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Giornata mondiale dell’Ortottica. Ortottisti italiani: «La prevenzione visiva riguarda tutti»

Sono tante le persone che passano ore davanti agli schermi e arrivano a sera con occhi stanchi, mal di testa e difficoltà di concentrazione. Ci sono bambini che faticano a leggere senza sapere di avere un disturbo visivo. E ci sono anziani che, a causa di deficit della vista non corretti, rischiano isolamento, perdita di autonomia, disturbi cognitivi e persino cadute.

«Nel mondo, almeno 2,2 miliardi di persone presentano un deficit visivo da vicino o da lontano. Per almeno 1 miliardo di loro, il deficit visivo si sarebbe potuto prevenire o deve ancora essere affrontato». È il commento di Lucia Intruglio, Presidente della Commissione di albo nazionale degli Ortottisti della FNO TSRM e PSTRP, che in occasione della Giornata mondiale dell’Ortottica richiama l’attenzione sul valore della prevenzione visiva e sull’apporto fondamentale degli ortottisti nella vita quotidiana delle persone, dall’infanzia alla terza età.

«Nel mondo, almeno 2,2 miliardi di persone presentano un deficit visivo»

Essere “in salute visiva” non significa soltanto “vederci bene” o avere “10/10”. Poter contare su una buona visione si riflette sulla qualità della vita delle persone. Ed è qui che entra in gioco l’ortottista, professionista sanitario che promuove l’educazione alla salute visiva.

«L’ortottista è il professionista sanitario che si occupa della prevenzione, della valutazione e della riabilitazione dei disturbi visivi che impediscono la binocularità, ma soprattutto accompagna la persona nei momenti in cui la vista incide sulla propria autonomia e sul suo benessere», spiega Intruglio. «Oggi più che mai dobbiamo aiutare i cittadini e le Istituzioni a comprendere che la salute visiva non è solo un tema specialistico: è un tema sociale, educativo e di salute pubblica».

«L’ortottista accompagna la persona nei momenti in cui la vista incide su autonomia e benessere»

L’ortottista interviene nella diagnosi funzionale e nella riabilitazione di problematiche come strabismo, ambliopia, disturbi della convergenza, affaticamento visivo e alterazioni della motilità oculare. Attività che accompagnano la persona lungo tutto il corso della vita: dagli screening pediatrici ai percorsi riabilitativi per persone che versano in condizioni di fragilità e anziani.

E proprio l’età evolutiva rappresenta oggi uno dei fronti più delicati. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia il 22,1% dei bambini tra i 2 e i 5 mesi passa molto tempo davanti a monitor di TV, computer, tablet o telefoni cellulari. Un fenomeno che varia da una parte all’altra del Paese tra il 13,6% nella provincia di Trento e il 30,3% in Sicilia e Puglia.

L’OMS raccomanda che i bambini con meno di 2 anni non passino del tempo davanti agli schermi

Difficoltà di messa a fuoco, stanchezza oculare, cefalee, disturbi della convergenza e calo dell’attenzione sono le principali conseguenze di questi comportamenti. Proprio per questo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda che i bambini con meno di 2 anni non passino del tempo davanti agli schermi e che i bambini tra i 2 e 4 anni non vi passino più di un’ora al giorno.

«La prevenzione è la vera chiave», sottolinea ancora Intruglio. «Intercettare precocemente un problema visivo significa evitare conseguenze che possono incidere sull’apprendimento, sulla socialità, sull’autonomia e sulla sicurezza delle persone».

Nella popolazione anziana i deficit visivi non corretti possono aumentare il rischio di cadute, fragilità e decadimento cognitivo

Tuttavia, il tema della scarsa visione riguarda anche la popolazione anziana. I deficit visivi non corretti, infatti, possono aumentare il rischio di cadute, fragilità e decadimento cognitivo. Non a caso, anche il nuovo Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031 richiama l’attenzione sui disturbi visivi correlati alla demenza e sulla necessità di rafforzare le azioni di educazione sanitaria e prevenzione. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano che circa il 30% degli over 65 cade almeno una volta all’anno e questa percentuale sale al 50% dopo gli 80 anni.

«Le cadute – incalza Intruglio – sono la prima causa di accesso in ospedale per gli anziani e rappresentano un costo sanitario e sociale enorme». Una percentuale di queste cadute, secondo gli ortottisti, è dovuta a difficoltà visive, come la riduzione della percezione della profondità, la scarsa visibilità al buio e la difficoltà nel distinguere ostacoli. La cattiva visione ha un impatto sulla lettura, sulla deambulazione e sugli spostamenti in diversi ambienti.

«Proteggere la vista significa proteggere molto più degli occhi»

Nella Giornata mondiale dell’Ortottica, gli ortottisti italiani ricordano quanto sia importante non aspettare che un problema visivo diventi evidente, e invitano a prendersi cura della propria vista con controlli periodici. «Proteggere la vista – affermano dalla Commissione di albo nazionale – significa proteggere molto più degli occhi». È un appello rivolto in particolare ai bambini e agli anziani: «Perché vedere male non significa soltanto vedere peggio: vuol dire studiare con più fatica, lavorare con più difficoltà, muoversi con meno sicurezza e, alla lunga, perdere autonomia».

Obesità, l’Europa frena: anche in Italia il fenomeno comincia a rallentare

L’obesità continua a rappresentare una delle grandi sfide per la salute pubblica globale, ma la sua diffusione non segue ovunque la stessa traiettoria. In molti Paesi ad alto reddito, infatti, la crescita registrata negli ultimi decenni mostra segnali di rallentamento, stabilizzazione e, in alcuni casi, anche di inversione di tendenza.

È quanto emerge dalla nuova analisi pubblicata il 13 maggio 2026 su «Nature», dedicata all’andamento dell’obesità nel mondo dagli anni Ottanta a oggi. Lo studio, coordinato da ricercatori dell’Imperial College di Londra nell’ambito del network internazionale NCD Risk Factor Collaboration – NCD-RisC, ha coinvolto studiose e studiosi di tutto il mondo. Tra loro anche Luciana Zaccagni ed Emanuela Gualdi dell’Università di Ferrara.

«Anche in Italia, tra le nazioni industrializzate ad alto reddito, si osserva una stabilizzazione della prevalenza dell’obesità, con una tendenza alla diminuzione», sottolinea Luciana Zaccagni, Professoressa del Dipartimento di Neuroscienze e Riabilitazione di Unife. «In particolare, la prevalenza stimata è pari al 14% per le donne e al 15% per gli uomini, mentre tra ragazze e ragazzi si attesta rispettivamente all’8% e al 12%».

Un quadro globale più articolato

La ricerca ha analizzato dati provenienti da 200 Paesi e territori, relativi al periodo compreso tra il 1980 e il 2024. I risultati mostrano che, dopo i rapidi incrementi osservati alla fine del XX secolo, la crescita dell’obesità è andata rallentando o stabilizzandosi nella maggior parte dei Paesi ad alto reddito. Il fenomeno appare inizialmente nei bambini e nelle bambine in età scolare, per poi riflettersi, a distanza di circa un decennio, anche nella popolazione adulta.

Tra i Paesi europei ad alto reddito, l’Italia, insieme a Francia e Portogallo, mostra una diminuzione dell’incidenza dell’obesità. Questo dato invita a rileggere con maggiore cautela l’idea di una “epidemia globale” uniforme, perché le tendenze osservate cambiano profondamente da Paese a Paese e dipendono da molti fattori, tra cui disponibilità, qualità e accessibilità economica degli alimenti.

