Un quartiere popolare di Roma. Un poliambulatorio con decenni di storia, il Centro Medico Tiziano. E un giorno arriva l’intelligenza artificiale conversazionale. Il dottor Leonardo Maggiolini, odontoiatra e tra i proprietari del Centro Medico, ci racconta come è nata la scelta di affidarsi a Smile CX GAIA e quali vantaggi ha portato ad utenti e operatori della struttura.
Trasformazione del servizio CUP: intelligenza artificiale al servizio della customer care
In un’epoca di cambiamenti rapidi, le strutture sanitarie che adottano sistemi di intelligenza artificiale possono migliorare l’efficienza e la qualità del servizio. Scopriamo come questo ha trasformato l’esperienza dei pazienti e degli operatori dalla voce di Carlo Francesco Fazzari, CEO del Poliambulatorio San Pietro e del Poliambulatorio PTC di Brescia.
Perché avete scelto un sistema di intelligenza artificiale di supporto al servizio CUP: da dove siete partiti e che cosa volevate cambiare nella vostra struttura?

«Essendo una piccola realtà, quello che ci contraddistingue rispetto non solo ai grandi gruppi ma anche alle strutture ospedaliere è il contatto con il cliente, la customer care. Quindi cerchiamo di lavorare non solo sui tempi di attesa ma anche sulla qualità, sull’attenzione al dettaglio e sull’intelligenza emotiva del professionista sanitario. Noi ci definiamo i “concierge” della salute perché riusciamo a dare, nel nostro piccolo, una risposta per dare il percorso migliore ai nostri pazienti.
Il vulnus di tutte le strutture sanitarie è il CUP, e questo si deve ad una serie di ragioni: innanzitutto perché la scienza medica è in continuo aggiornamento, quindi nascono continuamente tante nuove prestazioni e tantissime nuove richieste. Inoltre, ed è forse il motivo principale sul quale ci soffermiamo, si tratta di rispondere non a quesiti di carattere generale, chi chiama non è un cliente ma un paziente, che quindi si rivolge alla struttura per una necessità peculiare e delicata, perché riguarda, a diversi livelli, un problema di salute.
Ai tempi della rivoluzione industriale la preoccupazione era che la forza delle macchine a vapore avrebbe sostituito i muscoli e fatto perdere il lavoro agli uomini; allo stesso modo, adesso ci spaventa l’intelligenza artificiale, con il timore che possa anche in questo caso portare via il lavoro alle persone, mentre invece, per la nostra struttura, questa rappresenta un supporto alle nostre dipendenti. Se infatti le potenzialità dei servizi forniti da Gaia sono molteplici, e vanno dalla risposta alla prenotazione e alla gestione delle agende, quello che non potrà mai esserci è l’intelligenza emotiva, appannaggio esclusivo degli operatori in carne e ossa.
Poter liberare gli operatori del CUP e dell’accettazione dai lavori più ripetitivi e a basso valore aggiunto, come prendere gli appuntamenti via telefono, consente agli stessi lavoratori di potersi dedicare a lavori a più alto valore aggiunto e, appunto, relativi all’intelligenza emotiva, come poter prendersi il tempo di dire una parola in più al paziente, fare consulenza personalizzata, poter seguire meglio la persona, magari anziana, o con problemi cognitivi e che necessita di un’assistenza particolare.
Liberi da lavori a basso valore aggiunto, gli operatori CUP possono dedicarsi ad una migliore assistenza alle persone
Quindi non solo abbiamo potenziato quello che era il “vulnus” della struttura (la risposta al telefono), eliminando quindi il tempo di attesa del centralino, ma soprattutto abbiamo migliorato la customer experience dei pazienti che risparmiano tempo al telefono e, quando sono in struttura in presenza, vengono accolti da operatori che non sono stressati dall’impellenza di dover rispondere al centralino ma riescono a dedicare ai pazienti la necessaria attenzione e disponibilità, per dare consigli, per spiegare meglio l’esperienza anche di altri pazienti, valorizzando l’intelligenza emotiva tipica dell’essere umano».
Come interviene l’assistente virtuale “Smile CX GAIA” nella vostra struttura?
«Noi siamo partiti inizialmente con l’overflow, cioè passaggio automatico all’assistente virtuale dopo un determinato tempo di attesa al telefono e successiva telefonata di richiamo da parte dell’operatore CUP. Questo consentiva agli operatori, nel momento di eccessivo carico telefonico, di poter comunque dedicare più tempo al cliente, lasciando rispondere l’assistente virtuale.
A giorni sarà attivato il servizio di risposta diretta, quindi la presa di appuntamento diretta da parte di Gaia, che sia al telefono oppure sugli altri canali (email, sito internet, WhatsApp), in modo che a rispondere per prima sia proprio l’assistente virtuale. Perché rispondere per prima? Perché si è visto che il sistema è arrivato ad una qualità tale che per prendere, spostare o suggerire un appuntamento non serve più l’intervento umano, che viene invece dedicato a compiti più complessi o per i quali serve l’human touch».
Nella vostra esperienza, qual è stato il responso dei pazienti: riescono a interagire facilmente con questo tipo di intelligenza artificiale o vi hanno riportato qualche criticità?
«Nella nostra struttura, accogliamo pazienti di ogni età, dai bambini agli anziani, offrendo servizi che spaziano dall’ambulatorio pediatrico alla geriatria e alla diagnostica per immagini. Dopo ogni chiamata, Gaia richiede un feedback, e la nostra esperienza dimostra che le risposte sono sempre positive, anche da parte degli anziani. Questo successo è dovuto in parte al fatto che entro 4 ore, in media, riusciamo a risolvere le richieste dei pazienti.
Gestendo l’overflow il sistema ha identificato le domande più frequenti dei pazienti, per elaborare le risposte più pertinenti
Inoltre, abbiamo svolto un importante lavoro di base: gestendo l’overflow, abbiamo identificato le domande più frequenti dei nostri clienti durante le chiamate. Il sistema ha generato un report dettagliato di queste domande, permettendoci di creare risposte mirate per soddisfare al meglio le esigenze dei nostri pazienti».
E dal punto di vista del personale, quali riscontri avete avuto?
«L’implementazione di questo nuovo sistema non ha creato disagi negli operatori, anche per una corretta e condivisa comunicazione delle motivazioni che hanno portato a questa novità. Innanzitutto questo sistema è stato pensato per portare un valore aggiunto al lavoro degli operatori del CUP, consentendogli di valorizzare gli aspetti del loro lavoro che la macchina non può sostituire. Si è migliorata infatti non solo la customer experience dei pazienti ma anche l’ambiente di lavoro: con quasi 200 specialisti, prima dell’introduzione dell’assistente virtuale, il numero di telefonate in entrata verso il CUP era davvero molto impegnativo e fonte di stress, mentre ora l’esperienza lavorativa dei dipendenti è decisamente migliorata. Il tutto con un impegno a livello di formazione decisamente contenuto: nella nostra esperienza, sono state dedicate alla formazione per questo nuovo sistema quattro ore.
Si è migliorata non solo la customer experience dei pazienti ma anche l’ambiente di lavoro degli operatori
E a livello di numeri, abbiamo calcolato che, prima dell’introduzione dell’assistente virtuale, la struttura perdeva circa 6.000 telefonate all’anno, tra fuori orario e weekend, oltre l’overflow. La soluzione che abbiamo adottato ha consentito quindi un miglioramento complessivo della gestione della struttura, con ricadute positive su tutti gli attori del sistema: l’azienda, gli specialisti, gli operatori e, soprattutto, i pazienti».
