La nuova Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche Specialistiche in Cure Neonatali e Pediatriche si colloca in un contesto in cui il prendersi cura del neonato, del bambino e dell’adolescente non significa applicare al paziente più piccolo modelli pensati per l’adulto. Significa leggere bisogni che cambiano rapidamente con l’età e lo sviluppo, modulare ogni intervento sulla vulnerabilità clinica ed evolutiva e riconoscere la famiglia come parte essenziale del processo assistenziale. Nelle situazioni cliniche complesse, nelle patologie croniche, rare o disabilitanti e nei percorsi ad alta intensità assistenziale, significa inoltre garantire continuità tra ospedale, servizi territoriali, scuola e domicilio, fino ad accompagnare il giovane e la sua famiglia nella transizione verso i servizi dell’età adulta.
L’Università degli Studi di Roma Tor Vergata è uno dei cinque atenei che attiveranno il percorso già a partire dall’anno accademico 2026-2027. Ne abbiamo parlato con Rosaria Alvaro, Professore Ordinario di Scienze Infermieristiche.
Perché oggi il Servizio sanitario ha bisogno di infermieri specialisti nelle Cure neonatali e pediatriche?

«Il neonato, il bambino e l’adolescente presentano bisogni assistenziali specifici, che si modificano rapidamente durante la crescita in relazione allo sviluppo neuro-psicomotorio, alla capacità di comunicare e al grado di dipendenza dalla famiglia. Non sono adulti in miniatura: i parametri clinici, i segnali di deterioramento, le modalità di valutazione del dolore, i dosaggi farmacologici e i rischi associati ai trattamenti assumono significati differenti nelle diverse fasi dell’età evolutiva.
La rapidità con cui le condizioni cliniche possono cambiare richiede capacità avanzate di osservazione, interpretazione e decisione assistenziale. A questo si aggiunge il mutamento del quadro epidemiologico. Accanto alle condizioni acute e alle urgenze, infatti, cresce il numero di bambini e adolescenti con patologie croniche, rare e oncologiche, disabilità, bisogni palliativi o dipendenza da tecnologie. Si tratta di situazioni che richiedono percorsi assistenziali lunghi, complessi e coordinati. In questi casi, la qualità della cura dipende anche dalla capacità di sostenere i genitori, rafforzarne le competenze, promuovere progressivamente l’autonomia del minore e mettere in relazione ospedale, territorio, scuola e domicilio.
La nuova Laurea Magistrale forma infermieri con competenze avanzate specifiche per l’assistenza neonatale e pediatrica
La Laurea Magistrale specialistica in Cure neonatali e pediatriche nasce proprio per rispondere a questa complessità, formando professionisti capaci di integrare competenze clinico-assistenziali avanzate, developmental care, comunicazione con il bambino e la famiglia, pratica basata sulle evidenze e continuità dei percorsi. La competenza specialistica riguarderà inoltre la promozione della salute e la prevenzione nelle diverse fasi dell’età evolutiva, sostenendo stili di vita salutari e intercettando precocemente condizioni di rischio e vulnerabilità. La vera sfida, come per tutti i nuovi percorsi specialistici, sarà fare in modo che le competenze acquisite siano riconosciute e adeguatamente impiegate nei contesti nei quali possono contribuire concretamente a migliorare la sicurezza, l’esperienza di cura e gli esiti assistenziali».
Professoressa Alvaro, il 5 ottobre si svolgeranno le selezioni per il nuovo Corso di Laurea Magistrale Specialistica, cosa offrirà ai professionisti che decideranno di iscriversi?
«Il corso biennale offrirà, innanzitutto, un avanzamento sostanziale delle competenze clinico-assistenziali nell’ambito delle cure neonatali e pediatriche. Gli studenti approfondiranno la valutazione globale del neonato, del bambino e dell’adolescente, il riconoscimento precoce dei segni di instabilità, la gestione dei problemi assistenziali complessi, il monitoraggio degli esiti, la prevenzione delle complicanze e la personalizzazione degli interventi nelle diverse fasi dello sviluppo. Il percorso comprenderà anche i bisogni di salute mentale e neuropsichiatrici dell’età evolutiva e le specifiche vulnerabilità dell’adolescenza, nonché la sicurezza dei trattamenti farmacologici e nutrizionali. Le competenze saranno sviluppate nei diversi livelli di intensità e complessità assistenziale, comprese le condizioni critiche e l’emergenza-urgenza neonatale e pediatrica.