«Le differenze osservate tra Paesi a medio e basso reddito e Paesi ad alto reddito evidenziano crescenti disuguaglianze nutrizionali e sanitarie a livello globale», spiega Emanuela Gualdi dell’Università di Ferrara. «Per questo sono necessarie politiche pubbliche capaci di ridurre il divario, favorendo l’accesso ad alimenti sani anche nei contesti in cui oggi questo accesso è più difficile».

Le aree in cui l’obesità continua ad aumentare

Il quadro globale resta tuttavia complesso. La prevalenza dell’obesità continua infatti ad aumentare in molti Paesi a basso e medio reddito, in particolare in Africa, Asia, America Latina e nelle nazioni insulari del Pacifico e dei Caraibi.

Come evidenziato da Majid Ezzati, Professore alla School of Public Health dell’Imperial College di Londra e Direttore di NCD-RisC, l’analisi della velocità con cui l’obesità cambia nel tempo consente di individuare con maggiore precisione dove siano necessari interventi urgenti. Politiche sanitarie e alimentari solide possono aiutare i Paesi ad affrontare le trasformazioni economiche, tecnologiche e nutrizionali che incidono sulla salute pubblica.

Pur nella forte eterogeneità delle tendenze osservate, lo studio conferma la necessità di strategie efficaci di prevenzione, trattamento e supporto a lungo termine. Nel 2024, infatti, la velocità di crescita dell’obesità è risultata la più elevata degli ultimi 45 anni per le donne in 84 dei 200 Paesi considerati e per gli uomini in 109 Paesi.

Sclerosi multipla, dalla diagnosi precoce ai farmaci innovativi: la malattia oggi si può controllare

La sclerosi multipla non è più la malattia invalidante e imprevedibile di qualche decennio fa. Oggi, grazie alla diagnosi precoce, ai farmaci ad alta efficacia e a un approccio sempre più personalizzato, un numero crescente di pazienti riesce a mantenere autonomia, qualità di vita e progettualità. È il messaggio che arriva dagli specialisti della SIN – Società Italiana di Neurologia, in occasione della Giornata mondiale della sclerosi multipla, che si celebra sabato 30 maggio.

Patologia neurologica cronica, autoimmune, infiammatoria, demielinizzante e neurodegenerativa, la sclerosi multipla colpisce il sistema nervoso centrale – cervello e midollo spinale – e può manifestarsi in modi molto diversi da persona a persona. In Italia interessa oltre 140mila persone, con circa 3.400-3.600 nuove diagnosi ogni anno. L’esordio avviene soprattutto tra i 20 e i 40 anni, con una prevalenza femminile di circa tre donne per ogni uomo, ma negli ultimi anni si osserva anche un aumento delle forme pediatriche e di quelle a esordio tardivo.

In Italia interessa oltre 140mila persone

I sintomi iniziali possono essere estremamente variabili: dalla neurite ottica con perdita della vista o alterazione della percezione dei colori, fino a disturbi motori, sensitivi o sfinterici legati al coinvolgimento del midollo spinale o del tronco encefalico.

Secondo il Professor Massimo Filippi, Coordinatore del Gruppo di Studio Sclerosi Multipla della SIN: «La vera rivoluzione degli ultimi anni riguarda la possibilità di intervenire molto prima rispetto al passato. La sclerosi multipla resta una malattia grave e progressiva se non viene affrontata con terapie adeguate. Ma oggi è diventata una malattia controllabile».

«La vera rivoluzione degli ultimi anni riguarda la possibilità di intervenire molto prima rispetto al passato»

Un passaggio decisivo è rappresentato dai nuovi criteri diagnostici internazionali, pubblicati nell’ottobre 2025, che consentono di arrivare a una diagnosi in tempi molto più rapidi. «Oggi siamo in grado di porre diagnosi anche nel giro di un mese, grazie all’integrazione di marcatori di risonanza magnetica e biomarcatori dei fluidi biologici», evidenzia Filippi. «La diagnosi precoce ha senso perché oggi disponiamo di terapie efficaci: intervenire subito significa evitare che i meccanismi patologici si autoalimentino e che la disabilità si accumuli».

Parallelamente, la ricerca ha cambiato profondamente anche la comprensione biologica della malattia. «Abbiamo imparato che neuroinfiammazione e neurodegenerazione iniziano fin dalle primissime fasi», osserva il neurologo. «Non esiste soltanto un’aggressione immunitaria proveniente dall’esterno del sistema nervoso centrale, ma anche processi interni, orchestrati da cellule residenti, come la microglia».

«Intervenire subito significa evitare che i meccanismi patologici si autoalimentino»

Da qui la necessità, secondo gli specialisti, di utilizzare precocemente farmaci ad alta efficacia. «Dare subito terapie molto efficaci significa piegare la curva di accumulo della disabilità», afferma Filippi. «L’obiettivo oggi non è ancora la guarigione definitiva, ma permettere ai pazienti di vivere bene per decenni».

Sul fronte terapeutico, i risultati raggiunti negli ultimi anni sono particolarmente significativi. «Con i farmaci ad alta efficacia arriviamo a una riduzione delle ricadute e dell’accumulo di nuove lesioni cerebrali intorno al 90%», spiega il Professor Nicola De Stefano, Presidente Eletto della SIN. «È un impatto estremamente importante, che modifica concretamente il decorso della malattia».

«Con i farmaci ad alta efficacia arriviamo a una riduzione delle ricadute e dell’accumulo di nuove lesioni cerebrali intorno al 90%»

I farmaci oggi disponibili agiscono soprattutto sulla componente infiammatoria, responsabile delle ricadute e del danno cerebrale visibile alla risonanza magnetica. Più complessa resta invece la sfida della neurodegenerazione. «Attualmente non disponiamo ancora di terapie che agiscano direttamente sulla neurodegenerazione», chiarisce De Stefano, «tuttavia, ridurre l’infiammazione resta fondamentale anche per limitare il danno degenerativo futuro», osserva il neurologo. «Per questo abbassare drasticamente l’attività infiammatoria migliora anche la prospettiva a lungo termine del paziente».

Secondo De Stefano, oggi la vera sfida è riuscire a utilizzare le terapie nel modo più appropriato e tempestivo possibile. «Non significa somministrare farmaci potenti a tutti indistintamente, ma poter scegliere il trattamento più adatto in base alle caratteristiche prognostiche individuali», sottolinea. «Oggi abbiamo strumenti che consentono di stratificare adeguatamente i pazienti».

I farmaci oggi disponibili agiscono soprattutto sulla componente infiammatoria

È proprio verso una medicina sempre più personalizzata che si sta orientando la gestione della sclerosi multipla, come evidenzia il Professor Claudio Gasperini, Vicepresidente della SIN.

«Negli ultimi anni abbiamo acquisito una comprensione molto più approfondita dei meccanismi patogenetici della malattia e dei meccanismi d’azione dei farmaci», spiega Gasperini. «Questo ci consente di individuare con maggiore precisione le terapie più appropriate per ciascun paziente».

