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Riforma delle professioni sanitarie, FNO TSRM e PSTRP in audizione: «Pari dignità e riconoscimenti per tutti»

Pari dignità, riconoscimenti equilibrati e valorizzazione di tutte le professioni del comparto sanitario. È il messaggio portato da Diego Catania, presidente della FNO TSRM e PSTRP, nel corso dell’audizione presso la XII Commissione Affari sociali della Camera sul disegno di legge delega per la riforma delle professioni sanitarie.

Nel suo intervento, Catania ha sottolineato la necessità di evitare sperequazioni tra i diversi profili professionali del Servizio sanitario nazionale, chiedendo pari riconoscimenti sia sul piano sociale sia su quello economico, anche a sostegno dei professionisti che operano quotidianamente sul territorio.

Tra i temi affrontati, la revisione del sistema di formazione continua, con l’obiettivo di semplificare gli adempimenti per i professionisti e sostenere gli Ordini che erogano corsi ECM gratuiti, e la richiesta di una maggiore sburocratizzazione degli Ordini, rafforzandone il ruolo sussidiario.

Riforma delle professioni sanitare: formazione continua, sburocratizzazione ed equo compenso al centro delle proposte

Nel corso dell’audizione è stata inoltre ribadita l’urgenza di dare piena attuazione alla normativa sull’equo compenso per i liberi professionisti, insieme alla richiesta di attivare lauree magistrali a indirizzo clinico per le professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione, e di promuovere l’orientamento degli studenti verso questi percorsi formativi.

La Federazione ha infine sollecitato l’emanazione del regolamento sugli Ordini e sulle Federazioni nazionali, previsto dalla legge 3/2018, e la revisione della CCEPS per migliorarne il funzionamento.

Confermata la disponibilità della FNO TSRM e PSTRP a collaborare con il Parlamento nella definizione dei decreti attuativi, «per contribuire a un sistema sanitario più efficiente, attrattivo e in grado di rispondere ai nuovi bisogni di salute», ha concluso Catania.

Logistica farmaceutica verso il riconoscimento di attività strategica nazionale: il plauso di LIPHE

La Legge di Bilancio 2026 segna un passaggio rilevante per la filiera della salute: nel corso dell’iter parlamentare, il Senato ha approvato un ordine del giorno che impegna il Governo a valutare il riconoscimento formale della logistica farmaceutica come attività essenziale, strategica e di interesse nazionale, parte integrante e indispensabile del sistema sanitario e produttivo, assicurando il suo pieno inserimento nelle politiche pubbliche in materia di salute, industria e sicurezza, anche in un’ottica di reshoring farmaceutico e di autonomia strategica nazionale.

Un impegno accolto con favore da LIPHE – l’associazione che rappresenta la logistica dei prodotti della salute, nata nell’ottobre 2025 dall’evoluzione di Assoram. «Un riconoscimento importante per un comparto che da sessant’anni garantisce la continuità delle cure e la sicurezza dei trattamenti», commenta il presidente Pierluigi Petrone, ringraziando i senatori firmatari dell’ordine del giorno (Murelli, Cantù, Minasi, Dreosto, Testor) per aver definito la logistica healthcare “il cuore operativo della filiera della salute”, un segmento ad altissimo valore tecnologico e regolatorio che unisce l’industria farmaceutica, le strutture sanitarie, le farmacie e i pazienti, garantendo la continuità delle cure e la sicurezza dei trattamenti.

La valorizzazione della logistica healthcare può rafforzare resilienza, innovazione e competitività del sistema salute italiano

«Ci battiamo da 60 anni – continua Petrone – per la piena valorizzazione della strategicità della logistica e del trasporto healthcare, da noi storicamente rappresentati. Dalla pandemia in poi il nostro lavoro si è intensificato viste le molteplici sfide che hanno messo a dura prova la tenuta dei sistemi sanitari nazionali.

Siamo molto soddisfatti che la nostra resistenza e resilienza, volte a garantire la tenuta del Sistema Salute in tempi di tempesta perfetta, ottengano la giusta considerazione anche in relazione ai costi strutturali elevati, aggravati da una compressione dei margini economici e da un eccesso di complessità burocratica e normativa che espongono al rischio di indebolire il comparto».

L’associazione evidenzia come il riconoscimento della logistica farmaceutica tra le infrastrutture critiche per la salute e la sicurezza del Paese potrebbe rappresentare un volano per lo sviluppo industriale e occupazionale, favorendo innovazione tecnologica, sostenibilità e competitività del sistema Italia in Europa.

«Quale modo migliore – conclude il Direttore Generale Mila De Iure – per iniziare il 2026 e il futuro prossimo con il vento in poppa».

Collatina: «Manovra e farmaci off-patent: segnali positivi, nodi ancora aperti»

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La legge di bilancio interviene su alcuni punti chiave della governance farmaceutica, dal finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale al payback, fino alle modalità di acquisto dei farmaci off-patent. Misure che possono incidere sulla sostenibilità degli equivalenti e dei biosimilari e sulla continuità delle forniture, ma che non sciolgono tutti i nodi strutturali del sistema. Di questi temi parliamo con Stefano Collatina, presidente di Egualia.

Qual è la sua valutazione complessiva delle misure approvate con la nuova manovra finanziaria, e quali effetti concreti producono sul comparto dei farmaci equivalenti e biosimilari? 

«Il giudizio complessivo è positivo, con un aumento delle risorse dedicate alla sanità: agli oltre sei miliardi di euro aggiuntivi rispetto al 2025, è prevista l’aggiunta di ulteriori 2,5. L’aumento del Fondo Sanitario Nazionale è un segnale importante perché va nella direzione delle esigenze di salute del Paese, dopo anni in cui il tema del finanziamento era stato messo in discussione. La manovra va nella direzione di sostenere il comparto.

Un elemento positivo è inoltre l’eliminazione di alcuni oneri ingiustificati, che da anni gravavano sul settore, come il payback dell’1,83% sui farmaci distribuiti dalle farmacie al pubblico. La sua cancellazione offre un po’ di “ossigeno” al comparto, soprattutto ai prodotti a basso prezzo. 

Bene l’eliminazione di alcuni oneri ingiustificati e la rimodulazione delle procedure di acquisto, anche se ancora molto timida

Positivo anche un primo, seppur timido, accenno a una rimodulazione delle procedure di acquisto, con la possibilità, non l’obbligo, per le piattaforme regionali di introdurre lo strumento dell’accordo quadro. Oggi le gare si svolgono al massimo ribasso, con il rischio che un solo aggiudicatario, in un contesto produttivo instabile, comprometta la continuità delle forniture.

Un altro segnale positivo è l’aumento dello 0,3% del fondo per la spesa farmaceutica per gli acquisti diretti. Anche questa misura, sebbene non risolutiva, contribuisce ad alleviare il peso per le imprese, soprattutto quelle che operano su prodotti ospedalieri.

Aggiungo che dal periodo post-Covid in poi si è verificato un incremento importante dei costi di produzione, al quale non è seguito un allineamento dei prezzi: la conseguente riduzione della sostenibilità industriale ha fatto sì che diverse produzioni siano andate in difficoltà e poi siano state eliminate. Questo è uno dei temi alla base delle carenze di farmaci e della riduzione del numero di aziende produttrici, che abbiamo osservato».

In assenza di modifiche al payback nella manovra, quali conseguenze intravede per il sistema e per la continuità dell’offerta? Quale dovrebbe essere l’obiettivo concreto di una riforma per garantire la sostenibilità del comparto?

«Se il sistema resta invariato, con un payback del 16,5% su prodotti offerti in gara, il problema della sostenibilità non viene risolto. Ne consegue il rischio di scarsità di farmaci; già numerosi prodotti sono usciti dal mercato, anche in aree terapeutiche cruciali come l’oncologia. Il tema delle carenze è centrale; secondo il database di AIFA nell’area oncologica risultano oltre 100 prodotti in carenza.  Un segnale macroscopico del fatto che, se non si risolve il mismatch tra costi di produzione e prezzi, agendo sui prodotti distribuiti in ospedale, si rischia la mancanza di farmaci essenziali.

Se non si risolve il mismatch tra costi di produzione e prezzi, agendo sui prodotti distribuiti in ospedale, si rischia la mancanza di farmaci essenziali

Inoltre l’effetto combinato del payback e delle gare al massimo ribasso si traduce in un esaurimento  della concorrenza e in una maggiorazione dei prezzi dei prodotti, per il cui reperimento potrebbe  essere necessario rivolgersi ad altri paesi. Il risultato è una situazione peggiore per tutti: meno prodotti disponibili e prezzi più elevati.

