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Sanità, territori e nuove fragilità: il terzo settore come sensore del cambiamento

Negli ultimi anni, il terzo settore è emerso come un pilastro sempre più centrale nell’ecosistema sanitario italiano, non solo come espressione di solidarietà, ma come partner strategico del sistema pubblico. Secondo recenti analisi, sono quasi 13mila le organizzazioni non profit attive in ambito sanitario, con oltre 103mila dipendenti e centinaia di migliaia di volontari impegnati quotidianamente.

Di fronte a sfide come la povertà sanitaria, l’invecchiamento delle popolazioni e la crescente complessità delle cure territoriali, le organizzazioni non profit stanno assumendo un ruolo sempre più strutturato e integrato nella co-progettazione con le istituzioni pubbliche.

In questo panorama, la domanda non è più se il terzo settore faccia la differenza, ma come e quanto contribuisca effettivamente a migliorare gli esiti per i pazienti, a rendere più efficienti i percorsi di cura e a ridurre le disuguaglianze. È su queste evidenze che si gioca la sua legittimazione come attore strategico nella sanità del futuro.

A TrendSanità approfondiamo il tema con Carla Collicelli, sociologa, già Direttore Generale del CENSIS, esperta in welfare, salute e sanità e Senior Expert di ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile).

Carla Collicelli

Nel dibattito attuale si parla spesso del terzo settore come partner strategico del sistema salute. Quali sono, a suo avviso, le evidenze concrete anche in termini di outcome per i pazienti, efficacia dei percorsi di cura e riduzione delle disuguaglianze, che giustifichino questo cambio di ruolo rispetto al passato?

«Già il fatto che oggi disponiamo di dati è un indicatore importante. L’Istat realizza periodicamente indagini quantitative e qualitative che ci permettono di misurare il peso del terzo settore in Italia. Storicamente il suo ruolo è sempre stato significativo, ma operava spesso sottotraccia e con scarso riconoscimento. Oggi sappiamo che il terzo settore è un pilastro del nostro welfare, in particolare nelle politiche sociali, ma non solo: rappresenta il primo supporto alla famiglia e alle comunità. Questo è legato anche alla natura “familistica” del welfare italiano, in cui molti bisogni venivano dati per scontato come responsabilità delle famiglie. Ma questa capacità familiare si è ridotta: pensiamo solo alle donne, che oggi lavorano molto più che in passato. In questo contesto il terzo settore diventa il punto di riferimento quando il sistema pubblico non arriva o arriva in modo tardivo o inadeguato. Ecco perché oggi sta ricevendo maggiore visibilità e riconoscimento, anche se in modo disomogeneo tra territori».

Quali modelli di integrazione tra Servizio Sanitario Nazionale e organizzazioni del terzo settore ritiene più efficaci? E quali rischi di frammentazione intravede?

«Il terzo settore è cruciale nelle aree di intervento “di confine” tra sociale e sanitario: per esempio, la presa in carico dopo dimissioni da ricoveri o terapie importanti, dove il SSN è ancora carente. Lo stesso vale per l’assistenza continuativa a non autosufficienti, disabili o prima infanzia: oggi meno del 10% degli anziani che avrebbero diritto all’assistenza domiciliare la ricevono attraverso i canali pubblici.

Il terzo settore è cruciale nelle aree di intervento “di confine” tra sociale e sanitario

In questo vuoto operano una rete fittissima di associazioni, sia di patologia sia territoriali, che offrono orientamento e spesso servizi diretti. Questa funzione sanitaria si intreccia con compiti più sociali di competenza dei comuni: prevenzione del disagio psichico, spazi di aggregazione, prevenzione della devianza minorile. Tutti ambiti che richiedono integrazione, ma dove il rischio di frammentazione è sempre dietro l’angolo».

Affrontiamo il tema della sostenibilità finanziaria e dei possibili limiti etici del ricorso al volontariato: dal punto di vista economico, il terzo settore è sostenibile?

«Il terzo settore offre servizi a basso costo proprio perché utilizza molto volontariato, ed è quindi sostenibile sul piano economico. Tuttavia, quando gli oneri diventano troppo gravosi è necessario integrare con finanziamenti pubblici e forme di collaborazione e delega. Questo ormai avviene in molte realtà territoriali. Ma la sostenibilità va intesa in senso più ampio, come propone l’Agenda ONU e come noi in ASviS sottolineiamo: significa chiedersi se l’azione del terzo settore previene l’aggravamento di situazioni critiche e riduce esclusione e marginalità. Il terzo settore, radicato nei territori, conosce i fattori di rischio e interviene precocemente: è spesso un “sensore” che individua disagi prima che esplodano. Questo è un contributo fondamentale alla sostenibilità complessiva del sistema».

Radicato nei territori, il terzo settore conosce i fattori di rischio e interviene precocemente: è spesso un “sensore” che individua disagi prima che esplodano

Un tema molto discusso negli ultimi anni riguarda l’innovazione digitale, soprattutto in relazione al PNRR e alla domiciliarità. Che ruolo può giocare il terzo settore nelle trasformazioni digitali che riguardano le persone più fragili?

«Anche il terzo settore è coinvolto nella transizione digitale, ma con un approccio peculiare: mantiene al centro la persona umana e la dimensione relazionale della cura. Le tecnologie sono utili quando realmente migliorano assistenza e monitoraggio, ma possono creare rischi: disinformazione, manipolazione, isolamento sociale, uso scorretto dell’IA. Il terzo settore richiama quindi ai principi etici della cura e alla necessità di non perdere il valore della relazione terapeutica.

Detto ciò, molte realtà hanno già utilizzato efficacemente strumenti digitali: ricordo cooperative che, durante la pandemia, hanno attivato servizi telefonici o online per monitorare anziani soli. Oggi la tecnologia consente interventi più rapidi e accurati. Nella componente più tecnica della sanità, come robotica e chirurgia avanzata, il terzo settore non è protagonista, ma riconosce il valore di queste innovazioni. L’importante è “cavalcare” questa trasformazione senza subirne gli effetti negativi».

Guardando al futuro, quali nuovi indicatori sui determinanti sociali della salute dovrebbero essere utilizzati per inquadrare meglio il contributo del terzo settore?

«Negli ultimi decenni abbiamo fatto molta strada. Prima si consideravano quasi esclusivamente cause organiche, genetiche o comportamentali. Oggi sappiamo che i determinanti sociali della salute sono moltissimi: la crisi climatica, l’inquinamento, l’organizzazione delle città, i trasporti, la disponibilità di spazi verdi, le relazioni sociali, le condizioni del lavoro o la sicurezza nelle scuole. Il terzo settore ha fatto da apripista, cercando, da sempre, di collocare patologie e disagi dentro questo contesto più ampio. Ora questo approccio viene riconosciuto anche dalle istituzioni. Da qui la crescita di strumenti come co-programmazione, co-progettazione e amministrazione condivisa, che permettono di integrare pubblico, privato e terzo settore per affrontare in modo sistemico i fattori che influenzano la salute».

Il terzo settore affronta la transizione digitale mantenendo al centro la persona e le relazioni di cura

Vorrebbe aggiungere un’ultima considerazione per completare il quadro?

«Vorrei richiamare il concetto di paradigma relazionale, sviluppato da un gruppo di esperti di cui faccio parte, chiamato “Piano B”. L’idea è semplice, ma rivoluzionaria: la salute e il welfare non possono essere compresi mettendo al centro un individuo isolato. Tutto si gioca nella qualità delle relazioni: tra paziente e operatore, tra servizi pubblici e privati, tra discipline diverse. Il paradigma relazionale si contrappone ai modelli troppo tecnicistici del biomedico, a quelli economicistici centrati solo sui costi, e a quelli burocratici costruiti in silos. Si integra invece con la prospettiva One Health e Global Health: la nostra salute dipende da ciò che accade nel mondo interconnesso in cui viviamo, come il Covid ci ha insegnato».