La gestione della sclerosi multipla si sta orientando verso una medicina sempre più personalizzata

Oggi, infatti, i neurologi possono integrare informazioni cliniche, dati di neuroimaging e biomarcatori innovativi – come i neurofilamenti – per definire il rischio evolutivo della malattia e orientare le scelte terapeutiche. «L’obiettivo è targettizzare in maniera sempre più precisa le strategie di cura», sottolinea.

Ma la presa in carico non riguarda soltanto i farmaci. Sempre maggiore attenzione viene riservata anche alla neuroplasticità, cioè alla capacità del cervello di attivare meccanismi compensatori per contrastare il danno neurologico.

Lo stile di vita può favorire la neuroplasticità e contribuire a ritardare la comparsa della disabilità

«Oggi sappiamo che anche lo stile di vita può favorire la neuroplasticità e contribuire a ritardare la comparsa della disabilità», spiega Gasperini. «Per anni ai pazienti veniva sconsigliata l’attività fisica. Oggi invece sappiamo che l’esercizio fisico stimola il cervello ad attivare nuove connessioni neuronali e meccanismi di compenso funzionale».

L’attività fisica, chiarisce il neurologo, non riduce direttamente l’infiammazione, ma aiuta il cervello a compensare i danni provocati dalla malattia. «L’esercizio favorisce la formazione di nuove sinapsi, che contribuiscono a mantenere più efficiente la trasmissione degli impulsi nervosi».

Anche alcuni vecchi tabù clinici sono stati superati. «Un tempo si sconsigliava persino l’esposizione al sole», ricorda Gasperini. «Oggi sappiamo, invece, che livelli adeguati di vitamina D rappresentano un fattore protettivo nell’ambito delle malattie neurodegenerative e della sclerosi multipla».

«Oggi sempre più pazienti riescono a lavorare, fare sport, costruire una famiglia e perseguire i propri obiettivi»

Il messaggio finale degli specialisti è soprattutto rivolto ai pazienti e guarda al futuro con maggiore fiducia rispetto al passato. “Be active”, dice De Stefano. «La malattia può accompagnare una persona per tutta la vita, ma non deve definirla. Oggi sempre più pazienti riescono a lavorare, fare sport, costruire una famiglia e perseguire i propri obiettivi».

Una prospettiva resa possibile dalla combinazione tra diagnosi precoce, terapie innovative, monitoraggio continuo e presa in carico multidisciplinare. «La visione attuale della sclerosi multipla», conclude il Presidente della SIN, Professor Mario Zappia, «va ormai ben oltre la sola gestione clinica della malattia e punta a garantire alle persone una qualità di vita, una prospettiva e un livello di autonomia quanto più possibile vicini alla normalità. Oggi la neurologia dispone di strumenti diagnostici e terapeutici impensabili fino a pochi anni fa, ma la vera sfida è fare in modo che questa innovazione diventi concretamente accessibile e sostenibile per tutti i pazienti, in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. La sclerosi multipla rappresenta uno degli ambiti nei quali il progresso scientifico ha dimostrato più chiaramente quanto la ricerca possa cambiare il destino delle persone. È fondamentale continuare a investire nella ricerca clinica, nelle reti assistenziali specialistiche e nella presa in carico multidisciplinare, affinché ogni paziente possa beneficiare tempestivamente delle migliori opportunità terapeutiche disponibili. L’innovazione davvero utile è quella che riesce a tradurre le evidenze scientifiche in valore concreto per la vita quotidiana delle persone, rafforzando allo stesso tempo l’equità, l’efficienza e la sostenibilità del sistema sanitario».

L’AI cambierà la sanità? L’Umbria accelera sulla rivoluzione dell’AI nelle cure con il CRIAS

Governare l’intelligenza artificiale in sanità, senza subirla. È con questo obiettivo che in Umbria è nato il CRIAS, il Centro Regionale per l’Intelligenza Artificiale in Sanità, fortemente voluto dalla Direttrice Regionale Salute e Welfare della Regione Umbria, Daniela Donetti. Una delle prime esperienze italiane dedicate a regolamentare, monitorare e integrare l’AI nella pratica clinica. A guidarne il coordinamento è il neurologo e fisiatra Mauro Zampolini, Direttore del Dipartimento di Riabilitazione della Usl Umbria 2 e referente di un gruppo intersocietario sull’intelligenza artificiale applicata alla riabilitazione.

Mauro Zampolini

Secondo Zampolini, il tema centrale oggi non è soltanto tecnologico, ma culturale e organizzativo. «L’intelligenza artificiale può davvero cambiare il paradigma dei sistemi sanitari», spiega. «Può ridurre il carico amministrativo, migliorare l’appropriatezza delle cure e supportare le decisioni cliniche. Ma bisogna anche valutare i rischi».

Il CRIAS nasce proprio per affrontare questa sfida attraverso quattro direttrici principali: validazione clinica degli algoritmi, compliance normativa, monitoraggio dei progetti attivi e interoperabilità con fascicolo sanitario elettronico e piattaforme di telemedicina. L’obiettivo è quello di rendere fattibile l’implementazione dell’intelligenza artificiale in medicina. «Alla base di tutto c’è la validazione del software e degli algoritmi, soprattutto per i sistemi ad alto rischio, come previsto dall’AI Act», sottolinea Zampolini. Accanto alla valutazione tecnologica, resta cruciale il tema della protezione dei dati e del rispetto delle normative europee.

Le barriere all’adozione dell’intelligenza artificiale

A frenare oggi l’adozione dell’AI in sanità, osserva il coordinatore del CRIAS, è soprattutto l’incertezza regolatoria. «Le normative europee sono ancora poco definite e il rischio è che un eccesso di burocrazia renda le imprese tecnologiche meno competitive». Parallelamente, però, i modelli linguistici sono già disponibili e facilmente utilizzabili: «Il pericolo è che vengano applicati in maniera non appropriata».

Uno dei nodi più delicati riguarda il rapporto medico-paziente. Se da un lato alcuni professionisti temono una standardizzazione delle cure, dall’altro Zampolini intravede nell’intelligenza artificiale uno strumento capace di restituire tempo clinico al medico. L’esempio più concreto è quello dell’ambient scribing, tecnologia già diffusa negli Stati Uniti. «Il sistema registra il colloquio tra medico e paziente, lo trascrive e produce automaticamente un report clinico strutturato», racconta. «Non è l’intelligenza artificiale che inventa contenuti: traduce e organizza ciò che è stato detto, come farebbe un segretario esperto».

L’AI potrebbe alleggerire il peso burocratico e migliorare la relazione umana

Il vantaggio, aggiunge, è duplice: alleggerire il peso burocratico e migliorare la relazione umana. «Oggi spesso il medico visita guardando il computer e digitando sulla tastiera. Con questi sistemi, invece, può guardare il paziente negli occhi e stabilire una migliore relazione medico-paziente».

Resta però il rischio di un eccessivo affidamento agli algoritmi. «Se delego all’intelligenza artificiale ciò che dovrei decidere io, rischio un progressivo impoverimento delle competenze cliniche», avverte. «È il cosiddetto de-skilling: un po’ come accade con Google Maps, che ci porta a disimparare l’orientamento».

