Home Blog Page 51

Fibrosi polmonare idiopatica: serve un percorso condiviso tra clinici, pazienti e istituzioni

0

Medici, pazienti, caregiver e istituzioni al lavoro per costruire un percorso diagnostico-terapeutico realmente condiviso nella gestione della fibrosi polmonare idiopatica (IPF), una patologia rara e complessa che spesso sconta ancora ritardi diagnostici, carenze nella presa in carico e una limitata conoscenza della malattia nella medicina territoriale.

L’occasione è stata l’evento “Respiriamo Nuoro”, organizzato dall’Associazione IPF e Rare del Polmone Sardegna ODV, in co-progettazione con CSV Sardegna, con il patrocinio del comune di Nuoro e della Federazione italiana IPF e Malattie Rare polmonari (FIMARP).

«Se vogliamo davvero aiutare questi pazienti dobbiamo mettere le associazioni nelle condizioni di essere punto di riferimento per i malati» così ha esordito Matteo Buccioli, Presidente FIMARP. «Il nostro obiettivo è arrivare ad avere in ogni regione d’Italia una associazione di riferimento per i pazienti. Infatti, uno dei bisogni primari dei pazienti è quello di non essere soli, di sentirsi in qualche modo sostenuti. L’associazione pazienti sul territorio non ha solo il compito di supportare i propri associati ma anche di parlare ai cittadini di prevenzione, dell’importanza di condurre stili di vita corretti» continua Buccioli.

In Sardegna manca una vera e propria presa in carico dei malati affetti da fibrosi polmonare idiopatica

Nel corso dell’evento è emerso come in Sardegna manchi una vera e propria presa in carico dei malati affetti da fibrosi polmonare idiopatica perché manca il giusto supporto da parte della medicina territoriale. Tanti medici di base non conoscono la patologia e non ne sanno riconoscere i sintomi. Allo stesso modo non tutti i centri ospedalieri sono specializzati in questo ambito. In Sardegna i centri di riferimento per questa malattia sono a Cagliari, Sassari e Nuoro.

Una delle maggiori criticità è rappresentata dal ritardo diagnostico che, per una patologia con queste caratteristiche e dalla prognosi infausta, risulta essere assolutamente determinante sulla sua evoluzione. Quasi un terzo dei pazienti arriva alla diagnosi dopo più di due anni. A questo consegue un ritardo nella risposta alla terapia che, in taluni casi, può essere fatale.

Ma facciamo un passo indietro…

La fibrosi polmonare idiopatica appartiene alla famiglia delle interstiziopatie polmonari, una classe di malattie estremamente eterogenee, la cui distinzione non è sempre facile, che hanno come denominatore comune una compromissione degli scambi gassosi.  È una patologia la cui eziopatogenesi risulta ancora ignota e che colpisce il tessuto polmonare provocando una progressiva cicatrizzazione che compromette lo scambio di ossigeno e di anidride carbonica con conseguente alterazione della funzionalità polmonare. L’età media di insorgenza si attesta attorno ai 60 anni, sono più colpiti gli uomini delle donne e la maggior parte dei pazienti ha un passato di tabagismo alle spalle.
Uno dei primi campanelli d’allarme è rappresentato dalla cosiddetta “fame d’aria”, la dispnea che questi pazienti avvertono facendo le scale o facendo anche il minimo sforzo fisico. Altri sintomi da non trascurare sono la tosse secca, la stanchezza cronica, la comparsa di febbre e la perdita di peso.

Pazienti, clinici e associazioni chiedono un percorso strutturato e condiviso

La carenza di ossigeno determina ingrossamento della parte terminale delle dita che si manifesta con le cosiddette dita a tamburo.
Non esiste una vera e propria cura per questa patologia ma oggi i medici possono contare su due farmaci antifibrotici, pirfenidone e nintedanib, che sono in grado di modificare le curve di sopravvivenza, rallentare la progressione della malattia, ridurre le riacutizzazioni, le ospedalizzazioni e le complicanze. In altre parole, possono migliorare la vita dei pazienti pur non garantendo una guarigione completa.

Un altro strumento importante è rappresentato dall’ossigenoterapia che, in caso di insufficienza respiratoria, può ridurre la dispnea, migliorare la tolleranza allo sforzo fisico e quindi migliorare la qualità di vita del paziente.

Nel corso del convegno di Nuoro i relatori hanno presentato quello che dovrebbe essere un percorso diagnostico terapeutico destinato ai pazienti affetti da questa patologia ma che, allo stato attuale, non è attivato in Sardegna.

Come si dovrebbero seguire questi pazienti?

La complessità dell’IPF richiede un approccio multidisciplinare che integri l’intervento di diversi specialisti con il monitoraggio clinico costante che preveda interventi su stili di vita (attività fisica, controllo dei fattori di rischio, educazione sanitaria e supporto psicologico). Tale modello integrato rappresenta una strategia per rallentare la progressione della malattia, prevenire le complicanze e garantire la migliore qualità di vita possibile ai pazienti affetti da IPF.

Innanzitutto, sarebbe auspicabile coinvolgere i medici di medicina generale che rappresentano il primo contatto con i pazienti.

Chi soffre di fibrosi polmonare idiopatica si rivolge al medico di base perché avverte tosse secca, stizzosa, dispnea, affanno anche nel fare semplici movimenti. Si tratta di sintomi la cui evoluzione va valutata nel tempo. Se questi persistono il medico di medicina generale suggerisce l’esecuzione di una radiografia del torace il cui esito va poi sottoposto all’attenzione dello specialista pneumologo con competenze specifiche in questo ambito. A questo punto viene fatta un’attenta analisi della storia clinica del paziente: in particolare, vengono valutati l’abitudine tabagica che rappresenta uno dei maggiori fattori di rischio e l’eventuale esposizione professionale a sostanze chimiche tossiche o polveri.

Approccio multidisciplinare e monitoraggio costante sono elementi fondamentali per migliorare gestione e qualità di vita nell’IPF

Quindi specialista pneumologo deve valutare la gravità della dispnea attraverso la scala di Borg, una scala numerica non lineare per la valutazione della dispnea durante lo sforzo composta da 10 punti a cui sono affiancati dei descrittori oppure attraverso il test Modified British Medical Research Council Questionnaire (mMRC), che consente di misurare la sensazione di fame d’aria in relazione allo svolgimento di attività quotidiane. Viene inoltre eseguita una spirometria che consente di misurare la Capacità Vitale Forzata (FVC), un indicatore chiave della capacità polmonare. Attraverso un ossimetro viene valutata la saturazione di ossigeno nel sangue, rilevata anche attraverso un test specifico chiamato test del cammino: vengono misurati i metri percorsi rispetto a quelli predetti per età, sesso e la tolleranza allo sforzo durante una camminata della durata di sei minuti. Il paziente viene inoltre sottoposto a un test da sforzo che consiste nel rilevare le variazioni di ritmo cardiaco, pressione arteriosa e respirazione durante la pratica di un’attività fisica più o meno intensa.

In questo percorso l’esame diagnostico cardine rimane la TAC ad alta risoluzione che consente di rilevare segni specifici della fibrosi polmonare idiopatica come l’immagine “a nido d’ape” dovuto al danneggiamento degli alveoli. In alcuni casi è necessario effettuare una biopsia polmonare che consente nell’asportare e analizzare piccoli campioni di tessuto polmonare.

A questo punto, una volta raccolti tutti gli elementi necessari, la documentazione va condivisa all’interno di un team multidisciplinare che veda al suo interno uno pneumologo, un radiologo, un anatomopatologo, un nutrizionista, un infermiere specializzato e uno psicologo che sappia aiutare il paziente a gestire il profondo carico emotivo e psicologico collegato alla malattia.

Una volta fatta la diagnosi, va coinvolta tutta la famiglia perché i parenti diventeranno caregiver quindi è fondamentale che conoscano la patologia.

L’associazione pazienti sul territorio non ha solo il compito di supportare i propri associati ma anche di parlare ai cittadini di prevenzione

I relatori, sia pazienti sia medici, hanno più volte ribadito l’importanza dell’esercizio fisico come vero alleato della salute delle persone. Per i pazienti che devono affrontare un trapianto polmonare godere di un buon tono muscolare si traduce in una migliore ripresa post trapianto così come in un quadro di benessere generale della persona. L’attività fisica non aiuta solo il corpo ma anche la mente agendo da potente antidepressivo in grado di scacciare i brutti pensieri e le paure più recondite.