Uno strumento digitale per rispondere ai dubbi delle pazienti con tumore al seno metastatico

A volte manca il tempo, altre forse il coraggio, mentre rispondere a un interrogativo è fondamentale per aiutare una paziente. Per questo è nata “PerTeNoicisiamo”, una app voluta dall’Associazione “Tumore al Seno Metastatico Noicisiamo” APS, dedicata alle pazienti che convivono con un carcinoma mammario al quarto stadio (o metastatico). È un nuovo strumento di comunicazione tra pazienti e professionisti sanitari, e vuole rispondere al bisogno di informazioni mirate e chiarimenti sulla cura della patologia. Le domande di queste pazienti devono ricevere risposte affidabili.

Spesso manca tempo o coraggio, ma rispondere è fondamentale; per questo è nata la app “PerTeNoicisiamo”

L’iniziativa dell’Associazione è realizzata, grazie ad un contributo di Susan G. Komen Italia – APS, con la collaborazione del Collegio Italiano dei Primari di Oncologia Medina (CIPOMO), oltre alla Struttura Complessa di Medicina Legale e Risk Management dell’Azienda USL di Modena, con l’Oncologia Clinica Sperimentale di Senologia dell’Istituto Nazionale dei Tumori Irccs Fondazione Pascale di Napoli, e con il patrocinio della Società Italiana di Psico-oncologia (SIPO).

La app (web e mobile) è lo strumento, e a renderla speciale sono i diversi “sportelli virtuali” attivati, tra cui: “Le domande che non ho fatto” (in collaborazione con CIPOMO), “Diritti & Tutele” (con l’AUSL di Modena), “Studi clinici” (con Irccs Fondazione Pascale di Napoli) e “LoPsicOncologoinRete” (con il patrocinio di SIPO).

Sottolinea Marina La Norcia, Presidente di Noicisiamo: «Sono stati fatti grandi passi avanti nelle tecnologie e nelle cure farmacologiche, ma la presa in carico della paziente oggi è ancora troppo breve. Questa app e i servizi nascono da un bisogno reale che come associazione riscontriamo ogni giorno: quello di ascolto, dialogo e informazioni puntuali. Le pazienti ci riportano un senso di abbandono e di solitudine dettato, a volte, dal poco tempo che può essere loro dedicato. Il nostro obiettivo è cercare di accogliere questo bisogno».

«La comunicazione è parte del processo di cura, e la paziente è il punto di partenza .– prosegue La Norcia – Queste donne vivono un percorso faticoso e accidentato, fatto di visite, esami diagnostici e terapie. Una paziente è costretta a confrontarsi con le proprie fragilità. Per i loro dubbi. Queste donne vanno su internet in cerca di risposte, e rischiano di trovare informazioni non corrette. Oppure si confrontano tra di loro in chat in gruppi chiusi. Ma in tale contesto manca la presa in carico da parte del medico specialista. In queste situazioni sono invece necessarie figure autorevoli ed esperte, capaci di rispondere alle loro domande. Nel progetto PerTeNoicisiamo sono gli oncologi del CIPOMO a rispondere ai dubbi delle donne. Stiamo organizzando incontri presso i Poli Oncologici per far conoscere la nostra iniziativa, supportati dagli oncologi. Al momento abbiamo 50 pazienti che hanno iniziato il percorso con la app di PerTeNoicisiamo, e in un solo mese 15 pazienti si sono iscritte a Noicisiamo per accedere a progetto».

Nonostante i progressi nelle cure, la presa in carico delle pazienti è ancora troppo breve

L’associazione Noicisiamo, che fa da intermediario tra i pazienti e i professionisti sanitari, riceve le richieste e le indirizza in modo anonimo ai gruppi di lavoro. Le risposte vengono recapitate sempre tramite la app, e una loro versione generalizzata può essere consultata anche dagli altri pazienti. Ciascun professionista coinvolto mette a disposizione le proprie competenze e il proprio tempo in modo completamente gratuito.

Un orientamento prezioso per le pazienti

Il servizio fornito da PerTeNoicisiamo non intende in alcun modo fornire “secondi pareri” o consulenze mediche, né risponde a urgenze che richiedono interventi medici tempestivi. Anzi, va esattamente nella direzione opposta, aiutando le pazienti a orientarsi tra le informazioni e indirizzandole, quando necessario, ai propri medici di riferimento.

La app non fornisce consulenze mediche né gestisce urgenze, ma aiuta le pazienti a orientarsi e rivolgersi ai propri medici

Chiarisce Carlo Aschele, Direttore SC Oncologia ASL5 Liguria, Coordinatore Regionale CIPOMO Liguria e coordinatore del gruppo di lavoro CIPOMO dedicato a questo progetto: «È indubbio che, soprattutto tra i pazienti che convivono a lungo con un tumore “cronico”, esista un bisogno non ancora sempre soddisfatto di umanizzazione della presa in carico. E vediamo spesso pazienti alla ricerca di secondi pareri che non riguardano solo le scelte terapeutiche in senso tecnico, ma che sono soprattutto espressione di un bisogno di chiarimenti, rassicurazioni o spiegazioni più approfondite».

«I tempi purtroppo ristretti che noi medici oncologici possiamo dedicare alle visite – prosegue Aschele – e una comunicazione medico-paziente non sempre efficace sono i due fattori cruciali che possono generare dispendi inutili di risorse ed energie, per i pazienti in primis, ma anche per il sistema sanitario. Abbiamo chiamato il nostro servizio “Le domande che non ho fatto” proprio per fornire uno spazio sicuro dove portare quei dubbi che, magari per un problema di tempo, non è stato possibile esprimere durante la visita e che restano come tarli nella mente, incidendo sullo stato di ansia e quindi sulla qualità di vita delle pazienti».

Gli altri sportelli virtuali del progetto

Una paziente non va lasciata sola nemmeno quando ha bisogno di informazioni sui propri diritti. Il progetto prevede anche lo sportello virtuale “Diritti & Tutele”. Spiega Maria Cristina Davolio, Direttrice della Struttura Complessa di Medicina legale e Risk Management dell’Azienda USL di Modena: «Dal 2015, presso la AUSL di Modena, abbiamo lanciato un progetto di umanizzazione per migliorare l’accesso ai servizi socio-assistenziali, fondamentali per chi vive una condizione di disabilità. L’iniziativa di uno sportello virtuale di medicina legale tramite la app PerTeNoicisiamo è “figlia” di questa nostra lunga esperienza, perché sappiamo che troppo spesso i pazienti arrivano a conoscere i propri diritti quando è ormai tardi: o per le loro condizioni di salute, o perché sono scaduti i termini burocratici per accedervi. Il tempo e la comunicazione, anche in questo caso, sono elementi chiave della qualità di vita troppo spesso sottovalutati».

Spesso i pazienti scoprono i propri diritti troppo tardi; tempo e comunicazione restano fondamentali

C’è poi tutta la questione delle informazioni sugli studi clinici.  «L’Italia rappresenta un’eccellenza nella ricerca oncologica, ma le pazienti con tumore al seno metastatico che accedono agli studi clinici sono ancora poche – sottolinea Michelino De Laurentiis, Direttore Dipartimento Corp-S Assistenziale e di ricerca dei percorsi oncologici del distretto toracico, Istituto Nazionale Tumori IRCCS “Fondazione G. Pascale” di Napoli  – Sarebbe auspicabile che le Reti Oncologiche Regionali mettessero a sistema le informazioni sui trial per facilitare l’accesso a chi può beneficiarne. Con questa iniziativa vogliamo contribuire con un primo tassello a rispondere a un bisogno di informazione molto sentito dalle pazienti con carcinoma mammario al quarto stadio, che non trova ancora una risposta nel Sistema Sanitario».

Nel progetto non poteva mancare la voce delle pazienti. «Quando ricevi la diagnosi, soprattutto se, come nel mio caso, si è metastatici ab inizio, è molto difficile avere la lucidità per mettere insieme tutti i pezzi: gli aspetti burocratici, le informazioni sugli stili di vita, su quello che puoi o non puoi fare, sugli effetti avversi che puoi aspettarti, sugli studi clinici – afferma Simona, paziente e membro del Comitato Pazienti di NoiCisiamo – Non tutti i centri le forniscono e si ha la sensazione di essere smarriti. Manca, in particolare, un’informazione che colga i bisogni di chi non ha la prospettiva della guarigione, ma dovrà convivere con il cancro. I servizi presenti nella app PerTeNoicisiamo – conclude – nascono dalla nostra esperienza diretta e speriamo che possano essere utili a tante donne con questa neoplasia».

