Home Blog Page 18

Legge di Bilancio 2026: più prevenzione, nuovi screening e tutele per le malattie croniche e rare

0

L’approvazione della Legge di Bilancio 2026 è un passaggio che segna alcune scelte importanti sul fronte della salute. Uno degli ambiti di interesse è la prevenzione, diagnosi precoce e presa in carico delle persone con malattie rare e croniche. Tra le novità più attese figurano l’istituzione di un fondo dedicato allo screening neonatale per la leucodistrofia metacromatica, l’avvio di programmi nazionali per fibromialgia, lupus eritematoso sistemico e sclerosi sistemica, oltre a un fondo pensato per sostenere i caregiver.

Nel quadro complessivo del rafforzamento del Servizio sanitario nazionale, che per il 2026 potrà contare su 142,9 miliardi di euro, la manovra stanzia 238 milioni di euro a partire dal prossimo anno per potenziare prevenzione e diagnosi precoce. Le risorse saranno indirizzate soprattutto allo sviluppo dei test genomici per la profilazione dei tumori, al miglioramento degli strumenti diagnostici per le malattie rare, alla sordità congenita e agli screening neonatali. Un investimento che guarda alla medicina di precisione e che punta a ridurre disuguaglianze territoriali ancora molto marcate.

Diagnostica avanzata e malattie rare: cosa cambia

Grazie a questo intervento normativo, i 238 milioni di euro stanziati consentiranno di finanziare o rafforzare una serie articolata di prestazioni. Tra queste rientrano l’estensione dello screening mammografico alle donne tra 45 e 49 anni e tra 70 e 74 anni, il potenziamento dello screening del colon-retto fino ai 74 anni, l’uso dei test genomici su biopsia liquida per individuare mutazioni specifiche nei tumori mammari avanzati, la profilazione genomica del carcinoma ovarico sieroso di alto grado e la prosecuzione dei programmi di prevenzione e monitoraggio del tumore polmonare.

Le risorse serviranno anche ad avviare programmi di screening nutrizionale precoce nei pazienti oncologici, a migliorare l’accesso ai test microbiologici rapidi e multiplex, a sviluppare le tecnologie di Next-Generation Sequencing per la diagnosi della sordità e la profilazione delle malattie rare. Non mancano interventi mirati su altre patologie ad alto impatto, come il Parkinson, le malattie oculari cronico-degenerative e, per la prima volta in modo strutturato, le patologie reumatologiche: fibromialgia, lupus eritematoso sistemico, sclerosi sistemica e artrite reumatoide di recente insorgenza.

Screening neonatali: un fondo dedicato per nuove sperimentazioni

Sul fronte degli screening neonatali, la Legge di Bilancio istituisce un fondo specifico, con una dotazione di 500 mila euro per ciascuno degli anni 2026 e 2027. Si tratta di risorse limitate, ma che rappresentano comunque un segnale politico e operativo per sostenere la sperimentazione, l’organizzazione e l’implementazione di nuovi test non ancora inclusi nel panel obbligatorio nazionale.

La Legge di Bilancio prevede un fondo dedicato agli screening neonatali, pari a 500 mila euro annui per il 2026 e il 2027

I finanziamenti saranno assegnati alle Regioni e alle Province autonome che presenteranno progetti dedicati all’avvio di nuovi screening neonatali. Oggi, in Italia, le patologie sottoposte a screening neonatale esteso su tutto il territorio nazionale sono 49, mentre molte altre dipendono dalle scelte e dalle capacità di investimento delle singole Regioni. Proprio per questo, le esperienze regionali giocano un ruolo decisivo. La Lombardia, ad esempio, dal gennaio 2026 amplierà il proprio pannello includendo l’Immunodeficienza Combinata Grave e l’adrenoleucodistrofia legata all’X, a conferma dell’importanza dei progetti pilota nel dimostrare l’efficacia e il valore degli screening prima della loro adozione stabile.

In questo scenario, il nuovo fondo potrà rappresentare un primo passo per ridurre le disuguaglianze territoriali e accelerare l’ingresso di nuove patologie nei programmi di screening neonatale, con ricadute concrete sulla diagnosi precoce e sulle prospettive di cura dei bambini e delle loro famiglie.

OMAR e UNIAMO: passi avanti su screening e diagnosi, restano criticità sui fondi

Roberta Venturi

«Abbiamo accolto con soddisfazione alcune delle novità introdotte da questa Legge – spiega a TrendSanità Roberta Venturi, responsabile delle relazioni istituzionali di Osservatorio Malattie Rare – soprattutto perché nei mesi passati la politica si è mostrata particolarmente attenta al dialogo con le società scientifiche, le associazioni di pazienti e la rappresentanza della società civile, anche attraverso il costante confronto con Osservatorio Malattie Rare. Si tratta di un dialogo trasversale, che però permette di costruire un rapporto di fiducia che consente di affiancare la politica nella comprensione di tematiche e dinamiche estremamente complesse, ma vitali per chi convive con una o più patologie rare, sia i pazienti che le loro famiglie».

«Per quanto riguarda gli screening neonatali – prosegue – si tratta di un segnale di apertura. Il Fondo è di modesta entità, ma è comunque una dimostrazione di interesse importante. Oggi sappiamo che lo screening neonatale è uno dei programmi di salute pubblica più efficace per prevenire morti precoci e disabilità gravi, e per migliorare significativamente la prognosi dei bambini che nascono con una patologia rara».

Alle regioni servono risorse dedicate e stabili, affinché lo screening sia quanto più esteso possibile ma soprattutto garantito su tutto il territorio nazionale

Il riconoscimento del ruolo della diagnostica genomica (in particolare i test NGS) per la sordità e le malattie rare è fondamentale, perché riconosce un bisogno forte di accedere su larga scala a una diagnosi rapida e precisa. Senza questo approccio non si può parlare di medicina personalizzata, tanto nell’ambito delle malattie rare quanto in quello oncologico.

«Ci sono però anche dei dati negativi – conclude Venturi – in particolare riguardo Fondo per i farmaci innovativi (disciplinato dall’articolo 1, commi da 281 a 292, della legge 30 dicembre 2024, n. 207), al quale finalmente possono accedere tutte le regioni, comprese quelle a statuto speciale come Sicilia e Sardegna, dove sappiamo essere presenti un alto numero di pazienti con malattie rare (basti pensare alla talassemia o alla miastenia gravis). Purtroppo però il Fondo è stato ridotto a decorrere dall’anno 2026 di 140 milioni di euro annui, questo significa che le risorse a disposizione delle regioni saranno di meno, a fronte invece di una maggiore disponibilità di terapie innovative recentemente approvate o di futura approvazione».

Annalisa-Scopinaro
Annalisa Scopinaro

Anche UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare valuta positivamente l’attenzione riservata dalla Legge di Bilancio 2026 agli screening neonatali e alle malattie rare. In particolare, è accolta con favore l’istituzione di un Fondo specifico da 500 mila euro per il 2026 e il 2027, destinato a consentire alle Regioni di avviare progetti pilota per l’ampliamento del panel di screening neonatale esteso, superando almeno in parte le lunghe tempistiche legate all’aggiornamento dei LEA. Positiva anche l’attenzione dedicata alla leucodistrofia metacromatica, oggi esclusa dai LEA e inserita nel panel SNE solo in poche Regioni, così come il rafforzamento dell’utilizzo dei test di Next-Generation Sequencing per la profilazione delle malattie rare.

Resta ora essenziale la necessità di procedere rapidamente con i decreti attuativi, per evitare nuove disuguaglianze territoriali e garantire il diritto allo screening per tutti i bambini.

LEP uguali ai LEA in sanità: una scorciatoia che rischia di cristallizzare le diseguaglianze

«I Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) non coincidono con i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), né sul piano normativo né su quello sostanziale. La scelta del Governo di equipararli, forzando l’interpretazione di una sentenza della Corte Costituzionale, ha il chiaro obiettivo di accelerare l’attuazione dell’autonomia differenziata, destinata ancor più ad essere un moltiplicatore di diseguaglianze. I LEP sanitari devono essere definiti al pari di tutte le altre materie per non cristallizzare per legge differenze regionali già oggi inaccettabili, indebolire ulteriormente le Regioni del Mezzogiorno e gravare quelle del Nord con un eccesso di mobilità sanitaria».

È questo il messaggio centrale portato dal Presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta, nel corso dell’audizione odierna presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato, nell’ambito dell’esame del Disegno di Legge delega n. 1623 per la determinazione dei LEP.

Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP)

I LEP sono l’insieme delle prestazioni e dei servizi che lo Stato deve garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, per assicurare i diritti civili e sociali fondamentali delle persone indipendentemente dalla Regione o dal Comune di residenza.

I LEP riguardano tutti i diritti civili e sociali, ma sono stati definiti solo parzialmente

I LEP sono previsti dall’articolo 117 della Costituzione, che attribuisce allo Stato la competenza esclusiva nel determinarli, anche se molte funzioni sono svolte da Regioni ed enti locali.

I LEP riguardano tutti i diritti civili e sociali, ad esempio: servizi sociali, istruzione, tutela della salute, trasporto pubblico locale, politiche abitative, servizi per l’inclusione sociale e lavorativa. Ad oggi i LEP non sono stati definiti se non in maniera parziale e solo in alcuni ambiti.

Le diseguaglianze regionali

In sanità qualsiasi discussione sui LEP non può prescindere da una valutazione delle attuali diseguaglianze regionali nell’erogazione dei LEA, ovvero le prestazioni e i servizi che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o con il pagamento di un ticket. Il monitoraggio ufficiale del Ministero della Salute tramite gli indicatori del Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) fotografa profonde differenze tra le Regioni.

