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Dalla compliance alla cultura: la gestione del rischio come leva strategica nelle aziende sanitarie lombarde

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Introduzione

In ambiti caratterizzati da processi complessi e diversificati, quale il settore sanitario, la gestione del rischio assume un ruolo cruciale che deve essere intrinsecamente integrato nella cultura aziendale. Senza l’adozione di una cultura del rischio solida e diffusa, le organizzazioni sanitarie possono facilmente incorrere in situazioni critiche che compromettono la salute dei pazienti, portano a potenziali contenziosi legali e aumentano i costi assicurativi. Pertanto, incorporare una cultura del rischio a tutti i livelli dell’organizzazione è essenziale per garantire un ambiente sicuro, efficiente e sostenibile.

Il risk management è un processo aziendale finalizzato alla valutazione e pianificazione di tutte le attività necessarie alla riduzione del potenziale impatto negativo che variabili interne o esterne all’organizzazione hanno sul conseguimento degli obiettivi aziendali [Mezzopera, 2024]. Il risk management in sanità, inteso come l’insieme dei processi utilizzati per individuare, monitorare, valutare, mitigare e prevenire i rischi nelle strutture sanitarie e salvaguardare la sicurezza dei pazienti [Odone et al., 2019], assume un ruolo ancora più critico. La complessità dei processi clinici, la necessità di coordinamento tra diversi dipartimenti e professionisti, e l’alto livello di incertezza associato alle condizioni dei pazienti richiedono un approccio strutturato e proattivo alla gestione del rischio.

Il risk management in sanità è l’insieme dei processi utilizzati per individuare, monitorare, valutare, mitigare e prevenire i rischi nelle strutture sanitarie e salvaguardare la sicurezza dei pazienti

L’importanza della gestione del rischio è stata riconosciuta anche a livello legislativo, come dimostra la Legge 8 marzo 2017 n. 24, nota come “Legge Gelli-Bianco” e intitolata “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”, la quale sottolinea ulteriormente l’importanza della gestione del rischio come elemento essenziale del diritto alla salute. La legge stabilisce che tutte le attività di prevenzione del rischio devono coinvolgere l’intero personale sanitario, compresi i liberi professionisti, non solo per garantire la salute dei pazienti, ma anche per migliorare la qualità complessiva del servizio [Ministero della Salute, 2017].

Il Risk Manager, figura chiave per la tutela dell’azienda, svolge un ruolo strategico nell’identificare, analizzare e mitigare i potenziali rischi. Valutando la gravità e la frequenza di ciascun rischio, definisce misure preventive o correttive, monitorandone costantemente l’efficacia nel tempo. Una conoscenza approfondita dei processi e della struttura organizzativa aziendale costituisce un requisito imprescindibile per l’efficace successo di tale ruolo.

Il paradigma “conosco, gestisco, controllo” sintetizza l’essenza di questa disciplina

La gestione del rischio deve essere affrontata con un approccio olistico, riconoscendo l’interdipendenza tra ciascun elemento e il suo impatto sulla sicurezza e sulla salute dei pazienti. Ricerche condotte su un campione rappresentativo di 165 ospedali italiani evidenziano come un approccio sistematico e globale alla gestione del rischio produca risultati tangibili e misurabili [Mezzopera, 2024]. Il paradigma “conosco, gestisco, controllo” sintetizza l’essenza di questa disciplina: una profonda comprensione dei rischi consente una gestione efficace e un monitoraggio costante della loro evoluzione, garantendo un contesto operativo più sicuro e resiliente.

I fattori culturali

Un problema culturale profondamente radicato compromette la gestione del rischio nel settore sanitario: molti operatori, mossi dalla paura o dalla vergogna, tendono a occultare situazioni critiche [Dhamanti et al., 2020]. Questo atteggiamento omertoso costituisce un significativo ostacolo alla prevenzione e alla risoluzione delle problematiche, alimentando un circolo vizioso che può sfociare in gravi conseguenze.

Per superare questa cultura del silenzio e promuovere un ambiente di lavoro trasparente e collaborativo, è fondamentale investire in modo consistente nella formazione continua degli operatori sanitari [Marum et al., 2022]. I programmi formativi devono andare oltre la semplice trasmissione di nozioni teoriche, focalizzandosi sullo sviluppo di competenze pratiche nella gestione del rischio, nell’analisi degli errori e nella comunicazione efficace [Mata et al., 2021]. Inoltre, è essenziale promuovere la condivisione delle esperienze e delle buone pratiche tra le diverse strutture sanitarie. L’adozione di un sistema di gestione del rischio condiviso con altre aziende si è rivelata una buona pratica in tal senso. La condivisione delle esperienze e delle segnalazioni, anche attraverso strumenti strutturati come l’Analisi delle Cause Profonde (ACP), permette di trasformare i rischi reattivi in proattivi, migliorando la gestione complessiva e creando una rete di apprendimento e collaborazione che favorisce il miglioramento continuo della qualità e della sicurezza delle cure.

È fondamentale sviluppare una cultura organizzativa che valorizzi la trasparenza e la responsabilità

La dimensione culturale è il vero motore della gestione del rischio: trasformarla richiede una strategia integrata e un impegno corale a ogni livello dell’organizzazione. Oltre alla formazione e alla condivisione delle esperienze, è fondamentale sviluppare una cultura organizzativa che valorizzi la trasparenza e la responsabilità [Falsini et al., 2023]. In questa prospettiva, la leadership aziendale deve svolgere un ruolo attivo nel promuovere un clima di fiducia, dove gli operatori si sentano sicuri nel riportare errori e situazioni critiche senza il timore di ripercussioni. Le politiche aziendali devono essere chiare e orientate al supporto piuttosto che alla punizione, favorendo un approccio sistemico alla risoluzione dei problemi e al miglioramento continuo. L’implementazione di strumenti tecnologici avanzati, come sistemi di monitoraggio in tempo reale e piattaforme per la gestione dei dati clinici, potrebbe ulteriormente supportare la cultura della trasparenza. Questi strumenti consentono di raccogliere e analizzare dati in maniera efficiente, facilitando l’identificazione precoce dei rischi e la tempestiva attuazione di interventi correttivi.

Un altro elemento chiave è l’inclusione attiva del personale sanitario nei processi decisionali riguardanti la gestione del rischio. Coinvolgere gli operatori nella pianificazione e nell’implementazione delle strategie di gestione del rischio non solo aumenterebbe il loro senso di responsabilità, ma migliorerebbe anche la qualità delle soluzioni adottate grazie al loro contributo diretto e alla loro esperienza sul campo.

Esperienze di gestione del rischio sanitario

L’analisi delle esperienze di alcune organizzazioni sanitarie lombarde evidenzia come la gestione del rischio stia progressivamente evolvendo da funzione specialistica a dimensione pienamente integrata nei processi decisionali strategici. Questo passaggio riflette una trasformazione più ampia del ruolo del risk management, che da attività prevalentemente tecnica tende a configurarsi come leva di governo organizzativo.

Nelle ASST, tale integrazione si realizza attraverso l’adozione di strumenti programmatori e sistemi di governance strutturati, che consentono di allineare la gestione del rischio agli obiettivi aziendali e alle indicazioni regionali. La definizione di programmi aziendali coerenti con il Piano Annuale di Risk Management (PARM), l’utilizzo sistematico dei dati derivanti dall’incident reporting e il coinvolgimento diretto del Risk Manager nei processi decisionali rappresentano elementi centrali di questo approccio.

In alcune organizzazioni sanitarie lombarde, la gestione del rischio sta evolvendo in una dimensione pienamente integrata nei processi decisionali strategici

Particolarmente rilevante è l’adozione di logiche riconducibili all’Enterprise Risk Management, che mirano a superare una gestione frammentata e verticale del rischio, promuovendo invece una visione sistemica e trasversale. In tal senso, come evidenziato da una Direzione di ASST, risulta fondamentale affrontare i rischi in una logica di sistema favorendo al massimo l’integrazione orizzontale. Coerentemente con questa impostazione, alcune organizzazioni hanno introdotto modelli innovativi basati sulla diffusione capillare della cultura del rischio, come nel caso della creazione di reti di “facilitatori del rischio” all’interno delle singole unità operative, con il compito di fungere da raccordo tra livello clinico e governance aziendale. Un’evoluzione analoga, seppur con caratteristiche specifiche, si osserva anche nelle ATS, dove la gestione del rischio si inserisce progressivamente nella cultura manageriale attraverso l’adozione di sistemi di gestione per la qualità, pratiche di auditing interno e la partecipazione a progetti regionali dedicati. In questo contesto, l’obiettivo è quello di sviluppare un approccio sempre più proattivo, orientato all’anticipazione delle criticità piuttosto che alla loro gestione reattiva.

Nonostante questi progressi, le organizzazioni evidenziano ancora diverse criticità nella promozione di una cultura della sicurezza e della trasparenza. Tra le principali emergono la resistenza al cambiamento, la limitatezza delle risorse disponibili, la presenza di barriere comunicative tra unità operative e una disomogeneità nel livello di supporto da parte della leadership. A questi fattori si aggiunge il timore delle implicazioni medico-legali, che continua a rappresentare un deterrente significativo alla segnalazione degli eventi avversi e dei quasi incidenti.

Permangono delle criticità, tra cui il timore delle implicazioni medico-legali

Per far fronte a tali criticità, le strategie adottate convergono su alcune direttrici comuni. In primo luogo, risulta centrale lo sviluppo di sistemi di segnalazione non punitivi, finalizzati a promuovere un clima di fiducia e apprendimento organizzativo. Parallelamente, viene rafforzato il ruolo della leadership nel sostenere attivamente le iniziative di sicurezza, accompagnato da investimenti in formazione continua e da interventi mirati al miglioramento dei canali di comunicazione interna. Un ulteriore elemento riguarda la progressiva standardizzazione delle procedure, con l’obiettivo di ridurre la variabilità organizzativa e aumentare l’affidabilità dei processi.

Nel loro insieme, queste leve evidenziano come la gestione del rischio non possa essere considerata una funzione isolata, ma richieda un allineamento complessivo tra cultura organizzativa, assetti di governance e pratiche operative.

La gestione del rischio richiede un allineamento complessivo tra cultura organizzativa, assetti di governance e pratiche operative

Guardando al futuro, le prospettive delineano uno scenario caratterizzato da una crescente complessità, legata in particolare all’introduzione di nuove tecnologie e alla trasformazione dei modelli assistenziali. Tra le principali sfide emergono l’integrazione delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, la necessità di garantire adeguati livelli di sicurezza informatica e protezione dei dati, l’evoluzione del quadro normativo e la gestione di percorsi assistenziali sempre più articolati e multidisciplinari. In questo contesto, come evidenziato dalle ASST, la rapida adozione dell’intelligenza artificiale aumenta la complessità e i potenziali rischi.

A livello di sistema, viene inoltre sottolineata l’esigenza di sviluppare modelli di gestione del rischio più avanzati e coordinati, capaci di superare i confini organizzativi e favorire una visione integrata. In questa direzione si colloca la prospettiva di un sistema di gestione del rischio globale orientato al miglioramento complessivo del sistema sociosanitari. Tale evoluzione implica un progressivo passaggio da logiche strettamente aziendali a logiche di ecosistema, nelle quali il coordinamento tra livelli locali, regionali e nazionali diventa un elemento imprescindibile per garantire efficacia, apprendimento e sostenibilità nel lungo periodo.

Conclusioni

La gestione del rischio in ambito sanitario non costituisce un mero adempimento burocratico, bensì un imperativo etico e professionale che deve permeare ogni livello dell’organizzazione. Per superare definitivamente la cultura del silenzio e della paura, è necessario un impegno multidimensionale che metta al centro la trasparenza, la formazione continua e una leadership di supporto (Tabella 1).

Dimensione

Valore per l’Organizzazione Sanitaria

Sicurezza delle cure

Riduce l’impatto negativo delle variabili interne ed esterne, garantendo un contesto operativo sicuro e resiliente per il paziente

Sostenibilità economica

Una gestione proattiva previene contenziosi legali e ottimizza i costi assicurativi, trasformando il rischio da costo a investimento

Evoluzione culturale

Promuove il passaggio dalla “cultura della colpa” a un clima di fiducia e trasparenza, essenziale per l’apprendimento organizzativo

Innovazione e AI

Prepara le strutture a governare la complessità derivante dall’introduzione dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali

Governance strategica

Integra il risk management nei processi decisionali aziendali, allineando la sicurezza agli obiettivi di salute regionali e nazionali

Tabella 1. Perché il risk management è prioritario oggi

La vera sfida del prossimo futuro risiede nella capacità di integrare le nuove tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale all’interno di modelli di gestione sempre più proattivi e meno reattivi. In questo scenario, il risk management evolve da funzione tecnica a vera e propria leva di governo strategico, capace di muoversi in una logica di ecosistema.