Dentro e fuori il carcere: dove nasce davvero il cambiamento

Da oltre 30 anni l’associazione Incontro e Presenza entra negli istituti penitenziari con un’idea semplice: mettere al centro le persone, non il loro passato e promuovere una cultura di accoglienza e integrazione dei detenuti. Un lavoro quotidiano fatto di ascolto, piccoli aiuti materiali e percorsi di reinserimento, ma soprattutto di relazioni che resistono al tempo e alle distanze. In un sistema che fatica a offrire opportunità reali, le realtà di volontariato costruiscono legami, restituiscono dignità e accompagnano chi vive la detenzione verso un futuro possibile.

TrendSanità ha intervistato Claudio Santarelli, del Consiglio direttivo dell’associazione, che racconta sfide, intuizioni e trasformazioni che nascono dall’incontro diretto con chi sta pagando una pena e apre uno sguardo su ciò che la società potrebbe e dovrebbe imparare da queste esperienze.

Claudio Santarelli

Come e perché nasce l’associazione?

«La nostra storia comincia a Milano, nel 1986 da un gruppo di volontari, tra cui volontari ma anche persone che avevano avuto esperienze detentive legate al terrorismo e ne erano uscite. Una volta concluso il loro percorso, hanno deciso di fondare un’associazione di questo tipo. Da allora ci occupiamo di chi vive la realtà della detenzione, cercando un incontro reale con le persone recluse e con i loro bisogni. È un impegno che negli anni si è radicato soprattutto sul territorio milanese. Siamo presenti nella Casa Circondariale di San Vittore, nella Casa di Reclusione di Opera, nella II Casa di Reclusione di Bollate e nella Casa Circondariale di Bergamo.

L’aspetto principale del nostro lavoro è il colloquio con le persone detenute. Entriamo in carcere per instaurare un rapporto costante, più che per fare “educazione”, un termine che non amo. Preferisco parlare di relazione. Oltre a questo realizziamo progetti vari, a seconda delle disponibilità economiche e dei partner che ci sostengono: dal vestiario all’inserimento lavorativo e culturale, fino all’aiuto nel trovare un impiego. Attraverso una convenzione con il Banco Alimentare della Lombardia, ad esempio, riusciamo a portare generi alimentari alle persone più fragili all’interno dell’ambiente carcerario.

Le occasioni per un reale reinserimento sono poche. C’è ancora una cultura che non permette un rapporto normale con chi ha vissuto la detenzione

Molte volte l’aiuto diventa ancora più concreto. L’Associazione, e a volte singoli volontari, si fanno carico del sostegno economico di chi non ha risorse. Può trattarsi di piccoli sussidi, vestiti o alimenti, un modo per non lasciare sole persone che vivono condizioni di forte marginalità. Accanto all’aspetto materiale c’è poi quello umano. Offriamo sostegno morale e psicologico, aiutiamo nell’orientamento al lavoro e nella conoscenza dei servizi pubblici disponibili. Quando emergono situazioni particolarmente gravi, indichiamo percorsi protetti come comunità alloggio o strutture ospedaliere».

Quali sono le sfide che affrontate in tema di reinserimento sociale, lavoro, accoglienza?

«La sfida più grande è muoversi in una struttura culturale rigida. Le occasioni per un reale reinserimento sono poche. C’è ancora una cultura che non permette un rapporto normale con chi ha vissuto la detenzione. Anche noi come associazione abbiamo assunto una persona detenuta, ma con grande difficoltà. Poi c’è la burocrazia che non aiuta, ma la problematicità più grande è la scarsa cultura che ancora c’è da parte delle imprese e degli enti pubblici conta per il 70%.

Fate anche formazione?

«Sì, ma principalmente per i volontari. La formazione per le persone detenute è più complessa: l’abbiamo fatta insieme ad altre realtà. Ad esempio a Bollate, con una fondazione che si occupa di motocicli. Abbiamo formato cinque persone per tre anni consecutivi e alla fine alcune hanno trovato lavoro. Ma lo facciamo sempre insieme ad altre strutture».

Secondo lei c’è un aspetto del sistema penitenziario di cui non si parla abbastanza o per niente?

«Sì. Il primo aspetto è l’idea che la presenza su un territorio di un istituto penitenziario aumenti i problemi di sicurezza. È esattamente il contrario. Se un comune ha una struttura penitenziaria, in genere c’è più sicurezza, perché c’è una maggiore presenza delle forze dell’ordine. L’altra grande questione riguarda le misure alternative: molti soggetti, anche in fase definitiva, potrebbero stare fuori se ci fosse un controllo adeguato. Avere più misure alternative non significa “aprire le celle” e basta, significa ridurre i costi. Lo diciamo da trent’anni. Un soggetto fuori che lavora costa meno di un soggetto dentro che non fa nulla».

Contrariamente a quanto si crede, la presenza di un carcere in un territorio aumenta la sicurezza locale grazie alla maggiore presenza di forze dell’ordine

Quando parla della sicurezza del comune, perché ci sono resistenze da parte delle comunità ad accogliere un carcere?

«Dagli anni ’90 i progetti di giustizia penitenziaria non sono mai stati portati avanti fino in fondo. Qualcosa è stato costruito, come Bollate, ma molto è rimasto fermo. A volte basterebbe costruire un carcere nuovo e dismettere in modo intelligente la struttura precedente. Il caso di San Vittore è emblematico. È un istituto del ’700, inadeguato per una città come Milano e anche per la vita stessa del quartiere. Potrebbe diventare un museo o altro e al suo posto si potrebbe costruire una struttura moderna. Le strutture moderne migliorano costi e vivibilità. Lo stesso discorso vale per i tribunali. Un tribunale moderno è più funzionale e aiuta di più, rispetto a edifici dell’Ottocento».

Quindi, tornando agli aspetti di cui non si parla abbastanza, oltre alla sicurezza?

«Il problema è la mentalità. C’è ancora l’idea che “ho più sicurezza se li metto tutti dentro”, ma non è così. La sicurezza si ha con un controllo sul percorso riabilitativo, non con l’isolamento. È come dire che gli studenti sono più “sicuri” se li teniamo tutto il giorno in aula, è assurdo. Gli studenti hanno bisogno di fare attività e vedere il mondo fuori. L’isolamento totale è un concetto ottocentesco. È anche vero che stiamo vivendo una riforma che ha provato a smussare certe rigidità, ma stiamo ancora dentro un impianto che nasce nell’Ottocento. La riforma ha aiutato, ma ora il percorso si è fermato».

Qual è la domanda che le persone detenute rivolgono più spesso ai vostri volontari?

«La domanda classica è “come fai a entrare qui dentro?”. Non in senso logistico, ma umano, cioè “come fai ad avere un rapporto con noi?”. Poi chiedono la continuità della relazione. Ci sono tante richieste pratiche, certo, ma il bisogno più forte è quello di mantenere una relazione stabile, non qualcosa di spot. La relazione, anche quando è difficile, è ciò che conta di più».

Cosa pensa della sanità penitenziaria?

«Nella sanità penitenziaria siamo alla paradossale. Invece di avere un polo sanitario interno di buon livello – e non costerebbe molto – si procede spesso nell’improvvisazione. Ci sono persone che potrebbero essere aiutate meglio in un ambiente stabile. Penso a chi ha dipendenze o problemi medici, ma, nella maggior parte dei casi, la situazione è drammatica, poiché mancano cure adeguate e spesso anche i farmaci».

Se si lavora sulla riabilitazione, non c’è rischio. Le case di accoglienza di Don Alessio a Roma lo dimostrano, sono strutture aperte

Secondo lei il problema più grave è l’indifferenza verso queste tematiche o la semplificazione del tipo “Hai commesso un reato, devi stare in galera”?

«C’è molta semplificazione. Ho tenuto recentemente un corso a studenti universitari che sono rimasti colpiti perché avevano un’idea completamente diversa della detenzione. Come gliel’ho scardinata? Dicendo che sono una persona normale, che ha ragione per fare ciò che fa, ma che non ha paura. Loro avevano paura. Pensavano che parlare con le persone detenute significasse esporsi al pericolo. Ma non è così. Il pericolo è un’altra cosa, è ciò che può accadere fuori.