L’AI nella neuroriabilitazione

Nel campo della neuroriabilitazione, le prospettive appaiono particolarmente promettenti. Il machine learning, spiega Zampolini, permette già oggi di elaborare modelli predittivi sul recupero funzionale dei pazienti. «Mettiamo insieme dati clinici di centinaia di pazienti e l’intelligenza artificiale ci aiuta a prevedere traiettorie di recupero». A questo si aggiunge il potenziamento dell’analisi delle immagini diagnostiche e l’integrazione dell’AI nei robot riabilitativi e nei sistemi di teleriabilitazione, con trattamenti sempre più personalizzati.

Il ruolo di Agenas e la prospettiva nazionale

Il rischio, però, è che lo sviluppo proceda in ordine sparso tra le regioni italiane. «Ci sono realtà più avanzate nella sperimentazione e altre che si stanno ancora attrezzando», osserva. Per questo, secondo Zampolini, sarà fondamentale un coordinamento nazionale. In questo scenario un ruolo chiave potrebbe essere svolto da Agenas, già impegnata in progetti sperimentali di intelligenza artificiale per la medicina generale. «La prospettiva per mantenere equità è una centralizzazione del controllo e della diffusione. Altrimenti ogni regione rischia di andare per conto suo».

La struttura multidisciplinare del CRIAS

All’interno del CRIAS lavorano figure multidisciplinari: clinici, ingegneri biomedici, fisici, risk manager, medici legali e responsabili della protezione dei dati. «Siamo molto ottimisti», conclude Zampolini. «Ci siamo dati sei mesi per ottenere i primi risultati concreti. Speriamo che questo modello possa davvero contribuire a un utilizzo sicuro, efficace e sostenibile dell’intelligenza artificiale in sanità, sviluppando linee guida regionali, sperimentando software innovativi e sviluppando un registro dei progetti attivi».

Fibrillazione atriale: una metanalisi apre alla sospensione degli anticoagulanti nel post-ablazione

Da un recente studio italo-inglese, appena pubblicato sulla rivista «European Heart Journal Open», arriva un messaggio incoraggiante per i pazienti con fibrillazione atriale, sottoposti ad ablazione transcatetere. I dati, ottenuti dalla metanalisi di tre rigorosi trial clinici randomizzati (ODIn-AF, ALONE-AF, OCEAN), per un totale di oltre 2.300 pazienti, indicano che chi non manifesta più aritmie cardiache dopo la procedura può, in molti casi, sospendere l’assunzione a lungo termine di farmaci anticoagulanti senza aumentare il rischio di ictus cerebrale e ottenendo una riduzione significativa del rischio emorragico associato a questa terapia.

Lo studio, condotto dallo University College di Londra e dall’IRCCS MultiMedica di Milano, è stato commissionato dalla European Cardiac Arrhythmia Society (ECAS) e contribuisce ad aggiornare le conoscenze su un tema centrale nella gestione post-ablazione.

I dati indicano che chi non manifesta più aritmie cardiache dopo la procedura può, in molti casi, sospendere l’assunzione a lungo termine di farmaci anticoagulanti

La fibrillazione atriale è riconosciuta come l’aritmia cardiaca più prevalente a livello globale; secondo i dati del Global Burden of Disease, colpisce oltre 50 milioni di persone nel mondo, comportando un rischio importante di ictus, scompenso cardiaco e morte. L’ablazione con catetere è oggi un approccio consolidato per il controllo del ritmo, dimostratosi in grado di migliorare sintomi e qualità di vita; tuttavia, la decisione di continuare la terapia anticoagulante dopo questa procedura presenta ancora aree di incertezza. Per questo motivo, i risultati emersi dalla metanalisi italo-inglese potrebbero essere di grande rilevanza per la comunità cardiovascolare e fornire informazioni importanti per pazienti e professionisti sanitari.

Gli oltre 2.324 soggetti inclusi nell’analisi erano stati sottoposti con successo ad ablazione, non presentavano recidive aritmiche da almeno 6 mesi e avevano un rischio tromboembolico medio-basso. In questo gruppo, interrompere l’impiego dei nuovi anticoagulanti orali (NAO) non ha comportato un aumento del rischio di ictus o embolie sistemiche, durante un follow-up a medio termine di circa due anni.

In questi pazienti, la prosecuzione degli anticoagulanti è associata a un incremento significativo di emorragie severe

Lo studio, inoltre, ha evidenziato che, a fronte di un rischio di eventi tromboembolici molto basso e simile tra chi continua (0,86%) e chi interrompe la terapia con NAO (0,69%), la prosecuzione degli anticoagulanti è associata a un incremento significativo di emorragie severe. In particolare, i sanguinamenti gravi risultano quasi triplicati nei pazienti che mantengono la terapia rispetto a quelli che la sospendono definitivamente (0,90% vs 0,34%).

Questi risultati rafforzano l’idea di un approccio più personalizzato alla terapia dopo ablazione: non tutti i pazienti devono necessariamente assumere anticoagulanti per tutta la vita. In particolare, nei soggetti con rischio tromboembolico basale basso o moderato e con una documentata stabilità del ritmo cardiaco dopo la procedura, la sospensione definitiva dei NAO può rappresentare una strategia sicura e vantaggiosa, che riduce l’insorgenza di emorragie severe. Per i pazienti a rischio più elevato, le evidenze sono ancora limitate. La decisione di interrompere la terapia, comunque, rimane affidata al medico nel singolo caso, con precauzione particolare nei pazienti ad alto rischio basale di ictus o in assenza di adeguato monitoraggio del ritmo nel periodo post-ablazione.

«Questa meta-analisi sembra offrire una speranza molto attesa dai pazienti con fibrillazione atriale»

«Questa meta-analisi sembra offrire una speranza molto attesa dai pazienti con fibrillazione atriale», commenta il professor Riccardo Cappato, Direttore del Centro di Elettrofisiologia dell’IRCCS MultiMedica, Presidente ECAS e co-autore dello studio. «Spesso, infatti, essi soffrono dell’obbligo di assumere anticoagulanti almeno quanto, se non più, dei sintomi dell’aritmia. Se i promettenti risultati dello studio saranno ulteriormente confermati, per questi pazienti si apre la prospettiva di un futuro non solo libero da aritmie, ma anche senza terapia anticoagulante. Un doppio risultato davvero confortante».

«La nostra metanalisi pubblicata sullo “European Heart Journal Open” sottolinea che è possibile, nei pazienti senza recidive di fibrillazione atriale nei 6-12 mesi successivi ad ablazione transcatetere, sospendere la terapia con anticoagulanti senza incorrere in un aumentato rischio di ictus o eventi embolici periferici», sottolinea il Professor Rui Providência, Institute of Health Informatics Research, University College of London e co-autore dello studio. «Oltre ad alleviare i pazienti dalla schiavitù farmacologica, questa strategia consente di ridurre il rischio di sanguinamenti durante follow-up post-procedurale».

Intelligenza artificiale e salute: le donne guidano l’uso consapevole delle tecnologie digitali

Gli italiani utilizzano sempre di più l’intelligenza artificiale, anche sui temi della salute, ma ritengono ancora insostituibile il rapporto umano con il medico. E sono soprattutto le donne a interpretare l’AI con un approccio responsabile, prudente e orientato alla tutela della salute propria e della famiglia. È quanto emerge dall’indagine Censis “Gli italiani, l’IA e la salute: percezioni, comportamenti e differenze di genere”, presentata durante l’evento “Salute al femminile. La conoscenza che cura. Health Literacy e intelligenza artificiale per le pari opportunità” promosso da Farmindustria con il patrocinio della Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, l’Onorevole Eugenia Roccella.