Nel 2023 ben 8 Regioni risultano non adempienti ai LEA

Nel 2023 (ultimo anno disponibile) ben 8 Regioni risultano non adempienti ai LEA non raggiungendo la soglia minima di 60 punti su 100 in almeno una delle tre macro-aree: prevenzione, distrettuale e ospedaliera. Inoltre, sommando i punteggi ottenuti nelle tre macro-aree, a fronte di un punteggio medio di 226 punti su 300, esistono divari molto marcati: Veneto e Toscana superano i 280 punti, mentre altre Regioni non raggiungono i 200 punti, in particolare nel Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise, Sicilia) e in Valle d’Aosta (Tabella 1).

Infine, in ciascuna macro-area, il divario tra le Regioni con le migliori performance e quelle in maggiore difficoltà supera i 40 punti, arrivando in alcune aree a scarti ancora maggiori, con criticità soprattutto sull’assistenza territoriale e sulla prevenzione, concentrate specialmente al Sud (Tabella 2).

«Tenendo conto che il NSG fornisce solo un quadro generale sull’adempimento dei LEA – ha evidenziato Cartabellotta – ma non misura l’effettiva qualità dell’assistenza erogata né tantomeno l’effettiva esigibilità del diritto costituzionale alla tutela della salute, l’entità delle diseguaglianze regionali e territoriali è largamente sottostimata».

Salute e autonomia differenziata: una linea rossa già segnalata da GIMBE

Il DDL 1623 è uno step fondamentale per l’attuazione dell’autonomia differenziata. Nel suo intervento, il Presidente ha ricordato come, già durante l’iter legislativo della riforma, la Fondazione GIMBE avesse richiesto di espungere la tutela della salute dall’elenco delle materie trasferibili alle Regioni, perché destinata a legittimare normativamente i divari tra Nord e Sud, concretizzando un’inaccettabile violazione del principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nell’esercitare il diritto alla tutela della salute.

LEP = LEA: una forzatura giuridica per accelerare l’iter legislativo

Il DDL 1623 propone di escludere la tutela della salute dalle materie per cui determinare i LEP, sostenendo – sulla base della sentenza n. 192/2024 della Corte Costituzionale – che in sanità i LEA assolvano già a tale funzione. Una tesi che, secondo la Fondazione GIMBE, consegue a una lettura forzata della giurisprudenza costituzionale, funzionale solo ad accelerare l’attuazione dell’autonomia differenziata. «Nella sentenza n. 192/2024 – ha spiegato Cartabellotta – il riferimento ai LEA ha natura meramente esemplificativa, ma non equipara formalmente i LEP sanitari ai LEA, né supera la distinzione terminologica tra i due concetti, perché farlo significherebbe confondere il principio sancito dai LEP con lo strumento operativo rappresentato dai LEA».

I LEP sono un vincolo costituzionale, i LEA lo strumento

I LEP rappresentano infatti un vincolo costituzionale: la soglia minima uniforme di prestazioni necessarie a rendere effettivi i diritti fondamentali su tutto il territorio nazionale. I LEA, invece, costituiscono lo strumento: un elenco dettagliato di prestazioni sanitarie con cui perseguire il fine costituzionale dell’uniforme esigibilità del diritto alla tutela della salute.

LEA invece che LEP: definire diritti formali, ma non esigibili per mancanza di risorse

Un altro nodo centrale è quello del finanziamento perché i LEA non vengono direttamente finanziati. «Il Fabbisogno Sanitario Nazionale (FSN) – ha spiegato Cartabellotta – viene ripartito alle Regioni in base alla popolazione residente, in parte pesata per età. Per finanziare i LEP sanitari, invece, le risorse pubbliche dovrebbero coprire i costi necessari per garantirli in modo uniforme su tutto il territorio nazionale». Tuttavia, oggi nessuno è in grado di quantificare in tempi brevi il costo necessario per assicurare in tutto il Paese, ad esempio, pronto soccorso non affollati, tempi di attesa ragionevoli per esami e visite specialistiche o una rete territoriale funzionante.

Con l’attuale livello di sottofinanziamento del SSN, le risorse sarebbero insufficienti per rendere i LEP realmente esigibili dai cittadini

«E allora – ha commentato il Presidente – vista l’impossibilità di finanziare i costi effettivi dei LEP sanitari con l’attuale disponibilità di risorse, l’Esecutivo rinuncia a definirli e imbocca la scorciatoia di equipararli ai LEA, con il solo scopo di accelerare l’autonomia differenziata. Una scorciatoia che renderebbe giuridicamente accettabili le diseguaglianze regionali nell’esigibilità del diritto alla tutela della salute».

Le conseguenze per i cittadini

«In molte aree del Paese – ha spiegato Cartabellotta – già oggi i cittadini non riescono a ottenere servizi e prestazioni sanitarie essenziali in tempi adeguati e sono spesso costretti a spostarsi in altre Regioni per curarsi. E senza la definizione dei LEP sanitari, l’autonomia differenziata non solo non ridurrà questi divari, ma li enfatizzerà, rendendoli strutturali e legittimati giuridicamente».

La proposta GIMBE

La Fondazione GIMBE ha ribadito la necessità di definire i LEP sanitari, perché l’equiparazione tra LEA e LEP non poggia su solide basi giuridiche e tecniche e si fonda su una interpretazione forzata della sentenza della Corte costituzionale n. 192/2024 volta ad accelerare l’attuazione dell’autonomia differenziata. «Con questa scorciatoia – ha concluso Cartabellotta – il rischio concreto è di proclamare nuovi diritti senza le risorse per garantirli. Infatti, qualora definiti, i LEP sanitari dovrebbero essere finanziati, ma con l’attuale livello di sottofinanziamento del SSN le risorse sarebbero largamente insufficienti per renderli realmente esigibili dai cittadini. Ma soprattutto questa scelta legittimerebbe normativamente la mancata esigibilità del diritto alla tutela della salute, trasformando l’autonomia differenziata in un moltiplicatore di diseguaglianze. Con ulteriore indebolimento delle Regioni del Mezzogiorno ed effetti boomerang per le Regioni del Nord, che non potranno più gestire l’ulteriore incremento di mobilità sanitaria».

Dispositivi medici: cosa sono gli Early Feasibility Studies

L’innovazione tecnologica in campo medico richiede percorsi clinici sicuri ma rapidi, capaci di portare dispositivi medici promettenti dal laboratorio al paziente. Gli Early Feasibility Studies (EFS) rappresentano uno strumento chiave in questo processo: indagini cliniche molto precoci condotte su dispositivi non ancora definitivi, che consentono di raccogliere dati essenziali per arrivare al design finale, garantendo al contempo sicurezza secondo standard internazionali (ISO 14155) e normative europee.

Il progetto HEU-EFS – Harmonised Approach for Early Feasibility Studies of Medical Devices in the European Union, coordinato dall’Università Bocconi e finanziato dalla Commissione europea nell’ambito di Horizon Europe Innovative Health Initiative Joint Undertaking, mira a sviluppare un approccio armonizzato agli EFS nell’UE. Grazie alla collaborazione tra 22 partner internazionali, tra cui industria, ospedali, società scientifiche e associazioni di pazienti, agenzie di HTA e CRO, il progetto ha elaborato raccomandazioni, template e metriche per rendere più efficaci e sicuri gli studi clinici precoci, con l’obiettivo di accelerare l’accesso dei pazienti a tecnologie innovative e promuovere la competitività del mercato unico europeo.

Durante la LIVE, gli esperti hanno discusso i risultati finora raggiunti e le prospettive future del progetto, approfondendo il ruolo degli EFS come leva strategica per l’innovazione e la sostenibilità del settore dei dispositivi medici in Europa.

Ospiti:

  • Giuditta Callea
    SDA Bocconi School of Management, Principal Investigator HEU-EFS
  • Marta Bragagnolo
    Global Heart Hub, Partner HEU-EFS
  • Guido Beccagutti
    Direttore Generale, Confindustria Dispositivi Medici

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Per saperne di più

Riforma del Servizio sanitario nazionale: il Governo ridisegna il rapporto tra ospedali e territorio

0

Il Servizio sanitario nazionale si prepara a cambiare assetto. Con un disegno di legge delega, il Governo punta a riorganizzare e rafforzare l’assistenza territoriale e ospedaliera, avviando una revisione profonda del modello organizzativo del sistema.

L’obiettivo è rafforzare il diritto alla salute previsto dall’articolo 32 della Costituzione, mettendo al centro equità, continuità delle cure e umanizzazione dell’assistenza, in linea con il valore della persona richiamato dall’articolo 2 della Carta.

La delega prevede l’adozione, entro il 31 dicembre 2026, di uno o più decreti legislativi chiamati ad aggiornare e integrare l’impianto del decreto legislativo 502 del 1992. I testi saranno predisposti dal Ministro della Salute, di concerto con il Ministero dell’Economia e con gli altri dicasteri competenti, previa intesa in Conferenza Stato-Regioni e dopo il passaggio parlamentare per l’espressione dei pareri. È inoltre prevista la possibilità di intervenire con correttivi entro diciotto mesi dall’entrata in vigore dei decreti.

Integrazione ospedale-territorio e nuova rete delle strutture

Uno dei pilastri della riforma riguarda il rafforzamento del legame tra ospedale e territorio. In questa direzione va l’aggiornamento degli standard dell’assistenza territoriale definiti dal DM 77 del 2022, insieme all’introduzione di modelli organizzativi integrati, criteri omogenei per la gestione dell’emergenza e del trasporto secondario e percorsi di carriera più coordinati per i professionisti sanitari.

