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Farmaci e prodotti per la cura della persona: contaminanti di interesse emergente. Un nuovo Position Paper ISDE

I farmaci e i prodotti per la cura della persona sono usati quotidianamente per favorire la salute ed il benessere. Da anni però sono diventati motivo di preoccupazione emergente per le Istituzioni Europee e internazionali e per gli scienziati. Residui di numerosi farmaci sono stati rilevati nelle acque superficiali e sotterranee, nei suoli e nei tessuti animali in tutto il mondo, con concentrazioni variabili a seconda del tipo di farmaco e della vicinanza alle fonti di contaminazione. Tra le sostanze più frequentemente riscontrate vi sono antidolorifici, antimicrobici, antidepressivi, contraccettivi e antiparassitari. Inoltre, tracce di alcuni farmaci sono state trovate persino nell’acqua potabile. I residui dei prodotti farmaceutici possono entrare nell’ambiente durante la loro produzione, utilizzo e smaltimento.

L’inquinamento causato da alcuni prodotti farmaceutici e da alcuni conservanti, additivi, coloranti è un problema emergente, con prove ben documentate sui rischi per l’ambiente e, in particolare, per la salute umana in relazione alla resistenza antimicrobica. A lanciare l’allarme è ISDE Italia – Medici per l’Ambiente, che con un nuovo Position Paper porta all’attenzione pubblica e politica un tema spesso sottovalutato: l’impatto ambientale e sanitario dei residui di questi prodotti.

L’inquinamento da farmaci e additivi è un problema emergente, con rischi documentati per ambiente e salute, soprattutto per la resistenza antimicrobica

“La diffusione di questi contaminanti è ormai un problema globale”, spiega la Dott.ssa Vitalia Murgia, co-autrice del documento. “Ogni giorno farmaci e cosmetici vengono utilizzati da milioni di persone, ma pochi si chiedono cosa succeda ai residui di queste sostanze una volta rilasciati nell’ambiente”.

Negli ultimi anni, le analisi condotte a livello internazionale hanno rilevato la presenza di principi attivi farmaceutici e composti chimici in fiumi, laghi e persino nelle acque potabili. Sostanze progettate per agire sull’organismo umano finiscono così per alterare ecosistemi interi, interferendo con la vita acquatica e accumulandosi nelle catene alimentari.

 “Non possiamo più ignorare il problema”, aggiunge il Dott. Agostino Di Ciaula, presidente del comitato scientifico di ISDE e co-autore dello studio. “Sappiamo che alcuni di questi composti hanno effetti tossici ed di interferenza endocrina, eppure la regolamentazione fatica a stare al passo con le evidenze scientifiche”.

La questione non riguarda solo l’ambiente, ma anche la salute pubblica. L’esposizione a lungo termine a queste sostanze potrebbe contribuire all’aumento di malattie croniche, squilibri ormonali e disturbi dello sviluppo.

“Abbiamo bisogno di un cambio di rotta nelle politiche produttive, ambientali e sanitarie che coinvolga l’intero ciclo di vita dei farmaci”

Per questo, ISDE chiede alle istituzioni un intervento immediato, con un monitoraggio più rigoroso delle acque e delle matrici ambientali, la promozione di tecnologie che portino alla progettazione di farmaci e additivi efficaci e meno impattanti sull’ambiente, la sensibilizzazione degli operatori sanitari e dei cittadini alla necessità di limitare il problema.

Non si tratta solo di proteggere l’ambiente, ma di difendere la salute delle persone”, concludono Murgia e Di Ciaula: “Abbiamo bisogno di un cambio di rotta nelle politiche produttive, ambientali e sanitarie che coinvolga l’intero ciclo di vita dei farmaci: dalla produzione alla prescrizione, fino al consumo e allo smaltimento. Poiché il consumo di farmaci è destinato a raddoppiare entro il 2030, ogni giorno che passa senza interventi concreti aumenta la quantità di queste sostanze disperse nell’ambiente, aggravando il problema della contaminazione degli ecosistemi. La nostra Associazione invita produttori, medici, operatori sanitari e cittadini ad agire in modo responsabile adottando pratiche “virtuose”, ciascuno nel proprio ambito, per ridurre questo fenomeno e promuovere una regolamentazione più efficace e più rispettosa dell’ambiente”. 

Spesa sanitaria out-of-pocket: nel 2023 supera i 40 miliardi ma quasi il 40% è per servizi e prestazioni inutili

In un contesto di crescenti difficoltà del Servizio Sanitario Nazionale, la spesa sanitaria delle famiglie (out-of-pocket) ha superato i 40 miliardi di euro nel 2023, registrando un incremento del 26,8% tra il 2012 e il 2022 (figura 1). Tuttavia, la spesa out-of-pocket non rappresenta un indicatore affidabile per valutare le mancate tutele pubbliche, sia perché circa il 40% riguarda prestazioni a basso valore, sia perché è frenata dall’incapacità di spesa delle famiglie e dalla rinuncia a prestazioni per reali bisogni di salute. Di conseguenza, l’ipotesi ventilata dalla politica di ridurre la spesa out-of-pocket semplicemente aumentando quella intermediata da fondi sanitari e assicurazioni non appare realistica.

È quanto emerge dal Report dell’Osservatorio GIMBE sulla spesa sanitaria privata in Italia nel 2023, commissionato dall’Osservatorio Nazionale Welfare & Salute (ONWS) e presentato al CNEL. Lo studio ha analizzato il peso economico crescente sostenuto dalle famiglie e le criticità del sistema della sanità integrativa. «Abbiamo affidato alla Fondazione GIMBE – spiega Ivano Russo, Presidente di ONWS – un’analisi indipendente sulla spesa sanitaria delle famiglie, con l’obiettivo di identificare la quota che può essere realmente intermediata dalla sanità integrativa».

Il Report GIMBE per l’Osservatorio Nazionale Welfare & Salute (ONWS) ha analizzato il peso economico crescente sostenuto dalle famiglie e le criticità del sistema della sanità integrativa

«L’aumento della spesa out-of-pocket non è solo il sintomo di un sottofinanziamento della sanità pubblica – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – ma anche un indicatore delle crescenti difficoltà di accesso al SSN. L’impossibilità di accedere a cure necessarie a causa delle interminabili liste di attesa determina un impatto economico sempre maggiore, specie per le fasce socio-economiche più fragili che spesso non riescono a sostenerlo, limitando le spese o rinunciando alle prestazioni».

Figura 1. Spesa sanitaria delle famiglie: trend 2012-2023 (dati ISTAT-SHA)

Le fonti

In Italia, la spesa out-of-pocket è rilevabile attraverso quattro dataset istituzionali: tre dell’ISTAT (SHA, Conti Nazionali e indagine campionaria sulle famiglie) e il Sistema Tessera Sanitaria, che raccoglie i dati per la dichiarazione dei redditi precompilata. Questi dataset differiscono per metodologia di raccolta dati, fonti e livello di dettaglio analitico, determinando variazioni nell’entità della spesa out-of-pocket e nelle categorie che la compongono.

I numeri

Secondo i dati ISTAT-SHA, nel 2023 la spesa sanitaria totale in Italia ha raggiunto € 176,1 miliardi di cui € 130,3 miliardi di spesa pubblica (74%), € 40,6 miliardi di spesa privata pagata direttamente dalle famiglie (23%) e € 5,2 miliardi di spesa privata intermediata da fondi sanitari e assicurazioni (3%) (figura 2).

Figura 2. Composizione della spesa sanitaria (dati ISTAT-SHA, anno 2023)

Considerando solo la spesa privata, l’88,6% è a carico diretto delle famiglie, mentre solo l’11,4% è intermediata (figura 3). «Questi valori – commenta Cartabellotta – riflettono tre fenomeni chiave: il sottofinanziamento pubblico, l’ipotrofia del sistema di intermediazione e il crescente carico economico sulle famiglie. Siamo molto lontani dalla soglia suggerita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: per garantire equità e accessibilità alle cure, la spesa out-of-pocket non dovrebbe superare il 15% della spesa sanitaria totale».