Il convegno di Nuoro è stato un prezioso momento di confronto in quanto ha permesso di delineare un esaustivo ed efficace percorso di diagnosi e cura del paziente con fibrosi polmonare idiopatica. Ora non resta che invitare ai tavoli dei decisori politici i rappresentanti dei pazienti che, in sinergia con la comunità medica, potranno presentare i propri bisogni e cercare insieme le risposte.

Alleanza Contro il Cancro designata hub nazionale della “Mission on cancer UE”

L’Assemblea Generale del progetto europeo ECHoS (Establishing of Cancer Mission Hubs: Networks and Synergies) ha conferito formalmente ad Alleanza Contro il Cancro, la Rete Oncologica Nazionale del Ministero della Salute, lo status di National Cancer Mission Hub (NCMH) per l’Italia, riconoscimento che si affianca al sostegno espresso dallo stesso dicastero, che ne ha appoggiato la candidatura.

Con questo passaggio, l’Italia entra nel gruppo dei Paesi europei che hanno già attivato o consolidato il proprio Hub nazionale nell’ambito della “Mission on Cancer” dell’UE. Fanno parte della rete degli NCMH anche Svezia, Spagna, Israele, Finlandia e Croazia, recentemente riconosciuti, insieme ai partner già attivi in Polonia, Grecia, Malta, Paesi Bassi e Bulgaria. L’estensione della rete testimonia la crescente convergenza europea verso un modello coordinato di ricerca, prevenzione e cura oncologica.

L’incarico è stato conferito ufficialmente dall’assemblea generale del progetto ECHoS (Establishing of Cancer Mission Hubs: Networks and Synergies) dell’UE

ACC, la più grande rete di ricerca oncologica del Paese, fondata nel 2002 dal Ministero della Salute, assume quindi un ruolo strategico nell’attuazione italiana della Missione Cancro. Il mandato attribuito da ECHoS la designa come interlocutore nazionale per il coordinamento di istituzioni, IRCCS, università, società scientifiche e associazioni di pazienti, con l’obiettivo di rendere operativi in Italia gli indirizzi europei in materia di oncologia traslazionale, prevenzione, digital health e integrazione dei dati.

«Il riconoscimento – osserva il Presidente della Rete, professor Ruggero De Maria che ha ringraziato il Ministero della Salute per aver appoggiato la candidatura di ACC – rafforza la nostra posizione nella definizione delle strategie e delle politiche a supporto della Mission on Cancer; sono numerosi i progetti attivi della Rete, finalizzati a tradurre l’innovazione scientifica in pratica clinica e a promuovere percorsi diagnostico-terapeutici più omogenei, integrati e condivisi».

Il Presidente professor Ruggero De Maria: «Passo fondamentale per armonizzare percorsi e innovazione»

Secondo il Presidente, «in questo quadro, il ruolo di ACC come Hub nazionale facilita la convergenza fra ricerca, clinica e governance, sostiene la condivisione delle conoscenze, favorisce la cooperazione internazionale e contribuisce allo sviluppo di infrastrutture e metodologie comuni. Il riconoscimento da parte di ECHoS – ha detto ancora De Maria – segna un passo significativo verso un ecosistema oncologico italiano pienamente allineato alla visione europea, capace di generare risultati concreti per i pazienti e consolidare la posizione dell’Italia nella lotta globale contro i tumori».

Alleanza Contro il Cancro (ACC) è la Rete Oncologica Nazionale del Ministero della Salute cui aderiscono 27 Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), Fondazione Politecnico Milano, AIMaC, Italian Sarcoma Group, Fondazione CNAO e Istituto Superiore di Sanità

PNRR, Confindustria DM: collaudate 9 apparecchiature su 10, ora interventi strutturali

Delle 3.237 apparecchiature acquistate con i fondi del PNRR, il 91% – pari a 2.945 macchine – è già stato collaudato. Restano 292 apparecchiature che devono raggiungere la piena operatività entro giugno 2026.

Le regioni più indietro nei collaudi sono Sicilia (52), Lazio (36), Campania e Puglia (33 ciascuna) e Calabria (20). A ritardare l’attivazione sono soprattutto le risonanze magnetiche – per le quali è necessario adeguare le sale agli standard di sicurezza – insieme a PET e angiografi, che richiedono pavimenti rinforzati, impianti elettrici dedicati e sistemi di climatizzazione di precisione. È quanto emerge dall’analisi del Centro Studi di Confindustria Dispositivi Medici sullo stato di attuazione dell’ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero previsto dalla Missione 6 Salute del PNRR.

Risultati dell’analisi del Centro Studi di Confindustria Dispositivi Medici sullo stato di attuazione dell’ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero

Delle quasi 12.000 apparecchiature mappate nel 2024 tra strutture pubbliche e private, 5.365 avevano più di cinque anni. Con i fondi PNRR, nel solo settore pubblico, ne sono state sostituite 1.482, pari al 28%. L’analisi ha confrontato le principali grandi tecnologie coinvolte nel rinnovo – TC, radiologia, angiografi e risonanze magnetiche – con il quadro nazionale aggiornato al 2024. È importante precisare che non tutte le 1.482 apparecchiature costituiscono una sostituzione: alcune potrebbero rappresentare nuovi inserimenti in strutture che prima non disponevano di quella tipologia di diagnostica.

Alessandro Preziosa

“L’intervento di sostituzione finanziato dal PNRR – ha dichiarato Alessandro Preziosa, Presidente Elettromedicali di Confindustria Dispositivi Medici – rappresenta un ottimo punto di partenza per il rinnovamento del parco installato. Le nuove tecnologie migliorano la capacità diagnostica e accelerano la refertazione, aspetti cruciali per ridurre le liste d’attesa e intercettare precocemente molte patologie. I benefici per i pazienti sono evidenti: diagnosi più tempestive e precise, percorsi terapeutici più personalizzati e minori supporto agli specialisti nella refertazione, con ricadute positive sulle cure, sui ricoveri e sulla qualità della vita. Le tecnologie moderne consentono inoltre procedure meno invasive e una minore esposizione, aumentando la sicurezza dei cittadini”.

Servono pianificazione pluriennale, criteri di acquisto innovativi, politiche di rimborso mirate e investimenti nel capitale umano

“Perché questi vantaggi si traducano in un reale miglioramento dell’assistenza – ha aggiunto Preziosa – è però essenziale disporre di professionisti in numero adeguato e adeguatamente formati: senza competenze, anche le apparecchiature più avanzate non riescono a esprimere appieno il loro potenziale. È molto positivo – ha concluso il Presidente – che manchi solo il 9% per raggiungere la milestone del 2026. Ora servono investimenti strutturali e continuativi: il PNRR è un’opportunità straordinaria, ma non può restare un intervento isolato. Occorrono pianificazione pluriennale, criteri di acquisto orientati all’innovazione e politiche di rimborso che premino l’uso delle tecnologie più evolute. In parallelo, è indispensabile investire nel capitale umano: solo unendo innovazione tecnologica e competenze sarà possibile garantire un sistema sanitario moderno, sostenibile e davvero a misura di paziente”.

Dati e sicurezza in chirurgia: la sfida della tracciabilità dei tempi

L’attività chirurgica è tra le aree più articolate e ad alta complessità della pratica ospedaliera: richiede il lavoro integrato di diverse professionalità, un uso intensivo di risorse e una gestione attenta del rischio clinico, che in questo ambito rimane particolarmente elevato. In un contesto in cui le tecnologie evolvono rapidamente e i pazienti arrivano in sala operatoria con condizioni e priorità molto diverse, l’ottimizzazione del percorso operatorio diventa un obiettivo strategico per i sistemi sanitari.

