Home Blog Page 123

RSV negli adulti: un rischio emergente sottovalutato che richiede attenzione e prevenzione

Il virus respiratorio sinciziale (RSV), spesso associato ai neonati, rappresenta un rischio significativo anche per gli adulti, in particolare per gli over 60 con patologie croniche. Secondo i dati del documento redatto da SItI e SIMIT, in Italia nel 2019 si sono verificati circa 290.000 casi di infezioni respiratorie acute da RSV, 26.000 ospedalizzazioni e 2.000 decessi correlati in ambito ospedaliero. Inoltre, per ogni 1.000 individui sopra i 65 anni, si registrano circa 2 ricoveri annui legati all’RSV, una cifra che aumenta con l’età e in presenza di patologie croniche.

A livello europeo, l’impatto del virus è altrettanto evidente: si stimano 3 milioni di casi di sindromi respiratorie acute e oltre 33.000 decessi ospedalieri correlati ogni anno tra gli anziani.

Un rischio concreto per gli adulti fragili

Il virus RSV si diffonde principalmente nei mesi invernali, da novembre a marzo, e può causare infezioni respiratorie gravi come polmonite o bronchiolite. Negli adulti, i sintomi includono febbre, tosse persistente, difficoltà respiratorie e, nei casi più gravi, insufficienza respiratoria e decesso.

L’RSV è un’infezione che passa spesso inosservata, ma può evolvere rapidamente in forme gravi, specialmente tra le persone anziane o con patologie preesistenti come BPCO, diabete o scompenso cardiaco. Spesso si manifesta con sintomi inizialmente lievi, come un raffreddore comune, con congestione nasale, febbre e dolori muscolari. Tuttavia, in persone vulnerabili, l’infezione può aggravarsi, causando bronchite, polmonite o peggioramento delle patologie croniche già presenti.

«Un aspetto preoccupante è la sottovalutazione del problema, sia a livello di diagnosi sia di prevenzione – spiega Fabrizio Pregliasco -, direttore scientifico dell’Osservatorio Virus Respiratori -. Gli adulti tendono a considerare l’RSV un problema pediatrico, ma i dati dimostrano chiaramente che è una minaccia significativa anche per loro. Ecco perché è fondamentale informare e sensibilizzare la popolazione adulta sull’importanza della prevenzione. Fortunatamente, oggi abbiamo strumenti efficaci, come i nuovi vaccini specifici, che possono prevenire la maggior parte delle forme gravi di RSV. A questi si aggiungono semplici accorgimenti, come il lavaggio frequente delle mani, evitare contatti con persone malate e mantenere uno stile di vita sano, per ridurre ulteriormente il rischio di contagio».

Vaccinazione: decisiva nella prevenzione

«Attualmente, in Italia anche per l’RSV sono disponibili vaccini per gli adulti. Sono specificamente sviluppati per proteggere gli over 60 e le persone con patologie croniche – continua Pregliasco -. L’efficacia della vaccinazione è stata dimostrata in recenti studi clinici. L’importanza della vaccinazione è supportata anche dai dati: si stima che un’ampia adesione alla profilassi potrebbe ridurre il carico di malattia del 30-40% nei Paesi ad alto reddito».

Con l’arrivo dei vaccini specifici, la prevenzione dell’RSV diventa una priorità per la salute pubblica, specialmente per gli adulti over 60 e per tutte le persone con patologie croniche, al fine di ridurre il peso di questa infezione sul sistema sanitario e sulla qualità di vita delle persone più vulnerabili.

Più informazioni su: www.virusrespiratori.it

Perdita dell’udito e Alzheimer: il ruolo dei professionisti sanitari tra AI e teleaudiologia

0

La relazione tra perdita uditiva e declino cognitivo sta emergendo con chiarezza quando si parla di salute, soprattutto degli over 65. Diverse ricerche evidenziano che chi soffre di ipoacusia ha un rischio significativamente maggiore di sviluppare demenza, come ad esempio la malattia di Alzheimer. La Lancet Commission ha identificato la perdita dell’udito come uno dei 14 fattori di rischio modificabili che contribuiscono a circa il 40% delle diagnosi di demenza in tutto il mondo​. Recenti studi, tra cui il trial ACHIEVE pubblicato su The Lancet, che ha interessato 977 partecipanti tra 70 e 84 anni, mostrano che l’uso di apparecchi acustici può ridurre il declino cognitivo del 48% in 3 anni nelle persone più vulnerabili a questo deterioramento​.

Una persona con disturbi uditivi oltre i 45 anni, ha il 7% di probabilità in più di insorgenza della malattia rispetto a un normo udente

Intervenire precocemente per trattare la perdita di udito, quindi, non solo migliora la qualità della vita, ma potrebbe rappresentare una strategia efficace e appropriata per prevenire la demenza. La relazione tra udito e funzioni cognitive solleva domande importanti per la sanità pubblica: in che modo la perdita di udito accelera il declino mentale e quali interventi potrebbero fare la differenza?

Ne abbiamo parlato a TrendSanità con il neurologo Claudio Liguori, UOC Neurologia Policlinico Tor Vergata di Roma e Ricercatore all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Pietro Cino, Presidente di Commissione di albo nazionale dei tecnici audiometristi e Lorenzo Notarianni, tecnico audioprotesista, consulente della Commissione di albo nazionale dei tecnici audioprotesisti che afferiscono agli Ordini FNO TSRM e PSTRP.

L’isolamento uditivo e il declino cognitivo

Parliamo di sordità riferendoci non all’ipoacusia congenita, cioè presente fin dalla nascita, ma alla perdita uditiva graduale che spesso colpisce le persone in età avanzata. È un fenomeno, progressivo e silenzioso, che isola chi ne soffre e rende difficile partecipare alla vita quotidiana, interagire con il mondo che le circonda.

Claudio Liguori

«Il problema di fondo connesso al calo dell’udito – ci dice Liguori ­– riduce sensibilmente l’interazione con l’ambiente esterno e quindi la possibilità di comunicare, ascoltare ed elaborare informazioni per poi rispondere in maniera congrua. Tutto questo rallenta i processi cognitivi in generale. Quando la perdita di udito si manifesta dai 50 anni in su, può causare un progressivo isolamento sociale che, se non affrontato, tende a cronicizzarsi. Questo isolamento influisce sulle funzioni cerebrali, rallentando l’attività cognitiva e aumentando il rischio di sviluppare disturbi come la demenza. Il cervello ha bisogno di restare attivo e stimolato, interagendo costantemente con l’ambiente e con le persone intorno. Mantenere il cervello “in allenamento” non significa ripetere esercizi, ma far parte di una vita sociale attiva che permette al nostro sistema cognitivo di rimanere reattivo e vigile».

Sordità e malattia di Alzheimer: il legame nascosto

«Un aspetto interessante è che la regione cerebrale coinvolta nell’elaborazione delle informazioni uditive, – continua il neurologo – è il lobo temporale, che è la stessa regione che si occupa della nostra memoria. È qui che la malattia di Alzheimer tende a svilupparsi inizialmente. Di conseguenza, ci sono diverse ipotesi che suggeriscono che una perdita di udito potrebbe essere uno dei primi segnali di questa malattia. Ciò crea una sorta di circolo vizioso: la riduzione dell’udito potrebbe essere sia una causa che una conseguenza della demenza. Quando l’udito diminuisce, le capacità cognitive peggiorano, il che a sua volta può facilitare lo sviluppo della malattia. È l’alterazione delle dinamiche cerebrali in network, del dialogo continuo tra le regioni cerebrali che si attivano e si deattivano in maniera sinergica e di concerto che influisce sul funzionamento cerebrale. Se una persona non sente chiaramente, potrebbe sembrare che abbia problemi di memoria, quando in realtà il problema è legato all’udito. Questo complica la diagnosi precoce e può ritardare l’intervento».

Un aspetto importante è che i primi segni di Alzheimer, come la difficoltà nel ricordare le informazioni recenti, possono essere mascherati dalla perdita uditiva

«Anche se non è stata dimostrata scientificamente una correlazione diretta tra perdita uditiva e la malattia di Alzheimer – interviene Cino – è ormai acclarato dai numerosi studi pubblicati su importanti riviste scientifiche che la perdita uditiva rappresenta un fattore di rischio modificabile. Mi spiego: una persona con disturbi uditivi oltre i 45 anni, ha il 7% di probabilità in più di insorgenza della malattia rispetto a un normo udente. Anche per questo motivo, sarebbe utile sottoporsi periodicamente a un esame audiometrico completo per evidenziare un calo dell’udito».