Figura 3. Composizione della spesa sanitaria privata (dati ISTAT-SHA, anno 2023)

Secondo l’OMS, per garantire equità e accessibilità alle cure, la spesa out-of-pocket non dovrebbe superare il 15% della spesa sanitaria totale

Le differenze tra le Regioni

Parametrando la spesa sanitaria trasmessa al Sistema Tessera Sanitaria alla popolazione residente ISTAT al 1° gennaio 2023, il valore nazionale è di € 730 pro-capite, con un range che va dai € 1.023 della Lombardia ai € 377 della Basilicata (figura 4). Questa distribuzione evidenzia che le Regioni con migliori performance nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) registrano una spesa pro-capite superiore alla media nazionale, mentre quelle del Mezzogiorno e/o in Piano di rientro si collocano al di sotto.

«Questo dato – spiega Cartabellotta – conferma sia che il livello di reddito è una determinante fondamentale della spesa out-of pocket, sia che il valore della spesa delle famiglie, al netto del sommerso, non è un parametro affidabile per stimare le mancate tutele pubbliche, perché condizionato dalla capacità di spesa individuale».

Figura 4. Spesa sanitaria pro-capite trasmessa al Sistema TS per la dichiarazione dei redditi (dati Sistema TS e ISTAT, anno 2023)

Italia sopra la media dei paesi UE per spesa out-of-pocket, ma indietro per quella intermediata

La spesa sanitaria out-of-pocket pro-capite, pari a $ 1.115, supera sia la media OCSE che quella dei paesi UE (entrambe pari a $ 906), con una differenza di $ 209. Tra gli stati membri dell’UE, solo Portogallo, Belgio, Austria e Lituania spendono più dell’Italia (figura 5). Tuttavia, l’Italia resta nettamente indietro rispetto agli altri Paesi europei per quanto riguarda la spesa intermediata; con un valore pro-capite di $ 143, il dato italiano è meno della metà della media OCSE ($ 299) e ben al di sotto della media dei paesi UE ($ 262). Tra gli stati membri dell’UE, ben 12 spendono più dell’Italia, con differenze che vanno dai +$ 33 della Danimarca ai +$ 688 dell’Irlanda, mentre altri 9 paesi spendono meno: dai -$ 5 della Grecia ai -$ 116 della Repubblica Slovacca (figura 6).

Figura 5. Spesa sanitaria out-of-pocket pro-capite nei paesi OCSE (dati OCSE, anno 2023 o più recente disponibile)
Figura 6. Spesa sanitaria intermediata pro-capite nei paesi OCSE (dati OCSE, anno 2023 o più recente disponibile)

Per cosa spendono le famiglie

Secondo i dati ISTAT-SHA, le principali voci di spesa sanitaria delle famiglie includono l’assistenza sanitaria per cura (comprese le prestazioni odontoiatriche) e riabilitazione, che rappresenta il 44,6% del totale (€ 18,1 miliardi). Seguono i prodotti farmaceutici e apparecchi terapeutici (36,9%, pari a € 15 miliardi) e l’assistenza a lungo termine (LTC), che assorbe il 10,9% della spesa complessiva, per un totale di € 4,4 miliardi (Figura 7).

«Tuttavia – spiega il Presidente – le stime effettuate nel report indicano che circa il 40% della spesa delle famiglie è a basso valore, ovvero non apporta reali benefici alla salute. Si tratta di prodotti e servizi il cui acquisto è indotto dal consumismo sanitario o da preferenze individuali quali ad esempio esami diagnostici e visite specialistiche inappropriati o terapie inefficaci o inappropriate».

Figura 7. Spesa sanitaria delle famiglie per funzione di spesa (dati ISTAT-SHA, anno 2023)

Rinuncia alle cure

La spesa sanitaria delle famiglie è sempre più “arginata” da fenomeni che incidono negativamente sulla salute delle persone: limitazione delle spese sanitarie, che nel 2023 ha coinvolto il 15,7% delle famiglie, indisponibilità economica temporanea per far fronte alle spese mediche (5,1% delle famiglie nel 2023) e rinuncia alle cure. In particolare, nel 2023 circa 4,5 milioni di persone hanno dovuto rinunciare a visite o esami diagnostici, di cui 2,5 milioni per motivi economici, con un incremento di quasi 600.000 persone rispetto al 2022. Le differenze regionali sono marcate: 9 Regioni superano la media nazionale (7,6%), con la Sardegna (13,7%) e il Lazio (10,5%) oltre il 10%. Al contrario, 12 Regioni si collocano sotto la media, con la Provincia autonoma di Bolzano e il Friuli Venezia Giulia che registrano il valore più basso (5,1%) (figura 8).

Figura 8. Famiglie che hanno rinunciato a una o più prestazioni sanitarie (dati ISTAT, anno 2023)

Sanità integrativa: un ruolo ancora marginale

La spesa intermediata attraverso fondi sanitari, polizze individuali e altre forme di finanziamento collettivo rimane limitata: nel 2023 ammonta a € 5,2 miliardi, ovvero il 3% della spesa sanitaria totale e l’11,4% di quella privata. «Il ruolo integrativo dei fondi sanitari rispetto alle prestazioni incluse nei LEA – commenta Cartabellotta – è limitato da una normativa frammentata e incompleta e la spesa intermediata compensa solo in parte il carico economico sulle famiglie». Dal report emergono due dati di particolare rilevanza. Il primo è che il 31,6% della spesa intermediata viene assorbito dai costi di gestione, mentre poco meno del 70% è destinato a servizi e prestazioni per gli iscritti. Il secondo evidenzia che tra il 2020 e il 2023 i fondi sanitari integrativi hanno progressivamente aumentato le risorse destinate all’erogazione di prestazioni, riducendo il margine rispetto alle quote incassate.

«In altri termini – continua il Presidente – la crisi della sanità pubblica e, soprattutto, la sua incapacità di garantire prestazioni tempestive stanno spostando sempre più bisogni di salute sui fondi sanitari, mettendo a rischio la loro stessa sostenibilità».

Il ruolo integrativo dei fondi sanitari rispetto alle prestazioni incluse nei LEA è limitato da una normativa frammentata e incompleta

«La sanità integrativa – aggiunge Russo – sostiene la salute dei lavoratori e delle loro famiglie, si alimenta grazie alle scelte delle parti sociali in sede di CCNL e rappresenta una forma avanzata di welfare sussidiario a supporto di quello pubblico. Tuttavia, può svilupparsi solo se realmente integrativa rispetto ad un SSN in buona salute per intermediare la quota di spesa ad elevato valore delle famiglie, grazie alle auspicate riforme che il settore attende da anni».

In questa prospettiva, dati e analisi del report GIMBE offrono una fotografia chiara delle dinamiche della spesa out-of-pocket e individuano gli ambiti di intervento prioritari per il legislatore, sia sul fronte della riforma della sanità integrativa che delle detrazioni per le spese sanitarie.

«Innanzitutto – spiega Cartabellotta – il dibattito sull’entità della spesa out-of-pocket da intermediare si basa su un quadro distorto. La spesa delle famiglie, infatti, è da un lato “arginata” dalle difficoltà economiche, che lasciano insoddisfatti reali bisogni di salute, dall’altro è “gonfiata” dalla spesa a basso valore, indotta da inappropriatezza, consumismo sanitario e capacità di spesa individuale».

«In secondo luogo – continua il Presidente – le tre componenti della spesa sanitaria (pubblica, out-of-pocket e intermediata) non obbediscono alla legge dei vasi comunicanti. Le nostre stime dimostrano che poco più del 60% della spesa out-of-pocket è di valore elevato, mentre il restante quasi 40% è destinato a prestazioni di basso valore, la cui intermediazione non apporterebbe alcun beneficio in termini di salute. Di conseguenza, risulta totalmente infondata l’ipotesi di rilanciare il SSN “mettendo a sistema” gli oltre € 40 miliardi di spesa out-of-pocket attraverso la sanità integrativa».