Intelligenza artificiale per il servizio CUP: quando al telefono risponde l’assistente virtuale
Nel contesto sempre più complesso dell’assistenza sanitaria, l’introduzione dell’intelligenza artificiale (AI) ha portato a un notevole cambiamento nelle modalità di gestione e prenotazione dei servizi ospedalieri. Un esempio concreto di questa rivoluzione è rappresentato dall’esperienza della Casa di Cura San Francesco di Bergamo, dove l’adozione di “Smile CX GAIA”, un assistente virtuale implementato da Covisian ed Esosphera e basato sul sistema di AI di Google, ha portato a miglioramenti significativi nell’efficienza del servizio e nella soddisfazione del paziente.
Una struttura complessa, un’articolata riorganizzazione
La Casa di Cura San Francesco è un ospedale dotato di 170 letti, che fa parte dell’Istituto Suore Cappuccine di Madre Rubatto, al quale afferiscono anche tre case di riposo e una serie di servizi che vanno dai servizi ambulatoriali all’assistenza domiciliare, dalle cure palliative al recente ambulatorio per fragili e poveri. La complessità della struttura non risiede solo nei numeri, ma soprattutto nell’articolazione delle attività. Si deve alla riorganizzazione avviata dal nuovo Direttore Generale, il professor Antonello Zangrandi, anche l’introduzione dell’assistente virtuale GAIA, progettata per ottimizzare il servizio di prenotazioni.

Ricorda Carlo Orlandi, direttore operativo della struttura: «Siamo partiti a luglio 2023 con l’assistente virtuale Gaia, per avere un supporto telefonico al CUP interno, dove avevamo un’efficienza di risposta molto bassa: ricevendo una media di circa 1.000 telefonate al giorno, si riusciva a rispondere a circa 300 telefonate, mentre 700 persone non riuscivano a mettersi in contatto con la nostra struttura. E questo nonostante l’impegno di molte risorse dedicate: erano presenti 7 persone negli orari di punta e 30 linee telefoniche. Inizialmente abbiamo attivato l’assistente Gaia in overflow. Questo che cosa significa? Che, per ogni telefonata, dopo 120 secondi di attesa, la persona veniva automaticamente indirizzata all’assistente virtuale. E abbiamo già visto un netto miglioramento: utilizzata con questa modalità, Gaia riusciva ad agganciare un ulteriore centinaio di pazienti. Un primo passo per una migliore efficienza».
Un’assistenza intelligente e personalizzata
Sottolinea Orlandi: «All’inizio, la parte più interessante e stimolante del lavoro per noi è stata proprio l’analisi delle possibili domande che un paziente può avanzare quando chiama il CUP di un ospedale. L’esigenza principale è quella di prenotare una prestazione o un servizio, ma vengono espressi anche altri quesiti: ad esempio, se è disponibile un parcheggio interno, con quali mezzi del trasporto pubblico locale è possibile raggiungere la struttura, quali sono gli orari per il ritiro referti o per le visite. Oltre alla parte di prenotazione, c’è anche una parte di informazione che è stato possibile far gestire a Gaia con buoni risultati».
Oltre alle prenotazioni, l’assistente virtuale può gestire alcune informazioni di base, come orari e mobilità
Prosegue Orlandi: «Nell’analisi delle possibili domande, è stato piuttosto semplice immaginare la richiesta di orari di visita o informazioni sui trasporti, mentre è stato invece più difficile pensare a che cosa possa chiedere un paziente quando chiama per prenotare un esame diagnostico: è abbastanza facile definire le domande relative alla possibilità di effettuare delle visite, e di conseguenza si predispongono le risposte adeguate alla richiesta di “visita ginecologica” o “visita neurologica”, con la possibilità di prevedere anche le relative abbreviazioni, mentre è più complicato definire la richiesta standard di “ECG”, che può essere anche denominata dai pazienti “elettrocardiogramma” o “cardiogramma”, in base alle proprie conoscenze o a quanto prescritto dal medico».
La capacità di apprendimento continua e di adattamento alle esigenze specifiche dei pazienti è una caratteristica peculiare dell’assistente virtuale (si può in effetti dire che “Gaia apprende”) e si basa sul lavoro implementato da una figura dedicata, la linguista computazionale, grazie alla quale si effettuano una serie di prove per definire in maniera precisa ed efficiente le possibili risposte.
Ottimizzazione del tempo e della risposta
«Il paziente chiama il numero dedicato all’assistente virtuale Gaia, comunica la sua richiesta e Gaia trasforma questa informazione in una stringa con i dati necessari affinché il CUP possa richiamare il paziente e fornire una risposta attinente alla richiesta espressa. Tra i dati necessari – specifica Orlandi – oltre all’anagrafica paziente e alla prestazione richiesta, è presente anche un campo note per esigenze particolari, ad esempio per la preferenza di orari o altro. L’operatore CUP, conoscendo già le esigenze del paziente registrate da Gaia, può proporre la soluzione più adatta, ad esempio in termini di giorni e orari compatibili con quanto richiesto dal paziente. E questo si traduce in un importante risparmio di tempo sia per la struttura sia per il paziente».
L’utilizzo di un’assistente virtuale può consentire di allocare le risorse umane in turni più flessibili o verso attività con maggior valore aggiunto
Gaia è disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e il suo utilizzo consente di liberare ore di lavoro dalle attività telefoniche, che vengono riallocate a compiti di gestione software. Le risorse umane precedentemente impiegate al telefono durante le fasce orarie di picco, dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 16, possono essere così assegnate a turni più flessibili e programmati, consentendo un utilizzo più efficiente delle risorse e l’indirizzamento verso attività di maggior valore aggiunto.
Il riscontro del paziente e del personale CUP
Nonostante le sfide incontrate nel processo di transizione, l’accoglienza da parte dei pazienti è stata estremamente buona, anche presso i pazienti anziani, nella fascia di età over65 anni, che rappresentano il principale bacino di utenza della Casa di Cura San Francesco e, più in generale, la popolazione che esprime i maggiori bisogni sanitari. Conferma Orlandi: «Il nostro timore iniziale era che, dato il target di pazienti di età avanzata, l’assistente virtuale non fosse accolto con favore: invece il riscontro dei nostri pazienti è stato veramente positivo. Il punteggio di customer satisfaction fatto registrare dal servizio, che lo richiede al termine della telefonata, è stabilmente sul valore di 4,6 su una scala da 1 a 5».
Molto buono anche il riscontro da parte degli operatori CUP. L’esperienza ha dimostrato che l’adattamento è stato sorprendentemente semplice: una breve sessione formativa, della durata di circa un’ora, è stata sufficiente per familiarizzare con il portale di gestione di Gaia e apprendere le modalità per selezionare e filtrare le richieste in base alle diverse esigenze, come ad esempio quelle relative a specifiche aree terapeutiche o in convenzione con il SSN.
Prospettive future
Le potenzialità del servizio di assistente virtuale per il CUP sono molteplici. Orlandi ci anticipa che nei prossimi mesi saranno attivate nuove funzionalità presso la struttura bergamasca, e in particolare:
- implementazione del riconoscimento del chiamante, che consentirà di identificare i pazienti che chiamano da numeri già utilizzati in precedenza, permettendo a Gaia di accoglierli personalmente con il loro nome e di associare automaticamente le informazioni anagrafiche corrispondenti. Ciò non solo migliorerà l’esperienza del paziente, ma aumenterà anche la sicurezza dell’identificazione.
- possibilità di inviare l’impegnativa tramite WhatsApp, particolarmente utile per i pazienti che dispongono di ricette elettroniche
- riprogrammazione automatizzata delle visite, in caso di indisposizione del medico o altri imprevisti; questo eviterà la necessità di effettuare numerose telefonate, risparmiando tempo sia per il personale che per i pazienti. Gaia potrà inviare un messaggio per comunicare la situazione e proporre un nuovo appuntamento, garantendo una maggiore efficienza nel processo.