Una soluzione concreta potrebbe essere quella di escludere dal computo della diretta i farmaci che vanno a gara, che sono circa il 7% del totale, in quanto hanno già il prezzo più basso possibile. Quando il meccanismo del payback è stato introdotto, nel 2013, incideva sul fatturato per circa il 9%. Abbiamo rischiato di arrivate al 18%, solo grazie agli interventi dell’ultima legge di bilancio siamo arrivati a un 16,5%; sicuramente è un segnale ma la situazione non può perdurare, serve un cambio di rotta».

Quali principi guida ritiene indispensabili affinché il riordino della legislazione farmaceutica coniughi equità di accesso, sostenibilità economica e sviluppo industriale, evitando di penalizzare il comparto off-patent?

«In primo luogo il riconoscimento del ruolo strategico dei farmaci equivalenti e biosimilari nella sostenibilità della spesa sanitaria. Questo dovrebbe essere il principio ispiratore di tutte le azioni regolatorie. L’Italia ha una penetrazione degli equivalenti intorno al 30%, contro una media europea del 60%. È un dato che deve far riflettere, perché dove l’uso degli equivalenti è maggiore si genera anche un maggiore risparmio.

L’Italia ha una penetrazione degli equivalenti intorno al 30%, contro una media europea del 60%. È un dato che deve far riflettere

Per quanto riguarda i biosimilari, la penetrazione è tra le più alte in Europa, ma esiste un problema di sostenibilità degli investimenti futuri. Secondo alcune ricerche, tra cui quella condotta da IQVIA, il 75% dei biologici in scadenza di brevetto entro il 2032 non avranno un biosimilare corrispondente. Questo “biosimilar void” è un campanello d’allarme, perché sviluppare biosimilari nelle attuali condizioni industriali è sempre più rischioso.

Il Testo Unico di riordino della farmaceutica dovrebbe favorire la concorrenza, la stabilità del mercato e il rafforzamento della filiera nazionale. Accanto alla revisione di payback e gare, è fondamentale introdurre gare multi-aggiudicatario obbligatorie, che garantiscano continuità delle forniture, e politiche industriali capaci di rafforzare le catene di approvvigionamento, oggi fortemente dipendenti da India e Cina, dove le componenti della filiera sono state spostate per una attenzione esasperata ai prezzi».

Secondo l’ultimo Rapporto Egualia – Nomisma, il gap tra costi di produzione in aumento e prezzi bloccati sta erodendo i margini delle Aziende: quali modelli di prezzo/rimborso potrebbero bilanciare sostenibilità industriale ed equità di accesso?

«Ribadisco che, per quanto riguarda i farmaci ospedalieri e al netto della eliminazione del payback per i farmaci che vanno a gara, un modello di acquisto multi-aggiudicatario è assolutamente da privilegiare.

Alcune produzioni andrebbero protette, aumentando i prezzi di riferimento dei farmaci critici per renderli sostenibili

L’altro aspetto centrale è legato ai prezzi dei farmaci attualmente venduti a prezzi molto bassi; un esempio emblematico riguarda la metformina, il cui prezzo al pubblico – per una confezione da 30 compresse – è di circa 1,50 euro. Il ricavo per l’industria è del 58%, quindi pochi centesimi a compressa che certamente non compensano i costi di blister, foglietto illustrativo, confezione e logistica, aggiunti a quello del principio attivo. Se la metformina dovesse uscire dal mercato, il prodotto sostitutivo costerebbe tre o quattro volte di più. Lo stesso vale per molecole come furosemide. È evidente che alcune produzioni andrebbero protette, aumentando i prezzi di riferimento dei farmaci critici per renderli sostenibili.

Questo si collega al Critical Medicine Act, quell’insieme di regole europee che tende a riportare le produzioni strategiche all’interno dell’Europa. Ma il reshoring richiede investimenti: sarebbe impensabile produrre in Europa con gli stessi costi di India e Cina. Servono politiche industriali e incentivi; il Critical Medicines Act dimostra che questo tema è ormai consolidato in un percorso normativo europeo».

Alla luce della debolezza dei margini e della crescente competizione globale, quale dovrebbe essere una strategia industriale nazionale credibile per rendere l’Italia un Paese attrattivo per gli investimenti nella produzione di farmaci equivalenti e biosimilari?

«L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa e ha una qualità produttiva molto elevata, con costi complessivamente accettabili; il rapporto tra costi di produzione e qualità del prodotto è molto favorevole.

Per rendere il sistema attrattivo servono però regole certe, tempi certi e una forte semplificazione burocratica. Nel Global Attractiveness Index l’Italia è penalizzata soprattutto dalla burocrazia e dall’incertezza nei contenziosi legali. Se si rimuovono questi vincoli, l’Italia resta un Paese estremamente competitivo dal punto di vista manifatturiero, in linea con la Germania».

Salute mentale, PANSM accolto positivamente. E ora avanti con le riforme

La salute è una sola, e la salute mentale è parte integrante della salute globale: il nuovo Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale 2025‑2030 (PANSM) nasce proprio da questa prospettiva. Dopo anni di attese e rinvii, a fine 2025 il Piano è stato approvato dalla Conferenza Unificata, segnando un cambio di passo significativo.

Tra le novità principali: un quadro nazionale unitario, il rafforzamento del ruolo pubblico dei Dipartimenti di Salute Mentale, l’integrazione concreta tra ospedale e territorio, percorsi strutturati per i pazienti autori di reato e risorse economiche specifiche per sostenere i servizi.

Il PANSM rafforza l’integrazione ospedale-territorio e i percorsi di cura personalizzati

Le risorse sono già stanziate: la legge di bilancio 2026 prevede 80 milioni di euro per il 2026, 85 milioni per il 2027 e 90 milioni per il 2028, destinati alle azioni di prevenzione, diagnosi, cura e assistenza indicate nel Piano. A questi si aggiungono 30 milioni annui per l’assunzione di personale sanitario e sociosanitario, con l’obiettivo di rafforzare la presenza sul territorio e sostenere concretamente i servizi di salute mentale.

Positive le reazioni delle categorie professionali coinvolte nell’attuazione del PANSM

Guido Di Sciascio

Spiega Guido Di Sciascio, Presidente SIP (Società Italiana di Psichiatria) a TrendSanità: «Accogliamo con favore l’approvazione del PANSM  2025–2030. È un passaggio atteso e significativo, che consente finalmente al nostro Paese di dotarsi di un quadro strategico aggiornato e condiviso dopo oltre un decennio. Il Piano offre una visione unitaria e moderna dell’assistenza, riconosce la salute mentale come componente essenziale della salute globale e pone le basi per rafforzare l’integrazione tra servizi e garantire percorsi di cura più continui, equi e centrati sulla persona».  

Non mancano però le criticità. «La vera sfida, ora, è l’attuazione – chiarisce Di Sciascio – Il Piano potrà colmare ritardi storici solo a condizione che venga applicato in modo coerente e omogeneo su tutto il territorio nazionale. Il rischio, come spesso accaduto in passato, è che indicazioni programmatiche condivise restino disomogenee nella loro traduzione pratica. Per questo è fondamentale rafforzare i servizi e sostenere il lavoro quotidiano dei professionisti, affinché i principi enunciati possano diventare cambiamenti concreti e misurabili».  

Il PANSM introduce per la prima volta uno stanziamento dedicato e strutturato alla salute mentale

Le risorse economiche per sostenere i progetti del PANSM sono un aspetto fondamentale per il loro successo. Commenta Di Sciascio: «Il PANSM introduce per la prima volta uno stanziamento dedicato e strutturato alla salute mentale: parliamo di 260 milioni di euro in tre anni, un fatto senza precedenti nella storia recente del nostro Paese. Non era mai accaduto che la salute mentale trovasse una collocazione così esplicita all’interno della legge di bilancio, e questo rappresenta un segnale politico e istituzionale di grande rilevanza. Detto questo, le risorse previste costituiscono un primo passo importante, ma non possono da sole colmare il divario accumulato in oltre vent’anni di progressivo impoverimento dei servizi. Per rafforzare davvero il servizio pubblico sarà fondamentale che questi finanziamenti si traducano in interventi concreti su personale, organizzazione e rete dei servizi, e che l’impegno economico venga reso stabile e coerente con gli obiettivi indicati dal Piano».