La tracciabilità digitale dei tempi chirurgici può migliorare efficienza, programmazione e decisioni cliniche

In questa direzione si muove il progetto regionale “Sistema di Tracciabilità dei Tempi Chirurgici”, guidato dalla ASL BT in Puglia come ente capofila e finanziato dal PNRR. L’iniziativa introduce strumenti digitali per il monitoraggio automatico dei tempi intra-operatori, favorendo una pianificazione più accurata, il contenimento dei costi e decisioni clinico-gestionali basate sui dati. Avviato nel gennaio 2024 ed entrato a regime nel giugno 2025, il progetto ha ottenuto una menzione speciale dall’Osservatorio Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano.

TrendSanità ne ha parlato con Maria Cammarrota, Responsabile Unità Operativa Semplice a Valenza Dipartimentale ICT e Responsabile per la Transizione Digitale della ASL BT.

Maria Cammarrota

Il progetto di tracciabilità dei tempi chirurgici introduce antenne beacon e braccialetti BLE (Bluetooth Low Energy) per monitorare in tempo reale il percorso intra-operatorio. Di che cosa si tratta e in che modo questa innovazione può migliorare la sicurezza del paziente e l’efficienza della sala operatoria?

«L’introduzione di queste due tipologie di device, dotate di tecnologia Bluetooth, consente di velocizzare il processo di monitoraggio del paziente garantendo una tracciabilità in tempo reale e un’eccellente fruibilità del dato. L’antenna Bluetooth Beacon è un potente gateway, strumento IoT, che esegue la scansione dei dispositivi Bluetooth presenti nelle vicinanze e li carica sul server.  Al fine di permettere una corretta gestione dei dati raccolti e provvedere al monitoraggio costante, è stato progettato il software Surgery Time, una soluzione dedicata alla visualizzazione del percorso operatorio, dei tempi delle singole attività, elaborando i dati raccolti e rendendoli fruibili in appositi cruscotti.

Il sistema, basato su antenne e dispositivi Bluetooth supportati da un software dedicato, riduce le attese in sala e migliora la comunicazione

Gli hardware comunicano difatti con il sistema Surgery Time, che consente la rilevazione di tempi automatici e l’inserimento manuale di eventuali altri tempi; l’inizio induzione anestesia, per esempio, è un tempo manuale che richiede l’inserimento in Surgery Time e successivamente si integrerà con i sistemi di Blocco Operatorio. La telecamera a bordo del dispositivo in uso all’utente (PC, Tablet, ecc.) consente di effettuare la scansione del nosologico/bracciale da barcode/QRcode. Questo permette una corretta associazione del paziente nel sistema, dando così avvio alla tracciabilità del percorso dello stesso in tempo reale. Tale innovazione consente di poter verificare il percorso di degenza e di avere una riduzione dei tempi di attesa dell’utilizzo della sala grazie ad una comunicazione migliorata tra gli attori coinvolti». 

Gli indicatori previsti, come turnover time, start time tardiness (ritardo rispetto all’inizio previsto) o tasso di casi cancellati, possono diventare strumenti di governo clinico. Come la disponibilità di questi dati può influenzare le decisioni gestionali della ASL e della Regione Puglia?

«Ogni dato raccolto in ambito sanitario deve essere sempre gestito come uno strumento di miglioramento del governo clinico. Per questa particolare progettualità, i dati forniti possono fornire maggiori indicazioni circa gli effettivi tempi di gestione di specifiche attività operatorie, comprendendo a pieno quali siano i punti di rallentamento all’interno del processo clinico, consentendo di marcare in maniera puntuale eventuali zone carenti e mettere in atto le opportune azioni correttive.

Ogni dato raccolto in ambito sanitario deve essere sempre gestito come uno strumento di miglioramento del governo clinico

Attraverso i dati raccolti è possibile migliorare la capacità di programmazione delle risorse, di pianificazione degli interventi e di gestione dei materiali per l’allestimento delle sale. E non solo: la misurazione permette di analizzare e migliorare i tempi d’uso delle sale operatorie e di ridurre il tasso di interventi cancellati, di gestire più efficacemente le liste d’attesa dei ricoveri che prevedono interventi grazie ad una migliore pianificazione dei flussi operativi e la possibilità di confrontare prassi operative simili tra diverse strutture».

Quali sono stati, alle attuali evidenze, i vantaggi e le criticità del progetto?

«Tra i principali benefici vi è la possibilità di migliorare l’efficienza e la qualità delle cure chirurgiche, riducendo al minimo i ritardi e gli errori grazie al monitoraggio in tempo reale del paziente, che ci consente di verificare anche le prestazioni del personale chirurgico e identificare eventuali aree che necessitano di formazione o addestramento supplementari. Il monitoraggio contribuisce a incrementare la sicurezza del paziente, assicurando una verifica costante di ciascuna fase e dei tempi di attesa durante l’intero percorso operatorio, dall’accettazione fino alla dimissione. Questa progettualità ci ha permesso di poter sfidare i limiti dell’azienda e trovare nuove soluzioni utili al nostro sistema sanitario quali una gestione dei tempi d’attesa delle liste ricoveri.

La sfida principale è stata disegnare i processi con gruppo di lavoro multidisciplinare garantendo coordinamento e obiettivi condivisi

Tra i vantaggi vi è inoltre l’integrazione nativa di strumenti di Business Intelligence, la quale fornisce cruscotti di monitoraggio sempre aggiornati, garantendo una fruibilità dei dati sicura e coerente, al fine di poter mettere in atto con facilità le dovute migliorie. Le principali sfide hanno riguardato la necessità di disegnare i processi con gruppo di lavoro multidisciplinare, mantenendo al contempo un elevato livello di coordinamento e di condivisione degli obiettivi. Queste sfide, affrontate con un costante dialogo tra le diverse professionalità coinvolte, hanno contribuito a rafforzare la collaborazione interna e a consolidare una visione comune del progetto».

L’introduzione di nuove tecnologie in ospedale richiede un cambiamento culturale. Quali sono state le principali resistenze del personale clinico e amministrativo e come le avete affrontate per favorire l’adozione del sistema?

«Le principali resistenze emerse nel progetto pilota hanno riguardato la paura che i dati venissero utilizzati in modo punitivo per valutare le performance individuali e lo scetticismo tecnologico unito alla sfiducia sull’effettiva utilità del Sistema. Per superare questi ostacoli e favorire l’adozione, abbiamo coinvolto fin dall’inizio i professionisti nella progettazione, rendendoli parte attiva di un cambiamento pensato per supportare il loro lavoro. Sono stati inoltre attivati percorsi di formazione e supporto dedicato nei principali reparti dei presidi ospedalieri di Andria e Barletta a partire da maggio 2025, che hanno permesso di conoscere operativamente il sistema e comprenderne i reali benefici e vantaggi».

Il progetto è regionale, ma non tutte le strutture partono dallo stesso livello di digitalizzazione. Quali strategie avete adottato per garantire uniformità e non creare disparità tra presidi ospedalieri?

«Per garantire uniformità e ridurre eventuali differenze, sono state adottate strategie calibrate sul livello di maturità digitale di ciascun presidio: nelle strutture già dotate di sistemi più evoluti l’integrazione è avvenuta in continuità con i processi in uso, mentre per quelle che richiedevano un maggiore consolidamento digitale è stato previsto un supporto tecnico mirato e un accompagnamento operativo costante.

Per garantire uniformità sono state adottate strategie adattate alla maturità digitale di ciascun presidio

Parallelamente, si è provveduto a standardizzare protocolli, procedure e indicatori di tracciabilità, affinché tutti i presidi adottassero lo stesso linguaggio e le stesse regole operative, pur rispettando le specificità locali. Il monitoraggio continuo e il confronto tra strutture hanno inoltre favorito la condivisione di buone pratiche e la progressiva riduzione di eventuali scostamenti».

Oltre alla tracciabilità dei tempi, immagina un’integrazione con sistemi di intelligenza artificiale per predire i carichi di lavoro o ottimizzare le liste operatorie? Quanto siamo lontani da questo scenario in Puglia?

