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Morbillo, è allarme. Appello Unicef: «Crollate le vaccinazioni, bambini a rischio»

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«Il morbillo è incredibilmente contagioso e può avere un effetto devastante sulla salute dei bambini. L’impennata dei casi di morbillo in Europa e Asia centrale è il risultato del crollo dei tassi di vaccinazione dovuto a vari fattori, come l’interruzione dei servizi sanitari, l’indebolimento dei sistemi di assistenza sanitaria primaria e l’aumento della disinformazione sulle vaccinazioni».

Sono allarmate le parole che usa Fatima Čengić, specialista in immunizzazione dell’Ufficio Regionale Unicef della divisione Europa e Asia Centrale, parlando con TrendSanità.

In parte la domanda è diminuita per colpa della disinformazione, dell’infodemia e della sfiducia generate dall’epidemia di Covid-19

La situazione di cui parla la dottoressa Cengic è evidenziata da dati significativi che mostrano una crescita costante dei contagi negli ultimi anni. È stata propria l’Unicef a lanciare un appello a livello internazionale, facendo sapere che tra gennaio e l’inizio di dicembre 2023 sono stati confermati 30.601 casi di morbillo in Europa e Asia centrale, rispetto ai 909 del 2022. Un aumento del 3.266 per cento. A questo si aggiunge il dato italiano. Nei primi 3 mesi del 2024 sono stati 213 i casi di morbillo in Italia, l’85% dei quali confermati. Trentaquattro infezioni sono state notificate a gennaio, 93 a febbraio e 86 a marzo. Quasi 9 contagiati su 10 (88,2%) non erano vaccinati. È quanto indica l’Istituto Superiore di Sanità nell’ultimo bollettino curato dalla sorveglianza epidemiologica nazionale su morbillo e rosolia.

Cos’è il morbillo e perché è ancora pericoloso

Il morbillo è una malattia infettiva esantematica acuta, causata da un virus a Rna del genere morbillivirus, di cui esiste un unico sierotipo. Diffuso in tutto il mondo, l’unico ospite naturale del virus è l’uomo.

In Italia la vaccinazione è obbligatoria, salvo controindicazioni in casi di deficit immunitario. Il vaccino appartiene alla classe dei sieri vaccinali vivi attenuati ed esiste sotto forma di un complesso vaccinale contro morbillo, parotite e rosolia (Mpr). Una prima dose del Mpr è consigliata prima del ventiquattresimo mese di vita, preferibilmente al dodicesimo al quindicesimo mese, con un richiamo fra i 5 e i 6 anni o fra gli 11 e i 12 anni. La profilassi è iniziata negli anni Sessanta: prima della vaccinazione di massa ogni due o tre anni si verificavano epidemie che causavano nel mondo circa 2,6 milioni di morti ogni anno.

Grazie alla vaccinazione, la mortalità di questo virus aveva registrato una significativa riduzione di casi. Tuttavia, resta un’importante causa di morbilità se si pensa che solo due anni fa, nel 2022, di morbillo sono morte nel Mondo oltre 136mila persone, per lo più bambini di età inferiore ai cinque anni. La maggior parte dei decessi avviene da anni nei Paesi in via di sviluppo, ma i casi stanno aumentando in maniera significativa e preoccupante anche in Europa e Stati Uniti.

Fatima Čengić

Fra le conseguenze più devastanti di questo virus c’è il crollo delle difese immunitarie, soprattutto nei bambini. L’indebolimento duraturo del sistema immunitario rende più vulnerabili ad altre malattie infettive, tra cui la polmonite. Ad oggi in testa alle classifiche per l’aumento dei casi c’è il Kazakistan, con 69 casi per 100 mila abitanti. Al secondo posto arriva il Kirghizistan, con 58 casi ogni 100 mila abitanti. Nel dicembre 2023 la Romania ha vissuto un’epidemia nazionale di morbillo con un tasso di 9,6 casi per 100 mila abitanti, per un totale di 1.855 casi.

«Esortiamo tutti i Paesi dell’Europa e dell’Asia Centrale a identificare e raggiungere immediatamente tutti i bambini con il vaccino contro il morbillo – spiega Čengić a TrendSanità –, soprattutto quelli che hanno saltato le vaccinazioni».

Il crollo della copertura vaccinale: sfiducia e mancanza di risorse

L’Unicef ha chiesto alle nazioni coinvolte urgenti misure di salute pubblica per i possibili effetti di una rapida diffusione del morbillo. Le stime parlano di circa 931mila bambini in Europa e Asia Centrale che non hanno ricevuto interamente o parzialmente i vaccini di routine fra il 2019 e il 2021. Il tasso di vaccinazione della prima dose contro il morbillo è diminuito del 96 per cento nel 2019 e del 93 per cento nel 2022, causando una reazione a catena che, come ha dichiarato di recente Regina De Dominicis, Direttrice regionale dell’Unicef per l’Europa e l’Asia centrale, «richiede un’attenzione urgente e misure di salute pubblica per proteggere i bambini da questa malattia pericolosa e mortale».

Il tasso di vaccinazione della prima dose contro il morbillo è diminuito del 96 per cento nel 2019 e del 93 per cento nel 2022

In parte la domanda è diminuita per colpa della disinformazione, dell’infodemia e della sfiducia generate dall’epidemia di Covid-19. In parte per colpa dell’interruzione di alcuni servizi sanitari e di assistenza primaria durante la pandemia. Nonostante i dati incontrovertibili forniti dalla scienza, la vaccinazione continua ad essere oggetto di contesa politica e questo sembra essere un preciso effetto della pandemia. Il New York Times ha riportato che, in un sondaggio svolto fra la popolazione americana nel 2023, solo poco più della metà dei repubblicani avrebbe affermato che le scuole pubbliche dovrebbero richiedere la vaccinazione contro il morbillo, rispetto a circa l’80 per cento di risposte affermative in tal senso date prima della pandemia dalla stessa categoria di elettori. Restava invariato invece il sostegno ai vaccini dato degli elettori democratici.

L’aumento dei casi prima del Covid

Pare fondamentale notare come l’aumento dei casi di morbillo aveva interessato alcuni Paesi già prima del Covid. Sempre secondo dati Unicef, fra il 2017 e il 2018, negli Stati Uniti, il numero di casi sarebbe aumentato di sei volte, raggiungendo quota 791. Le nuove epidemie interessano quindi sia i Paesi in via di sviluppo, che quelli sviluppati.

La problematica è stata portata all’attenzione dell’opinione pubblica anche da un reportage, che ha raccontato come i casi di morbillo del 2024 negli USA abbiano già superato i 58 casi registrati in tutto il 2023. I centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) stanno consigliando a medici e a operatori sanitari di assicurarsi che i pazienti non vaccinati, soprattutto quelli che fanno viaggi internazionali, siano aggiornati sulle loro vaccinazioni. Oggi i bambini americani devono essere immunizzati per frequentare la scuola. La maggior parte delle infezioni è quindi dovuta a viaggiatori non vaccinati. In vista dei viaggi primaverili le autorità si aspettano nuovi casi, considerando che il morbillo è una delle malattie più contagiose e che ogni persona infetta statisticamente diffonde il virus ad altre 18 persone. Il virus sopravvive nell’ambiente fino a due ore dopo che una persona infetta ha lasciato la stanza.