Ed è quindi ora di mettersi al lavoro. Quello che è urgente fare è chiaro. «Presa in carico precoce, attenzione ai bisogni delle giovani generazioni e personalizzazione degli interventi – spiega Di Sciascio – Centrale è il ruolo dei Dipartimenti di Salute Mentale come perno di una rete integrata sanitaria e sociale. Come Società Scientifica siamo pronti a sostenere questo percorso, mettendo a disposizione competenze cliniche, formative e di ricerca, affinché il Piano possa tradursi in un miglioramento reale della qualità delle cure e della tutela dei diritti delle persone con disturbi mentali e delle loro famiglie».

Le valutazioni dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura

Tradurre il piano nella pratica clinica e organizzativa è ora compito dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), riunitisi recentemente a Bergamo per fare il punto sulle nuove prospettive e le future attività.

Emi Bondi

Spiega Emi Bondi, presidente Coordinamento Nazionale SPDC: «Negli ultimi anni si è parlato molto di salute mentale come di un’emergenza montante che ha colpito gruppi diversi di popolazione. Tra questi, in particolare, adolescenti, in merito a un maggior bisogno di cure, al rischio suicidario e a una risposta da parte dei servizi spesso inadeguata; utilizzatori di nuove sostanze d’abuso, che rappresentano un fattore di incremento delle emergenze comportamentali, degli accessi in pronto soccorso e della psicopatologia. E poi migranti, come area di soggetti esposta a specifici fattori di stress che richiedono assistenza dedicata nell’area della salute mentale; soggetti autori di reato nelle carceri e nei percorsi psichiatrico-forensi, con la necessità di garantire specifici percorsi di cura che assicurino salute e sicurezza. Infine anziani, con particolare riferimento a soggetti fragili, soli e non autosufficienti». 

Psicologi componente essenziale del Servizio Sanitario Nazionale

Il PANSM arriva alla fine di un lungo percorso di confronto, un lavoro che ha coinvolto anche il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP), i coordinamenti territoriali e i gruppi di lavoro dedicati.

Con il nuovo Piano viene rafforzato il ruolo della psicologia come componente essenziale del Servizio Sanitario Nazionale.

Maria Antonietta Gulino

Il commento del CNOP, nelle parole della presidente Maria Antonietta Gulino a TrendSanità, è positivo: «Esprimiamo soddisfazione per il nuovo Piano, il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha fatto bene a investire nell’ambito della salute mentale, dimostrando di avere a cuore questa emergenza».

Tra gli aspetti che il CNOP considera più significativi nel PANSM figurano la definizione più attenta della funzione dello psicologo nei consultori, il riconoscimento della Psicologia di Assistenza Primaria come servizio di prossimità nei Distretti sanitari e nelle Case della Comunità, e il ruolo delle Scuole di Specializzazione pubbliche.

Prosegue Gulino: «Lo psicologo di Assistenza Primaria è un nuovo servizio per il cittadino. È un intervento di prevenzione e prossimità a contatto con la persona. Grazie a un intervento precoce si vuole evitare anche abusi o uso inappropriato degli psicofarmaci da parte delle persone. Il Servizio psicologico di base esiste già in diverse Regioni con risultati molto soddisfacenti, ma ci auguriamo che si estenda a tutto il territorio nazionale. Quanto ai Consultori, dopo le novità introdotte dalla riforma Cartabia, va ricordato che gli psicologi lavorano per accompagnare lo sviluppo del bambino o del ragazzo minorenne, sostenendo anche i genitori. Lo psicologo del consultorio deve poter favorire percorsi di cura e non valutare da un punto di vista peritale (obiettivi specifici degli psicologi forensi)». L’attività professionale del perito, infatti, è quella di fornire un parere tecnico-valutativi in sede legale.

Psicologia e prevenzione precoce diventano centrali per rispondere ai bisogni della comunità

«Scuole di specializzazione pubbliche: è un bene che siano state incluse nel PANSM. – commenta ancora Gulino – Abbiamo fatto un lavoro positivo con il professor Alberto Siracusano, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e coordinatore del tavolo tecnico sulla salute mentale insieme al dottor Giuseppe Nicolo (coordinatore vicario)».

Non poteva mancare un accenno alle risorse economiche necessarie. «Il Piano è finanziato per i prossimi anni. Ci attendiamo che l’attività degli psicologi del territorio sia accompagnata da risorse continuative e adeguate per affrontare l’emergenza psicologica e intervenire precocemente su ogni fascia della popolazione, bambini, giovani, adulti e anziani» è l’augurio della Presidente del CNOP.

Longo: «Riordino del SSN? Attenzione a non creare un ippogrifo»

Il nuovo disegno di legge sul riordino del Servizio Sanitario Nazionale nasce con l’ambizione di ridisegnare l’architettura dell’assistenza in Italia, ma rischia di rivelare tutte le sue fragilità nel passaggio dai principi alle scelte concrete.

In questa intervista Francesco Longo, Associate Professor of Public and Health Care Management al Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università Bocconi di Milano, analizza senza sconti il DDL: dagli ospedali di terzo livello al rischio di un assetto “ibrido” destinato a non reggere, fino al vero banco di prova della riforma, che non è tanto normativo o finanziario quanto culturale e organizzativo. Un’analisi che sposta il fuoco dalle leggi alla capacità del SSN di trasformare davvero innovazione e investimenti in servizi funzionanti per i cittadini.

Il DDL di riordino del Servizio Sanitario Nazionale propone una revisione ampia del modello organizzativo dell’assistenza territoriale e ospedaliera. Nel suo complesso, che giudizio dà di questo impianto di riforma e quale visione di SSN emerge, secondo lei, dal testo della delega?

«Nel complesso mi sembra un testo che, allo stadio attuale, è molto ricco di principi generali, per lo più condivisibili. Sono principi che ribadiscono quanto già affermato nei recenti impianti normativi e programmatori, dal PNRR al DM 77, fino alla legge nazionale sulla prossimità. Da questo punto di vista, il DDL conferma una certa stabilità valoriale del sistema.

Il testo definisce bene i fini, ma non chiarisce gli strumenti

Dal punto di vista delle scelte di policy, però, il testo è ancora largamente inespresso: definisce bene i fini, ma non chiarisce gli strumenti. È quindi, potenzialmente, un buon impianto, ma non è ancora chiaro dove voglia realmente puntare. Dice poco sulle decisioni operative e su come intenda tradurre quei principi in cambiamenti concreti dell’organizzazione del SSN».

Il DDL introduce per la prima volta la categoria degli “ospedali di terzo livello”, strutture di eccellenza con bacino nazionale e sovranazionale. È già possibile immaginare che tipo di ospedali saranno e quale ruolo giocheranno nella futura architettura del SSN?

«Questo è l’unico elemento che appare come una vera novità, anche se in realtà il tema degli ospedali articolati su più livelli è presente da sempre nella normativa sanitaria. L’introduzione esplicita degli ospedali di terzo livello riporta però alla luce una contraddizione politica e istituzionale molto forte.

Da un lato, infatti, l’attuale governo ha firmato l’intesa sull’autonomia differenziata con cinque Regioni; dall’altro, immagina di sottrarre alle Regioni alcuni dei più grandi ospedali del Paese, trasformandoli in strutture di riferimento nazionale. Le due cose non possono convivere: o vale l’autonomia differenziata, o vale l’accentramento dei grandi ospedali. Una “via di mezzo” non esiste.

Il vero pericolo sarebbe creare una sorta di ippogrifo istituzionale: ospedali finanziati dallo Stato e altri finanziati dalle Regioni

I sistemi istituzionali hanno bisogno di coerenza interna. Possono funzionare modelli accentrati, come quello inglese, o modelli decentrati, come quello svedese o spagnolo, ma non modelli ibridi e contraddittori. Annunciare, a pochi mesi di distanza, due opzioni opposte significa prima o poi dover scegliere da che parte stare.

Il vero pericolo sarebbe creare un sistema “mezzo e mezzo”, una sorta di ippogrifo istituzionale: ospedali finanziati dallo Stato e altri finanziati dalle Regioni, con due committenti diversi che attingono alla stessa fonte finanziaria. Questo produrrebbe una competizione assurda tra committenti, non tra produttori, e il sistema semplicemente non reggerebbe».