Conclusioni
L’introduzione dell’assistente virtuale presso la Casa di Cura San Francesco di Bergamo ha rappresentato un importante passo avanti nell’ottimizzazione dei servizi ospedalieri. L’uso di AI per migliorare l’efficienza del servizio di prenotazione non solo riduce i tempi di attesa e ottimizza le risorse, ma contribuisce anche a migliorare l’esperienza complessiva del paziente.
L’intelligenza artificiale generativa nella sanità, da ChatGPT all’AI ACT
L’intelligenza artificiale (AI) sta rivoluzionando ogni ambito, compreso il settore sanitario. Originariamente definita negli anni ’50, l’AI oggi abbraccia un’ampia gamma di tecniche e modelli, dai “tradizionali” sistemi di machine learning, che apprendono automaticamente analizzando dati, all’avanzato deep learning, guidato da complesse reti neurali.
Il successo di ChatGPT ha portato l’intelligenza artificiale sulla bocca di tutti gli stakeholder, anche in sanità
Tra le evoluzioni più significative spiccano le reti neurali transformer, pilastri dei “Large Language Models” (LLMs). Questi giganteschi modelli di AI, addestrati su vaste moli di dati prelevate dal web, si basano sui transformers con l’unico obiettivo di generare una sequenza di caratteri (lettere, simboli e spazi) identificabili come testo. Il loro impatto è stato reso ancor più evidente dall’introduzione di interfacce utente intuitive che non necessitano conoscenze di programmazione, come dimostra il successo di ChatGPT, che ha portato l’AI sulla bocca di tutti gli stakeholder. È stato dunque introdotto il concetto di AI generativa, ossia modelli che hanno la capacità di generare nuovi dati basandosi sui pattern appresi da dati esistenti.
La governance delle AI generative
L’uso dei LLM in sanità promette un ampio raggio di possibilità applicative per i professionisti sanitari da un lato e per i pazienti (e i caregiver) dall’altro, senza dimenticare l’area dell’ottimizzazione dei processi.
Tuttavia, solleva importanti questioni riguardanti la gestione dei dati, la sicurezza informatica, l’equità di accesso delle cure, la responsabilità legale e l’etica.
È imperativo dunque che il quadro normativo italiano evolva in modo da garantire che l’uso di questa tecnologia sia etico, sicuro e conforme ai principi di trasparenza. Ciò include la necessità di stabilire linee guida chiare per la protezione dei dati sensibili dei pazienti, criteri rigorosi per la validazione e la verifica dell’affidabilità degli algoritmi, nonché meccanismi di responsabilità in caso di errori o danni. Un approccio multistakeholder, che coinvolga professionisti sanitari, esperti di tecnologia, legislatori e rappresentanti dei pazienti, è fondamentale per sviluppare un framework normativo equilibrato che promuova l’innovazione salvaguardando al contempo i diritti dei pazienti e l’integrità del sistema sanitario.
Le grandi potenzialità applicative dell’AI richiedono responsabilità e normative adatte
Vi è a tal proposito un documento emesso dall’OMS nel gennaio 2024 che fornisce linee guida su “etica e governance dell’AI per la salute”, concentrandosi nella fattispecie sui modelli multi-modali di grandi dimensioni (LMM) parenti degli LLM.
Il documento da un lato considera la potenzialità dell’AI di migliorare l’assistenza sanitaria, ma allo stesso tempo ne evidenzia i potenziali rischi. Vengono identificate tra le applicazioni possibili degli LMM: la diagnosi, il trattamento, l’educazione medica e la ricerca. La necessità di sviluppare questi sistemi in modo etico viene enfatizzata e ripetuta più volte. Inoltre il documento esorta gli sviluppatori e i governi a collaborare per identificare soluzioni che rendano possibile un uso responsabile degli LLM. Le raccomandazioni infine ricordano i rischi circa l’affidabilità delle informazioni generate, ricordando come questi possano avere “allucinazioni”, e l’impatto ambientale dovuto all’elevato consumo di energia elettrica.
Sul versante europeo, l’AI Act recentemente approvato dal Parlamento Europeo regola lo sviluppo, la fornitura e l’uso di sistemi di AI in tutta Europa. Nella fattispecie si propone come uno sforzo normativo pionieristico nel tentativo di bilanciare la promozione dell’innovazione con la necessità di regolamentazione. Il regolamento ambisce a normare le AI in ambito di sicurezza, trasparenza e rispetto dei diritti umani, introducendo un regime normativo adattabile ai rischi associati a diversi sistemi. In tal senso sono stati introdotti dei requisiti per la valutazione e classificazione del rischio, la trasparenza e la sorveglianza dell’AI.
L’AI generativa in ambito sanitario
In questo momento storico, il nostro sistema sanitario nazionale si trova di fronte a sfide significative, in particolare per quanto riguarda le gravi carenze di personale che impattano sulla capacità di erogare servizi efficaci e tempestivi. È in questo contesto che l’AI generativa emerge come uno strumento potenzialmente rivoluzionario, offrendo soluzioni innovative per superare alcuni degli ostacoli più pressanti nel campo della salute pubblica e nell’allocazione delle risorse sanitarie.
Uno dei modi in cui l’AI può apportare un cambiamento significativo è fungendo da primo punto di accesso alle cure mediche. Attraverso l’utilizzo di chatbot avanzati e assistenti vocali, le persone possono ricevere consulenze iniziali, orientamento e supporto immediato nelle prenotazioni.
Ciò è possibile grazie alle potenziali capacità comunicative di questa tecnologia, come suggerito da studi che hanno impiegato ChatGPT in ambiti estremamente delicati come l’acquisizione del consenso informato o la redazione delle lettere di dimissione.
L’AI generativa può offrire soluzioni innovative per gestire alcuni contatti iniziali o procedure burocratiche
L’AI generativa potrebbe inoltre alleggerire il carico amministrativo su medici e professionisti della salute. Attraverso l’automazione di compiti amministrativi ripetitivi come la compilazione dell’anamnesi e della documentazione dei pazienti e la programmazione degli appuntamenti, l’utilizzo di AI generative consentirà ai professionisti sanitari di dedicare più tempo alla cura dei pazienti, ad esempio grazie a soluzioni che sono in grado di redigere il testo di un referto e codificare le informazioni cliniche semplicemente “ascoltando” le interazioni medico-paziente durante la visita e che danno la possibilità al medico di guardare il paziente negli occhi, anziché il monitor di un computer, per la maggior parte del tempo. Ridurre il carico di mansioni amministrative ha un impatto positivo sulla qualità della cura e sull’efficienza dei percorsi sanitari, promuovendo allo stesso tempo un ambiente di lavoro più sostenibile per i professionisti della salute, riducendo il rischio di burnout.
Inoltre i medici, gli infermieri e i professionisti sanitari necessitano di un continuo aggiornamento (upskilling) e riqualificazione (reskilling) per garantire la corretta adozione di nuove tecnologie, necessarie per usufruire pienamente delle potenzialità offerte dal fascicolo sanitario elettronico, dalla telemedicina, e dall’AI. Questo processo non solo migliora la qualità dell’assistenza, ma contribuisce anche al benessere mentale dei lavoratori. La letteratura scientifica mostra che i medici hanno un livello basso di consapevolezza circa aspetti importanti inerenti la trasformazione digitale, riferendo di non sentirsi adeguatamente preparati per gestire un cambiamento di questo tipo. Iniziative volte a riempire questi vuoti, come il Pact for Skills della Commissione Europea, saranno cruciali per garantire la transizione a sistemi sanitari più equi, giusti, e sostenibili.