Disforia di genere, relazione del Ministero consegnata: esame nei prossimi giorni 

La relazione sull’ispezione del 23 e 24 gennaio 2024 all’azienda ospedaliero-universitaria di Careggi, decisa dal Ministero della salute, è arrivata. La documentazione ufficiale sul percorso di presa in carico e gestione dei pazienti in età evolutiva con disforia e incongruenza di genere è stata consegnata nel pomeriggio di lunedì 8 aprile. 

«Confermiamo quanto già espresso nei giorni scorsi – commentano il presidente della Toscana Eugenio Giani e l’assessore al diritto alla salute Simone Bezzini –. Rimane il disappunto per l’anticipazione di alcuni contenuti della relazione prima ancora che venisse consegnata alla Regione: un gesto che rappresenta un vulnus istituzionale e che ha alimentato un dibattito pubblico fuorviante e strumentale. Da una prima lettura sommaria – continuano –  sembrano emergere indicazioni tese al miglioramento di alcune attività del Centro per l’incongruenza e disforia di genere di Careggi, i cui capisaldi fondamentali tuttavia non appaiono messi in discussione». 

«La relazione sull’esito dell’ispezione all’ospedale Careggi di Firenze e le relative azioni di miglioramento chieste dal Ministero della Salute sono state trasmesse alla Regione Toscana mercoledì scorso e di questo gli uffici regionali erano stati regolarmente avvisati – controbatte Americo Cicchetti, direttore generale della programmazione sanitaria del Ministero della Salute -. Data la delicatezza della questione, si è proceduto con invio tramite raccomandata e protocollo riservato. Non c’è stata alcuna violazione della prassi istituzionale poiché la risposta all’interrogazione del senatore Gasparri non contiene l’analisi di tutte le criticità e le azioni di miglioramento richieste che, come detto, sono state inviate secondo le regole e le norme che sottendono alla privacy e alle comunicazioni tra istituzioni».

Nei prossimi giorni la Direzione sanità, welfare e coesione sociale della Regione, insieme alla direzione di Careggi, al Centro di coordinamento regionale per le problematiche sanitarie relative all’identità di genere (Crig) e al Centro regionale per il rischio clinico,  approfondirà i contenuti della relazione e risponderà alle indicazioni del Ministero.

«Seguiremo l’iter definito dal Ministero della salute contenuto nella relazione con il consueto spirito di leale collaborazione istituzionale – chiudono Giani e Bezzini –, ci impegneremo per pianificare le azioni necessarie e su questo a dare un riscontro al Ministero entro trenta giorni, per poi informare lo stesso dicastero sullo stato di avanzamento entro novanta giorni dalla ricezione, così come previsto dalla relazione».

Dove siamo? La ricerca sulle pratiche tra Cultura e Salute nel Nord Ovest si aggiorna

La Fondazione Compagnia di San Paolo – con CCW – Cultural Welfare Center ETS, in collaborazione con DoRS | Centro regionale di Documentazione per la Promozione della Salute Regione Piemonte, Fondazione Medicina a Misura di Donna e Osservatorio Culturale del Piemonte – ha avviato una nuova mappatura delle progettualità che si fondano sulle pratiche artistiche e culturali che negli ultimi cinque anni hanno animato il territorio della macro-regione del Nord Ovest: Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta.  

Per un aggiornamento sui temi della mappatura vi invitiamo a partecipare al webinar “Dove siamo? La ricerca sulle pratiche tra Cultura e Salute nel Nord Ovest si aggiorna | Edizione 2024mercoledì 10 aprile dalle ore 16 alle ore 18 ­

Per iscrizioni: https://streamyard.com/watch/GMXzDQQm77pA

Interverranno:

  • Sandra Aloia (Responsabile programma Well Impact – Missione Partecipazione Attiva, Obiettivo Cultura della Fondazione Compagnia di San Paolo)
  • Annalisa Cicerchia, Luca Dal Pozzolo, Alessandra Rossi Ghiglione, Pier Luigi Sacco, Catterina Seia (CCW – Cultural Welfare Center)
  • Chiara Benedetto (Presidente Fondazione Medicina a Misura di Donna)
  • Ilaria Lega (Primo ricercatore ISS – Istituto Superiore di Sanità)
  • Antonella Bena (Direttrice DoRS Piemonte)

Nel corso dell’incontro verranno presentati la traduzione in lingua italiana del manuale di prescrizione sociale (OMS, 2022) e il magazine tematico di Economia della Cultura dedicato a Cultura, Ben-Essere e Salute, curati da CCW con i partner.

Compilando entro il 15 maggio 2024 il questionario accessibile cliccando qui è possibile partecipare alla mappatura delle pratiche di Cultura e Salute nel Nord Ovest

Antitrust: chiusa indagine conoscitiva su apparecchi acustici e inviata segnalazione a Parlamento

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha concluso l’indagine conoscitiva, avviata a settembre 2023, dedicata agli apparecchi acustici. Sono almeno 7 milioni gli italiani che soffrono di problemi di udito e di questi circa 2,5 milioni già utilizzano apparecchi acustici. Rispetto ad altri Paesi comparabili, come la Francia, in Italia il prezzo medio per singolo dispositivo (compreso tra 1.500 e 2.100 euro) risulta superiore e con minori sostegni pubblici all’acquisto.

L’indagine ha rilevato una scarsa trasparenza delle condizioni commerciali praticate al pubblico: i consumatori hanno difficoltà nell’ottenere informazioni chiare sia di tipo tecnico sia sul prezzo dell’apparecchio e dei servizi connessi, di solito venduti abbinati e senza alcuna distinzione. I servizi rappresentano la spesa principale nel pacchetto, fatto che però non viene percepito dai consumatori. L’Autorità ha pertanto segnalato a Parlamento, ministero della Salute, ministero dell’Economia, Agenas, Regioni e Province Autonome l’opportunità di garantire, anche attraverso interventi di tipo normativo-regolatorio, una chiara e distinta indicazione al pubblico del prezzo del dispositivo rispetto a quello dei relativi servizi offerti all’utilizzatore.


Per quanto riguarda gli apparecchi acustici forniti dal Servizio Sanitario Nazionale, dall’indagine sono emerse gravi difficoltà nelle procedure di acquisto pubblico, dovute a una normativa poco chiara che ha pregiudicato l’effettiva attuazione dei livelli essenziali di assistenza, oltre alla forte opposizione dei principali operatori commerciali. A fronte della possibilità che le forniture pubbliche tornino a un regime “a tariffa” – sulla base di modifiche legate all’entrata in vigore del nuovo nomenclatore tariffario dell’assistenza protesica -, l’Autorità ritiene che, a garanzia dell’efficienza della spesa pubblica e in un’ottica di rafforzamento dei meccanismi concorrenziali, le amministrazioni interessate possano svolgere gare.