Il ruolo della prevenzione e dei trattamenti

Secondo Liguori «anche se non esiste un legame diretto tra perdita di udito e formazione delle placche amiloidee tipiche dell’Alzheimer, mantenere un buon livello di udito può avere un effetto preventivo. L’uso di apparecchi acustici o altre soluzioni terapeutiche per l’ipoacusia potrebbe ridurre il rischio di declino cognitivo, rendendo più facile per il cervello mantenere le sue funzioni attive. Inoltre, anche nei pazienti che già convivono con la demenza, migliorare l’udito può rallentare la progressione della malattia, migliorando la qualità della vita e riducendo comportamenti problematici come l’aggressività o l’agitazione».

«Un aspetto simile si osserva anche nei bambini con problemi di udito: spesso possono sembrare iperattivi o frustrati perché non riescono a dire che non sentono bene. Ciò può provocare comportamenti aggressivi, poiché non possono interagire adeguatamente con l’ambiente circostante. La stessa cosa può accadere agli anziani con perdita di udito e demenza: l’isolamento uditivo li porta a sentirsi distanti e incompresi, influenzando negativamente il loro comportamento e rendendo ancora più difficile mantenere relazioni sociali e un’interazione adeguata con il mondo esterno» spiega il neurologo.

Pietro Cino

«A un adulto con disturbi dell’udito – prosegue Cino – può capitare che i risultati dell’audiometria vocale non siano coerenti con il grado di perdita uditiva. Ciò è spiegabile con un’alterazione del processamento del messaggio verbale dell’area uditiva corticale. Questa condizione deve rappresentare un campanello d’allarme che richiede approfondimenti per escludere una diagnosi di Alzheimer. Una valutazione audiologica tempestiva, un’eventuale terapia protesica, se indicata, associata a una riabilitazione uditiva, possono mitigare questo particolare fattore di rischio, evitando probabilmente l’insorgenza della malattia o quantomeno rallentandone la progressione».

Apparecchi acustici contro il rischio di demenza

«Il trattamento tempestivo della perdita uditiva – interviene Notarianni – attraverso la protesizzazione acustica, potrebbe contribuire a prevenire o rallentare il declino cognitivo nelle persone a rischio di demenza. Sebbene la relazione tra ipoacusia e deterioramento cognitivo sia complessa, affrontare l’ipoacusia con tecnologie protesiche può ritardare l’insorgenza della demenza o attenuarne gli effetti. Tuttavia, il punto di forza risiede nella competenza del tecnico audioprotesista, che adatta e personalizza, in base alle specifiche caratteristiche audiologiche e stile di vita, gli apparecchi acustici per migliorare l’accesso ai suoni e facilitare la comunicazione. Un ambiente favorevole e il supporto dei caregiver sono essenziali per massimizzare questi benefici e ridurre l’isolamento sociale».

Nuove tecnologie

Lorenzo Notarianni

«Nel campo dell’audioprotesi, stanno emergendo nuove tecnologie che possono supportare le persone con ipoacusia associata a demenza, ma è importante ricordare che questi strumenti non devono essere considerati soluzioni autonome. Tra le tecnologie emergenti – continua Notarianni – e approcci innovativi ci sono, ad esempio, gli apparecchi acustici intelligenti, che utilizzano l’intelligenza artificiale per adattarsi automaticamente ai diversi ambienti sonori. Riescono a regolare il volume e identificare la direzione del suono in modo autonomo, permettendo un’esperienza d’ascolto ottimale in base alle capacità residue e specificità uditive della persona con ipoacusia. Un’altra frontiera è la teleaudiologia, che consente agli audioprotesisti di monitorare e regolare gli apparecchi a distanza. È vantaggiosa per chi ha difficoltà a raggiungere i centri acustici, garantendo così una continuità delle cure e la possibilità di interventi tempestivi, senza bisogno di spostamenti frequenti. Infine, ci sono le tecnologie di supporto alla comunicazione, come applicazioni che trascrivono il parlato in tempo reale o dispositivi che utilizzano segnali visivi per facilitare l’interazione. Tali strumenti, se integrati in un percorso di cura personalizzato, possono migliorare significativamente la qualità della vita di chi vive con perdita uditiva e condizioni cognitive complesse, dimostrando che il futuro del settore audioprotesico non è solo tecnologico, ma anche umano e centrato sull’assistito.

Quanto conta l’approccio multidisciplinare

La domanda che emerge da queste riflessioni è come si possa migliorare la collaborazione tra neurologi e tecnici audiometristi nella gestione delle persone con deficit uditivi e malattia di Alzheimer? Risponde Cino: «Sarebbe più corretto parlare di collaborazione multiprofessionale e multidisciplinare che includa diversi attori (neurologo, geriatra, otorino, tecnico audiometrista, tecnico audioprotesista, logopedista, ecc…). La collaborazione è efficace se si uniscono sinergicamente le competenze delle singole figure in un’ottica di miglioramento della gestione di queste persone».

Così come la partecipazione a conferenze e la collaborazione in progetti di ricerca, potrebbero promuovere approcci innovativi

Conclude Notarianni, «migliorare la collaborazione medici specialistici e professionisti sanitari è essenziale per gestire in modo efficace chi ha problemi di udito e una diagnosi di Alzheimer. Un approccio integrato consentirebbe una valutazione più completa e trattamenti più mirati. Una comunicazione efficiente tra i professionisti è essenziale per facilitarne il coordinamento: incontri regolari, discussioni sui casi clinici e piattaforme digitali per condividere informazioni possono fare la differenza. La formazione congiunta, inoltre, aiuterebbe a migliorare la comprensione reciproca delle rispettive competenze, mentre l’integrazione delle valutazioni audiologiche, neurologiche e psicologiche permetterebbe di sviluppare linee guida più accurate per diagnosi e trattamento. Un ulteriore passo avanti potrebbe essere lo sviluppo di piani di trattamento che coinvolgano attivamente familiari e caregiver, fondamentale per un’assistenza più efficace e completa. Secondo la Commissione Lancet, uno dei principali ostacoli per gli assistiti e i loro cari è la scarsa informazione e il ritardo nella diagnosi, spesso causati da stigma, negazione e mancanza di supporto. Un impegno congiunto per abbattere queste barriere, ispirato ai principi di cura della Slow Medicine, potrebbe contribuire al miglioramento della qualità di vita delle persone più vulnerabili».

SIMG, il rilancio della Medicina Generale passa attraverso il confronto e la pubblicazione di un “Libro Bianco”

In un momento di difficoltà del SSN, la Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie – SIMG si impegna in un progetto di rifondazione della sanità territoriale: vuole prendere coscienza delle principali esigenze sanitarie e sociali della popolazione, ascoltare proposte e stimoli da tutti gli attori coinvolti, lanciare un progetto di rigenerazione della sanità territoriale. Questo è il messaggio che parte dal 41° Congresso SIMG di Firenze.

La condivisione di intenti SIMG-FIMMG

Claudio Cricelli

«È giunto il momento di elaborare una nuova proposta per un rilancio dell’efficacia e dell’efficienza della Medicina Generale e del suo protagonista, il medico di famiglia. Questi si caratterizza per il rapporto di reciproca fiducia con il paziente, elemento cardine a supporto delle cure di prossimità – ha evidenziato Claudio Cricelli, Presidente Emerito SIMG –. L’esigenza di un cambiamento è sentita tanto dalle istituzioni quanto dai cittadini. Gli stessi medici la percepiscono e sono intenzionati a presentare una loro proposta. All’interno di questa riflessione, nel corso del 41° Congresso Nazionale della SIMG, abbiamo definito un’intesa, un protocollo di intenti, degli obiettivi condivisi con il Segretario del principale sindacato dei medici di famiglia italiani, Silvestro Scotti di FIMMG».