Solo attraverso questo approccio olistico e condiviso, supportato da una standardizzazione dei processi e da una governance strutturata, sarà possibile garantire non soltanto la sicurezza del paziente, ma la sostenibilità stessa del sistema sociosanitario nel lungo periodo.

Bibliografia

“Dopo di Noi” e Sla, la Toscana integra i fondi per garantire continuità assistenziale

«Noi assumiamo impegni concreti. A livello nazionale invece la presa in carico delle persone con disabilità non sempre si accompagna a dotazioni finanziarie adeguate». È la riflessione e sottolineatura con cui il Presidente della Toscana Eugenio Giani e l’Assessora alla sanità e alle politiche sociali della Toscana, Monia Monni, accompagnano l’adozione da parte della giunta regionale di due provvedimenti molto attesi: l’assegnazione delle risorse per il 2024 per proseguire i progetti toscani per il “Dopo di Noi” che coinvolgono oltre novecento persone e il sostegno per l’assistenza a domicilio per i malati di Sla.

La Regione Toscana ha integrato il fondo nazionale per non interrompere servizi per le persone con gravi disabilità inserite nei progetti sul “Dopo di Noi”

Nuovi criteri di riparto e un taglio orizzontale del 12% dei fondi nazionali avevano ridotto le risorse finora utilizzate per finanziare servizi e percorsi di accoglienza di persone con gravi disabilità e prive del tutto o in parte del sostegno familiare inserite nei progetti sul “Dopo di Noi”. Il serrato confronto tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali e Regioni ha allungato l’iter per più di un anno: il rischio era di dover interrompere, anche per via dei minori finanziamenti, percorsi e servizi in essere e così la Regione Toscana, che in parte quei soldi li aveva anticipati, ha deciso poi di integrare il fondo nazionale con proprie risorse, per oltre un milione e centomila euro che si aggiungono ai quasi 4 milioni e 147mila euro nazionali.

«Abbiamo garantito – spiega Monni – la continuità abitativa, affettiva e relazionale delle persone con disabilità che si sono impegnate in questi anni a conseguire un’effettiva autonomia dal nucleo familiare di origine, vivendo esperienze di vita comunitaria negli oltre novanta appartamenti per il “Dopo di noi”. Anzi, siamo riusciti a sostenere anche ulteriori iniziative per fabbisogni straordinari».  

La giunta ha anche stanziato fondi per l’assistenza a domicilio delle persone con Sla

Per l’assistenza a domicilio delle persone malate di Sla e per assicurare il mantenimento del contributo da 1.650 euro al mese per l’assunzione di un assistente personale la giunta ha stanziato invece più di due milioni e 600mila euro. Il contributo esiste dal 2009 e lo scorso anno ne hanno goduto 157 persone. Si tratta di risorse prelevate dal 2016 dal fondo nazionale per le non autosufficienze, una quota che la Regione Toscana ha deciso di destinare prioritariamente a chi si trova in queste condizioni di salute. Le risorse sono assegnate alle Asl, che poi erogano il contributo ai destinatari. L’assistente personale è scelto direttamente dalla persona malata di Sla o dalla famiglia, può essere un familiare o un’altra persona, rappresenta un supporto nel gravoso carico assistenziale e permette di potersi curare restando nel proprio contesto di vita.

«Chiediamo al governo nazionale – concludono Giani e Monni – di sostenere con più forza e risorse adeguate i percorsi di presa in carico delle persone con disabilità». «Il Dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità non ha ad esempio – spiega l’Assessora – stanziato l’annualità 2025 del fondo caregiver. Lo stesso vale, a seguito del decreto per la riforma in materia di disabilità, per il fondo per l’implementazione dei progetti di vita promossi nelle province italiane in sperimentazione fino al 31 dicembre 2026, dove tre sono i territori toscani interessati: Firenze, Massa Carrara e Arezzo». «Il taglio del fondo con la legge di bilancio statale, da 25 milioni annui a 23 milioni e 750mila su base nazionale – conclude Monni – abbinato all’allargamento della platea dei beneficiari che si è determinato per effetto della norma, impoverisce ancor più il paniere delle risorse a disposizione per l’attuazione della riforma in materia di disabilità portata avanti dai servizi sanitari e sociosanitari, senza nessuna ulteriore risorsa aggiuntiva».

“Ricordati di Stare Bene”: premiati i territori che promuovono l’aderenza terapeutica

C’è un’Italia fatta di comuni che ogni giorno si prendono cura del benessere dei propri cittadini. Un’Italia concreta, capace di fare rete affinché prevenzione e costanza siano presenti nella vita quotidiana. Un’Italia che con creatività e impegno si attiva per promuovere con determinazione la salute delle persone. È questo lo spirito che emerge dall’evento conclusivo della campagna di comunicazione “Ricordati di Stare Bene, l’iniziativa promossa da HappyAgeing – Alleanza Italiana per l’Invecchiamento Attivo e Federsanità – Confederazione delle Federsanità ANCI Regionali sull’importanza dell’aderenza terapeutica nella popolazione over 65 e con malattie croniche.

I vincitori della “challenge lanciata dalla campagna, volta a riconoscere le realtà più attive nel sensibilizzare sulla tematica, sono stati presentati oggi a Roma nella Sala Conferenze ANCI nel corso dell’evento “L’aderenza terapeutica al centro della gestione della cronicità”. Sul podio il Comune di Anzio, che ha ottenuto il “Premio Silver Engagement”, il Comune di Siena, che ha conquistato il “Premio Communication Impact”, e l’Azienda Tutela della Salute Liguria – Area Sociosanitaria Locale n. 4, che ha ricevuto il “Premio Networking – Speciale Cronicità”. Alla Farmacia Marzani di Castelli Calepio, in provincia di Bergamo, la Menzione Speciale, riconoscimento assegnato anche a Federsanità ANCI Friuli-Venezia Giulia.

Nell’intero Stivale è stato attivato un percorso diffuso di informazione e sensibilizzazione sull’aderenza alle terapie soprattutto nei casi di cronicità

Il dato più significativo arriva dalla risposta dell’intero Stivale: da Nord a Sud comuni grandi e piccoli, enti regionali e farmacie hanno accolto positivamente la campagna attivando un percorso diffuso di informazione e sensibilizzazione sull’aderenza alle terapie soprattutto nei casi di cronicità. Un impegno che lascia in eredità un patrimonio di consapevolezza e collaborazione tenendo sempre presente l’importanza di cure efficaci e una migliore qualità di vita per la popolazione. La scarsa aderenza terapeutica, la difficoltà nel seguire con continuità e in modo corretto le terapie resta, infatti, una delle principali criticità della salute pubblica, in particolare nella popolazione over 65, che spesso convive con patologie cardiovascolari e croniche, con impatti importanti sulla vita dei pazienti e sulla sostenibilità del sistema sanitario.

“Ricordati di Stare Bene”, ideata da HappyAgeing e Federsanità, durata da ottobre 2025 allo scorso aprile, è stata realizzata in collaborazione con ASSOFARM – Associazione delle Aziende e Servizi Socio-Farmaceutici, Federfarma – Federazione Nazionale Unitaria dei Titolari di Farmacia Italiani, Rete Città Sane – OMS, FAP ACLI, FNP CISL, SPI CGIL e UILP UIL, con il patrocinio di ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani e Fondazione IFEL ANCI per la Finanza Locale, e con il contributo non condizionante del Gruppo Servier in Italia.

Un’Italia che fa rete

Accanto alle attività più strutturate come incontri pubblici, iniziative nelle farmacie e momenti di confronto con la cittadinanza, sono state realizzate numerose azioni di prossimità senza dimenticare la comunicazione digitale. Azioni diverse, per caratteristiche e modalità, ma tutte finalizzate a tradurre i messaggi della campagna in attività concrete e vicine alle persone, soprattutto anziani e fragili.

“Ricordati di Stare Bene” ha coinvolto, in particolare, oltre 80 comuni rappresentativi di un bacino potenziale di circa 8 milioni di cittadini, attivando una rete territoriale – e piazze virtuali – di sensibilizzazione e vincendo la “sfida” di portare il tema dell’aderenza terapeutica, anche quando c’è una cronicità, nei contesti locali.

Più di 80 comuni hanno organizzato attività strutturate e azioni di prossimità

«Siamo molto soddisfatti di come questa campagna si sia sviluppata nel tempo e dei risultati che ha saputo generare. Quello che abbiamo visto nei territori non sono state semplici adesioni formali, ma iniziative di valore. “Ricordati di Stare Bene” ha coinvolto attori nuovi che, una volta entrati in questo percorso, hanno saputo contribuire in modo autentico e originale, arricchendo la campagna stessa – ha sottolineato Francesco Macchia, Direttore di HappyAgeing durante l’evento – Lanciare una iniziativa come questa non era scontato: richiede coraggio, visione e la volontà di mettere al centro un tema spesso trascurato nel dibattito pubblico. HappyAgeing lo ha fatto e ribadisce la necessità di dare seguito a quanto costruito lavorando tutti insieme alla creazione di un’Alleanza che possa dare continuità agli sforzi fatti e trasformare la sensibilizzazione in cambiamento strutturale. Occorre, quindi, fare rete più possibile perché la mancata aderenza terapeutica, in particolare in caso di patologie croniche, rappresenta un grandissimo limite alle nostre capacità di cura».

«La campagna “Ricordati di Stare Bene” ha rappresentato un’importante occasione per riportare al centro del dibattito pubblico il tema dell’aderenza terapeutica, contribuendo a sensibilizzare cittadini, istituzioni e operatori sanitari sull’importanza di seguire correttamente i percorsi di cura, soprattutto per le persone anziane e i pazienti cronici – ha affermato Fabrizio d’Alba, Presidente Nazionale Federsanità – I risultati raggiunti hanno confermato quanto sia fondamentale investire nella prevenzione, nell’informazione e nella prossimità territoriale per migliorare la qualità della vita delle persone e rafforzare la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. La risposta ricevuta nei territori, grazie al coinvolgimento delle aziende sanitarie, dei Comuni e delle reti civiche, ha dimostrato che costruire consapevolezza attorno alla salute è possibile solo attraverso un lavoro condiviso e continuativo. L’esperienza maturata con “Ricordati di Stare Bene” – ha aggiunto – non si conclude con la fine della campagna. Federsanità continuerà a promuovere sui territori iniziative, percorsi di sensibilizzazione e strumenti di supporto rivolti ai cittadini, affinché l’aderenza terapeutica diventi sempre più parte integrante di una cultura della salute fondata sulla responsabilità, sulla vicinanza ai bisogni delle persone e sulla collaborazione tra istituzioni e comunità».

«L’aderenza terapeutica è un vero patto di responsabilità tra cittadini, comunità e sistema sanitario»

«L’aderenza terapeutica non è soltanto una corretta assunzione dei farmaci, ma un vero patto di responsabilità tra cittadini, comunità e sistema sanitario. La campagna “Ricordati di Stare Bene” dimostra quanto sia fondamentale costruire reti territoriali capaci di accompagnare soprattutto gli anziani e i pazienti cronici nei percorsi di cura. Come Federsanità – ha evidenziato Giovanni Iacono, Vicepresidente Vicario di Federsanità con Delega specifica sul progetto – crediamo che prevenzione, prossimità e partecipazione civica siano strumenti decisivi per migliorare la qualità della vita e ridurre ricoveri evitabili. I Comuni, insieme ai professionisti sanitari e al Terzo settore, possono diventare protagonisti di una nuova alleanza per la salute pubblica».

«Siamo orgogliosi di aver sostenuto la campagna “Ricordati di Stare Bene”, un’iniziativa che ha dimostrato come la cura diventi realmente efficace quando si fa rete sul territorio. L’invecchiamento della popolazione sta generando una crescente domanda di assistenza che l’attuale SSN fatica a soddisfare, determinando criticità sociali e sanitarie. Parlando di malattie cardiovascolari, è prioritario investire nella prevenzione primaria e secondaria promuovendo stili di vita salutari e favorendo l’aderenza terapeutica, che non è solo un atto medico, ma un pilastro fondamentale della salute pubblica. In una popolazione sempre più anziana e fragile, cronica e complessa, migliorare i livelli di aderenza alle cure significa prevenire complicanze gravi e garantire anni di vita in salute oltre che contribuire alla sostenibilità del SSN», ha concluso Emilio Gagliardi, Managing Director Servier Italia & Malta.

“Ricordati di stare bene”, i vincitori della “sfida” sull’aderenza

A chiusura della campagna sono stati assegnati i riconoscimenti alle realtà locali più attive nella diffusione dei contenuti, sulla base della capacità di coinvolgimento dei territori e dell’efficacia delle iniziative. Cinque i Premi attribuiti.