Il disegno di legge interviene anche sulla classificazione delle strutture ospedaliere, rivedendo quanto previsto dal DM 70 del 2015. Accanto agli ospedali di base, di primo e di secondo livello, vengono introdotti gli ospedali di terzo livello, identificati come strutture di eccellenza a rilevanza nazionale e sovranazionale. Rientrano in questa categoria anche realtà gestite da enti privati non profit o religiosi. La loro individuazione avverrà sulla base di criteri nazionali omogenei, che tengono conto della complessità dei casi trattati, degli standard di qualità, della mobilità interregionale, dell’attività di ricerca e del contributo alla formazione, con risorse dedicate per le funzioni di rilievo nazionale. Accanto a queste strutture, il testo introduce anche gli ospedali elettivi, dedicati all’assistenza per acuti ma privi di pronto soccorso, collegati in modo strutturato alla rete dell’emergenza-urgenza e sottoposti a requisiti minimi di sicurezza e qualità definiti a livello nazionale.

Reti assistenziali, appropriatezza e presa in carico

La riforma tocca anche il dimensionamento delle unità operative complesse, che dovrà essere calibrato sul bacino di utenza, e prevede l’attivazione di nuove reti assistenziali tempo-dipendenti, specialistiche e di riferimento nazionale. L’obiettivo dichiarato è garantire risposte di prossimità per i bisogni di salute a bassa e media complessità, riducendo il ricorso alla mobilità sanitaria.

Ampio spazio è dedicato all’appropriatezza dell’offerta ospedaliera, attraverso la definizione di standard minimi per le attività di ricovero, in coerenza con il modello degli ospedali di comunità. Viene inoltre riconosciuto un ruolo strutturale alle buone pratiche clinico-assistenziali e organizzative, anche sotto il profilo del loro valore giuridico.

Sul fronte dell’assistenza territoriale, la delega prevede standard specifici per la presa in carico delle persone non autosufficienti, in particolare nei servizi residenziali e semiresidenziali. L’attenzione è rivolta alla continuità assistenziale, alla multidimensionalità dei bisogni e alla promozione della domiciliarità, compreso l’accesso al farmaco. Un’attenzione analoga è riservata alle persone con patologie croniche complesse e in fase avanzata, con un aggiornamento degli standard per le cure palliative, modulati in base all’intensità, alla durata e al setting assistenziale.

Il testo valorizza anche la bioetica clinica come elemento strutturale delle aziende sanitarie, promuovendo modelli organizzativi centrati sulla persona e sull’umanizzazione delle cure. Viene rafforzata l’integrazione tra interventi sanitari e socio-assistenziali e aggiornata la disciplina dei servizi di salute mentale, neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, dipendenze patologiche e sanità penitenziaria, nel rispetto dell’autonomia regionale ma con l’obiettivo di migliorare qualità e appropriatezza dell’assistenza.

Digitalizzazione, medici di base e sostenibilità finanziaria

Un capitolo rilevante è dedicato alla digitalizzazione. La riforma punta a garantire qualità e interoperabilità dei sistemi informativi sanitari, un coordinamento nazionale più efficace, l’integrazione con i sistemi di sanità elettronica e l’adesione a programmi di sanità predittiva, personalizzata e di prossimità, anche attraverso l’Ecosistema Dati Sanitari. È prevista infine una revisione organica della disciplina dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, per rafforzarne il ruolo all’interno dell’assistenza territoriale.

Sul piano finanziario, il disegno di legge ribadisce il principio della neutralità finanziaria. I decreti attuativi dovranno indicare eventuali nuovi oneri e le relative coperture e non potranno entrare in vigore in assenza delle risorse necessarie. In mancanza di nuove coperture, le amministrazioni saranno chiamate a operare con le risorse già disponibili. È infine prevista una clausola di salvaguardia per l’applicazione della riforma nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome, nel rispetto delle competenze statutarie.

Riforma SSN: i commenti di FNOPI, CIMO-FESMED e FNO TSRM E PSTRP

Barbara Mangiacavalli

«Il disegno di legge delega al governo per l’adozione di misure in materia di riorganizzazione e potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera va certamente nella direzione auspicata di una revisione del modello organizzativo del Servizio Sanitario Nazionale, ma deve prevedere, sin dalla sua strutturazione iniziale, una centralità dei servizi di infermieristica territoriale, che costituiscono uno snodo cruciale per pazienti e cittadini, favorendo un approccio proattivo alla promozione della salute e alla gestione delle patologie». La FNOPI (Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche) commenta così il passaggio in Consiglio dei Ministri dello schema di disegno di legge.

«Dal momento della nascita fino agli ultimi momenti di vita, al pronto soccorso come nell’assistenza domiciliare, gli infermieri sono sempre presenti e centrali, assicurando anche una serie di prestazioni non intercettate dai DRG in uso», spiega in una nota la FNOPI. «La nuova figura dell’infermiere di famiglia e comunità ha cambiato il paradigma dell’assistenza territoriale – dichiara la presidente nazionale, Barbara Mangiacavalli. L’importanza del ruolo dell’infermiere, peraltro ribadita dal ministro Schillaci, apre la strada ad una modifica del testo approvato. Si auspica, pertanto, che Governo e Parlamento colgano l’occasione per valorizzare il ruolo dell’assistenza infermieristica territoriale, quale elemento imprescindibile per garantire equità, umanizzazione e appropriatezza delle cure», conclude Mangiacavalli.

CIMO-FESMED: «Con ospedali spezzettati rischio caos per i pazienti»

Per il Presidente Guido Quici lo schema di riforma del Servizio sanitario nazionale approvato dal Consiglio dei Ministri solleva forti perplessità nel sindacato. Le linee guida del disegno di legge delega sono estremamente generiche, ma alcune scelte appaiono già chiaramente critiche. In particolare, l’istituzione degli “ospedali elettivi” – strutture per acuti prive di Pronto soccorso – rischia di creare una rete ospedaliera frammentata, con presidi incompleti e un inevitabile aumento dei trasferimenti di pazienti.

Guido Quici

«In un contesto dove i Pronto soccorso sono presi d’assalto, la trasformazione di importanti strutture sanitarie in ospedali elettivi senza Pronto soccorso determinerà un ridimensionamento importante delle strutture d’emergenza a cui i cittadini potranno rivolgersi – dichiara Quici. Al contempo, l’inevitabile potenziamento delle branche mediche e chirurgiche di elezione negli ospedali elettivi potrebbe comportare un contestuale ridimensionamento degli ospedali con Pronto soccorso, dove dunque rimarranno solo attività residuali legate all’emergenza-urgenza. In sintesi, avremo ospedali dedicati quasi solo all’emergenza, impoveriti di reparti d’elezione, e altri concentrati sulle attività programmate. Il risultato sarà un continuo rimbalzo dei pazienti: chi arriva in Pronto soccorso verrà stabilizzato e poi trasferito altrove per le cure definitive, sempre che ci sia un posto letto disponibile. È una logica che aumenta i rischi clinici e complica l’assistenza». Preoccupano inoltre i vincoli finanziari. «Si parla di neutralità economica dei decreti attuativi, ma per finanziare ospedali di terzo livello e grandi tecnologie serviranno risorse. Se non ci sono nuovi fondi, è evidente che si taglierà altrove. E a pagare sarà, come sempre, l’anello più debole del sistema e quindi proprio quegli ospedali con Pronto soccorso abbandonati dai medici e presi d’assalto dai pazienti».

«Il SSN ha bisogno di una riorganizzazione seria e di una reale integrazione tra ospedale e territorio – conclude Quici –. Non possiamo permetterci un’altra riforma sbagliata. Per questo la Federazione CIMO-FESMED seguirà con la massima attenzione l’iter legislativo e valuterà ogni iniziativa necessaria per difendere la qualità dell’assistenza ai cittadini».

FNO TSRM e PSTRP: «Bene la legge delega, ora nei decreti servono ruoli chiari e risorse per tutte le professioni sanitarie»

Così commenta Diego Catania, Presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione, della prevenzione all’indomani dell’approvazione del DDL sul riordino dell’assistenza territoriale e ospedaliera all’interno del Consiglio dei Ministri di ieri. «Il nostro giudizio definitivo, però, dipenderà da come i decreti attuativi renderanno effettivo il protagonismo di tutte le professioni sanitarie nei nuovi modelli organizzativi».

Diego Catania

Secondo la FNO TSRM e PSTRP il DDL non può limitarsi a ridisegnare mappe e funzioni. «Per rispondere efficacemente alla crescente fragilità di una popolazione che invecchia, occorrono investimenti robusti su tutto il territorio nazionale che passano attraverso l’incremento del personale sanitario. Per fare ciò, tante delle nostre professioni dedicate alla fragilità devono essere più attrattive, con riconoscimenti economici e valorizzazione delle proprie competenze, comprese le potenzialità della telemedicina e delle tecnologie digitali», prosegue Catania.

«La Federazione nazionale è pronta a mettere a disposizione del Governo e del Parlamento il proprio contributo tecnico per redigere decreti attuativi finalizzati a rendere la legge delega sulla riforma del SSN uno strumento atto a ridurre le disuguaglianze, attraverso il potenziamento dell’integrazione ospedale-territorio».

Sistema nazionale HTA sui dispositivi medici: finanziato e operativo il PNHTA-DM 2026-2028

Con lo sblocco delle risorse del Fondo per il governo dei dispositivi medici, per un importo complessivo di circa 13 milioni di euro, entra nella fase pienamente operativa il Programma Nazionale di Health Technology Assessment per i dispositivi medici (PNHTA-DM) 2026-2028.

Il Fondo, istituito per sostenere la costruzione e il funzionamento di un sistema nazionale di governance dei dispositivi medici, di cui l’HTA costituisce una componente essenziale, è alimentato annualmente da una quota pari allo 0,75% del fatturato al netto IVA derivante dalla vendita al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) di dispositivi medici e grandi apparecchiature, ai sensi dell’articolo 15 della legge 53/2021 e degli articoli 28 del DLGS 137/2022 e 24 del DLGS 138/2022. Un terzo delle risorse è vincolato alle attività attribuite ad AGENAS, che svolge un ruolo centrale nell’attuazione del Programma.