Il 35% degli italiani dichiara di usufruire dell’AI per aspetti relativi alla salute

Secondo i dati, il 63% degli italiani ha già utilizzato strumenti di AI e quasi 1 su 4 li usa regolarmente. L’impiego è ampio anche in ambito sanitario: il 35% dichiara di usufruire dell’AI per aspetti relativi alla salute. Ma la ricerca evidenzia in particolare il ruolo centrale delle donne nella diffusione di una cultura dell’autoregolazione responsabile di fronte alle nuove tecnologie: il 92,3% ritiene che le informazioni ottenute tramite strumenti digitali debbano essere sempre verificate con il medico, come fonte primaria di informazione sulla salute, come anche l’88% degli uomini. Il 65,3% delle donne e il 58% degli uomini dichiara inoltre di non sentirsi a proprio agio a informarsi solo tramite AI, per il timore di fake news e per la maggiore fiducia nelle informazioni prodotte da persone. Prevale dunque un approccio equilibrato: non tecnofobico, ma neppure fideistico. E anche nell’era dell’AI resta forte il primato del fattore umano e il rapporto di fiducia con il medico.

Innovazione e centralità della persona devono quindi crescere insieme. «L’intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità per migliorare prevenzione, diagnosi, ricerca e gestione della salute e dei percorsi di cura, ma il rapporto umano resta fondamentale. E le donne sono protagoniste di questo equilibrio tra innovazione, responsabilità e cura: nella Ricerca e Sviluppo, dove il numero di molecole identificate dall’AI è cresciuto del 300% dal 2023 e i tempi nella fase preclinica si sono ridotti del 40% sempre grazie all’AI, la presenza femminile raggiunge il 52%», dichiara il Presidente di Farmindustria, Marcello Cattani.

Prevale un approccio equilibrato verso l’AI: non tecnofobico, ma neppure fideistico

«Con l’evento di oggi Farmindustria vuole continuare il percorso di valorizzazione della donna nella società e siamo fieri di farlo con il patrocinio della Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità. L’industria farmaceutica è oggi uno dei settori più avanzati in Italia sul fronte della valorizzazione del talento femminile, della parità e del welfare – evidenzia Cattani – le donne rappresentano il 45% degli addetti del settore farmaceutico, rispetto al 29% della media manifatturiera, con una presenza molto elevata anche nei ruoli apicali: dirigenti e quadri sono donne nel 48% dei casi. Particolarmente significativo il dato delle giovani: il 56% delle donne under 35 occupate nel settore è quadro o dirigente, contro il 38% della media industriale. Negli ultimi 5 anni l’occupazione femminile è cresciuta del 15%, mentre quella delle under 35 del 25%. E nella fascia di età tra 30 e 50 anni il gender pay gap è zero». Sul fronte della natalità, della famiglia e del work-life balance, il 100% delle aziende offre strumenti di flessibilità oraria, smart working, part-time e agevolazioni sugli orari. Il 50% mette a disposizione asili nido o rimborsi per istruzione e assistenza domestica. L’81% realizza programmi di medicina preventiva e il 47% prevede congedi di maternità e paternità più estesi rispetto a quanto previsto da legge e contratto nazionale.

«Le nostre imprese dimostrano ogni giorno che innovazione, inclusione, welfare e valorizzazione delle persone procedono insieme. È questa la strada per sostenere crescita, occupazione qualificata, natalità e competitività della nostra Nazione», conclude Cattani.

Vaia:«Il Servizio sanitario nazionale è una scelta di civiltà, ma non si difende lasciandolo immobile»

Francesco Vaia, componente del Collegio dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità e già direttore della Prevenzione del ministero della Salute, presenterà a breve un Manifesto per una nuova sanità territoriale. A TrendSanità il professore anticipa i principi chiave del documento: centralità concreta della persona, integrazione tra sanitario e sociale, riforma della medicina generale, rilancio delle Case della Comunità e valorizzazione del capitale umano. 

Professor Vaia, lei sta portando avanti un’idea precisa per la rimodulazione del Servizio sanitario nazionale, nell’ottica di riuscire a continuare a garantire l’assistenza sanitaria universale e di qualità a cui siamo abituati anche in un futuro che vedrà aumentare i volumi della domanda di salute. Lei parla della necessità di “mettere davvero la persona al centro”. È uno slogan che ricorre da anni nel settore della salute. In che modo la sua interpretazione è innovativa e come dovrebbe cambiare la sanità territoriale nei prossimi cinque anni perché questo principio non resti soltanto teorico? 

«Il Servizio sanitario nazionale italiano è ottimo, soprattutto dal punto di vista della capacità professionale. Non abbiamo bisogno di imparare dall’estero: il nostro capitale umano ci viene invidiato e dobbiamo fare in modo di trattenerlo. Però anche un grande sistema, come una macchina eccellente, ha bisogno di una revisione. Oggi il SSN appare un po’ dormiente sul piano organizzativo e nella capacità di adattarsi ai tempi che cambiano.

Oggi il SSN appare un po’ dormiente sul piano organizzativo e nella capacità di adattarsi ai tempi che cambiano

I bisogni di salute sono aumentati enormemente. Sono cresciute le cronicità, fortunatamente anche perché si è allungata l’aspettativa di vita. Ma alla quantità di vita dobbiamo aggiungere qualità di vita. E quindi prevenzione, presa in carico e invecchiamento attivo devono diventare centrali

Quando parlo di persona al centro non intendo uno slogan. Il Servizio sanitario nazionale esiste per servire la persona. Ogni volta che si applica una legge, una circolare o un modello organizzativo bisogna chiedersi quale ricaduta concreta avrà sul cittadino. 

Oggi la persona chiede tre cose molto semplici: qualità, prossimità e rapidità delle risposte. È su questo che va costruita la sanità territoriale del futuro. Anche la prevenzione deve adeguarsi ai cambiamenti epidemiologici: penso, ad esempio, agli screening oncologici, che vanno aggiornati rispetto all’età di insorgenza dei tumori e all’aumento dei casi». 

In un recente podcast lei insiste molto sul superamento della separazione tra sanitario e sociale. E fa cenno a un Manifesto che lei proporrà a breve e che conterrà una nuova formula di governance territoriale integrata tra medicina, assistenza e welfare. Può anticiparci i tratti principali del documento e quali sarebbero i primi passi operativi? 

«Il Manifesto sarà presentato a breve. Per ora posso anticipare i principi ispiratori. Il primo punto è proprio questo: il Servizio sanitario nazionale ha senso solo se serve davvero la persona. Da qui nasce la necessità di superare la separazione tra sanitario e sociale. La persona non vive il suo problema dividendo salute, assistenza, fragilità sociale o bisogno psicologico: vive tutto insieme. 

Per questo serve una governance integrata del territorio. Dobbiamo costruire un sistema che tenga insieme medicina, assistenza sociale, welfare, prevenzione e presa in carico. 

Nessun atto organizzativo è neutro. Tutto deve essere valutato sulla base dell’effetto reale che produce sui cittadini

Il punto centrale è comprendere che nessun atto organizzativo è neutro. Tutto deve essere valutato sulla base dell’effetto reale che produce sui cittadini. Se si parte davvero dalla domanda della persona, molte divisioni ideologiche diventano secondarie e anche il rapporto tra pubblico e privato accreditato può essere visto in modo diverso, all’interno di un sistema unico che garantisca prossimità, qualità e tempi rapidi». 