Premio Silver Engagement

Il premio riconosce al Comune di Anzio un impegno costante e coerente nella promozione dell’aderenza terapeutica e della corretta assunzione delle terapie. Grazie alla diffusione di materiali informativi, al coinvolgimento dei medici di famiglia e al dialogo continuo con la popolazione over 65, la campagna ha raggiunto i cittadini in modo concreto e vicino alla quotidianità. L’uso di linguaggi e strumenti comunicativi diversi, istituzionali e più creativi, ha inoltre favorito una maggiore comprensione e attenzione al tema, soprattutto tra gli anziani. Il premio è stato consegnato da Claudia Giovannini, Responsabile Area Salute, Pari Opportunità, Politiche Attive del Lavoro e Conferenze, ANCI, a Serena De Lucia, Presidente Commissione Servizi Sociali del Comune di Anzio.

Premio Communication Impact

Il premio riconosce al Comune di Siena il valore comunicativo e sociale degli “Stati Generali della Salute”, iniziativa che ha promosso un confronto ampio e partecipato sui temi della longevità, della prevenzione e della qualità della vita. Nell’ambito della giornata dedicata alla longevità, l’aderenza terapeutica è stata valorizzata come elemento centrale nella gestione della cronicità e nella continuità delle cure. L’evento ha inoltre contribuito ad ampliare la diffusione della campagna, rafforzando il coinvolgimento della comunità e del territorio. Il premio è stato consegnato da Francesco Caroli, Coordinatore Nazionale Rete Città Sane – OMS, a Nicoletta Fabio, Sindaco del Comune di Siena, insieme a Giuseppe Giordano, Assessore alla Sanità e Diritto alla Salute del Comune di Siena.

Premio Networking – Speciale Cronicità

Il premio assegnato all’Azienda Tutela della Salute Liguria – Area Sociosanitaria Locale n.4 riconosce la capacità di costruire e consolidare una rete territoriale efficace e inclusiva per la gestione della cronicità e la promozione dell’aderenza terapeutica, attraverso strumenti informativi accessibili e attività rivolte all’intera popolazione, comprese le fasce meno digitalizzate. Un impegno particolarmente rilevante nelle patologie croniche, come quelle cardiovascolari, dove continuità delle cure, consapevolezza del paziente e prossimità dei servizi rappresentano elementi fondamentali per la qualità dell’assistenza nel tempo. Il Premio è stato consegnato da Viviana Ruggieri, External Relations, Market Access & Regulatory Director, Servier Group Italia, a Rosaria Canevari, Dirigente Farmacista Struttura Complessa S.C. Farmacia Azienda Tutela della Salute Liguria – Area Sociosanitaria Locale n.4, e Maria Elena Secchi, Coordinatore Area 4 – Azienda Tutela della Salute Liguria – Area Sociosanitaria Locale, collegata da remoto.

Menzioni Speciali

La Menzione Speciale assegnata alla Farmacia Marzani (Castelli Calepio, BG) riconosce la capacità di affrontare il tema dell’aderenza terapeutica con un linguaggio innovativo, accessibile e vicino alla quotidianità delle persone. Un approccio efficace nel coinvolgere un pubblico ampio, in particolare le fasce più anziane, favorendo una maggiore attenzione alla corretta assunzione delle terapie. Un contributo che conferma la farmacia come presidio di prossimità e punto di riferimento per la continuità delle cure. Il premio è stato consegnato da Eugenio Leopardi, Presidente Federfarma Lazio e Coordinatore del Consiglio Nazionale della Federazione Nazionale Unitaria dei Titolari di Farmacia Italiani, a Mario Andolfi, Titolare della Farmacia Marzani, collegato da remoto.

La Menzione Speciale assegnata a Federsanità ANCI Friuli-Venezia Giulia riconosce l’impegno costante e concreto nel farsi promotrice dei contenuti della campagna, contribuendo in modo significativo e rilevante alla loro diffusione. Una collaborazione che rappresenta un esempio tangibile di partecipazione attiva e responsabile, per contribuire agli obiettivi di salute pubblica e favorire una cultura diffusa dell’aderenza terapeutica. Il premio è stato consegnato da Michele Conversano, Presidente C.T.S. HappyAgeing, a Giuseppe Napoli, Presidente Federsanità ANCI Friuli-Venezia Giulia.

“L’aderenza terapeutica al centro della gestione della cronicità” è un evento realizzato con il contributo non condizionante del Gruppo Servier in Italia.

A tre anni dal decreto che ne programmava l’estinzione gettonisti ancora nella metà dei pronto soccorso

Rapporti di lavoro precario ancora diffusi

In base al decreto di tre anni fa, che avviava i loro contratti “ad esaurimento”, dovevano essere l’eccezione, che ad oggi invece conferma la regola: nella metà abbondante dei pronto soccorso dei nostri ospedali si fa ancora uso dei gettonisti, con tutto quel che ne consegue in termini di spesa e, soprattutto, di organizzazione del lavoro. Segno di una carenza di personale, indicata come una priorità sulla quale intervenire da oltre il 57% dei medici. Certo è che le condizioni di lavoro vengono giudicate in peggioramento da sette professionisti su dieci e questo spinge il 26,4% dei medici a pensare di lasciare anticipatamente il lavoro, mentre il 20,2% pianifica la fuga verso il privato e il 10,1% valuta l’estero.

L’indagine FADOI e il malessere della classe medica

È questa l’anamnesi che inquadra lo stato di profondo malessere della classe medica fornita dall’indagine di FADOI – la Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti – condotta su un campione rappresentativo di tutte le Regioni, eccetto Basilicata e Valle d’Aosta, presentata in occasione del Congresso nazionale di Rimini dal 23 al 25 maggio. Uno stato di stress lavorativo che oggi vive un medico su quattro e che ha spinto il 65,4% degli internisti ospedalieri a vivere almeno una volta una condizione di burnout, che porta con sé “stanchezza cognitiva”, più errori diagnostici e peggiore comunicazione con i team sanitari e con i pazienti. Come tutto ciò finisca per mettere a rischio la salute dei ricoverati lo mette in chiaro uno studio della Johns Hopkins University School of Medicine, che rileva come il 36% dei medici in burnout commetta almeno un errore grave all’anno. Percentuale che, proiettata sui numeri italiani, si sostanzierebbe nel rischio di 20mila errori gravi compiuti dai medici, 70mila e oltre da parte degli infermieri per un totale di circa 100mila errori sanitari all’anno.

Normativa e realtà: il ricorso ai gettonisti

Tornando ai gettonisti, è bene ricordare che il Decreto-legge 34 del 2023 e le successive modificazioni ne hanno limitato l’uso solo in via temporanea ed eccezionale, con la progressiva eliminazione dei contratti con cooperative di medici e il divieto di nuove forme di esternalizzazioni non giustificate. Ebbene, se guardiamo alle Unità operative di medicina interna, l’indagine FADOI rileva che meno del 20% fa ancora in qualche misura uso di gettonisti o professionisti con contratto di lavoro autonomo. Le cose però cambiano, e di molto, quando si punta la lente sui pronto soccorso dove prestano la loro opera molti medici di medicina interna. Qui il ricorso alle esternalizzazioni avviene nel 54,8% delle strutture. Spesso, come più volte rilevato dalle cronache, in assenza di specializzazione e di affiatamento con i team professionali dell’ospedale.

Stress, burnout e fuga dal Servizio sanitario nazionale

Ma a mettere a rischio i pazienti è anche lo stress lavorativo che colpisce sempre più camici bianchi spingendoli fuori dal perimetro del nostro SSN. Il 25% degli internisti – ma le stesse percentuali verrebbero probabilmente ricavate anche per altre specialità mediche – si trova a soffrire uno stato di burnout, che ha colpito in passato almeno una volta il 65,4% di loro. Questo spinge un medico su quattro (per l’esattezza il 26,4%) a meditare il pensionamento anticipato, mentre il 20,2% pensa di lasciare il pubblico per il privato, con il 10,1% che opterebbe invece per la fuga all’estero, magari alla ricerca di retribuzioni e condizioni di lavoro migliori.

Meno attrattive le case di comunità, i nuovi maxi ambulatori finanziati con 2 miliardi del PNRR, dove dovrebbero lavorare al fianco medici di famiglia e specialisti ambulatoriali, ma che la proposta di Decreto-legge presentata dal Ministro della Salute Orazio Schillaci alle Regioni apre anche ai medici dipendenti. Un cambio di casacca che nell’indagine FADOI sembra suscitare interesse nel 18,8% dei medici internisti, che per la loro visione a 360 gradi dei pazienti con pluricronicità sarebbero probabilmente tra gli specialisti ospedalieri più indicati a supportare l’attività assistenziale delle nuove strutture territoriali.

Condizioni di lavoro e priorità per il rilancio

Resta il fatto che a spingere i medici fuori dall’ospedale sono le peggiorate condizioni di lavoro dentro i reparti, giudicate tali dal 49,5% dei medici internisti e “molto peggiorate” dal 19,7% di loro, mentre chi vede le cose meglio di prima è soltanto il 14,9%.

Variegate le ricette fornite dai medici per migliorare qualità dell’assistenza e condizioni di lavoro. Potendo dare anche due risposte, il 57,2% ha indicato come prioritaria l’assunzione di personale medico e infermieristico. Ma l’opzione più gettonata dal 61,5% è la riclassificazione delle medicine interne da bassa a medio-alta intensità di cura. Un riconoscimento della complessità dei casi già oggi trattati dalle Unità operative dove prestano assistenza gli internisti, che dovrebbe coerentemente tradursi in maggiori dotazioni di letti, personale e tecnologie sanitarie. Per il 34,6% tra le priorità ci sarebbe invece garantire un maggiore coordinamento e la continuità assistenziale tra ospedale e territorio, mentre il 17,8% indica l’offerta di maggiori opportunità di carriera e appena il 3,9% il rinnovamento del parco tecnologico ospedaliero.

Montagnani, Presidente FADOI: «Rischio desertificazione ospedali dietro l’angolo»

«I risultati dell’indagine – commenta il Presidente FADOI, Andrea Montagnani – indicano che la desertificazione dei nostri ospedali pubblici non è uno spettro agitato per interessi di categoria ma un rischio reale. Carichi di lavoro a volte insopportabili e incompatibili con un minimo di vita privata e familiare, scarse aspettative di carriera e condizioni contrattuali non degne della professione hanno già spinto circa 12mila medici negli ultimi anni ad abbandonare il servizio pubblico. Un vuoto che diventerebbe voragine se ora decidesse di passare dalle intenzioni ai fatti soltanto un terzo di quel 57% che ha manifestato l’idea di lasciare o per il pensionamento anticipato o per il privato oppure per l’estero».

«Come uscire da questa situazione – prosegue il Presidente FADOI – ce lo dicono gli stessi medici internisti, che indicano tra le priorità assumere personale, creare un legame più solido tra ospedale e territorio con una regia che strategicamente potrebbe essere affidata alle medicine interne, che più di altre specialità si fanno carico di pazienti fragili e complessi. Ma proprio per gli internisti la priorità delle priorità resta quella di rendere coerente la classificazione delle medicine interne con le sempre più complesse funzioni assistenziali svolte. Come indicano i dati allarmanti sul burnout, ne va della salute dei medici, ma in primis della qualità delle cure».

Sanità digitale, l’Italia accelera: 2,7 miliardi investiti ma l’AI corre più veloce del sistema

C’è un momento in cui la trasformazione digitale smette di essere una promessa e diventa infrastruttura. La sanità italiana sembra trovarsi esattamente lì: in una terra di mezzo dove il PNRR ha acceso i motori dell’innovazione, ma dove il rischio concreto è che il sistema non riesca ancora a reggere la velocità del cambiamento.

Per la prima volta la digitalizzazione sanitaria non appare più un insieme di sperimentazioni isolate, ma un asse strategico del SSN

È il quadro restituito dall’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, dal titolo emblematico: “Consolidare il futuro: la Sanità Digitale tra investimenti da valorizzare e nuove sfide dell’AI”. Una ricerca che racconta un settore in piena accelerazione, ma anche attraversato da fragilità profonde.

La spinta del PNRR: 2,7 miliardi per la sanità digitale

Nel 2025 la spesa per la sanità digitale in Italia ha raggiunto i 2,7 miliardi di euro, con una crescita del 9% rispetto al 2024. Un incremento trainato soprattutto dagli investimenti del PNRR, in particolare sul Fascicolo sanitario elettronico 2.0 e sulle infrastrutture regionali di telemedicina.

Ma dietro il dato economico si nasconde un elemento politico e organizzativo molto più rilevante: per la prima volta la digitalizzazione sanitaria non appare più un insieme di sperimentazioni isolate, ma un asse strategico del Servizio sanitario nazionale.