Uno degli obiettivi dichiarati della delega è rafforzare l’integrazione tra ospedale e territorio e migliorare l’accesso alle cure. Secondo lei le misure proposte sono realmente in grado di migliorare l’accesso alla salute per tutti i cittadini, inclusi quelli che vivono in aree rurali, marginali o remote, o esiste il rischio che le disuguaglianze territoriali restino irrisolte?

«Non credo che questo sia il vero nodo del problema. Anche oggi, e a maggior ragione in futuro, gli ospedali di terzo livello dovrebbero occuparsi esclusivamente di alte specialità. Questo non penalizza il cittadino che vive in una valle o in un’area interna per quanto riguarda i bisogni di base.

Anzi, per le alte specialità l’accentramento è necessario, perché in medicina volume ed esiti sono strettamente correlati.

Il tema delle aree decentrate si affronta con telemedicina, modelli hub and spoke ed educazione sanitaria dei cittadini

Il tema delle aree decentrate è strutturale e prescinde dagli assetti istituzionali di cui discute questo DDL. Oggi si affronta combinando tre soluzioni tecniche: un uso massiccio della telemedicina; modelli hub and spoke, in cui il momento super-specialistico è concentrato e il follow-up è vicino a casa; e una maggiore educazione sanitaria dei cittadini, soprattutto di quelli meno istruiti, per aiutarli a capire quando è giusto curarsi localmente e quando è necessario spostarsi.

Oggi convivono due distorsioni: i cittadini più colti tendono ad andare nei grandi centri anche quando non serve; quelli meno colti, che vivono nelle aree interne, spesso non ci vanno neppure quando sarebbe necessario. Ma questo non dipende dall’assetto istituzionale: dipende dagli esiti della medicina e dalla cultura sanitaria».

Quali sono, a suo avviso, le proposte più interessanti contenute nel DDL e per quali ragioni? Tra queste, quali ritiene abbiano maggiori probabilità di essere effettivamente attuate nei prossimi anni e perché, anche alla luce dei vincoli istituzionali, organizzativi e finanziari?

«I temi che il decreto pone sono tutti assolutamente reali e rilevanti: presa in carico dei cronici, integrazione ospedale-territorio, continuità assistenziale. Il punto è che su ciascuno di questi temi gli strumenti esistono già.

Sono contenuti nel DM 77, sono stati finanziati con il PNRR: case della comunità, telemedicina, piattaforme digitali. L’hardware è già stato acquistato. Quello che manca è un forte investimento sul software: sulla cultura degli operatori, sui modelli di servizio, sulla capacità di ridisegnare i processi.

Le tecnologie ci sono già, ma non vengono usate fino in fondo

Lo capiamo bene con un esempio concreto: il 40% degli italiani è cronico, e dopo i 55 anni una persona su due. La cronicità dura in media 28 anni e comporta controlli periodici. Nell’80% dei casi, dalle visite di controllo emerge che va tutto bene. Oggi però facciamo comunque una visita in presenza solo per dire “va tutto bene”: una visita inutile.

Occorre un cambio radicale del modello di servizio: multicanalità, telefonate, televisite, messaggi. Dire al paziente che non c’è bisogno di vedersi è spesso la cosa che desidera di più. Le tecnologie ci sono già, ma non vengono usate fino in fondo».

Il provvedimento richiama esplicitamente la neutralità finanziaria e subordina molte misure alla disponibilità di risorse aggiuntive. Alla luce di questa clausola, dobbiamo attenderci che una parte significativa delle innovazioni previste resti sulla carta, oppure intravede margini concreti per una realizzazione progressiva ed efficace del riordino del SSN?

«Non riesco a immaginare molto di più di quanto già previsto dal DM 77: il Piano assistenziale individuale, il back office che prenota per il cittadino, l’integrazione dei servizi. È tutto già scritto, finanziato e in gran parte costruito.

Il DDL rischia di essere una sovrastruttura che serve soprattutto a istituzionalizzare e rendere visibile ciò che già esiste, ma che è ancora “parcheggiato in garage”. È come un pacco arrivato per corrispondenza: ce l’abbiamo, ma non l’abbiamo ancora aperto.

Le leggi, da sole, non cambiano i comportamenti: lo fanno le culture

Le leggi, da sole, non cambiano i comportamenti: lo fanno le culture. Se il decreto saprà attivare processi di change management, di service redesign, di trasformazione culturale – soprattutto nel middle management sanitario – allora potrà funzionare. Se invece si limiterà a ribadire ciò che già c’è, non servirà a molto perché quel lavoro è già stato fatto.

Il vero nodo non è solo istituzionale. Se davvero si volesse creare una rete di ospedali nazionali, sarebbe un cambiamento costituzionale, perché toglierebbe alle Regioni il governo delle loro strutture più importanti. Sarà la storia a dirci quale anima prevarrà. Ma senza una scelta chiara e coerente, il rischio è che il riordino resti incompiuto».

SIMG, presentate al Senato le proposte su prevenzione e sanità territoriale

La prevenzione e la promozione della salute devono diventare assi strutturali delle politiche sanitarie per garantire la sostenibilità, l’equità e il carattere universalistico del Servizio Sanitario Nazionale. È questo il messaggio centrale lanciato dalla Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) nel convegno “La salute al primo posto: un futuro che costruiamo insieme. Il ruolo dei parlamenti nazionali nella promozione della salute e del benessere dei cittadini in Italia e in Europa”, promosso dal Senatore Francesco Zaffini e svoltosi presso il Senato della Repubblica, alla presenza di numerose figure istituzionali nazionali ed europee.

Il contesto disegnato dall’OMS

Durante il convegno l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto il punto sullo stato di salute dei cittadini europei, presentato dal Direttore regionale OMS Europa Hans Henri Kluge. Il quadro illustrato ha evidenziato un aumento delle fragilità, una maggiore incidenza dei disturbi di salute mentale, l’emergere di bisogni assistenziali sempre più complessi e un ampliamento delle disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari.

Il MMG sarà sempre più chiamato a farsi carico di bisogni che vanno oltre la gestione clinica della malattia

In questo scenario, SIMG ha evidenziato come il Medico di Medicina Generale sarà sempre più chiamato a farsi carico di bisogni che vanno oltre la gestione clinica della malattia, includendo il supporto all’autogestione, l’accompagnamento nelle attività quotidiane e la prevenzione delle complicanze.

Il cambio di paradigma proposto da SIMG

«Il SSN potrà rimanere universalistico ed equo solo attraverso un deciso cambio di paradigma, che porti a considerare la prevenzione come un investimento strategico ad alto rendimento sanitario, sociale ed economico – ha sottolineato Alessandro Rossi, Presidente SIMG – Questo cambiamento presuppone il passaggio da un modello reattivo, centrato sulla gestione della malattia, a un modello fondato sulla proattività, sulla prevenzione personalizzata e sull’incremento di salute per ogni fascia di età. Questo percorso deve partire dalla medicina di famiglia, luogo in cui questi principi trovano applicazione concreta nella pratica quotidiana. La standardizzazione degli interventi non è più sufficiente a rispondere alla complessità dei bisogni di salute della popolazione: occorre invece evolvere verso modelli di prevenzione basati sulla conoscenza dell’individuo e sulla stratificazione del rischio».

L’importanza della sanità territoriale

Oggi si vive più a lungo, ma spesso con un numero sempre maggiore di anni in cattiva salute. Questo implica una crescente attenzione per le malattie croniche e per l’invecchiamento della popolazione, temi per i quali è fondamentale il ruolo della sanità territoriale.

Serviranno modelli organizzativi di prossimità, come le Case di Comunità e le Aggregazioni Funzionali Territoriali

«Un presidio territoriale forte e continuativo, con percorsi integrati e una relazione fiduciaria tra medico e paziente, permette di prevenire e gestire al meglio le cronicità – ha evidenziato Alessandro Rossi – La prevenzione, infatti, è un processo continuo, che richiede una forte integrazione tra servizi sanitari e sociali e percorsi assistenziali capaci di andare oltre la mera prescrizione farmacologica, con la programmazione di politiche ad hoc, a partire dagli screening e dalle campagne vaccinali. In questo senso, la medicina generale rappresenta l’unico presidio in grado di intercettare anche i determinanti sociali della salute, intervenendo nei contesti familiari e comunitari più fragili, dove l’isolamento sociale e la solitudine possono incidere profondamente sullo stato di salute delle persone. In questo processo, serviranno modelli organizzativi di prossimità, come le Case di Comunità e le Aggregazioni Funzionali Territoriali, capaci di adattarsi alle diverse realtà geografiche e di garantire continuità delle cure e integrazione multiprofessionale».