In più occasioni lei ha definito le liste d’attesa “la vergogna del sistema”, ma ha anche spiegato che il problema nasce prima, cioè dalla mancata presa in carico del cittadino. Oggi la medicina generale è uno dei temi caldi sul tavolo del ministro della Salute Orazio Schillaci: secondo lei quanto e come dovrà cambiare il ruolo del medico di famiglia nella nuova sanità territoriale che immagina? 

«A mio avviso il medico di famiglia deve tornare a essere il professionista che prende in carico il paziente, lo orienta e decide il percorso assistenziale. Deve recuperare quella funzione centrale che aveva in passato, ma con strumenti moderni. 

Il medico del territorio deve poter prenotare direttamente pacchetti diagnostici, prestazioni ambulatoriali e anche accessi ospedalieri. La persona non può essere lasciata sola dentro il sistema.

«Il cittadino non è interessato alle discussioni su dipendenza o convenzione dei medici. Vuole semplicemente una risposta efficace»

Durante la pandemia, all’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani abbiamo sperimentato le Uscar (Unità speciali di continuità assistenziale regionale): squadre territoriali, spesso composte da medici di famiglia giovani, che andavano a domicilio con strumenti diagnostici avanzati e collegamenti in telemedicina con l’ospedale. Se il paziente poteva restare a casa veniva curato lì; se serviva il ricovero, questo avveniva in collegamento diretto con l’ospedale. 

Questo significa vera presa in carico. Il cittadino non è interessato alle discussioni su dipendenza o convenzione dei medici. Vuole semplicemente una risposta efficace. Il medico di famiglia del futuro deve essere il regista del percorso di cura». 

Collegato al tema della medicina generale c’è quello delle Case della Comunità: oggi molti operatori denunciano il rischio di creare “scatole vuote”. Secondo lei cosa manca ancora perché queste strutture diventino davvero il cuore dell’assistenza di prossimità?

«Le Case della Comunità possono diventare un elemento fondamentale di collegamento tra territorio, domicilio e ospedale. Però devono essere riempite di contenuti e di personale motivato. 

Non basta costruire le strutture. Servono medici, infermieri, psicologi, mediatori culturali, operatori sociali. Serve personale che lavori insieme per prendere in carico la persona nella sua complessità. 

Se diventano strutture vuote o meri contenitori amministrativi, rischiano di trasformarsi in un costo inutile. 

Il cittadino vuole una cosa molto semplice: avere vicino a casa un luogo capace di risolvere rapidamente e bene il suo problema. Non gli interessa se quella struttura sia pubblica o accreditata, purché garantisca qualità, prossimità e tempi adeguati. Anche per questo credo sia necessario costruire un sistema unico di prenotazione e una vera integrazione tra pubblico e privato accreditato, sempre mettendo al centro il bisogno della persona». 

Nel Manifesto lei farà riferimento anche a giovani e prevenzione come leve strategiche per salvare il nostro SSN. Che modello di sanità territoriale immagina per una popolazione sempre più anziana e fragile, ma allo stesso tempo con nuove generazioni sempre più lontane dal sistema pubblico? 

«I giovani osservano ciò che accade nelle loro famiglie: vedono tempi lunghi, difficoltà di accesso, appuntamenti dopo mesi o anni. E spesso vedono che l’unica scorciatoia possibile è pagare.

«Non è vero che i giovani non credono nel pubblico: prendono atto delle difficoltà del sistema»

Non è vero che i giovani non credono nel pubblico: prendono atto delle difficoltà del sistema. C’è poi un altro problema enorme, che riguarda il capitale umano. Il pubblico paga poco e male. Molti professionisti sanitari scelgono l’estero perché trovano condizioni economiche e professionali migliori. Noi invece dobbiamo valorizzare i nostri medici, infermieri e operatori sanitari

Bisogna incentivare il personale, migliorare le retribuzioni e investire nella formazione. Non dobbiamo criminalizzare chi vuole guadagnare di più: tutti i professionisti vengono pagati adeguatamente, e questo deve valere anche per chi lavora nella sanità. 

Penso anche a percorsi di aggiornamento internazionale, una sorta di Erasmus per medici e infermieri, per favorire formazione e crescita professionale. 

Il Servizio sanitario nazionale è una scelta di civiltà. Ma non si difende lasciandolo immobile: si difende accompagnandone l’evoluzione, adattandolo ai bisogni di oggi e riducendo le disuguaglianze». 

Assistenza protesica e LEA: verso una riforma equa, uniforme e sostenibile del sistema

In occasione del convegno “Assistenza protesica e LEA – Verso una riforma equa e sostenibile del sistema”, promosso presso il Senato della Repubblica su iniziativa del Senatore Bartolomeo Amidei, FIOTO, ANTOI e la Commissione di Albo Nazionale dei Tecnici Ortopedici intendono sottoporre all’attenzione delle istituzioni le principali istanze del comparto ortoprotesico, alla luce delle criticità emerse nell’attuazione dei LEA 2017 e delle profonde evoluzioni normative, tecnologiche e organizzative intervenute negli ultimi anni.

Protesi, ortesi e ausili devono essere considerati strumenti sanitari inseriti all’interno di un percorso assistenziale complesso e personalizzato

L’assistenza protesica rappresenta un ambito essenziale del Servizio sanitario nazionale, attraverso il quale vengono garantiti tutela della salute, recupero funzionale, autonomia personale, inclusione sociale e prevenzione delle complicanze a persone con disabilità, pazienti cronici, soggetti neurologici, anziani e persone affette da patologie degenerative o esiti amputativi.

Il comparto ritiene necessario ribadire che protesi, ortesi e ausili non possano essere considerati semplici forniture tecniche o beni standardizzati, ma strumenti sanitari inseriti all’interno di un percorso assistenziale complesso e personalizzato, che comprende valutazione clinica, progettazione, personalizzazione, adattamento, collaudo, follow-up e monitoraggio degli esiti funzionali.

A quasi dieci anni dall’entrata in vigore del DPCM 12 gennaio 2017 sui Livelli Essenziali di Assistenza, l’esperienza applicativa maturata sul territorio nazionale evidenzia il permanere di rilevanti criticità strutturali che rendono non più rinviabile una revisione organica dell’assistenza protesica.

A quasi dieci anni dall’entrata in vigore del DPCM sui LEA permangono rilevanti criticità strutturali sull’assistenza protesica

Persistono infatti significative disomogeneità regionali nei criteri di qualificazione delle strutture erogatrici, nei requisiti organizzativi, nelle modalità di erogazione delle prestazioni e nell’interpretazione delle disposizioni normative, con conseguenti differenze nell’accesso alle cure e nella qualità dell’assistenza garantita ai cittadini.

Allo stesso tempo, il sistema tariffario vigente risulta non pienamente coerente con i costi reali dei dispositivi medici su misura, con la crescente complessità tecnologica del settore, con gli adempimenti introdotti dal Regolamento (UE) 2017/745 e con il tempo clinico-assistenziale necessario alla presa in carico della persona. Le organizzazioni firmatarie evidenziano come il valore dell’assistenza protesica non possa essere determinato esclusivamente dal dispositivo finale o dai materiali utilizzati, ma debba necessariamente comprendere l’intero processo sanitario e professionale che accompagna la personalizzazione del dispositivo e la continuità assistenziale del paziente. L’attuale modello organizzativo appare ancora prevalentemente centrato sul prodotto, mentre l’evoluzione del sistema richiede oggi un approccio fondato sulla presa in carico multidisciplinare, sulla responsabilità sanitaria, sulla qualità organizzativa delle strutture, sulla tracciabilità del percorso assistenziale e sulla misurazione degli esiti di salute.