L’Antitrust ha anche sottolineato che è opportuno assegnare l’importo del rimborso direttamente all’assistito attraverso l’introduzione di un “voucher” o “buono-udito”, per sostenere una concorrenza tra fornitori di prodotti e di servizi che consenta di accedere a un’offerta appropriata e tecnologicamente aggiornata.

GIMBE, spesa sanitaria delle famiglie: nel 2022 spesi 64 euro in più rispetto all’anno precedente

Nel 2022 la spesa sanitaria out-of-pocket, ovvero quella sostenuta direttamente dalle famiglie, ammonta a quasi 37 miliardi di euro: in quell’anno oltre 25,2 milioni di famiglie italiane in media hanno speso per la salute 1.362 euro, oltre 64 euro in più rispetto al 2021. «Considerato il rilevante impatto sui bilanci familiari della spesa sanitaria out-of-pocket – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – e tenuto conto di un contesto caratterizzato dalla grave crisi di sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e dall’aumento della povertà assoluta, abbiamo analizzato vari indicatori per misurare le dimensioni di questo preoccupante fenomeno, utilizzando esclusivamente i dati pubblicati da ISTAT. L’obiettivo è quello di fornire una base oggettiva per il dibattito pubblico e le decisioni politiche, oltre che prevenire strumentalizzazioni basate sull’enfasi posta su singoli dati».

Spesa sanitaria out-of-pocket

Secondo il sistema dei conti ISTAT-SHA, nel 2022 (ultimo anno disponibile) la spesa sanitaria totale in Italia ammonta a 171.867 milioni di euro: 130.364 milioni di euro di spesa pubblica (75,9%) e 41.503 milioni di euro di spesa privata, di cui 36.835 milioni (21,4%) out-of-pocket e 4.668 milioni (2,7%) intermediata da fondi sanitari e assicurazioni (figura 1).

«Se da un lato la spesa out-of-pocket supera la soglia del 15% – commenta il Presidente – concretizzando di fatto, secondo i parametri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, un sistema sanitario misto, va rilevato che quasi l’89% della spesa privata è a carico delle famiglie». Complessivamente, nel periodo 2012-2022 la spesa out-of-pocket è aumentata in media dell’1,6% annuo, per un totale di 5.326 milioni di euro in 10 anni (figura 2).

«Un dato – spiega il Presidente – che documenta solo in parte l’impatto del progressivo indebolimento del SSN, perché non tiene conto di altri indicatori. Infatti, la limitazione delle spese per la salute, l’indisponibilità economica temporanea e, soprattutto, la rinuncia alle cure sono fenomeni che, pur non aumentando la spesa out-of-pocket, contribuiscono a peggiorare la salute delle persone».

Impatto della spesa per la salute sulle famiglie

Secondo l’indagine ISTAT sui consumi delle famiglie, nel 2022 la media nazionale delle spese per la salute è pari a 1.362,24 euro a famiglia, in aumento rispetto ai 1.298,04 euro del 2021.

«Ad eccezione del Nord-Ovest – spiega il Presidente – dove si registra una lieve riduzione, l’aumento delle spese per la salute nel 2022 riguarda tutte le macro-aree del Paese: in particolare al Centro e al Sud si registrano aumenti di oltre € 100 a famiglia» (tabella 1).

I dati regionali restituiscono, invece, un quadro molto eterogeneo. In dettaglio, dal 2021 al 2022 i maggiori incrementi si rilevano in Puglia con +26,1% (910,20 euro vs 1.147,80 euro) e in Toscana con +19,3% (1.178,40 euro vs 1.405,92 euro). Altre Regioni, invece, hanno registrato una diminuzione dal 2021 al 2022: la Valle d’Aosta del 24,3% (1.834,08 euro vs 1.387,56 euro) e la Calabria che segna un -15,3% (1.060,92 euro vs 899,04 euro) (tabella 2).

«L’interpretazione dei dati regionali – spiega Cartabellotta – non è univoca perché la spesa delle famiglie per la salute è influenzata da numerose variabili: la qualità e l’accessibilità dei servizi sanitari pubblici, la capacità di spesa delle famiglie, il consumismo sanitario e, in misura minore, l’eventuale rimborso della spesa da parte di assicurazioni e fondi sanitari».

Ad esempio, il fatto che nel 2022 la spesa per la salute delle famiglie calabresi e marchigiane rimanga al di sotto di 1.000 euro è verosimilmente imputabile a motivazioni differenti. Analogamente, nelle prime posizioni per spesa delle famiglie si collocano le Regioni più ricche o con più elevata qualità dei servizi sanitari, documentando, aggiunge il Presidente «che la spesa out-of-pocket non è un indicatore affidabile per valutare la riduzione delle tutele pubbliche; di conseguenza, lasciare che il dibattito pubblico si concentri solo su questo dato restituisce un quadro distorto della realtà, sia perché alcune famiglie spendono per servizi e prestazioni inutili, sia perché altre non riescono a spendere per bisogni reali di salute a causa di difficoltà economiche».

Limitazione delle spese per la salute

Secondo i dati ISTAT sul cambiamento delle abitudini di spesa nel 2022 il 16,7% delle famiglie dichiarano di avere limitato la spesa per visite mediche e accertamenti periodici preventivi in quantità o qualità. Se il Nord-Est (10,6%), il Nord-Ovest (12,8%) e il Centro (14,6%) si trovano sotto la media nazionale, tutto il Mezzogiorno si colloca al di sopra: di poco le Isole (18,5%), di oltre 10 punti percentuali il Sud (28,7%), in pratica più di 1 famiglia su 4 (figura 3). 

«Un cambiamento nelle abitudini di spesa – commenta Cartabellotta – che ovviamente argina la spesa out-of-pocket: infatti, proiettando sulla popolazione i dati dell’indagine campionaria ISTAT, sarebbero oltre 4,2 milioni le famiglie che nel 2022 hanno limitato le spesa per la salute».

Indisponibilità economiche temporanee delle spese per la salute

Risultati sovrapponibili, seppur in percentuali ridotte, vengono restituiti dall’indagine ISTAT sulle condizioni di vita. Il 4,2% delle famiglie dichiara di non disporre di soldi in alcuni periodi dell’anno per far fronte a spese relative alle malattie. Sono al di sotto della media nazionale il Nord-Est (2%), il Centro (3,1%) e il Nord-Ovest (3,2%), mentre il Mezzogiorno si colloca al di sopra della media nazionale: rispettivamente le Isole al 5,3% e il Sud all’8%, un dato quasi doppio rispetto alla media nazionale (figura 4). 

«Anche questo fenomeno – spiega il Presidente – contribuisce a contenere la spesa out-of-pocket: infatti, proiettando sulla popolazione i dati dell’indagine campionaria ISTAT, oltre 1 milione di famiglie in alcuni periodi del 2022 non sono riuscite a fronteggiare le spese per la salute per indisponibilità economica».

Rinunce a prestazioni sanitarie

I dati forniti dal Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES) 2022, realizzato in collaborazione tra ISTAT e CNEL documentano che la percentuale di persone che rinunciano a prestazioni sanitarie – dopo i dati drammatici del periodo pandemico (9,6% nel 2020 e 11,1% nel 2021) – nel 2022 si è attestata al 7%, percentuale comunque maggiore a quella pre-pandemica del 2019 (6,3%).