Il Fondo è stato istituito per sostenere la costruzione e il funzionamento di un sistema nazionale di governance dei dispositivi medici

L’avvio del PNHTA 2023-2025 ha subìto uno slittamento rispetto al cronoprogramma originario, in relazione all’effettiva disponibilità delle risorse, divenute tali solo a fine esercizio 2025 a seguito dei ricorsi amministrativi presentati contro il decreto interministeriale di attuazione del Fondo. Nel frattempo, AGENAS ha completato tutte le attività preparatorie, consentendo oggi l’avvio immediato del PNHTA-DM 2026-2028, che ha ottenuto l’Intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni nel dicembre 2025.

Il Programma prevede un insieme articolato di interventi strategici, tra cui:

  • la produzione di 50-100 valutazioni HTA nel corso del 2026 su dispositivi medici a elevato impatto clinico, organizzativo ed economico, anche grazie all’ampliamento dell’Albo dei Centri Collaborativi e all’attivazione di Accordi Quadro. Particolare attenzione sarà dedicata alle piattaforme di intelligenza artificiale e alle terapie digitali, sempre più presenti sul mercato;
  • l’implementazione sistematica dei processi di appraisal e la formulazione di raccomandazioni a supporto delle decisioni di policy e procurement;
  • la formazione di base degli utilizzatori delle valutazioni HTA, con l’avvio su scala nazionale dei percorsi formativi – dopo le esperienze pilota che hanno coinvolto 60 partecipanti in due edizioni – e l’obiettivo di coinvolgere fino a 1.500 operatori ogni anno;
  • la formazione avanzata e il capacity building, attraverso il finanziamento di percorsi universitari selezionati, con l’assegnazione di circa 250 borse di studio per corsi di perfezionamento e 50 borse di studio per master universitari di II livello;
  • lo sviluppo e la messa in esercizio della piattaforma informatica nazionale di supporto al PNHTA;
  • l’avvio di progetti di ricerca per la generazione di evidenze, con particolare riferimento a real-world data, esiti clinici e modelli di procurement basati sul valore;
  • il rafforzamento delle attività di comunicazione, informazione e coinvolgimento degli stakeholder, anche attraverso la Rete dei Portatori di Interesse del PNHTA e l’organizzazione di InfoDay territoriali rivolti a Regioni, Aziende sanitarie e altri attori del sistema, a supporto dell’implementazione operativa del Programma a livello regionale e aziendale;
  • il consolidamento delle azioni di trasparenza e comunicazione a sostegno dell’adozione delle raccomandazioni derivanti dai documenti di HTA.

Andrea Montagnani è il nuovo Presidente Nazionale dei medici internisti FADOI

È Andrea Montagnani il nuovo Presidente Nazionale di FADOI, la Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti. Guiderà la Federazione nel triennio 2026-2028.

Andrea Montagnani, Direttore della UOC di Medicina Interna dell’Ospedale di Grosseto, internista di riconosciuta esperienza clinica e scientifica, già impegnato nei vertici della rete FADOI e attivo nella ricerca e nella formazione, assume l’incarico con un programma orientato all’innovazione organizzativa, al rafforzamento della medicina interna ospedaliera e all’integrazione tra ospedale e territorio.

«La medicina interna è il punto di equilibrio del sistema ospedaliero»

«È un onore assumere la guida di FADOI in una fase cruciale di trasformazione del Servizio Sanitario Nazionale», afferma Montagnani. «La medicina interna è il punto di equilibrio del sistema ospedaliero: intercetta la complessità clinica, garantisce continuità assistenziale e forma una rete di professionalità indispensabili per rispondere alle nuove sfide demografiche ed epidemiologiche. Il nostro impegno nei prossimi tre anni sarà potenziare questo ruolo, valorizzando competenze, ricerca e innovazione. E in questo senso desidero ringraziare il Presidente uscente Francesco Dentali per il lavoro svolto negli ultimi tre anni e per gli importanti traguardi raggiunti, che hanno consolidato la solidità scientifica e organizzativa della Società».

Il nostro impegno sarà valorizzare competenze, ricerca e innovazione

«Desidero – prosegue – congratularmi anche con Paola Gnerre, Neo-Presidente eletto, che mi affiancherà garantendo continuità e visione per il futuro. Un ringraziamento speciale poi a Dario Manfellotto, Past President, che continuerà a supportare la nuova squadra con esperienza e competenza».

«FADOI – prosegue Montagnani – è una comunità viva, che cresce attraverso confronto, impegno e capacità di trasformare le competenze in progetti concreti per la ricerca, la formazione e la pratica clinica».

Tra le priorità della nuova presidenza:

  • sostenere la centralità della medicina interna nella gestione dei pazienti complessi e polipatologici;
  • rafforzare la formazione continua, con particolare attenzione ai giovani internisti e allo sviluppo di competenze avanzate;
  • promuovere la ricerca clinica e il trasferimento delle evidenze nella pratica quotidiana;
  • sviluppare modelli di collaborazione ospedale-territorio, per migliorare la presa in carico dei pazienti cronici e ridurre inappropriatezza e ricoveri evitabili;
  • dialogare in modo costruttivo con le istituzioni, contribuendo alla definizione delle politiche sanitarie nazionali e regionali.

Dal Dr Google a ChatGPT Health: sanità in crisi, salute in chat?

Negli ultimi giorni, mentre il mondo mediatico celebrava la nascita di ChatGPT Health — nuova sezione dedicata alle domande di salute dentro l’universo di ChatGPT — è emersa con forza una domanda a cui nessuna AI può davvero rispondere: perché sempre più persone preferiscono rivolgersi a un algoritmo piuttosto che a un medico?

Una alternativa (pericolosa) alla mancanza di medici

La risposta non è semplice, ma una parte consistente si trova nelle pieghe di un sistema sanitario allo stremo. Negli Stati Uniti, la scadenza dei sussidi federali dell’Affordable Care Act (ACA) alla fine del 2025 ha spinto milioni di cittadini a riconsiderare la loro capacità di accedere a cure mediche tradizionali. Con premi che schizzano alle stelle e circa 12 milioni di persone a rischio di perdere la copertura sanitaria o vederla drasticamente ridotta, i cittadini si ritrovano a navigare in un sistema sempre più complesso e costoso.

Oltre 40 milioni di persone nel mondo utilizzano ChatGPT ogni giorno per questioni di salute

In questo vuoto, ChatGPT non è più solo un passatempo digitale: secondo un’indagine i cui risultati sono stati rilasciati da OpenAI e Axios a inizio gennaio, oltre 40 milioni di persone nel mondo utilizzano ChatGPT ogni giorno per questioni di salute, interrogandolo su sintomi, piani di assicurazione, costi per le cure private e persino strategie per gestire cure e visite. Negli USA, più in dettaglio, va per la maggiore interrogare l’algoritmo sul significato di alcuni sintomi a qualsiasi ora del giorno e della notte, così come ci si rivolge a lui per comprendere il “medichese” oltre che per cercare opportunità di trattamento per questo o quell’altro problema di salute (un po’ come si era soliti fare con “Dr Google”).

Motivi per cui viene usata l’AI su temi legati alla salute

«Il problema principale di questi strumenti è che si cerca di far passare il loro impiego, non regolamentato, come strumenti di informazione e non come strumenti in grado di fornire suggerimenti diagnostici. Ma il confine tra informazione e diagnosi è estremamente delicato. Che cosa significa, infatti, “fornire un’informazione” a un paziente? Il paziente chiede informazioni per ottenere indicazioni su un possibile trattamento o su una possibile diagnosi. Si può anche spiegare che lo strumento non deve essere usato per fare diagnosi, ma nella pratica le persone lo utilizzeranno proprio per questo», riflette in modo lucido Eugenio Santoro, Direttore dell’Unità per la Ricerca in Sanità e Terapie digitali all’Istituto Mario Negri di Milano.

La casa madre precisa che non è uno strumento di diagnosi o trattamento

Ad ogni modo, la casa madre descrive ChatGPT Health come uno spazio “disegnato per aiutare gli utenti a sentirsi più informati, preparati e sicuri nel navigare la propria salute” — con possibilità di collegare cartelle cliniche elettroniche e app di benessere come Apple Health o MyFitnessPal. Promette crittografia avanzata, conversazioni separate e protezione dei dati sensibili. Ma precisa anche che non è uno strumento di diagnosi o trattamento medico. Come a dire, mettiamo le mani avanti per delegare la responsabilità dell’uso dello strumento all’utente. Perché, di fatto, la scelta di condividere dati sanitari – quanti e quali – dipende solo dall’utente. 

Attenzione: non è un dispositivo medico

Ma sorge spontanea anche un’altra domanda: perché stiamo progressivamente abbandonando quel vecchio rituale di cercare su “Dr Google” risposte sanitarie generiche, per affidare la nostra salute a un’intelligenza artificiale che personalizza i consigli sulla base dei nostri dati?

Eugenio Santoro

In teoria, ChatGPT Health può aiutare a interpretare esami, prepararsi a una visita, capire i costi di assicurazione. In pratica, ci stiamo abituando a un confine pericolosamente labile tra informazione e diagnosi, tra orientamento pratico e sostituzione del medico. Anche se OpenAI insiste sul fatto che l’AI non debba sostituire il personale sanitario, nella realtà dei fatti è proprio questo che sta accadendo nella quotidianità. Specie per coloro che non hanno possibilità di accedere alle cure o di confrontarsi con un medico. Che, tradotto, significa negli USA per quanti non hanno l’assicurazione medica perché sono senza lavoro o la perderanno a causa delle discutibili politiche sanitarie messe in atto dalla politica trumpiana. Analogamente, anche in altri Paesi in cui l’accesso alla salute è un diritto garantito solo in base al censo, avremo sempre più persone che cercheranno di fare autodiagnosi e autocura interfacciandosi con un algoritmo.