Il “Libro Bianco” della Sanità

L’obiettivo della SIMG è l’elaborazione di un progetto costruttivo. «Ci appelliamo a tutti i cittadini, alle forze politiche, a chi fosse interessato alla sopravvivenza del servizio sanitario di questo Paese per coinvolgerli in un processo di ristrutturazione – sottolinea Cricelli –. In una prima fase, intendiamo acquisire dati e informazioni per delineare il funzionamento del SSN, capire come si impiegano le risorse, definire come sarà nella medicina del futuro la presa in carico dei pazienti, che non significa solo curare le patologie, ma anche affrontare gli aspetti sociali che condizionano la vita delle persone. Questi dati economici, finanziari, clinici, demografici, sociali andranno a costruire un “Libro bianco”. Il libro Bianco si concentrerà sulla Sanità Territoriale all’interno dello scenario del SSN, analizzando e contenendo dati e riferimenti comparativi del nostro SSN e dei Sistemi Sanitari internazionali. Da questi dati oggettivi si svilupperà la seconda parte del lavoro, un’analisi di questi stessi dati per elaborare la nuova proposta della medicina generale».

I tempi del progetto

«La raccolta di questi dati strutturali dovrà avvenire entro l’estate del 2025 – continua il Presidente Emerito SIMG –. Nel secondo semestre del prossimo anno, forze politiche e associazioni avranno la possibilità di migliorarlo con consigli e proposte. Una volta giunti a una versione definitiva del Libro Bianco, lo presenteremo: nei primi mesi del 2026 organizzeremo una conferenza della medicina generale e delle cure primarie, che non avrà come destinatari solo i medici di famiglia, ma anche le forze politiche, sociali, produttive. Ci stiamo aprendo a un confronto con tutti coloro che abbiano a cuore la sopravvivenza del SSN».

La sostenibilità economica

«Servizi sanitari basati solo sugli ospedali non sono più sostenibili – spiega Cricelli –. Le cure primarie sono l’arco di volta di qualunque sistema che abbia un contatto con la cittadinanza. Noi medici di famiglia non svolgiamo una funzione solo nella presa in carico dei pazienti, ma siamo gli strumenti attraverso cui gestire le risorse disponibili del SSN. La sostenibilità è un concetto relativo: sappiamo quali risorse saranno disponibili nei prossimi anni, dobbiamo capire come farle bastare migliorando l’efficienza. A questo si rivolge il nostro progetto, con massima trasparenza verso il mondo esterno».

Formazione e progresso chiavi del rilancio dei MMG

Le proposte di rilancio della Medicina Generale sono state uno dei temi al centro del 41° Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), che si è tenuto a Firenze, presso la Fortezza da Basso, con oltre tremila medici di famiglia presenti. È stato un’occasione per approfondimenti scientifici e per iniziative innovative come la SIMG Academy e il SIMG Lab Village, strumenti all’avanguardia per la formazione delle nuove generazioni di medici di medicina generale.

Rapporto OASI Cergas 2024: alla sanità italiana servono 40 miliardi per raggiungere i livelli dell’Europa

Il Servizio Sanitario Nazionale italiano è da decenni tra i meno finanziati in Europa, per una cifra oggi pari al 6,3% del PIL, pur essendo il secondo Paese più anziano al mondo. Per portare la sanità pubblica italiana ai livelli dei grandi Paesi europei servirebbero almeno 40 miliardi, vale a dire metà dell’attuale spesa annua per l’istruzione. Una cifra enorme, in uno scenario caratterizzato da una situazione demografica critica che implica un’elevata spesa pensionistica e minore popolazione in età da lavoro.

Rendere sostenibile l’universalismo è la vera sfida che la sanità pubblica italiana ha davanti a sé: è necessario prendere atto di questo vincolo e ragionare soprattutto su come mettere ordine al sistema, dove attualmente le priorità di accesso ai servizi sono spesso casuali, dunque poco efficaci e poco eque – basti pensare che gli anziani cronici in buona salute si dimezzano se si passa da chi è laureato a chi ha licenza elementare. I consumi delle stesse prestazioni sanitarie variano anche del 100% tra territori simili di una stessa Regione e c’è un forte divario tra quanto prescritto e quanto erogabile – e ciò danneggia inevitabilmente la reputazione del SSN.

Sono alcune delle principali evidenze dell’edizione 2024 dell’Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema sanitario Italiano (OASI), pubblicato oggi dal Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale (CERGAS) di SDA Bocconi School of Management. I principali risultati del rapporto sono stati presentati oggi presso l’Aula Magna dell’Università Bocconi di Milano alla presenza di policymaker nazionali e regionali, direzioni strategiche delle aziende sanitarie pubbliche e private, e da professionisti del settore sanitario.

Il rapporto, giunto alla sua 25esima edizione e diventato il punto di riferimento per l’analisi dei cambiamenti in corso nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e nella sanità italiana, offre una fotografia dello stato di salute del sistema e propone misure utili alla risoluzione delle principali criticità identificate.

L’analisi, elaborata dal gruppo di ricerca coordinato da Francesco Longo, Associate Professor dell’Università Bocconi e da Alberto Ricci, Associate Professor of Practice di SDA Bocconi, identifica le criticità principali del SSN che, pur proponendosi come servizio sanitario universalistico, risulta incapace di fare fronte ai bisogni crescenti dei cittadini, in particolare della popolazione cronica (pari al 41% dei residenti) e della popolazione anziana non autosufficiente (4 milioni di persone).

Se Francia, Germania e Regno Unito finanziano i rispettivi sistemi sanitari nazionali intorno al 9-11% sul PIL, l’Italia si è mantenuta costante nel tempo intorno al 6,3% sul PIL, cifra che si prevede resterà sostanzialmente invariata nel 2025 e 2026. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche la spesa sanitaria privata cresce meno del PIL, e si attesta al 2,2% nel 2024 – circa il 26% della spesa sanitaria complessiva. Il dato, in sostanziale continuità con gli anni precedenti al Covid-19 – è chiaro: l’Italia non è disponibile a spendere per la salute, né pubblicamente, né privatamente.

Il Rapporto approfondisce le cause delle liste d’attesa: attualmente, la mancanza di criteri di priorità di accesso ai differenti servizi e le logiche prescrittive spesso lontane dalle linee guida cliniche aggravano il problema della scarsità di risorse. Per l’accesso ai servizi non si tiene conto di criteri di prioritizzazione quali, ad esempio, aree di patologia, cluster di popolazione per reddito o livello di istruzione, portafogli di tecnologie da includere nel contenuto dei servizi garantiti dal SSN. Questo è un meccanismo molto importante, ma quasi mai esplicitato, che ha portato il SSN a prescrivere molte più prestazioni rispetto alla sua effettiva capacità erogativa. Nei territori dove sono maggiori le prescrizioni, spesso sono elevati anche i consumi per abitante, ma cresce anche la distanza tra prescritto ed erogato, con conseguente incidenza sull’allungamento delle liste d’attesa.

In tal modo l’universalismo dichiarato dal SSN, con l’idea irrealistica di dare qualsiasi prestazione a tutti in tempi brevi, non essendo governato, finisce per genere un effetto opposto a quello voluto: la possibilità o meno di ottenere una prestazione è lasciata di fatto al cittadino, alla sua rete e alle sue risorse personali, generando un senso di disorientamento e impossibilità di programmazione. Questa logica genera inefficienze e diseguaglianze, con risorse allocate senza un chiaro processo di valutazione.  

Inevitabilmente anche i consumi di prestazioni per abitante risultano disomogenei e non correlati al bisogno epidemiologico, a livello sia nazionale che regionale e persino locale. I motivi possono essere vari, ma si rileva in particolar modo l’attenzione dell’agenda manageriale e di governo non tanto verso le cause di questa disparità di consumo, bensì sulla produttività delle singole strutture sanitarie.

