Malattie un tempo associate quasi esclusivamente ai Paesi tropicali oggi possono essere contratte anche in Italia. Dengue, chikungunya e West Nile sono infezioni trasmesse dalle zanzare che, complici l’aumento delle temperature e i cambiamenti ambientali, trovano condizioni sempre più favorevoli alla diffusione anche alle nostre latitudini. A confermarlo sono i dati dell’Istituto Superiore di Sanità: dal 1° gennaio al 15 settembre 2026, in Italia sono stati registrati 294 casi di dengue, di cui 37 autoctoni, cioè contratti sul territorio nazionale, e 28 casi di chikungunya, di cui uno autoctono. Nel 2025 erano stati segnalati 384 casi autoctoni di chikungunya, a dimostrazione di come queste infezioni possano dare origine a focolai locali anche nel nostro Paese.
Il fenomeno riguarda l’intera Europa. Secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), l’aumento delle temperature, le estati più lunghe e gli inverni più miti stanno favorendo l’espansione geografica delle zanzare e prolungando le stagioni di trasmissione. A questi fattori si aggiungono i viaggi internazionali, che possono introdurre virus in territori dove sono già presenti vettori in grado di trasmetterli.

Ma quanto pesa realmente il cambiamento climatico sulla diffusione di queste malattie? Quali infezioni potrebbero diventare più frequenti in Italia e quali precauzioni dovrebbero adottare i cittadini? Ne abbiamo parlato con il Dottor Andrea Angheben, responsabile dell’UOS di Malattie Infettive e Tropicali presso il Dipartimento di Malattie Infettive – Tropicali e Microbiologia dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore – Don Calabria.
Osservati speciali
Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di malattie tropicali che iniziano ad affacciarsi in Italia anche a causa dell’aumento delle temperature. Quest’estate, per esempio, si è parlato molto di West Nile, chikungunya e dengue.
«Sono tra le più importanti e sono anche tra gli obiettivi principali del Piano Nazionale Arbovirosi», spiega Angheben. «Bisogna però precisare che le arbovirosi sono soltanto una parte delle cosiddette malattie tropicali. Sono infezioni virali trasmesse da vettori, soprattutto zanzare e zecche. Tra le principali c’è il West Nile virus, trasmesso dalla Culex, la nostra tipica zanzara italiana. Dengue, chikungunya e Zika, invece, possono essere trasmesse in Italia dalla zanzara tigre, Aedes albopictus. Dovremmo però forse superare il concetto di “malattia tropicale”. Una volta si parlava addirittura di “malattie esotiche”. Oggi il mondo è globalizzato e il clima sta cambiando; io posso essere qui questa mattina e a New York questa sera. È evidente dunque che una patologia possa spostarsi nel mondo con una persona nel giro di poche ore. Se poi trovano nel luogo di arrivo le condizioni ambientali e il vettore necessari alla trasmissione, può cominciare a circolare».
L’aumento delle temperature
L’areale dei vettori si sta ampliando proprio a causa dell’aumento delle temperature. Dieci anni fa, ad esempio, Aedes albopictus, la zanzara tigre, era presente in un numero molto più limitato di Paesi europei, oggi la sua diffusione si è estesa verso nord Europa.
Le malattie seguono l’evoluzione del clima, come avviene per la vegetazione e per le altre parti degli ecosistemi
«Temperature più elevate significano anche una stagione di attività vettoriale più lunga, in cui una zanzara può cominciare a riprodursi già a febbraio o marzo, mentre in passato ne era in grado solo nei mesi più caldi. Anche la replicazione dei virus nel vettore può diventare più rapida con temperature favorevoli. Una zanzara che punge una persona infetta, infatti, non diventa immediatamente in grado di trasmettere il virus, questo deve prima replicarsi al suo interno. Inoltre, non esiste soltanto Aedes albopictus. Ci sono specie come Aedes japonicus e Aedes koreicus, capaci di adattarsi anche a climi più freschi. Abbiamo quindi vettori già presenti sul territorio che possono favorire la circolazione di queste infezioni».
Il cambiamento climatico porta con sé anche nuove malattie?