«L’integrazione dell’intelligenza artificiale con la tracciabilità dei tempi chirurgici apre scenari molto promettenti: i sistemi potrebbero analizzare i dati storici e in tempo reale per prevedere i picchi di lavoro e poterli gestire distribuendoli nel tempo coerentemente alle esigenze dei pazienti, anticipare possibili ritardi o sovrapposizioni e ottimizzare le liste operatorie in modo dinamico. Ciò permetterebbe una pianificazione più efficiente delle sale, una riduzione dei tempi morti e una migliore distribuzione delle risorse tra i reparti, trasformando i dati raccolti in strumenti decisionali concreti a supporto del personale clinico e amministrativo. Quanto descritto rappresenta uno scenario realistico anche per la Puglia, ma al momento si tratta di un obiettivo ancora distante. Per arrivare a una piena integrazione con i sistemi di tracciabilità dei tempi chirurgici è necessario proseguire nel percorso di standardizzazione dei processi, nella condivisione di buone pratiche e, soprattutto, nell’investimento sulla formazione del personale sanitario e tecnico. Solo così sarà possibile trasformare queste potenzialità in soluzioni operative diffuse.

L’integrazione dell’intelligenza artificiale con la tracciabilità dei tempi chirurgici apre scenari molto promettenti

Inoltre, siamo particolarmente orgogliosi del ruolo della ASL BT come azienda capofila a livello regionale nello sviluppo di questo progetto innovativo, nonché come azienda pilota nella fase di implementazione. Essere capofila di un progetto Regionale è senza dubbio alcuno un grande onore, ma anche una grande responsabilità. Questo riconoscimento sottolinea l’impegno costante della nostra ASL nel promuovere l’innovazione e la digitalizzazione della sanità, portando concretezza ed efficienza ai processi clinici. Nel maggio scorso, ASL BT ha ricevuto l’Attestato di Menzione per questo progetto nell’ambito della cerimonia per l’Innovazione Digitale in Sanità, del Politecnico di Milano – School of Management. Un risultato reso possibile anche grazie all’eccellente lavoro del team che ha gestito al meglio la governance e la complessità di questo progetto.

Guardando al futuro, ci aspettiamo uno sviluppo progressivo del progetto che possa estendersi anche ad altre strutture regionali, consolidando un modello di sanità più efficientemente organizzato, trasparente e tecnologicamente avanzato. La ASL BT è orgogliosa di essere stata pioniera in questo percorso e conferma il proprio impegno nel guidare la trasformazione digitale della sanità, per offrire ai cittadini servizi sempre più sicuri, rapidi e innovativi».

1 dicembre, giornata contro l’AIDS: il punto con Cristina Mussini, Vicepresidente SIMIT

In occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS del 1° dicembre, sotto i riflettori l’ultimo bollettino del Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità, che nel 2024 registra 2.379 nuove diagnosi di HIV (4 per 100mila residenti), un dato lievemente inferiore ai 2.507 casi del 2023.

Presentati i dati sull’HIV dell’Istituto Superiore di Sanità

Un dato sostanzialmente stabile, ma che dovrebbe spingere a un impegno ancora più forte visti gli strumenti sia terapeutici che preventivi di cui oggi si dispone.

Pesano le diagnosi tardive e i contagi tra i giovani

La trasmissione dell’HIV nel 2024 è avvenuta principalmente per via sessuale: il 46% dei nuovi casi riguarda eterosessuali, mentre il 41,6% riguarda maschi che fanno sesso con maschi. Preoccupa la quota di giovani: circa il 20% delle nuove diagnosi riguarda persone sotto i 29 anni, segno che il virus continua a circolare. Ancora troppo elevate sono le diagnosi tardive, che costituiscono il 60%, con l’83,6% delle nuove diagnosi di AIDS che riguarda persone che hanno scoperto la sieropositività solo nei sei mesi precedenti.

Cristina Mussini

«Rispetto allo scorso anno, ci sono 128 casi in meno, ma questa sostanziale stabilità non deve illudere – commenta la professoressa Cristina Mussini, Vicepresidente SIMIT – L’avere a disposizione la Profilassi Pre-Esposizione (PrEP) e il cosiddetto “treatment as prevention”, ossia l’uso dei farmaci antiretrovirali come strumento per ridurre il rischio di trasmissione dell’HIV, dovrebbero condurre verso una diminuzione più marcata. Invece il virus continua a circolare soprattutto tra i giovani, mentre fatichiamo a far emergere il sommerso. Serve una comunicazione mirata e la formazione nelle fasce d’età più a rischio, con un coinvolgimento di tutti gli attori che possano offrire un contributo sull’educazione sessuale e affettiva».

Terapie sempre più efficaci e tollerabili. I benefici dei “long acting”

Sul piano terapeutico i risultati sono incoraggianti: oggi oltre il 95% delle persone in terapia antiretrovirale raggiunge la soppressione virale, trasformando l’HIV in una condizione cronica controllabile e non trasmissibile (U=U): il trattamento diventa così anche un’efficace forma di prevenzione (treatment as prevention).

Ma resta un 5% che non riesce a sopprimere la viremia, spesso per problemi di aderenza, un limite che i farmaci a lunga durata, i cosiddetti “long acting”, possono contribuire a superare con un’iniezione ogni due mesi. In particolare, le terapie long acting, poiché permettono un monitoraggio oggettivo dell’aderenza grazie alla somministrazione programmata, producono benefici sulla salute e sulla qualità di vita dell’individuo, contribuiscono a ridurre le nuove infezioni, rendono più sostenibili i sistemi sanitari.

In Italia i nuovi casi restano stabili: servono più test, informazione e accesso alla PREP

«Le terapie iniettabili a lunga durata d’azione rappresentano non soltanto una scelta innovativa e molto meno stigmatizzante della terapia orale, ma anche  una soluzione fondamentale per chi fatica ad assumere la terapia giornaliera – spiega Mussini – Da una parte garantiscono una gestione più semplice e un’opzione meno stigmatizzante per le persone in terapia; dall’altra aiutano i clinici a ottenere la soppressione virale anche nei casi più complessi, migliorando al tempo stesso la qualità di vita”.

L’importanza della PrEP, in attesa delle formulazioni iniettabili

Anche dal punto di vista della prevenzione sono stati realizzati progressi importanti. La Profilassi Pre-Esposizione (PrEP) continua a dimostrarsi uno strumento altamente efficace. Oltre alla formulazione orale, utilizzabile quotidianamente o “on demand”, le novità più promettenti riguardano la PrEP long-acting, somministrabile per via iniettiva ogni due mesi: diversi studi ne mostrano l’efficacia, la tollerabilità e la maggiore aderenza che può garantire.

«È auspicabile un ampliamento dell’accesso alla PrEP, sia orale che iniettabile – prosegue Mussini – È necessario poterla prescrivere anche fuori dagli ambulatori di malattie infettive per raggiungere più persone, e offrire l’opzione iniettabile a chi non può assumere o non riesce a essere aderente alla PrEP orale».

Verso il XXIV congresso SIMIT 2025

Sfide e innovazioni sull’HIV saranno al centro del XXIV Congresso Nazionale SIMIT, appuntamento centrale per fare il punto su ricerca, clinica e strategie di prevenzione, che si terrà dal 16 al 19 dicembre a Riccione. Fanno parte del Comitato organizzatore: Cristina Mussini, Roberto Parrella (attuale Presidente SIMIT), Pierluigi Viale e Massimo Crapis.

Proprio l’HIV avrà un ruolo centrale: si discuterà dei gap ancora esistenti, delle nuove soluzioni terapeutiche, dell’impatto dell’invecchiamento dei pazienti e, soprattutto, del ruolo crescente della PrEP.

«Il congresso SIMIT sarà un’occasione per condividere novità scientifiche e ripensare approcci di terapia e prevenzione – conclude Mussini – Un coinvolgimento particolare sarà rivolto ai giovani infettivologi, che stanno contribuendo in modo decisivo all’innovazione culturale e clinica nel campo dell’HIV».

SIMG: influenza, partenza anticipata della stagione 2025–2026

Le prime settimane dei dati di sorveglianza RespiVirNet mostrano una circolazione già intensa delle infezioni respiratorie acute (ARI), soprattutto tra bambini piccoli e anziani.

Nella settimana 20–26 ottobre sono stati registrati circa 427mila nuovi casi di ARI (7,36 ogni mille assistiti), che diventano circa 435mila nella settimana 3–9 novembre (7,64 ogni mille assistiti). I più colpiti sono i bambini molto piccoli e gli over 65, le fasce nelle quali un’infezione respiratoria può avere un impatto clinico più rilevante. Questi numeri indicano una stagione iniziata presto e che potrebbe portare a un incremento dei casi crescere nelle prossime settimane.