Per rispondere a tali criticità, il Rapporto OASI 2024 individua e percorre quattro prospettive di policy che, introdotte individualmente o in combinazione tra loro, porterebbero a miglioramenti significativi del SSN e del suo supporto ai cittadini:

  • Governare le aspettative: esplicitare i limiti del SSN e ridefinire i criteri di priorità per le prestazioni esigibili è il primo passo fondamentale per allineare le aspettative dei cittadini alle risorse effettivamente disponibili. Identificare i target prioritari, come pazienti cronici o persone con bassa autosufficienza, e comunicare chiaramente le prestazioni garantite, semplificherebbe il sistema e il relativo accesso. In questo modo, si arriverebbe progressivamente ad una maggiore convergenza tra il prescritto e l’erogabile dal SSN.
  • Efficienza impopolare: ottimizzare la rete ospedaliera riconvertendo le strutture più piccole e frammentate, riorientandole verso i servizi territoriali. Accorpare servizi ambulatoriali e laboratori, soprattutto nelle aree con densità eccessiva di strutture. Intervenire su ospedali di medie dimensioni che non raggiungono i volumi necessari per garantire qualità e sostenibilità. La costruzione o il rinnovo delle case della Comunità rappresenta, per fornire un esempio concreto, una grande opportunità per accorpare servizi territoriali in precedenza dispersi e frammentati.
  • Aumentare le risorse per il SSN: adottare strategie già sperimentate in altri Paesi, come l’aumento delle compartecipazioni per alcune prestazioni, oppure l’introduzione di assicurazioni integrative per il loro rimborso, la revisione delle allocazioni di spesa pubblica per aumentare il finanziamento alla sanità; si tratta, in tutti i casi, di proposte non semplici da tradurre nell’attuale contesto politico e sociale italiano.
  • Rivoluzionare la geografia e i formati dei servizi: digitalizzare i servizi sanitari specializzati attraverso la diffusione di strumenti di autocura per i pazienti cronici e l’implementazione di sistemi di telemedicina, ad esempio per le visite specialistiche. Ridisegnare i ruoli professionali favorendo la collaborazione orizzontale e una maggiore integrazione tra competenze nuove e ordini professionali tradizionali, ad esempio introducendo figure quali il case manager amministrativo del service center per la presa in carico della cronicità.

Francesco Longo, Responsabile scientifico del Rapporto OASI, ha dichiarato: «La sanità italiana è ad un punto di svolta: l’Italia è ormai il secondo Paese più anziano al mondo, la spesa sanitaria è rimasta costante nel tempo, mentre le esigenze dei cittadini continuano a evolversi e questi si aspettano un servizio sostenibile ed efficiente. La realtà è però sotto gli occhi di tutti: il SSN presenta evidenti contraddizioni che peggioreranno in mancanza di una rivoluzione nelle logiche di governo del sistema, indebolendo il tessuto delle aziende del SSN».

Alberto Ricci, Coordinatore del Rapporto OASI, ha concluso: «La consapevolezza delle evidenze dello scenario attuale, seppur critiche e complesse, è il primo strumento che i manager del SSN hanno per continuare a crescere e ad essere generativi. Il nostro Rapporto offre le basi per avviare il confronto tra tutti gli attori del sistema sanitario italiano e, auspicabilmente, imprimere una nuova rotta dai più alti livelli del sistema Paese».

Sostenibilità e acquisti in sanità, verso un futuro più verde

0

La sostenibilità ambientale è ormai una priorità per le politiche sanitarie globali e nazionali. In Italia, la transizione verso una sanità sostenibile è supportata da regolamentazioni specifiche, come i Criteri Ambientali Minimi (CAM), e da un crescente impegno nel Green Public Procurement (GPP), ovvero l’integrazione di criteri ambientali negli appalti pubblici. Tuttavia, il cammino verso un sistema sanitario realmente sostenibile presenta ancora numerosi ostacoli e sfide.

Regolamentazioni internazionali e italiane

A livello internazionale, il Green Deal europeo rappresenta il quadro di riferimento per promuovere un’economia a basse emissioni di carbonio. Direttive come quelle sugli edifici a energia quasi zero (Nearly Zero-Energy Buildings) e il regolamento sull’efficienza energetica negli appalti stanno tracciando il percorso per l’evoluzione delle normative nazionali. Questi sviluppi richiederanno un adeguamento delle pratiche italiane nei prossimi anni, rendendo il sistema più rigoroso e in linea con le nuove disposizioni dell’Unione Europea.

In Italia, il Piano Nazionale d’Azione per il GPP e i CAM, obbligatori dal 2008, sono un punto di riferimento chiave. Come spiega Roberto Caranta, professore dell’Università di Torino e coordinatore del Network SAPIENS (Sustainability and Procurement in International, European, and National Systems), «i CAM sono pensati per acquisti seriali e trovano applicazione in settori cruciali della sanità come il catering, il lavaggio industriale e il noleggio tessile. Questi criteri stabiliscono requisiti tecnici minimi da rispettare negli appalti, ma è possibile aggiungere elementi premiali per incentivare l’offerta di soluzioni ancora più sostenibili».

I Criteri Ambientali Minimi (CAM) sono pensati per acquisti seriali e trovano applicazione in settori cruciali della sanità come il catering, il lavaggio industriale e il noleggio tessile

Un aspetto interessante, sottolineato dal professor Caranta, è l’approccio avanzato italiano, che combina obblighi normativi e supporto tecnico alle amministrazioni. «Questo sistema facilita l’applicazione dei CAM e prevede anche criteri premiali, che consentono di andare oltre i requisiti minimi. Ad esempio, per il catering sanitario, si può richiedere una percentuale di prodotti biologici superiore al minimo obbligatorio, incentivando così i fornitori più virtuosi e superando il modello degli appalti al prezzo più basso.»

Il mancato rispetto dei CAM non solo espone le amministrazioni a rischi legali, ma può compromettere la validità stessa degli appalti. «La giurisprudenza italiana – continua Caranta – sottolinea che il mancato inserimento dei CAM comporta la nullità della procedura di gara e del contratto stesso, rendendo fondamentale la loro applicazione».

Attualmente, le normative sui CAM non includono disposizioni specifiche per farmaci e dispositivi medici, come quelle relative allo smaltimento dei farmaci o a sistemi di produzione ecologicamente sostenibili. Questa assenza si spiega, in parte, con la difficoltà di standardizzare normative per prodotti caratterizzati da proprietà uniche e specifiche esigenze terapeutiche.

Sebbene non vi siano ancora regolamenti specifici in questo ambito, sono in programma iniziative come l’Ecolabel, che potrebbero in futuro influenzare prodotti e servizi, anche se l’implementazione richiederà tempo. Nel frattempo, i CAM contengono clausole, come ad esempio quella sui rifiuti, che potrebbero fungere da modello per sviluppare normative più mirate.

Attualmente le normative sui CAM non includono disposizioni specifiche per farmaci e dispositivi medici

Inoltre, il Codice dei Contratti Pubblici offre alle amministrazioni la possibilità di elaborare clausole ambientali per prodotti, inclusi farmaci e dispositivi medici, che attualmente non rientrano nei CAM, favorendo così un approccio più sostenibile anche in questi settori.

Acquisti Green in sanità: opportunità e sfide

Il settore sanitario è responsabile del 5,2% delle emissioni di gas serra, rendendo essenziale l’adozione di pratiche di acquisto sostenibile. Tuttavia, gli ostacoli non mancano:

  • Competenze insufficienti: molte amministrazioni faticano a redigere bandi che integrino criteri ambientali.
  • Carenza di fornitori qualificati: non tutte le aziende sono pronte a soddisfare requisiti ambientali rigorosi.
  • Resistenza culturale: persiste un atteggiamento orientato al solo risparmio economico, senza considerare la qualità ambientale.

Secondo Caranta, «la cultura del prezzo più basso è controproducente. Dobbiamo puntare su un equilibrio tra qualità e costo, come facciamo nelle scelte quotidiane. Non si tratta solo di risparmiare, ma di investire nella qualità e nella sostenibilità a lungo termine».

Innovazione e tecnologie green

L’intelligenza artificiale (AI) e la sanità digitale stanno trasformando il settore sanitario, offrendo vantaggi come l’espansione della telemedicina e il miglioramento dei processi diagnostici. Tuttavia, queste tecnologie comportano un significativo dispendio energetico, rendendo necessario valutare con attenzione il rapporto tra benefici e costi.