Oltre a ciò, l’AI ha il potenziale per trasformare radicalmente il modo in cui vengono identificati e gestiti i rischi per la salute. Mediante la simulazione con i cosiddetti “digital twins”, potrebbe prevedere quali individui sono a maggior rischio di sviluppare determinate malattie, aprendo la strada a interventi precoci e a campagne di prevenzione mirate, andando a potenziare la medicina di precisione.
Un altro ambito promettente per l’applicazione dell’AI è nella gestione delle epidemie. Attraverso l’analisi di varie fonti di dati, inclusi i social media, l’AI può prevedere l’insorgenza e la diffusione di focolai infettivi. L’AI potrebbe segnalare che in un quartiere o in una città sta aumentando in modo atipico il consumo di antitussigeni ed antipiretici e sospettare una infezione respiratoria, oppure quello di antidiarroici ed antispastici, il che farebbe sospettare infezioni intestinali o se vi è coincidenza con una rete idrica con un inquinamento della stessa. Questo non solo potrebbe aiutare a mettere in atto misure di contenimento più efficaci ma anche a ottimizzare la sorveglianza negli ospedali, automatizzando processi che tradizionalmente richiederebbero un significativo dispendio di tempo e di risorse umane.
Aprire il dialogo sull’AI generativa
Dall’ottimizzazione dei processi alla gestione delle epidemie, passando per la simulazione di scenari clinici con “digital twins”, l’AI generativa può essere un potente alleato nella risposta alle sfide sanitarie attuali e future.
Tuttavia, il successo di queste innovazioni dipende dalla nostra capacità di comprenderne il funzionamento. È fondamentale riconoscere che, sebbene l’AI generativa abbia il potere di riflettere e amplificare la nostra conoscenza, inevitabilmente porta con sé i bias e le imperfezioni della società da cui apprende.
È necessario riconoscere che l’AI generativa porta con sé bias e imperfezioni della società da cui apprende
Le AI generative sono in ultima analisi modelli statistici, privi di giudizio, comprensione del contesto e morale propria, specchio del vasto corpus di testo sul quale sono state addestrate, che include tanto le nostre più brillanti scoperte scientifiche quanto i pregiudizi e le disuguaglianze radicati nella nostra società.
L’integrazione dell’AI nell’assistenza sanitaria è in rapida crescita, ma richiede attenzione per evitare errori che minacciano la sicurezza e l’efficacia delle cure. Attualmente, i risultati dell’AI oscillano tra l’accuratezza e l’inefficienza, richiedendo la supervisione umana. Tuttavia, la vigilanza umana può essere limitata, quindi è essenziale introdurre misure by-design che migliorino il controllo umano, prendendo spunto da settori come l’aviazione e l’automotive per garantire sicurezza ed accettazione.
Di fronte a queste sfide, è imperativo promuovere un dialogo aperto e costruttivo tra tutti gli stakeholder coinvolti: medici, tecnici, decisori politici, pazienti e società civile. Questo dialogo deve essere incentrato non solo sulla promozione dell’innovazione tecnologica ma anche sulla sensibilizzazione alla cultura del dato, utilizzando la “privacy” come strumento a protezione del singolo e non come ostacolo alla ricerca. Solo attraverso una comprensione profonda e un impegno etico potremo assicurare che le innovazioni portate dall’AI generativa nel settore sanitario siano utilizzate in modo responsabile e benefico per tutti.
Alcol, nel 2022 8 milioni i consumatori a rischio e 3 milioni e 700 mila i binge drinker
Nel 2022 circa 8 milioni di italiani di età superiore a 11 anni (pari al 21,2% degli uomini e al 9,1% delle donne) hanno bevuto quantità di alcol tali da esporre la propria salute a rischio. Tre milioni e 700 mila persone hanno bevuto per ubriacarsi e 770.000 sono stati i consumatori dannosi, coloro cioè che hanno consumato alcol provocando un danno alla loro salute, a livello fisico o mentale.
I consumatori a rischio sono aumentati, in particolare per gli uomini, e rimane distante il raggiungimento degli Obiettivi di Salute Sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. A scattare la fotografia è, come ogni anno, l’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità, ONA-ISS, che ha rielaborato attraverso il SISMA (Sistema di Monitoraggio Alcol), anche per il Programma Statistico Nazionale, i dati della Multiscopo ISTAT, in occasione dell’Alcohol Prevention Day (APD). Dati che verranno presentati il prossimo 18 aprile, nel corso di un workshop internazionale in programma presso la sede dell’ISS.
«I consumi di alcol in Italia evidenziano una situazione consolidata e preoccupante di aumento del rischio che dilaga nelle fasce più vulnerabili della popolazione: minori, adolescenti, donne e anziani – afferma Emanuele Scafato, Direttore dell’ONA-ISS -. Al fine di delineare la roadmap di una rinnovata prevenzione nazionale e regionale, la più efficace possibile, è necessario intercettare precocemente tutti i consumatori a rischio e assicurare alle cure quelli con danno e alcoldipendenti, a sostegno delle persone, delle famiglie e degli obiettivi delle strategie europee e globali in cui siamo impegnati».
Il quadro dei 36 milioni di consumatori di alcol in Italia, pari al 77,4% dei maschi e al 57,5% delle femmine, è ricco di dettagli. Dieci milioni e duecentomila italiani sopra i 18 anni hanno bevuto alcol quotidianamente. Tra i consumatori a rischio, preoccupano soprattutto i giovani (circa 1.310.000 tra gli 11 e 24 anni, di cui 650.000 minorenni) e le donne (circa 2,5 milioni, con il 15,5% di consumatrici a rischio tra le minorenni 11-17enni).
Spiccano i 3,7 milioni di binge drinker, soprattutto maschi di tutte le età (104.000 sono minori). Anche qui si registra una diminuzione in direzione dei livelli del 2020, ma non per le donne che sono stabili, senza alcun accenno dunque al calo dei consumi tesi all’intossicazione. Inoltre, i consumatori dannosi di bevande alcoliche sono stati 770.000. Fra le donne si continuano a registrare numeri elevati, sono infatti 290.000 le consumatrici con danno da alcol.
Dei 770.000 consumatori dannosi con Disturbi da Uso di Alcol (DUA) in necessità di trattamento, solo l’8,2% è stato intercettato clinicamente, per un totale di 62.886 alcoldipendenti in carico ai servizi del Sistema Sanitario Nazionale (SSN), con costante e preoccupante diminuzione rispetto ai consumatori dannosi attesi.
I dati del sistema EMUR del Ministero della salute mostrano e testimoniano le conseguenze di quanto descritto finora. Nel 2022, si sono registrati 39.590 accessi al Pronto Soccorso – di cui il 10,4% richiesto da minori – segnando in un anno un incremento del 12.1%.
GIMBE: spesa sanitaria in calo nel 2023, per il 2024 l’aumento è illusorio
Lo scorso 9 aprile il Consiglio dei Ministri ha approvato il Documento di Economia e Finanza (DEF) 2024 in forma “semplificata”, ovvero con le sole stime tendenziali calcolate sulle norme in vigore, e senza stime programmatiche che rimangono in attesa del nuovo Patto di Stabilità.