Le aziende sanitarie indicano con chiarezza le priorità dei prossimi anni: cybersecurity (90%), servizi digitali al cittadino (81%), cartella clinica elettronica (76%), telemedicina (74%), AI (71%), in crescita di 8 punti percentuali rispetto al 2025.

La cybersecurity si conferma dunque la prima preoccupazione del sistema, segnale di una sanità sempre più esposta al rischio cyber. Ma il vero protagonista emergente è l’AI, ormai entrata stabilmente nell’agenda strategica delle organizzazioni sanitarie.

Ambiti ritenuti molto rilevanti dal punto di vista dei decisori strategici delle aziende sanitarie italiane (campione: 68 aziende sanitarie). Fonte: Osservatorio Sanità Digitale 2026, Politecnico di Milano

I nodi irrisolti: soldi, competenze e sostenibilità

La ricerca dell’ateneo milanese mostra però come le criticità strutturali restino ancora largamente irrisolte.

La limitata disponibilità di risorse economiche continua a rappresentare il principale ostacolo all’innovazione per il 48% delle strutture sanitarie, anche se in calo di 7 punti percentuali rispetto al 2024. Seguono carenza di competenze (36%), scarsa cultura digitale (29%) e rischio di sostenibilità post-PNRR (27%).

Cosa succederà quando finirà la spinta straordinaria dei fondi europei?

Ed è proprio quest’ultimo dato a raccontare la vera inquietudine del settore: cosa succederà quando finirà la spinta straordinaria dei fondi europei?

Molte strutture temono che i progetti avviati possano rallentare, essere ridimensionati o addirittura interrompersi. Nel privato, invece, cresce la preoccupazione per i costi necessari ad adeguarsi agli standard di interoperabilità del Fascicolo sanitario elettronico (Fse), segnalata dal 17% delle organizzazioni.

Telemedicina: piattaforme pronte, utilizzo ancora limitato

Sul fronte della telemedicina, il 2025 ha segnato il completamento degli interventi necessari per rendere operative le piattaforme regionali previste dal PNRR. Tuttavia, nei primi mesi del 2026 gli effetti concreti sugli utilizzi risultano ancora limitati.

Le Regioni stanno procedendo con strategie differenti. Alcune hanno puntato sulle patologie croniche ad alta incidenza, altre hanno scelto di partire dalle strutture già coinvolte in progetti precedenti.

La televisita è oggi il servizio più diffuso – presente nel 61% delle strutture sanitarie e utilizzata dal 29% dei medici specialisti e dei medici di medicina generale (Mmg). Seguono il teleconsulto tra ospedali (49%) e il telemonitoraggio (30%).

Meno di un terzo dei professionisti utilizza piattaforme dedicate all’uso sanitario

Ma il dato più significativo è un altro: meno di un terzo dei professionisti utilizza piattaforme dedicate all’uso sanitario. Segno che il cambiamento organizzativo è ancora lontano dall’essere completato.

Anche le farmacie stanno assumendo un ruolo crescente in tema di digitalizzazione dei servizi sanitari. L’84% offre servizi di telecardiologia e il 19% quelli di teledermatologia.

Cartella clinica elettronica e Fascicolo sanitario: la sfida dei dati

L’83% delle strutture sanitarie dichiara di avere una cartella clinica elettronica attiva. E tra i professionisti, la utilizza il 63% dei medici specialisti, il 47% degli infermieri, in crescita di 6 punti percentuali.

Nelle strutture pubbliche il livello di utilizzo tra gli specialisti ospedalieri raggiunge addirittura il 77%, chiaro effetto degli investimenti PNRR.

In crescita anche l’utilizzo del Fse, le cui potenzialità sono sfruttate da quasi uno specialista su due, cioè il 48% (+4%), dal 67% dei medici di medicina generale (+10%) e dal 30% degli infermieri (+4%).

Quanto ai cittadini, il 53% degli italiani ha effettuato almeno un accesso al Fse, con un incremento di 11 punti percentuali rispetto al 2024.

Oltre un italiano su due ha utilizzato il Fse almeno una volta nell’ultimo anno (+11%)

Eppure, il sistema resta frenato da problemi di interoperabilità e integrazione incompleta. Accede al Fse direttamente dagli strumenti aziendali solo il 30% dei medici specialisti e il 20% degli infermieri.

Una criticità che rischia di compromettere anche il futuro Ecosistema dei Dati Sanitari (Eds), destinato dal 2027 a passare sotto la responsabilità operativa di Agenas.

L’AI entra negli ospedali. Ma spesso senza governance

La parte più dirompente della ricerca riguarda però l’intelligenza artificiale.

L’Osservatorio fotografa una situazione paradossale: le aziende sanitarie stanno adottando l’AI lentamente, mentre i professionisti la stanno già usando massicciamente, spesso con strumenti non aziendali e non progettati per uso clinico.

Le soluzioni di AI per il supporto alla diagnosi sono presenti solo nel 10% delle strutture sanitarie. Ma tra i medici specialisti il 34% utilizza già AI per supporto diagnostico, il 28% usa strumenti per generazione o revisione di testi.

Ancora, la ricerca evidenzia come l’utilizzo dell’AI generativa nell’ultimo anno è esploso un po’ tra tutte le professioni sanitarie. In particolare, la utilizza il 61% dei medici specialisti (+35%), il 61% dei Mmg (+19%) e il 37% degli infermieri (+18%).

Quasi sempre, però, si tratta di piattaforme generaliste.

Circa sei medici su dieci utilizzano l’AI generativa nella pratica clinica

Molto interessante anche un altro aspetto: i professionisti mostrano una crescente consapevolezza dei rischi collegati all’uso dell’AI nella propria pratica medica. Il 63% dei medici specialisti teme criticità legate alla responsabilità professionale e il il 70% riconosce che gli output dipendono fortemente dalla qualità dei prompt.

Utilizzo dell’AI generativa da parte dei professionisti sanitari (campione: 759 medici specialisti, 137 MMG e 1.150 infermieri). Fonte: Osservatorio Sanità Digitale 2026, Politecnico di Milano

Competenze insufficienti: solo il 2% dei medici è davvero preparato

Il vero allarme emerge sul fronte delle competenze. Secondo l’Osservatorio, infatti, solo il 2% degli specialisti dichiara competenze buone o ottime in tutti gli ambiti dell’AI e appena un terzo ha partecipato a programmi di formazione specifici.

Ma quali sono le lacune principali? Significativo sottolineare che riguardano aspetti fondamentali quali il concetto di Explainable AI, conosciuto solo dall’8% dei professionisti della salute, la capacità di riconoscere contenuti manipolati o generati artificialmente (lo sa fare solo l’8%). Ancora, appena il 15% dichiara competenze di change management.

L’adozione dell’AI, insomma, sta correndo molto più rapidamente della capacità del sistema di governarla.

Anche i cittadini cambiano: il boom dell’AI per la salute

La rivoluzione digitale della sanità e della salute però non riguarda soltanto medici e ospedali.

La quota di cittadini che utilizza strumenti di AI generativa per temi sanitari è passata dall’11% al 36% in un solo anno. Tra i pazienti la percentuale raggiunge il 38%.

Gli utilizzi più frequenti sono legati ad autodiagnosi, interpretazione di esami clinici e spiegazione di referti.

La quota di cittadini che utilizza strumenti di AI generativa per temi sanitari è passata dall’11% al 36% in un solo anno

Il 32% dei cittadini ha già sentito parlare di soluzioni come “ChatGPT Salute”, mentre l’11% dichiara che le utilizzerebbe, spesso solo su indicazione del medico.

È un segnale potentissimo: la domanda di supporto digitale alla salute esiste già. E oggi viene intercettata quasi esclusivamente da piattaforme generaliste sviluppate dalle Big Tech.

La sensazione, leggendo i dati dell’Osservatorio, è che la sanità italiana abbia ormai imboccato una strada senza ritorno. L’AI è già entrata nei reparti, nelle farmacie, negli studi medici e persino nelle case dei cittadini. Il punto non è più capire se questa trasformazione avverrà, ma se il sistema sarà capace di governarla.

Perché la vera partita, adesso, non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda il modello di sanità che l’Italia vuole costruire: una sanità dove i dati rafforzano la relazione di cura, oppure un ecosistema dove gli algoritmi iniziano a colmare, da soli, i vuoti lasciati dall’organizzazione umana.

Tumore ovarico, il digiuno peri-chemioterapia migliora la risposta alle cure

Una ricerca del Policlinico Gemelli-Università Cattolica del Sacro Cuore, coordinata dalla Professoressa Claudia Marchetti, Associato di Ginecologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, Responsabile della UOS Prevenzione dei Tumori Ginecologici Eredo-Familiari, della UOC di Ginecologia Oncologia di Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS, è stata selezionata tra gli oltre 3.400 abstract che saranno presentati all’ASCO Annual Meeting 2026 per la presentazione alla conferenza stampa pre-congressuale ispirata agli stili di vita.

Lo studio ha riguardato 36 donne con tumore dell’ovaio in stadio avanzato (III-IV), per valutare l’effetto del digiuno sui livelli di insulina e sull’efficacia della chemioterapia neoadiuvante a base di carboplatino e paclitaxel. Le partecipanti sono state suddivise in due gruppi: il primo ha seguito un protocollo di digiuno di 36 ore prima e 24 ore dopo ciascun ciclo di chemioterapia, mentre il gruppo di controllo ha mantenuto una normale alimentazione. Durante il digiuno erano consentiti acqua, tisane, brodo vegetale leggero e fino a 2 litri di succo vegetale, per un massimo di 350 calorie al giorno.

Risultati principali

Dopo tre cicli di chemioterapia, il gruppo sottoposto a digiuno controllato ha mostrato una significativa riduzione dei livelli di insulina, ormone associato alla crescita tumorale e alla resistenza ai trattamenti. Sono stati registrati inoltre una migliore risposta patologica alla chemioterapia (quasi il 60% delle pazienti ha ottenuto una risposta completa o quasi completa, rispetto a meno del 20% nel gruppo con dieta libera) e un prolungamento della sopravvivenza libera da progressione, pari ad oltre 38 mesi nel gruppo sottoposto a “digiuno” peri-terapia rispetto ai 24 mesi osservati nel gruppo di controllo. Nelle donne sottoposte a digiuno controllato sono state rilevate modificazioni immunologiche favorevoli, associate a una maggiore efficacia del trattamento antitumorale.

Tutte le pazienti del gruppo digiuno hanno completato il trattamento. Gli effetti collaterali osservati (soprattutto riduzione dei globuli bianchi e dell’emoglobina) sono risultati sovrapponibili tra i due gruppi.

«Le pazienti con carcinoma ovarico avanzato continuano ad avere una prognosi sfavorevole. È quindi fondamentale individuare nuove strategie»

«Nonostante i progressi della chirurgia e della chemioterapia – commenta la Professoressa Marchetti – le pazienti con carcinoma ovarico avanzato continuano ad avere una prognosi sfavorevole. È quindi fondamentale individuare nuove strategie sicure, sostenibili e facilmente applicabili per migliorare l’efficacia delle cure».

Secondo gli esperti dell’ASCO, i risultati di questo studio sono promettenti e confermano dati preliminari già emersi in precedenti studi sul ruolo metabolico del digiuno durante le terapie oncologiche. Saranno ora necessari studi clinici più ampi per validare questi risultati e comprendere meglio i meccanismi biologici alla base del miglioramento della risposta alle terapie oncologiche.

Osteopati, equipollenza dei titoli in Gazzetta Ufficiale: si chiude l’iter

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto sull’equipollenza dei titoli in osteopatia, si completa il percorso attuativo previsto dalla Legge 3 del 2018, che ha istituito la professione sanitaria di osteopata. Un passaggio storico che segna, in modo definitivo, l’ingresso dell’osteopatia e degli osteopati italiani nel Servizio sanitario nazionale.

«Oggi celebriamo un momento che resterà inciso nella storia della nostra professione» ha dichiarato Mauro Longobardi, Presidente del ROI – Registro Osteopati d’Italia. «La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del 22 maggio 2026 dell’ultimo decreto attuativo previsto dalla Legge 3 del 2018, quello dedicato all’equipollenza dei titoli in osteopatia, rappresenta molto più di un passaggio legislativo: è il compimento di un percorso, il riconoscimento di una storia fatta di professionisti, la consacrazione di un impegno collettivo».

