Home Blog Page 21

Cure palliative: negli ospedali il bisogno è ampio, ma l’accesso resta insufficiente e disomogeneo

Le cure palliative non riguardano solo i pazienti oncologici o terminali: nell’anziano fragile rappresentano uno strumento precoce per controllare dolore, dispnea, sofferenza psicologica, perdita di autonomia e carico familiare. È il messaggio che la Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio (SIGOT) porta al 40° Congresso Nazionale, in programma a Roma dal 20 al 22 maggio. Ancora oggi, infatti, le cure palliative vengono attivate troppo tardi, quando sintomi e difficoltà assistenziali sono già diventati gravosi. Nell’anziano fragile, invece, dovrebbero accompagnare malattie croniche avanzate, demenze, scompenso cardiaco, insufficienza respiratoria, patologie neurologiche degenerative e condizioni di non autosufficienza. A confermare l’ampiezza del bisogno sono i dati del Palliative Care Day, che saranno discussi durante una sessione congressuale dedicata a dolore e cure palliative: su 5.601 pazienti e residenti valutati in 207 reparti ospedalieri e 144 RSA, il 57% dei pazienti ricoverati e il 46,3% degli anziani istituzionalizzati è risultato bisognoso di un approccio palliativo.

Cure palliative, non solo fine vita

Le cure palliative restano spesso associate all’hospice o alla terminalità imminente, ma nel paziente anziano fragile dovrebbero essere integrate con le terapie attive. L’obiettivo non è sostituire le cure, ma ridefinire in modo proporzionato gli interventi assistenziali, controllare i sintomi, ridurre la sofferenza fisica e psicologica, sostenere i caregiver e migliorare la qualità della vita.

«Le cure palliative costituiscono una parte essenziale della medicina, soprattutto nel paziente anziano fragile – sottolinea Lorenzo Palleschi, Presidente SIGOT – Servono a controllare il dolore, ridurre la sofferenza, evitare trattamenti sproporzionati, sostenere la famiglia e rispettare le preferenze della persona. Per questo devono entrare prima nei percorsi di cura, non solo negli ultimi giorni di vita. L’ospedale deve gestire l’acuzie, ma anche riconoscere precocemente i bisogni palliativi e attivare percorsi integrati con territorio, RSA, domicilio e hospice».

Il bisogno cresce, ma l’accesso resta diseguale

La crescente domanda di cure palliative con l’invecchiamento della popolazione pone anche un problema di programmazione sanitaria. La normativa prevede di garantire entro il 2028 l’accesso al 90% delle persone che ne hanno bisogno, ma oggi la copertura resta ancora lontana da questo obiettivo e fortemente disomogenea sul territorio.

«Serve una rete più uniforme, capace di garantire accesso equo e percorsi omogenei ai cittadini affetti da malattie croniche, progressive e inguaribili – aggiunge Palleschi – Il reparto per acuti deve continuare a gestire la fase critica della malattia, ma non può restare l’unica risposta alla cronicità avanzata e alla non autosufficienza».

Dall’ospedale al domicilio: un approccio integrato

Uno dei temi centrali del Congresso SIGOT è proprio il superamento di una visione delle cure palliative limitata all’hospice o alla fase terminale oncologica. Nei reparti per acuti e nelle RSA sono numerosi i pazienti con bisogni complessi: dolore non controllato, difficoltà respiratorie, agitazione, depressione, decadimento cognitivo e perdita funzionale.

«Nel paziente geriatrico il bisogno palliativo non coincide sempre con una terminalità immediata – spiega Claudia Bauco, Componente del Consiglio Direttivo SIGOT – La sfida è riconoscere precocemente questi bisogni in ospedale, nelle RSA e al domicilio, costruendo un piano assistenziale condiviso con il paziente, quando possibile, e con la famiglia. Le cure palliative devono accompagnare la persona lungo l’evoluzione della malattia, migliorando il controllo dei sintomi, la comunicazione e l’appropriatezza delle cure».

Il caregiver, il paziente invisibile della cronicità avanzata

Il bisogno palliativo coinvolge anche la rete familiare. Nei percorsi di malattia cronica avanzata, i caregiver sono spesso chiamati a gestire assistenza quotidiana, terapie, dolore, burocrazia e decisioni cliniche complesse, con un forte impatto sulla salute fisica, psicologica ed economica.

«Un percorso di umanizzazione delle cure deve includere ascolto, formazione e sostegno ai familiari – aggiunge Claudia Bauco – Il caregiver va accompagnato e protetto: prendersi cura dell’anziano fragile significa non lasciare sola la famiglia».