«Non vogliono farlo passare come dispositivo medico perché giocano sul fatto che “fornisce solo informazioni”», evidenzia Santoro. Tuttavia, «anche se rimanesse uno strumento informativo, dovrebbe comunque essere coerente con l’AI Act europeo. E in alcuni aspetti non lo è, perché non essendo deterministico e non fornendo spiegazioni sul perché produce certi suggerimenti, potrebbe non ottenere il via libera nemmeno come strumento informativo. Quello che mi preoccupa è che questo strumento venga “venduto” come risposta a bisogni reali: abbiamo bisogno di assistenti, perché il sistema sanitario non riesce a rispondere a tutto».

Il rischio reale di prendere enormi cantonate

E il rischio di errore di fatto è altissimo. Giacché sappiamo che l’algoritmo risponde in modo tanto migliore quanto migliore è il “cibo” – cioè le informazioni – con cui viene “alimentato”. E così, è facile intuire quale mole e quale gravità di errori potranno uscire da questo confronto: la condivisione – magari parziale, magari non adeguata — di dati sanitari del paziente, l’algoritmo che restituisce una risposta con larga probabilità incompleta o viziata da quanto avrà “imparato” in modo stocastico in base ai dati con cui sarà venuto in contatto e un paziente che con difficoltà sarà in grado di leggere in modo critico l’output. Perché, seguendo il ragionamento, la mancanza di lavoro e quindi di assicurazioni che permettano l’accesso alla sanità è spesso direttamente proporzionale al livello di scolarità.

Ecco il cuore critico della questione: quando un sistema pubblico o privato non riesce a garantire assistenza accessibile e comprensibile, l’utenza si rivolge a strumenti che danno risposte rapide, personalizzate e, soprattutto, gratuite o a basso costo. L’AI diventa così la medicina di fatto di chi non può permettersi di aspettare un appuntamento, o semplicemente non ha chiaro come districarsi tra polizze, fatture e codici diagnostici.

L’AI diventa così la medicina di fatto di chi non può permettersi di aspettare un appuntamento

Ma come ogni cura fai-da-te, anche questa ha i suoi rischi. I modelli linguistici possono “prendere degli abbagli”— generare risposte convincenti ma inaccurate — soprattutto in ambiti delicati come la salute mentale o condizioni mediche complesse. Inoltre, non tutti gli algoritmi sono creati uguali, e fidarsi ciecamente di un’intelligenza che non è vincolata alla deontologia medica può trasformare curiosità in pericolo.

Come sottolinea Santoro: «Il rischio principale è che si dia ai cittadini la percezione di poter interagire con uno strumento che “sembra” fornire risposte corrette. Ma la letteratura scientifica mostra che, nella maggior parte dei casi, queste risposte non sono corrette. Per dimostrarne l’affidabilità servirebbero studi scientifici rigorosi. Studi che, ad oggi, non esistono».

Il nodo della privacy dei dati sanitari

Infine, resta la questione della privatizzazione dell’esperienza sanitaria: non stiamo solo scaricando risposte da una chat. Stiamo trasferendo le nostre paure, i nostri dati, le nostre vulnerabilità in spazi digitali controllati da aziende che, seppur etiche nelle promesse, rispondono a logiche di mercato prima che di cura.

Commenta Santoro: «OpenAI stessa non lo nasconde: questi sistemi saranno sviluppati per accedere — oggi negli Stati Uniti, domani forse anche in Europa — a cartelle cliniche, fascicoli sanitari elettronici, dati archiviati nei telefoni. È vero che i dati verrebbero caricati volontariamente dall’utente e non prelevati automaticamente. Ma il punto non è tanto come vengono acquisiti, quanto il fatto che il paziente affidi informazioni estremamente sensibili a questi sistemi. Anche se viene dichiarato che i dati sanitari non saranno usati per addestrare il modello, è una promessa piuttosto debole». Andremmo, insomma, verso «un contesto di privacy praticamente inesistente: io fornisco tutti i miei dati sanitari a un sistema che potrebbe usarli contro i miei stessi interessi. Non mi sembra una situazione rassicurante».

Resta da vedere se riusciremo davvero a difendere l’AI Act da pressioni esterne

In Europa, però, esiste l’AI Act come forma di tutela. Quindi una maggiore protezione normativa rispetto agli USA. Eppure, avverte il ricercatore del Mario Negri: «Resta da vedere se riusciremo davvero a difendere l’AI Act da pressioni esterne. Queste cose non accadono mai per caso: ci sono interessi economici enormi in gioco. Non a caso, l’annuncio di ChatGPT Health è arrivato il giorno dopo che la Food and Drug Administration statunitense ha di fatto deregolamentato gran parte dei sistemi di intelligenza artificiale, eliminando l’obbligo di approvazione come dispositivi medici. Questo spiega molto. Io vedo una scarsa attenzione alle conseguenze e ai pericoli, in controtendenza rispetto a quanto avviene in altri ambiti simili».

In un mondo in cui ogni clic può essere interpretato come sintomo o patologia, la promessa di una salute “a portata di chat” è innegabilmente attraente. E se da un lato ChatGPT Health può alleggerire il peso di domande semplici o burocratiche, dall’altro rischia di diventare l’ultima risorsa di chi non ha altra scelta. La domanda che resta, allora, non è se l’AI può “curare”, ma se noi stiamo curando la tecnologia invece della nostra sanità pubblica e privata.

Se l’AI diventa il medico di tutti, è forse perché il medico di nessuno è più accessibile di una sanità che in diversi Paesi non è un diritto che i cittadini possono pretendere?

La medicina di genere diventa prassi al Policlinico di Milano

0

Con il decreto ministeriale del 13 giugno 2019, che ha dato attuazione alla Legge 3/2018, l’Italia è stata il primo Paese europeo a introdurre formalmente la prospettiva di genere nella pratica medica. Una scelta di sistema che ha tradotto in norma un principio chiave della medicina personalizzata: considerare in modo strutturato le differenze biologiche e sociali tra i sessi per garantire cure più appropriate ed efficaci.

Su questo terreno si colloca l’esperienza della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, che ha integrato la prospettiva di sesso e genere nel proprio sistema di qualità ISO 9001:2015, rendendo obbligatorio il riferimento alla letteratura scientifica di settore. Un approccio già operativo in tre PDTA: fragilità ossea (referente Dr.ssa Cristina Eller-Vainicher, Endocrinologa e Docente Università degli Studi di Milano), obesità (referente Prof.ssa Anna Ludovica Fracanzani, Direttrice Medicina a indirizzo metabolico e Docente Università degli Studi di Milano) ed epatocarcinoma (referente Prof. Massimo Iavarone, Gastroenterologo ed Epatologo e Docente Università degli Studi di Milano).

Ne parliamo con Matteo Stocco (Direttore generale del Policlinico di Milano), Roberta Gualtierotti (professoressa associata di Medicina Interna presso il Dipartimento di Fisiopatologia medico chirurgica e dei trapianti all’Università degli Studi di Milano e specialista di Medicina – Emostasi e Trombosi, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico Milano) e Silvana Castaldi (professoressa ordinario di Igiene Generale ed Applicata presso il Dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano e Responsabile della struttura Qualità del Policlinico di Milano).

La visione strategica

Matteo Stocco

Direttore Stocco, l’integrazione della medicina di genere nei PDTA è stata presentata come una leva per ottimizzare le risorse sanitarie e migliorare la qualità dei percorsi clinici. Quali cambiamenti organizzativi e gestionali avete predisposto a livello direttivo per rendere operativo questo approccio?

«Grazie alla professoressa Roberta Gualtierotti siamo molto attenti a rendere operativo ciò che il Ministero della Salute aveva già previsto nel 2019: la differenziazione dei PDTA per genere. Abbiamo avviato una revisione dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali in accordo con il Sistema Qualità aziendale, per garantire una presa in carico e una prosecuzione delle terapie attraverso PDTA più idonei, sia nell’ambito dell’area materno-infantile che nelle malattie rare. Su quest’ultimo punto siamo particolarmente orgogliosi: abbiamo oltre 14mila pazienti che arrivano da tutta Italia proprio perché siamo un Centro di riferimento su molte delle malattie rare approvate dal Ministero. Vorrei sottolineare due elementi che ritengo fondamentali. Il primo riguarda l’ultimo piano triennale HTA, dove viene citata come valutazione di performance del farmaco la cosiddetta “riduzione dell’incertezza”. Questa riduzione si basa proprio sulla differenziazione dell’applicazione dei farmaci per genere e aumenta, insieme con l’aderenza terapeutica, l’efficacia della terapia. Quindi anche dal punto di vista della valutazione dell’impatto terapeutico si sono fatti grandi passi avanti.

La revisione dei PDTA, differenziati per genere, vuole garantire percorsi più idonei e maggiore continuità terapeutica

Il secondo elemento riguarda il DM 77 del 2022 sulla valutazione multidimensionale del bisogno, fatto per la presa in carico predittiva e la stratificazione dei bisogni. In questo decreto vengono citati elementi abbastanza innovativi: le valutazioni sociali e la valutazione di genere. Quindi non è solo una problematica da affrontare a livello ospedaliero, ma lo è anche a livello territoriale e quindi di integrazione tra ospedale e territorio. Questa è una prospettiva che va ben oltre le mura del nostro ospedale».

Il Policlinico è in una fase di grande trasformazione infrastrutturale e organizzativa, con il nuovo monoblocco, il padiglione Sforza e le innovazioni tecnologiche come l’intelligenza artificiale nei percorsi clinici. Come state pensando di integrare la medicina di genere in questo contesto di rinnovamento strutturale e digitale, in modo tale che non sia un’aggiunta burocratica, ma un elemento organico e strategico del nuovo modello ospedaliero?