L’iter completo

«Il percorso di regolamentazione dell’osteopatia in Italia nasce da un lungo lavoro di confronto istituzionale e di riconoscimento professionale, avviato simbolicamente il 12 giugno 2014, quando, come organi istituzionali del ROI – Registro degli Osteopati d’Italia, fummo ricevuti in audizione presso la Commissione Sanità del Senato dalla Presidente compianta Senatrice Emilia De Biasi per esporre le motivazioni di una sua regolamentazione come professione sanitaria autonoma» ha aggiunto Longobardi. Da quel momento prese forma un percorso normativo che avrebbe portato l’osteopatia a essere riconosciuta come professione sanitaria. Il primo fondamentale passaggio è rappresentato dalla Legge 3/2018 che, all’articolo 7, individua e istituisce la professione sanitaria dell’osteopata, ponendo le basi per il suo inserimento nel Servizio sanitario nazionale. Successivamente, il DPR n. 131 del luglio 2021 ha recepito l’Accordo Stato-Regioni del 2020, definendo il profilo professionale dell’osteopata e le relative competenze. Con il Decreto Interministeriale n. 1563 del novembre 2023 è stato poi disciplinato l’ordinamento didattico del corso di laurea in Osteopatia, introducendo il percorso universitario abilitante. L’iter è giunto a conclusione con il DPCM del marzo 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 22 maggio, relativo ai criteri di riconoscimento dei titoli pregressi e dell’esperienza professionale maturata dagli osteopati già in attività.

Mauro Longobardi

«Dietro questo traguardo ci sono anni di lavoro, di impegno costante, di confronto istituzionale, attese e resilienza. Ci sono professionisti che hanno creduto nella forza della professione anche nei momenti più complessi. Ci sono scuole, docenti, studenti, associazioni e migliaia di osteopati che, ogni giorno, hanno costruito la credibilità di questa professione attraverso la qualità del proprio lavoro» ha proseguito Longobardi. «Oggi quel cammino trova finalmente un riconoscimento formale. Un approdo che per alcuni può apparire come un compromesso difficile, persino doloroso, ma che rappresenta anche la scelta necessaria per difendere l’esistenza stessa dell’osteopatia come professione autonoma, riconosciuta e pienamente inserita nel Servizio sanitario, evitando il rischio concreto che venisse assorbita come semplice specializzazione di altre professioni sanitarie».

Diego Catania, Presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP), ha dichiarato: «Come Federazione nazionale, abbiamo seguito ogni passaggio di questo iter con il senso di responsabilità che compete alla nostra istituzione e siamo pronti ad accogliere gli Osteopati nei nostri Ordini: un importante riconoscimento per molti professionisti che hanno costruito competenze e atteso con pazienza che venissero riconosciute».

Un passaggio storico che segna, in modo definitivo, l’ingresso dell’osteopatia e degli osteopati italiani nel Servizio sanitario nazionale

«Oggi non celebriamo soltanto la pubblicazione di un decreto, ma la storia di una comunità professionale che ha saputo restare unita, autorevole e determinata. L’osteopatia italiana entra oggi in una nuova stagione, che richiederà maturità, competenza e senso di responsabilità. Si apre ora la fase attuativa delle equipollenze, un passaggio decisivo per tanti professionisti» ha aggiunto Longobardi.

«Il ROI seguirà con la massima attenzione tutte le prossime fasi applicative, continuando a offrire il proprio contributo istituzionale con spirito costruttivo, competenza e rappresentanza. Sentiamo la responsabilità di custodire l’identità dell’osteopatia, valorizzandone la cultura, la qualità della relazione terapeutica e il patrimonio professionale costruito in decenni di attività. In questo percorso continueremo a essere un punto di riferimento per la professione, sostenendone l’efficacia scientifica e accompagnando le nuove generazioni di osteopati nella trasmissione di competenze, valori ed etica professionale» ha concluso Longobardi.

Donne in carcere, un sistema ancora pensato al maschile

In Italia le donne detenute sono poche (poco sopra il 4% del totale della popolazione detenuta), ma proprio per questo rischiano di restare invisibili. Sono una quota minima della popolazione carceraria ma vivono in un sistema penitenziario progettato quasi interamente sulle esigenze degli uomini. Le carceri, gli spazi, i servizi sanitari, le attività formative e lavorative, fino alle stesse regole organizzative, continuano, infatti, a riflettere un modello “declinato al maschile”, che fatica a riconoscere bisogni specifici come la maternità, il rapporto con i figli, la salute ginecologica, la prevenzione oncologica e il diritto all’affettività.
È questa una delle conclusioni più significative del Primo Rapporto sulle donne detenute in Italia realizzato da Antigone, un lavoro che per la prima volta ha visitato in modo sistematico tutte le realtà detentive femminili del Paese.

La detenzione femminile potrebbe diventare un laboratorio di innovazione per ripensare il carcere nel suo complesso

In Italia sono quattro gli istituti esclusivamente femminili (Rebibbia a Roma, Venezia Giudecca, Trani e Pozzuoli, oggi chiuso dopo il terremoto del 2024) e oltre cinquanta gli istituti a composizione mista, nei quali sono presenti piccole sezioni femminili. Queste ultime, spesso con meno di trenta detenute, presentano condizioni generalmente peggiori rispetto ai penitenziari interamente dedicati alle donne, soprattutto per quanto riguarda l’accesso ai servizi sanitari, agli spazi comuni, alle attività lavorative e ai percorsi formativi.

Nei provveditorati di Piemonte Valle D’Aosta e Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana, Umbria e Marche, Lazio Abruzzo e Molise, Campania, Puglia e Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna su un totale di 64.548 detenuti (dati al 10/5/2026) le donne sono 2.840.

Dalla detenzione femminile un nuovo modello di carcere

La detenzione femminile potrebbe diventare un laboratorio di innovazione per ripensare il carcere nel suo complesso. Le donne detenute presentano infatti, in generale, una minore pericolosità penitenziaria e un più basso “spessore criminale”, caratteristiche che renderebbero possibile un modello più aperto, orientato alla relazione con il territorio, al lavoro, alla formazione e alle misure alternative. Accanto agli aspetti strutturali, emergono anche bisogni specifici spesso trascurati: il rapporto con i figli, la maternità, la prevenzione oncologica, la salute ginecologica, la disponibilità di prodotti per l’igiene femminile e, più in generale, il diritto all’affettività e alla cura del corpo.

Lucia Castellano

La testimonianza della Dottoressa Lucia Castellano, Provveditrice regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Calabria, intervistata da TrendSanità, offre uno sguardo concreto su queste criticità e sulle possibili soluzioni. Dall’affettività alle madri detenute, dalla salute femminile alla necessità di un vero “pensiero al femminile” nel sistema penitenziario, emerge il ritratto di una realtà ancora poco conosciuta, ma che potrebbe indicare una strada nuova per rendere il carcere più umano e più aderente ai diritti fondamentali delle persone.

La detenzione femminile resta spesso ai margini del dibattito pubblico. Quali sono le principali differenze rispetto al carcere maschile?

«La prima differenza è numerica. Le donne sono una strettissima minoranza, non sono più di tremila, più o meno, su circa 64mila detenuti. C’è quindi una sproporzione numerica che fa sì che tutto sia pensato al maschile. Un po’ per i numeri, un po’ perché tradizionalmente negli istituti penitenziari finiscono molto più gli uomini che le donne.
Un altro dato importante è che gli istituti penitenziari interamente dedicati alle donne sono pochissimi. Per il resto, nella gran parte dei casi, le donne stanno in sezioni femminili annesse ai carceri maschili, una specie di carcere nel carcere. La relativa facilità con cui si organizza un’offerta culturale, formativa, scolastica o universitaria per gli uomini non c’è per le donne. In un carcere maschile con una sezione femminile, fai fatica a organizzare la scuola, ad esempio, perché magari non c’è un numero sufficiente di partecipanti, o a mandare le donne in un laboratorio dove ci sono anche gli uomini. Quindi o crei occasioni solo per loro, che però sono poche, oppure rischiano di restare escluse. Bisogna evitare la promiscuità e gli incontri considerati a rischio.
Non declinerei poi necessariamente le opportunità di lavoro al femminile. Penso invece che il punto vero, il punto dolente, sia l’affettività. Più che il lavoro, la sfera davvero peculiare riguarda il rapporto con i figli, la cura, gli affetti».

Il tema delle madri detenute resta uno dei più delicati. Al 28 febbraio 2026 le donne detenute con figli sono 23 (tra italiane e straniere) con 27 figli al seguito nelle regioni Campania, Lazio, Lombardia e Piemonte. Qual è la situazione oggi?

«La legge dice che le donne con figli piccoli non dovrebbero stare in carcere, ma in detenzione domiciliare, salvo esigenze di sicurezza. Il problema è che questo “salvo esigenze di sicurezza” diventa una norma interpretabile, perché il concetto stesso di sicurezza è opinabile. Per ospitare le donne con figli ci sono gli ICAM, gli istituti a custodia attenuata per madri. Sono sempre carceri con la polizia penitenziaria, però sono strutturati come centri di accoglienza per mamme con bambini.
Quando ero provveditore in Campania c’era l’ICAM di Lauro (Avellino) dove i bambini andavano a scuola la mattina, facevano attività, andavano alle feste dei compagni. Facevano una vita da bambini, mentre le mamme restavano in carcere. Era l’unico presidio del Sud per madri con bambini fino a 6 anni, noto per il suo ambiente non carcerario. Anche la collocazione conta molto. A Milano ad esempio è al centro della città, in un appartamento, quindi i bambini hanno una dimensione più urbana. A Venezia si trova alle spalle dell’istituto penitenziario della Giudecca, è un posto bello, ma è sempre carcere».

Perché per le donne il carcere pesa in modo diverso?

«Il tema dell’affettività per le donne non è declinato diversamente rispetto agli uomini, ma c’è una differenza concreta. Innanzitutto c’è l’aspetto dell’accudimento ancora molto diversificato. L’uomo detenuto spesso ha una donna, la madre, la sorella, la fidanzata, la figlia, che gli porta le lenzuola pulite, la biancheria, il pacco con le cose buone da mangiare. La donna detenuta non ha tutto questo accudimento. Guardando la fila per i colloqui in carcere, vede file di donne. È difficile vedere negli istituti femminili uomini che portano i pacchi. C’è poi il tema dell’affettività vera e propria.

Nelle carceri maschili con sezioni femminili, le detenute rischiano spesso l’esclusione da scuola e laboratori per difficoltà organizzative e limiti legati alla promiscuità

C’è una deprivazione affettiva più forte, più visibile. Gli uomini sono spesso più corazzati, più portati a non mostrare i propri disagi. Nelle donne, invece, questo bisogno di affetto e di amore sembra emergere in modo più plateale. Il carcere priva della relazione affettiva e nelle sezioni femminili questa deprivazione si vede molto».

Le stanze dell’affettività sono pensate per tutti?

«La sentenza della Corte costituzionale del 2024 ha rappresentato un passaggio importantissimo, perché ha dichiarato illegittima una norma che non consentiva colloqui non osservati, quindi colloqui intimi e la possibilità di avere rapporti sessuali. È stato un grande passo avanti dal punto di vista della civiltà del Paese e della civiltà della detenzione. Però anche questo deve essere pensato dentro la cura del rapporto affettivo. Non basta mettere due letti in una stanza e dire “abbiamo fatto la stanza dell’affettività”, serve un pensiero ulteriore. Deve essere uno spazio in cui si coltiva il rapporto affettivo, non necessariamente finalizzato al rapporto sessuale. È un colloquio intimo, non visto, non osservato, in cui il poliziotto non è sostanzialmente fuori dalla porta.

In Calabria, su undici istituti, tre sono oggi dotati di stanze dell’affettività e i detenuti che si trovano in istituti dove la stanza non c’è, possono fare domanda e spostarsi nell’istituto dove è presente. Il problema, però, è che queste stanze sono negli istituti maschili, quindi, per le donne, l’accesso è più complicato. La sentenza parla del diritto all’affettività per tutti, ma nell’attuazione ci siamo mossi più al maschile, perché gli uomini sono di più. Questo è il punto: la norma vale per tutti, ma poi l’organizzazione segue ancora i numeri».

Poche donne detenute. Un limite o un’opportunità?

«Il fatto che le donne siano poche dovrebbe essere una grande opportunità. Nelle sezioni femminili, in molti casi, è più semplice lavorare. C’è meno aggressività, meno violenza, meno spaccio, meno traffico di telefonini. Le donne, da questo punto di vista, sono un po’ più tranquille.
Nella mia esperienza sono anche molto ricettive rispetto all’organizzazione della parte più domestica, gli spazi sono spesso puliti, curati, ordinati. Chi vuole lavorare bene in una sezione femminile può farlo più facilmente che in una sezione maschile, ma proprio perché sono poche, si potrebbe ragionare meglio. Si potrebbe immaginare un circuito penitenziario femminile regionale, con opportunità distribuite sul territorio. Se in un istituto c’è un corso di sartoria, ci va chi è interessata alla sartoria. Se altrove c’è un’opportunità lavorativa, si può costruire un percorso. Bisognerebbe ragionare in termini regionali, perché i numeri lo consentono».