Poco più del 60% della spesa out-of-pocket è di valore elevato, mentre il restante quasi 40% è destinato a prestazioni di basso valore

«Ridurre la spesa out-of-pocket – aggiunge Cartabellotta – richiede un approccio di sistema articolato in tre azioni. Innanzitutto, un progressivo e consistente rilancio del finanziamento pubblico, da destinare in primis alla valorizzazione del personale sanitario per rendere più attrattiva la carriera nel SSN. In secondo luogo, una maggiore sensibilizzazione dei cittadini per contrastare gli eccessi di medicalizzazione e una formazione mirata dei medici per limitare le prescrizioni inappropriate. Infine, una rimodulazione del perimetro dei LEA, oggi insostenibili per il numero di prestazioni incluse rispetto alle risorse pubbliche disponibili, per restituire al secondo pilastro il ruolo primario d’integrazione rispetto alle prestazioni non incluse nei LEA, come l’odontoiatria e la long-term-care, alleggerendo così la spesa delle famiglie».

«Infine – precisa Cartabellotta – considerato che la richiesta di rimborsi da parte dei fondi sanitari cresce proporzionalmente all’incapacità del SSN di garantire prestazioni in tempi adeguati, si rischia di compromettere la sostenibilità stessa della sanità integrativa, delineando uno scenario critico. Da un lato l’aumento della spesa out-of-pocket e delle polizze assicurative individuali per chi può permettersele; dall’altro, la crescita dei fenomeni di riduzione delle spese per la salute e di rinuncia alle cure, con peggioramento degli esiti di salute. In definitiva, il secondo pilastro, previa adeguata riforma, può essere sostenibile solo se integrato in un sistema pubblico efficace. Altrimenti rischia di crollare insieme al SSN, spianando definitivamente la strada alla vera privatizzazione della sanità, che alimenta iniquità e diseguaglianze e tradisce per sempre l’articolo 32 della Costituzione e i princìpi fondanti del SSN».

Nocco (AIIC): «L’ingegnere clinico tra innovazione e assistenza, per rendere la tecnologia un alleato»

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Il settore sanitario sta vivendo una fase di grande trasformazione, grazie all’introduzione di tecnologie sempre più avanzate che, se gestite correttamente, possono migliorare significativamente l’efficacia e la sicurezza delle cure. In questo contesto, la figura dell’ingegnere clinico assume un ruolo centrale, non solo nella gestione delle tecnologie sanitarie, ma anche nell’assicurare l’integrazione efficace di soluzioni innovative all’interno dei sistemi ospedalieri.

In questa intervista, Umberto Nocco, presidente dell’Associazione Italiana Ingegneria Clinica (AIIC), offre a TrendSanità uno sguardo approfondito sulle sfide che gli ingegneri clinici dovranno affrontare nel 2025, analizzando le opportunità e le criticità legate all’innovazione tecnologica, alla digitalizzazione e all’evoluzione normativa nel settore sanitario. Un’occasione per comprendere come questa figura professionale possa contribuire a rendere la tecnologia un alleato per un’assistenza sanitaria più sicura e efficiente.

Quali sono le principali sfide che gli ingegneri clinici italiani dovranno affrontare nel 2025, soprattutto alla luce dell’innovazione tecnologica e delle nuove normative in ambito sanitario?

Le sfide per gli ingegneri clinici italiani nel 2025 rimangono sostanzialmente in linea con quelle definite nello statuto dell’AIIC: garantire un uso sicuro ed efficace delle tecnologie sanitarie. Tuttavia, il crescente numero di tecnologie disponibili e le evoluzioni normative stanno rendendo questo compito sempre più complesso. Un esempio chiave è rappresentato dall’Health Technology Assessment (HTA): sebbene non sia una novità, la sua effettiva applicazione da parte di Agenas e delle altre istituzioni coinvolte è ancora in fase di definizione. Gli ingegneri clinici saranno chiamati a supportare questo processo con analisi tecnico-economiche dettagliate, contribuendo a orientare le scelte strategiche sulle nuove tecnologie sanitarie.

L’uso sicuro ed efficace delle tecnologie sanitarie resta la sfida principale per gli ingegneri clinici ma l’aumento delle tecnologie disponibili e le evoluzioni normative ne complicano sempre più la gestione

Inoltre, il contesto normativo in continua evoluzione impone agli ingegneri clinici di sviluppare competenze sempre più approfondite non solo sulle regolamentazioni, ma anche sulle tecnologie emergenti, per poterle gestire in maniera efficace all’interno del sistema sanitario. Questo significa un continuo aggiornamento professionale e una maggiore interazione con altre figure sanitarie per garantire un’integrazione efficace delle nuove soluzioni tecnologiche.

Ad esempio, è recente la presentazione, da parte di Agenas della nuova Piattaforma Nazionale di Telemedicina (PNT): si è aperto così un nuovo ambito di lavoro che, sebbene in gran parte organizzativo, non può prescindere dalla componente tecnologica, seppur minima, che caratterizza la telemedicina. A tal fine, è essenziale acquisire una conoscenza approfondita della piattaforma, comprendendone le componenti tecniche di base. Inoltre, sarà fondamentale favorire un’interazione efficace con gli altri professionisti che opereranno nell’ambito della telemedicina.

Il principio fondamentale deve rimanere quello di un’assistenza centrata sul paziente, con la tecnologia intesa come uno strumento di supporto.

L’intelligenza artificiale (AI) e la digitalizzazione stanno trasformando il settore sanitario. Quali opportunità e criticità vede per gli ingegneri clinici nell’integrazione di queste tecnologie nei processi ospedalieri?

L’intelligenza artificiale e la digitalizzazione offrono opportunità significative, ma anche sfide non trascurabili. Uno degli obiettivi dell’AIIC, in particolare del nostro Centro Studi, è sviluppare linee guida per aiutare i professionisti a orientarsi in un ambito ancora poco definito. Una questione cruciale è la distinzione tra i diversi tipi di AI applicati alla sanità: esistono differenze sostanziali tra un software di refertazione per immagini diagnostiche e un sistema di business intelligence basato sui dati della cartella clinica. Chiarire questi aspetti è fondamentale per una corretta implementazione delle tecnologie digitali.

Un altro aspetto chiave riguarda l’interoperabilità dei sistemi. L’integrazione dell’AI e della digitalizzazione nei processi ospedalieri richiede piattaforme capaci di comunicare tra loro senza creare barriere tra i diversi attori del sistema sanitario. Questo pone gli ingegneri clinici in un ruolo centrale nella selezione e gestione di queste tecnologie, affinché siano realmente utili e sicure per operatori sanitari e pazienti.

L’assistenza deve restare centrata sul paziente, con la tecnologia come supporto

Ogni processo di sviluppo e introduzione di nuove soluzioni dovrebbe prevedere la presenza di un responsabile del processo, o project manager, che coordini le attività in modo efficace. Tuttavia, la scelta di questa figura dovrebbe avvenire secondo criteri ottimali, affinché il risultato complessivo sia realmente efficace. Da un lato, è quindi essenziale acquisire competenze adeguate per poter ricoprire tale ruolo con successo; dall’altro, è altrettanto importante proporre un modello chiaro di gestione e suddivisione dei compiti.

Un ulteriore aspetto, spesso considerato secondario ma in realtà di grande rilevanza, riguarda il valore dell’innovazione nel mantenere alta la motivazione e l’efficacia professionale. Affrontare nuove sfide tecnologiche può rappresentare uno stimolo importante per rinnovare il proprio approccio lavorativo, evitando il rischio di routine che può portare a un calo dell’attenzione e della qualità del lavoro. L’opportunità di essere coinvolti nell’innovazione non solo aiuta a mantenere vivo l’interesse professionale, ma può anche rappresentare un elemento attrattivo per le nuove generazioni di professionisti, incentivandone l’ingresso e la partecipazione attiva. Tuttavia, perché questo sia possibile, è fondamentale definire in modo chiaro ruoli e responsabilità, garantendo un’organizzazione strutturata ed efficace.