«Non stiamo aspettando l’apertura del nuovo padiglione Sforza: già adesso gli algoritmi di intelligenza artificiale che coadiuvano, per esempio, l’attività dei radiologi tengono in considerazione le differenziazioni di genere. Qui applichiamo ormai da oltre un anno l’AI generativa in pronto soccorso quando vengono fatte le diagnosi delle fratture multiple: già lì l’algoritmo tiene conto delle differenziazioni di genere. Inoltre, stiamo lavorando in maniera sperimentale anche ad assistenti virtuali di sala operatoria e assistenti in ambulatorio. Queste intelligenze artificiali, ascoltando le conversazioni, riescono a ridurre il volume dell’attività burocratica e a inserire ciò che ascoltano nel registro di sala operatoria, nei verbali e anche nei referti. Queste AI, che da noi si stanno alimentando non solo col tono della voce, ma anche con il timbro e le inflessioni dialettali, hanno bisogno di tutta una serie di informazioni e inoltre tengono conto anche delle differenze dei PDTA che abbiamo inserito nella nostra organizzazione. L’intelligenza artificiale è sicuramente un vantaggio: fa lavorare meglio e tiene conto di differenziazioni che magari il medico o gli infermieri non hanno immediatamente a disposizione. È un elemento strategico del nuovo modello ospedaliero, molto più strategico di quello che si possa immaginare».

C’è però ancora molta paura verso l’intelligenza artificiale…

«Ha centrato l’obiettivo: l’IA è pericolosa se non è governata. Può suggerirci, per dirla semplicemente, di prendere delle pastiglie senza che ce ne sia necessità. D’altro canto, bisogna anche pensare che, soprattutto sulla AI generativa, ma anche con l’utilizzo delle reti neuronali, spesso e volentieri, anche chi la usa non sa da dove abbia preso le informazioni che utilizza. Siamo arrivati a un punto di auto-crescita e auto-alimentazione che è veramente pericoloso. La famosa black box desta giustificata preoccupazione».

L’intelligenza artificiale può essere un vantaggio e un elemento strategico del nuovo modello ospedaliero, ma deve essere ben governata

Tornando alla medicina di genere, cosa manca ancora per rendere questo cambiamento culturale davvero pervasivo?

«Già nella formulazione dei trial è relativamente da poco tempo che si fanno differenziazioni di genere e dal 2019 non è passato molto tempo. Credo che vadano fatti degli sforzi più importanti, soprattutto nell’ambito medico. Va fatta una campagna di sensibilizzazione molto più approfondita di quella che si è fatta fino adesso».

E la formazione su questo tema?

«Noi qui la facciamo: abbiamo un ufficio formazione che offre oltre 600 corsi annui, e molti vengono fatti anche su questo tipo di tematiche. Come sempre, come in tutte le situazioni e in tutti gli ospedali, ma in tutte le realtà complesse, dove c’è qualcuno che ci mette l’impegno e ci crede, si riescono a fare grandi cose. Noi siamo tra gli ospedali che hanno la fortuna di avere un gruppo che lavora con convinzione in questo senso».

La ricerca e l’applicazione clinica

Roberta Gualtierotti

Professoressa Gualtierotti, come nasce operativamente la richiesta a ricercatori e clinici di includere le evidenze di genere nella stesura e revisione di PDTA e documenti?

«Questa richiesta si basa sul Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere del 2019, che prevede questo tipo di analisi come parte del rigore scientifico e della Good Clinical Practice. Insieme alla Professoressa Silvana Castaldi, responsabile del Sistema Qualità, abbiamo introdotto una richiesta a tutti i clinici e ricercatori che producono o rivedono documenti PDTA o altri documenti di qualità, per far sì che necessariamente valutino in letteratura le eventuali differenze di sesso e genere sull’argomento trattato».

Quali sono le sfide principali che state affrontando?

«C’è ancora molto da fare perché molto spesso non ci sono evidenze disponibili in letteratura sulle differenze di sesso biologico e genere, oppure i dati forniti non sono disaggregati. Quindi in questa fase stiamo osservando, raccogliendo dati e sensibilizzando i clinici e i ricercatori. Stiamo promuovendo corsi di formazione tenuti dagli stessi esperti di Policlinico che hanno già adottato un approccio di medicina di precisione in ottica di genere in diversi settori aperti a tutti i dipendenti. La raccolta di dati più completi, compresi gli indicatori di qualità specifici per ogni PDTA, ci fornirà informazioni dettagliate su quanto sia stata d’impatto questa modifica. Allo stesso tempo, sarà utile a identificare lacune di conoscenza scientifica da colmare con nuovi studi e attività di ricerca».

Come affrontate il problema della carenza di dati?

«Su questo tema stiamo lavorando con la Professoressa Castaldi per introdurre un ulteriore punto di controllo volto a verificare che la medicina di genere sia presa in considerazione già nella fase di progettazione degli studi clinici e successivamente anche nella ricerca preclinica. In assenza di questi presupposti metodologici, infatti, non è possibile generare dati adeguati e trasferibili alla pratica clinica.

Molto spesso mancano evidenze in letteratura su sesso e genere, o i dati non sono disaggregati

All’interno del Policlinico stiamo quindi promuovendo l’introduzione di una richiesta specifica rivolta ai ricercatori: non solo la disponibilità di dati disaggregati, ma anche la definizione di disegni di studio che integrino fin dall’inizio i principi della medicina di genere. Ciò include la considerazione delle differenze di sesso biologico negli studi su animali, cellule e tessuti, e anche delle differenze di genere negli studi sull’uomo.

Gli indicatori di questo percorso includeranno, tra gli altri, il numero di pubblicazioni scientifiche che riportano analisi stratificate per sesso e genere. Va infatti sottolineato che un numero crescente di riviste scientifiche richiede già questo tipo di analisi, rendendo tale approccio sempre più uno standard metodologico. Si tratta di un percorso di rigore scientifico nell’ambito della ricerca medico-scientifica che porta a una pratica clinica più appropriata ed equa».

Può farci esempi concreti di come la medicina di genere cambia la pratica clinica?

«Un esempio è il PDTA sull’epatocarcinoma sviluppato dal Professor Massimo Iavarone che già integra l’ottica di genere. Inoltre, negli ultimi anni è emersa in tutto il territorio nazionale una discrepanza significativa nella lista trapianti di fegato. Infatti, le donne sono inserite meno frequentemente in lista trapianti rispetto agli uomini, pur avendo l’indicazione clinica a farlo. Su questo sta lavorando un gruppo multidisciplinare di ricercatori che hanno proposto uno studio che valuterà le cause di queste discrepanze e permetterà di rivedere il PDTA inserendo tra gli indicatori anche la percentuale di soggetti di un sesso o degli altri inseriti in lista. La Dr.ssa Eloisa Franchi (Chirurgia generale – Trapianti di fegato), PI (Principal Investigator) dello studio, è stata premiata da Fondazione Cariplo nell’ambito del Bando Inequalities Research.

Ogni condizione deve avere indicatori specifici, perché le differenze di sesso biologico e di genere non sono uguali per tutte le malattie

Un altro esempio è il PDTA redatto dalla Dr.ssa Cristina Eller-Vainicher. Le fratture da fragilità non sono solo un problema femminile, ma colpiscono spesso anziani di sesso maschile con la necessità di creare percorsi dedicati a migliorare l’appropriatezza e l’efficacia della presa in carico di questi pazienti. Il monitoraggio si baserà sui dati relativi agli accessi, alle prestazioni e alla tipologia dei pazienti presi in carico prima e dopo l’applicazione del PDTA. Ogni condizione avrà indicatori specifici, perché le differenze di sesso biologico e di genere non sono uguali per tutte le malattie».

Che ruolo ha la formazione in questo processo di cambiamento culturale?

«Da almeno due anni portiamo avanti una serie di seminari chiamati “Gender Medicine Rounds”, dove i ricercatori che fanno parte del gruppo medicina di genere, in realtà aperto a tutti i ricercatori e clinici del Policlinico, condividono dati, progetti o percorsi implementati o in corso e discutono come vengono applicati i criteri delle differenze di sesso biologico e di genere nell’ambito di loro competenza. I seminari sono aperti a tutti coloro che sono interessati ad approfondire il tema».

Da due anni i “Gender Medicine Rounds” promuovono confronto interdisciplinare su sesso e genere nella pratica clinica

Come è stata recepita questa innovazione dal punto di vista clinico e manageriale?

«Questo processo ha visto il coinvolgimento dei tre Direttori, Sanitario, Scientifico e Generale, che hanno supportato la nostra proposta. In realtà si tratta dell’attuazione di una legge ministeriale, perché la legge del 2018 prevede che l’analisi di sesso e genere sia applicata in ambito medico per il rigore scientifico e la Good Clinical Practice. Stiamo finalmente mettendo in atto un processo che richiede l’impegno di tutti a diversi livelli, dalla preclinica alla clinica, dalla gestione del Sistema Qualità alla Dirigenza e all’Amministrazione. Richiede lo sforzo di raccogliere le informazioni su accessi e prestazioni, riportare eventuali discrepanze e poterle utilizzare per una medicina sempre più efficace ed equa, con il fine ultimo di migliorare la qualità delle cure e il benessere dei pazienti».

Il Sistema Qualità

Silvana Castaldi

Professoressa Castaldi, può illustrarci dal punto di vista tecnico il modello organizzativo concreto che avete adottato per integrare la medicina di genere nei PDTA?