C’è una storia che le è rimasta particolarmente impressa?

«Ho incontrato tante storie. Le donne sono di meno, ma quando sono in carcere spesso è perché hanno fatto cose terribili. Mi è rimasta impressa una donna che aveva ordinato al figlio minorenne di uccidere l’amante del marito. Mi colpiva l’efferatezza di alcuni delitti, che spesso nascevano in contesti di grande deprivazione e anche di grande violenza.
Un’altra cosa che non dimenticherò mai è il terremoto del 2024, quando abbiamo dovuto chiudere il carcere di Pozzuoli. Lì ho toccato con mano il senso di comunità che le donne sono capaci di creare, molto più degli uomini, anche con le poliziotte. Le donne si affidavano quasi in un rapporto materno. Le abbiamo portate alcune a Secondigliano, altre a Salerno, altre ad Avellino, altre purtroppo fuori regione. Ho visto e apprezzato moltissimo l’impegno delle poliziotte di Pozzuoli».

Che cosa servirebbe per migliorare la detenzione femminile?

«Servirebbe innanzitutto attenzione alla parte affettiva, attenzione ai bambini e una corretta applicazione della legge, che mette al centro la detenzione domiciliare per le madri con figli piccoli. La ratio della legge è che tra l’interesse della madre e l’interesse del bambino prevale l’interesse del bambino. Poi la prima cosa da fare è potenziare l’esecuzione penale esterna, quindi la detenzione domiciliare e le misure alternative per le mamme con figli piccoli.

La seconda è guardare alla peculiarità di genere, che rientra in quello che la legge già ci chiede, l’individualizzazione del trattamento. Per ogni autore o autrice di reato serve una risposta differente, sia in termini di custodia, sia in termini di esecuzione della pena. Il giovane deve avere un tipo di risposta, l’anziano un’altra, la donna un’altra ancora».

Per le donne bisogna ragionare sull’affettività, sulla particolare rilevanza che hanno gli affetti e i sentimenti e organizzare un carcere che somigli più a una comunità

Come si gestisce la salute femminile in carcere?

«Rispetto alla sanità, una cosa su cui bisogna insistere moltissimo è la prevenzione. Bisogna seguire la donna nelle fasi delicate della sua esistenza anche dal punto di vista fisico, la menopausa, la prevenzione oncologica, i pap test, tutto quello che accade al corpo delle donne dopo una certa età.

Noi abbiamo sempre previsto la presenza di ginecologi e attività di prevenzione oncologica per il tumore al seno e per il tumore della cervice, ma anche la sanità penitenziaria è ancora spesso pensata al maschile. Basti pensare alla mancanza del bidet nei bagni, una cosa apparentemente banale ma significativa. Serve un pensiero al femminile, anche sulle piccole cose della quotidianità come il ciclo mestruale, la cura dei capelli, la possibilità di acquistare prodotti specifici, lo smalto, la tinta, tutto ciò che riguarda la cura di sé.
Non sono orpelli, sono aspetti che fanno parte della dignità della persona detenuta. Per le donne straniere, ad esempio, anche le extension dei capelli possono avere un valore culturale importante. Se si istituisce un gruppo di lavoro che pensa a queste cose, da lì nasce un pensiero al femminile che poi si autoalimenta».

A livello di reati ci sono differenze tra uomini e donne?

«Sì. Le donne sono meno, ma spesso hanno alle spalle reati molto gravi. Ci sono omicidi che maturano all’interno di relazioni affettive e spesso sono la conseguenza di violenze. C’è poi un’altra ragione per cui le donne sono meno presenti in carcere, perché per alcuni reati commessi nella coppia o nella famiglia, è più spesso l’uomo ad accollarseli. Se in una casa si spaccia e arrivano i carabinieri, è più facile che sia portato in carcere l’uomo. Le donne, nelle attività criminali, spesso occupano una posizione meno di rilievo e quindi sono meno esposte».

Una riflessione conclusiva?

«Quello che manca è un pensiero globale al femminile. C’è un mondo che andrebbe osservato e su cui andrebbe fatta una riflessione a sé. Le donne hanno peculiarità esistenziali che, rispetto agli uomini, possono sembrare dettagli o qualcosa in più, ma non lo sono. Per loro, per noi donne, sono aspetti di fondamentale importanza».

Piano Nazionale della Prevenzione 2026–2031: intesa raggiunta in Conferenza Stato-Regioni

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di Ivana Barberini

Raggiunta in Conferenza Stato-Regioni l’intesa sul Piano Nazionale della Prevenzione (PNP) 2026-2031, un Piano atteso dalle Regioni che definisce le linee strategiche delle politiche di prevenzione sanitaria per i prossimi anni, con l’obiettivo di rendere più efficace, accessibile e omogenea la tutela della salute su tutto il territorio nazionale.
Per l’attuazione del Piano sono destinati alle Regioni e alle Province autonome 200 milioni di euro annui, a cui si aggiungono ulteriori 50 milioni per il 2026 dedicati alle attività di prevenzione territoriale.

Il Piano rafforza l’integrazione tra prevenzione, assistenza e programmazione regionale, promuovendo un sistema più vicino ai bisogni dei cittadini e orientato a garantire maggiore equità nell’accesso ai servizi sanitari. Promuove, inoltre, l’approccio One Health, che considera in modo congiunto salute umana, ambiente e determinanti sociali e produttivi, rafforzando una visione più ampia e preventiva della tutela della salute.
Tra le novità principali, l’introduzione di una piattaforma digitale nazionale per la pianificazione, il monitoraggio e la valutazione dei Piani regionali di prevenzione, pensata per assicurare trasparenza, uniformità e maggiore capacità di coordinamento.

L’obiettivo è dotare il SSN di strumenti tecnologico-organizzativi capaci di supportare la pianificazione e il monitoraggio della prevenzione, sviluppare modelli di simulazione e previsione a medio e lungo termine e garantire una governance più efficace dei LEA

Il Ministero della Salute coordinerà il percorso di attuazione e monitoraggio del Piano, assicurando il raccordo operativo con Regioni e Province autonome per il raggiungimento degli obiettivi di prevenzione previsti fino al 2031. Il cronoprogramma, infine, prevede che le Regioni recepiscano le indicazioni con un proprio atto e adottino i nuovi Piani regionali di prevenzione e documentino annualmente lo stato di avanzamento degli interventi.

Principi fondamentali

Il Piano si articola attorno a sette pilastri strategici:

  • One Health: interconnessione tra salute umana, animale e ambientale; approccio essenziale per affrontare pandemie, cambiamenti climatici e antimicrobico-resistenza.
  • Health in All Policies (HiAP): la salute come obiettivo trasversale a tutti i settori: scuola, lavoro, trasporti, urbanistica, ambiente.
  • Centralità della persona e delle comunità: empowerment dei cittadini, health literacy, coinvolgimento attivo dei territori; ruolo strategico riconosciuto a medici di medicina generale e pediatri di libera scelta.Approccio life-course: interventi preventivi dalla nascita (primi 1.000 giorni) fino all’invecchiamento attivo, con attenzione alle differenze di genere.
  • Approccio per setting: scuole, luoghi di lavoro, comunità e servizi sanitari come ambienti privilegiati per la promozione della salute.
  • Efficacia ed efficienza: Evidence-Based Prevention, buone pratiche documentate, integrazione tra prevenzione, cure primarie e assistenza territoriale.
  • Equità: riduzione delle disuguaglianze sociali, geografiche (Nord/Sud, centri urbani/aree periferiche) e di accesso ai servizi.
  • Approccio life-course: interventi preventivi dalla nascita (primi 1.000 giorni) fino all’invecchiamento attivo, con attenzione alle differenze di genere.

I 7 macro obiettivi

  • La struttura operativa del PNP 2026–2031 si articola in sette Macro-obiettivi (MO), a ciascuno dei quali corrispondono obiettivi strategici misurabili e linee di intervento:
  • MO1 – Malattie croniche non trasmissibili. Prevenzione delle patologie cardio-cerebrovascolari, oncologiche, metaboliche e respiratorie, con consolidamento degli screening oncologici (colon-retto, cervice uterina, mammella) e introduzione di nuovi percorsi di screening basati sul rischio individuale. Particolare attenzione alla salute mentale, all’obesità (Legge 149/2025), alla demenza e alla salute riproduttiva nei primi 1.000 giorni di vita.
  • MO2 – Dipendenze e problemi correlati. Contrasto al tabagismo, al consumo rischioso e dannoso di alcol e all’uso di sostanze psicotrope; prevenzione delle dipendenze comportamentali.
  • MO3 – Incidenti domestici e stradali. In Italia si stimano circa 2,5 milioni di incidenti domestici in due anni, di cui 6.000 mortali. Sulle strade, nel 2023, sono stati registrati 166.525 incidenti con 3.039 decessi. Il Piano punta a costruire una cultura della sicurezza e ad aderire all’obiettivo ONU di dimezzare le vittime della strada entro il 2030.
  • MO4 – Salute, sicurezza e benessere dei lavoratori. Prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, con adozione dei modelli Workplace Health Promotion (WHP) e Total Worker Health (TWH), integrazione tra sicurezza occupazionale e promozione della salute, anche nella Pubblica Amministrazione.
  • MO5 – Ambiente, clima e salute. Qualità dell’aria indoor e outdoor, sicurezza chimica, radiazioni, gestione dei rischi ambientali in ottica One Health, integrazione con il Piano Nazionale di contrasto all’antimicrobico-resistenza.
  • MO6 – Malattie infettive prioritarie. Sorveglianza epidemiologica, profilassi vaccinale, preparedness e risposta rapida alle emergenze, gestione delle malattie trasmesse da vettori e zoonosi.
  • MO7 – Sicurezza alimentare e sanità pubblica veterinaria. Tutela della salute dei consumatori, controllo sugli allergeni, sicurezza nella ristorazione collettiva, contrasto all’antibiotico-resistenza in ambito veterinario e alimentare.

I 14 Programmi Predefiniti per le Regioni

Le Regioni e le Province Autonome attuano il PNP attraverso 14 Programmi Predefiniti (PP) vincolanti, uguali per tutto il territorio nazionale:

  • PP1: Scuole che promuovono salute
  • PP2: Comunità attive
  • PP3: Luoghi di lavoro che promuovono salute
  • PP4: Dipendenze
  • PP5: Monitoraggio qualità della formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro
  • PP6: Prevenzione del rischio cancerogeno e reprotossico professionale, del sovraccarico biomeccanico e dei rischi psicosociali
  • PP7: Prevenzione in edilizia, agricoltura e utilizzo sicuro di macchine e attrezzature
  • PP8: Screening oncologici organizzati per la prevenzione e la diagnosi precoce dei tumori
  • PP9: Ambiente, clima e salute
  • PP10: Sorveglianza e controllo delle malattie infettive in ambito umano
  • PP11: Prevenzione nella gestione integrata della cronicità
  • PP12: Promozione della salute nei primi mille giorni
  • PP13: Malattie trasmissibili con gli alimenti, tutela della salute dei consumatori e nutrizione
  • PP14: Problematiche sanitarie emergenti nell’ambito degli animali da compagnia.

Ogni programma include almeno un obiettivo “tracciante” considerato prioritario e almeno un indicatore di copertura che misura la quota di popolazione o strutture raggiunte dagli interventi.

Innovazione digitale: il National Health Prevention Hub

Una delle principali novità del PNP 2026–2031 è il National Health Prevention Hub (NHPH), finanziato dal PNRR nell’ambito della Missione 6 “Salute” – Componente 2 “Innovazione, ricerca e digitalizzazione del SSN”. Si tratta di una piattaforma nazionale interistituzionale per integrare dati sanitari, ambientali, animali e sociali provenienti da ospedali, laboratori veterinari, enti ambientali, stazioni meteorologiche e strutture sociali.

La nuova versione della piattaforma web-based a supporto dei Piani Regionali (PF-PRP 2026–2031) introdurrà anche moduli basati sull’intelligenza artificiale per potenziare le funzionalità di interrogazione e reportistica.

Il tema dell’equità e la lotta alle disuguaglianze

L’equità costituisce il fil rouge dell’intero Piano. I dati confermano che le persone appartenenti a classi sociali svantaggiate si ammalano di più, guariscono meno e hanno una minore aspettativa di vita. A queste disuguaglianze sociali si sommano quelle geografiche: il divario Nord-Sud e tra centri urbani e aree periferiche, rurali o montane.