Il convegno al Senato alla presenza del Presidente La Russa e del Ministro Schillachi

I messaggi della SIMG sono stati presentati in un contesto istituzionale di alto livello, che ha visto la partecipazione, tra gli altri, del Presidente del Senato Ignazio La Russa, del Ministro della Salute Orazio Schillaci, oltre a rappresentanti delle istituzioni europee, delle Regioni, del Parlamento e delle principali società scientifiche. Un confronto che ha ribadito il ruolo centrale dei Parlamenti nazionali nella promozione della salute e del benessere dei cittadini, in una prospettiva europea e di lungo periodo.

L’intelligenza artificiale entra in corsia, ma l’Europa è ancora a metà del guado

L’intelligenza artificiale è già entrata negli ospedali europei: legge radiografie, supporta le diagnosi, dialoga con i pazienti e promette di alleggerire la pressione su sistemi sanitari sempre più sotto stress. Ma tra l’uso crescente delle tecnologie e la capacità di governarle, il passo è ancora lungo. A certificarlo è il primo grande report di OMS Europa sullo stato di preparazione dei sistemi sanitari all’AI, una fotografia nitida di opportunità reali e ritardi strutturali.

L’AI è una priorità per tutti, ma pochi sono davvero pronti

L’indagine “Artificial intelligence is reshaping health systems: state of readiness across the WHO European Region”, condotta tra giugno 2024 e marzo 2025, ha coinvolto 50 dei 53 Stati membri della Regione europea dell’OMS, con un tasso di risposta del 94%. Un dato che rende il quadro particolarmente rappresentativo: l’AI è una priorità per tutti, ma pochi sono davvero pronti.

Strategie: l’AI avanza, la governance arranca

Il primo dato è emblematico: solo 4 Paesi su 50 (8%) hanno già adottato una strategia nazionale specifica sull’intelligenza artificiale in sanità. Altri 7 Stati (14%) dichiarano di essere in fase di sviluppo. La grande maggioranza si muove invece su piani più generici: 33 Paesi (66%) hanno una strategia nazionale sull’AI di tipo trasversale, mentre 17 Stati (34%) includono l’AI all’interno di strategie di sanità digitale senza un documento dedicato (Figura 1).

Secondo l’OMS, questa frammentazione rischia di rallentare l’implementazione e di creare incertezze normative, soprattutto in un settore delicato come la salute, dove sicurezza clinica, responsabilità e diritti dei pazienti non possono essere lasciati all’interpretazione.

Figura 1. Strategie e governance
[Fonte: Report OMS Artificial intelligence is reshaping health systems: state of readiness across the WHO
European Region
]

Competenze cercasi: il tallone d’Achille europeo

L’intelligenza artificiale può migliorare le cure solo se chi lavora in sanità è in grado di comprenderla e usarla criticamente. Eppure i numeri raccontano un gap significativo. Solo il 24% dei Paesi (12 su 50) offre formazione sull’AI al personale sanitario già in servizio, mentre appena il 20% (10 su 50) ha introdotto contenuti sull’AI nei percorsi formativi universitari o pre-servizio (Figura 2).

Ancora più limitata è la creazione di nuove professionalità: solo il 42% degli Stati membri (21 su 50) ha istituito ruoli dedicati all’AI e alla data science nei sistemi sanitari. Un ritardo che, avverte il report, può tradursi in un uso acritico degli algoritmi o, al contrario, in una diffidenza che ne frena i benefici (Figura 2).

Figura 2. La formazione
[Fonte: Report OMS Artificial intelligence is reshaping health systems: state of readiness across the WHO
European Region
]

Cittadini ai margini del dibattito

Il coinvolgimento degli stakeholder è diffuso ma sbilanciato. Il 72% dei Paesi (36 su 50) ha avviato consultazioni sull’uso dell’AI in sanità, prevalentemente tramite focus group e incontri tecnici.

L’accettabilità sociale dell’AI dipende dalla trasparenza

Tuttavia, solo il 42% ha coinvolto associazioni di pazienti e appena il 22% ha incluso il pubblico più ampio.

Un limite non secondario, perché – sottolinea l’OMS – l’accettabilità sociale dell’AI dipende dalla trasparenza e dalla possibilità per i cittadini di comprendere come vengono utilizzati i loro dati e come le decisioni algoritmiche incidono sulle cure.

Dove l’AI è già realtà

Nonostante le criticità, l’AI è già ampiamente utilizzata. Il 64% dei Paesi (32 su 50) impiega sistemi di diagnostica assistita, soprattutto in ambito radiologico. Il 50% utilizza chatbot per il supporto ai pazienti. Le priorità dichiarate sono chiare: il 98% degli Stati punta a migliorare la qualità delle cure, il 92% a ridurre la pressione sul personale sanitario e il 90% ad aumentare l’efficienza dei sistemi.

Tuttavia, solo poco più della metà dei Paesi che hanno individuato priorità chiare ha stanziato fondi dedicati, confermando uno scarto persistente tra visione strategica e investimenti concreti.

Italia: dall’uso sperimentale alla sanità territoriale aumentata dall’AI

Nel quadro europeo tracciato dall’OMS, l’Italia riflette luci e ombre di una trasformazione ancora in corso. Come molti Paesi dell’Europa meridionale, non figura tra quelli che hanno già adottato una strategia nazionale specifica sull’intelligenza artificiale in sanità, ma mostra un’attività crescente sul piano applicativo e progettuale.

L’Italia non ha ancora adottato una strategia specifica sull’AI in sanità, ma mostra un’attività crescente sul piano applicativo

Durante la pandemia da COVID-19, il Servizio sanitario nazionale ha sperimentato l’uso dell’AI per il triage dei pazienti, la previsione del deterioramento clinico e il supporto alla diagnostica per immagini, in particolare in ambito polmonare. Esperienze che hanno dimostrato come l’AI possa rappresentare un alleato concreto in contesti di forte pressione clinica e carenza di personale, in linea con quanto rilevato dal report OMS, secondo cui il 92% dei Paesi europei adotta l’AI per ridurre il carico sul personale sanitario e il 98% per migliorare la qualità delle cure.

Oggi, la sfida per l’Italia è fare un passo ulteriore: passare dalla sperimentazione frammentata a un’integrazione sistemica, capace di rafforzare la sanità territoriale e ridurre le disuguaglianze di accesso alle cure.

Il progetto MIA: l’AI al servizio della sanità territoriale

È in questa prospettiva che si colloca MIA (Medicina & Intelligenza Artificiale), il progetto promosso da Agenas, nato nell’ambito della Missione 6 “Salute” – Componente 1 del PNRR, Sub-investimento 1.2.2.4 Intelligenza artificiale.

L’AI non deve sostituire, ma supportare il personale sanitario

L’idea alla base è chiara: l’AI non deve sostituire medici e operatori sanitari, ma diventare uno strumento di supporto quotidiano, capace di semplificare le decisioni, valorizzare le competenze professionali e migliorare la qualità delle cure. Un approccio in linea con le indicazioni dell’OMS, che individua proprio nel supporto al personale sanitario una delle principali leve di valore dell’AI in sanità.

MIA nasce con un obiettivo preciso: ridurre le distanze, non solo tecnologiche ma anche territoriali e sociali, che ancora caratterizzano l’accesso alle cure. Se governata con responsabilità, l’intelligenza artificiale può contribuire a rendere più uniforme la qualità dell’assistenza, rafforzando quel modello di sanità di prossimità su cui punta il PNRR.

Dalla diagnosi alla prevenzione

Pensata come una piattaforma di facile utilizzo, MIA consente ai professionisti sanitari di interagire con l’intelligenza artificiale attraverso un’interfaccia intuitiva, ponendo quesiti clinici e ricevendo risposte basate su evidenze scientifiche validate e accompagnate da fonti verificabili.

MIA fornisce risposte basate su evidenze scientifiche validate e accompagnate da fonti verificabili

Il supporto si articola su tre fronti strategici. Il primo riguarda le attività diagnostiche di base, con suggerimenti su possibili quadri clinici, esami da prescrivere e percorsi terapeutici iniziali. Il secondo è la gestione delle cronicità, dove l’AI aiuta a monitorare i pazienti nel tempo, favorendo interventi più tempestivi e personalizzati. Il terzo ambito è quello della prevenzione, con strumenti che segnalano campagne attive, individuano i cittadini eleggibili per screening e vaccinazioni e suggeriscono azioni mirate in base ai fattori di rischio individuali.