Tra il 20 ottobre e il 9 novembre sono stati registrati oltre 860mila nuovi casi di influenza

I medici di famiglia, nei giorni scorsi riuniti per il 42° Congresso Nazionale della Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), lanciano un messaggio: la prevenzione quest’anno non va rimandata.

Una stagione diversa dalle altre: cambia la definizione, non il rischio

La stagione influenzale 2025–2026 introduce una novità importante: la sorveglianza nazionale non misura più soltanto le sindromi simil-influenzali, ma l’insieme delle infezioni respiratorie acute (ARI), che includono influenza, SARS-CoV-2, RSV, rhinovirus, adenovirus e altri patogeni.

Quest’anno la sorveglianza nazionale misura non solo le sindromi simil-influenzali, ma l’insieme delle infezioni respiratorie acute (ARI)

“I virus costituiscono sempre una minaccia, ma è cambiato ora da parte nostra l’approccio e modo di osservarli – spiega Alessandro Rossi, Presidente SIMG – Questo ci permette di avere un quadro più reale di ciò che accade nei nostri ambulatori, anche se è meno immediato il confronto con gli anni passati. Possiamo però basarci su quanto avvenuto nei mesi scorsi nell’altro emisfero: Australia, Nuova Zelanda e diversi Paesi asiatici hanno registrato una stagione intensa, con una forte pressione sui servizi territoriali, che ci inducono a ribadire l’importanza della prevenzione”.

L’importanza di vaccinarsi entro Natale

I medici di famiglia invitano a non rinviare la vaccinazione, in particolare chi appartiene ai gruppi più esposti: over 65, persone con patologie croniche, donne in gravidanza, fragili e chi vive in comunità. “Ogni punto percentuale in più di copertura vaccinale significa meno complicanze, meno ricoveri e meno pressione sugli ospedali – ricorda Tecla Mastronuzzi, responsabile Macroarea Prevenzione SIMG – La vaccinazione è ancora la misura più efficace per ridurre gli esiti gravi.

La vaccinazione è ancora la misura più efficace per ridurre gli esiti gravi

Inoltre come negli scorsi anni raccomandiamo la co-somministrazione con altre vaccinazioni contro Covid-19, Pneumococco, Virus Respiratorio Sinciziale e Herpes Zoster. Accanto alla vaccinazione, poi, restano utili buone pratiche consolidate: igiene delle mani, attenzione ai luoghi affollati durante le settimane di massima circolazione virale, rispetto delle norme igieniche di base se si hanno tosse o raffreddore”.

Critical Medicines Act e immunodeficienze primitive: l’urgenza di farmaci salvavita in Europa

Alla recente conferenza IPOPI (International Patient Organisation for Primary Immunodeficiencies), i riflettori sono stati puntati sulle difficoltà critiche che l’Europa deve affrontare per garantire i farmaci essenziali ai pazienti più vulnerabili. Al centro del dibattito, il Critical Medicines Act (CMA), la proposta normativa della Commissione europea che potrebbe rappresentare un punto di svolta per le malattie rare, comprese le immunodeficienze primitive (PID). 

Le PID comprendono quasi 600 malattie genetiche rare e croniche, spesso invalidanti o potenzialmente letali se non trattate adeguatamente. La loro gestione è complessa e richiede un approccio multidisciplinare, poiché molti pazienti convivono con una combinazione di problemi immunologici, autoimmuni, infiammatori o oncologici, rendendo l’accesso costante e sicuro ai farmaci salvavita una necessità non negoziabile.

La fragilità del sistema e l’urgenza dei farmaci plasmaderivati

Per la maggior parte dei pazienti con PID, la terapia di sostituzione a base di immunoglobuline (IG) derivate dal plasma umano è un pilastro fondamentale. Eppure, il settore è fragile: l’Agenzia europea per i medicinali (EMA) conferma che le carenze di immunoglobuline persisteranno almeno fino a giugno 2026.

Le immunoglobuline salvavita per i pazienti con immunodeficienze primitive dipendono da forniture vulnerabili

La produzione dipende quasi interamente dalle donazioni di plasma, una risorsa finita. Circa il 30% del plasma utilizzato in Europa è importato da donatori statunitensi, una dipendenza che espone i pazienti a vulnerabilità in caso di interruzioni della catena di approvvigionamento. La crisi in Romania del 2017-2018, con pazienti senza cure per oltre un anno e conseguenze tragiche – gravi infezioni e persino perdite di vita umane – è un monito.

L’innovazione curativa: le terapie geniche

Oltre ai farmaci plasmaderivati, il CMA deve guardare alle terapie geniche. Daniela Ene, una paziente romena con PID, ha messo in luce le sue immense difficoltà di accesso: nonostante la disponibilità di una terapia genica vitale, ha lottato per tre anni e mezzo per convincere le autorità nazionali a trovare una base legale per pagare le sue cure da 1-2 milioni di euro. «Il tempo è vita e perdere tempo significa perdere vita», ha ricordato.

Gli acquisti congiunti tra Stati membri, previsti dal Critical Medicines Act, possono essere uno strumento chiave per l’accesso tempestivo

Fabio Candotti, Presidente della European Society for Immunodeficiencies (ESID), ha ribadito che prezzi elevati e le politiche di rimborso inadeguate sono il «nodo cruciale del problema». Il CMA, con strumenti come l’acquisto congiunto tra Stati membri, può facilitare un accesso più rapido e coordinato.

Oltre il prezzo più basso: la necessità di criteri di acquisto resilienti

Uno dei fattori principali alla base delle carenze, soprattutto nei mercati più piccoli, è un approvvigionamento guidato solo dal prezzo più basso, non dalla qualità o dall’idoneità per il singolo paziente. Per le terapie biologiche, non esiste una “taglia unica”: ogni paziente può avere esigenze diverse di composizione, modalità di somministrazione e compatibilità.

Gli esperti riuniti da IPOPI hanno chiesto che il CMA introduca criteri di acquisto che premino affidabilità, resilienza e continuità della fornitura. Secondo Rafał Ramotowski, della Plasma Protein Therapeutics Association (PPTA), l’approccio corretto dovrebbe bilanciare questi fattori, evitando di privilegiare esclusivamente l’offerta economica.

Stockpiling: pazienti prima di tutto

Il tema dello stockpiling, ossia l’accumulo di grandi scorte nazionali di farmaci, è stato un punto centrale del dibattito. Ramotowski ha sottolineato: «Il principio guida dovrebbe essere “Pazienti prima, stockpiling dopo”», per evitare che accumuli nazionali aggravino le carenze altrove. Leni von Bonsdorff, dell’International Plasma and Fractionation Association (IPFA), ha concordato sulla priorità di rafforzare la produzione UE per ridurre la dipendenza dalle importazioni e aumentare la resilienza del sistema sanitario.

La prospettiva dei piccoli Stati membri

Durante l’evento, un panel di eurodeputati ha preso la parola. Peter Agius (PPE, Malta) ha evidenziato le difficoltà dei Paesi piccoli: «I nostri sistemi sanitari sono forti solo quanto le loro catene di approvvigionamento». A Malta, i farmaci arrivano con anni di ritardo.

Senza allineamento tra UE e rimborsi nazionali, l’accesso ai farmaci resta incerto

Agius ha tracciato un parallelo tra i pazienti rari e gli Stati di piccole dimensioni, entrambi penalizzati da una minore forza contrattuale, e ha proposto di rendere più flessibili gli appalti congiunti previsti dal Critical Medicines Act, consentendo la partecipazione di un numero ridotto di Paesi.

La prospettiva economico-giuridica

L’eurodeputato ceco Ondřej Dostál (NI), avvocato esperto in politica sanitaria e diritto dei pazienti, ha richiamato l’attenzione sul legame tra acquisti europei e sistemi di rimborso nazionali. Anche se l’UE riuscisse a negoziare forniture favorevoli per farmaci innovativi, la sfida resta economica: «Il problema principale è come gli accordi UE si traducono nei rimborsi nazionali». Senza allineamento, la solidarietà rischia di restare teorica. Serve un meccanismo che colleghi l’approvvigionamento comune ai budget nazionali, permettendo di negoziare insieme, pur mantenendo la competenza nazionale in materia di prezzi e rimborsi.