«Rispetto alle previsioni di spesa sanitaria sino al 2027 – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – il DEF 2024 certifica l’assenza di un cambio di rotta e ignora il pessimo “stato di salute” del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), i cui princìpi fondamentali di universalità, uguaglianza ed equità sono stati traditi, con conseguenze che condizionano la vita delle persone, in particolare delle fasce socio-economiche più deboli e delle persone residenti nel Mezzogiorno. Dai lunghissimi tempi di attesa all’affollamento inaccettabile dei pronto soccorso; dalle diseguaglianze regionali e locali nell’offerta di prestazioni sanitarie alla migrazione sanitaria dal Sud al Nord; dall’aumento della spesa privata all’impoverimento delle famiglie sino alla rinuncia alle cure».
Relativamente alla spesa sanitaria vengono riportate in tabella le analisi indipendenti della Fondazione GIMBE sul consuntivo 2023 e sulle stime per l’anno 2024 e per il triennio 2025-2027.

Consuntivo 2023
Il DEF 2024 certifica per l’anno 2023 un rapporto spesa sanitaria-PIL del 6,3% e, in termini assoluti, una spesa sanitaria di 131.103 milioni di euro, oltre 3.600 milioni in meno rispetto a quanto previsto dalla NaDEF 2023 (134.734 milioni di euro).
«Tale riduzione di spesa – spiega il Presidente – consegue in larga misura al mancato perfezionamento del rinnovo dei contratti del personale dirigente e convenzionato per il triennio 2019-2021, i cui oneri non sono stati inputati nel 2023 e spostati al 2024. In misura minore hanno inciso le spese per contrastare la pandemia, che sono state inferiori al previsto».
Rispetto al 2022 la spesa sanitaria nel 2023 si è ridotta dal 6,7% al 6,3% del PIL e di 555 milioni di euro in termini assoluti. «Questo primo dato – commenta Cartabellotta – certifica che il 2023 è stato segnato da un netto definanziamento in termini di rapporto spesa sanitaria-PIL (-0,4%), facendo addirittura segnare un valore negativo della spesa sanitaria, il cui potere d’acquisto è stato anche ridotto da un’inflazione che nel 2023 ha raggiunto il 5,7% su base annua».
Previsionale 2024
Il rapporto spesa sanitaria-PIL nel 2024 sale al 6,4% rispetto al 6,3% del 2023; in termini assoluti la previsione di spesa sanitaria è di 138.776 milioni di euro, ovvero 7.657 milioni in più rispetto al 2023 (+5,8%).
«In realtà – precisa Cartabellotta – l’altisonante incremento di oltre 7,6 miliardi stimato per il 2024 è illusorio: infatti, in parte è dovuto al un mero spostamento al 2024 della spesa prevista nel 2023 per i rinnovi contrattuali 2019-2021, in parte agli oneri correlati al personale sanitario dipendente per il triennio 2022-2024 e, addirittura, all’anticipo del rinnovo per il triennio 2025-2027. Una previsione poco comprensibile, visto che la Legge di Bilancio 2024 non ha affatto stanziato le risorse per questi due capitoli di spesa». Senza considerare, peraltro, l’erosione del potere di acquisto, visto che secondo l’ISTAT ad oggi l’inflazione si attesta su base annua a +1,3%.
Previsionale 2025-2027
Nel triennio 2025-2027, a fronte di una crescita media annua del PIL nominale del 3,1%, il DEF 2024 stima al 2% la crescita media annua della spesa sanitaria. Il rapporto spesa sanitaria-PIL si riduce dal 6,4% del 2024 al 6,3% nel 2025-2026, al 6,2% nel 2027.
Rispetto al 2024, in termini assoluti la spesa sanitaria nel 2025 sale a 141.814 milioni di euro (+2,2%), a 144.760 milioni (+2,1%) nel 2026 e a 147.420 milioni (+1,8%) nel 2027. «Considerato che il DEF in forma “semplificata” non contiene indicazioni sulle politiche economiche per la prossima Legge di Bilancio – commenta il Presidente – se da un lato le previsioni sul triennio 2025-2027 confermano il progressivo calo del rapporto spesa sanitaria-PIL, dall’altro non si possono escludere ulteriori riduzioni della spesa sanitaria visti i margini molto risicati per finanziare in deficit la prossima Manovra. In tal senso rimangono molto azzardate le stime assolute di 6.414 milioni in più nel 2025 e di 9.160 milioni nel 2026, tenendo conto che il Fabbisogno Sanitario Nazionale fissato dalla Legge di Bilancio 2024 è pari a 135.400 milioni per il 2025 e 135.600 milioni per il 2026».
Peraltro, in assenza di misure programmatiche nel DEF 2024, aggiunge il Presidente «bisognerà capire dove reperire le risorse sia per abolire gradualmente il tetto di spesa per il personale sanitario – come annunciato dalla Presidente Meloni e del Ministro Schillaci – sia da destinare alle prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale e di protesica, visto che l’aggiornamento dei nomenclatori tariffari è stato rinviato in accordo con le Regioni al 1° gennaio 2025 per mancanza di fondi, posticipando ancora una volta l’esigibilità dei “nuovi” Livelli Essenziali di Assistenza, ben 8 anni dopo la loro approvazione».
«Il DEF 2024 – chiosa Cartabellotta – conferma che, in linea con quanto accaduto negli ultimi 15 anni, la sanità pubblica non rappresenta affatto una priorità neppure per l’attuale Governo. In tal senso, la comunicazione pubblica dell’Esecutivo continua a puntare esclusivamente sulla spesa sanitaria in termini assoluti che dal 2012 è (quasi) sempre aumentata rispetto all’anno precedente, e non sul rapporto spesa sanitaria-PIL che documenta al contrario un lento e inesorabile declino, collocando l’Italia prima tra i Paesi poveri dell’Europa e ultima del G7 di cui proprio nel 2024 il nostro Paese ha la presidenza».
«Il Piano di Rilancio del SSN elaborato dalla Fondazione GIMBE – conclude Cartabellotta – propone di aumentare progressivamente la spesa sanitaria, con l’obiettivo di allinearla entro il 2030 alla media dei Paesi europei, al fine di garantire il rilancio delle politiche del personale sanitario, l’erogazione uniforme dei Livelli Essenziali di Assistenza e l’accesso equo alle innovazioni. Considerato che nel 2022 il gap della spesa sanitaria pro-capite con la media dei Paesi europei ha superato in totale i 47 miliardi di euro, il DEF 2024 non pone affatto le basi per ridurlo progressivamente: anzi, il rapporto spesa sanitaria-PIL scende a 6,3% nel 2025-2026 e al 6,2% nel 2026, valori inferiori al 2019 (6,4%), confermando che la pandemia non ha insegnato proprio nulla. Infatti, il perseverante definanziamento pubblico aumenterà la distanza con i Paesi europei e affonderà definitivamente il SSN, compromettendo il diritto costituzionale alla tutela della salute delle persone, in particolare per le classi meno abbienti e per i residenti nelle Regioni del Sud».
Alberto Auricchio è il nuovo direttore del TIGEM
Dopo 30 anni, cambia la direzione del TIGEM, l’Istituto Telethon di Genetica e Medicina di Pozzuoli: Andrea Ballabio passa il testimone ad Alberto Auricchio, già coordinatore del programma di Terapia molecolare dell’istituto, il primo fondato da Telethon nel 1994 con la missione di studiare i meccanismi alla base delle malattie genetiche rare e mettere a punto terapie innovative. La nomina arriva dopo un processo di selezione aperto a scienziati di tutto il mondo, condotto da una commissione costituita da sei scienziati di statura internazionale.