«In qualche modo ci stiamo “tropicalizzando” – risponde Angheben – dal punto di vista climatico e, di conseguenza, anche dal punto di vista delle patologie. Le malattie seguono l’evoluzione del clima, come avviene per la vegetazione e per le altre parti degli ecosistemi. Ci sono, però, situazioni diverse. Il West Nile, ad esempio, è ormai endemico in Italia, non possiamo più considerarlo semplicemente una malattia importata. Per dengue, chikungunya e Zika possiamo, invece, avere focolai autoctoni innescati da una persona che ha contratto l’infezione all’estero. Può trattarsi di un turista, di un viaggiatore per lavoro o studio o di un migrante, dal punto di vista epidemiologico non cambia nulla. La persona arriva infetta, è punta da una zanzara presente sul nostro territorio e da lì può partire una catena di trasmissione.
Per il West Nile il meccanismo è diverso perché l’uomo è sostanzialmente un ospite terminale, cioè contrae l’infezione, ma normalmente non mantiene la catena di trasmissione. Il serbatoio in questo caso è dato soprattutto dagli uccelli che, migrando, possono trasportare il virus, le zanzare si infettano pungendoli e possono successivamente infettare altri animali e l’uomo. Per questo esiste un sistema di sorveglianza molto strutturato, al quale partecipano anche gli Istituti zooprofilattici. Attraverso delle trappole si catturano le zanzare e si verifica la presenza del virus. Trovare zanzare positive può anticipare la comparsa dei casi umani».
Nessuna trasmissione diretta
In genere non c’è una comune trasmissione interumana, serve la zanzara infetta per la maggior parte delle arbovirosi.
«Per alcune infezioni sussistono però modalità particolari di trasmissione. Zika, ad esempio, può essere trasmesso dalla madre al feto e anche per via sessuale. Una persona può quindi contrarre Zika durante un viaggio e, una volta tornata a casa, trasmetterlo sessualmente al/alla partner. È un aspetto particolarmente importante perché l’infezione può essere pericolosa in gravidanza.
Inoltre, queste infezioni, compreso il West Nile, possono essere trasmesse attraverso sangue, emocomponenti o organi. Per questo le arbovirosi richiedono un grande impegno anche al sistema trasfusionale. In caso di focolai si adottano misure specifiche per garantire la sicurezza delle donazioni. A seconda della situazione epidemiologica, possono essere previsti controlli, sospensioni temporanee o altre misure di prevenzione, con la necessità, in alcuni casi, di reperire sangue da aree non interessate dalla circolazione dei virus».
Il Servizio sanitario italiano è pronto?
In Italia ci sono molti meno casi rispetto ai Paesi nei quali queste infezioni sono endemiche, ma esistono linee guida, criteri diagnostici e sistemi di sorveglianza.
In Italia esistono il Piano nazionale per le arbovirosi, linee guida, criteri diagnostici e sistemi di sorveglianza
«Abbiamo un Piano nazionale per le arbovirosi e una serie di strumenti che consentono di lavorare bene. La vera difficoltà è intercettare i casi, perché molte di queste infezioni iniziano con febbre e sintomi poco specifici. Inoltre, una parte delle persone infette può essere asintomatica. Per questo dobbiamo probabilmente abituarci a osservare piccoli focolai anche negli anni futuri. È però importante per chi sta male segnalare sempre se c’è stato un viaggio, specificare dove si è stati, perché questa informazione può orientare immediatamente verso la diagnosi.
Quando è identificato un caso di dengue, chikungunya o Zika, sono attivate anche misure di disinfestazione nella zona interessata. Perché funzionino serve la massima collaborazione dei cittadini».
Emergenza futura o realtà
«Non parlerei di “emergenza”, perché rischia di generare una preoccupazione eccessiva. Direi piuttosto che questa è destinata a diventare, e in parte lo è già, la normalità. Il grande pubblico se ne sta accorgendo soprattutto adesso, ma il primo importante focolaio europeo di chikungunya si è verificato proprio in Italia nel 2007. Negli anni successivi abbiamo avuto altri episodi.
Sappiamo, pertanto, che questi focolai possono verificarsi. Il problema è gestirli bene, intensificare le disinfestazioni o adottare temporaneamente misure che limitano alcune attività. Qui diventa fondamentale la fiducia nella sanità pubblica, perché se ogni intervento è vissuto come un’ingerenza, diventa molto più difficile controllare la diffusione di una malattia».
