Dentro e fuori il carcere: dove nasce davvero il cambiamento

Claudio Santarelli: «Tra barriere culturali e burocrazia, il reinserimento resta un percorso a ostacoli. La relazione continuativa e il sostegno dopo la pena sono i bisogni più forti delle persone detenute»

Da oltre 30 anni l’associazione Incontro e Presenza entra negli istituti penitenziari con un’idea semplice: mettere al centro le persone, non il loro passato e promuovere una cultura di accoglienza e integrazione dei detenuti. Un lavoro quotidiano fatto di ascolto, piccoli aiuti materiali e percorsi di reinserimento, ma soprattutto di relazioni che resistono al tempo e alle distanze. In un sistema che fatica a offrire opportunità reali, le realtà di volontariato costruiscono legami, restituiscono dignità e accompagnano chi vive la detenzione verso un futuro possibile.

TrendSanità ha intervistato Claudio Santarelli, del Consiglio direttivo dell’associazione, che racconta sfide, intuizioni e trasformazioni che nascono dall’incontro diretto con chi sta pagando una pena e apre uno sguardo su ciò che la società potrebbe e dovrebbe imparare da queste esperienze.

Claudio Santarelli

Come e perché nasce l’associazione?

«La nostra storia comincia a Milano, nel 1986 da un gruppo di volontari, tra cui volontari ma anche persone che avevano avuto esperienze detentive legate al terrorismo e ne erano uscite. Una volta concluso il loro percorso, hanno deciso di fondare un’associazione di questo tipo. Da allora ci occupiamo di chi vive la realtà della detenzione, cercando un incontro reale con le persone recluse e con i loro bisogni. È un impegno che negli anni si è radicato soprattutto sul territorio milanese. Siamo presenti nella Casa Circondariale di San Vittore, nella Casa di Reclusione di Opera, nella II Casa di Reclusione di Bollate e nella Casa Circondariale di Bergamo.

L’aspetto principale del nostro lavoro è il colloquio con le persone detenute. Entriamo in carcere per instaurare un rapporto costante, più che per fare “educazione”, un termine che non amo. Preferisco parlare di relazione. Oltre a questo realizziamo progetti vari, a seconda delle disponibilità economiche e dei partner che ci sostengono: dal vestiario all’inserimento lavorativo e culturale, fino all’aiuto nel trovare un impiego. Attraverso una convenzione con il Banco Alimentare della Lombardia, ad esempio, riusciamo a portare generi alimentari alle persone più fragili all’interno dell’ambiente carcerario.

Le occasioni per un reale reinserimento sono poche. C’è ancora una cultura che non permette un rapporto normale con chi ha vissuto la detenzione

Molte volte l’aiuto diventa ancora più concreto. L’Associazione, e a volte singoli volontari, si fanno carico del sostegno economico di chi non ha risorse. Può trattarsi di piccoli sussidi, vestiti o alimenti, un modo per non lasciare sole persone che vivono condizioni di forte marginalità. Accanto all’aspetto materiale c’è poi quello umano. Offriamo sostegno morale e psicologico, aiutiamo nell’orientamento al lavoro e nella conoscenza dei servizi pubblici disponibili. Quando emergono situazioni particolarmente gravi, indichiamo percorsi protetti come comunità alloggio o strutture ospedaliere».

Quali sono le sfide che affrontate in tema di reinserimento sociale, lavoro, accoglienza?

«La sfida più grande è muoversi in una struttura culturale rigida. Le occasioni per un reale reinserimento sono poche. C’è ancora una cultura che non permette un rapporto normale con chi ha vissuto la detenzione. Anche noi come associazione abbiamo assunto una persona detenuta, ma con grande difficoltà. Poi c’è la burocrazia che non aiuta, ma la problematicità più grande è la scarsa cultura che ancora c’è da parte delle imprese e degli enti pubblici conta per il 70%.

Fate anche formazione?

«Sì, ma principalmente per i volontari. La formazione per le persone detenute è più complessa: l’abbiamo fatta insieme ad altre realtà. Ad esempio a Bollate, con una fondazione che si occupa di motocicli. Abbiamo formato cinque persone per tre anni consecutivi e alla fine alcune hanno trovato lavoro. Ma lo facciamo sempre insieme ad altre strutture».

Secondo lei c’è un aspetto del sistema penitenziario di cui non si parla abbastanza o per niente?