Si tratta di oltre 4,13 milioni di persone che, secondo la definizione ISTAT, spiega Cartabellotta «dichiarano di aver rinunciato nell’ultimo anno a visite specialistiche o esami diagnostici pur avendone bisogno, per uno o più motivi: problemi economici (impossibilità di pagare, costo eccessivo), difficoltà di accesso (struttura lontana, mancanza di trasporti, orari scomodi), lunghi tempi di attesa».

In particolare, nel 2022 ha rinunciato alle cure per motivi economici il 3,2% della popolazione, ovvero quasi 1,9 milioni di persone. «In ogni caso dal 2018 – commenta Cartabellotta – fatta eccezione per il biennio 2020-2021, la percentuale di persone che hanno rinunciato alle cure rimane sostanzialmente stabile, anche se le motivazioni possono mutare negli anni».

La distribuzione per aree geografiche non documenta grandi differenze rispetto alla media nazionale, dimostrando che si tratta di un problema diffuso: Nord-Ovest 7,5%, Nord-Est 6,4%, Centro 7%, Sud 6,2%, Isole 8,5%. Anche a livello regionale le differenze sono modeste, fatta eccezione per i dati estremi non sempre di facile interpretazione: da un lato Sardegna (12,3%) e Piemonte (9,6%), dall’altro la Provincia Autonoma di Bolzano e la Campania (4,7%). (figura 5).

Povertà assoluta

«L’impatto sulla salute individuale e collettiva dell’indebolimento della sanità pubblica – afferma Cartabellotta – non può limitarsi a valutare gli indicatori relativi alla spesa delle famiglie, ma deve anche considerare il livello di povertà assoluta della popolazione». Secondo le statistiche ISTAT sulla povertà, tra il 2021 e il 2022 l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie in Italia – ovvero il rapporto tra le famiglie con spesa sotto la soglia di povertà e il totale delle famiglie residenti – è salita dal 7,7% al 8,3%, ovvero quasi 2,1 milioni di famiglie.

Il Nord-Est ha registrato l’incremento più significativo, passando dal 7,1% al 7,9%, seguito dal Sud con un aumento dal 10,5% all’11,2% e dalle Isole con un incremento dal 9,2% al 9,8%. Anche se il Nord-Ovest e il Centro hanno registrato un aumento più contenuto (0,4%), il fenomeno della povertà assoluta è diffuso su tutto il territorio nazionale (tabella 3).

E le stime preliminari ISTAT per l’anno 2023 documentano un ulteriore incremento della povertà assoluta delle famiglie: dall’8,3% all’8,5%. «È evidente – commenta Cartabellotta – che l’aumento del numero di famiglie che vivono sotto la soglia della povertà assoluta avrà un impatto residuale sulla spesa out-of-pocket, ma aumenterà la rinuncia alle cure, condizionando il peggioramento della salute e la riduzione dell’aspettativa di vita delle persone più povere del Paese».

«Dalle nostre analisi – conclude Cartabellotta – emergono tre considerazioni. Innanzitutto l’entità della spesa out-of-pocket, seppur in lieve e costante aumento, sottostima le mancate tutele pubbliche perché viene arginata da fenomeni conseguenti alle difficoltà economiche delle famiglie: la limitazione delle spese per la salute, l’indisponibilità economica temporanea e la rinuncia alle cure. In secondo luogo, questi fenomeni sono molto più frequenti nelle Regioni del Mezzogiorno, proprio quelle dove l’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza è inadeguata: di conseguenza, l’insufficiente offerta pubblica di servizi sanitari associata alla minore capacità di spesa delle famiglie del Sud condiziona negativamente lo stato di salute e l’aspettativa di vita alla nascita, un indicatore che vede tutte le Regioni del Mezzogiorno al di sotto della media nazionale. Infine, lo status di povertà assoluta che coinvolge oggi più di due milioni di famiglie richiede urgenti politiche di contrasto alla povertà, non solo per garantire un tenore di vita dignitoso a tutte le persone, ma anche perché le diseguaglianze sociali nell’accesso alle cure e l’impossibilità di far fronte ai bisogni di salute con risorse proprie rischiano di compromettere la salute e la vita dei più poveri, in particolare nel Mezzogiorno. Dove l’impatto sanitario, economico e sociale senza precedenti rischia di peggiorare ulteriormente con l’autonomia differenziata».

Garattini: «Assicurazioni e intramoenia fonti di diseguaglianza. Ecco tre ricette per salvare il Servizio Sanitario Nazionale»

Silvio Garattini

Il nostro servizio sanitario nazionale quest’anno compie 45 anni, ma non ce la fa più. E non è colpa sua: «I costi dell’evoluzione tecnologica, i radicali mutamenti epidemiologici e demografici e le difficoltà della finanza pubblica hanno reso fortemente sottofinanziato il SSN, al quale nel 2025 sarà destinato il 6,2% del Pil, cifra molto distante dal livello degli standard dei Paesi europei avanzati che ammonta all’8% del Pil». «È necessario un piano straordinario di finanziamento» poiché «la spesa sanitaria in Italia non è in grado di assicurare compiutamente il rispetto dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e l’autonomia differenziata rischia di ampliare il divario tra Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla salute». Con questo appello-denuncia 14 scienziati hanno firmato un documento in 10 punti dal titolo “Non possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico”.

Tra i 14 firmatari spiccano il Premio Nobel Giorgio Parisi, l’immunologo Alberto Mantovani e il presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli, e con loro anche il farmacologo Silvio Garattini, fondatore e presidente dell’Istituto Mario Negri, che TrendSanità ha intervistato proprio su queste tematiche.

Un problema che si accoda e che si ripercuote sulle liste d’attesa è anche l’ipermedicalizzazione.  Il tema dei ‘troppi esami diagnostici’ eseguiti più volte, si riversa sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale?

«Sì e in due modi – risponde Garattini –. Il primo problema è rappresentato dalle liste d’attesa che rappresentano prima di tutto un aspetto della disuguaglianza nella disponibilità del Servizio Sanitario Nazionale perché, quando una persona chiede di poter fare un determinato esame e si sente dire che bisogna aspettare sei o sette mesi, ma a pagamento si può fare dopo pochi giorni, ecco, questa è una grande disuguaglianza che dovrebbe essere assolutamente cancellata. Perché l’intramoenia è, di fatto, un’ingiustizia. Chi ha soldi si può curare o avere esami e chi non li ha, peggio per lui.

È necessario ripristinare una situazione in cui ci sia veramente un’eguaglianza dei diritti

Il secondo problema è la contraddittorietà che si è creata con la stipula dei contratti dei sindacati con le assicurazioni sanitarie al fine di agevolare vie di preferenza. Questi sono contratti tasse esenti, quindi, alla fine li paghiamo ancora noi e danneggiano coloro che non li hanno».