Alberto Auricchio, professore ordinario di Genetica medica all’Università Federico II di Napoli, raccoglie così un’importante eredità, fatta di eccellenze raggiunte nel campo della ricerca delle malattie genetiche rare. Al Tigem, che ha preso parte anche al Progetto genoma umano, sono stati identificati numerosi geni responsabili di malattie genetiche e, a partire dal 2016, è stato avviato uno dei principali programmi in Italia per le malattie non diagnosticate. Molto importante è anche il contributo sul fronte della medicina di precisione, soprattutto per la terapia genica di malattie della vista e del metabolismo. Un valore confermato anche dagli accordi industriali e dalle spin-off nate a partire da progetti dell’istituto: tra queste AAVAntgarde Bio, fondata proprio da Auricchio e dedicata allo sviluppo di nuove piattaforme di terapia genica per forme ereditarie di cecità in grado di superare uno dei principali limiti attuali, la “capienza” di trasporto dei vettori virali.
«Sono onorato di ricevere questo importante incarico e ringrazio la Fondazione Telethon per la fiducia accordatami. Ringrazio, anche a nome dell’Istituto, Andrea Ballabio per aver condotto in 30 anni il TIGEM ai livelli di eccellenza che tutti conosciamo – ha dichiarato Alberto Auricchio – Il mio background è fortemente orientato alla ricerca traslazionale, e questo è il focus che desidero ulteriormente imprimere all’Istituto nei prossimi anni. Mantenere l’altissimo livello scientifico del TIGEM, coniugandone l’anima di base con quella traslazionale, sarà una sfida stimolante ma allo stesso tempo impegnativa. So di poter contare sul supporto dell’Istituto e di un ecosistema che include la Fondazione, le sue spin-off, le Università con le loro Aziende Ospedaliere, il CNR e le autorità locali a cui siamo legati da una proficua collaborazione da anni. Sono pertanto convinto che, lavorando insieme, riusciremo a raggiungere l’obiettivo ambizioso di tradurre le nostre scoperte in cure per pazienti con malattie genetiche rare».
Andrea Ballabio, professore ordinario di Genetica medica all’Università Federico II di Napoli e visiting professor presso il Baylor College of Medicine di Houston (Usa), ha diretto il TIGEM fin dalla sua fondazione. Al suo gruppo si deve la scoperta di un importante meccanismo che consente alle cellule di smaltire le sostanze tossiche, molto rilevante per lo sviluppo di approcci terapeutici per le malattie genetiche da accumulo e anche per alcune forme di cancro. Proprio per questa scoperta ha ricevuto – primo in Italia – il Premio Louis-Jeantet per la medicina 2016, prestigioso riconoscimento assegnato ogni anno a ricercatori di spicco in Europa.
«Un giorno, nel lontano 1994, ho ricevuto una telefonata che mi ha cambiato la vita. Mi trovavo a Houston, nel Texas, dove dirigevo un laboratorio di ricerca nel Medical Center più grande del mondo. A telefonarmi era la signora Susanna Agnelli per propormi, per conto della Fondazione Telethon, di rientrare nel mio Paese per creare un nuovo istituto di ricerca. Accettata la proposta, sono rientrato in Italia insieme a un piccolo gruppo di giovani ricercatori innamorati del proprio lavoro per far nascere il TIGEM – ha ricordato Ballabio -. A 30 anni di distanza, posso dire che accettare quella proposta è stata una delle migliori decisioni che abbia preso nella mia vita. Ringrazio di cuore la Fondazione Telethon e tutti coloro che ci hanno aiutato a costruire un centro di ricerca di altissimo livello nel nostro Paese. Oggi sono veramente felice di passare il testimone ad Alberto Auricchio, una persona di altissima professionalità, che certamente farà raggiungere al Tigem traguardi ancor più importanti nella lotta contro le malattie genetiche».
Un’eccellenza ampiamente riconosciuta anche a livello internazionale quella di Andrea Ballabio e Alberto Auricchio, che lo scorso anno hanno ricevuto, per la terza volta, un finanziamento da parte dello European Research Council (ERC). In media, ogni anno ottengono il finanziamento solo il 10% dei ricercatori che partecipano ai principali bandi ERC (starting, consolidator o advanced): in questo gruppo ristretto di scienziati di valore, meno dell’1% è mai riuscito a ottenere tre finanziamenti. Un risultato che non solo rappresenta un importante riconoscimento professionale per i vincitori, ma è anche una conferma della capacità della Fondazione Telethon di attirare ricercatori di valore nei propri Istituti.
«Il TIGEM di Pozzuoli si conferma una straordinaria realtà, all’avanguardia per la ricerca sulle malattie genetiche rare. Il fatto che alla sua guida arrivi una figura come il professor Auricchio, che ha dedicato gran parte della propria vita alla ricerca scientifica, rappresenta il modo migliore per garantire un futuro sostenibile al nostro Paese e al nostro Mezzogiorno – ha detto il presidente di Telethon Luca Cordero di Montezemolo -. Ringrazio personalmente il professor Ballabio per lo straordinario impegno profuso fin dalla nascita dell’Istituto, per gli enormi successi raggiunti e per aver contribuito a tracciare il futuro dell’Istituto stesso. Sono sicuro che sotto la guida del nuovo direttore l’istituto continuerà ad attrarre i migliori scienziati italiani e internazionali. E questo ci riempie di orgoglio».
I numeri del TIGEM
Al TIGEM lavorano attualmente 26 gruppi di ricerca, per un totale di 269 persone tra ricercatori, staff di supporto alla ricerca, uffici scientifico e amministrativo. Complessivamente ammonta a 119 milioni di euro l’investimento di Telethon ad oggi, a cui si aggiungono gli importanti finanziamenti esterni ottenuti grazie all’eccellenza dei suoi ricercatori, come per esempio quelli dello ERC (16 quelli ottenuti finora, di cui 8 attualmente in corso: dal 2007 al 2022, più di 16 milioni di euro, circa 10 milioni in più della media italiana).
«Ringrazio di cuore Andrea Ballabio perché in questi trent’anni il Tigem è diventato, con la sua guida, un centro leader di cui tutti andiamo fieri e un polo di attrazione per ricercatori di tutto il mondo – ha commentato Francesca Pasinelli, Consigliere Delegato di Fondazione Telethon -. Il lavoro e la dedizione dei ricercatori e il supporto dei donatori hanno permesso all’Istituto di raggiungere risultati significativi per le persone con malattie rare e di grande portata per il progresso scientifico in generale. Sono molto orgogliosa che la storia scritta negli ultimi 30 anni si arricchisca di un nuovo capitolo con la direzione di Alberto Auricchio».
Il TIGEM, che dal 2013 ha sede nel complesso ex Olivetti di Pozzuoli, negli anni ha avuto anche il merito di aver riportato in Italia ricercatori che adesso dedicano il proprio sapere e la propria esperienza alla ricerca sulle malattie genetiche rare all’interno dell’Istituto e ha offerto un contributo importante in termini di occupazione e riqualificazione del territorio.
Telecardiologia: quando i dispositivi indossabili salvano il cuore
Il primo documento di consensus tra 19 società scientifiche risale a novembre 2023. A riprova di quanto l’applicazione sia nuova, sebbene della teoria si parli da anni. Si tratta della telemedicina per patologie cardiovascolari: cinque mesi fa l’Istituto Superiore di Sanità ha infatti messo nero su bianco alcune indicazioni per eseguire prestazioni in Telecardiologia.
Il testo, che sarà aggiornato ogni due anni, approfondisce aspetti come il telemonitoraggio e il telecontrollo in cardiologia, oltre a percorsi di teleriabilitazione, fornendo indicazioni sulla gestione da remoto di pazienti cronici con scompenso cardiaco, aritmie, fibrillazione atriale, cardiopatia ischemica cronica, adulti con patologie cardiache congenite e sulla prevenzione di patologie cardiovascolari.