Meno burocrazia, più tempo per la cura

I benefici attesi non sono solo tecnologici, ma organizzativi e clinici. MIA punta a ridurre il tempo dedicato alle attività ripetitive, migliorare l’appropriatezza delle prescrizioni e favorire una maggiore aderenza alle terapie. Un utilizzo più proattivo dei dati può contribuire anche a ridurre le ospedalizzazioni evitabili, migliorare la gestione delle comorbilità e rafforzare le politiche di prevenzione, aumentando l’adesione agli screening e la copertura vaccinale.

In un sistema sanitario alle prese con carenza di personale e aumento dei bisogni assistenziali, l’AI diventa così un moltiplicatore di capacità, non un sostituto del rapporto medico–paziente.

MIA rappresenta anche un banco di prova per la capacità della sanità pubblica italiana di governare l’innovazione, integrando tecnologie avanzate con regole chiare, formazione adeguata e una visione di lungo periodo.

Il successo dell’AI si misurerà nella sua capacità di rendere le cure più accessibili, eque e sostenibili

La sfida non è solo far funzionare gli algoritmi, ma costruire fiducia, garantire trasparenza e assicurare che l’uso dell’AI produca valore reale per professionisti e cittadini.

Perché il successo dell’intelligenza artificiale in sanità non si misurerà nella potenza dei sistemi, ma nella loro capacità di rendere le cure più accessibili, eque e sostenibili. E MIA, in questo percorso, prova a indicare una direzione possibile.

La vera sfida è governare l’innovazione

A livello europeo, comunque, il dato forse più allarmante riguarda le barriere all’adozione: l’86% dei Paesi indica l’incertezza legale come principale ostacolo, seguita dai costi (78%). Quasi tutti gli Stati (92%) chiedono regole chiare sulla responsabilità in caso di errori dell’AI e il 90% linee guida su trasparenza ed esplicabilità degli algoritmi.

L’86% dei Paesi indica l’incertezza legale come principale ostacolo all’AI

L’intelligenza artificiale non è più una questione tecnologica, ma una prova di maturità dei sistemi sanitari. L’Europa ha iniziato la corsa, ma per non restare intrappolata tra sperimentazioni isolate e diffidenze diffuse dovrà fare una scelta netta: investire in regole, persone e fiducia.

Perché in sanità, più che altrove, l’innovazione senza governance rischia di essere solo una promessa mancata.

Riconoscimento europeo alla ginecologia oncologica degli Ospedali Sant’Anna e Mauriziano di Torino

Torino entra ufficialmente nell’élite mondiale della ginecologia oncologica. La European Society of Gynaecological Oncology (ESGO) ha conferito al presidio ospedaliero Sant’Anna – Città della Salute e della Scienza di Torino e al presidio ospedaliero Umberto I – AO Ordine Mauriziano di Torino l’accreditamento europeo come Centro di Formazione in Ginecologia Oncologica, riconoscendone la qualità clinica, scientifica e didattica.

Un riconoscimento di altissimo profilo che inserisce i due presidi torinesi tra i pochi centri al mondo abilitati alla formazione specialistica nel settore e che conferma il ruolo sempre più centrale della città nella cura e nella ricerca contro i tumori ginecologici.

L’accreditamento europeo come Centro di Formazione in Ginecologia Oncologica inserisce i due presidi torinesi tra i pochi centri al mondo abilitati alla formazione specialistica nel settore

Le evidenze scientifiche dimostrano che le donne con tumori ginecologici trattate da ginecologi oncologi in centri di riferimento hanno una sopravvivenza maggiore e una migliore qualità di vita. Il/La Ginecologo/a Oncologo/a è uno/a specialista in Ginecologia e Ostetricia con una formazione avanzata che garantisce una presa in carico completa – dalla diagnosi alla terapia, fino al follow-up – grazie ad un percorso formativo dedicato e multidisciplinare.

L’ESGO ha sviluppato un programma europeo di formazione in ginecologia oncologica che può essere erogato solo da centri accreditati, ovvero strutture in grado di soddisfarne tutti i requisiti. L’accreditamento è concesso solo a chi rispetta criteri particolarmente stringenti in termini di adeguata casistica oncologica, multidisciplinarietà e attività di ricerca comprovate. La verifica avviene attraverso una valutazione indipendente da parte di esperti internazionali ESGO, incaricati di certificare il rispetto degli standard formativi.

Alla visita torinese degli esperti del comitato di accreditamento ESGO, professor Pawel Knapp e  dottor Andrej Cokan, hanno preso parte il professor Stefano Cosma, responsabile del percorso formativo all’ospedale Sant’Anna, e la professoressa Annamaria Ferrero, responsabile del percorso formativo all’ospedale Mauriziano Umberto I, insieme alla professoressa Chiara Benedetto, Past-President del Board and College Europeo di Ginecologia e Ostetricia e promotrice dell’iniziativa in collaborazione con il professor Paolo Fonio, Direttore del Dipartimento di Scienze Chirurgiche dell’Università di Torino, cui afferiscono i docenti del settore Ginecologia e Ostetricia. I valutatori hanno incontrato anche i tutor di ginecologia oncologica ed i rappresentanti delle altre specialità coinvolte nella gestione multidisciplinare delle pazienti, oltre a prendere visione delle attività cliniche, dei percorsi formativi, dei progetti di ricerca e delle strutture dedicate presenti nei due ospedali.

La rete formativa integrata garantisce un percorso completo di presa in carico della paziente oncologica, grazie alla presenza di unità specialistiche dedicate alla chirurgia oncologica e oncoplastica, alla radiodiagnostica avanzata, alla radioterapia e brachiterapia, alla chemioterapia, alla psico-oncologia ed alle cure palliative. Sono inoltre attivi ambulatori dedicati al follow-up oncologico, ai tumori ginecologici ereditari, alle tecniche di preservazione della fertilità ed alla procreazione medicalmente assistita nelle pazienti oncologiche, così come i percorsi per la gestione delle gravidanze in corso di tumore o successive alla malattia.

La rete formativa integrata garantisce un percorso completo di presa in carico della paziente oncologica

In qualità di centro universitario — primo in Italia ad aver ottenuto l’accreditamento europeo per la specializzazione in Ostetricia e Ginecologia — il polo torinese offre ai futuri sub-specialisti in ginecologia oncologica opportunità formative uniche. Tra queste: il REC – Research & Educational Center, primo centro europeo di simulazione clinico-chirurgica dedicato specificamente alla Ginecologia e Ostetricia, fondato nel 2012 dalla professoressa Chiara Benedetto; il corso permanente di chirurgia anatomica dissettiva FAST (Female Anatomical Surgery for Trainees), basato su un modello innovativo di training anatomico-chirurgico.

Accanto all’attività clinica e formativa, il gruppo universitario torinese è fortemente impegnato nella ricerca clinica e preclinica, con numerosi studi attivi nei campi della diagnosi precoce, dell’innovazione chirurgica e dei trattamenti medico-chirurgici personalizzati.

Con l’accreditamento ESGO il Sant’Anna e il Mauriziano Umberto I consolidano il proprio ruolo di riferimento nella lotta ai tumori ginecologici, ponendosi come modello di integrazione tra cura, formazione e ricerca.

“Il prestigioso riconoscimento della European Society of Gynaecological Oncology è motivo di particolare orgoglio per l’Università di Torino non solo perché conferma l’eccellenza delle nostre docenti e dei nostri docenti e il loro impegno lungimirante nel garantire una formazione avanzata di qualità, ma anche perché proietta il nostro Ateneo in una dimensione sempre più internazionale e competitiva: ricevere un accreditamento europeo in ambito formativo significa attrarre talenti, anche dall’estero, che sceglieranno di formarsi qui, contribuendo a costruire un ecosistema virtuoso in cui ricerca, formazione e pratica clinica si incontrano. È questa la chiave per generare sviluppo, innovazione e competitività per il territorio e migliorare la salute e la qualità della vita di tutte e tutti” dichiara Cristina Prandi, Magnifica Rettrice dell’Università di Torino.