Dolore e cure palliative al congresso SIGOT

Il tema delle cure palliative è approfondito nel 40° Congresso Nazionale SIGOT, in programma dal 20 al 22 maggio 2026 presso l’Omnia Hotel Shangri-La di Roma. Tra gli interventi previsti, la relazione del Prof. Graziano Onder sul bisogno di cure palliative in ospedale e nelle residenze per anziani, insieme ad approfondimenti sul trattamento del dolore nell’anziano, osteoartrosi e terapia antalgica in residenza e sul territorio.

Radioterapia oncologica, AIRO apre tre cantieri con le Istituzioni per il SSN

Tre cantieri aperti con le Istituzioni per rafforzare il ruolo della radioterapia oncologica nel Servizio sanitario nazionale.

«I tre cantieri sono ambiti di collaborazione con le Istituzioni con obiettivi pragmatici e ben definiti»

Il primo cantiere riguarda il percorso regolatorio europeo: indicazioni chiare e condivise per associare in sicurezza radioterapia e terapie farmacologiche già nelle valutazioni EMA sull’immissione in commercio dei nuovi medicinali, e poi nei successivi aggiornamenti di schede tecniche e piani terapeutici.

Il secondo cantiere riguarda la formazione: più crediti universitari dedicati, master per radio-oncologi, tecnici e fisici medici, borse di studio per gli specializzandi. Obiettivo, invertire la carenza di radio-oncologi e di personale specializzato, indispensabile per far funzionare i reparti di radioterapia.

Il terzo cantiere è sulla governance delle Reti Oncologiche regionali: linee di indirizzo e indicatori, messi a punto e condivisi con l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Age.Na.S.), per monitorare l’effettivo impiego della radioterapia, valutando esiti clinici, qualità della vita, tollerabilità dei trattamenti e accesso equo su tutto il territorio nazionale.

«La radioterapia è oggi uno degli strumenti più avanzati nella lotta contro il cancro»

Sono i tre impegni di AIRO, Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica, al centro della seconda edizione degli Stati Generali della Radioterapia Oncologica, realizzati su iniziativa del Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, Onorevole Ugo Cappellacci. Radio-oncologi, oncologi medici, radiologi, rappresentanti delle Istituzioni italiane ed europee e associazioni di pazienti si sono riuniti a Roma per affrontare le criticità che ancora limitano la piena valorizzazione della radioterapia: pilastro della cura per sei pazienti oncologici su dieci, ma ancora percepita troppo spesso come arma terapeutica di ultima istanza, se non addirittura palliativa.

«La radioterapia è oggi uno degli strumenti più avanzati nella lotta contro il cancro, ma il suo potenziale resta solo in parte espresso: pesano criticità regolatorie, carenze formative e disomogeneità territoriali. Servono regole più chiare, investimenti nella formazione specialistica e strumenti condivisi di monitoraggio, per garantire ai pazienti un accesso equo e tempestivo alle cure più avanzate», esordisce l’Onorevole Ugo Cappellacci.

«Garantire l’utilizzo ottimale della radioterapia richiede aggiornamento continuo, multidisciplinarietà e una forte capacità di innovazione organizzativa e clinica»

«Rispetto alla prima edizione degli Stati Generali, in cui la notizia erano le criticità, gli allarmi e la denuncia di una lunga serie di problemi – spiega Lorenzo Livi, Organizzatore dell’iniziativa, Professore Ordinario e Direttore SOD Radioterapia Oncologica dell’AOU Careggi di Firenze, Referente Radioterapia per il Collegio degli Ordinari in Radioterapia e Delegato alle Relazioni istituzionali di AIRO – quest’anno la notizia sono i tre “cantieri”: ambiti di collaborazione con le Istituzioni – la cui presenza testimonia la concretezza di questo lavoro – con obiettivi pragmatici e ben definiti, sui quali stiamo fattivamente progredendo».

«La radioterapia rappresenta un ambito cruciale nelle terapie oncologiche. Garantire il suo utilizzo ottimale è una sfida che richiede aggiornamento continuo, multidisciplinarietà e una forte capacità di innovazione organizzativa e clinica, per una efficace integrazione nei percorsi di cura. Una sfida che ci chiama tutti, Istituzioni, professionisti, associazioni, realtà accademiche, realtà della ricerca e della formazione a un impegno forte, ciascuno per la propria parte», dichiara Orazio Schillaci, Ministro della Salute. «Il Ministero della Salute considera prioritario il rafforzamento dell’assistenza oncologica e per questo abbiamo già agito su più fronti. Attraverso il Pnrr, abbiamo, ad esempio, investito in modo importante sul rinnovamento delle grandi apparecchiature ospedaliere, con l’obiettivo di mettere a disposizione strumenti sempre più all’avanguardia e cure di qualità e omogenee sul territorio nazionale. È fondamentale anche continuare a investire sul capitale umano per rendere la radioterapia più attrattiva per i giovani medici. Su questo cammino possiamo e dobbiamo proseguire insieme».