Se si procede così, facciamo un salto indietro a prima del 1978, anno in cui si è istituito il Servizio Sanitario Nazionale con la legge 833, il quale si basa su universalità, uguaglianza ed equità?

«È per questo che diventa necessario ripristinare una situazione in cui ci sia veramente un’eguaglianza dei diritti, come esprime d’altra parte, anche la Costituzione italiana nei confronti della salute delle persone».

Tornando alle liste d’attesa e all’ipermedicalizzazione…

«Dobbiamo porci la domanda se molte delle richieste di esami diagnostici siano giustificate.  In realtà, attualmente, c’è una grande richiesta di esami, spesso non necessari; questi esami fanno parte della medicina difensiva. Il medico ha paura di essere portato in tribunale, quindi prescrive qualsiasi cosa gli venga richiesto. Il medico dovrebbe invece prescrivere soltanto le cose che sono strettamente necessarie. Inoltre, molte delle prescrizioni sono inutili perché si rivolgono a malattie che sono evitabili. Il 50% almeno delle malattie croniche è evitabile.

È la prevenzione che può controllare il mercato: senza prevenzione, il SSN non sarà più sostenibile

In Italia, abbiamo oltre 3,7 milioni di persone con diabete di tipo due che hanno complicazioni nella sfera visiva, nella sfera cardiovascolare e nella sfera renale; tutte patologie che potrebbero essere evitate. Il diabete di tipo due è una malattia evitabile, quindi è anche una responsabilità di tutti noi il non far lavorare inutilmente il servizio sanitario nazionale. Dobbiamo inoltre pensare che il 40% dei tumori è evitabile. Eppure, di tumore muoiono in Italia, ogni anno 180 mila persone e spendiamo quasi 7 miliardi di farmaci antitumorali ogni anno. Per non parlare poi dei ricoveri, degli interventi chirurgici e di tutto quello che ne è inerente.

Bisogna tener conto del fatto che la medicina è diventata un grande mercato che non vuole mai diminuire, il mercato vuole sempre aumentare e noi abbiamo, in qualche modo, offuscato, dimenticato, il termine prevenzione, soprattutto la prevenzione primaria; cioè, abbiamo dimenticato che è necessaria una grande rivoluzione culturale in cui si cambi il paradigma; ovverosia, dobbiamo curare quello che non è prevenibile.  Si crea quindi questo conflitto di interessi fra la prevenzione e il mercato, ma è solo la prevenzione che può controllare il mercato; senza la prevenzione il servizio sanitario nazionale diventerà insostenibile».

La percezione attuale dello stato di salute delle persone si è un po’ spostata, soprattutto dopo il Covid, verso un certo stato di incertezza. Ciò ha influito ulteriormente sulla sovramedicalizzazione e sulla sovradiagnosi?

«Abbiamo sempre avuto persone che vogliono fare sempre degli esami, anche quando non sono assolutamente necessari, ma succederà molto di più con l’avvento dell’intelligenza artificiale. In molti, già si rivolgono al medico dicendo quello che vogliono e se il medico non gli prescrive qualcosa, ritengono che il medico sia un incapace.  Anzi, probabilmente è un medico molto attento. I cittadini, oggi, sono persuasi di sapere in anticipo quello di cui hanno bisogno».

I cittadini oggi sono persuasi di sapere in anticipo quello di cui hanno bisogno, e con l’intelligenza artificiale questo capiterà ancora di più

Per concludere, Garattini indica tre “ricette” per salvare il nostro SSN.

«Io dico sempre: abbiamo bisogno di una grande rivoluzione culturale, che significa attuare la prevenzione. Inoltre, sarebbe utile una scuola superiore di sanità per formare i dirigenti, affinché siano preparati, perché, molto spesso, sono i politici a prendere le redini della sanità. E poi avremmo bisogno della presenza dell’insegnamento della salute nelle scuole di tutti i livelli. Basterebbe un’ora alla settimana: un’ora, ma svolta da persone che siano preparate per questo scopo, anche solo per parlare di igiene, a partire dalle scuole materne ed elementari e con un linguaggio adatto all’età».

CIMO-FESMED: Convincenti parole Ministro Schillaci, fermare trend involutivo

«Occorrono coraggio e volontà. Le dichiarazioni del Ministro della salute Orazio Schillaci, in occasione di un recente evento di Forza Italia, sono convincenti ed è proprio per questo motivo che riteniamo che occorrono coraggio e volontà nel fermare quel trend involutivo legato, come più volte richiamato dallo stesso Ministro, ad una lunga stagione di tagli. Abbiamo più volte denunciato le riduzioni indiscriminate degli ultimi 10 anni sul personale sanitario, sui posti letto, sugli ambulatori e le risorse impegnate dall’attuale Governo sono certamente importanti ma non saranno mai sufficienti se non si interviene in modo strutturale sul nostro SSN. Non è solo una questione di finanziamento o di rapporto spesa/PIL, ma di corretto utilizzo delle risorse». A dichiararlo è Guido Quici, presidente del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED e Vice Presidente CIDA.  

«La questione medici gettonisti – prosegue Quici – ne è un esempio. Ha avuto coraggio il Ministro Schillaci a richiedere l’intervento dei NAS, ma prendiamo atto del mancato supporto del MEF che avrebbe potuto, in via temporanea, spostare risorse dalla voce beni e servizi alla voce costo del personale per incentivare le assunzioni invece di consentire spese milionarie a favore del lavoro interinale e di quelle cooperative che si erano ben organizzate da tempo. Naturalmente tutto è legato all’attuale blocco del tetto di spesa. Il ministro ha assunto da tempo l’impegno a voler eliminare una “vergogna nazionale” che dura da 20 anni, ma non ci convincono le elaborazioni di AGENAS rispetto alla definizione dell’orario di lavoro secondo contratto; né ci convince la metodologia concordata con il MEF che si basa su quei dati consolidati che rispecchiano la recente stagione dei tagli senza avere alcuna visione futura. Sulla questione abbiamo il sospetto che la buona volontà dimostrata dal Ministro possa essere smentita da atti documentali che vadano nella direzione opposta con il rischio di far rimpiangere l’attuale blocco del tetto di spesa.Come non concordare sul mancato utilizzo di risorse stanziate in questi anni per ridurre i tempi di attesa, o sul blocco delle agende, o sulle “furberie” regionali nella gestione dei relativi finanziamenti. Noi, aggiungiamo, il rapporto tra finanziamenti al privato, per ridurre i tempi di attesa, e reale appropriatezza delle prestazioni». 

«Come federazione CIMO-FESMED – conclude il presidente Quici – riteniamo che occorre recuperare la dispersione di queste risorse per valorizzazione l’indennità di specificità, strumento, questo, che può calmierare la fuga dei professionisti dagli ospedali. Di certo l’indennità non può essere correlata al già avvenuto finanziamento del contratto 2022-24. Infine, concordiamo sull’eccesso di domanda anche se sono ancora molti i bisogni espressi ed inespressi. Soprattutto concordiamo sul fenomeno della inappropriatezza delle prestazioni spesso legato alla medicina difensiva. Siamo, tuttavia, fortemente preoccupati dell’intervento di altri “attori” che hanno creato e creeranno non pochi ostacoli alla definitiva risoluzione della cosiddetta colpa grave. Non abbiamo alcuna aspettativa sui risultati dei lavori della Commissione Nordio, conosciamo la visione del suo Dicastero ed è per questo motivo che le Federazioni professionali, le Organizzazioni Sindacali e le Società Scientifiche devono programmare azioni comuni di sostegno ad una seria riforma. Al Ministro Schillaci non manca né il coraggio, né la volontà ma ci sono troppi stakeholders che navigano contro la sanità pubblica ed i suoi professionisti».