Il PNP 2026–2031 prevede l’integrazione sistematica dei criteri di equità nella governance, nella progettazione e nella valutazione degli interventi. Ogni Regione dovrà predisporre un profilo di salute ed equità della propria comunità come punto di partenza per la programmazione. Particolare attenzione è dedicata alle Regioni del Sud Italia, nell’ambito del Programma Operativo Nazionale “Equità nella Salute” 2021–2027, per ridurre le disparità nell’accesso agli screening oncologici e agli altri servizi preventivi.

Fonte: Bozza dell’Intesa ai sensi dell’art. 8, comma 6, della Legge 131/2003 tra il Governo, le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano concernente il Piano Nazionale della Prevenzione 2026–2031. Ministero della Salute, maggio 2026

Il valore dei Drug-Coated Balloon (DCB) oltre il costo di acquisto: gestione della stenosi dell’accesso vascolare tra sostenibilità economica e ottimizzazione organizzativa

Introduzione

La gestione dell’accesso vascolare nei pazienti sottoposti a emodialisi rappresenta una delle principali criticità clinico-organizzative nell’ambito della chirurgia vascolare e della nefrologia. In particolare, la stenosi dello shunt artero-venoso costituisce una complicanza frequente, associata a un elevato rischio di trombosi, fallimento dell’accesso e necessità di re-interventi ripetuti.

Tradizionalmente, il trattamento standard di tali condizioni è rappresentato dall’angioplastica transluminale percutanea (PTA) [Bountouris et al., 2018]. Da un lato, si riscontra come la PTA sia una tecnica minimamente invasiva che non richiede incisioni chirurgiche significative, riducendo il rischio di complicanze legate all’intervento chirurgico e/o di infezioni correlate. Dall’altro, però, la durabilità del trattamento risulta limitata, in quanto, dopo un intervento di angioplastica PTA, i vasi trattati possono sviluppare nuovamente stenosi od occlusioni nel tempo.

La stenosi dello shunt artero-venoso è una complicanza frequente nei pazienti in emodialisi

Questo può richiedere procedure di re-intervento o l’impianto di stent per mantenere la pervietà del vaso. Inoltre, in alcuni casi, durante la procedura si possono verificare lesioni alle pareti del vaso che necessitano di ulteriori interventi correttivi.

Negli ultimi anni, l’introduzione dei drug-coated balloon (DCB) ha aperto nuove prospettive terapeutiche, grazie alla capacità di ridurre la restenosi mediante il rilascio locale di farmaci antiproliferativi, rappresentando una valida alternativa alla classica angioplastica. Le evidenze scientifiche hanno dimostrato l’efficacia di tali dispositivi in termini di ottenimento di tassi di pervietà a lungo termine maggiormente favorevoli rispetto allo standard of care [Holden et al., 2022; Yin et al., 2021; Lookstein et al., 2023] in pazienti in emodialisi con stenosi della fistola arterovenosa.

I DCB sono correlati a una riduzione della restenosi e della frequenza degli interventi successivi di angioplastica

I DCB, infatti, sono correlati a una riduzione della restenosi, in quanto, rilasciando un farmaco direttamente nella zona trattata durante la procedura, prevengono o riducono la formazione di tessuto cicatriziale e la restenosi del vaso, prolungando la pervietà dell’accesso vascolare [Tozzi et al., 2019; Franchin et al., 2026]. Inoltre, riducendo la restenosi, i DCB possono diminuire la frequenza degli interventi successivi di angioplastica, consentendo agli accessi vascolari emodialitici di rimanere pervi più a lungo e riducendo il burden assistenziale e il disagio per il paziente, soprattutto se ad alta pressione. Infine, da un punto di vista di safety, si riscontra come l’utilizzo di DCB presenti un profilo di sicurezza favorevole.

Sulla scorta di queste premesse, diviene rilevante poter comprendere l’impatto economico e organizzativo correlato all’adozione in routine di DCB, identificando potenziali fattori ed elementi qualificanti che potrebbero agevolare l’utilizzo di tali medical device, nonché che potrebbero supportare il processo decisionale sia a livello istituzionale sia a livello ospedaliero.

Da questo punto di vista, l’obiettivo generale dell’attività presentata è quello di generare evidenze robuste in tema di valutazione economico-organizzativa dell’introduzione dei DCB, suggerendo criteri utili a identificare gli elementi di maggiore valore per i decisori sanitari.

Metodologia

Per il raggiungimento dell’obiettivo illustrato, è stato adottato un approccio metodologico articolato, volto a integrare evidenze di letteratura, modelli economico-organizzativi e l’analisi di dati real-world, al fine di garantire una valutazione complessiva e robusta dell’impatto dell’introduzione dei DCB nella pratica clinica.

In primo luogo, è stata condotta una review narrativa della letteratura scientifica con l’obiettivo di identificare i principali indicatori di efficacia clinica, sicurezza ed efficienza, utilizzati successivamente come parametri di input per la modellizzazione economica e organizzativa. La revisione è stata strutturata secondo il framework PICO, considerando:

  • P – Population: pazienti adulti affetti da malattia renale cronica in trattamento emodialitico con necessità di accesso vascolare;
  • I – Intervention: PTA associata a DCB,
  • C – Comparator: PTA
  • O – Outcome: la pervietà primaria della lesione target (TLPP), la pervietà primaria del circuito di accesso (ACPP), la rivascolarizzazione della lesione target (TLR), l’indice di funzione della pervietà (IPF), nonché il tasso di re-intervento, di restenosi e l’incidenza di eventi avversi.

La ricerca bibliografica è stata condotta consultando le principali banche dati biomediche (Medline/PubMed, Embase e Cochrane Database), utilizzando combinazioni di parole chiave relative alla procedura (es. “PTA”, “angioplasty”), alla popolazione (es. “arteriovenous fistula”, “hemodialysis”) e agli outcome di interesse (es. “TLPP”, “ACPP”, “restenosis”, “adverse events”). I record identificati sono stati sottoposti a screening per la selezione delle evidenze pertinenti. Sono stati inclusi preferenzialmente studi comparativi, in particolare trial randomizzati controllati, con una numerosità campionaria superiore a 50 pazienti e pubblicati in lingua inglese, senza restrizioni temporali.

Sulla base delle evidenze raccolte, è stato quindi sviluppato un modello analitico fondato sulla ricostruzione dettagliata del percorso assistenziale del paziente sottoposto a procedura PTA, sia in una configurazione standard alone sia in associazione con DCB, sulla scorta di quanto avviene nella pratica clinica, ricostruendo il tutto mediante approccio Delphi.

È stata condotta una review narrativa ed è stato sviluppato un modello analitico per ricostruire il patient journey, validato mediante approccio Delphi

Il percorso è stato articolato nelle diverse fasi che caratterizzano la gestione clinica, comprendendo il pre-ricovero, l’accettazione, la procedura interventistica, la degenza e il follow-up post-procedurale, consentendo di identificare in maniera sistematica tutte le attività e le risorse coinvolte lungo il patient journey.

La valorizzazione economica delle singole fasi è stata effettuata adottando la prospettiva della struttura erogatrice, mediante l’applicazione dell’approccio Time-Driven Activity-Based Costing (TDABC) [Keel et al., 2017], che consente di stimare in modo puntuale il consumo di risorse sulla base del tempo effettivamente impiegato per ciascuna attività e del costo unitario delle risorse stesse.

In questo ambito, sono state considerate tutte le principali componenti di costo diretto sanitario, includendo le prestazioni diagnostiche e specialistiche, i trattamenti farmacologici, le procedure interventistiche e le giornate di degenza. Una prima analisi è stata condotta su un orizzonte temporale di 12 mesi, finalizzata a stimare il costo del percorso assistenziale “indice”, ovvero relativo all’episodio iniziale di intervento.

Sono stati considerati i costi diretti sanitari dalla prospettiva della struttura erogatrice su un orizzonte temporale di 12 mesi e di 24 mesi

Al fine di fornire una stima più completa e realistica delle risorse complessivamente assorbite, l’analisi è stata successivamente estesa a un orizzonte temporale di 24 mesi, integrando dati real-world relativi alla pratica clinica corrente. Tale estensione ha consentito di includere esplicitamente nella valutazione economica gli eventi avversi e i re-interventi successivi alla procedura iniziale, elementi non modellati sulla base delle evidenze di letteratura, ma derivati direttamente da dati osservazionali. In questo contesto, è importante sottolineare che gli indicatori di efficacia e sicurezza identificati tramite revisione della letteratura sono stati utilizzati principalmente per supportare la validazione clinica della tecnologia e per documentarne il profilo di beneficio-rischio, ma non sono stati direttamente impiegati come parametri quantitativi nella modellizzazione economico-organizzativa. Quest’ultima è stata invece alimentata prioritariamente da dati real-world, al fine di garantire una maggiore aderenza ai pattern di utilizzo e ai consumi di risorse osservati nella pratica clinica.

In tale contesto, è stata formulata l’ipotesi che i pazienti trattati con PTA in associazione a DCB presentino un minore assorbimento complessivo di risorse sanitarie rispetto ai pazienti trattati con PTA alone, in virtù di una riduzione dell’incidenza di restenosi, eventi avversi e conseguenti procedure ripetute di rivascolarizzazione. La modellizzazione è stata quindi integrata con dati real-world derivanti da flussi amministrativi ospedalieri di una struttura sanitaria della Regione Lombardia. In particolare, sono state analizzate le Schede di Dimissione Ospedaliera (SDO) per identificare i ricoveri indice e i successivi re-interventi, consentendo la ricostruzione longitudinale dei percorsi di cura. Tali informazioni sono state integrate con i dati relativi alle prestazioni ambulatoriali, comprendenti visite specialistiche, esami diagnostici e procedure minori, nonché con i dati di accesso al Pronto Soccorso, al fine di intercettare eventi acuti correlati alle complicanze procedurali.

L’integrazione tra ricostruzione analitica del percorso e dati real-world ha consentito di stimare in maniera più accurata l’impatto economico complessivo dei due scenari tecnologici

L’integrazione tra ricostruzione analitica del percorso (approccio TDABC) e dati real-world ha consentito, pertanto, di stimare in maniera più accurata l’impatto economico complessivo dei due scenari tecnologici, superando i limiti di trasferibilità dei soli dati derivanti da trial clinici controllati e garantendo una valutazione maggiormente rappresentativa della pratica clinica reale.

Parallelamente all’analisi economica, è stata condotta una valutazione di impatto organizzativo, finalizzata a quantificare le implicazioni dell’introduzione dei DCB in termini di utilizzo delle risorse sanitarie e capacità produttiva delle strutture. In particolare, sono stati considerati il minutaggio ambulatoriale necessario per la gestione dei pazienti, le giornate di degenza associate ai ricoveri e la modalità di gestione degli eventi avversi, distinguendo tra setting ambulatoriale e regime di ricovero. Tale analisi ha consentito di stimare il potenziale beneficio organizzativo derivante da una riduzione del carico assistenziale, configurando possibili scenari di riallocazione efficiente delle risorse.

L’approccio metodologico adottato si configura come una valutazione integrata di tipo economico-organizzativo, basata su evidenze scientifiche e dati real-world, in grado di supportare in maniera informata i processi decisionali relativi all’adozione di tecnologie innovative in ambito sanitario.

Risultati

Risultati derivanti dalla letteratura

La review ha identificato 53 paper rispondenti al PICO e alla stringa di ricerca utilizzata, dei quali 35 sono stati esclusi poiché non coerenti con i criteri di inclusione definiti. Le principali motivazioni di esclusione sono state rappresentate dalla mancata focalizzazione sulla popolazione target (40%) e dall’assenza di un confronto diretto tra le tecnologie oggetto di analisi (60%), elementi ritenuti essenziali ai fini della successiva modellizzazione economico-organizzativa. A seguito di tale processo, 18 studi sono stati sottoposti a valutazione full-text. Tra questi, sono state selezionate tre evidenze principali, in quanto trial randomizzati controllati (RCT) con confronto diretto tra PTA associata a DCB e PTA alone, ritenuti metodologicamente più solidi e maggiormente coerenti con gli obiettivi dello studio. In particolare, sono stati inclusi lo studio di Holden e colleghi [Holden et al., 2022], relativo ai risultati a 12 mesi del trial IN.PACT AV, lo studio multicentrico APERTO AVF RCT di Yin e colleghi [Yin et al., 2021] e l’estensione a 36 mesi del medesimo trial IN.PACT AV riportata da Lookstein e colleghi [Lookstein et al., 2023]. Infine, nell’ambito della ricerca bibliografica sono stati identificati anche due studi osservazionali condotti nel contesto italiano (APERTO Italian Registry [Tozzi et al., 2019]; APERTO 600 [Franchin et al., 2026]), che, pur non soddisfacendo pienamente i criteri di inclusione per l’analisi comparativa, sono stati inclusi a fini descrittivi e di validazione esterna, in quanto utili per contestualizzare i risultati all’interno della pratica clinica nazionale e per supportare una più accurata interpretazione dei processi assistenziali analizzati nel progetto.