Le conseguenze
Quanto alla scarsa consapevolezza delle conseguenze che possono avere queste infezioni, Angheben specifica che se la mortalità di queste infezioni è bassa, l’impatto sulla qualità della vita può essere importante.
Non si tratta di una vera “emergenza” quanto piuttosto di una normalità a cui prestare le giuste attenzioni
«Non abbiamo un antivirale specifico, possiamo trattare i sintomi e controllare soprattutto il dolore. Anche per la dengue non esiste un trattamento specifico. Ci sono vaccini contro dengue e chikungunya, ma il loro impiego dipende dal contesto epidemiologico e dalle caratteristiche delle persone da proteggere. Il West Nile può avere conseguenze particolarmente serie, in una piccola percentuale può determinare meningite o meningoencefalite e, in questi casi, esiste anche un rischio di morte. Un altro problema è che all’inizio la febbre può essere attribuita a molte altre cause».
Cambiamento climatico e rischio di nuove epidemie o pandemie
Ci sono diversi fattori che possono aumentare la possibilità di trasmissione delle infezioni. Oltre al cambiamento climatico ci sono i viaggi internazionali, lo spostamento degli animali e quello delle merci, che possono trasportare anche i vettori.
«Alcune zanzare, ad esempio, si sono diffuse in nuove aree attraverso il commercio di pneumatici usati, nei quali può ristagnare acqua sufficiente per consentire la deposizione delle uova. Più si spostano merci, animali e persone, più facilmente possono spostarsi anche vettori e patogeni.
La comunità scientifica sta studiando questo rapporto tra clima e diffusione delle malattie
La comunità scientifica sta studiando questo rapporto tra clima e diffusione delle malattie. Ci sono molti studi e modelli che cercano di prevedere ciò che potrebbe accadere con l’aumento delle temperature. Sappiamo che i vettori stanno ampliando il proprio areale e che condizioni ambientali favorevoli possono aumentare l’efficienza della trasmissione.
È uno dei temi sui quali oggi c’è maggiore attenzione scientifica. Anche molti finanziamenti europei sono dedicati proprio allo studio e alla gestione delle arbovirosi. Si lavora su più livelli: sui vettori, sui farmaci, sulla diagnostica e sulle misure di prevenzione. Ogni malattia ha caratteristiche diverse e richiede strategie specifiche».
Quanto conta il coordinamento internazionale
«Una pandemia non può essere affrontata efficacemente da ogni Paese per conto proprio. Serve una leadership internazionale capace di coordinare la risposta. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha proprio questo ruolo e le sue decisioni permettono di attivare una serie di procedure a cascata nei diversi Paesi.
Le decisioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità permettono di attivare una serie di procedure a cascata nei diversi Paesi
Bisogna quindi avere fiducia nelle istituzioni sovranazionali, pur sapendo che possono avere fragilità e commettere errori. Le decisioni durante un’epidemia sono estremamente complesse perché incidono non soltanto sulla salute, ma anche sull’economia e sulla vita sociale. L’obiettivo è intervenire il prima possibile nel luogo in cui nasce un focolaio, aiutando le popolazioni sul posto e cercando di impedirne la diffusione. Per fare questo servono risorse, coordinamento e una vera leadership internazionale. È una delle lezioni che dovremmo aver imparato dalle epidemie degli ultimi anni».
Cambiare il modo in cui pensiamo alle “malattie tropicali”
«Dovremmo superare l’idea delle “malattie esotiche” come qualcosa che appartiene a un altrove lontano. Viviamo in un mondo globalizzato, nel quale i climi stanno cambiando e persone, animali, merci e patogeni si spostano continuamente. Dobbiamo quindi essere pronti anche a malattie che finora abbiamo visto poco, senza ragionare semplicemente in termini di qualcuno che “importa” un’infezione.
Tutti viaggiamo e tutti possiamo potenzialmente trasportare una patologia senza saperlo. Nella maggioranza dei casi non c’è alcun comportamento irresponsabile, è semplicemente una conseguenza della facilità e della rapidità con cui oggi ci spostiamo».