«Sì. Il primo aspetto è l’idea che la presenza su un territorio di un istituto penitenziario aumenti i problemi di sicurezza. È esattamente il contrario. Se un comune ha una struttura penitenziaria, in genere c’è più sicurezza, perché c’è una maggiore presenza delle forze dell’ordine. L’altra grande questione riguarda le misure alternative: molti soggetti, anche in fase definitiva, potrebbero stare fuori se ci fosse un controllo adeguato. Avere più misure alternative non significa “aprire le celle” e basta, significa ridurre i costi. Lo diciamo da trent’anni. Un soggetto fuori che lavora costa meno di un soggetto dentro che non fa nulla».

Contrariamente a quanto si crede, la presenza di un carcere in un territorio aumenta la sicurezza locale grazie alla maggiore presenza di forze dell’ordine

Quando parla della sicurezza del comune, perché ci sono resistenze da parte delle comunità ad accogliere un carcere?

«Dagli anni ’90 i progetti di giustizia penitenziaria non sono mai stati portati avanti fino in fondo. Qualcosa è stato costruito, come Bollate, ma molto è rimasto fermo. A volte basterebbe costruire un carcere nuovo e dismettere in modo intelligente la struttura precedente. Il caso di San Vittore è emblematico. È un istituto del ’700, inadeguato per una città come Milano e anche per la vita stessa del quartiere. Potrebbe diventare un museo o altro e al suo posto si potrebbe costruire una struttura moderna. Le strutture moderne migliorano costi e vivibilità. Lo stesso discorso vale per i tribunali. Un tribunale moderno è più funzionale e aiuta di più, rispetto a edifici dell’Ottocento».

Quindi, tornando agli aspetti di cui non si parla abbastanza, oltre alla sicurezza?

«Il problema è la mentalità. C’è ancora l’idea che “ho più sicurezza se li metto tutti dentro”, ma non è così. La sicurezza si ha con un controllo sul percorso riabilitativo, non con l’isolamento. È come dire che gli studenti sono più “sicuri” se li teniamo tutto il giorno in aula, è assurdo. Gli studenti hanno bisogno di fare attività e vedere il mondo fuori. L’isolamento totale è un concetto ottocentesco. È anche vero che stiamo vivendo una riforma che ha provato a smussare certe rigidità, ma stiamo ancora dentro un impianto che nasce nell’Ottocento. La riforma ha aiutato, ma ora il percorso si è fermato».

Qual è la domanda che le persone detenute rivolgono più spesso ai vostri volontari?

«La domanda classica è “come fai a entrare qui dentro?”. Non in senso logistico, ma umano, cioè “come fai ad avere un rapporto con noi?”. Poi chiedono la continuità della relazione. Ci sono tante richieste pratiche, certo, ma il bisogno più forte è quello di mantenere una relazione stabile, non qualcosa di spot. La relazione, anche quando è difficile, è ciò che conta di più».

Cosa pensa della sanità penitenziaria?

«Nella sanità penitenziaria siamo alla paradossale. Invece di avere un polo sanitario interno di buon livello – e non costerebbe molto – si procede spesso nell’improvvisazione. Ci sono persone che potrebbero essere aiutate meglio in un ambiente stabile. Penso a chi ha dipendenze o problemi medici, ma, nella maggior parte dei casi, la situazione è drammatica, poiché mancano cure adeguate e spesso anche i farmaci».

Se si lavora sulla riabilitazione, non c’è rischio. Le case di accoglienza di Don Alessio a Roma lo dimostrano, sono strutture aperte

Secondo lei il problema più grave è l’indifferenza verso queste tematiche o la semplificazione del tipo “Hai commesso un reato, devi stare in galera”?

«C’è molta semplificazione. Ho tenuto recentemente un corso a studenti universitari che sono rimasti colpiti perché avevano un’idea completamente diversa della detenzione. Come gliel’ho scardinata? Dicendo che sono una persona normale, che ha ragione per fare ciò che fa, ma che non ha paura. Loro avevano paura. Pensavano che parlare con le persone detenute significasse esporsi al pericolo. Ma non è così. Il pericolo è un’altra cosa, è ciò che può accadere fuori.

La paura è amplificata da una narrazione che non corrisponde alla realtà, ed è paradossale avere paura dentro un sistema pieno di agenti di Polizia Penitenziaria. Quanto all’indifferenza, non ce n’è più che in altri ambiti, l’idea di base è sempre quella che se devo “costruire il mio”, non guardo quello degli altri».

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Ivana Barberini
Giornalista specializzata in ambito medico-sanitario, alimentazione e salute