Sono stati inclusi 3 RCT e 2 studi osservazionali

Gli indicatori di efficacia clinica mostrano in maniera consistente una superiorità statisticamente significativa del trattamento con PTA+DCB ad alta pressione rispetto alla PTA alone in termini di Target Lesion Primary Patency (TLPP). In particolare, i dati evidenziano un vantaggio significativo per PTA+DCB sia a 12 mesi sia a 36 mesi (p-value = 0,001), indicando una maggiore durabilità dell’intervento nei pazienti trattati con DCB ad alta pressione, nello specifico pari a 63,8% (versus 43,50%) a 12 mesi a pari a 43,10% (versus 23,10%) a 36 mesi. Tale evidenza risulta coerente anche con quanto osservato nello studio APERTO AVF RCT di Yin e colleghi [Yin et al., 2021], nel quale la TLPP a 6 mesi risulta pari al 65% nel gruppo PTA+DCB rispetto al 37% nel gruppo PTA (p-value = 0,001). Inoltre, all’interno del presente studio, si riscontra una TLR a 12 mesi a favore del DCB ad alta pressione pari al 73% rispetto al 58% della PTA.

Dal punto di vista della sicurezza, i dati mostrano come l’incidenza di eventi avversi procedura-correlati risulti significativamente più elevata nei pazienti trattati con PTA alone rispetto a quelli trattati con PTA+DCB (69,20% versus 46,90%; p-value = 0,001). Tale evidenza rafforza ulteriormente il profilo favorevole dei DCB ad alta pressione, non solo in termini di efficacia, ma anche di sicurezza complessiva del percorso terapeutico. Inoltre, gli eventi osservati risultano prevalentemente correlati alla patologia di base piuttosto che al dispositivo impiegato, limitandone quindi la rilevanza ai fini di un confronto tecnologico.

Risultati di natura economica

L’analisi economica condotta secondo la prospettiva aziendale evidenzia, in prima istanza, un costo complessivo maggiore per lo scenario PTA+DCB ad alta pressione rispetto alla PTA (€ 2.604,19 versus € 2.112,79). Tale differenza è principalmente attribuibile al costo della fase interventistica, che risulta significativamente più elevato nel caso del DCB (€ 1.621,95 versus € 1.132,73), mentre le altre componenti di costo (pre-ricovero, accettazione, degenza e follow-up) risultano sostanzialmente sovrapponibili tra i due scenari (Tabella 1).

Punto di vista aziendale

PTA

PTA+DCB

Fase di pre-ricovero

119,92 €

119,92 €

Fase di accettazione del paziente

15,75 €

15,75 €

Fase di intervento chirurgico

1.132,73 €

1.621,95 €

Fase di degenza

512,86 €

512,86 €

Fase di follow-up

331,52 €

333,70 €

Costi totali

2.112,79 €

2.604,19 €

TLPP

37%

[Yin et al., 2021]

65%

[Yin et al., 2021]

CEV, considerando il valore di TLPP

6.036,54

4.006,45

TLR

58%

[Yin et al., 2021]

73%

[Yin et al., 2021]

CEV, considerando il valore di TLR

3.642,74

3.567,38

Tabella 1. Valorizzazione economica dei percorsi e definizione del Cost-Effectiveness Value (CEV)

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Correlando i costi sostenuti dalle strutture sanitarie con gli esiti clinici derivanti dalla letteratura (TLPP pari al 65% per PTA+DCB ad alta pressione rispetto al 37% per PTA (APERTO AVF RCT [Yin et al., 2021]), emerge come l’utilizzo dei DCB ad alta pressione rappresenti l’opzione preferibile in termini di costo-efficacia. Tale evidenza è supportata da un valore di CEV (Cost-Effectiveness Value) inferiore per PTA+DCB rispetto alla PTA alone (4.006,45 vs 6.036,54), indicativo di una maggiore efficienza nell’allocazione delle risorse sanitarie. Anche considerando il TLR (pari al 73% per PTA+DCB ad alta pressione e al 58% per PTA [Yin et al., 2021]), si conferma la maggiore convenienza, sotto il profilo costo-efficacia, del dispositivo innovativo (CEV: 3.567,38 vs 3.642,74).

Questi risultati, quindi, suggeriscono che il maggiore investimento iniziale associato al DCB ad alta pressione risulta compensato da un miglior rendimento clinico, configurando una soluzione più efficiente già nel breve periodo.

L’analisi economica ha confermato la maggiore convenienza, sotto il profilo costo-efficacia, del dispositivo innovativo

L’analisi dei dati real-world derivante dallo studio APERTO 600 [Franchin et al., 2026] conferma quanto emerso dalla letteratura, evidenziando una riduzione sia del numero medio di re-interventi sia degli eventi avversi nei pazienti trattati con PTA+DCB ad alta pressione. In particolare, considerando un orizzonte temporale di due anni dalla data della prima procedura interventistica, il numero medio di re-interventi risulta pari a 1,54 nel gruppo PTA+DCB ad alta pressione rispetto a 1,86 nel gruppo PTA, mentre il numero medio di eventi avversi risulta rispettivamente pari a 0,91 rispetto a 1,28.

Estendendo l’analisi a un orizzonte temporale di 24 mesi, emergono in maniera ancora più evidente i benefici economici associati all’utilizzo dei DCB ad alta pressione. Il costo complessivo per paziente risulta inferiore nel gruppo PTA+DCB ad alta pressione rispetto al gruppo PTA alone (€ 11.499,84 vs € 13.539,48), con un risparmio assoluto pari a € 2.039,64, corrispondente a una riduzione del 15%. Tale differenza si amplifica ulteriormente considerando i costi al netto del dispositivo, dove il risparmio raggiunge € 2.663,48 (-23%), come riportato nella Tabella 2.

 

Valorizzazione economica, assumendo un orizzonte temporale di 24 mesi

Valorizzazione economica, assumendo un orizzonte temporale di 24 mesi, al netto del costo dei dispositivi medici

PTA+DCB

11.499,84 €

9.131,05 €

PTA

13.539,48 €

11.794,53 €

Differenza (€)

-2.039,64 €

-2.663,48 €

Differenza (%)

-15%

-23%

Tabella 2. Valorizzazione economica dei percorsi, assumendo un orizzonte temporale di 24 mesi

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Questi risultati evidenziano chiaramente come il maggiore costo iniziale del DCB venga ampiamente compensato nel medio periodo dalla riduzione dei costi associati a re-interventi ed eventi avversi, determinando una riduzione complessiva del consumo di risorse sanitarie.

Risultati organizzativi

Dal punto di vista organizzativo, l’analisi di processo non ha evidenziato differenze significative nella fase iniziale del percorso assistenziale in termini di numero di accessi o durata della degenza per la procedura interventistica. Ciò suggerisce che l’introduzione del DCB ad alta pressione non comporti modifiche rilevanti nella fase acuta del trattamento. Tuttavia, differenze sostanziali emergono nel follow-up, in particolare quando si considerano i dati real-world su un orizzonte temporale di 24 mesi.

In tale contesto, si osserva una riduzione complessiva del 29% del minutaggio ambulatoriale per i pazienti trattati con PTA+DCB ad alta pressione rispetto allo standard of care. Analizzando nel dettaglio le componenti, il tempo ambulatoriale associato alla gestione degli eventi avversi si riduce del 50%, mentre quello relativo ai re-interventi si riduce del 17%. Tale evidenza indica una significativa diminuzione del carico assistenziale legato alle complicanze.

Analogamente, si osserva una riduzione delle giornate di degenza complessive pari al 33%, con una diminuzione del 35% per gli eventi avversi e del 17% per i re-interventi (Tabella 3).

Tipologia di accesso

PTA

PTA+DCB

Scostamento

Accesso ambulatoriale/DH

Re-intervento

713,14

592,46

-17%

Eventi Avversi

411,43

205,71

-50%

Minutaggio complessivo

1.124,57

798,17

-29%

Degenza

Re-intervento

0,37

0,31

-17%

Eventi Avversi

3,14

2,06

-35%

Minutaggio complessivo

3,51

2,37

-33%

Tabella 3. Quantificazione dell’impatto organizzativo

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Questi risultati suggeriscono una minore necessità di ricorso a ricoveri ospedalieri, con conseguente ottimizzazione dell’utilizzo dei posti letto.

Nel complesso, l’introduzione dei DCB ad alta pressione si associa a un rilevante beneficio organizzativo, traducendosi in una riduzione del carico di lavoro per le strutture sanitarie e in una potenziale liberazione di risorse, che potrebbero essere riallocate verso altre attività.

Conclusioni

I risultati dell’analisi evidenziano come l’introduzione DCB ad alta pressione nel trattamento della stenosi dello shunt artero-venoso sia associata a benefici multidimensionali, che si estendono oltre la sola efficacia clinica, includendo rilevanti implicazioni economiche e organizzative.

Al fine di fornire una sintesi delle evidenze emerse, è stata condotta un’analisi SWOT, riportata nella Tabella 4, che consente di inquadrare in maniera strutturata i principali elementi a supporto dell’adozione della tecnologia, nonché le criticità e i fattori di contesto rilevanti per i processi decisionali.

Punti di forza

Punti di debolezza

  • Ottimizzazione del percorso del paziente che inizia l’iter con PTA+DCB versus PTA alone, con vantaggi economici nei 24 mesi che si assestano intorno al 15%
  • Riduzione dei minutaggi ambulatoriali correlati alla risoluzione di eventi avversi o alla necessità di re-intervento
  • Riduzione delle giornate di degenza correlate alla risoluzione di eventi avversi o alla necessità di re-intervento (-33%)
  • Minore numero di re-interventi ed eventi avversi con conseguenti minori costi a 24 mesi
  • Orizzonte temporale di osservazione del percorso di medio termine (36 mesi di follow-up)
  • Costo iniziale del DCB più elevato rispetto a PTA alone
  • Variabilità inter-centro nell’adozione (procurement, rimborsabilità)

Opportunità

Minacce

  • Allineamento con i modelli di Value-Based Healthcare e con gli obiettivi di sostenibilità ambientale
  • Potenziale inserimento in linee-guida nazionali/regionali e nei PDTA
  • Collaborazioni pubblico-private per la diffusione in altri centri lombardi/italiani
  • Estensione delle linee guida all’utilizzo dei DCB per il trattamento dell’occlusione dell’accesso vascolare
  • Resistenza al cambiamento da parte dei professionisti coinvolti, all’interno dei centri che ancora non utilizzando DCB
  • Pressioni di budget e possibili revisioni tariffarie
  • Eventuali modifiche regolatorie (es. aggiornamenti normativi, revisioni delle modalità di rimborsabilità o delle tariffe) che potrebbero incidere sull’adozione, sull’accessibilità e sulla sostenibilità economica dei DCB
  • Disparità regionali e locali di acquisizione del device

Tabella 4. Analisi SWOT

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In particolare, tra i punti di forza si evidenzia la capacità dei DCB ad alta pressione di ottimizzare il percorso del paziente, con una riduzione significativa dei re-interventi e degli eventi avversi, che si traduce in un risparmio economico nel medio periodo stimato intorno al 15%, accompagnato da una riduzione del carico organizzativo (-29% del minutaggio ambulatoriale e -33% delle giornate di degenza). Tra i punti di debolezza emergono invece il maggiore costo iniziale del dispositivo rispetto alla PTA alone, la limitata disponibilità di evidenze di lungo periodo e la necessità di adeguamenti organizzativi e formativi, che possono rappresentare barriere all’implementazione su larga scala. Tuttavia, le opportunità appaiono rilevanti e coerenti con l’evoluzione dei sistemi sanitari verso modelli value-based, includendo il potenziale inserimento nei PDTA, l’allineamento con obiettivi di sostenibilità e la possibilità di accesso a finanziamenti dedicati all’innovazione. Infine, le minacce risultano principalmente di natura sistemica, quali vincoli di budget, variabilità regionale nei modelli di procurement e possibili resistenze al cambiamento, elementi che richiedono strategie di governance adeguate a garantire un’adozione equa e sostenibile della tecnologia.

Nel complesso, le evidenze prodotte supportano l’utilizzo dei DCB ad alta pressione come soluzione ad alto valore, in grado di coniugare migliori esiti clinici con un uso più efficiente delle risorse sanitarie, configurandosi come un’opzione preferibile nel medio periodo nonostante il maggiore investimento iniziale. L’integrazione dei DCB ad alta pressione nei PDTA regionali potrebbe rappresentare uno strumento concreto per supportare decisioni di acquisto e rimborso basate sul valore, favorendo modelli di governance sanitaria più sostenibili.

Bibliografia