La gestione e la manutenzione delle apparecchiature biomediche stanno diventando sempre più complesse. Quali strategie sta adottando l’AIIC per supportare i professionisti del settore e garantire la sicurezza dei pazienti?

La necessità di ottimizzare le risorse economiche, considerando le restrizioni di bilancio, rende ancora più importante la capacità di prioritizzare gli investimenti tecnologici e migliorare l’efficienza dei processi di manutenzione. Ricordiamoci che in questo momento il bilancio della sanità è comunque limitato e, di conseguenza, è necessario adottare dei criteri per prioritizzare ciò che è indispensabile. In questo contesto, sicuramente l’HTA rappresenta il punto di partenza minimo ma dobbiamo anche mettere in campo le nostre capacità per ottimizzare il processo di acquisto, sfruttando i meccanismi previsti dal codice degli appalti, con strumenti per dinamiche di acquisto e gestione del contratto più evolute e innovative, portando potenzialmente un vantaggio al sistema.

La sinergia con le direzioni sanitarie è fondamentale per allineare la gestione tecnologica agli obiettivi strategici, come la riduzione delle liste d’attesa, guidando scelte e priorità

Un elemento chiave è anche la sinergia con le direzioni sanitarie per allineare la gestione delle tecnologie alle dinamiche delle richieste cliniche. Non si tratta solo delle richieste in sé, ma della necessità di allinearsi strategicamente sugli obiettivi, come la riduzione delle liste d’attesa in specifici ambiti clinici, che influenzano la scelta delle tecnologie e la prioritizzazione delle sostituzioni o delle nuove introduzioni. Questo approccio strategico ha un impatto diretto sull’attività dell’ingegnere clinico, comportando risposte a richieste cliniche, gare d’appalto e altri aspetti operativi. Se tali dinamiche non vengono chiaramente comunicate, diventa difficile fornire risposte adeguate.

Il PNRR ha destinato ingenti risorse alla sanità. Dal vostro punto di vista privilegiato, a che punto siamo e quali sono luci e ombre correlate al PNRR applicato alla sanità e alle strutture sanitarie?

Per quanto riguarda l’implementazione del PNRR, soprattutto nell’ambito delle grandi apparecchiature, la maggior parte dei progetti è stata portata a termine, con un rinnovamento tecnologico che ha riguardato oltre l’80% delle macchine previste. Tuttavia, questo comporta una criticità di medio termine: in pochi anni, tutte queste apparecchiature invecchieranno contemporaneamente, creando una nuova sfida per il sistema sanitario.

L’innovazione ha migliorato la qualità dei servizi, ma i limiti nelle risorse umane rischiano di frenare l’efficienza operativa

Un altro tema aperto è l’effettivo impatto delle nuove tecnologie sulla produttività: l’innovazione ha migliorato la qualità di alcuni servizi, ma non necessariamente ha aumentato l’efficienza operativa, in parte a causa di limiti legati alle risorse umane disponibili. Inoltre, la gestione delle risorse economiche legate al PNRR deve ancora affrontare alcune difficoltà burocratiche e di pianificazione, che rischiano di rallentare l’effettiva implementazione delle nuove tecnologie nelle strutture sanitarie. Infine, non possiamo dimenticare il “debito documentale” legato agli investimenti PNRR che sta impegnando ingenti risorse all’interno delle nostre strutture per produrre tutti i documenti, le attestazioni, i giustificativi, le evidenze richieste dal Ministero.

Guardando al futuro, quali sono gli obiettivi principali dell’AIIC per il 2025 e quali iniziative concrete intende portare avanti per valorizzare la professione dell’ingegnere clinico in Italia?

L’AIIC continuerà a lavorare per chiarire (se serve) e valorizzare la figura dell’ingegnere clinico attraverso iniziative mirate alla formazione e alla definizione di linee guida per le nuove tecnologie, con particolare attenzione all’AI e alla digitalizzazione.

La figura dell’ingegnere clinico necessita ancora di un consolidamento, poiché la sua presenza non è uniforme in tutte le realtà, né in termini di capillarità né di numero di professionisti. Dato che non esistono un vincolo normativo né un modello teorico di dimensionamento del servizio di ingegneria clinica, la sua diffusione dipende spesso dalla sensibilità delle direzioni regionali e aziendali.

Sebbene vi sia una maggiore consapevolezza rispetto al passato, frutto anche degli sforzi di chi mi ha preceduto all’interno dell’associazione, il lavoro di sensibilizzazione sull’importanza dell’ingegnere clinico non può fermarsi. Poiché cambiano gli assetti organizzativi e le metriche di valutazione dell’ospedale, è essenziale riconoscere che l’unica costante (oltre al personale sanitario) è la tecnologia, in particolare quella medicale, che oggi è fondamentale in ogni percorso clinico.

Come ogni anno, l’appuntamento principale è il Congresso Nazionale, che nel 2025 si terrà a Napoli dal 14 al 17 giugno. Tuttavia, sono già in fase avanzata di pianificazione una serie di eventi regionali distribuiti in diverse zone d’Italia, che rappresentano importanti momenti di aggregazione, utili per la formazione, la diffusione di messaggi e, soprattutto, per rafforzare la visibilità dell’ingegnere clinico sul territorio.

Cinque anni dal Covid-19, medici da eroi a dimenticati: per il 58% dei camici bianchi il proprio lavoro è peggiorato

A cinque anni dall’inizio dell’emergenza Covid-19 in Italia, il 76% dei medici ospedalieri ritiene che il Servizio sanitario nazionale sia peggiorato ed il 58% pensa che il proprio lavoro abbia subito dei cambiamenti negativi. Sono i due dati più significativi che emergono da un sondaggio promosso dal sindacato Federazione CIMO-FESMED (a cui aderiscono le sigle ANPO, ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED) a cui hanno risposto 2.168 medici dipendenti del SSN e che consente di dipingere il ritratto dei medici ospedalieri, rappresentato nel dossier “Dimenticati”.

Un ritratto a tinte fosche, che lascia intravedere medici sempre più stanchi e disillusi: se infatti durante la pandemia il 77% dei medici riteneva che al termine dell’emergenza la professione sarebbe migliorata, il 74% pensava che avrebbe avuto maggiori opportunità di carriera e addirittura l’83% immaginava che avrebbe guadagnato di più, oggi solo il 15% dei medici giudica molto positivamente la propria professione, l’8% la propria carriera e il 2% il proprio stipendio.

Fonte: Federazione CIMO-FESMED

Tra le cause principali di tale insoddisfazione rientrano le condizioni in cui i medici sono costretti a lavorare, spesso a causa della carenza di personale: il 76% degli intervistati ha infatti dichiarato di lavorare in un reparto con l’organico incompleto. E allora, per coprire i turni, devono lavorare oltre il dovuto e rinunciare a ferie e permessi: solo il 28% dei medici che hanno risposto al sondaggio lavora 38 ore a settimana come previsto dal contratto; il 52% lavora spesso 48 ore a settimana ed il 20% supera le 48 ore di lavoro settimanali. Il quadro non migliora in tema di giorni di ferie: il 45% ha tra gli 11 e i 50 giorni di ferie residui, il 23% tra i 51 e i 100 giorni, mentre il 15% ha addirittura più di 100 giorni di ferie accumulati.

Non stupisce, allora, che il 57% dei medici ritenga di essere molto stressato né che solo il 2% dei camici bianchi riesca a conciliare adeguatamente il lavoro con la vita privata. Il 38% ritiene pessima la qualità della propria vita e il 57% considera alto il rapporto tra il proprio carico di lavoro ed il rischio di commettere errori.