Collatina (Egualia), «Serve decidere in maniera consapevole sulla riforma potenzialmente più importante degli ultimi 20 anni nella farmaceutica europea»

«In settimana il Parlamento UE è chiamato a decidere sul pacchetto della Pharma Legislation: una direttiva e un regolamento con impatti significativi per i pazienti, l’industria e la società. Un pilastro dell’Unione europea della salute, secondo la Commissione UE, perché punta a rafforzare la parità d’acceso ai medicinali di tutti i pazienti europei, a contrastare i fenomeni di carenze, e a sostenere un’industria innovativa e competitiva. Ci auguriamo che continuino gli sforzi di mediazione già compiuti con gli emendamenti adottati dalla Commissione Salute (ENVI) appena una settimana fa e che il Parlamento decida in maniera consapevole sulla riforma potenzialmente più importante degli ultimi 20 anni della legislazione farmaceutica europea».

È questo l’augurio di Stefano Collatina, presidente di Egualia (l’associazione dei produttori di farmaci equivalenti, biosimilari e Value Added Medicines) nei giorni in cui i parlamentari europei sono chiamati a decidere sul via libera ad una riforma prioritaria, che dall’organo legislativo comunitario ha scelto di discutere prima delle elezioni di giugno.

«L’accesso ai medicinali varia ancora in modo importante nei diversi Paesi membri: in alcuni si attende in media 4 mesi per trovare un determinato medicinale; in altri si attendono più di 2 anni per ottenere lo stesso medicinale: l’obiettivo principale di questa riforma è proprio quello di armonizzare e ammodernare le normative ora troppo frammentate e differenziate che disciplinano l’accesso alle terapie, dando risposte certe ai pazienti – prosegue Collatina –. Sono stati fatti dei passi avanti nel testo che il Parlamento esaminerà, grazie al lavoro della Commissioni tecniche, e riteniamo che ancora si possano fare dei miglioramenti nelle prossime fasi della procedura legislativa. Di certo non condividiamo posizioni che sono volte ad affossare l’intero pacchetto di riforma e che non sono nemmeno più sostenibili alla luce delle modifiche introdotte nei testi che andranno in votazione l’11 aprile». 

Il nuovo testo su cui i parlamentari europei sono chiamati ad esprimersi garantisce la tutela della proprietà intellettuale e conferma l’Ue la regione al mondo più generosa in questi termini. Infatti il testo prevede 7 anni e mezzo di data protection (tutela dei dati di sperimentazione utilizzati per l’approvazione di un nuovo farmaco) e un tetto massimo tra la data protection e la market protection di 11,5 anni, rendendo potenzialmente la protezione regolatoria più lunga di quella attuale, che si ferma a 11 anni. Sono infatti previste estensioni della data protection di 12 mesi in più per il farmaco che risponde a un’esigenza medica insoddisfatta. In alternativa 6 mesi per i farmaci su cui sono state condotte sperimentazioni cliniche comparative e altri 6 in più se una quota significativa della ricerca e dello sviluppo del prodotto sia stata svolta nel territorio dell’Unione Europea e in collaborazione, almeno in parte, con gli enti di ricerca comunitari. 

«La soluzione scelta dal legislatore europeo continua a fornire il periodo di protezione di gran lunga più lungo al mondo, cercando però di agevolare con altre misure la riduzione dei ritardi nell’accesso ai medicinali generici e biosimilari che rappresentano il 70% delle terapie croniche all’interno dell’Unione – commenta ancora Collatina -. Parliamo di cure salvavita nel percorso del paziente, come le terapie oncologiche e immunologiche. Inoltre, viene introdotto per le aziende che sviluppano nuovi antimicrobici un voucher di protezione aggiuntiva fino 12 mesi che le aziende possono utilizzare per prodotti che non hanno ancora beneficiato della massima protezione regolatoria dei dati e viene messo in pista un modello di approvvigionamento comune volontario per nuovi antibiotici a fronte dell’introduzione di misure che ne garantiscano l’appropriatezza dell’utilizzo».

«Tutte le misure contenute nel disegno normativo europeo che si sta delineando non toccano assolutamente la protezione offerta dai brevetti o dai certificati di protezione complementare. Agiscono invece nella direzione di migliorare il sistema di tutela offerto finora dal sistema di data e market protection, per mitigarne gli effetti negativi non considerati quando fu varato, chiarendo molti aspetti critici che riguardano le fasi di autorizzazione ed immissione in commercio dopo la scadenza brevettuale dei farmaci equivalenti e biosimilari – conclude il presidente di Egualia. – Non sono misure contrapposte agli intessi dell’industria europea, che anzi ne gioverebbe, e appare anche superfluo sottolineare che non determineranno certo la fine dell’industria R&D. È chiaro che se a questa riforma non si affiancheranno programmi e strumenti seri per garantire autonomia strategica all’UE in campo farmaceutico (come un Critical Medicines Act), non sarà sufficiente questa riforma a far fronte alla concorrenza di USA e Cina nell’attrarre gli investimenti in produzione e ricerca. È urgente che si discuta di sostenibilità economico industriale dei farmaci maturi che in Europa servono milioni di pazienti in tutti gli Stati Membri. Vorremmo che su questi temi si agisse più rapidamente».

Nuova convenzione per i medici di medicina generale, SMI: «Adesso si corrispondano entro 60 giorni aumenti e arretrati»

«Dopo l’approvazione in Conferenza Stato regioni dell’Accordo Collettivo Nazionale (ACN) di medicina generale, relativo al triennio 2019-2021 restano alcuni nodi irrisolti», così Pina Onotri, Segretario Generale dello SMI, il Sindacato Medici Italiani.

«Adesso siano corrisposti ai medici di famiglia gli aumenti operativi e gli arretrati entro sessanta  giorni dall’approvazione della convenzione come ristoro per coprire i costi di gestione degli studi medici che sono lievitati moltissimo in questi anni e per coprire l’inflazione che ha eroso le retribuzioni».

«Restano nel nuovo contratto molte ombre in merito al ruolo unico e tempo pieno che appare monco in quanto non prevede tra le  opzioni il  part-time (possibilità di riduzione volontaria di ore/scelta) né la valorizzazione del lavoro straordinario (oltre il tetto delle 38 ore)  nonché il limite massimo allo stesso, in linea con le esigenze di rispetto della ripartizione fra tempo professionale e tempo di ristoro, così come richiesto dallo SMI. Senza queste innovazioni c’è il rischio concreto che vi sarà un’ulteriore fuga dei giovani medici dalla medicina generale, soprattutto delle giovani colleghe, che ormai rappresentano il 60% dei professionisti operanti sul territorio e da sempre più attente all’ organizzazione del lavoro».