La paura è amplificata da una narrazione che non corrisponde alla realtà, ed è paradossale avere paura dentro un sistema pieno di agenti di Polizia Penitenziaria. Quanto all’indifferenza, non ce n’è più che in altri ambiti, l’idea di base è sempre quella che se devo “costruire il mio”, non guardo quello degli altri».

Cure palliative, un diritto ancora diseguale: la SICP richiama l’Italia alle sue responsabilità

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A più di dieci anni dall’entrata in vigore della Legge 38 del 2010, la rete italiana di cure palliative presenta ancora significative disomogeneità nell’accesso e nella presa in carico, con performance lontane dagli standard delineati da Agenas e dagli obiettivi fissati anche dalla Legge 197 del 2022. Le segnalazioni tardive, la prevalenza di attivazioni provenienti dagli ospedali per acuti e l’elevata quota di decessi in setting non appropriati indicano criticità strutturali e organizzative che limitano l’effettiva esigibilità del diritto. Al Congresso SICP del 2025, la comunità scientifica ha richiamato l’urgenza di potenziare formazione, continuità assistenziale e reti territoriali pediatrico-adulte come condizioni necessarie per una vera integrazione delle cure palliative nel sistema sanitario nazionale. Ripercorriamo i temi di discussione con Gianpaolo Fortini, Presidente della Società Italiana di Cure Palliative.

Gianpaolo Fortini

Dottor Fortini, che cosa sono, innanzitutto, le cure palliative?

«Le cure palliative consistono in un insieme di interventi clinici, psicologici, spirituali, assistenziali e sociali rivolti soprattutto al malato, ma con uno sguardo ampio anche verso la famiglia e alla rete di supporto. L’obiettivo è prendersi cura della persona in maniera globale, non solo dal punto di vista medico».

E che cosa non sono?

«Non sono limitate esclusivamente al fine vita, come spesso si crede. Le cure palliative sono un’opzione terapeutica e un diritto del cittadino, esercitabile anche 12–24 mesi prima dell’episodio finale atteso nella storia naturale della malattia. Ed è importante chiarire che non si tratta di eutanasia. Le cure palliative mirano a offrire la miglior qualità di vita possibile, accompagnando la persona e prendendosi cura di lei fino all’ultimo istante».

Dove si erogano le cure palliative?

«La legge 38 del 2010, insieme ai LEA del 2017, definisce i diversi setting: in hospice (setting residenziale), al domicilio, tramite unità di cure palliative domiciliari o cure palliative di base sotto la responsabilità del medico di medicina generale, in ambulatori e day-hospice, in ospedale, anche nei reparti per acuti e nei pronto soccorso e nel territorio, come in RSA e in Case di Comunità. Le cure palliative sono un diritto esigibile anche in ambiente ospedaliero: un paziente ricoverato con bisogni palliativi deve poter accedere a una presa in carico adeguata».

Secondo il monitoraggio Agenas esistono forti disomogeneità territoriali: il Sud ha meno hospice e meno unità domiciliari. Quanto, questa distribuzione diseguale, compromette il diritto sancito dalla Legge 38 e cosa proponete, come SICP, per ridurre le disparità?

«I dati mostrano una forte insufficienza: solo un quarto del bisogno palliativo pediatrico è soddisfatto. Nell’adulto siamo poco sopra un terzo. A ciò si aggiunge che l’indicatore OMS del bisogno è 560 adulti ogni 100mila, mentre Agenas ne considera 335 ogni 100mila come target minimo per coprire il 90% del fabbisogno, obiettivo da raggiungere entro il 2028 come da legge 197 del 2022. Tuttavia, il numero delle prese in carico non basta a valutare la performance della rete: bisogna considerare anche quando e da dove arrivano le segnalazioni. Oggi abbiamo tre grandi criticità.

Le cure palliative sono un’opzione terapeutica e un diritto del cittadino. E non si tratta di eutanasia

La prima riguarda le segnalazioni tardive: in hospice il paziente arriva con una media di nove giorni di sopravvivenza. A domicilio con 35–40 giorni. Questi numeri descrivono quindi il fine vita e non le cure palliative come dovrebbero essere erogate. La seconda criticità riguarda le segnalazioni che arrivano dagli ospedali, non dal territorio: significa che la transizione verso la fase palliativa non viene intercettata in tempo, e spesso passa attraverso un episodio acuto (pronto soccorso o ricovero), segno di una mancata continuità di cura. Infine, l’ultima criticità riguarda il luogo del decesso: la maggior parte dei pazienti che avrebbero bisogno di cure palliative muore negli ospedali per acuti, non in hospice né a domicilio. Due persone con gli stessi bisogni e diritti non ricevono lo stesso tipo di assistenza».

    E per quanto riguarda il settore pediatrico? Quali priorità strategiche suggerisce per rafforzare la rete?

    «Sarebbe necessario un impegno diretto delle Regioni. Gli standard esistono già, così come diverse risorse: spesso però non vengono strutturate in modo organico. Occorrerebbe accreditare formalmente le reti pediatriche, ottimizzare le risorse già presenti e ridurre le aree in cui l’assistenza pediatrica è assente o frammentata».

    Come si possono quindi rafforzare le équipe di cure palliative sul territorio? Quali interventi servono?

    Le università devono insegnare l’approccio palliativo, cioè la capacità di cogliere i segnali di graduale e inarrestabile peggioramento

    «Sono fondamentali tre livelli di formazione nelle scuole di specializzazione; dal 2013 esiste la disciplina di cure palliative con 10 equipollenze e dal 2021 è attiva la Scuola di Specializzazione in Medicina e Cure Palliative. Inoltre, vi è la Formazione ECM per gli operatori che già lavorano nelle reti e Master di I e II livello per medici, infermieri, psicologi, che approfondiscono la disciplina. A tutto questo però manca ancora una vera formazione universitaria di base: oggi un medico può laurearsi senza aver mai visto una persona morire e questo allontana la medicina dalla realtà e che non tutte le malattie sono guaribili. Le università devono insegnare anche “l’approccio palliativo”, cioè la capacità di cogliere i segnali che indicano un peggioramento graduale delle condizioni».

    Quali sono le priorità del Congresso SICP di quest’anno a Riccione?

    «Il Congresso è stato ripensato e ha dedica ampio spazio a aspetti clinici, organizzazione dei servizi, ricerca e formazione, area psicosociale e questioni etiche. In apertura sono stati premiati quattro giovani ricercatori, con supporto economico e metodologico della Società. È un segnale importante per valorizzare la nuova generazione di professionisti. Inoltre sono state invitate varie società scientifiche e la collaborazione con gli infermieri è ritenuta strategica: le cure palliative; infatti, non si fanno senza di loro».

    Quando una frattura racconta più di una caduta: la Campagna SIOT contro la violenza domestica

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    Contusioni che si ripetono, fratture incompatibili con la dinamica raccontata, ferite che arrivano tardi in Pronto Soccorso. Spesso il corpo parla più chiaramente delle parole. È da questa consapevolezza che nasce la Campagna nazionale della Commissione Pari Opportunità della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT), pensata per formare ortopedici e traumatologi al riconoscimento dei segnali della violenza domestica tra i pazienti che arrivano nei Pronto Soccorso, in particolare donne, ma anche bambini e anziani.

    I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. Ogni anno in Italia una quota rilevante di traumi apparentemente accidentali ha in realtà origine violenta. Si stima che il 30% delle lesioni sia riconducibile a episodi di violenza. Secondo i dati ISTAT, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subìto nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale; il 20,2%, pari a oltre 4 milioni di donne, ha vissuto violenza fisica, fatta di minacce, spintoni, schiaffi, calci, pugni, morsi o colpi con oggetti. Meno frequenti ma presenti anche le forme più gravi come strangolamenti, ustioni o minacce con armi.