Monitoraggio e diagnosi precoce
Secondo i dati della World Heart Federation, le morti per malattie cardiovascolari (CVD) sono aumentate del 60% negli ultimi 30 anni. Nel 1990 si sono registrati a livello globale 12,1 milioni di decessi per questa causa, mentre nel 2021 le morti sono state 20,5 milioni. Da anni in Europa le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte, sebbene secondo gli esperti siano prevenibili nell’80% dei casi con un corretto stile di vita.
Una diagnosi precoce, unita alla corretta gestione delle CVD, può fare la differenza sulla qualità di vita del paziente e sull’impatto economico dei trattamenti. «La forza della telemedicina è la sorveglianza e la detection precoce dell’anomalia», conferma Emilio Vanoli, professore associato di Cardiologia all’Università di Pavia.
Uno dei maggiori benefit dei dispositivi sul mercato è che il medico vede ciò che succede in tempo reale
«Uno dei maggiori benefit dei dispositivi sul mercato è che il medico vede ciò che succede in tempo reale – prosegue l’esperto -. Questo significa che se il sintomo si verifica pochi minuti dopo aver indossato il device, il paziente se ne può liberare senza attendere le 24 o 48 ore standard per il monitoraggio. Per contro, se ci sono problemi di trasmissione dati, lo si può comunicare subito senza dover aspettare l’analisi degli stessi. Infine, nel momento in cui il paziente restituisce il dispositivo, ottiene il suo referto, senza che debba affrontare un secondo viaggio».
Tutti vantaggi che permettono al paziente di risparmiare tempo e energie ed al clinico di avere dati a disposizione in tempo reale.
I device
I dispositivi indossabili possono essere utilizzati per verificare un’ipotesi diagnostica, oppure per trovare un problema prima che si manifesti. È il caso per esempio della fibrillazione atriale subclinica (SAF), una patologia asintomatica. Un recente studio ha valutato la prevalenza della SAF in un contesto ambulatoriale grazie a un dispositivo indossato per una media di 13 giorni. Il device ha rilevato episodi di SAF nel 16,8% dei pazienti monitorati, persone del mondo reale a rischio di fibrillazione atriale, ma senza precedenti.

La composizione dei kit varia in base alla patologia, ma tutti hanno in comune una parte indossabile e una App per il paziente. Grazie a un collegamento 4G i dati sono trasmessi in tempo reale a una piattaforma cui il medico ha accesso. «Laddove la copertura non sia sufficiente, si possono installare ripetitori ad hoc: si tratta di un investimento di poche centinaia di euro che può fare la differenza nelle poche realtà non ancora raggiunte da questa tecnologia», riflette il cardiologo.
E poi c’è la conferma delle ipotesi diagnostiche: «Qualche tempo fa un mio paziente lamentò delle palpitazioni dopo i pasti – racconta Vanoli -: ipotizzai una fibrillazione atriale per innesco vagale da distensione dello stomaco, un quadro preoccupante ma non pericoloso. Una volta indossato il dispositivo, però, mi sono reso conto che si trattava di tachicardia ventricolare, un quadro molto più complesso». In una manciata di giorni il paziente fu ricoverato in ospedale, sottoposto ad ablazione e dimesso. Lo specialista ha continuato a seguirlo a distanza: «Con il telemonitoraggio e qualche indicazione telefonica non ci sono state recidive e dunque non è stata necessaria la riospedalizzazione».
In questo caso il dispositivo è servito anche per controllare l’instabilità cardiologica del paziente nel periodo di cicatrizzazione del tessuto miocardico e per prevenire peggioramenti della condizione clinica del paziente.
Le mancate riospedalizzazioni
Mediamente il 30-35% dei pazienti dimessi dopo uno scompenso cardiaco acuto rientra in ospedale entro 60 giorni.
L’elevato tasso di ospedalizzazione dei pazienti affetti da scompenso contribuisce in modo sostanziale ai costi sanitari. Nei Paesi occidentali i costi per la gestione della patologia sono in media il 2% della spesa sanitaria nazionale totale, con l’assistenza ospedaliera a farla da padrone (incide per circa il 61%).
La sorveglianza domiciliare del paziente fragile con soluzioni di telemedicina può consentire di ridurre i tempi di trasferimento e le ospedalizzazioni
«Purtroppo in Italia c’è una scarsa percezione dell’utilità della Telemedicina, nonostante sia uno degli elementi portanti del PNRR – osserva Vanoli – La sorveglianza domiciliare del paziente fragile consente di ridurre i tempi di trasferimento e le ospedalizzazioni, ma nel nostro Paese il medico non si ritiene più responsabile del paziente quando questi esce dall’ospedale o dall’ambulatorio. Occorrerebbe invece intendere la telemedicina non solo come l’erogazione di prestazioni senza far muovere il paziente, ma anche come monitoraggio».
L’altro aspetto che frena la piena diffusione della telemedicina è la mancanza di rimborsi: «Ad oggi i dispositivi sono a carico del paziente e il monitoraggio e il medico viene pagato solo quando effettua una visita a distanza e non quando si occupa del controllo a distanza».
Record per le donazioni di organi: i dati della giornata nazionale e il ruolo delle professioni sanitarie
Alla scoperta delle professioni sanitarie della Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP
Il 2023 è stato un anno record per le donazioni Italia, con risultati senza precedenti. I dati del Ministero della Salute rivelano un significativo aumento delle donazioni, superando per la prima volta le duemila unità, e dei trapianti, con un totale di 4.462 interventi.
Non si tratta solo delle cifre assolute più elevate mai registrate, ma anche delle percentuali di crescita annuali più significative. L’Italia si è posizionata al secondo posto in Europa per numero di donatori, superando la Francia, grazie a un tasso nazionale di donazione di 28,2 donatori per milione di persone.
Il 14 aprile si è svolta la Giornata nazionale per la donazione di organi: la donazione di organi, tessuti e cellule rappresenta una speranza di vita per chi, in attesa di un trapianto, lotta per sopravvivere. Chi decide di diventare un donatore, quindi, può fare la differenza nella vita di molte persone.
Questi risultati sono stati resi possibili da un aumento delle segnalazioni di potenziali donatori nelle terapie intensive e dall’investimento nel programma di donazione a cuore fermo (DCD), che ha visto un notevole aumento dei trapianti derivati da questo tipo di donazione. La crescita delle segnalazioni è stata anche stimolata dal maggiore impegno delle Regioni e dall’efficace applicazione delle misure del Piano nazionale delle donazioni, promosso dal Centro Nazionale Trapianti (CNT).
La diffusione della cultura della donazione rappresenta un altissimo valore solidaristico
La formazione dei professionisti della Rete trapiantologica e l’introduzione di tecnologie avanzate per la perfusione degli organi hanno giocato un ruolo decisivo nel raggiungimento di questi risultati, posizionando l’Italia all’avanguardia nel settore a livello mondiale.
Un risultato così significativo si deve anche alle aumentate capacità dei professionisti sanitari nell’utilizzo delle tecnologie di perfusione degli organi (un settore che sta vivendo un importante sviluppo) e al lavoro di formazione e organizzazione portato avanti sul territorio per strutturare equipe sanitarie in grado di gestire efficientemente questo tipo di prelievi ad elevata complessità.
Ma come funziona il sistema dei trapianti? Hanno risposto a TrendSanità Lidia Broglia, presidente della Commissione di albo nazionale dei Tecnici di neurofisiopatologia (TNFP), e Salvatore Scali, presidente Commissione di albo nazionale dei Tecnici della fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare (TFCPC) della Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP.
Quali organi e tessuti possono essere donati da vivente o post mortem?