Assistenza clinica, ricerca e didattica: questi i tre punti di forza che contraddistinguono i due ospedali

“Un grande riconoscimento aver ricevuto l’accreditamento ESGO quale Centro di Formazione in Ginecologia Oncologica, che conferma il ruolo a livello nazionale ed internazionale del nostro ospedale Sant’Anna nella cura e nella ricerca contro i tumori ginecologici. Assistenza clinica, ricerca e didattica: questi i tre punti di forza che contraddistinguono i nostri ospedali. Per questo voglio complimentarmi con i nostri professionisti che ogni giorno garantiscono al meglio una risposta appropriata al bisogno di salute di tutte le nostre pazienti” commenta Livio Tranchida, Direttore Generale dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino.

“Per il Mauriziano essere il primo ospedale in Piemonte, insieme al Sant’Anna, a conseguire questo accreditamento – commenta Franca Dall’Occo, Direttore Generale dell’AO Ordine Mauriziano di Torino – significa rafforzare una sanità pubblica che investe in tecnologie avanzate, in modelli organizzativi innovativi e in ricerca applicata, trasformando l’eccellenza professionale in valore concreto per le donne e per il territorio. All’interno della rete torinese e universitaria, il Mauriziano conferma la propria vocazione a essere un luogo in cui cura, formazione e innovazione procedono insieme, con un unico obiettivo: migliorare la qualità e gli esiti delle cure oncologiche ginecologiche”.

“L’accreditamento ESGO conferma l’eccellenza clinica, formativa e scientifica del nostro polo e rappresenta il risultato del lavoro di un’équipe altamente specializzata che ogni giorno, con entusiasmo, si adopera per garantire percorsi di cura di alta qualità alle pazienti” dichiara Stefano Cosma, Responsabile del Percorso formativo all’Ospedale Sant’Anna.

“Sono onorata dell’accreditamento ESGO per la formazione in Ginecologia Oncologica, perché non solo è un riconoscimento delle capacità formative delle Divisioni Universitarie di Torino, ma anche delle competenze nel prendersi cura delle pazienti affette da neoplasie ginecologiche” dichiara  Annamaria Ferrero, Responsabile del Percorso formativo all’ospedale Mauriziano Umberto I.

“Questo riconoscimento europeo rappresenta un traguardo di grande valore per tutto il nostro settore. È il frutto di anni di investimenti mirati e di un impegno costante per offrire ai futuri ginecologi oncologi un percorso formativo sempre più strutturato, allineato agli standard internazionali, misurabile attraverso indicatori oggettivi e rafforzato da un’integrazione multidisciplinare reale.    Siamo profondamente soddisfatti: l’esito della valutazione conferma che la strada intrapresa è quella giusta e stimola a proseguire con ancora maggiore determinazione” commenta Chiara Benedetto, Past-President del Board and College Europeo di Ginecologia e Ostetricia e Professoressa Emerita di Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Torino.

Caregiver familiari, il governo vara il DDL dopo anni di attesa: contributo fino a 400 € e nuovi diritti

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di Ivana Barberini

Dopo oltre dieci anni di discussioni e più di trenta proposte rimaste finora senza esito, il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge sul riconoscimento e la tutela dei caregiver familiari, dando avvio all’iter parlamentare con procedura d’urgenza. Un passaggio atteso da tempo, che prova a colmare un vuoto normativo che ha lasciato per anni senza tutele milioni di persone impegnate quotidianamente nell’assistenza a un familiare non autosufficiente. Al centro del provvedimento c’è la figura del caregiver convivente prevalente, ovvero chi presta assistenza in modo continuativo. Per la prima volta in Italia viene delineata una disciplina organica che prova a tenere insieme sostegno economico, diritti lavorativi e riconoscimento formale del ruolo, modulando le tutele in base all’intensità dell’impegno assistenziale.

Al centro del provvedimento c’è la figura del caregiver convivente prevalente

La misura più discussa è il contributo economico esentasse fino a 400 euro al mese, destinato ai caregiver conviventi con carichi assistenziali molto elevati, pari ad almeno 91 ore settimanali. L’accesso al beneficio è però subordinato a criteri reddituali stringenti: un reddito personale non superiore a 3.000 euro annui e un ISEE familiare inferiore a 15.000 euro. L’erogazione, prevista a partire dal 2027, sarà gestita dall’INPS con cadenza trimestrale o semestrale e l’importo effettivo dipenderà dal numero delle domande presentate.

Accanto al sostegno economico, il disegno di legge punta a rafforzare il riconoscimento del caregiver anche sul piano formale. Sono previste, tra le altre misure, il diritto al congedo parentale quando la persona assistita è un minore, la possibilità di usufruire di ferie e permessi solidali messi a disposizione dai colleghi e interventi specifici per i giovani caregiver e gli studenti. In questo ambito rientrano la compatibilità del servizio civile con l’attività di cura, l’esonero dalle tasse universitarie per gli studenti caregiver e il riconoscimento dell’esperienza assistenziale come credito nei percorsi formativi.

Altre novità del DDL

Tra le novità figura anche l’inserimento del nominativo del caregiver e dell’orario del carico assistenziale all’interno del Progetto di vita e del Piano assistenziale individualizzato della persona assistita. Una formalizzazione considerata essenziale per aprire, in prospettiva, l’accesso a tutele previdenziali e agevolazioni lavorative oggi ancora assenti.

Secondo molte associazioni e osservatori, tuttavia, il provvedimento, pur rappresentando un passo avanti, rischia di rimanere limitato nella platea dei beneficiari a causa dei requisiti economici e dell’elevato monte ore richiesto per accedere alle misure principali. Sul piano delle risorse, la Legge di Bilancio 2026 ha stanziato 257 milioni di euro annui per il triennio 2026-2028 per finanziare le nuove tutele. Per il 2026 è inoltre previsto un primo stanziamento di circa 1,15 milioni di euro destinato alla realizzazione della piattaforma INPS che gestirà le domande e le iscrizioni.

Il disegno di legge è un primo passo strutturato nel riconoscimento della cura familiare, ma resta aperto il confronto su come rafforzarlo e renderne le tutele più efficaci e inclusive

Il disegno di legge rappresenta comunque il primo tentativo strutturato di riconoscere e sostenere il lavoro di cura familiare. Resta ora aperto il confronto su come rafforzarne l’impianto, ampliare l’accesso alle misure previste e rendere le tutele davvero adeguate alla complessità e alla diffusione del fenomeno.

DDL caregiver, il PD boccia il testo: «Nessuna svolta, diritti insufficienti»

«L’approvazione in Consiglio dei ministri del DDL sui caregiver familiari non rappresenta affatto la svolta attesa da milioni di persone che ogni giorno si fanno carico, spesso da sole, dell’assistenza a una persona disabile o non autosufficiente – dichiara Ilenia Malavasi a TrendSanità. Di rivoluzionario, purtroppo, questo provvedimento non ha nulla.

Ilenia Malavasi

Parliamo infatti di un testo che arriva dopo mesi di annunci e di promesse, ma che, una volta in più, si presenta con risorse limitate a disposizione di platee molto ristrette e tutele largamente insufficienti. I caregiver vengono riconosciuti solo per le ore dedicate al lavoro di cura, con una semplificazione quasi offensiva rispetto al loro effettivo impegno. Viene riconosciuto, peraltro, un contributo economico solo per i caregiver conviventi che dedicano al lavoro di cura 91 ore settimanali per 400 euro massimo al mese: viene pertanto assegnato poco più di 1 euro/ora per un’attività di cura preziosa. Queste risorse, inoltre, potranno essere percepite solo con ISEE inferiore a 15.000 euro o con un reddito di lavoro di massimo 3.000 euro. In questo modo non si fa altro che delineare un destino confinato tra le mura domestiche, visto che requisiti così stringenti impediscono ai caregiver – che sono in gran parte donne – ogni possibilità di lavoro, anche occasionale, che consenta di raggiungere un reddito dignitoso e di poter costruire un progetto di vita autonomo. I caregiver, infine, non avranno tutti la stessa dignità e lo stesso riconoscimento, perché non avranno tutti la stessa valorizzazione e gli stessi diritti. Ci pare che disegno di legge della Ministra Locatelli racconti una società che non esiste, diversamente da una realtà che oggi è molto più articolata.