    Ogni anno in Italia una quota rilevante di traumi apparentemente accidentali ha in realtà origine violenta

    In questo quadro, la Intimate Partner Violence rappresenta uno dei capitoli più rilevanti della violenza fisica, insieme al maltrattamento degli anziani, alla violenza giovanile e alla sindrome del bambino scosso. Una vera e propria emergenza sanitaria e sociale. Nondimeno, nonostante la frequenza con cui la traumatologia muscoloscheletrica intercetta questi casi, solo una minima percentuale di pazienti con lesioni sospette è interrogata sull’origine delle ferite e appena il 14% riceve un accompagnamento adeguato. Allo stesso tempo, pochi professionisti dichiarano di sentirsi realmente preparati a riconoscere e gestire i segnali della violenza. Mancano tempo, privacy, protocolli condivisi e formazione specifica.

    La Campagna SIOT nasce per colmare questo vuoto e per rafforzare uno sguardo che tenga insieme competenza clinica e responsabilità umana. Anche attraverso strumenti nuovi: da dicembre 2025, nei Pronto Soccorso italiani comparirà un poster con l’immagine di una donna che mostra un punto rosso sul palmo della mano, segnale silenzioso di richiesta di aiuto per chi non può o non riesce a parlare.

    Affrontiamo l’argomento con la dottoressa Erika Maria Viola, coordinatrice della Commissione Pari Opportunità SIOT e direttrice dell’UOC di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale di Cremona, per capire perché il ruolo dell’ortopedico può diventare decisivo nell’intercettare la violenza domestica e trasformare una frattura in un’occasione di salvezza.

    Erika Maria Viola

    Quali sono gli indicatori clinici più utili per riconoscere una possibile violenza domestica? E perché, nonostante questi strumenti, sono ancora pochi gli ortopedici che riescono a individuarla?

    «Gli indicatori clinici esistono e sono ben codificati. Derivano da lavori scientifici condivisi a livello internazionale tra radiologi, ortopedici e medici dell’emergenza. Ci sono basi scientifiche solide, anche se questi indicatori restano strettamente confidenziali. Non possono essere resi pubblici proprio per preservarne l’efficacia come strumenti di identificazione della violenza domestica. Sono molto utili nella pratica clinica quotidiana. Può capitare, ad esempio, di visitare una donna che riferisce un colpo alla testa e di dover prendere una decisione clinica, ma anche di proporre alla paziente di togliere maglioni, calze, stivali, per verificare la presenza di ecchimosi o altre lesioni. Ma non si tratta solo di osservare, questi strumenti servono soprattutto per approcciare la persona nel modo migliore possibile».

    La traumatologia è uno dei reparti più esposti all’intercettazione della violenza domestica, eppure solo una bassa percentuale di donne riesce poi a ricevere assistenza. Da cosa dipende questa difficoltà?

    «La percentuale bassa è legata soprattutto al fatto che, inizialmente, molte donne non riferiscono un’anamnesi corretta. I meccanismi raccontati sono spesso cadute dalle scale, colpi accidentali, mani chiuse nella porta, sportelli del portabagagli finiti sulla testa. In realtà, dietro a queste spiegazioni si nascondono lesioni che raccontano tutt’altro. Quando una donna decide di chiedere aiuto e di dire finalmente di essere stata percossa, spesso c’è già stata un’escalation di violenza. Si parte da uno schiaffo, poi arrivano percosse, torsioni degli arti, colpi con oggetti, fino a episodi gravissimi, come essere scagliate contro le pareti di casa, l’induzione al suicidio, l’uso di armi bianche o da fuoco. Il nostro obiettivo, invece, è intercettarla prima, quando ancora non ha il coraggio di dire apertamente che è stata percossa, affiancarla e aiutarla fin dall’inizio degli episodi».

    Il ruolo dell’ortopedico può diventare decisivo nell’intercettare la violenza domestica e trasformare una frattura in un’occasione di salvezza

    Dal punto di vista dei clinici esistono anche difficoltà concrete: mancanza di tempo, problemi di privacy, carichi burocratici, formazione non sempre adeguata. Come si possono superare questi ostacoli?

    «Mantenendo viva l’attenzione e offrendo ai professionisti un supporto adeguato. È quello che fa il corso che SIOT propone ai medici che operano nei Pronto Soccorso, negli ospedali e anche negli studi privati, perché la vittima di violenza domestica può essere intercettata ovunque. Il corso aiuta prima di tutto ad accettare quella “brutta notizia”, a riconoscere che ciò che sospettiamo può essere reale, che non siamo eccessivamente sospettosi ma che esistono dati concreti. Poi ci sostiene nel fermarci davvero e nel dire “sì, mi occupo di questa persona.” Siamo professionisti, ma anche persone. Magari restiamo sotto shock come medici, ma in quei momenti è importante scavalcare l’urgenza apparente, fermarsi e approfondire, gli altri possono aspettare. Mi occupo di lei, perché se la guardo negli occhi, io che l’ho intercettata, forse posso davvero fare qualcosa di buono».

    Tra le iniziative più recenti c’è la campagna del “punto rosso”, che sarà esposto nei Pronto Soccorso. Come nasce e quale percorso si immagina per le persone intercettate e per gli operatori sanitari?

    «Il segnale del punto rosso nasce dal Black Dot utilizzato durante il lockdown. In quel periodo molte donne, attraverso il web, usavano questo sistema per chiedere aiuto. Erano chiuse in casa con quello che, in senso lato, possiamo chiamare il carnefice. È stato un periodo particolarmente buio. Il Black Dot è diventato rosso perché gli episodi di violenza domestica sono aumentati o forse sono semplicemente emersi di più. In ogni caso, vanno interrotti quando sono ancora episodi iniziali. Il percorso che proponiamo riguarda la nostra parte, come fare bene il nostro lavoro. Se ognuno mette un tassello fatto bene lungo il cammino di quella persona, quella persona può uscire dalla spirale della violenza. Insegniamo come sospettare la violenza domestica, come accertarla, come documentarla anche dal punto di vista fotografico in modo inconfutabile».

    Da dicembre 2025, nei Pronto Soccorso italiani sarà affisso un poster con il simbolo del punto rosso sul palmo della mano, segnale silenzioso di richiesta di aiuto

    E nei casi più complessi, ad esempio con barriere linguistiche o disabilità?

    «Abbiamo previsto strumenti anche per queste situazioni. Nell’attesa di un interprete, o quando ci troviamo davanti a persone sorde, ci avvaliamo di filmati in lingua dei segni italiana e internazionale che permettono di comunicare messaggi fondamentali: “aspetta qui”, “sei in un posto sicuro”, “ci occuperemo di te”, “sta arrivando un interprete”. Spesso queste donne arrivano senza cellulare, magari con i figli a casa con il partner. È uno scenario molto delicato. Più strumenti abbiamo per rassicurarle, meglio è».

    Dopo l’individuazione, come prosegue la presa in carico?

    «Quando l’anamnesi veritiera emerge, se emerge, perché talvolta possiamo anche sbagliarci, si attiva una rete precisa. Nel nostro Vademecum sono indicati tutti i riferimenti utili per ogni situazione. Ci sono i casi in cui la segnalazione all’autorità giudiziaria è obbligatoria, ad esempio quando sono coinvolti minori, anche se la violenza è lieve. Questo è fondamentale saperlo. Poi ci sono i percorsi di supporto, di sostegno, di rifugio, fino ai passaggi con la magistratura. L’obiettivo è che l’ortopedico o il traumatologo non manchi neanche un passo del percorso che deve compiere».

    Il progetto guarda anche ad altre forme di violenza, come quelle su anziani e persone con disabilità?

    «Sì. Stiamo lavorando anche su altri due moduli: il bambino e l’anziano. Gli anziani, in particolare, sono spesso vittime di quello che gli americani chiamano neglect. Se percepiscono una pensione di invalidità o un accompagnamento, sono lasciati in un angolo di casa perché rappresentano un reddito, ma non sono curati come meriterebbero. È un tema enorme, soprattutto in una società che invecchia sempre di più. Ci stiamo lavorando e speriamo di poter tornare presto su questo argomento con nuovi strumenti e nuove proposte».

    Early Feasibility Study: valore e utilità per i device

    Gli Early Feasibility Studies sono uno snodo ancora poco conosciuto ma decisivo nello sviluppo dei dispositivi medici: è in questa fase che l’innovazione entra per la prima volta nella pratica clinica e si misurano, insieme, potenziale tecnologico, sicurezza e sostenibilità dei percorsi di ricerca.