Il monitoraggio energetico negli edifici sanitari basato sull’analisi dei dati, unito all’intelligenza umana, riduce inefficienze e genera risparmi significativi

Sottolinea Caranta: «Questo rappresenta una questione rilevante. L’intelligenza artificiale è indubbiamente uno degli elementi con il consumo energetico più elevato, sebbene non sia necessariamente il più utilizzato e non ci si aspetti un impiego massivo nel prossimo futuro. Un aspetto fondamentale è la raccolta e l’analisi dei dati. Fondamentale, ad esempio, per il monitoraggio dei consumi energetici negli edifici sanitari, che, pur richiedendo energia, può portare a risparmi importanti se integrato con un’interpretazione efficace dei dati da parte dell’intelligenza umana. Ad esempio, individuare e correggere inefficienze, come luci lasciate accese inutilmente, può avere un impatto positivo su larga scala».

Tuttavia, Caranta invita alla cautela riguardo alle tecnologie più energivore, come l’intelligenza artificiale: «Nonostante il potenziale, l’adozione dell’AI in sanità rimane ancora limitata. È importante, quindi, concentrarsi prima sull’ottimizzazione di processi più basilari per massimizzare i benefici futuri, assicurandosi al contempo di ridurre al minimo l’impatto ambientale».

La legge europea sul clima e il futuro della sanità sostenibile

Un elemento chiave per il futuro della sostenibilità sanitaria è la legge europea sul clima, che obbliga gli Stati membri a ridurre le emissioni di gas serra e a rendicontare i progressi compiuti. «Questo implica – afferma Caranta – un impegno sempre maggiore nel monitoraggio delle performance ambientali, anche da parte delle aziende sanitarie, che devono adeguarsi a standard sempre più stringenti. La sfida non è solo rispettare le normative, ma sfruttare questa opportunità per migliorare le strutture sanitarie in termini di efficienza energetica e sostenibilità».

La sfida non è solo rispettare le normative, ma sfruttare questa opportunità per migliorare le strutture sanitarie in termini di efficienza energetica e sostenibilità

Un altro aspetto cruciale è la direttiva europea sulla due diligence, che obbligherà i grandi contraenti a monitorare il ciclo dei fornitori, garantendo il rispetto delle normative ambientali e sociali. Ad esempio, per le forniture di strumenti chirurgici prodotti in Paesi a basso reddito, le amministrazioni potranno inserire clausole contrattuali che impongano standard rigorosi di sostenibilità e sicurezza sul lavoro.

Il tema della produzione di farmaci e dispositivi merita particolare attenzione, anche in relazione alla localizzazione. Prosegue Caranta: «Produrre in Europa può garantire criteri di sostenibilità più rigorosi rispetto a produzioni in aree come l’Asia o la Cina, dove tali investimenti non sono ancora una priorità. Tuttavia, sono tendenzialmente ottimista. L’Europa sta già intraprendendo iniziative significative in questo ambito, come dimostra la nuova direttiva sulla resilienza, che prevede un sistema di preferenza per le imprese europee e consente, ad esempio, di privilegiare prodotti come i pannelli solari fabbricati in Europa, nonostante possano avere un costo superiore».

L’Europa ha appreso importanti lezioni dalla crisi legata al Covid-19, evidenziando la necessità di rafforzare la propria capacità produttiva, ed è cruciale che tali normative vengano attuate anche a livello nazionale, garantendo un futuro più sostenibile per il settore sanitario.

Creare una rete di addetti agli appalti

La transizione verso una sanità sostenibile richiede uno sforzo collettivo da parte di istituzioni pubbliche, aziende e cittadini

Caranta evidenzia l’importanza di creare una rete di collaborazione per supportare chi si occupa degli appalti, soprattutto nelle realtà più piccole. «È fondamentale prevenire l’isolamento di chi gestisce appalti, specialmente in contesti complessi e privi di indicazioni chiare. Condividere esperienze e soluzioni con chi affronta problematiche analoghe è essenziale, poiché spesso esistono già risposte efficaci a sfide comuni. Questo approccio consente di evitare di ricominciare da zero ogni volta, favorendo una gestione più efficiente e ottimizzando i risultati attraverso l’apprendimento reciproco e il trasferimento delle migliori pratiche».

Conclusioni

La transizione verso una sanità sostenibile richiede uno sforzo collettivo da parte di istituzioni pubbliche, aziende e cittadini. «Se vogliamo ridurre significativamente l’impatto ambientale del settore – conclude Caranta – dobbiamo investire nella formazione, nell’innovazione tecnologica e nella collaborazione. Solo così potremo garantire un futuro più verde per il nostro sistema sanitario».

L’obiettivo rimane ambizioso ma raggiungibile: creare un sistema sanitario capace di generare l’energia che consuma, riducendo al minimo l’impatto ambientale e promuovendo una cultura di sostenibilità a tutti i livelli.

Codice Strada: società mediche offrono collaborazione su farmaci e guida sicura

La Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI), l’Associazione Italiana per lo Studio del Dolore (AISD), la Società Italiana Patologie da Dipendenza (SIPaD) e la Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) richiamano l’attenzione sulle recenti modifiche all’articolo 187 del nuovo Codice della Strada, approvate dal Senato il 20 novembre, offrendo la propria expertise per la definizione di normative applicative equilibrate che tutelino sia la sicurezza stradale sia i diritti dei pazienti.

«Le nuove disposizioni dell’articolo 187, che regolano la guida sotto l’effetto di sostanze psicotrope, includono farmaci oppiacei e benzodiazepine regolarmente prescritti, con potenziali conseguenze che potrebbero essere discriminatorie per i pazienti affetti da dolore cronico che assumono terapie controllate prescritte e già afflitti da condizioni debilitanti – osserva Elena Bignami, Presidente SIAARTI -. È fondamentale, a garanzia dei pazienti, distinguere l’uso terapeutico controllato dall’uso illecito di sostanze psicotrope».

Silvia Natoli, Responsabile Area culturale SIAARTI Medicina del dolore e cure palliative, evidenzia un dato significativo: «In Italia, circa 400.000 pazienti seguono terapie croniche con oppiacei, mentre 2,5 milioni li utilizzano per periodi limitati sotto stretto controllo medico. L’inclusione degli oppiacei tra le sostanze psicotrope sanzionabili potrebbe limitare il diritto alla mobilità di pazienti che assumono correttamente le terapie prescritte».

Questi timori sono ribaditi da Claudio Leonardi, presidente SIPaD: «Le nuove norme potrebbero inoltre indurre i pazienti a interrompere le terapie per timore di ripercussioni legali, con conseguenti peggioramenti clinici, aumento della loro sofferenza e incremento del rischio di una guida sotto l’effetto del dolore acuto, che risulta scientificamente provato essere più compromettente di un eventuale effetto psicotropo degli stessi oppiacei prescritti per lenire il dolore cronico».

«Riteniamo che la nuova normativa necessiti di criteri applicativi che non penalizzino chi segue in modo controllato le terapie prescritte», ribadisce Natoli.

Oltre alle implicazioni pratiche, è essenziale considerare l’evidenza scientifica sull’impatto reale di questi farmaci. «È importante sottolineare che i pazienti in terapia cronica con oppiacei a dose stabile e monitorata presentano alterazioni psicofisiche comparabili a quelle indotte da altre categorie di farmaci non incluse nella normativa, come alcuni di quelli usati per il dolore neuropatico – precisa Luca Miceli, membro della Sezione SIAARTI Dolore cronico -. La letteratura scientifica conferma che, quando assunti secondo prescrizione, questi farmaci non compromettono necessariamente la capacità di guida».

«In questo contesto – aggiunge il past president SIAARTI Antonino Giarratano -, la recente pubblicazione della linea guida sul ‘Buon uso dei farmaci oppiacei nella terapia del dolore croniconon da cancro dell’adulto’ rappresenta un importante strumento tecnico-scientifico. Frutto di una collaborazione multidisciplinare tra SIAARTI, SIMG e altre sei importanti società scientifiche e associazioni di pazienti, questo documento costituisce un punto di riferimento fondamentale per garantire l’appropriatezza prescrittiva e la sicurezza dei pazienti, promuovendo un uso responsabile dei farmaci oppiacei che bilanci efficacia terapeutica e minimizzazione dei rischi».