«Decidere di donare gli organi post mortem e in vita è una decisione che può seriamente cambiare la vita di chi ormai non ha più speranza – risponde Broglia –. È un argomento molto delicato, che interessa la sfera strettamente personale di un individuo. Ciò che si può dire in merito è che si tratta di un gesto di totale generosità, così come la donazione in vita. La donazione non è poi circoscritta ai soli “organi”, ma anche ai tessuti. Nello specifico, gli organi che si possono donare post mortem sono: cuore, reni, fegato, polmoni, pancreas e intestino. Tra i tessuti: pelle, ossa, tendini, cartilagine, cornee, valvole cardiache e vasi sanguigni. Appare evidente, quindi, che un unico donatore può salvare la vita o aiutare più persone.
Gli organi o i tessuti che è possibile donare in vita, invece, non sono ovviamente tutti. Tra questi: rene, fegato (parziale), midollo osseo, cute, placenta, segmenti osteo-tendinei e cordone ombelicale».
«Nel caso del rene – interviene Scali –, un donatore compatibile, di solito parente del ricevente, dona uno dei suoi due reni. Per quanto riguarda il fegato, già da qualche anno è utilizzata una tecnica per il trattamento dei soggetti pediatrici con insufficienza epatica terminale in cui un donatore, di solito un genitore, dona parte del proprio fegato al figlio».
«Confermo poi che il 2023 passerà alla storia come un anno da record – aggiunge Broglia –. Le donazioni sono state 2.042 (11% in più rispetto al 2023) mentre i trapianti 4.462 (15%, in più rispetto al 2022). Sicuramente ha funzionato molto bene il Centro Nazionale Trapianti (CNT) grazie soprattutto all’impegno dei tanti professionisti sanitari coinvolti, molti anche appartenenti alla nostra Federazione nazionale. Risultati che ci rendono orgogliosi ma che devono anche stimolarci con rinnovato impegno per rafforzare la cultura delle donazioni e a rendere sicura la rete dei trapianti».
Qual è il ruolo della FNO TSRM e PSTRP in questo processo?
Il Ministro della Salute ha annunciato l’attivazione del portale digitale della CIE che permetterà ai cittadini di registrare la propria dichiarazione di volontà alla donazione diretta da casa e non solo negli uffici anagrafe
«Tra le 18 professioni afferenti alla nostra Federazione, molte sono coinvolte, a vario titolo, scendendo in campo con le proprie competenze – ci dice la presidente della Commissione TNFP –. Alcuni nella fase iniziale di accertamento, espianto e impianto degli organi, altri nella fase non meno importante che riguarda i soggetti trapiantati. La compresenza e la convivenza di professioni diverse è un punto di forza della nostra Federazione nazionale e si sta cercando di sviluppare al massimo questo valore aggiunto. Le numerose iniziative formative della Giornata nazionale donazione organi nei vari Ordini sono la conferma che stiamo imparando a conoscerci e a collaborare insieme. Aggiungo che il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, a gennaio ha annunciato l’attivazione del portale digitale della CIE che permetterà ai cittadini di registrare la propria dichiarazione di volontà alla donazione diretta da casa e non solo negli uffici anagrafe».
Come si accerta la morte encefalica?

«Da molti anni i Tecnici di neurofisiopatologia, sono al fianco del collegio medico (una triade specialistica costituita da neurologo, anestesista e medico legale) deputato all’accertamento della morte encefalica e si occupano dell’esecuzione dell’EEG nelle terapie intensive, garantendo, con scrupolo e rigore metodologico, il rispetto di tutti i criteri e parametri strumentali previsti dalla legge nelle due registrazioni di 30 minuti volte a certificare l’assenza di attività elettrica di origine cerebrale spontanea e provocata – risponde Lidia Broglia –. Si tratta di un setting particolarmente complesso sia dal punto di vista tecnico-operativo che per la dimensione etica vissuta nei confronti del concetto stesso di morte. Siamo consci che un evento di questa portata non lascia certamente indifferenti dal punto di vista emotivo. Si pensi in particolare alla procedura di accertamento in età pediatrica, ma è comunque necessario conservare un approccio il più possibile scevro da aspetti personali legati alla religione, alla morale, alle esperienze e alle emozioni, con la consapevolezza che la diffusione della cultura della donazione rappresenta un altissimo valore solidaristico. La normativa vigente (DM 11/04/ aprile 2008) sancisce inoltre che l’esecuzione dell’esame elettroencefalografico durante l’accertamento della morte cerebrale, propedeutico al percorso di donazione e trapianto di organi, è di esclusiva competenza del TNFP».
Cosa si intende per DBD e DCD?

«Con DBD (Donor after Brain Death) si intende un soggetto che dona gli organi a seguito di morte cerebrale, identificata tramite accertamento di morte e definita come la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo – interviene Scali –. Ad oggi questa è la modalità più utilizzata per il reclutamento di organi da trapiantare. Con DCD (Donor after Circulatory Death), invece, si intende un soggetto che nonostante non abbia alcuna possibilità di ripresa, non ha la cessazione completa delle funzioni cerebrali. In questo caso, il prelievo degli organi si esegue quando la respirazione e la circolazione sono cessate per un intervallo di tempo tale da comportare la perdita irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo. Questa metodica, se opportunamente gestita, può ampliare notevolmente la disponibilità di organi da trapiantare».
Quali sono i compiti che il Tecnico di fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare (TFCPC ) svolge in questi casi?
Il ruolo dei Tecnici di neurofisiopatologia (TNFP) e dei Tecnici della fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare (TFCPC)
«Nel caso in cui durante un DBD sia prelevato anche il cuore – evidenzia Scali –, il TFCPC coadiuva il cardiochirurgo somministrando la cardioplegia e gestendo il sistema di trasporto dell’organo. Attualmente sono disponibili due modalità di trasporto: a cuore fermo o a cuore battente. È responsabilità del Tecnico perfusionista la gestione di questi sistemi. Nel DCD, dopo il periodo di osservazione, il Tecnico perfusionista avvia l’ECMO (Extra Corporeal Membrane Oxygenation) al fine di mantenere perfusi e quindi in vita gli organi da trapiantare. Gestisce quindi la circolazione extracorporea per tutto il tempo necessario fino al prelievo degli organi stessi».
In cosa consistono le “Perfusion Machine”?
«Sono state sviluppate per aumentare gli organi trapiantabili. Questi sistemi trovano utilizzo nel caso in cui siano prelevati degli organi cosiddetti “marginali”, cioè quando, per vari motivi, tali organi non rientrano nei normali valori di funzionalità definiti dalle linee guida. In questo caso, piuttosto che scartare a priori l’organo, è prelevato e inserito in una Perfusion Machine al fine di valutarne la funzionalità durante un periodo di osservazione. Solo a seguito di questo periodo, in cui si effettuano vari controlli, si decide se impiantare o scartare definitivamente l’organo. Il Tecnico di fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare allestisce e gestisce, attenendosi ai protocolli aziendali, tali macchine», conclude Scali.
Ancora complicata la relazione tra italiani e sanità digitale
“Un rapporto complicato”. Ecco come definisce la relazione tra italiani e sanità digitale il presidente della Fondazione per la Sostenibilità digitale, Stefano Epifani. Alla luce del rapporto “Sustainable Health” diffuso dalla Fondazione, un italiano su quattro è ancora restio a credere nelle potenzialità del digitale. Permane inoltre un ampio digital divide anche in sanità, in termini di utilizzo e di usability. Un quadro che si scontra con il riordino della sanità territoriale, che invece punta molto proprio sulla digitalizzazione di una parte servizi sanitari e con l’esigenza di rendere sempre più sostenibile questo capitolo di spesa del bilancio italiano.