Il percorso sviluppa competenze per riconoscere precocemente l’instabilità clinica e gestire situazioni assistenziali complesse
Un aspetto qualificante del percorso riguarderà la relazione e la partnership con la famiglia. I professionisti saranno preparati a comunicare in modo adeguato all’età e alle capacità del bambino, a coinvolgere genitori e caregiver nelle decisioni e nei percorsi di autocura, a educarli alla gestione sicura dell’assistenza a domicilio e a sostenerli nei momenti più delicati. Penso, ad esempio, alla nascita pretermine, alla diagnosi di una malattia cronica o rara, alla dimissione protetta, alle riacutizzazioni, alle cure palliative e alla transizione verso l’età adulta. Una particolare attenzione sarà rivolta anche alle decisioni assistenziali complesse, nel rispetto dei diritti del minore, della sua progressiva autonomia e del ruolo della famiglia nei processi decisionali. Il percorso, tuttavia, non sarà orientato soltanto all’esecuzione di procedure avanzate. Consentirà di sviluppare il ragionamento clinico, la capacità decisionale, la consulenza, la leadership clinica, la pratica basata sulle evidenze, la ricerca, la formazione e il miglioramento della qualità. L’obiettivo è formare professionisti capaci non solo di assistere bambini e adolescenti con bisogni complessi, ma anche di contribuire all’innovazione dei percorsi e alla diffusione delle migliori pratiche all’interno delle équipe».
Come cambierà concretamente la risposta al neonato, al bambino e all’adolescente grazie a queste competenze specialistiche?
«Cambierà, innanzitutto, l’accuratezza della valutazione. L’infermiere specialista non si limiterà a rilevare i parametri clinici o a identificare i problemi assistenziali già manifesti, ma svilupperà una lettura complessiva e dinamica della condizione del neonato, del bambino o dell’adolescente, considerando l’interazione tra stato di salute, fase dello sviluppo, capacità comunicative, comportamento, ambiente e contesto familiare. Sarà in grado di integrare dati clinici, comportamentali, evolutivi, relazionali e familiari, confrontandoli nel tempo per cogliere variazioni anche minime rispetto alla condizione abituale e individuare precocemente bisogni emergenti, fattori di rischio e possibili complicanze. Questa valutazione consentirà di riconoscere anche i segnali meno evidenti di dolore, stress, instabilità o deterioramento, spesso espressi attraverso modificazioni del comportamento, dell’alimentazione, del sonno, dell’interazione o della risposta agli stimoli, e di orientare tempestivamente interventi assistenziali personalizzati e proporzionati alla fase di sviluppo. Nel neonato e nel bambino piccolo, che spesso non sono in grado di descrivere ciò che avvertono, questa capacità di osservazione e interpretazione è determinante.
La formazione specialistica rafforza la capacità di integrare valutazione clinica, sviluppo, contesto familiare e continuità assistenziale
La risposta assistenziale sarà maggiormente personalizzata e coerente con le diverse fasi dello sviluppo: dalla protezione del sonno e dalla riduzione degli stimoli nel neonato fragile alla gestione farmacologica e non farmacologica del dolore, fino all’educazione terapeutica dell’adolescente.
Sarà possibile prevenire più efficacemente le complicanze, pianificare dimissioni più sicure e valutare in modo sistematico gli esiti che contano realmente per il bambino e per la sua famiglia, non limitandosi a quelli strettamente correlati alla patologia. Cambierà anche la continuità della presa in carico. Per un bambino con bisogni complessi, infatti, la dimissione non può coincidere con l’interruzione del percorso assistenziale. Lo specialista potrà contribuire alla predisposizione di piani assistenziali condivisi, alla preparazione dei caregiver, al raccordo tra i servizi e all’individuazione precoce delle condizioni che espongono la famiglia al rischio di sovraccarico o di disuguaglianze nell’accesso alle cure. Le tecnologie digitali e la teleassistenza potranno inoltre sostenere il monitoraggio e la continuità della presa in carico, soprattutto nei bambini con cronicità o dipendenza tecnologica assistiti a domicilio. Il beneficio atteso è un’assistenza più tempestiva, sicura, coordinata e realmente centrata sul bambino e sulla sua famiglia».