Il sistema tariffario e il nomenclatore dell’assistenza protesica necessitano di una revisione

Anche il nomenclatore dell’assistenza protesica necessita di una revisione strutturale e periodica, capace di recepire in modo appropriato l’innovazione tecnologica, i nuovi materiali, i processi avanzati di personalizzazione e l’evoluzione dei percorsi riabilitativi.

FIOTO, ANTOI e la Commissione di Albo Nazionale dei Tecnici Ortopedici riconoscono l’importanza del percorso di aggiornamento avviato attraverso l’Atto del Governo n. 391 relativo al primo aggiornamento del DPCM LEA 2017. Tuttavia, il comparto ritiene che gli interventi previsti risultino ancora limitati e non affrontino in maniera organica le principali criticità applicative, organizzative ed economiche che caratterizzano oggi l’assistenza protesica. Permane, in particolare, la necessità di intervenire in modo strutturale sull’uniformità nazionale dei criteri di erogazione, sulla definizione di standard minimi omogenei per autorizzazione e accreditamento delle strutture, sulla revisione complessiva degli elenchi dell’Allegato 5 e sulla sostenibilità economica dei percorsi di personalizzazione e presa in carico.

Le organizzazioni firmatarie ritengono pertanto prioritario avviare una revisione organica dei LEA protesica fondata su principi essenziali e condivisi:

  • è necessario riconoscere il valore sanitario dell’intero percorso assistenziale, superando una visione limitata alla sola fornitura del dispositivo e valorizzando tutte le componenti cliniche, tecniche e professionali che contribuiscono alla qualità dell’assistenza;
  • occorre garantire standard nazionali uniformi per autorizzazione, accreditamento, requisiti strutturali e organizzativi delle strutture erogatrici, al fine di assicurare qualità, appropriatezza e parità di accesso alle prestazioni sull’intero territorio nazionale;
  • si ritiene inoltre indispensabile introdurre un sistema stabile, trasparente e periodico di revisione tariffaria, fondato su analisi reali dei costi organizzativi e produttivi, sulla valorizzazione del tempo clinico-assistenziale e sulla sostenibilità dei percorsi di presa in carico;
  • le organizzazioni firmatarie ritengono altresì necessario istituire un Tavolo tecnico permanente con il coinvolgimento del Ministero della Salute, delle Regioni, della Commissione LEA, degli Ordini professionali, delle Società scientifiche e delle rappresentanze del settore, finalizzato a garantire un confronto strutturato e continuativo sui processi di aggiornamento dell’assistenza protesica.
  • si richiama inoltre l’attenzione sul ruolo centrale del Tecnico Ortopedico quale professionista sanitario responsabile della progettazione, personalizzazione, sicurezza e appropriatezza tecnica dei dispositivi medici su misura, nonché della qualità e continuità del percorso assistenziale;
  • si sottolinea infine l’importanza di sviluppare modelli di valutazione fondati sugli esiti clinici e funzionali, attraverso indicatori capaci di misurare recupero funzionale, autonomia, prevenzione delle complicanze, riduzione delle cadute e contenimento dei ricoveri evitabili.

FIOTO, ANTOI e la Commissione di Albo Nazionale dei Tecnici Ortopedici confermano la propria disponibilità a collaborare con le istituzioni nazionali e regionali affinché possa essere avviato un percorso condiviso di riforma dell’assistenza protesica, coerente con il Regolamento (UE) 2017/745, sostenibile per il Servizio Sanitario Nazionale e realmente centrato sulla persona, sulla qualità dell’assistenza e sugli esiti di salute.

Dispositivi medici, filiera strategica tra innovazione e sfide industriali

Il settore dei dispositivi medici si conferma una filiera strategica per il sistema industriale italiano, in linea con le indicazioni del Libro Bianco del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) sul nuovo Made in Italy e con il riconoscimento delle filiere della salute tra gli asset strategici della politica industriale nazionale: oltre 4.600 imprese, quasi 134mila occupati, 7,8 miliardi di produzione, 5,1 miliardi di export e 7,8 miliardi di import.

Il nuovo scenario internazionale impone tuttavia una riflessione sulla resilienza delle catene di approvvigionamento e sulla capacità competitiva europea nei comparti ad alta tecnologia. Il settore opera all’interno di filiere produttive fortemente integrate a livello globale: le imprese si approvvigionano prevalentemente in Europa, ma anche dall’Asia, con una significativa presenza di forniture extra UE lungo le catene del valore. Molte componenti strategiche – tra cui semiconduttori, polimeri industriali e componentistica plastica – transitano inoltre attraverso aree oggi interessate da tensioni geopolitiche e instabilità delle rotte commerciali internazionali. È quanto emerge dal Rapporto PRI – Produzione, Ricerca e Innovazione e dall’Indagine su costi delle materie prime, energia e impatto dazi 2026 del Centro studi di Confindustria Dispositivi Medici, presentati nel corso dell’evento “Dispositivi medici e competitività industriale: il ruolo strategico del settore in Italia”, patrocinato e ospitato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Molte componenti strategiche transitano attraverso aree oggi interessate da tensioni geopolitiche e instabilità delle rotte commerciali internazionali

«L’economia della salute, di cui i dispositivi medici sono parte integrante, è una delle filiere strategiche del nuovo Made in Italy, come riportato nel nostro Libro Bianco per una nuova politica industriale: un comparto in costante sviluppo tecnologico, capace di generare valore, occupazione qualificata e progresso per il Paese», ha dichiarato il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, il Senatore Adolfo Urso. «Una visione – ha aggiunto – che abbiamo tradotto in un impegno concreto fin dall’inizio della legislatura con l’istituzione, insieme al Ministero della Salute, del Tavolo per la Farmaceutica e il Biomedicale. In questa direzione va anche il nuovo Atto di indirizzo strategico 2026-2028 condiviso tra MIMIT e MUR, pensato per ridurre la frammentazione dell’ecosistema nazionale della ricerca e del trasferimento tecnologico. Il settore potrà inoltre contare sul nuovo Piano Transizione 5.0, un programma triennale che mette a disposizione quasi 10 miliardi di euro e il cui decreto attuativo sarà operativo entro giugno».

«Ma non basta solo l’impegno del governo sul fronte nazionale. In un contesto geopolitico instabile e segnato da difficoltà negli approvvigionamenti, l’Europa deve rafforzare rapidamente la sicurezza delle proprie filiere strategiche. In questa prospettiva l’Italia, con l’area di Porto Marghera, si candida a ospitare uno dei primi siti strategici europei per lo stoccaggio di materie prime critiche e terre rare, indispensabili per l’industria del continente e per la transizione energetica e digitale del nostro sistema produttivo», ha concluso il Ministro Urso.