    A questo tema è dedicata la videointervista a Giuditta Callea, Associate Professor SDA Bocconi e Principal Investigator del progetto europeo HEU-EFS (Harmonised Approach to Early Feasibility Studies for Medical Devices in the European Union), che offre uno sguardo sul ruolo degli studi precoci nel contesto europeo e sulle sfide aperte per rendere l’Europa un ambiente più attrattivo per la sperimentazione e l’accesso all’innovazione.

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    L’AI come leva strategica per l’assistenza primaria

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    Il recente Rapporto OASI 2025 dell’Università Bocconi ha dedicato un capitolo allo sviluppo della piattaforma di intelligenza artificiale a supporto dell’assistenza primaria, promossa da AGENAS nell’ambito della Missione 6 “Salute” del PNRR. Il lavoro è stato condotto dal gruppo di ricerca composto da Giulia Broccolo, Francesca Guerra, Giulio Guidotti e Francesco Longo, con l’obiettivo di analizzare non solo le potenzialità tecnologiche della soluzione, ma soprattutto le condizioni organizzative, professionali e istituzionali necessarie per la sua adozione.

    Come sottolineano gli autori dello studio Bocconi, l’AI rappresenta una tecnologia abilitante con applicazioni trasversali lungo l’intera catena del valore dei servizi sanitari: dal supporto alle decisioni cliniche (Clinical Decision Support Systems – CDSS), all’analisi dei big data per finalità gestionali, fino all’automazione di funzioni amministrative. Tuttavia, nonostante queste potenzialità, l’adozione dell’AI nella sanità italiana resta ancora limitata.

    Perché l’AI fatica a entrare nella pratica sanitaria

    Secondo l’analisi proposta nello studio Bocconi, le ragioni di questa difficoltà non sono riconducibili alla sola maturità tecnologica. A frenare l’implementazione dell’AI concorrono almeno tre fattori strutturali: la necessità di nuove competenze per riprogettare servizi e processi, la qualità e l’interoperabilità ancora insufficiente dei sistemi informativi, e le questioni medico-legali legate all’uso dei dati e alla responsabilità professionale.

    L’adozione dell’AI è frenata da mancanza di competenze per riprogettare servizi e processi, scarsa interoperabilità dei dati e questioni medico-legali

    Gli autori sottolineano come queste criticità abbiano finora limitato una piena realizzazione del potenziale dell’AI nella pratica organizzativa e clinica, rendendo indispensabile un approccio che integri tecnologia, governance e change management.

    La piattaforma AGENAS: obiettivi e caratteristiche

    In questo contesto si colloca l’iniziativa di AGENAS, che ha promosso lo sviluppo di una piattaforma di AI a supporto dell’assistenza primaria all’interno del sub-investimento PNRR dedicato all’intelligenza artificiale. La piattaforma rientra nella più ampia strategia della “Casa come luogo di cura e telemedicina”, con l’obiettivo di rafforzare la presa in carico dei pazienti cronici e sostenere modelli innovativi di assistenza territoriale.

    Come evidenziato nel Rapporto OASI, la piattaforma si basa su modelli di AI generativa, potenzialmente supportati da tecniche di machine learning, ed è progettata per fornire ai professionisti sanitari un supporto informativo non vincolante. Il sistema consente di consultare in modo trasparente linee guida, letteratura scientifica, PDTA e altri documenti validati, che costituiscono la knowledge base della piattaforma.

    Partirà a gennaio 2026 la sperimentazione della piattaforma AI di AGENAS per l’assistenza primaria

    Le prime funzionalità sono orientate a tre ambiti principali: inquadramento diagnostico di base, gestione delle cronicità, prevenzione e promozione della salute, con particolare riferimento alle patologie croniche a maggiore prevalenza (diabetologia, pneumologia, cardiologia, oncologia e neurologia).

    All’inizio di dicembre AGENAS ha avviato il confronto con le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, trasmettendo la richiesta di manifestazione di interesse per la partecipazione alla Fase 2 del progetto. Questa fase prevede il coinvolgimento di 1.500 medici del ruolo unico dell’assistenza primaria, chiamati a contribuire alla sperimentazione sul campo e al progressivo affinamento delle funzionalità dell’infrastruttura.

    Come indicato da AGENAS, la sperimentazione prenderà avvio a gennaio 2026 e si svilupperà nell’arco dell’anno, con conclusione prevista entro il 31 dicembre 2026.

    Disegno dello studio: un’analisi multilivello

    Per comprendere come questa tecnologia possa essere accettata, integrata e governata nel sistema sanitario, lo studio Bocconi ha adottato un approccio qualitativo multilivello, ispirato al framework NASSS (Non-adoption, Abandonment, Scale-up, Spread, Sustainability).

    Un gruppo di ricerca di Bocconi ha valutato potenzialità della piattaforma AI e le condizioni organizzative, professionali e istituzionali per l’adozione

    Gli autori dello studio sottolineano che l’introduzione di tecnologie complesse come l’AI non è mai un processo lineare, ma richiede il coordinamento di attori e logiche diverse. Per questo l’analisi si è articolata su tre livelli:

    • micro, relativo alla pratica clinica dei medici di medicina generale (MMG);
    • meso, focalizzato sui modelli organizzativi e sulle strategie manageriali;
    • macro, legato alle policy, alla governance e al disegno istituzionale.

    Anche la raccolta dati si è sviluppata sui tre livelli. A livello micro, le percezioni dei medici di medicina generale sono state indagate tramite interviste semi-strutturate (marzo-giugno 2025) con referenti sindacali e società scientifiche. A livello meso, i manager sanitari hanno risposto a una survey diffusa da FIASO a 24 aziende sanitarie su tutto il territorio nazionale (giugno 2025). Per il livello macro, l’analisi ha previsto una revisione del capitolato tecnico della gara AGENAS (settembre 2024) e un focus group con referenti istituzionali (luglio 2025) per discutere i risultati precedenti e approfondire le strategie di implementazione della piattaforma.

    Il punto di vista dei MMG: opportunità e condizioni di accettazione

    I risultati mostrano come i medici di medicina generale percepiscano la piattaforma di AI come una potenziale leva per migliorare l’appropriatezza delle cure e recuperare spazio clinico, oggi spesso eroso da compiti burocratici e da un carico crescente di pazienti cronici. Come ricordano gli autori della survey, ogni MMG ha in carico mediamente circa 600 pazienti cronici, con un volume di richieste quotidiane che rende complessa una gestione proattiva.

    Non emergono timori significativi di screditamento professionale o di perdita di autonomia decisionale. Al contrario, lo studio Bocconi evidenzia una disponibilità dei MMG a ridefinire le proprie competenze in un contesto di sanità digitale, a condizione che l’AI non si traduca in un ulteriore aggravio operativo.

    I medici di medicina generale vedono l’AI come leva per cure più appropriate e per recuperare tempo clinico

    L’elemento critico più volte richiamato riguarda la frammentazione dei sistemi informativi del SSN. Gli autori sottolineano che, se la piattaforma di AI fosse percepita come “l’ennesimo software” non integrato, la resistenza all’adozione sarebbe inevitabile. Da qui l’importanza dell’integrazione con le cartelle cliniche elettroniche e del coinvolgimento dei MMG nella definizione e nell’aggiornamento della knowledge base, per evitare l’effetto “black box”.

    La prospettiva dei manager: appropriatezza prima dei costi

    Dal livello meso emerge una visione matura da parte dei direttori generali delle aziende sanitarie. Come rileva lo studio Bocconi, l’interesse non è rivolto allo strumento tecnologico in sé, ma agli impatti che può generare sull’appropriatezza prescrittiva e, di conseguenza, sulla sostenibilità di lungo periodo del sistema.

    Secondo i manager, gli incentivi dovrebbero dipendere dai risultati su variabilità, efficacia ed efficienza, non dall’adozione della piattaforma

    Gli autori sottolineano come i manager ritengano centrale legare eventuali incentivi non all’adozione formale della piattaforma, ma ai risultati ottenuti in termini di riduzione della variabilità, dell’inefficacia e dell’inefficienza. In questa prospettiva, formazione e coinvolgimento dei clinici diventano condizioni essenziali, così come un ruolo attivo delle ASL, in quanto snodo operativo più vicino alla pratica quotidiana dei MMG.