«Il ruolo unico, così come formulato dell’ACN, penalizza anche i medici in formazione che hanno assunto gli incarichi provvisori di medicina generale e che adesso rientrerebbero col nuovo contratto. In pratica con 38 ore sarebbero costretti comunque ad aprire uno studio in periferia e le 38 ore  sono compatibili con 400 pazienti, quindi si tratterebbe di circa 48 e più ore di lavoro a settimana, in quanto la norma non tiene conto del lavoro di back office, oltre che front office, svolto dai medici nei confronti dei propri pazienti. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai medici in formazione di questo triennio per le loro giuste rivendicazioni che hanno al centro l’esercizio della professione medica senza alcuna differenziazione tra medici specializzandi e medici che già esercitano la professione e ci impegneremo nel prossimo ACN affinché siano risolte queste criticità».

«Siamo in presenza di un forte sottofinanziamento della sanità pubblica, alla quale nel 2025 sarà destinato il 6,2% del Pil, meno di quanto (6,5%) accadeva 20 anni fa, come recentemente l’appello di Nobel e scienziati ha evidenziato. Senza nuove risorse per il Servizio Sanitario Nazionale non si realizzerà una vera inversione di tendenza nelle professioni mediche che devono essere meglio retribuite e più valorizzate».

Gallina: «Salute europea, servono investimenti e coordinamento tra i vari Paesi»

Durante la plenaria del 10-11 aprile gli Eurodeputati voteranno la posizione del Parlamento europeo in merito alla proposta di riforma della legislazione farmaceutica. La direzione sembra essere quella di estendere a 7,5 anni la tutela regolatoria dei farmaci rispetto ai 6 inizialmente proposti dalla Commissione.

Tra le persone che più si sono spese per la bozza di testo c’è Sandra Gallina, Direttore Generale per la Salute e la Sicurezza alimentare della Commissione UE.

In questa intervista a TrendSanità, Gallina parla del più importante documento che questa legislatura lascerà alla prossima e della “pandemia silenziosa” dell’antimicrobicoresistenza.

La riforma e l’innovazione

Il grande dibattito che si è scatenato attorno alla proposta di riforma farmaceutica non rischia paradossalmente di frenare l’innovazione? Stiamo parlando di un settore molto dinamico e queste divergenze rischiano di rallentare ulteriormente il processo legislativo. C’è il rischio di licenziare un testo che non sarà al passo con i tempi?

«Abbiamo progettato il sistema di incentivi in modo che ogni euro speso significhi che i pazienti europei ricevano farmaci migliori e a un ritmo più rapido. In primo luogo, la riforma è stata concepita per premiare l’innovazione, in particolare nelle aree in cui non sono disponibili trattamenti. Ciò include, ad esempio, i tumori rari e pediatrici, le malattie neurodegenerative o i vaccini e gli antimicrobici. Per i farmaci orfani (cioè medicinali per alcune malattie rare in cui il mercato è limitato), proponiamo un sistema di incentivi estremamente generoso, con una protezione garantita per oltre 9 anni.

In secondo luogo, abbiamo progettato la riforma per garantire che la transizione digitale e gli adeguamenti normativi rendano il quadro dell’UE a prova di futuro e favorevole all’innovazione. Queste semplificazioni dovrebbero generare risparmi fino a 300 milioni di euro all’anno per le aziende e le autorità pubbliche. Siamo certi che queste misure garantiranno che l’UE rimanga una destinazione attraente per gli investimenti e l’innovazione».

Oggi l’accesso ai farmaci approvati dall’EMA ha tempi piuttosto diversi tra gli Stati membri. Cosa può fare l’Europa per ridurre queste disuguaglianze (oltre all’incentivo per le aziende farmaceutiche previsto nella proposta di riforma)? 

«La nostra proposta di riforma fornirà soluzioni molto concrete a questa sfida. Oggi i tempi di approvazione si allungano fino a oltre 400 giorni. La riforma mira a ridurre drasticamente questi tempi.

Le domande di autorizzazione all’immissione in commercio saranno sottoposte a un pre-screening, il che significa che non ci saranno più domande immature che entreranno nel sistema. Inoltre, i tempi legali per la valutazione di un nuovo farmaco saranno significativamente ridotti. Ad esempio, la valutazione dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) passerà da 210 a 180 giorni e l’autorizzazione della Commissione da 67 a 46 giorni. Anche il numero di comitati dell’EMA sarà ridotto da 5 a 2, il che si tradurrà in tempi di approvazione più rapidi, pur mantenendo i rigorosi standard europei di sicurezza, efficienza e qualità dei farmaci. Anche i tempi per le autorizzazioni nazionali saranno ridotti».

Le preoccupazioni dell’industria

L’industria italiana ha avanzato diverse critiche alla proposta di riforma: come è stata accolta quest’ultima negli altri Paesi? Perché dal suo punto di vista l’Italia sta opponendo questa grande resistenza?

«Le preoccupazioni dell’industria si concentrano soprattutto su un aspetto specifico delle nostre proposte, ovvero gli incentivi proposti, senza riconoscere tutte le misure che sosterranno l’innovazione. La valutazione d’impatto della Commissione e lo studio di Copenhagen Economics sugli incentivi dimostrano entrambi che le modifiche agli incentivi in un Paese non riducono l’innovazione farmaceutica in quel Paese. Inoltre, una riduzione della protezione standard dei dati non porrebbe le aziende dell’UE in una posizione di svantaggio né ridurrebbe l’innovazione nell’UE in modo specifico.

L’industria è da tempo favorevole a molte delle misure proposte nella riforma. Tra queste, gli aspetti digitali di default, tra cui i foglietti illustrativi elettronici, l’uso di prove reali a fini regolatori, autorizzazioni più rapide e pareri scientifici tempestivi.

L’industria si è espressa anche a favore di un incentivo in forma di voucher per gli antimicrobici innovativi e di una disposizione “sandbox” per promuovere l’innovazione innovativa. Tutti questi elementi sono presenti nelle nostre proposte di riforma e andranno a vantaggio delle aziende, in particolare delle PMI, alle quali viene fornito un ulteriore supporto normativo.

In realtà, nell’ambito della riforma stiamo già adottando misure che semplificheranno il processo normativo per l’industria farmaceutica. All’inizio di marzo abbiamo proposto di modificare la legislazione di variazione per i farmaci, per facilitare una gestione più efficiente del ciclo di vita dei medicinali. Il nuovo quadro normativo riduce drasticamente l’onere amministrativo, creando al contempo un percorso normativo che consente di raccogliere i benefici dei progressi scientifici e tecnologici, nell’interesse dei pazienti».

La cooperazione tra Stati membri

E per quanto riguarda invece le carenze di farmaci? Come spingere gli Stati a cooperare?

«Affrontare le carenze e migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento di farmaci sono state priorità fondamentali fin dall’inizio della nostra Strategia farmaceutica per l’Europa. Sulla base del pacchetto di misure dell’Unione Europea della Salute presentato dalla Commissione nel novembre 2020, il mandato dell’EMA è stato esteso nel 2022 per dotarla di maggiori strumenti per affrontare le carenze.