Il Critical Medicines Act e la roadmap del Parlamento europeo

L’europarlamentare Tomislav Sokol (PPE, Croazia), relatore del CMA, ha fornito una panoramica sullo stato del dossier. L’obiettivo del CMA, secondo Sokol, è duplice: rafforzare l’autonomia strategica della produzione europea e garantire un accesso paritario ai farmaci per tutti i cittadini dell’UE. Sokol ha tracciato la rotta: abbandonare il criterio del “prezzo più basso”, incentivare la produzione europea con progetti strategici, promuovere appalti congiunti e coordinare le scorte a livello UE.

La votazione in Commissione SANT e la plenaria europea definiranno il futuro del CMA

La votazione in Commissione per la sanità pubblica (SANT) del Parlamento europeo è attesa a inizio dicembre, con la plenaria a gennaio 2026.

Martine Pergent, Presidente di IPOPI, ha concluso ricordando come il CMA sia forse l’ultima grande chance per proteggere l’accesso ai farmaci essenziali. I policymaker devono coglierla.

Fondazione Onda ETS: aumentano gli Ospedali con il Bollino Rosa, premiate 370 realtà

Fondazione Onda ETS, che da vent’anni promuove un approccio alla salute orientato al genere, ha assegnato il Bollino Rosa per il biennio 2026-2027 durante la cerimonia svoltasi presso il Ministero della Salute. Questo è un riconoscimento biennale che Fondazione Onda ETS attribuisce dal 2007 agli ospedali che offrono servizi di prevenzione, diagnosi e cura, non solo delle specifiche problematiche di salute femminile, ma anche di quelle patologie trasversali a uomini e donne, per cui vengono realizzati percorsi ospedalieri “in ottica di genere”. I 370 ospedali premiati con il “Bollino” acquisiscono un valore distintivo e differenziante nel panorama sanitario nazionale: fanno parte di una rete virtuosa istituzionalmente riconosciuta, contraddistinta per l’impegno e l’attenzione alle esigenze di salute femminile e il supporto offerto alle donne nell’identificazione consapevole del luogo di cura più appropriato.

Tra le 18 specialità cliniche considerate, quest’anno sono state inserite per la prima volta l’Oftalmologia e la Medicina del Dolore e Disciplina del Dolore ed è stata reinserita la Pediatria.

«La nostra missione è stimolare gli ospedali nell’adottare un approccio attento alle specifiche esigenze della donna»

«Il lavoro fatto in queste 12 edizioni del Bollino Rosa è importante per rinnovare la nostra attenzione nei confronti della salute orientata al genere femminile. Questo ampliamento della rete evidenzia il nostro impegno ventennale e quotidiano: la nostra missione è stimolare gli ospedali nell’adottare un approccio attento alle specifiche esigenze della donna in ogni fascia d’età e incoraggiare altresì le donne ad accedere a quelli che sono i percorsi di prevenzione, diagnosi e cura che gli ospedali del network offrono – commenta Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda ETS – Crediamo che alimentare la conoscenza e sviluppare consapevolezza siano passi cruciali per tutelare la propria salute e compiere scelte informate per preservarla. Per questa ragione, nel corso degli anni abbiamo organizzato numerose iniziative e progetti pensati per diffondere informazioni e promuovere su tutti i livelli una cultura della salute genere-specifica e soprattutto, rendere la salute delle donne una priorità condivisa e ben supportata».

Ogni due anni Fondazione Onda ETS apre un Bando a cui gli ospedali possono candidarsi e ricevere da 0 a 3 Bollini sulla base di alcuni criteri valutati con un questionario di oltre 500 domande: presenza di specialità cliniche femminili o trasversali uomo-donna che necessitano di un percorso dedicato al femminile, appropriatezza dei percorsi diagnostico-terapeutici in ottica multidisciplinare, offerta di servizi relativi all’accoglienza, alla degenza e alla violenza sulle donne e sugli operatori. Un Advisory Board, presieduto da Walter Ricciardi, Professore di Igiene e Sanità Pubblica, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma valida l’assegnazione tenendo in considerazione anche elementi qualitativi di particolare rilevanza (servizi e percorsi speciali, iniziative e progetti particolari ecc..).

Un Advisory Board presieduto da Walter Ricciardi valida l’assegnazione dei Bollini Rosa

«Quando nel 2007 immaginammo il Bollino Rosa, non avremmo mai previsto il successo che avrebbe avuto. Oggi, grazie all’impegno dei professionisti sanitari, il network conta 370 ospedali che offrono percorsi di cura pensati per le donne. I Bollini Rosa, assegnati ogni due anni, premiano le strutture che garantiscono specialità dedicate, percorsi multidisciplinari gender-oriented, servizi di accoglienza qualificati e supporto alle vittime di violenza. Il nostro obiettivo è chiaro: arrivare a un’Italia in cui ogni ospedale possa vantare almeno un Bollino Rosa, riconoscendo il valore della salute femminile come diritto fondamentale», dichiara Walter Ricciardi.

Il nostro obiettivo è che ogni ospedale possa vantare almeno un Bollino Rosa

Quest’anno sono stati 145 gli ospedali insigniti con 3 Bollini, 183 con 2 e 42 con un Bollino. Gli ospedali consolidano la propria reputazione e, attraverso l’appartenenza al network, hanno la possibilità di partecipare alle iniziative organizzate dalla Fondazione, come gli (H) Open Day, (H) Open Weekend e (H) Open Week, che offrono servizi gratuiti alla popolazione. Il network Bollino Rosa è inoltre uno strumento di orientamento che supporta le donne nella scelta consapevole dell’ospedale per accedere a percorsi di prevenzione, diagnosi e cura in ottica di genere, permette di ottenere informazioni chiare sui servizi offerti dagli ospedali e semplifica la ricerca di servizi tramite il sito dedicato www.bollinirosa.it.

Il Bollino Rosa fotografa uno sforzo collettivo delle Direzioni ma soprattutto degli operatori sanitari

«Il Bollino Rosa è di fatto una certificazione di qualità delle strutture ospedaliere che non fotografa una realtà statica ma uno sforzo collettivo delle Direzioni ma soprattutto degli operatori sanitari di rimodulazione e riorganizzazione dell’offerta in un’ottica di genere per rispondere alle domande sempre più complesse e personalizzate delle persone utenti. Le strutture, che da subito hanno aderito, hanno lavorato per adeguarsi a richieste sempre più complesse da parte di Fondazione Onda ETS creando ed aumentando il numero dei PDTA multidisciplinari e multiprofessionali. Hanno aderito altresì alle settimane della salute e alle giornate nazionali dedicate alle varie patologie. Non meno importante è l’organizzazione del percorso per la violenza di genere nei Pronto soccorso e quello per la riduzione della violenza nei confronti delle operatrici e operatori sanitari. Cambiare la cultura organizzativa e quella degli operatori in modo così diffuso sembrava molto difficile e per questo il risultato ottenuto ci rende orgogliosi di questo straordinario progetto», dichiara Flori Degrassi, Membro Advisory Board Bollino Rosa.

«Nel 2022 la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto un valore record di oltre € 5 miliardi: sempre più persone sono costrette a spostarsi per ricevere cure adeguate, affrontando costi economici, psicologici e sociali insostenibili. La migrazione sanitaria non è solo un indicatore di inefficienza, ma una misura delle disuguaglianze d’accesso alle cure. In questo contesto, il Bollino Rosa contribuisce a valorizzare le strutture che investono in qualità e equità, offrendo un riferimento concreto per le pazienti che oggi affrontano la scelta di trasferirsi per curarsi. In un Servizio Sanitario Nazionale che rischia di frammentarsi tra territori, iniziative come questa rappresentano un presidio concreto di prossimità e di diritto alla salute per tutte e tutti», commenta Nino Cartabellotta, Presidente Fondazione GIMBE.