    Il ruolo di AGENAS nella governance dell’innovazione

    A livello macro, lo studio riconosce ad AGENAS un ruolo chiave nella costruzione e nel governo della piattaforma. Gli autori evidenziano come l’Agenzia abbia saputo dotarsi delle competenze e delle risorse necessarie, sviluppando il progetto in modo graduale e consapevole dei vincoli normativi, in particolare quelli posti dal Garante per la protezione dei dati personali.

    AGENAS ricopre un ruolo chiave nella costruzione e nel governo della piattaforma

    AGENAS, sottolinea lo studio Bocconi, ha inoltre coinvolto i MMG sin dalle fasi iniziali, dimostrando una chiara comprensione dei fattori abilitanti e delle possibili resistenze all’adozione, nonché della complessità della rete interistituzionale da attivare per un cambiamento sistemico.

    Oltre la tecnologia: la sfida del cambiamento condiviso

    Nel commento conclusivo, gli autori della ricerca Bocconi sono netti: «Il problema non consiste nell’adottare una tecnologia basata sull’AI in sé, ma nel condividerne i contenuti e le logiche di funzionamento». La costruzione e l’aggiornamento continuo della knowledge base rappresentano l’elemento decisivo per evitare che la piattaforma sia percepita come una “black box”.

    La piattaforma di AI per l’assistenza primaria è un test per la capacità del SSN di gestire l’innovazione come processo collettivo e organizzativo

    Secondo lo studio Bocconi, questo processo deve coinvolgere MMG, società scientifiche, Ministero e organismi tecnici, con una definizione centralizzata della knowledge base e una diffusione locale della piattaforma. Ciò richiede due canali di connessione: da un lato il rafforzamento dei rappresentanti dei MMG come leader di categoria, dall’altro il ruolo delle ASL nel rendere comprensibili e trasparenti contenuti e logiche della piattaforma.

    In questa prospettiva, la piattaforma di AI per l’assistenza primaria non è solo un progetto tecnologico, ma un banco di prova per la capacità del SSN di governare l’innovazione come processo collettivo, culturale e organizzativo.

    I sindacati dei medici e dirigenti sanitari bocciano la manovra 2026

    Anche questa manovra economica si è consumata sulla pelle dei medici, dipendenti e convenzionati, e dei dirigenti sanitari. “È chiaro a tutti ora come non solo il Ministero della salute sia ‘ostaggio’ del Mef, ma cosa ancor più grave, che lo sia l’intero Governo. E le conseguenze di questo braccio di ferro sono estremamente offensive per tutti coloro che quotidianamente lavorano per garantire la salute dei cittadini.”

    È una bocciatura senza appello quella che arriva da Anaao Assomed, Cimo-Fesmed, Fimmg, Fimp e Sumai in rappresentanza dei medici dipendenti e convenzionati e dei dirigenti sanitari.

    “Abbiamo assistito in questi giorni a un teatrino disonorevole, una lotta intestina che ha ribaltato una situazione fino ad allora finalmente favorevole per la categoria”, commentano Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale Anaao Assomed, Guido Quici, Presidente Federazione Cimo-Fesmed, Silvestro Scotti, Segretario Generale Fimmg, Antonio D’Avino Presidente Nazionale Fimp, e Antonio Magi, Segretario Nazionale Sumai.

    È una bocciatura senza appello quella che arriva da Anaao Assomed, Cimo-Fesmed, Fimmg, Fimp e Sumai

    Il blitz notturno alla vigilia di Natale ha affondato l’emendamento che avrebbe reso disponibili le risorse extracontrattuali già stanziate per la dirigenza medica da ben due leggi di bilancio e soprattutto avrebbe colmato il ripetuto vulnus alla dignità dei dirigenti sanitari penalizzati da un gap economico ingiustificabile. Una dirigenza sanitaria esclusa, così come i medici convenzionati, dall’adeguamento delle prestazioni aggiuntive con cui a parole, ma non nei fatti si vorrebbe risolvere il problema delle liste d’attesa.”

    Ancora una volta completamente dimenticati i 20mila specialisti ambulatoriali convenzionati pubblici del territorio fondamentali e centrali per la presa in carico dei pazienti cronici, per l’abbattimento delle liste d’attesa e l’assistenza domiciliare così come prevedono il Pnrr e il Dm77. Niente nemmeno sul fronte della Medicina Generale e Pediatria di Libera Scelta. La scarsa attrattività per i giovani medici e la continua riduzione del numero di medici di famiglia attivi con la conseguenza di avere milioni di italiani senza un medico o pediatra di fiducia scelto da loro non preoccupa il MEF e sembra che la parola convenzionati non appartenga al lessico delle leggi di Bilancio, eppure sarebbe bastato affrontare temi come la detassazione delle quote variabili connesse a obiettivi strategici nei nostri ACN, ma invece, per paradosso, i convenzionati restano i più tassati di tutti gli attori sanitari del pubblico. Considerando, che in molti casi hanno il costo dei fattori di produzione, siamo al ridicolo”. 

    “Come se non bastasse – proseguono – abbiamo dovuto scongiurare, grazie alle interlocuzioni con i ministeri e con i parlamentari di buon senso, il taglio del riscatto di laurea che oltre ad essere incostituzionale era un vero proprio attacco a tutti i lavoratori che hanno investito tempo e soldi sperando di poter raggiungere la pensione in tempi ‘umani’”.

    “Un disastro: mancano logica, programmazione e gratitudine, e le scelte economiche minacciano la tenuta del servizio sanitario e sociale”

    “Aver firmato i contratti prima, ha reso almeno disponibili quelle risorse che altrimenti sarebbero finite nel buco nero della svalutazione. In barba a chi cercava di strumentalizzare i contratti di lavoro”. “Sono stati invece risparmiati dal tritacarne gli emendamenti volti a sanare l’illegalità delle Università perpetrando e accettandone l’invasione selvaggia a scapito degli ospedali”.

    Manca nel complesso ancora una volta un percorso di visione globale – lamentano i leader sindacali – in un mondo che appare sempre più concentrato sulla gestione delle emergenze economiche, politiche, finanziarie che sulla programmazione di provvedimenti per tutelare il diritto alla salute. È sempre più evidente come il concetto di stato sociale sia stato sostituito dal concetto di stato economico”.

    Un disastro. Privo di logica, privo di programmazione, privo di gratitudine per chi nonostante tutto regge un servizio sanitario in crisi. Quando in uno stato di diritto le logiche economiche sostituiscono il dibattito e le scelte politiche, si va diritti verso una pericolosa deriva di disgregamento dello stato sociale”.

    Come corpi intermedi – concludono i sindacati – continueremo a opporci con tutte le nostre forze ai continui attacchi alla sanità e ai suoi professionisti cercando di proporre sempre miglioramenti utili alla salvaguardia del nostro bene più prezioso, la salute. Prepariamoci ad un anno di barricate per la difesa dei professionisti, unici a reggere il Ssn”.

    Magi (Omceo Roma): «Il 2025 chiude senza inversione di tendenza per il SSN»

    Antonio Magi

    “Il 2025 si chiude senza segnali di attenzione per i professionisti del Servizio sanitario nazionale, e il 2026 rischia di aprirsi con un sistema pubblico indebolito”. È il bilancio tracciato da Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Roma.

    Secondo Magi, la Legge di Bilancio attualmente in discussione rappresenta “un’occasione mancata: nonostante le ripetute richieste avanzate dalle organizzazioni mediche, non sono state stanziate neppure quelle minime risorse che avrebbero potuto rappresentare un segnale politico di attenzione verso i medici del SSN, indispensabile per contrastare l’esodo verso l’estero, la fuga dal servizio pubblico e il progressivo impoverimento dell’offerta sanitaria”.

    Antonio Magi sottolinea che “il 2025 si chiude dunque senza un’inversione di tendenza: nessun intervento strutturale sulle retribuzioni, nessuna misura concreta per valorizzare il lavoro medico, nessuna risposta efficace alla crisi di attrattività del Ssn. Una scelta che rischia di compromettere definitivamente la tenuta del sistema, proprio mentre cresce il bisogno di cure da parte dei cittadini”.