SIAARTI, AISD, SIPaD e SIMG offrono la propria collaborazione tecnico-scientifica alle istituzioni per l’elaborazione di regolamenti attuativi e normative secondarie che, nel rispetto della legge, stabiliscano i criteri per la valutazione dell’idoneità alla guida dei pazienti in terapia con oppiacei, assicurando un equilibrio tra sicurezza stradale e il diritto alle cure e all’accesso alla terapia del dolore sancito anche dalla legge 38/2010.

Endometriosi, i dati ISS: per oltre 134 mila donne tra 15 e 50 anni almeno un ricovero

Oltre 134 mila donne tra 15 e 50 anni sono state ricoverate almeno una volta per endometriosi negli ospedali italiani tra il 2011 e il 2020. Durante lo stesso decennio l’incidenza della malattia è stata pari a 0,839 per 1000, mostrando una tendenza alla diminuzione statisticamente significativa nel corso dello stesso periodo. I tassi più elevati di malattia sono registrati nelle regioni settentrionali, e tra 31 e i 35 anni (1,21 per 1000 a livello nazionale) con una tendenza simile in tutte le regioni.  In termini di prevalenza, sono stati stimati quasi 1.900.000 casi nel periodo 2011-2020, con un tasso di prevalenza di 14,0 per 1000 donne in età fertile.

Sono i dati sull’endometriosi – una  malattia cronica invalidante, con  un impatto notevole sulla qualità di vita delle donne che ne sono affette, in termini fisici, psicologici e sociali, portando in alcuni casi anche a subfertilità o infertilità – che sono stati presentati nel corso del workshop Valutazione di incidenza e prevalenza di endometriosi nella popolazione italiana e indagine su possibili ipotesi patogenetiche” il 2 dicembre all’ISS, ottenuti implementando un  modello di Registro epidemiologico nazionale sviluppato a partire dal lavoro svolto dall’IRCCS Burlo Garofolo per il registro epidemiologico del Friuli Venezia Giulia.

Il modello è basato su un algoritmo di individuazione dei casi, applicato dal Servizio di Statistica dell’ISS a partire dalle schede di dimissione ospedaliera fornite dal Ministero della Salute, costruito su una definizione stringente che si attiene alle linee guida internazionali, e che ha reso possibile stimare incidenza e prevalenza della malattia, descriverne le tendenze temporali e la distribuzione spaziale regionale e comunale.

Nel corso del workshop del 2 dicembre verranno presentati i risultati di due progetti finanziati dal Ministero della Salute nell’ambito della Ricerca Finalizzata 2018 e del Bando Endometriosi 2021 (“Prevalenza e distribuzione spaziale dell’endometriosi in Italia a partire dai dati amministrativi e da una ricerca attiva realizzata attraverso un processo di screening multistadio”-RF-2018-12367534; “Sviluppo di un registro epidemiologico nazionale sull’endometriosi basato su dati amministrativi e studio di ipotesi patogenetiche”-ENDO-2021-12371967). I due progetti sono stati coordinati dall’IRCCS Materno infantile Burlo Garofolo di Trieste e sono stati realizzati in collaborazione con il Servizio di Statistica dell’Istituto Superiore di Sanità, con l’Università di Firenze e con l’Azienda Sanitaria Locale di Taranto.

Nel Piano Nazionale della Cronicità 2024 tra le linee di intervento proposte vi è la creazione di registri su base regionale per il monitoraggio dell’epidemiologia dell’endometriosi, con l’obiettivo di migliorare la diagnosi precoce e il trattamento.

Da 7 a 10 anni per una diagnosi corretta

I risultati ottenuti sono probabilmente una sottostima visto che si è osservata la forma più grave di malattia, che richiede un’ospedalizzazione. Infatti l’endometriosi a causa della aspecificità dei sintomi risulta ancora difficile da identificare: prima di arrivare ad una corretta diagnosi passano in media dai 7 ai 10 anni dalla comparsa dei primi segnali.

Le aree a incidenza più alta

Durante il workshop verranno presentati anche approfondimenti relativi ad alcune aree ad alta incidenza nel nostro Paese: a partire dai casi incidenti sono state costruite delle mappe di distribuzione spaziale dei casi di endometriosi nelle Regioni Italiane usando i classici modelli per Disease Mapping: le Regioni nelle quali la malattia è più frequente sono Lombardia, il Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna.

L’esplorazione di una ipotesi ambientale

L’eziologia dell’endometriosi non è stata ancora definitivamente chiarita. Oltre a fattori già individuati, ci sono ipotesi di una possibile associazione tra l’insorgenza della malattia e l’esposizione a inquinanti ambientali. Tra questi, la letteratura scientifica sembra indicare un possibile contributo di alcune sostanze che si trovano in aree contaminate quali le diossine, i policlorobifenili (PCB) e metalli come  cadmio e piombo. Al momento, in collaborazione con il Dipartimento di Ambiente e salute dell’ISS, sono in corso analisi esplorative con l’obiettivo di individuare aree ad alta incidenza di endometriosi nelle quali effettuare studi eziologici di epidemiologia ambientale.

La malattia

L’endometriosi è riconosciuta come malattia cronica invalidante, ha un impatto notevole sulla qualità di vita delle donne che ne sono affette, sia in termini fisici che psicologici e sociali, portando in alcuni casi anche a sub-fertilità o infertilità. La patologia è dovuta alla presenza di endometrio (la mucosa che ricopre internamente l’utero) all’esterno dell’utero: sul peritoneo e sulla superficie degli organi pelvici, raramente su fegato, diaframma, pleura e polmone.

La Camera impegna il Governo a sostenere il settore delle terapie digitali

«Un altro, rilevante riconoscimento in ambito parlamentare dell’importanza e del ruolo che le terapie digitali (DTx) possono e devono svolgere nel futuro del sistema sanitario nazionale e un motivo di ulteriore incoraggiamento per il lavoro del nostro intergruppo». Con queste parole l’On Simona Loizzo, presidente dell’Intergruppo Parlamentare Sanità Digitale e Terapie Digitali, ha commentato l’Ordine del Giorno, approvato ieri dall’assemblea della Camera, che impegna il Governo a valutare l’opportunità di sostenere il settore delle terapie digitali e le iniziative imprenditoriali collegate a questo importante comparto, anche per il tramite delle risorse del Fondo per la ricerca e lo sviluppo industriale biomedico, in dotazione del Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Un atto che risponde alle molte attese manifestatesi nel corso dei lavori degli Stati Generali della Sanità Digitale e Terapie Digitali, iniziativa promossa nel settembre scorso dallo stesso Intergruppo Parlamentare in collaborazione con il Politecnico di Milano. Un evento nel corso del quale governo, politici, rappresentanti delle istituzioni scientifiche, dell’imprenditoria, del mondo universitario e di quello advocacy si sono confrontati per identificare una strategia comune capace di porre le terapie digitali e la sanità digitale al vertice dell’agenda politica del paese.

Tra gli ambiti di interesse strategico che possono rappresentare, in prospettiva, un motore per l’innovazione e una nuova opportunità per la competitività del Paese, le terapie digitali si pongono certamente ai primi posti e, come ebbe a dire il Ministro della Salute Schillaci in occasione della costituzione dell’Intergruppo Parlamentare Sanità Digitale e Terapie Digitali nel maggio del 2023,  «… sono parte fondamentale della medicina del Terzo Millennio». Queste terapie consentono interventi terapeutici per molte patologie grazie alla caratteristica di essere guidati da software basati su evidenze scientifiche frutto di sperimentazioni cliniche rigorose che, rendendo possibili percorsi di cura basati su interventi cognitivo-comportamentali personalizzati sui singoli pazienti, migliorano enormemente gli esiti clinici relativi ad un ampio spettro di patologie.

Secondo l’Osservatorio Life Science Innovation del Politecnico di Milano, sono 93 il numero di DTx attualmente disponibili in vari paesi (Germania, Francia, Regno Unito e USA) e le aree terapeutiche maggiormente interessate sono la psichiatria (37%), l’endocrinologia (14%), la reumatologia (10%), e l’oncologia (10%).

L’approvazione dell’Ordine del Giorno è stata favorevolmente commentata anche dal Politecnico di Milano che con Emanuele Lettieri, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Life Science Innovation del Politecnico, ha sottolineato: «…il lavoro che stiamo sviluppando in partnership con l’Intergruppo Parlamentare Sanità Digitale e Terapie Digitali, ha consentito nel corso degli Stati Generali di identificare un percorso fatto di regole, processi e sostegni pubblici che stanno progressivamente prendendo corpo. L’Ordine del Giorno approvato alla Camera rappresenta in questo senso un segnale molto significativo».