Eppure, il 94% degli intervistati pensa che il proprio lavoro non sia sufficientemente valorizzato dalla propria azienda. Per questo molti medici iniziano a volgere lo sguardo verso opportunità lavorative lontane dall’ospedale pubblico: il 33% ritiene che all’estero il lavoro del medico sia valorizzato molto di più che in Italia, il 18% crede che il modo migliore per svolgere il proprio lavoro sia la libera professione, il 10% pensa che sarebbe più gratificante lavorare in una struttura privata e, infine, il 7% come medico a gettone. Dunque, solo il 32% dei camici bianchi ritiene l’ospedale pubblico il luogo in cui è più gratificante lavorare.

Fonte: Federazione CIMO-FESMED

«Quel che emerge dall’indagine è disarmante – commenta Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED -. Speravamo che con la pandemia si fosse capita l’importanza del ruolo del medico e del SSN, e invece, a soli cinque anni di distanza, ci sentiamo dimenticati. I medici sono sempre più stremati e delusi, e ritengono eccessivi i compromessi da accettare per svolgere il proprio lavoro, che comunque risceglierebbe il 69% dei colleghi. Il nostro timore, allora, è che sempre più giovani medici decidano di indirizzare la propria carriera lontano dal SSN. Per invertire questo trend occorre rendere nuovamente attrattivo il lavoro negli ospedali pubblici. In caso contrario, ben presto non ci saranno più medici, e senza medici non c’è salute».

Ricetta bianca dematerializzata: sfide e opportunità

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Tra le novità che interessano la sanità contenute nell’ultima Legge di Bilancio, c’è l’obbligo di dematerializzazione per la ricetta bianca. Sebbene la ricetta bianca dematerializzata sia operativa già dal 2022, entro quest’anno dovrà sparire la versione cartacea.
Questo documento interessa le prescrizioni di farmaci a carico del cittadino, emesse prevalentemente da specialisti ma non solo: i medici di medicina generale, infatti, avevano già la possibilità di emettere in formato elettronico anche questa ricetta, così come quella “rossa”.
Nel (lento) processo di digitalizzazione della sanità italiana, la dematerializzazione delle ricette è un passaggio fondamentale, che permetterà di popolare di informazioni il fascicolo sanitario 2.0 (FSE 2.0).

Il fascicolo sanitario elettronico

Attivato nel 2015 per raccogliere i dati sanitari dei cittadini in formato elettronico, era gestito prevalentemente da Regioni e Province autonome, fattore che ha determinato una forte variabilità nell’implementazione tra le diverse aree del Paese. Inoltre, aveva limiti di interoperabilità: spesso non era possibile condividere le informazioni tra Regioni. Infine, era obbligatorio per il funzionamento del sistema fornire il consenso alla consultazione dei dati da parte del personale sanitario.
Il FSE 2.0 è operativo dal 2023 e la gestione più centralizzata a livello nazionale permette una migliore integrazione tra Regioni. È inoltre stato ampliato l’elenco di documenti disponibili e il cittadino, se lo desidera, può negare l’accesso ai propri dati. Se non lo fa, il personale sanitario può visualizzare le informazioni caricate sul portale.
Nonostante questo, persistono ancora marcate differenze regionali nell’implementazione del servizio, come evidenziato recentemente da Fondazione GIMBE. Mentre le Regioni si stanno adeguando, è invece più omogeneo l’accesso di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, che dimostrano di utilizzare lo strumento a disposizione.

La dematerializzazione della ricetta bianca

Oltre ad alimentare il FSE 2.0, la ricetta bianca digitale permetterà anche di monitorare l’appropriatezza prescrittiva e di ritirare un farmaco in una Regione diversa rispetto a quella in cui è stato prescritto. Dal punto di vista informatico siamo pronti per effettuare il passaggio? Secondo Alessandro Avezza, CompuGroup Medical Italia (CGM), azienda nelle soluzioni digitali per l’healthcare, sì. «È tutto pronto e funzionante – afferma a TrendSanità -. Ricordo che i MMG erano già in grado di emettere una ricetta digitale con codice NRBE, che significa numero di ricetta bianca elettronica appunto. Sono operativi sia i software per i medici, sia i sistemi centrali, come SAC e SAR, che sono i sistemi di accoglienza su cui poi le ricette vengono caricate per poi essere consumate dalle farmacie nella dispensazione del farmaco».

Alessandro Avezza


Il SAC è il Sistema di Accoglienza Centrale e il SAR il Sistema di Accoglienza Regionale: affinché il processo di compilazione vada a buon fine i software dei medici devono interagire con quelli messi a disposizione dal SSN.
«Nel nostro caso, proponiamo due soluzioni per predisporre le ricette bianche elettroniche – continua Avezza -. Una è CGM XMEDICAL: pensata per il poliambulatorio, consente le prenotazioni, la gestione delle prestazioni, delle sale e degli operatori sanitari, mentre softwaregestionalemedico.it (dove i clienti troveranno a breve il modulo RicetteInCloud) permette all’operatore sanitario di emettere la ricetta o di predisporre la fattura mentre è in mobilità o si trova in una sede diversa».

I vantaggi per il paziente

«Poiché questi dati confluiranno nel Dossier farmaceutico del FSE 2.0, sarà immediato avere a disposizione una storia elettronica delle prescrizioni e delle assunzioni di farmaci da parte della persona. Dal mio punto di vista si tratta di una normativa assolutamente necessaria – evidenzia Avezza -. In questo momento c’è l’obbligatorietà, ma siamo in attesa di alcune disposizioni da parte delle Regioni, che sono convinto arriveranno a breve e ci permetteranno di finalizzare questo passo in avanti che stiamo compiendo tutti insieme».
Questo “armadietto farmaceutico elettronico” potrà essere consultato – se non ci si è opposti – dagli operatori sanitari che potranno prendere le loro decisioni sia nei casi di acuzie, come in Pronto soccorso, sia in quelli di cronicità, quando è necessario che il paziente assuma in modo continuativo certi farmaci.
«In un futuro non così lontano, questo patrimonio informativo potrà essere utilizzato dall’intelligenza artificiale a fini di cura, di prevenzione e di identificazione delle patologie anche in modo anticipato», conclude Avezza.

Primi risultati del progetto Interceptor, i biomarcatori per predire la demenza

La combinazione di più biomarcatori può permettere di individuare le persone a maggior rischio di sviluppare demenza tra quelle che soffrono di un disturbo cognitivo lieve, che sono quindi i candidati ideali per erogare precocemente i primi trattamenti che agiscono sui meccanismi biologici di sviluppo della malattia come quelli di recente approvati dalle Autorità per il Farmaco americane e di prossima approvazione da parte dell’agenzia europea. Lo dimostrano i primi risultati del progetto nazionale Interceptor, promosso e finanziato nel 2018 dal Ministero della Salute e dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), presentati durante un Convegno organizzato dall’Osservatorio Demenze del Centro Nazionale Prevenzione delle Malattie e Promozione della Salute (CNaPPS) dell’ISS, dal Dipartimento Neuroscienze – Unità Clinica della Memoria del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e dal Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele.

Lo studio, otto parametri combinati per predire il rischio demenza

Lo studio è nato sul finire del 2016 in risposta alla possibile approvazione da parte della Food and Drug Administration del primo farmaco contro l’amiloide, il cui accumulo nel cervello viene ad oggi considerato una delle principali cause della demenza di Alzheimer. Promotore e coordinatore è stato il professor Paolo Maria Rossini, all’epoca direttore dell’Unità Operativa di Neurologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS (attualmente responsabile del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele-Roma).

Lo studio si è basato sulla considerazione che le terapie sono più efficaci se somministrate precocemente, che le persone con disturbo cognitivo lieve (o MCI , Mild Cognitive Impairment) sono a maggior rischio di andare incontro a demenza entro tre anni e che le nuove terapie presentano importanti effetti collaterali, il che rende necessario individuare i candidati con miglior rapporto rischio/beneficio. Inoltre i costi altissimi e il fatto che solo il 30-40% degli MCI progredisce verso la demenza rendono impossibile una somministrazione su larga scala (i pazienti con MCI in Italia sono circa 950mila).