    Il 2025 si chiude senza segnali di attenzione per i professionisti del Servizio sanitario nazionale, e il 2026 rischia di aprirsi con un sistema pubblico indebolito

    “Preoccupa in particolare – evidenzia il presidente dell’Omceo della Capitale – l’impostazione del ministero dell’Economia e delle Finanze che, di fatto, sembra aver messo in pregiudicato il futuro del Servizio sanitario nazionale. Le decisioni assunte, o, meglio, non assunte, nella Legge di Bilancio equivalgono a una dichiarazione indiretta di superamento del Ssn così come lo abbiamo conosciuto: un sistema universalistico, pubblico, fondato sull’equità e sull’accesso alle cure indipendentemente dal reddito”.

    “Una posizione – continua Magi – che appare in evidente contrapposizione non solo con il ministero della Salute, ma anche con la volontà espressa trasversalmente da esponenti della maggioranza e dell’opposizione di rilanciare e salvare la sanità pubblica tramite gli emendamenti presentati al Senato della Repubblica e cancellati”.

     Nel frattempo, il vuoto lasciato dal servizio pubblico viene colmato da una sanità assicurativa che sta cambiando natura. “Le polizze sanitarie- afferma il presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Roma- non sono più integrative del Ssn, ma sempre più spesso sostitutive. I premi assicurativi sono in forte aumento, in molti casi raddoppiati, perché chiamati a sostenere costi che un sistema pubblico indebolito non è più in grado di assorbire”.

    Il risultato è un sistema che esclude: chi non può permettersi le cure private o le polizze assicurative resta senza risposte, con un impatto sociale che rischia di diventare esplosivo. Per Antonio Magi, il 2026 non può essere un altro anno di rinvii. “Serve un cambio di rotta netto e coraggioso: rilancio deciso del finanziamento del Servizio sanitario nazionale che copra le spese della sanità pubblica, allineamento contrattuale e retributivo dei medici agli standard europei, valorizzazione del lavoro sanitario come investimento e non come costo e politiche che rimettano al centro il cittadino e il diritto alla salute”.

    “Senza queste scelte – ammonisce Magi – il rischio non è solo la crisi del personale, che ormai è acuta, e lo vediamo con l’aumento delle liste d’attesa, ma la fine del Servizio sanitario nazionale come pilastro di coesione sociale del Paese”.

    Territorio e infermieristica: focus sull’assistente infermiere

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    L’introduzione della nuova figura dell’assistente infermiere sta ridisegnando gli equilibri dell’assistenza territoriale. Nata da un decreto nazionale, anche con l’accordo di FNOPI, la figura è oggi al centro di un dibattito soprattutto in Lombardia: la Regione, tra le prime a intervenire sul piano formativo e organizzativo, si muove tra speranze di efficientamento e timori di una sovrapposizione con il ruolo infermieristico. In questo quadro si inseriscono le voci dei protagonisti di politica regionale, sindacati e Ordini professionali. Le loro prospettive delineano un passaggio delicato per la riorganizzazione dell’assistenza ai pazienti cronici e fragili.

    Lombardia: una scelta obbligata, non autonoma

    Giulio Gallera

    Giulio Gallera, presidente della Commissione PNRR e membro della Commissione Sanità di Regione Lombardia, chiarisce un equivoco iniziale: «La figura dell’assistente infermiere non nasce in Lombardia: è stata istituita da un decreto ministeriale». Il compito regionale è quello di dare struttura a un percorso formativo, con le Università, PoliS-Lombardia (Ente regionale che fornisce formazione) e tirocini nelle strutture socio-sanitarie. L’obiettivo dichiarato è potenziare la presa in carico territoriale dei cronici, attraverso un rafforzamento delle attività a elevata standardizzazione che oggi gravano sugli infermieri.

    Il beneficio, secondo Gallera, «non è immediatamente isolabile», ma si manifesta in una riduzione di accessi impropri e ricoveri evitabili. Il monitoraggio, previsto dalla risoluzione approvata, valuterà indicatori come qualità dell’assistenza, appropriatezza e soddisfazione dei pazienti. Una priorità per la Regione, afferma Gallera, è «creare formazione omogenea, superando l’attuale frammentazione dei percorsi OSS».

    La posizione critica del Partito Democratico e la voce professionale di Rozza

    Carmela Rozza

    Di segno diverso il giudizio di Carmela Rozza, infermiera, membro dell’Ufficio di Presidenza della terza commissione sanità e welfare e consigliera regionale del PD, che ha guidato un anno di audizioni con Università, Ordini e Direzioni sanitarie. Per lei, sul piano politico, la figura è «profondamente inadeguata e rischia di generare confusione già nella denominazione. Le università hanno espresso posizioni critiche sulle garanzie formative come già evidenziato da Maura Lusignani, Professoressa Associata presso il Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano, specializzata in Scienze Infermieristiche, dove è anche Presidente del Corso di Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche».  La risoluzione voluta anche dal PD pone un limite chiaro: no all’impiego negli acuti e forte responsabilizzazione delle aziende nella definizione delle mansioni, soprattutto in setting territoriali e di cronicità.

    Sul piano personale, da infermiera, Rozza aggiunge una riflessione dura: «Cinque anni di magistrale per poter prescrivere pannoloni, ottenendo in cambio l’assistente infermiere, non lo trovo accettabile».  

    La posizione di FNOPI: una “costola” dell’infermieristica, non un surrogato

    Barbara Mangiacavalli

    Al centro del dibattito nazionale, FNOPI interviene per rassicurare sul perimetro professionale. «Non crediamo che la denominazione possa generare confusione», afferma la presidente Barbara Mangiacavalli, pur riconoscendo che la figura è una “costola” della professione infermieristica e va quindi presidiata con rigore. FNOPI – aggiunge Mangiacavalli – sta lavorando con Agenas, Regioni e Ministero a un documento strategico nazionale che definisca standard formativi, profilo di competenze e criteri organizzativi omogenei.

    Secondo la Federazione, la figura non deve essere interpretata come risposta alla carenza di infermieri: «Non è mai sostitutiva», ribadisce Mangiacavalli, inserendola in una visione più ampia di evoluzione professionale. La vera risposta alla carenza è, per FNOPI, lo sviluppo delle lauree magistrali cliniche, ora in via di approvazione: urgenza–emergenza, territoriale–domiciliare e neonatale–pediatrica. Un percorso che, nelle intenzioni, creerà una piramide formativa simile ad altri Paesi europei, con competenze avanzate e responsabilità cliniche crescenti.

    La prospettiva sindacale: per Nursind la figura può migliorare l’organizzazione

    Andrea Bottega

    Andrea Bottega, segretario nazionale Nursind, adotta un punto di vista pragmatico. Per lui la figura può ridurre carichi impropri, ma a condizione che il sistema organizzi correttamente ruoli, protocolli e criteri di stabilità clinica: «Non tutte le attività dell’assistente infermiere richiedono supervisione diretta».

    Bottega vede la figura come evoluzione dell’OSS e come opportunità per ridefinire le équipe in contesti standardizzati, RSA, case e ospedali di comunità, dove l’infermiere potrebbe concentrarsi su pianificazione e valutazione, delegando attività tecniche come la gestione di stomie o tracheostomie in pazienti stabili.

    Il sindacato non teme sostituzioni improprie: il quadro contrattuale tutela l’infermiere come responsabile dell’assistenza. Piuttosto, Bottega critica la scelta di creare un percorso separato dall’università: una filiera integrata, sostiene, «avrebbe permesso di recuperare parte del 25% di studenti che abbandonano il primo anno dei corsi di laurea infermieristica».

    Un equilibrio ancora da costruire

    Il dibattito rivela ancora una preoccupazione: da un lato la necessità di ampliare il potenziale assistenziale sul territorio, dall’altro la salvaguardia dell’identità professionale e della qualità clinica.

    A livello nazionale, FNOPI e Regioni stanno lavorando per un quadro omogeneo che eviti derive sostitutive. I sindacati chiedono chiarezza organizzativa e un miglioramento del percorso formativo.

    Tra aspettative e timori, una cosa appare certa: il futuro dell’assistenza territoriale dipenderà dalla capacità di integrare questa figura senza indebolire quella dell’infermiere, che, come ricorda Bottega, «nessuna intelligenza artificiale potrà mai sostituire accanto a una persona fragile».