Gli infermieri specialisti lavoreranno insieme agli infermieri generalisti e agli altri professionisti. Quale modello organizzativo immagina per valorizzare competenze diverse senza creare sovrapposizioni sia in ambito ospedaliero che territoriale?
«Il punto di partenza è il pieno riconoscimento del valore dell’infermiere formato attraverso la laurea triennale, che rimane il riferimento dell’assistenza infermieristica nei diversi contesti. L’infermiere specialista non sostituisce l’infermiere generalista e non introduce una gerarchia professionale. Interviene, secondo livelli di competenza e responsabilità chiaramente definiti, quando la complessità clinico-assistenziale richiede un approfondimento specialistico, una consulenza o una revisione del percorso di cura. Immagino, quindi, un modello fondato sull’integrazione delle competenze, non costruito esclusivamente sulla base dei ruoli formali o dei luoghi di lavoro. In ospedale, lo specialista potrà essere valorizzato nelle terapie intensive neonatali e pediatriche, nelle aree mediche e chirurgiche, nei percorsi oncologici, nell’assistenza alle persone con malattie rare, nelle cure palliative, nei servizi ambulatoriali e nei team dedicati ai casi ad alta complessità. Potrà fornire consulenza sui problemi assistenziali complessi, affiancare i professionisti nei processi decisionali, sostenere la formazione sul campo e contribuire alla valutazione degli esiti.
L’infermiere specialista affianca gli altri professionisti nei casi complessi, attraverso competenze avanzate e percorsi condivisi
Sul territorio potrà operare nei servizi pediatrici, nell’assistenza domiciliare, nelle cure palliative pediatriche, nelle strutture intermedie e nei percorsi che coinvolgono la scuola e i servizi sociali. Per evitare sovrapposizioni sono necessari criteri condivisi per l’attivazione dello specialista, responsabilità esplicite, strumenti comuni di documentazione e percorsi assistenziali ben definiti.
In questo modo, la complementarità delle competenze diventa concreta: il professionista più appropriato interviene nel momento giusto, mentre l’équipe mantiene una responsabilità condivisa rispetto agli obiettivi di cura».
L’infermiere specialista potrà agire anche come facilitatore della relazione e dell’interazione tra professionisti sia nelle strutture ospedaliere che sul territorio per promuovere la continuità dell’assistenza e l’accompagnamento nel percorso di transizione dall’età pediatrica all’età adulta?
«Certamente. Nei percorsi neonatali e pediatrici, la frammentazione non riguarda soltanto il passaggio tra reparti o servizi. Coinvolge la famiglia, il pediatra di libera scelta, l’ospedale, l’assistenza territoriale, la scuola, i servizi sociali e, nelle condizioni croniche complesse, numerose équipe specialistiche. Grazie a una conoscenza approfondita dei bisogni assistenziali e dell’intero percorso di cura, l’infermiere specialista potrà facilitare la condivisione delle informazioni, rendere espliciti gli obiettivi comuni e contribuire alla programmazione di passaggi assistenziali sicuri. Questa funzione sarà particolarmente importante nella transizione dall’età pediatrica a quella adulta.
La formazione prepara a sostenere la continuità assistenziale e la transizione dei giovani dai servizi pediatrici a quelli dell’età adulta
Non si tratta, infatti, di un semplice trasferimento amministrativo da un servizio a un altro, ma di un processo che deve iniziare con adeguato anticipo e tenere conto della maturità del giovane, delle sue competenze di autocura, dell’aderenza terapeutica e del contesto familiare e sociale. Lo specialista potrà contribuire alla valutazione della readiness, sostenere progressivamente l’autonomia dell’adolescente, preparare la famiglia al cambiamento e favorire il raccordo operativo tra le équipe pediatriche e quelle dedicate all’adulto. Essere facilitatore non significa assumere un ruolo di coordinamento gerarchico nei confronti degli altri professionisti. Significa mettere a disposizione una competenza clinico-assistenziale avanzata, capace di collegare bisogni, informazioni, professionisti e contesti, riducendo le discontinuità evitabili. È proprio in questi passaggi che la competenza specialistica può tradursi in un risultato tangibile: meno famiglie lasciate sole, un minore rischio di perdita al follow-up e una maggiore continuità, appropriatezza e umanizzazione dell’assistenza».