Solo l’integrazione tra dati clinici e dei biomarcatori permette di raggiungere una buona accuratezza nella predizione della demenza di Alzheimer

Complessivamente, partendo da circa 500 volontari che hanno acconsentito a partecipare allo studio, sono stati analizzati 351 partecipanti con declino cognitivo lieve (MCI). I partecipanti, arruolati in 19 centri clinici diffusi in tutto il territorio nazionale, sono stati sottoposti a una serie di esami per rilevare i seguenti biomarcatori: MMSE per la valutazione delle funzioni cognitive; DFR per la valutazione della memoria episodica; FDG-PET per l’analisi dell’attività metabolica cerebrale; Risonanza Magnetica (RM) volumetrica per la valutazione dell’atrofia ippocampale; EEG per lo studio della connettività cerebrale; test genetico per APOE e4; esame del liquido rachidiano per la misurazione dei markers biologici di malattia di Alzheimer.

Durante il follow-up, 104 pazienti con MCI sono progrediti ad una forma di Demenza, di questi 85 verso la diagnosi clinica di Demenza di Alzheimer (AD).

I partecipanti sono stati seguiti in media per 2,3 anni, con valutazioni neuropsicologiche e funzionali ogni 6 mesi.

Il modello finale include otto predittori: sesso, età, Amsterdam IADL, familiarità per la demenza, MMSE, volume dell’ippocampo sinistro (RM), rapporto abeta-42/p-tau e parametro combinato di Small Worldness dell’EEG.

Questo modello ha dimostrato buone capacità prognostiche nel predire la conversione a demenza, classificando correttamente l’81,6% delle persone con MCI sia quelle che convertiranno a demenza che quelle che resteranno stabili.

Nel caso di approvazione da parte di AIFA di qualcuno dei nuovi farmaci, la comunità di Ricercatori di Interceptor si propone ora per un Interceptor 2.0 per validare il modello su un relativamente piccolo numero di soggetti e verificare sul campo la capacità di selezione dei soggetti ad alto rischio e di erogazione e monitoraggio del farmaco.

I commenti degli esperti

“Ulteriori risultati, vista la vastità delle informazioni raccolte, saranno certamente disponibili nei prossimi mesi e anni – spiega Rossini – inclusi quelli ottenibili attraverso algoritmi di Intelligenza Artificiale. Da queste analisi sono emersi importanti rilievi scientifici ed organizzativi per la lotta alle demenze, in particolare per una diagnosi precoce ed anche per una prevenzione efficace. Diversi articoli scientifici sono già stati pubblicati su questo dataset e altri seguiranno presto, anche grazie alle numerose collaborazioni avviate negli ultimi due anni con diversi gruppi di ricerca italiani”.

Il Presidente dell’ISS, Rocco Bellantone, ha sottolineato “il ruolo estremamente importante dell’Istituto in questo progetto di grande rilevanza per la sanità pubblica che si è concretizzato nell’elaborazione di un modello predittivo per il calcolo del rischio a 3 anni di conversione dal MCI a demenza di Alzheimer”.

Il Professor Camillo Marra, Ordinario di Neuropsicologia e neuroscienze cognitive all’Università Cattolica e Direttore della Clinica della Memoria della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS rileva che “le valutazioni cliniche e neuropsicologiche hanno rappresentato il principale elemento predittivo nel modello di conversione da MCI a demenza e che in generale solo l’integrazione tra dati clinici e dei biomarcatori permette di raggiungere una buona accuratezza nella predizione della demenza di Alzheimer”.

“Solo l’integrazione tra dati clinici e biomarcatori nel modello predittivo – ribadisce Nicola Vanacore, ricercatore del Cnespss-Iss – permette di superare la soglia dell’80% di accuratezza predittiva, considerata adeguata per programmi di screening e prevenzione di salute pubblica”.

Commenti positivi anche da parte di Robert Nisticò, Presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco, intervenuto alla presentazione: “Il Progetto Interceptor, finanziato da AIFA, rappresenta un passo avanti fondamentale verso l’individuazione di biomarcatori in grado di predire chi, affetto da disturbi cognitivi lievi, avrà in seguito maggiori possibilità di sviluppare l’Alzheimer. Consentendo così un utilizzo più mirato di terapie altamente costose, che rischierebbero altrimenti di mettere in seria crisi l’intero sistema di assistenza sanitaria”.

“La realtà – ha concluso il Presidente di AIFA – è che l’Alzheimer è una malattia molto complessa che va aggredita sia con la prevenzione che con terapie in combinazione. Poi con biomarcatori che consentiranno di fare diagnosi e capire la prognosi saranno in futuro importanti le cosiddette terapie target, capaci di colpire il bersaglio più giusto per ciascun paziente. Questo nell’ambito di un approccio che è quello della medicina di precisione, alla quale AIFA sta lavorando con un Tavolo tecnico che raccoglie le più importanti società medico scientifiche e i rappresentanti dei medici”.

Innovazione e formazione: al via un grande progetto per la sanità torinese

Parte un ambizioso progetto per potenziare la salute di donne, bambine e bambini, migliorando infrastrutture, servizi e formazione avanzata. L’iniziativa, sostenuta da Fondazione Compagnia di San Paolo e Intesa Sanpaolo con oltre cinque milioni di euro, e con un co-finanziamento congiunto di ADISCO Sezione Piemonte ODV e della Fondazione Medicina a Misura di Donna Onlus, mira a potenziare due eccellenze della sanità torinese, l’Ospedale Infantile Regina Margherita e il Presidio Ospedaliero Sant’Anna, attraverso un investimento significativo in tecnologia e servizi, con un impatto concreto sulla qualità delle cure.

Un nuovo Day Hospital Pediatrico Multispecialistico

Presso l’Ospedale Infantile Regina Margherita, il progetto prevede la ristrutturazione del Day Hospital Pediatrico Multispecialistico, per un’area di circa 1.250 mq, migliorando accessibilità e qualità delle cure, con un incremento delle prestazioni annue del 20-30%, passando dalle attuali 30.000 a circa 40.000. Gli interventi includono l’ampliamento degli spazi, nuove sale visita e l’introduzione di una stanza a pressione negativa per le Malattie Infettive, oltre a significativi miglioramenti in termini di comfort e sicurezza come la creazione di punti di accoglienza e l’adeguamento delle sale d’attesa.

«Con questo progetto, vogliamo offrire ai piccoli pazienti ambienti accoglienti e altamente funzionali, promuovendo un approccio multidisciplinare che favorisca terapie sempre più efficaci. Al centro di questa visione c’è la trasformazione dei reparti in veri e propri “luoghi che curano”, principio cardine dell’impegno di ADISCO Sezione Piemonte, che valorizza il ruolo dell’ambiente nel processo di cura, promuovendo il benessere dei bambini a tutto tondo», ha affermato Francesca Lavazza, Presidente di ADISCO Sezione Piemonte O.D.V.

«La riqualificazione del Day Hospital rappresenta un passo fondamentale per migliorare la gestione delle patologie pediatriche complesse, riducendo i tempi di ospedalizzazione e garantendo un’assistenza più umanizzata. La gestione del paziente in modalità day hospital, con la riduzione dei tempi di ospedalizzazione, si inserisce in un modello di cura che privilegia l’umanizzazione del trattamento, con l’obiettivo di migliorare l’esperienza del piccolo paziente e delle sue famiglie», dichiara Franca Fagioli, Direttore del Dipartimento Patologia e Cura del Bambino.