Secondo Malavasi, il ddl non riconosce il caregiver come perno del welfare, perché non garantisce diritti e tutele strutturali e propone una visione arretrata del ruolo

Non possiamo permettere un impianto così selettivo a priori, che non mette in campo diritti universali come l’ascolto, l’informazione, la formazione, il sollievo, demandando tutto questo alle Regioni, senza risorse dedicate, creando le condizioni per ulteriori disuguaglianze. Ma l’aspetto più grave di questo ddl è che non riconosce veramente il caregiver come soggetto centrale del sistema di welfare, – continua Malavasi – perché non viene garantito un insieme strutturale di diritti, servizi e protezioni sociali e previdenziali, ma mette in campo una visione sbagliata e retrograda: sembra quasi che la ministra Locatelli voglia il caregiver povero e dedito a un lavoro di cura che deve restare un fatto privato, da gestire tra le mura domestiche.

Questo intervento, dunque, si configura al massimo come una misura contro la povertà e non come un’azione a sostegno dell’attività di cura. La stessa Ministra, di fatto, ha riconosciuto il fallimento di questa iniziativa, ammettendo che si poteva fare di più. Queste parole sono la prova evidente che non siamo di fronte a una rivoluzione, ma a un compromesso al ribasso, che non risponde alla complessità e alla dimensione reale del fenomeno, ma nemmeno ai bisogni reali dei caregiver. Icaregiver familiari non chiedono azioni o bonus simbolici, riconoscimenti solo formali o la solita legge propagandistica. Hanno invece necessità di tutele vere, servizi territoriali adeguati, sollievo, sostegno psicologico, conciliazione tra lavoro e cura, diritti previdenziali e una legge giusta e universale. È ciò che come Partito Democratico abbiamo sempre sostenuto e per questo continueremo a batterci, affinché il Parlamento migliori radicalmente questo testo: occorrono più risorse, per garantire diritti a una platea più ampia e, soprattutto, una visione che metta davvero al centro la dignità delle persone e di chi se ne prende cura. Perché senza questo cambio di passo, il ddl caregiver sarà solo un’occasione mancata, l’ennesima».

Il punto di vista di Confad: riconoscimento dei caregiver, ma restano nodi aperti

«Accogliamo complessivamente con favore l’approvazione del disegno di legge – dichiara Alessandro Chiarini di Confad a TrendSanità. Si tratta di un passo nella direzione auspicata da anni, quella del riconoscimento del ruolo dei caregiver familiari, in particolare conviventi, e della costruzione di tutele per chi ogni giorno si dedica alla cura di un proprio congiunto con disabilità grave e non autosufficiente.

Alessandro Chiarini

Il testo approvato rappresenta un punto di partenza: per la prima volta è riconosciuta la figura del caregiver familiare convivente, storica battaglia di Confad, con tutele differenziate che tengono conto dell’intensità dell’impegno di accudimento e della condizione personale di chi presta cura. È un segnale atteso, che restituisce dignità e valore sociale a un lavoro spesso invisibile ma essenziale per il welfare informale. Ora è fondamentale che il percorso parlamentare prosegua in tempi certi, affinché la legge possa essere approvata entro i prossimi mesi.

La previsione di un Fondo con una dotazione a regime di 257 milioni di euro è decisamente superiore rispetto agli stanziamenti precedenti e rappresenta un segnale concreto di novità. Tuttavia, allo stesso tempo questi fondi non sono sufficienti per garantire risposte pienamente adeguate: servirà continuare a rafforzare le risorse e a coinvolgere le istituzioni territoriali per costruire una rete di sostegno reale, continuativa e accessibile. Con il fondo insufficiente, la soglia ISEE (15.000 euro) sarà inevitabilmente bassa ed escluderà persone che, pur rientrando nella platea, risultano “ricche” solo sulla carta.

Altra criticità è l’assenza della parte relativa alle tutele previdenziali

Continueremo a seguire con attenzione l’iter legislativo e a svolgere la nostra attività affinché la legge nasca dal dialogo con i caregiver familiari e tenga conto delle diverse realtà di cura che attraversano il Paese. Solo così potremo trasformare questo primo passo importante in una vera conquista di civiltà».

Fibromialgia, nasce il Gruppo di lavoro CReI-Simfer

Le società scientifiche CReI (Collegio Reumatologi Italiani) e Simfer (Società italiana di Medicina fisica e riabilitativa) annunciano l’avvio di un Gruppo di lavoro intersocietario sulla fibromialgia indirizzato a condividere conoscenze, ricerche, pubblicazioni, statement comuni e percorsi formativi per i propri soci.

La recente inclusione di questa patologia nei nuovi LEA richiede a tutto il SSN un nuovo passo

Le basi di questa iniziativa sono state poste durante l’ultimo Congresso Simfer, in cui si è tenuto il simposio congiunto “Fibromialgia: dalla patogenesi alla riabilitazione”. Al simposio, moderato da Ernesto Andreoli (fisiatra e componente del Consiglio Direttivo Simfer, Coordinatore Attività congressuali ed aggiornamento professionale continuo) e da Daniela Marotto (Past-president CReI), hanno partecipato esperti delle due società scientifiche.

Daniela Marotto

Il Gruppo di lavoro è stato promosso da Luis Severino Martin Martin (Presidente), Crescenzio Bentivenga (Coordinatore scientifico) e Daniela Marotto per CReI e da Giovanni Iolascon (Presidente), Antimo Moretti (Tesoriere) ed Ernesto Andreoli (Consigliere) per Simfer ed è il primo network collaborativo tra professionisti della salute creato in Italia per supportare efficacemente i bisogni delle persone con fibromialgia.

«Ci è sembrato strategico e quasi naturale avviare una collaborazione sulla fibromialgia tra le due società maggiormente coinvolte nella gestione e presa in carico dei pazienti con questa patologia», ha dichiarato Daniela Marotto, «La recente inclusione di questa patologia nei nuovi LEA richiede a tutto il SSN un nuovo passo nei confronti dei pazienti e delle loro condizioni di salute. Crediamo che la stretta relazione tra reumatologi e fisiatri possa contribuire in modo sostanziale nella diffusione di conoscenze e capacità diagnostiche sulla patologia, e sulle opportunità di terapia e riabilitazione che sono offerte oggi ai cittadini del nostro Paese».

Giovanni Iolascon

«Come Simfer riteniamo che questa iniziativa intersocietaria sia puntuale, utile e appropriata», dichiara il presidente Simfer Giovanni Iolascon, «poiché la fibromialgia rappresenta una condizione complessa che richiede un approccio globale, continuo e centrato sulla persona. Il fisiatra può definire i percorsi riabilitativi personalizzati e contribuisce in modo determinante all’inquadramento dei bisogni funzionali, alla gestione del dolore cronico, alla promozione dell’esercizio terapeutico adattato e all’educazione del paziente. La collaborazione strutturata con la reumatologia consente di superare modelli frammentati di intervento e di costruire percorsi condivisi, capaci di garantire appropriatezza, continuità e sostenibilità delle cure per le persone con fibromialgia».

Il Gruppo di lavoro CReI-Simfer si riunirà mensilmente con i seguenti obiettivi:

  • realizzare un aggiornamento continuo sulla patologie e sulle terapie più appropriate e avanzate;
  • monitorare la corretta applicazione sui territori regionali dei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza;
  • identificare le best practice intersocietarie per la gestione del malato fibromialgico;
  • fornire un contributo scientifico-professionale a istituzioni e agenzie nazionali e regionali per la corretta presa in carico del paziente fibromialgico;
  • da ultimo, è intendimento del gruppo di lavoro di realizzare sessioni congiunte dedicate alla fibromialgia all’interno dei propri congressi nazionali, offrendo così la possibilità a reumatologi e fisiatri di creare un ambito di lavoro congiunto di interscambio di conoscenze cliniche e terapeutiche.

La fibromialgia richiede un approccio globale, continuo e centrato sulla persona

La fibromialgia è una sindrome dolorosa cronica caratterizzata da dolore muscoloscheletrico diffuso, persistente e non spiegato da lesioni o infiammazioni evidenti. È spesso associata a affaticamento marcato, disturbi del sonno, rigidità, cefalea e alterazioni cognitive come difficoltà di concentrazione e memoria. Alla base vi è una disregolazione dei meccanismi di elaborazione del dolore a livello del sistema nervoso centrale, con una aumentata sensibilità agli stimoli. La diagnosi è clinica, basata sui sintomi e sull’esclusione di altre patologie. Il trattamento è multimodale, integra interventi farmacologici, riabilitativi, educativi e psicologici.