«La Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano è una struttura certificata dal 2016 secondo la norma ISO 9001:2015. Sentita l’esigenza di arricchire il Sistema Qualità con la medicina di genere, abbiamo deciso con la Professoressa Gualtierotti, in accordo con la ISO 9001 nella versione 2015, di inserire in tutti i documenti un paragrafo che declini per quella particolare attività anche l’impatto sulla medicina di genere».

Come viene garantita concretamente l’implementazione di questi criteri?

«La gestione dei documenti di Sistema Qualità è declinata in un documento specifico. Questo documento è stato mandato in revisione ed è stato aggiunto il paragrafo “Medicina di genere” per ogni documento che abbia un impatto sulla medicina di genere. Quindi, per esempio, tutti i documenti (come istruzioni operative, procedure, protocolli e percorsi diagnostico-terapeutici) devono, necessariamente, avere un paragrafo dedicato alla medicina di genere. Tutti gli altri documenti che non hanno impatto sul paziente possono anche non averla.

Il Sistema Qualità integra la medicina di genere, inserendo l’analisi dell’impatto di genere in tutti i documenti principali relativi al paziente

Tutti i documenti, prima di essere pubblicati, vengono riletti dallo Staff Sistema Qualità e, nel caso non ci fosse questo paragrafo, prima della pubblicazione, viene richiesto all’estensore del documento. In particolare, i percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali devono avere degli indicatori e tra gli indicatori è richiesto alle strutture, ove possibile, che possano rendicontare l’impatto sulla medicina di genere».

Quali responsabilità operative sono state assegnate per garantire il monitoraggio?

«La frequenza di monitoraggio degli indicatori è definita dall’équipe assistenziale, quindi possono essere di tre mesi, di sei mesi, di quattro mesi o di un anno. Questa è una decisione del clinico che non riguarda noi del Sistema Qualità. Solamente a distanza di due o tre anni, quando il monitoraggio per noi sarà assestato, allora potremo chiedere dei cambiamenti. È ovvio che i PDTA che sono stati editati nell’ultimo trimestre e che hanno il paragrafo della medicina di genere non hanno ancora indicatori sulla medicina di genere perché sono i primi tre mesi in cui il PDTA è stato impostato, quindi glieli chiederemo nel 2027».

Questa innovazione si estenderà anche alla ricerca?

«Certo. In accordo con la professoressa Gualtierotti, noi abbiamo impostato la verifica dell’impatto dell’attività dell’ospedale sulla medicina di genere, ma proprio questa settimana [inizio di dicembre, n.d.a.] ho avuto una riunione con il Clinical Trial Center del Policlinico di Milano: anche tutta la ricerca no profit che parte dal nostro Ospedale avrà la richiesta di essere integrata con l’impatto sulla medicina di genere. Questo chiude il cerchio tra pratica clinica e ricerca scientifica».

Sanità, la manovra senza sorprese: dalla bozza alla legge, i numeri restano gli stessi

“E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure” cantava De Gregori. E qualcosa della bozza iniziale rimane anche nel testo approvato della Legge di Bilancio. Forse anche più di qualcosa. Perché, in buona sintesi, poco ci si è discostati tra le due versioni nei mesi di iter parlamentare. Almeno in tema di sanità.

Come a dire che a poco o nulla sono servite le migliaia di emendamenti presentati – apparsi e poi scomparsi – e le audizioni parlamentari dei portatori di interesse.

Sin da quando la prima bozza della Legge di Bilancio fu resa pubblica, il quadro appariva ben chiaro: la spesa sanitaria sarebbe aumentata, ma non abbastanza da modificare la traiettoria di un Servizio sanitario nazionale sotto pressione.

Con l’approvazione definitiva della legge lo scorso 30 dicembre, il confronto tra il testo iniziale e quello finale mostra che l’impianto non è stato stravolto. Le cifre annunciate restano, così come restano le criticità evidenziate fin dall’inizio.

Fondo sanitario nazionale: rimane l’aumento annunciato

Leggendo la prima bozza della manovra finanziaria si prendeva atto della previsione di un incremento complessivo di oltre 6 miliardi di euro per la sanità, concentrato soprattutto sul Fondo sanitario nazionale, con l’obiettivo di garantire una crescita progressiva delle risorse nel tempo. Aumento che in realtà era di solo 2,4 mld di euro, essendo la restante parte dell’aumento già previsto dalle manovre degli anni precedenti.

Ebbene, questa impostazione è stata confermata nel testo definitivo della Legge di Bilancio per il 2026.

Le cifre indicano un incremento del Fondo sanitario nazionale di 2.382,2 milioni di euro per quest’anno che, in aggiunta allo stanziamento precedente, porta a un ammontare di 142,9 miliardi di euro, poco meno dei 143,1 ipotizzati.

Il 2027 e il 2028 potranno beneficiare di un incremento di 2,63 miliardi di euro (inizialmente previsti 2,65) ciascuno, anche in questo caso poco al di sotto della cifra ipotizzata all’inizio dell’iter della manovra (2,65 miliardi).

La spesa sanitaria aumenta, ma resta insufficiente a coprire costi crescenti, inflazione e invecchiamento

Restano quindi le criticità già evidenziate sia nell’analisi asettica della bozza di legge sia nelle considerazioni degli analisti. Che, in sintesi, indicano un aumento reale della spesa sanitaria, ma non sufficiente a compensare l’aumento dei costi, l’inflazione sanitaria e l’invecchiamento della popolazione. La legge di Bilancio, insomma non concorre a correggere questo squilibrio.

In altri termini, “la manovra non basta”: la crescita della spesa non cambia la condizione strutturale del SSN, che resta in affanno sul fronte dell’offerta di servizi, delle liste d’attesa e della capacità di risposta ai bisogni sanitari.

Il testo definitivo, pur arricchito di dettagli attuativi, non smentisce questa valutazione. Manca quella svolta strutturale che tutta la filiera della salute richiedeva a gran voce e si attendeva. Il risultato è una continuità piena tra la diagnosi iniziale del testo di legge e l’esito finale: più risorse, ma senza un cambio di paradigma.

Personale sanitario: più assunzioni, stesso perimetro

Uno degli assi portanti della manovra sarebbe stato quello sugli interventi per il personale sanitario, fatto di nuove assunzioni e misure per rendere più attrattivo il lavoro nel Ssn. Anche se pareva mancasse una riforma complessiva delle regole di spesa.

È stata infatti confermata la spesa massima annuale di 450 milioni di euro per l’assunzione straordinaria di personale a tempo indeterminato per rimpinguare le file di medici e infermieri del SSN. Si spera così di far fronte alle liste d’attesa spesso in tilt, e a garantire il rispetto delle altre voci dei LEA (Livelli essenziali di assistenza), tra gli ospedali e le famigerate Case di Comunità di PNRR memoria.

La Manovra prevede aumenti delle indennità sanitarie: 412 milioni per medici e veterinari, 480 per infermieri, 13,5 per dirigenti e 208 per operatori socio-sanitari

La nuova Manovra conferma anche la previsione dell’aumento dell’indennità di specificità sanitaria, che arriva a 412 milioni per medici e veterinari e 480 milioni per gli infermieri. Parliamo di valori annui a partire da quest’anno. Sono invece 13,5 i milioni a disposizione per le indennità dei dirigenti sanitari e 208 quelli destinati agli operatori socio-sanitari.

Farmaceutica: i tetti di spesa diventano uno dei cardini

Confermata anche la revisione dei tetti di spesa per la farmaceutica, certamente uno degli elementi più concreti della manovra nonché uno dei capitoli più strutturati, pensati per rendere più sostenibile la spesa e ridurre le tensioni tra Stato, Regioni e imprese.

Qui il passaggio dalla bozza alla legge è quasi lineare: ciò che era previsto viene approvato, senza arretramenti.

Quindi il tetto di spesa complessivo viene aumentato dal 15,3% al 15,55%, cioè di 350 milioni di euro aggiuntivi, che saranno utilizzabili per gli acquisti diretti e per la spesa convenzionata.

Nel primo caso la spesa per i farmaci comprati direttamente da ospedali e ASL è aumentata dello 0,30%, mentre il tetto per i medicinali che i cittadini pagano con ricetta SSN cresce dello 0,05%. Il rovescio della medaglia però è la riduzione del Fondo per i farmaci innovativi di 140 milioni di euro annui, passando così da 1,3 a 1,16 miliardi annui già a partire dal 2026.

Dispositivi medici: +0,2% per tetto di spesa

Buone notizie per il comparto dei dispostivi medici. Da quest’anno il tetto di spesa viene aumentato dello 0,2%, arrivando al 4,6% del Fondo sanitario nazionale, pari a 280 milioni di euro annui, senza novità sul fronte delle regole vigenti in tema di suddivisione del tetto tra le diverse Regioni.

Assente tanto nel testo di legge licenziato dal Parlamento quanto nella sua bozza iniziale qualsiasi riferimento al tema del payback di settore.

Prevenzione: una voce presente, ma (purtroppo) marginale

Nella bozza della Legge di Bilancio, la prevenzione era citata come un’area di intervento che avrebbe potuto essere anche significativa, ma con un peso relativo del tipo “piuma”.

Il testo definitivo della legge mantiene la prevenzione tra le priorità, ma depotenzia – se possibile – la portata degli interventi tagliandone le gambe ancor prima dell’inizio della corsa.

Dei circa 690 milioni di euro previsti, di cui 486 per la prevenzione sanitaria, 120 per le campagne vaccinali e 80 per la salute mentale, ne rimangono circa 565 complessivi. Di cui 238 sono sparpagliati in una miriade di attività, nella migliore tradizione italiana dei finanziamenti a pioggia che non accontentano né scontentano nessuno.