Innovazione nella chirurgia ginecologica

Il Presidio Ospedaliero Sant’Anna rafforzerà l’hub di eccellenza per la chirurgia ginecologica e la formazione avanzata. Il progetto prevede l’acquisizione di tecnologie all’avanguardia, tra cui una piattaforma robotica e nuovi strumenti per la chirurgia endoscopica e l’ecografia ginecologica. Un innovativo sistema di condivisione audio-video collegherà le sale operatorie con aule didattiche, il centro di simulazione universitario REC (Research and Educational Center for Obstetrics and Gynaecology) e altre strutture nazionali e internazionali. Grazie a questi investimenti, l’attività chirurgica ginecologica endoscopica potrà aumentare del 40%, migliorando precisione, tempi di attesa e degenza post-operatoria.

«La missione della Fondazione Medicina a Misura di Donna è migliorare la qualità delle cure per le donne. Uno dei nostri principali obiettivi è dotare il Sant’Anna di tecnologie all’avanguardia, adeguate a un polo di eccellenza clinica, innovazione e formazione per i professionisti del futuro. Un salto di qualità tecnologico nella chirurgia ginecologica “di precisione” permetterà di ottimizzare la gestione clinica e organizzativa del percorso assistenziale per le donne affette da patologie ginecologiche oncologiche, uro-ginecologiche e benigne complesse. Inoltre, sarà possibile sviluppare e validare percorsi di formazione innovativi in ambito endoscopico-ginecologico, con un focus particolare sulla robotica», ha affermato Chiara Benedetto, Presidente della Fondazione Medicina a Misura di Donna Onlus.

La collaborazione pubblico-privato e la sanità

La collaborazione tra il settore pubblico e quello privato gioca un ruolo cruciale nello sviluppo e nell’innovazione del sistema sanitario. In questo contesto, le dichiarazioni dei protagonisti di un’iniziativa che punta a integrare ricerca, tecnologia e assistenza offrono uno spunto interessante sulle potenzialità di questa sinergia.

«Investire in ricerca e nuove tecnologie consente di sviluppare modelli innovativi replicabili su larga scala, trasformando l’innovazione di oggi negli standard di domani», dichiara Marco Gilli, Presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo. Questo approccio sottolinea l’importanza di un investimento continuo nella ricerca per garantire un progresso costante nel settore sanitario.

«Questa iniziativa integra ricerca, tecnologia e assistenza in un unico progetto strategico e può fare da apripistaper moltiplicare le opportunità di crescita dell’intero ecosistema sanitario», sottolinea Alberto Anfossi, Segretario Generale della Fondazione Compagnia di San Paolo. L’integrazione di questi tre ambiti è vista come una leva fondamentale per ottimizzare le risorse e migliorare l’efficienza del sistema.

«Sostenere la sanità con interventi strutturali e tecnologici permette di generare un beneficio concreto per le comunità e rafforzare il Sistema Sanitario Italiano», chiosa Paolo Bonassi, Chief Social Impact Officer di Intesa Sanpaolo. Con un impegno in infrastrutture e innovazione, il settore privato contribuisce in modo significativo alla sostenibilità e al miglioramento dei servizi sanitari.

Commenti positivi anche dai responsabili di Città della Salute e dalle istituzioni regionali. Nelle parole di Emanuele Ciotti, Direttore sanitario Città della Salute: «Oggi emergono due aspetti fondamentali che convivono e si rafforzano a vicenda: da un lato, la tradizione, intesa come competenza, esperienza e radicamento nel territorio; dall’altro, l’innovazione, che si traduce in ricerca costante e nella volontà di miglioramento continuo». E nell’intervento di Federico Riboldi, Assessore alla Sanità della Regione Piemonte, che ha ospitato la presentazione di questa nuova iniziativa: «Questo progetto rappresenta un esempio virtuoso di collaborazione tra pubblico e privato, con un impatto concreto sulla qualità delle cure offerte a donne e bambini. Per la Regione Piemonte, oltre al doveroso ringraziamento rivolto ai promotori dell’iniziativa, è l’occasione per ribadire il proprio impegno e la propria attenzione nei confronti di due strutture che rappresentano un’eccellenza della sanità piemontese e meritano di essere ulteriormente valorizzate».

Riforma della medicina generale, Scotti (FIMMG): «No a strumentalizzazioni del dissenso»

«La nostra è sempre stata un’organizzazione sindacale capace di assumersi le proprie responsabilità e favorevole ad evoluzioni che si muovessero nel rispetto della solidità e universalità del Servizio Sanitario Nazionale». A parlare è il Segretario Generale della FIMMG, Silvestro Scotti, che rivendica il ruolo della medicina generale in un quadro di collaborazione e confronto, non di scontro, con tutte le parti interessate a garantire la migliore assistenza ai cittadini. «Nel corso degli anni – prosegue il leader FIMMG – ci siamo distinti per la capacità di essere proattivi, sia per garantire la massima efficacia nella risposta ai bisogni di salute di una popolazione sempre più anziana e fragile, sia per massimizzare l’impiego delle nuove tecnologie».

La FIMMG, ricorda Scotti, ha creduto e sostenuto (già dal 2007) una riforma che portasse il sistema del convenzionamento dalla proposta assistenziale individuale ad una che si configurasse anche in Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT). Strutture nelle quali si mettessero insieme “fiduciarietà” e “prossimità”, responsabilità individuali e responsabilità collettive e di gruppo, rispetto per obiettivi di salute dei pazienti e appropriatezza nell’uso delle risorse. Un sistema perfettamente “assonante” e collegato anche a pari organizzazioni delle altre realtà convenzionate (pediatria di libera scelta e specialistica ambulatoriale) in un sistema definito per la legge Balduzzi come Unità Complesse di Cure Primarie, oggi di fatto come elemento facilmente coincidente per tutto il personale convenzionato con la partecipazione nelle case di Comunità Hub”. 

Scotti sottolinea l’assurdità del disconoscere oggi questo percorso, anche perché «non individuando responsabilità, si omette che la riforma è stata in realtà bloccata per 8 anni (di fatto dal 2010 al 2018) per lo stop ai rinnovi contrattuali dovuto alla crisi economica di quegli anni e definito all’epoca in varie leggi di bilancio».

Ma c’è dell’altro. «Ancor più incredibile– denuncia il Segretario Generale – è che oggi con un ACN 2019/2021 reso vigente dall’Intesa della Conferenza Stato Regioni, che di fatto ha permesso in prima applicazione la definizione normativa di quella legge e che grazie alla necessità voluta dal Governo e sostenuta dalle stesse regioni, (lo testimonia l’Atto di Indirizzo che ha dato inizio alla trattativa) ci ha permesso di collegare la struttura contrattuale all’intervenuto progetto del PNRR delle Case di Comunità Hub e Spoke».

Uno scenario che apre, legittimamente a diverse domande: cosa c’è dietro la mancanza di volontà di applicare quel percorso? Quali sono i ritardi di programmazione che non hanno consentito di creare le AFT e renderle coerenti e connesse con la realizzazione delle nuove case di Comunità? «Aggregazioni Funzionali Territoriali – evidenzia Scotti – che sono sempre state di fatto obbligo per i medici e, teoricamente – per le Regioni, che avrebbero dovuto realizzarle entro 180 giorni dalla legge Balduzzi con azione sostitutiva mai esercitata da parte di chi ha governato in tutti questi anni.   Forse cosa frena è la necessità di ulteriori affinamenti che diano maggiore chiarezza alla relazione contrattuale tra singolo medico, AFT, UCCP e Case di Comunità, che rendano necessaria l’apertura immediata della discussione su un ACN sempre più legato alla giusta coerenza temporale e non più che rincorra tempi già passati e applicazioni di norme superate dai tempi e dalle necessità».

Sulla scorta di queste domande, FIMMG – sin dalla firma dell’ultimo ACN – ha sempre sostenuto la propria disponibilità ad aprire la discussione, certa di poter dare un valido contributo. «Il prolungarsi dei tempi di queste necessarie evoluzioni dipende da molti fattori, ma non di certo da una azione di lobby sindacale. Anzi». Dai medici di medicina generale arriva dunque un ennesimo grido d’allarme: «Le polemiche di questi giorni ci preoccupano molto, non per il nostro interesse – come qualcuno vuole sostenere – piuttosto perché si sta creando confusione sul futuro dei medici che ancora vogliano scegliere quest’area professionale. Ci sembra che, mentre si discute, per carenza di vocazioni “il malato rischia di morire».