«…Un altro non trascurabile passo verso un quadro di provvidenze che progressivamente consentiranno alle Terapie Digitali di assumere un ruolo sempre più consistente e irrinunciabile nel Sistema Sanitario Nazionale», ha dichiarato il Sen. Franco Bruno, Presidente del Comitato Tecnico Scientifico dell’Intergruppo Parlamentare.

Opportunità e sfide dell’AI affrontate con entusiasmo al Secondo Annual Meeting SIAAM

0

La foresta di idee promessa dal titolo dell’evento è stata piantata: sabato pomeriggio nella cornice della LUISS a Milano al Secondo Annual Meeting SIIAM (la Società Italiana Intelligenza Artificiale in Medicina), tantissimi esperti si sono susseguiti sul palco, confrontandosi con la ricca (e giovane) platea. Una giornata piena di entusiasmo fin dall’inizio, quando il vicepresidente Francesco Andrea Causio ha ricordato al pubblico quanto sia importante continuare a divertirsi lavorando.

«Un nostro socio mi ha ringraziato, dicendo che da quando è iscritto alla nostra società scientifica ha ritrovato l’entusiasmo per il suo lavoro – ha raccontato in apertura il presidente SIIAM Luigi De Angelis – Come gruppo ci piacerebbe davvero dare a tutti questa possibilità ed oggi facciamo un passo in questa direzione».  

Cosa manca all’Italia

Affinché l’intelligenza artificiale sia realmente integrata in sanità, serve innanzitutto ricerca clinica: «Dobbiamo avere modelli più solidi dal punto di vista metodologico, abbandonando gli studi retrospettivi e concentrandoci su quelli prospettici – ha affermato Eugenio Santoro, Responsabile del Laboratorio di Informatica Medica all’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano -. Servono poi raccomandazioni e linee guida da parte di istituzioni e società scientifiche, perché le normative non bastano». E infine, la formazione: «Sono ancora tanti i medici che hanno una scarsa conoscenza dell’intelligenza artificiale», commenta il ricercatore.

Carlotta Cattaneo, Chief Innovation Officer CDS – La Tua Casa della Salute di Genova, ha evidenziato le difficoltà dell’integrazione tra pubblico e privato: «Dobbiamo seguire il principio della collaborative governance: il valore per il cittadino può essere creato dall’interazione tra pubblico e privato. Spesso si guarda con sospetto a questo tipo di collaborazione: è importante definire con attenzione il perimetro e le regole del gioco».

Per riuscirci, le sfide sono tante. E se attività come formazione, R&S e linee guida sono a bassa complessità, diverso è parlare di presa in carico del paziente a livello territoriale, la gestione pubblico-privata di strutture, reparti e ambulatori, oppure di piattaforme AI per la condivisione di dati. «Quando si parla di costruzione di percorsi integrati, la strada è ancora lunga – ha chiosato Cattaneo -. Le difficoltà principali sono la mancata capacità di costruire business model complessi e elaborare strategie di ritorno dell’investimento, la carenza di capacità manageriali e innovative, l’assunzione del rischio finanziario, che secondo me non dovrebbe essere in capo al solo privato, e la condivisione reale delle risorse».

Basta parlare di uomini versus macchine, iniziamo a pensare a cosa possono fare gli uomini con le macchine

Durante il Congresso è poi stato capovolto un paradigma: «Basta parlare di uomini versus macchine, iniziamo a pensare a cosa possono fare gli uomini con le macchine», ha affermato Paolo Soda, Ordinario di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni all’Università Campus Bio-Medico di Roma. Un esempio? La keayboard liberation: «Finora siamo abituati a un medico che trascrive quanto gli stiamo dicendo. L’intelligenza artificiale potrebbe essere utilizzata per trascrivere questo dialogo. Questo semplice cambiamento potrebbe cambiare radicalmente il rapproto medico-paziente: il camice bianco sarebbe infatti concentrato solo su di noi».

Il Large Language Model italiano

A fine novembre è stato presentato il primo LLM italiano: si chiama Minerva 7B ed è stato realizzato alla Sapienza di Roma. «Si tratta di un modello aperto, che rende cioè disponibili i dati utilizzati per l’addestramento, il modo con cui è stato costruito e il codice», ha ricordato Roberto Navigli, Ordinario del Dipartimento di Ingegneria Informatica dell’Università romana.

Oggi non sono in molti, i LLM aperti: i più famosi, come Claude, Gemini o ChatGPT sono chiusi, altri permettono invece di scaricare le matrici sottostanti la rete neurale, ma senza fornire la documentazione completa per replicare il processo e i dati utilizzati per l’addestramento. «Minerva invece è aperta, controllabile, perché è stata pre-addestrata da zero, quindi si può interveniere in ogni fase. È stata costruita su un insieme di 580mila informazioni su attività diverse ed è consapevole della sicurezza: abbiamo cercato di minimizzare la generazione di contenuti offensivi», ha proseguito Navigli.

Trattandosi di un LLM italiano e open sviluppato da un’istituzione pubblica, secondo gli esperti sarebbe importante preservare il know-how italiano, utilizzando Minerva per la Pubblica Amministrazione. «In ambito sanitario, si può usare come supporto alla prevenzione e alla diagnosi, ma anche per la formazione degli studenti di medicina e, in futuro, per attività a supporto della ricerca, come la sintesi automatica della letteratura scientifica o l’assistenza nella stesura dei protocolli di ricerca».

La regolamentazione dell’intelligenza artificiale

Da alcuni anni si discute su come riuscire a regolamentare una tecnologia così potente: se l’approccio statunitense punta al liberalismo spinto, l’Europa, più prudentemente, sta cercando di bilanciare la spinta all’innovazione con la tutela dei cittadini. «Sia l’IA ACT, sia la legge sullo spazio europeo dei dati sanitari attualmente in discussione vanno in questa direzione – ha puntualizzato Fidelia Cascini, docente di Igiene Generale e Applicata all’Università Cattolica del Sacro Cuore -. In questo momento in Europa abbiamo tante opportunità, ma anche molte protezioni che altrove non esistono».

«Spesso si pensa che gli aspetti normativi siano un ostacolo all’innovazione, ma se si guarda ai regolamenti europei, si nota che il legislatore per quanto riguarda la sanità digitale ha a cuore il mercato, il business e la crescita economica – ha proseguito Cascini -. Se in questo senso mi posso dire ottimista, non lo sono altrettanto per quanto riguarda l’uso secondario del dato sanitario, che servirà per la ricerca. Credo che in quest’ambito molto spetterà agli scienziati».

Luca Bolognini, Presidente dell’Istituto Italiano Privacy, ha acceso i riflettori sul tema della responsabilità: «Che cosa succederà al medico che andrà contro il parere dell’intelligenza artificiale, convinto a essere nel giusto ma sbagliando? Il principio dello human oversight, che prevede che sia il clinico ad avere l’ultima parola, è giusto, in astratto, ma dovremo capire come sarà interpretato dalla giurisprudenza. Davanti a un evento infausto il suo gesto sarà visto come un aggravante o un attenuante?».

Utilità dell’AI in sanità, oltre la “trappola” dell’hype

Come tutte le innovazioni, anche l’AI rischia di incorrere nella cosiddetta “trappola” dell’hype, che si verifica quando un’innovazione tecnologica viene circondata da aspettative irrealistiche, spesso alimentate da una promozione eccessiva. Questo entusiasmo può distogliere l’attenzione dalle sfide pratiche e dai bisogni reali, rallentando l’adozione consapevole della tecnologia e rischiando di generare delusioni quando i risultati non sono all’altezza delle promesse. Come si può aggirare questo rischio?