E, quindi, dal potenziamento dello screening mammografico per il tumore alla mammella, all’estensione di test genomici su campioni di biopsia liquida necessari per l’individuazione delle mutazioni di ESR1 nei casi di carcinoma mammario. Dal potenziamento dello screening per il tumore del colon-retto, alla profilazione genomica HRD del carcinoma sieroso di alto grado dell’ovaio in stadio avanzato. Passando per l’incremento del finanziamento per il concorso al rimborso alle regioni per l’acquisto di vaccini del calendario nazionale vaccinale, per il potenziamento dei test di Next-Generation Sequencing (Ngs) per la profilazione delle malattie rare, per programmi di diagnosi precoce e la presa in carico tempestiva delle persone con Parkinson e terminando con un programma nazionale per prevenzione e cura delle patologie reumatologiche.

A questi 238 milioni se ne aggiungono altri 247 per un altro, non meglio identificato, potenziamento della prevenzione e ancora 80 milioni per il Piano nazionale per la Salute mentale nel 2026, che saliranno a 85 milioni nel 2027 e a 90 nel 2028.

Privato accreditato e liste d’attesa: continuità operativa

Sin dalla prima bozza di testo di legge era chiaro come la manovra puntasse anche a ridurre le liste d’attesa, facendo leva su una maggiore flessibilità nell’utilizzo delle strutture accreditate e su prestazioni aggiuntive.

Il testo definitivo conferma questa impostazione, mantenendo l’aumento dell’1% della quota di spesa per l’acquisto da parte del SSN di prestazioni, beni e servizi erogati dal privato accreditato.

La legge non va oltre la bozza anche per quanto riguarda l’aumento da 50 a 70 milioni di euro destinati all’Ospedale Bambino Gesù.

Farmacia dei servizi: salto di qualità

Una nota speciale merita il capitolo delle farmacie. Atteso, ma non palesato sin da subito, il riconoscimento del loro ruolo in seno alla sanità nazionale. Ma il testo finale accoglie uno dei primi emendamenti, che va anche oltre le aspettative: le farmacie – private convenzionate o pubbliche – sono riconosciute come parte integrante del Ssn, come erogatrici di prestazioni sanitarie.

E, con un colpo di scopa dell’ultimo momento che ha rimosso la necessità di essere accreditate come fornitori della sanità pubblica, le farmacie potranno beneficiare di 50 milioni di euro all’anno per i servizi erogati per conto del SSN. Il che, tradotto, significa che alle farmacie sarà rimborsato un corrispettivo per ogni prestazione erogata. Corrispettivo che potrà variare a seconda del tipo di servizio sarà regolato da accordi regionali tra ministero della Salute e le singole Regioni.

La Legge di Bilancio sulla sanità è coerente con se stessa. Quello che prometteva nella bozza, lo mantiene nella legge. Ma proprio questa coerenza racconta il limite dell’intervento: la crescita delle risorse non diventa riforma, e la prudenza contabile prevale sull’ambizione di sistema.

Il SSN riceve ossigeno, ma non cambia passo.

Le prime linee guida per la comunicazione social in ortopedia

Negli ultimi anni i social media sono diventati un canale sempre più utilizzato anche per la comunicazione nell’ambito della salute e della medicina. E in ortopedia la comunicazione da parte di specialisti, rispetto a tecniche e risultati di intervento, soprattutto di tipo protesico, è cresciuta in maniera considerevole.

In seguito all’aumento dei messaggi sui social media, spesso incompleti, ambigui o eccessivamente “promozionali” la SIOT, Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, ha deciso di intraprendere un lavoro in collaborazione con uno studio legale per chiarire quali siano i limiti della comunicazione medico-paziente sulle piattaforme digitali. Non per un rifiuto ideologico dei nuovi canali, quanto per il rischio concreto che messaggi parziali o costruiti in modo ambiguo producano confusione, pubblicità ingannevole e concorrenza scorretta tra professionisti.

La SIOT chiarisce i limiti della comunicazione medico-paziente sui social per evitare messaggi ambigui e ingannevoli

Sono state quindi messe a punto le Linee Guida in materia di comunicazione sui social media, specifiche per la comunicazione in ortopedia attraverso i social media, con l’obiettivo di tutelare pazienti e professionisti e di stabilire buone pratiche per una comunicazione corretta.  

Di questo tema abbiamo parlato con Fabrizio Rivera, Direttore S.C. Ortopedia e Traumatologia. SS. Annunziata, Ospedale di Savigliano (CN), co-Autore delle linee guida e socio SIOT.

 Come nasce l’idea di lavorare su linee guida dedicate ai social media?

Fabrizio Rivera


«La spinta è stata il proliferare esponenziale di messaggi promozionali su alcune piattaforme social, da parte di colleghi ortopedici. È diventato un fenomeno molto visibile, con molti contenuti che promuovono tecniche chirurgiche o trattamenti medici, spesso in modo accattivante. Come SIOT abbiamo il compito di tutelare sia i pazienti, che non devono ricevere informazioni false o ingannevoli e non devono essere esposti a messaggi che omettono rischi e complicanze, sia i colleghi che comunicano in modo corretto ma che rischiano di essere messi sullo stesso piano di chi non segue le regole etiche e pubblicitarie, e di subire così un danno reputazionale e professionale.

Il lavoro è frutto di un percorso strutturato, in collaborazione con uno studio legale, che ha permesso di analizzare e comprendere la legislazione che regola la comunicazione medico-paziente sui social. Esiste una ampia serie di norme e regole riguardanti la pubblicità sanitaria e comparativa, i codici autodisciplinari e la deontologia medica. Abbiamo raccolto e analizzato questo corpo di regole per capire quali siano i limiti reali, oggi. Questi risultano ancora poco definiti; il confine tra informazione corretta e messaggio promozionale fuorviante è spesso sottile, e questo rende difficile anche un eventuale intervento sanzionatorio. Da qui la necessità delle linee guida».

Quali problemi sono stati individuati nei contenuti social degli ortopedici?

«Un punto fondamentale delle norme pubblicitarie in ambito medico è che, quando si descrive una terapia o una tecnica, bisogna indicare anche complicanze ed effetti collaterali. È un obbligo chiaro nella normativa sulla pubblicità sanitaria. Ma sui social media questo accade raramente.

Il confine tra informazione corretta e messaggio promozionale fuorviante è spesso sottile

Si vedono continuamente colleghi che mostrano il lato positivo di un intervento di protesi o l’efficacia di una procedura, però senza chiarire rischi e possibili complicanze; il messaggio può essere formalmente vero, ma suggerire un’idea sbagliata. Per esempio: affermare che una certa tecnica di protesi di ginocchio permette un recupero veloce, senza perdite di sangue e senza recidere tendini e muscoli può essere d’effetto per il paziente. Ma si tratta di caratteristiche comuni agli interventi standard: non esiste una protesi d’anca o di ginocchio in cui si recidano capsula, tendini o si attraversino muscoli, come il messaggio lascerebbe intendere. Si tratta quindi di un messaggio ambiguo, che induce a pensare che quella tecnica sia “migliore” rispetto a quelle di altri specialisti, che comporti meno rischi di insuccesso o un miglior risultato a lungo termine, e genera confusione.

Lo stesso vale per termini, ormai ultra-inflazionati, come “mini-invasivo” senza descrivere la normalità dell’intervento, facendo intendere di eseguire piccole incisioni che possono portare grandi vantaggi; ciò potrebbe portare il paziente spesso già fragile, spaventato o in cerca di soluzioni immediate, a scegliere sulla base di percezioni distorte».

Qual è l’orientamento della SIOT rispetto all’uso dei social media?

«La Società sconsiglia fortemente l’utilizzo di piattaforme social che non trasmettono contenuti scientifici. Esistono ambienti più professionali, come LinkedIn, dove la comunicazione ha un’impostazione più scientifica, è più normata e avviene soprattutto tra colleghi. In quel contesto il rischio di messaggi ambigui verso il grande pubblico è minore. Al contrario, piattaforme come Instagram, YouTube, TikTok o Facebook sono canali non scientifici, dove i contenuti medici si mescolano con comunicazioni poco affidabili e quindi più difficili da interpretare correttamente».

Oltre all’uso delle piattaforme, quali sono gli altri punti chiave delle linee guida?

«Le linee guida richiamano diversi aspetti: evitare pubblicità comparativa e messaggi denigratori o ingannevoli; rispettare principi generali come buon costume e l’inclusività; non violare i diritti altrui; proteggere i dati personali dei pazienti. L’uso di immagini o video di pazienti, anche con il loro consenso, è un tema critico: il paziente spesso non ha piena consapevolezza di come quel materiale possa essere usato e diffuso. Quindi la tutela della privacy è fondamentale.

Grande attenzione a correttezza, completezza e chiarezza, includendo complicanze ed effetti collaterali senza autoreferenzialità

Sul piano del contenuto, molta attenzione è stata data ai principi di correttezza, completezza e chiarezza nel descrivere procedure e risultati, che dovrebbero sempre includere complicanze ed effetti collaterali, senza presentare implicitamente la propria tecnica come superiore a quelle dei colleghi».

Come sono state accolte queste linee guida e quali saranno i prossimi passi operativi?

«Il progetto è stato presentato durante il Congresso nazionale SIOT 2025 di Roma ed è stato accolto molto favorevolmente, segno che se ne sentiva l’esigenza. D’altra parte, la Società Scientifica aveva ricevuto diverse sollecitazioni da parte di soci per lavorare su questo tema. Il documento è stato pubblicato sul sito della società e prossimamente lo sarà sul Giornale italiano di Ortopedia e Traumatologia. Nel concreto, verrà istituita una commissione incaricata di valutare le segnalazioni sui contenuti social; in caso di violazioni il responsabile sarà segnalato all’Ordine dei Medici competente. La società non ha mezzi legali diretti per sanzionare al di fuori degli strumenti interni, ma agisce con il fine di promuovere un comportamento più corretto e calmierare il fenomeno dei messaggi non conformi in tutto l’ambiente ortopedico».