Il Bollino Rosa contribuisce a valorizzare le strutture che investono in qualità e equità

«Quando la Presidente tantissimi anni fa mi ha sottoposto l’idea del Bollino Rosa a misura di donna – all’epoca dirigevo un Ospedale – ho aderito convintamente. A onor del vero, a distanza di vent’anni, speravo che gli ospedali “bollinati“ avessero un maggior impatto nelle scelte dei cittadini, ma sappiamo che il cambiamento è lungo, lento e difficile da implementare. Quindi, non mi resta che testimoniare il mio pieno supporto, perché con tenacia e determinazione i risultati saranno premianti sia sul versante sanitario che sociosanitario. Dovremo peraltro cercare tutti insieme di far sì che vi sia una maggiore diffusione e consapevolezza dell’elenco delle strutture che hanno ottenuto il riconoscimento, nel solco di una valorizzazione dei processi di qualità e di umanizzazione per la presa in carico dei bisogni soprattutto dei più fragili e non solo in termini di genere. Vorrei rimarcare che tutti noi, compresa la cittadinanza nel suo insieme, dovremmo segnalare non solo le criticità ma anche le positività di un sistema che nonostante tutto è ancora uno dei migliori del mondo, evolvendo il significato di iniziative come quella promossa da Fondazione Onda ETS. Allo scopo, approntando un albo dinamico, con verifiche e monitoraggio approfondito, che dia conto non solo di chi ha ottenuto il bollino ma delle strutture che continuano a meritarlo nel tempo, mantenendone le caratteristiche che lo avevano determinato. Un grazie e un vivo apprezzamento per il lavoro già svolto e che auspico sappiate upgradare nelle direttrici prospettate», afferma Maria Cristina Cantù, Vicepresidente Commissione Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale, Senato della Repubblica.

L’iniziativa è patrocinata da AGENAS – Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, AIDM – Associazione Italiana Donne Medico, AIOM – Associazione Italiana di Oncologia Medica, ADI – Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica, AISD – Associazione Italiana per lo Studio del Dolore, AMD – Associazione Medici Diabetologi, ANISC – Associazione Nazionale Italiana Senologi Chirurghi, AOGOI – Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani, Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere, FEDERFARMA, FIASO – Federazione Italiana aziende sanitarie e ospedaliere, Fondazione AIOM, SIAARTI – Società Italiana Anestesia Rianimazione e Terapia Intensiva e del dolore, S.I.CO.B. – Società Italiana di Chirurgia dell’Obesità e delle Malattie Metaboliche, S.I.C.O.A. – Società Italiana Cardiologia Ospedalità Accreditata, SID – Società Italiana di Diabetologia, SIDeMaST – Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse, SIE – Società Italiana di Endocrinologia, SIFES e MR – Società Italiana di fertilità e sterilità, SIGO – Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia, SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie, SIN – Società Italiana di Neonatologia, SINPF – Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, SINU – Società Italiana di Nutrizione Umana, SIO – Società Italiana dell’Obesità, SIOG – Società Italiana di Oncologia Ginecologica, SIOMMMS – Società Italiana dell’Osteoporosi del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro, SIP – Società Italiana di Pediatria, SIP – Società Italiana di Pneumologia, SIP – Società Italiana di Psichiatria, SIR – Società Italiana di Reumatologia, SIUD – Società Italiana di Urodinamica, SIUrO – Società Italiana di Uro-Oncologia.

Crescono i casi di epatite A, sia per trasmissione sessuale che per alimenti contaminati

Crescono in Italia, analogamente a quanto avviene nel resto d’Europa, le segnalazioni di casi di epatite A, legati sia alla trasmissione sessuale che al consumo di prodotti contaminati. Lo segnala l’aggiornamento del bollettino della sorveglianza SEIEVA (Sistema epidemiologico integrato delle epatiti virali acute coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità) relativo al primo semestre del 2025, secondo cui sono invece in calo i casi di epatite B, aumentano quelli di epatite E mentre per l’epatite C la situazione è sostanzialmente stabile.

Epatite A

Dal 1° gennaio al 30 giugno 2025, sono stati complessivamente segnalati 247 casi di epatite A, in aumento rispetto ai 159 casi segnalati nello stesso periodo del 2024 e i 105 relativi al 2023.

Le Regioni che hanno segnalato il maggior numero di casi sono Lombardia (18,6%), Emilia Romagna (16,6%) e Lazio (15,8%). Il 64% dei casi si è verificato in uomini. La classe di età maggiormente affetta è stata quella 35-54 anni (35,2%), con età mediana di 37 anni (range: 2-95 anni); ma sono stati diagnosticati anche 29 casi pediatrici di età inferiore ai 14 anni.

Pubblicato l’aggiornamento del bollettino della sorveglianza SEIEVA (coordinato da ISS) relativo al primo semestre del 2025

Il fattore di rischio riportato più frequentemente dai casi è il consumo di frutti di mare (47,1%), mentre il 23% ed il 24% dei casi riportavano, rispettivamente, viaggi in area endemica e consumo di frutti di bosco. Si osserva un aumento nel numero di casi segnalati in uomini che fanno sesso con uomini (MSM – men who have sex with men), esposizione riportata dal 29,8 % dei casi (11,4% nel 2024).

“Tali aumenti di segnalazioni – sottolinea Maria Elena Tosti, del Centro nazionale per la salute globale dell’Iss – impongono una stretta sorveglianza dei casi a livello sia nazionale sia europeo con la necessità di mettere in pratica tempestivamente le azioni di prevenzione atte a garantire il contenimento degli outbreak di epatite acuta A. Fondamentale è il ricorso alla vaccinazione per i contatti di casi, i viaggiatori verso aree endemiche e uomini che fanno sesso con uomini.

Epatite B

Dal 1° gennaio al 30 giugno 2025 sono stati segnalati 72 casi di epatite B (in calo rispetto ai 106 notificati nello stesso periodo del 2024). Le Regioni che hanno segnalato il maggior numero di casi sono l’Emilia-Romagna (22,2%), la Lombardia (19,4%) e il Lazio (15,3%). I casi segnalati sono prevalentemente di sesso maschile (77,8%%); tutti avevano età superiore di 18 anni (range età 26-96), con età mediana di 55,5 anni, la fascia di età maggiormente rappresentata era 35-54 anni (38,9%).

Le cure odontoiatriche sono state il fattore di rischio riportato più frequentemente (42,4% dei casi), seguite dai trattamenti estetici (rasatura dal barbiere, manicure/pedicure, piercing e tatuaggi – 31,8%). Il 25,4% dei casi con più di 16 anni riportava un’esposizione sessuale a rischio, intesa come partner sessuali multipli o mancato uso del profilattico in corso di rapporti occasionali.

Epatite C

Dal 1° gennaio al 30 giugno 2025 sono stati complessivamente segnalati 25 casi di epatite C contro i 27 dello stesso periodo del 2024: per la maggior i casi provengono dalla Lombardia (36,0%), seguita dall’Emilia Romagna (20,0%). Le segnalazioni dei primi sei mesi del 2025 riguardano prevalentemente maschi (60,0%), con un’età mediana di 48 anni (range età 15-75); 1 caso riguarda un soggetto con età tra 15 e 24 anni; la fascia maggiormente colpita è 35-54 anni con 10 casi notificati (40,0%).

L’esposizione nosocomiale è stata il fattore di rischio riportato più frequentemente (36,0% dei casi di epatite C).

Epatite E

Il numero di nuovi casi di epatite E è pari a 60 (in aumento rispetto ai 37 notificati nello stesso periodo del 2024). La maggioranza delle segnalazioni proviene dalle Regioni Abruzzo (18 casi segnalati, 30%) e Lazio (14 casi). I casi sono prevalentemente di sesso maschile (78,3%) e con età mediana di 59 anni (range 22-89).

Tre dei casi segnalati avevano compiuto un viaggio in area endemica (Algeria, Egitto e Filippine), mentre gli altri avevano plausibilmente acquisito l’infezione in Italia.

Il 58,5% dei casi riportava di aver consumato carne di maiale (prevalentemente insaccati, 25/31 casi); mentre l’11,3% dei pazienti aveva consumato carne di cinghiale.

Un dato rilevante è il ricorso ancora non soddisfacente al test per l’epatite E, nei casi di epatite acuta nei quali è stata esclusa la positività per i virus dell’epatite A, B e C. Infatti solo il 63,7% di questi casi è stato testato e, in caso di test, l’89,2% dei casi (58/65) è risultato positivo, indice che plausibilmente i casi reali di epatite acuta attribuibile al virus HEV sono maggiori di quelli effettivamente diagnosticati.