Una prima risposta sta nella conoscenza dell’AI e nella valutazione accurata della sua utilità eventuale in campo medico. Sottolinea Patrizio Armeni (SDA Bocconi): «Di fronte a queste sfide, partire dai bisogni concreti degli operatori sanitari è fondamentale per identificare le reali difficoltà operative e valutare se e in che modo l’intelligenza artificiale possa fornire un contributo significativo. Non si tratta di proporre soluzioni preconfezionate, ma di comprendere a fondo i problemi che i medici e altri professionisti affrontano nel loro lavoro quotidiano. L’ascolto attivo e il dialogo con i professionisti sanitari rappresentano un passaggio essenziale: occorre indagare non solo ciò di cui hanno bisogno, ma anche il modo in cui una tecnologia come l’AI può inserirsi nei loro processi, senza appesantirli o introdurre complessità inutili. Questo approccio consente di verificare l’effettiva utilità delle soluzioni proposte, garantendo che siano in linea con le esigenze cliniche e organizzative reali».

Non si tratta di proporre soluzioni preconfezionate, ma di comprendere a fondo i problemi che i medici e altri professionisti affrontano nel loro lavoro quotidiano

La valutazione delle possibili soluzioni di AI in sanità deve poggiare anche sulle analisi di Health Technology Assessment (HTA). Sul punto, rispondendo alle numerose domande dei partecipanti al meeting, il presidente della Società Italiana di HTA (SiHTA), Giandomenico Nollo, ha sollecitato la collaborazione tra medici ed esperti di HTA, per integrare al meglio l’aspetto clinico nei processi decisionali, valutandone l’impatto su pazienti, medici, liste d’attesa e possibilità diagnostiche. Inoltre ha chiarito: «L’avanzare dell’AI non implica la scomparsa delle professioni mediche, bensì una loro trasformazione. Per affrontare questo cambiamento, è necessario sviluppare percorsi di formazione dedicati all’interazione tra medico e macchina, preparandoli a nuove modalità di lavoro».

Cruciale la formazione anche per Margherita Daverio (Università LUMSA, Palermo), che ha concluso il meeting riportando l’attenzione sui Large Language Models e sulla loro integrazione nella cura, sottolineando le nuove sfide etiche: «È necessario comprendere come gli LLMs prendono le decisioni per rispondere alle domande degli utenti, per un uso appropriato nella relazione medico-paziente, informazione e comunicazione, per evitare il fenomeno dell’automation bias (ossia la tendenza a fidarsi ciecamente delle decisioni proposte da sistemi automatizzati), e coinvolgere ed educare i pazienti che potrebbero interagire con i LLMs, fornendo loro strumenti per un uso consapevole. Infine, è fondamentale affrontare le sfide legate alla cybersicurezza, assicurando la protezione dei dati sensibili e il rispetto della privacy».

World Aids Day: quasi 7mila chiamate al numero verde Iss

Nel 2024 sono state quasi 7mila le telefonate arrivate al Telefono Verde Aids e Infezioni Sessualmente Trasmesse – 800861061 dell’Istituto Superiore di Sanità, in prevalenza da giovani tra 20 e 39 anni. Tra coloro che chiamano lo stigma correlato all’Hiv è ancora forte e molto temuto nelle relazioni interpersonali. I dati, pubblicati in vista della Giornata Mondiale di lotta contro l’Aids del 1° dicembre, vengono dal Servizio Nazionale gestito dall’Iss: il Telefono Verde, anonimo e gratuito, è attivo dal lunedì al venerdì, ed effettuerà un’apertura straordinaria proprio domenica 1° dicembre dalle 13:00 alle 18:00. Sempre domenica la facciata dell’edificio dell’Iss si illuminerà di rosso a testimonianza dell’impegno dell’Istituto per la sensibilizzazione su questo tema.
Quest’anno, oltre al resoconto annuale sulle chiamate, gli esperti del Telefono Verde hanno svolto la Survey Accesso ai Test per le IST e l’HIV con l’obiettivo di rilevare i fattori facilitanti e gli eventuali fattori ostacolanti l’accesso alle strutture impegnate nella diagnosi dell’HIV e delle altre Infezioni Sessualmente Trasmesse.

Il counselling telefonico

Dal 1 gennaio al 25 novembre 2024 sono pervenute al TV AIDS e IST 6.747 telefonate, effettuate per il 85,05% da uomini. Hanno telefonato nella quasi totalità italiani. L’età delle persone utenti si colloca prioritariamente nella fascia compresa tra i 20 e i 39 anni (62,22%). Le aree geografiche di provenienza delle telefonate sono nell’ordine: Nord (47,6%), Centro (28,8%), Sud (16,9%), e Isole (6,5%).  
Nel 57,9% delle telefonate, le persone utenti hanno riportato di aver avuto rapporti eterosessuali mentre nel 26,6% non emerge alcun fattore di rischio per Hiv e per le altre Ist. Nelle telefonate pervenute da gennaio a novembre 2024 è stato rilevato che il test HIV è stato effettuato almeno una volta nel 26,7% dei casi e più volte nel 32,4%. In un terzo degli interventi di counselling il tema centrale rimane le modalità di accesso ai Centri diagnostico-clinici per l’esecuzione del test HIV.

La survey 

L’indagine è stata somministrata a 240 persone utenti afferenti per la prima volta al Servizio con un breve questionario anonimo, nell’88,8% dei casi di sesso maschile. L’età mediana è di 34 anni. Una percentuale di rispondenti pari all’82,2% ha eseguito almeno una volta il test dell’Hiv, in Centri pubblici per il 51,5% dei casi ed in strutture private per il 37,9%, mentre rimane residuale la proporzione di coloro i quali hanno avuto accesso al test acquistandolo in farmacia, accedendo ad un Checkpoint community-based o in occasioni di iniziative di promozione in piazza. Alla domanda se una diagnosi di HIV determini difficoltà nelle relazioni sociali e affettive una netta maggioranza di utenti ha risposto in senso affermativo (86%), evidenziando come lo stigma HIV correlato sia ancora forte e molto temuto nelle relazioni interpersonali. Vi è, inoltre, la diffusa convinzione da parte degli intervistati che le persone che vivono con l’HIV siano discriminate dalla società in misura nettamente maggiore (66,5%) rispetto a chi abbia contratto altre infezioni sessualmente trasmesse (1,6%). Anche la possibilità di parlare, sia in ambito familiare, sia in ambito amicale, di un’eventuale infezione da HIV rappresenta fonte di sensibile disagio (69%).

Il Telefono Verde

Il Telefono Verde AIDS e Infezioni Sessualmente Trasmesse –  800 861 061 (TV AIDS e IST) dell’Istituto Superiore di Sanità, anonimo e gratuito, istituito nel 1987 si colloca all’interno dell’Unità Operativa Ricerca psico-socio-comportamentale, Comunicazione, Formazione del Dipartimento Malattie Infettive.
Il Servizio nazionale è attivo dal lunedì al venerdì, dalle 13.00 alle 18.00 e fornisce risposte personalizzate supportate da solide basi scientifiche per la prevenzione dell’HIV, dell’AIDS e delle altre IST.
Nel corso degli anni il TV AIDS e IST ha attuato un rigoroso intervento di prevenzione primaria e secondaria dell’HIV, dell’AIDS e delle IST, rispondendo anche a nuovi bisogni informativi, come quelli emersi a seguito di differenti emergenze sanitarie (da ultimo COVID-19 e da MPox).
Attività corrente e capillare è quella dell’aggiornamento dei Centri diagnostico-clinici per l’effettuazione del test HIV e degli esami per tutte le IST, presenti sull’intero territorio italiano, con una banca dati di 640 Centri completata a novembre 2024.
La presenza, presso il TV AIDS e IST, di un consulente in materia legale consente, altresì, di affrontare tematiche legate alla tutela della privacy e a situazioni di fragilità e marginalità sociale (tossicodipendenza, clandestinità, discriminazione e stigma per orientamento sessuale).
Inoltre, l’attività del  TV AIDS e IST è interconnessa con:
– il  Sito Uniti contro l’AIDS [ link: www.uniticontrolaids.it ] impegnato nella diffusione di informazioni scientifiche mediante la comunicazione online;
– la ReTe AIDS, network Servizi di HIV/AIDS/IST counselling telefonico, presenti in differenti aree regionali italiane;
– il Servizio email tvalis@iss.it dedicato esclusivamente alle persone sorde;
– il contatto Skype  “uniticontrolaids”, che consente di raggiungere persone utenti fuori dai confini nazionali.