«In Italia la filiera delle scienze della vita vale il 13% del PIL e occupa oltre 3 milioni di persone»

«La filiera delle scienze della vita, di cui fa parte il comparto dei dispositivi medici – ha dichiarato Marco Nocivelli, Vicepresidente di Confindustria con delega alle politiche industriali e Made in Italy – è una filiera industriale strategica, che purtroppo spesso è considerata soltanto una voce di spesa pubblica. Vale il 13% del PIL e occupa oltre 3 milioni di persone e ha, inoltre, una funzione estremamente rilevante sia per il ruolo svolto per la salute pubblica sia per l’elevato livello di attività di ricerca e di innovazione tecnologica realizzata dalle imprese che ne fanno parte. Occorre, dunque, creare le condizioni affinché queste imprese possano continuare a fare ricerca e a investire in capitale umano e tecnologie. Una filiera con queste caratteristiche è candidata naturale a una politica industriale dedicata, al pari di automotive e aerospazio. È in questa direzione che chiediamo al MIMIT un impegno strutturato».

«Negli ultimi anni è emersa la necessità per l’Europa di rafforzare la propria autonomia strategica nei settori industriali più critici. La pandemia, le tensioni geopolitiche e la frammentazione degli scambi internazionali hanno mostrato che sicurezza sanitaria, capacità produttiva e competitività industriale sono ormai temi strettamente collegati», ha dichiarato il Presidente di Confindustria Dispositivi Medici, Fabio Faltoni. «Oggi le imprese segnalano difficoltà legate ai costi di trasporto nel 71,2% dei casi e alle tensioni geopolitiche nel 48,5%, mentre i costi di produzione sono aumentati in media del 22%, con punte superiori al 50% per il 10% delle aziende. Il problema non è più il singolo fattore di crisi, ma la sovrapposizione di più tensioni contemporaneamente: energia, logistica, volatilità delle materie prime, frammentazione commerciale e instabilità geopolitica. Le imprese italiane hanno dimostrato capacità di resilienza (+6,8% di produzione), che va invece trasformata in sviluppo, per scongiurare il rischio che l’Europa perda competitività proprio nei settori a più alto contenuto tecnologico e innovativo».

Le imprese chiedono una governance stabile del settore, una soluzione strutturale al tema del payback e politiche industriali dedicate

«In questo contesto, anche in Italia – come già avvenuto in altri Paesi europei – diventa sempre più necessario sostenere il riconoscimento dell’industria dei dispositivi medici con politiche coordinate tra i Ministeri della Salute, dell’Economia e delle Imprese e del Made in Italy. Le imprese chiedono una governance stabile del settore, una soluzione strutturale al tema del payback e politiche industriali dedicate a una filiera composta in larga parte da PMI innovative e ad alta specializzazione. In questo scenario, l’industria dei dispositivi medici – ha concluso il Presidente Faltoni – può offrire un contributo concreto all’innovazione, alla sostenibilità e all’efficienza del sistema sanitario, migliorando la qualità delle cure e supportando una gestione più efficace dei pazienti, in un contesto in cui la crescita della spesa è trainata anche dall’aumento dei bisogni di salute legati all’invecchiamento della popolazione e alla diffusione delle cronicità. Per questo servono politiche industriali che accompagnino la crescita del settore».

World No Tobacco Day 2026: nuovi prodotti, prevenzione e consapevolezza al convegno ISS

Il consumo di tabacco rappresenta uno dei principali fattori di rischio per numerose patologie croniche, tra cui malattie cardiovascolari e respiratorie, cancro del polmone e altri tipi di tumore, oltre ad altre condizioni di salute gravemente invalidanti. Ogni anno, oltre 7 milioni di persone nel mondo muoiono a causa del consumo di tabacco. Anche l’esposizione al fumo passivo costituisce un grave rischio per la salute, causando circa 1,6 milioni di decessi ogni anno a livello globale. Il consumo di tabacco rappresenta il principale rischio evitabile per la salute e la causa più significativa di morte prematura nell’Unione Europea, responsabile di quasi 700.000 decessi ogni anno. Circa il 50% dei fumatori muore prematuramente (in media 14 anni prima). Nonostante i notevoli progressi compiuti negli ultimi anni, il numero di fumatori nell’UE rimane elevato: il 26% della popolazione totale e il 29% dei giovani europei di età compresa tra i 15 e i 24 anni fuma.

Circa il 50% dei fumatori muore prematuramente (in media 14 anni prima)

I prodotti a tabacco riscaldato contengono tabacco ed espongono i consumatori a emissioni tossiche, molte delle quali sono cancerogene e dannose per la salute. Le sigarette elettroniche non contengono tabacco e possono contenere o meno nicotina, ma sono comunque dannose per la salute. La nicotina, naturalmente presente nel tabacco e aggiunta alle sigarette elettroniche, crea forte assuefazione e induce dipendenza, in particolare tra i giovani.

Ogni anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e i suoi partner celebrano la Giornata Mondiale senza Tabacco con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi per la salute associati al consumo di tabacco e di prodotti contenenti nicotina.

Il XXVIII convegno nazionale “Tabagismo e Servizio Sanitario nazionale” si svolge a Roma il 29 maggio

Quest’anno, in occasione del World No Tobacco day, si svolgerà il 29 maggio a Roma all’Istituto Superiore di Sanità il XXVIII convegno nazionale Tabagismo e Servizio Sanitario nazionale dal tema “Smascherare l’attrattiva – contrastare la dipendenza da nicotina e tabacco”. L’evento può essere seguito in presenza mediante iscrizione (entro le ore 12:00 del 28 maggio 2026) o in streaming.

In continuità con la campagna 2025, il tema proposto dall’OMS per il 2026 richiama l’attenzione su come l’industria del tabacco e della nicotina continui a utilizzare strategie sempre più sofisticate per reclutare una nuova generazione di consumatori, dipendenti dalla nicotina, eludendo le misure più severe di controllo del tabacco.

Scopo e obiettivi

La campagna 2026 mira a:

  • aumentare la consapevolezza sulle strategie in evoluzione dell’industria del tabacco e della nicotina, inclusi l’uso di nicotina sintetica, sali di nicotina e analoghi, per incrementare il potenziale di dipendenza pur presentandosi come soluzioni tecnologicamente avanzate;
  • promuovere azioni politiche più incisive per proteggere i giovani, attraverso il divieto di aromi, pubblicità e promozione (anche sui media digitali e social), nonché la regolamentazione del packaging e del design dei prodotti che ne aumentano l’attrattiva;
  • prevenire la dipendenza e ridurre la domanda, fornendo al pubblico – in particolare ai giovani – conoscenze e strumenti per resistere alle strategie manipolative dell’industria e accedere a interventi di cessazione basati su evidenze scientifiche.

La giornata intende presentare un quadro aggiornato sul consumo di tabacco e nicotina in Italia, con particolare attenzione alla popolazione scolastica di età compresa tra 11 e 17 anni. Saranno illustrate le più recenti evidenze sui rischi per la salute associati all’uso dei nuovi prodotti a base di tabacco e nicotina, nonché i dati relativi alle attività del Telefono Verde contro il Fumo. Un focus specifico sarà dedicato alla cessazione del consumo di tabacco e nicotina: verranno analizzati i trend a livello nazionale e internazionale, presentata una panoramica sull’operatività e sulle prospettive di sviluppo dei Centri Antifumo e illustrati i risultati dell’attività di mappatura dei Centri Antifumo condotta dall’ISS.