Dietro le sbarre c’è anche la salute mentale degli agenti di polizia penitenziaria

0

È sempre argomento delicato e doloroso, parlare di salute mentale e suicidi in carcere. Farlo significa affrontare la fragilità estrema dello Stato e dell’animo umano e personalmente, con questo articolo, proverò a trattarlo con il massimo rispetto e rigore scientifico [NdA]

Nel 2024, nelle carceri italiane, si sono tolte la vita 91 persone detenute, il numero più alto mai registrato. La sofferenza psicologica però non riguarda solo le persone detenute che hanno perso alcuni diritti civili e politici, ma anche coloro che sono in ambienti ristretti per via del lavoro che svolgono.
Tra gli agenti di polizia penitenziaria, uomini e donne che ogni giorno vivono immersi nella tensione carceraria, si contano sei suicidi solo nel 2024 e 57 casi tra il 2014 e il 2022, secondo i dati di Cerchio Blu. Una tragedia parallela che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.

Chi si occupa di salute mentale osserva il disagio evidente che alberga all’interno delle carceri nella sua doppia accezione

In occasione della conferenza “Suicidi dentro e fuori il carcere: strumenti psicologici e giuridici di prevenzione e cura”, tenuta a San Vittore presso la Sala Polivalente della Casa Circondariale “Francesco Di Cataldo”, ne abbiamo parlato con Maurizio Montanari, psicoanalista, studioso del disagio e autore di una riflessione profonda sul rapporto tra psiche, legge e sistema penitenziario. «Chi si occupa di salute mentale osserva il disagio evidente che alberga all’interno delle carceri nella sua doppia accezione. Ci troviamo oggi in presenza di un crescente disagio psicologico dei detenuti e anche di coloro che hanno il compito di vigilare sulla loro detenzione. Disagio che troppo spesso sfocia nella scelta di porre fine alla propria vita, dentro e fuori la cella».

Dottor Montanari, i dati sono impietosi. Come interpreta questo fenomeno crescente di suicidi dentro e intorno al carcere?

«È il segno di un disagio sistemico che indica una duplice sofferenza e attraversa le stesse mura da due lati diversi. Il carcere, per sua natura, è un contesto che amplifica ogni forma di disagio: l’isolamento, la mancanza di prospettiva e le tensioni costanti, solo per citarne alcune. E col tempo, anche chi vi lavora quotidianamente finisce per interiorizzare quella logica di chiusura, quella disperazione».

Lei parla di un “disagio condiviso” tra detenuti e agenti. Può spiegare meglio?

«Entrambi vivono la perdita del legame con l’Altro. Il detenuto che patisce la restrizione della libertà, ma che non appartiene ad organizzazioni esterne organizzate che lo sostengono e lo “attendono”, avverte la caduta dei flebili legami col mondo a seguito del suo reato. L’agente di polizia penitenziaria a volte si sente non del tutto sostenuto da quello Stato che serve. Dal punto di vista clinico, la dinamica è la stessa: quando svanisce la speranza di trovare una via d’uscita, la vita stessa perde significato. Ed è in quel vuoto che si insinua il pensiero del suicidio».

Il Rapporto Antigone 2024 documenta un aumento significativo del disagio psichico tra i detenuti. Cosa ci dicono i numeri?

«Secondo Antigone, al 31 marzo 2024 le persone detenute erano 61.049, a fronte di una capienza di 51.178 posti. In 70 istituti su 95 il tasso di affollamento superava il 100%, e in 18 addirittura il 150%. Sul piano della salute mentale, si registrano 12,7 diagnosi psichiatriche gravi ogni 100 detenuti, quasi uno su cinque (20,5%) assume psicofarmaci come antidepressivi o stabilizzanti dell’umore e oltre il 43% fa uso di sedativi o ipnotici. È la prova che il carcere non è solo un luogo di pena, ma un moltiplicatore di patologie psichiche».

Il carcere non è solo un luogo di pena, ma un moltiplicatore di patologie psichiche

In che modo questa realtà influisce sul personale di polizia penitenziaria?

«L’agente vive costantemente immerso in quel contesto. Otto, dieci ore al giorno a contatto con proteste, crisi, agiti violenti, anche di tipo psicologico. Uomini con le loro famiglie i loro fardelli, i loro problemi.  In un siffatto contesto accade che si possa assuefare ad una tensione costante, a codici differenti da quelli osservati fuori le mura carcerarie. È una forma di assuefazione simile a quella che vivono i medici d’urgenza o gli operatori di guerra. E quando non c’è un contenitore psicologico, un luogo dove scaricare e rielaborare, la psiche vacilla».

Quindi l’assenza di spazi di ascolto è parte del problema?

«I servizi di sostegno psicologico devono essere potenziati e, per quanto possibile, va favorito l’accesso a strutture di cura e professionisti che non appartengano al mondo militare. Questo perché, ed è un vulnus insito in tutte le Forze Armate, se un agente dichiara di stare male a chi come lui è inserito all’interno della struttura militare, per quanto valido e professionale sia, scatta nel sofferente il timore di essere considerato “non idoneo”, di perdere la pistola o di essere de mansionato. È per questo che molti scelgono di ingoiare il dolore. Il risultato è un silenzio che, spesso, si traduce in malessere diffuso».

Senza un piano stabile di monitoraggio clinico e prevenzione del burnout, rischiamo di limitarci alla burocrazia del disagio, non alla sua cura

E le donne in divisa? Vivono forme diverse di disagio?

«Direi che la sofferenza è paritaria. Le donne non sono più protette, anzi. Durante la pandemia, ho visto molte operatrici sanitarie e agenti arrivare al collasso. Il peso del doppio ruolo, lavoro e famiglia, amplifica lo stress. La divisa, in questo senso, non fa differenza di genere».

Le linee guida del Ministero della Giustizia 2024–2026 cercano di affrontare il problema. Le ritiene efficaci?

«Certo. Tuttavia, mancano risorse e continuità. Senza un piano stabile di monitoraggio clinico e prevenzione del burnout, rischiamo di limitarci alla burocrazia del disagio, non alla sua cura».

C’è chi sostiene che la selezione del personale sia un altro punto critico. È d’accordo?

«I criteri di ammissione e le valutazioni psicologiche periodiche degli agenti devono essere potenziati. Non si tratta solo di escludere chi ha disturbi conclamati, ma di individuare precocemente le fragilità emotive e affettive che possono degenerare sotto stress. Servono screening regolari, spazi di decompressione, colloqui di follow-up».  

Nel suo intervento a San Vittore lei ha detto che lo Stato “fallisce due volte”. Cosa intendeva?

«Intendo che lo Stato fallisce con il detenuto che si impicca e con l’agente che si spara. Nel primo caso non ha saputo offrire un percorso di reinserimento; nel secondo non ha saputo prevenire un dolore che covava dentro il suo Funzionario. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: una persona che rinuncia alla vita. È la sconfitta di un sistema che non ha saputo ascoltare».

La salute mentale, dietro le sbarre, riguarda tutti: chi la vive e chi la custodisce

Quali passi concreti proporrebbe per invertire questa tendenza?

«Vedo tre misure urgenti:

  1. Valutazioni psicologiche periodiche obbligatorie e sostegno per tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine.
  2. Sportelli di ascolto esterni e anonimi, convenzionati con lo Stato, ma gestiti anche da professionisti civili.
  3. Riconoscimento ufficiale del rischio psichico come parte integrante del lavoro penitenziario, al pari del rischio fisico.

Solo così potremo prevenire le tragedie, non semplicemente commentarle dopo. Forse la vera civiltà penitenziaria comincerà quando si accetterà che la salute mentale, dietro le sbarre, riguarda tutti: chi la vive e chi la custodisce».

Hai bisogno di aiuto?

Se ti trovi in una situazione di emergenza chiama il 112
Se sei un adulto in difficoltà puoi chiamare il Telefono Amico al numero 02 2327 2327, tutti i giorni dalle ore 9 alle ore 24, oppure visitare www.telefonoamico.it