Intanto, entro febbraio, le Regioni dovrebbero inviare al Ministero i contingenti dei medici per il nuovo bando del Corso di formazione in Medicina Generale (in molte regioni, val bene ricordarlo, ricorre già a piene mani alla possibilità di usare i medici del corso per un convenzionamento durante il corso stesso). Ancora, entro marzo le Regioni dovrebbero programmare i nuovi ambiti carenti sulla base del nuovo ACN e l’insieme dello stallo di questi aspetti, in attesa di una riforma che comunque non risolverà nell’immediato i problemi ordinari dei pazienti che non trovano o trovano sempre meno la possibilità di una scelta, si aggraverà con il pensionamento dei medici già valutabile per quest’anno.

«Appare chiaro che lo scontro diretto, la ricerca di nemici che purtroppo sta interessando tutte le parti, comprese parti della nostra stessa organizzazione che si muovono indipendentemente dai principi che sono stati individuati con chiarezza nel nostro ultimo Consiglio Nazionale e da cui prendo le distanze e non approvo, ci stia distraendo da incominciare a risolvere l’oggi e stia minando la possibilità di ascoltarsi». Scotti vede dunque nella posizione della Premier Giorgia Meloni di dare una pausa a queste discussioni un ottimo segnale. «La possibilità che si ascoltino le categorie professionali in modo da motivarci insieme come sistema paese per affrontare le sfide che abbiamo oggi e nel prossimo futuro – dice – ci sembra un segnale da cogliere. Dobbiamo ricercare il dialogo, così come si è fatto con i tanti interlocutori con i quali il confronto non è stato mai interrotto, si pensi ad esempio al ministro Schillaci, ai presidenti di Regione, ai segretari di partito».

Il leader FIMMG stigmatizza poi la ricerca tutta mediatica di “fumate nere, grigie o bianche”. «Quando si parla di salute gli schieramenti non aiutano le soluzioni. Non stiamo lavorando all’elezione di un pontefice, abbiamo l’onere di dare ad ogni cittadino di questo Paese un “parroco della salute” e stili di vita improntati alla prevenzione, poiché solo investendo in questo senso, forse, riusciamo a salvare il nostro Sistema Sanitario Nazionale in termini di sostenibilità. Concentriamoci sui problemi veri, in primis sul permettere ai giovani medici di trovare le motivazioni, le prospettive e le giuste condizioni di lavoro».

SIMIT: aumenta la mortalità in ospedale per germi resistenti agli antibiotici. Presentati i dati in Senato

Morire in ospedale per un patogeno resistente agli antibiotici è sempre più frequente in Italia. Per la precisione, in caso di alcuni batteri, può arrivare fino a oltre il 40%. È quanto emerge dai dati che la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali ha raccolto con il progetto Resistimit, presentati al Senato in occasione dell’incontro “Strategie su One Health, antimicrobico resistenza e malattie infettive”, organizzato su iniziativa dell’On. Fausto Orsomarso, Presidente dell’Intergruppo parlamentare per la Prevenzione e Controllo delle Malattie Infettive e Tropicali. Questa occasione ha sancito un patto tra comunità scientifica e istituzioni per definire assieme le strategie con cui affrontare le emergenze infettivologiche.

L’emergenza AMR nei dati Resistimit

L’antibiotico-resistenza (AMR) si conferma una delle principali minacce per la salute pubblica a livello globale. Lo ha evidenziato a fine 2024 il G7 Salute e lo hanno ribadito gli infettivologi di SIMIT, forti anche degli studi ad hoc realizzati sul tema, in particolare con la piattaforma clinica Resistimit: da una parte vi è un registro dinamico nazionale finalizzato a creare un solido sistema di sorveglianza e condivisione di dati su trend epidemiologici, caratteristiche delle infezioni, mortalità associata all’infezione e altri parametri utili. Dall’altra, un software per la messa in rete di questi dati, che tramite intelligenza artificiale diventeranno utile strumento anche per definire futuri scenari.

«Il lavoro avviato con Resistimit ha consentito di analizzare circa mille pazienti collocati in oltre 40 ospedali italiani di tutto il territorio nazionale colpiti da infezione grave da batteri gram negativi – spiega Marco Falcone, Consigliere SIMIT, responsabile progetto Resistimit nonché Presidente Comitato Scientifico dell’Intergruppo Parlamentare per la Prevenzione ed il Controllo delle Malattie Infettive e Tropicali – Globalmente la mortalità a 30 giorni è risultata pari al 17.6%, ma con importanti variazioni a seconda della specie batterica causa dell’infezione. Per alcuni batteri resistenti come Klebsiella pneumoniae produttrice di KPC o NDM la mortalità sale al 22-23%; si giunge a una mortalità del 37% per Acinetobacter baumannii e addirittura al 43% per Stenotrophomonas maltophilia. I pazienti considerati hanno un’età mediana di 71 anni e nel 20% dei casi risultano ricoverati nelle Unità di Terapia Intensiva. Molti sono affetti da neoplasia solida (il 27%) o da neoplasie ematologiche (9%); il 6.3% dei pazienti è stato sottoposto a trapianto d’organo. I focolai d’infezione più comuni sono il tratto urinario, l’addome, i dispositivi intravascolari e il tratto respiratorio. Dai dati preliminari emerge come le infezioni da microrganismi multiresistenti si associano a una terapia più spesso inappropriata nelle prime 48 ore e ciò causa un aumento della mortalità».

«Stiamo portando avanti un lavoro cruciale, volto a identificare i pazienti più vulnerabili e le condizioni che li espongono maggiormente al rischio – aggiunge Falcone – Con Resistimit, per la prima volta, un progetto fornisce una visione concreta dell’impatto devastante della resistenza agli antimicrobici. Comprendere fino in fondo le conseguenze sulla salute umana è il primo passo per costruire strategie efficaci di prevenzione. Ci rivolgiamo alle istituzioni per avviare una collaborazione virtuosa su diversi binari. Lo stanziamento di fondi per antibiotici reserve stabilito nella Finanziaria rappresenta sicuramente un segnale incoraggiante».

L’impegno dell’Intergruppo parlamentare

«La formazione dell’Intergruppo rappresenta il compimento della volontà da parte del Parlamento di coadiuvare la lotta alle emergenze infettivologiche su cui è già impegnato il Ministero della Salute – sottolinea Fausto Orsomarso, presidente dell’Intergruppo parlamentare per la Prevenzione e Controllo delle Malattie Infettive e Tropicali –. Il nostro obiettivo è quello di accogliere le istanze promosse dalla comunità scientifica, con cui lavoriamo a stretto contatto, e di sviluppare un ruolo propositivo anche del legislatore. L’esperienza del Covid ha permesso a tutti di capire quali siano i rischi a cui si può andare incontro, pertanto la prevenzione delle malattie infettive e la costruzione di una rete tra comunità scientifica e istituzioni è fondamentale. Il tema dell’antimicrobico resistenza rappresenta una delle minacce più incombenti e ci stiamo occupando di sensibilizzare in tal senso la politica e i cittadini, senza allarmismi ma con consapevolezza. L’approvazione nell’ultima manovra finanziaria di un fondo di cento milioni di euro per antibiotici di ultima generazione rappresenta un primo risultato importante».

Il ruolo della medicina generale

«La Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie – SIMG e i Medici di Famiglia confermano il loro impegno nel contrastare l’antibiotico resistenza attraverso una continua attenzione alla corretta prescrizione e all’uso corretto degli antibiotici nella popolazione del nostro Paese. Un impegno che attraverso i Medici di Medicina Generale, coinvolgendo cittadini e caregiver», ha sottolineato Claudio Cricelli, Presidente Emerito SIMG.