Con la nostra riforma, saremo in grado di prevedere e mitigare meglio le carenze di medicinali. La collaborazione tra gli Stati membri dell’UE è fondamentale per raggiungere questo obiettivo. Di recente abbiamo annunciato che alcuni degli elementi proposti per affrontare le carenze potrebbero essere accelerati, mentre i negoziati sulla riforma sono in corso.

A dicembre, la Commissione ha adottato il primo elenco UE di farmaci critici, per i quali la continuità di approvvigionamento deve essere una priorità. Presenteremo inoltre raccomandazioni sulle misure che le aziende o altri attori della catena di approvvigionamento devono adottare per mitigare le carenze. Dove necessario, saranno applicati obblighi giuridicamente vincolanti per rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento di specifici farmaci critici. Ciò potrebbe includere, ad esempio, l’obbligo di mantenere scorte di emergenza. Quando si verificano carenze critiche, l’Agenzia europea per i medicinali coordinerà la gestione di queste carenze, migliorando così la situazione. La riforma faciliterà anche l’uso di informazioni elettroniche sui prodotti e di confezioni multinazionali, che dovrebbero contribuire a ridurre le carenze».

La gran parte dei clinical trial è condotta a livello locale: perché con la sperimentazione clinica non riusciamo davvero a travalicare i confini?

«Sebbene le sperimentazioni cliniche vengano condotte in ogni Stato membro separatamente, grazie alla loro registrazione a livello nazionale e alle reti nazionali di centri di ricerca clinica, il Regolamento sulla sperimentazione clinica offre l’opportunità di coordinare le sperimentazioni cliniche a livello europeo.

Ciò comporta una selezione degli Stati membri in cui lo sponsor è disposto a studiare un potenziale farmaco candidato. Questo meccanismo è stato ampiamente utilizzato nel contesto della pandemia COVID-19, dove la maggior parte delle sperimentazioni cliniche per testare nuovi trattamenti erano multinazionali, a beneficio dei pazienti di tutta l’UE. Ci auguriamo di assistere in futuro a una maggiore cooperazione transfrontaliera in materia di sperimentazioni cliniche, in linea con la nostra legislazione». 

Combattere i batteri a livello europeo

La strategia europea per combattere l’AMR appare lenta rispetto alla dimensione drammatica del problema: è davvero così?

«Durante il mandato della Commissione si sono verificati importanti sviluppi politici e legislativi per rafforzare la nostra risposta alla resistenza antimicrobica. Tra questi, l’obiettivo di ridurre del 50% le vendite di antimicrobici per gli animali da allevamento e l’acquacoltura entro il 2030, il divieto dell’uso di routine di antibiotici a scopo profilattico per gruppi di animali o come promotori della crescita negli animali da allevamento e la più recente riduzione del 20% del consumo di antibiotici entro il 2030.

Di recente abbiamo investito 50 milioni di euro per sostenere gli Stati membri dell’UE, l’Islanda, la Norvegia e l’Ucraina nella prevenzione e nel controllo delle infezioni, nella sorveglianza e nel monitoraggio, nell’uso prudente degli antibiotici e nell’innovazione.

Tuttavia, non possiamo riposare sugli allori. Le iniziative devono essere coordinate tra i vari Paesi e settori e sostenute da investimenti e ricerca. Stiamo anche spingendo per una maggiore azione per affrontare la resistenza antimicrobica, attraverso un approccio One Health, a livello internazionale, poiché si tratta di un problema davvero globale».

Ridurre l’uso di antibiotici, sia a livello animale che a livello umano, è una battaglia culturale faticosa: a che punto siamo? Ci sono Paesi che rispondono meglio alle indicazioni europee?

«I nostri obiettivi UE mirano a ridurre l’uso di antibiotici e a garantire che tutti gli Stati membri si muovano nella stessa direzione su questo tema. A livello europeo, la vendita di antibiotici per gli animali è diminuita del 44% tra il 2014 e il 2021, grazie alla legislazione europea in materia.

Tuttavia, negli esseri umani il consumo è rimasto relativamente stabile o è diminuito troppo lentamente.

Un recente rapporto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare dimostra che la riduzione del consumo di antibiotici può davvero avere un impatto. Nei Paesi che sono riusciti a ridurre significativamente il consumo, si è osservato un calo della resistenza agli antimicrobici. Il legame tra il consumo di antimicrobici e la resistenza antimicrobica è quindi evidente e dovrebbe spronarci a fare di più in questa direzione.

Gli Stati membri hanno punti di partenza diversi che vanno considerati

Come nel caso della maggior parte delle politiche dell’UE, dobbiamo considerare che gli Stati membri hanno punti di partenza diversi. Ad esempio, i Paesi nordici utilizzano pochissimi antimicrobici sugli animali e quindi hanno statistiche favorevoli sulla resistenza. Tuttavia, alcuni Stati membri meridionali con consumi più elevati hanno ottenuto riduzioni notevoli negli ultimi anni. La Spagna, ad esempio, ha ridotto la vendita di antimicrobici per animali del 62% tra il 2011 e il 2022».

Qual è dal suo punto di vista il passo più importante che l’UE di questi anni ha fatto per la lotta all’AMR?

«Non credo che ci sia una singola misura che debba essere privilegiata rispetto ad altre. Piuttosto, è fondamentale il fatto che stiamo affrontando questa grave minaccia con un approccio One Health. La resistenza antimicrobica colpisce uomini, animali e piante. Ha un impatto sull’assistenza sanitaria, sulla produzione alimentare, sulla salute e sul benessere degli animali, sulla politica ambientale e sulle nostre economie. Pertanto, l’unico modo per affrontare questo problema è un approccio multisettoriale e multi-politico. Questa è la base dell’approccio One Health dell’UE alla lotta alla resistenza antimicrobica.

Per combattere la resistenza antimicrobica, abbiamo utilizzato una serie di strumenti diversi, come la legislazione, gli orientamenti e i programmi di formazione. Nel corso degli anni abbiamo compiuto grandi progressi nel settore alimentare e veterinario, soprattutto attraverso la legislazione sull’uso e l’igiene. Prevediamo che la raccomandazione del Consiglio sulla resistenza antimicrobica, approvata lo scorso anno, contribuirà a compiere progressi analoghi nel settore della salute umana.

A livello internazionale, continueremo a sostenere con forza una risposta coordinata alla lotta contro la resistenza antimicrobica da parte della comunità globale. La riunione di alto livello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla resistenza antimicrobica, che si terrà a settembre, getterà le basi per i prossimi anni e ci permetterà di spingere per impegni concreti e per l’approccio One Health. Cerchiamo inoltre di includere le azioni di prevenzione delle pandemie legate agli agenti patogeni resistenti agli antimicrobici nei negoziati per un accordo internazionale sulla lotta alle pandemie nell’ambito dell’Accordo internazionale dell’OMS sulla prevenzione, preparazione e risposta alle pandemie».