che solitamente non si ammalano ma che entrando in contatto con allevamenti di polli e tacchini trasmettono l’infezione causando in questi ultimi malattia con conseguenze importanti sia per l’eventuale tasso di mortalità sia per il forte impatto economico dato dall’adozione di misure di eradicazione e restrizione al commercio nelle zone in cui si verificano i casi. Una caratteristica importante è rappresentata dall’instabilità del virus, per cui anche i ceppi a bassa patogenicità possono mutare in forme altamente patogene, soprattutto dopo aver circolato anche per brevi periodi in una popolazione di polli. L’instabilità genetica consiste in una serie di mutazioni durante la replicazione del genoma virale e nel fatto che non vi siano meccanismi di correzione. Questo fenomeno viene detto deriva genetica e riguarda tutti i virus influenzali di tipo A, compresi quelli tipici della specie umana, e comporta un’intensa attività di sorveglianza dedicata al monitoraggio di questi cambiamenti al fine di attuare pratiche di prevenzione.

Esistono quattro tipi di virus influenzali: A, B, C e D. I virus influenzali A infettano l’uomo e diversi animali, come uccelli, suini, cavalli e cani. Sono gli unici virus influenzali noti per causare pandemie influenzali. Una pandemia può verificarsi quando emerge un nuovo e diverso virus dell’influenza A che infetta le persone, ha la capacità di diffondersi efficacemente e contro il quale esiste poca o nessuna immunità. In base alla specie interessata dal tipo A, la malattia prende il nome della specie stessa, influenza umana, aviaria, suina e così via.  Il tipo B circola tra le persone e causa epidemie stagionali. Le infezioni da virus dell’influenza C generalmente causano malattie lievi e non si ritiene che causino epidemie umane. I virus dell’influenza D colpiscono principalmente i bovini e non sono noti per infettare o causare malattie nelle persone.

I virus dell’influenza A sono divisi in sottotipi basati su due proteine di superficie del virus: emoagglutinina (H) e neuraminidasi (N). Sono noti 18 diversi sottotipi di emoagglutinina e 11 diversi sottotipi di neuraminidasi (da H1 a H18 e da N1 a N11). Gli attuali sottotipi di virus dell’influenza A che circolano abitualmente tra le persone includono A(H1N1) e A(H3N2). Mentre in natura sono state identificate più di 130 combinazioni di sottotipi di influenza A, principalmente da uccelli selvatici, ci sono potenzialmente molte più combinazioni di sottotipi di influenza A data la propensione al riassortimento del virus. Il riassortimento è un processo mediante il quale i virus influenzali scambiano segmenti genici. Il riassortimento può verificarsi quando due virus influenzali infettano contemporaneamente un ospite e scambiano informazioni genetiche.

Un esempio di riassortimento è quello che ha portato alla pandemia influenzale del 2009-2010 denominata influenza suina che, diffondendosi dal Messico, ha causato migliaia di morti e milioni di contagi nel mondo. Il virus, un nuovo ceppo di H1N1, trasmissibile da uomo a uomo, era frutto di un riassortimento tra tre diversi virus influenzali: suino, aviario e umano.

Influenza aviaria H5N1 in Europa e Italia

A dicembre 2022 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha pubblicato il report scientifico relativo ai focolai di influenza aviaria accertati in 27 Stati europei nel trimestre compreso tra il 10 settembre e il 2 dicembre 2022. I focolai riguardano tre categorie di uccelli: volatili in allevamenti destinati al consumo alimentare umano, volatili domestici in cattività per uso diverso da quello alimentare, volatili selvatici. In totale risultano 1.162 focolai di infezioni ad alta patogenicità (HPAI) di cui il 99% da influenza aviaria H5N1, riguardanti i volatili selvatici per il 53%, volatili da allevamento per il 34% e volatili in cattività per uso non alimentare per il 13%. Tra i paesi più colpiti ci sono Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Ungheria, Italia e Spagna (Grafico 1). L’origine di questi focolai è attribuibile alla migrazione di uccelli selvatici da paesi del nord est Europa come Russia, Kazakistan e Mongolia.

Grafico 1: numero di focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità, suddivisi per paese europeo, diagnosticati nei volatili da allevamento per il consumo umano, nei volatili in cattività non destinati al consumo umano e nei volatili selvatici, nel periodo compreso tra il 10 settembre e 2 dicembre 2022 (dati estratti dal report trimestrale pubblicato da EFSA)

Nello stesso periodo analizzato sono stati diagnosticati, a livello mondiale, anche 6 casi di influenza aviaria nell’essere umano in 3 paesi: due casi in Spagna da H5N1, tre in Cina da H5N1, H5N6 e H9N2, uno in Vietnam da H5 senza identificazione della neuraminidasi.

L’EFSA ricorda inoltre che l’epidemia da virus di influenza aviaria altamente patogenetica osservata negli uccelli, in tutto il periodo epidemiologico 2021-2022, è la più grande che ci sia mai stata: 2.520 focolai negli allevamenti di 37 paesi europei con 50 milioni di volatili morti per malattia o abbattuti dall’uomo. Il numero è superiore di 1.7 volte rispetto al periodo 2020-2021 e 2.4 volte rispetto al 2016-2017.

Per quanto concerne l’Italia, l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) rappresenta il Centro di referenza nazionale e Laboratorio di Referenza Europeo (EURL) per l’influenza aviaria e la Malattia di Newcastle (altra malattia virale degli uccelli domestici e selvatici sostenuta da un Paramyxovirus). Tra le varie attività esercitate con il coordinamento dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ci sono quelle di confermare le diagnosi di infezione e di caratterizzazione molecolare e biologica dei virus emergenti. Vengono pubblicate periodicamente le informazioni sulla situazione epidemiologica dell’influenza aviaria in Italia.

L’aggiornamento al 28 dicembre 2022 mostra 30 focolai di infezione ad alta patogenicità nel pollame domestico, tutti sostenuti da virus H5N1. Le regioni interessate sono il Veneto con 19 focolai, Lombardia 7, Emilia-Romagna 3 e Friuli-Venezia Giulia 1. Per quanto riguarda i volatili selvatici, in data 28 febbraio 2023, i focolai sostenuti da virus ad alta patogenicità H5N1 sono stati 105 con la maggioranza dei casi nelle regioni del nord Italia e con 2 casi in Sardegna e 1 in Umbria. Gli uccelli interessati sono stati in molti casi il Gabbiano comune, il Cigno reale e il Germano reale. In altri casi sono state interessate la Poiana comune, il Fenicottero rosa, il Falco pellegrino e l’Alzavola.