Integrare radioterapia e farmaci: un’evoluzione del percorso autorizzativo europeo

Le evidenze scientifiche dimostrano che l’approccio combinato tra radioterapia e terapie farmacologiche migliora gli esiti clinici e amplia le possibilità di controllo di numerose malattie oncologiche. Ma il riconoscimento dell’associazione fra farmaci e radioterapia è ancora parziale, già a livello di valutazione dei nuovi medicinali: gli studi clinici sui farmaci raramente includono in modo sistematico le combinazioni con la radioterapia. Di conseguenza mancano indicazioni omogenee su sicurezza, interazioni ed eventuale tossicità aggiuntiva.

Gli studi clinici sui farmaci raramente includono in modo sistematico le combinazioni con la radioterapia

Come sottolinea la Dottoressa Sandra Gallina, Direttrice Generale Salute e Sicurezza alimentare della Commissione Europea, «La convergenza tra radioterapia e terapie farmacologiche innovative è una delle frontiere più promettenti dell’oncologia, ma oggi il potenziale di queste combinazioni emerge troppo spesso solo nella pratica clinica, con opportunità perse per i pazienti. La nuova legislazione farmaceutica europea – con autorizzazioni più rapide per i prodotti combinati, l’introduzione dei regulatory sandboxes e il rafforzamento del Piano SAMIRA – crea le condizioni per accelerare lo sviluppo di radiofarmaci innovativi e dare pieno spazio alle radiazioni ionizzanti nell’Europe’s Beating Cancer Plan».

In questo scenario, il dialogo a livello europeo su evidenze scientifiche, sviluppo clinico e processi regolatori è la chiave per un uso più integrato delle opzioni terapeutiche disponibili. Istituzioni ed enti regolatori continentali possono favorire l’integrazione della radioterapia nella valutazione e quindi nello sviluppo dei farmaci, sostenendo evidenze scientifiche dedicate e aggiornamenti tempestivi di schede tecniche e piani terapeutici.

Formare la nuova generazione di radio-oncologi

In Italia la radioterapia vive una crisi di attrattività senza precedenti. Nel 2025, a fronte di 139 posti nelle scuole di specializzazione, si sono iscritti appena 42 specializzandi. Se la tendenza non si inverte, il Servizio sanitario nazionale rischia di non garantire cure radioterapiche adeguate nell’arco di poco più di un decennio, proprio mentre le diagnosi di malattie neoplastiche e il fabbisogno clinico continuano ad aumentare. Questa minaccia richiede un impegno su più fronti: corsi obbligatori di radioterapia oncologica nelle lauree in Medicina e Chirurgia, con un numero di crediti formativi adeguato; master dedicati non solo ai radio-oncologi, ma anche a tecnici e fisici medici; borse di studio per gli specializzandi; campagne di sensibilizzazione che valorizzino il ruolo strategico della disciplina.

Radioterapia nelle reti oncologiche: governance e indicatori condivisi

L’oncologia è sempre più complessa sul piano clinico e organizzativo, e richiede strumenti condivisi a sostegno della programmazione sanitaria. La radioterapia ha assunto un ruolo crescente grazie all’innovazione tecnologica, ma permangono differenze territoriali rilevanti nell’accesso e nell’utilizzo dei trattamenti. L’introduzione di indicatori specifici per la radioterapia da parte dell’Age.Na.S. consentirà una valutazione più completa dei percorsi oncologici: appropriatezza clinica, distribuzione territoriale dei trattamenti, qualità della vita, tollerabilità ed esiti funzionali. Strumenti che rafforzeranno la governance sanitaria, aumentando trasparenza e omogeneità territoriale e promuovendo cure oncologiche più eque e di qualità crescente.

«Gli Stati Generali sono ormai un tavolo autorevole e riconosciuto, che riunisce Istituzioni, comunità scientifica, professionisti e Associazioni dei pazienti attorno a un obiettivo comune: rafforzare il ruolo della radio-oncologia nei percorsi di cura e garantire un accesso più equo a questi trattamenti», dichiara Stefano Pergolizzi, Presidente AIRO. «Questa sfida richiede un approccio sinergico: integrazione tra radioterapia e farmaci innovativi già nello sviluppo regolatorio a livello europeo, rilancio della formazione, indicatori Age.Na.S. per la governance delle terapie a livello regionale. Come AIRO, continueremo a stimolare il dialogo con le Istituzioni nell’interesse dei pazienti».

Oltre 100 scienziate lanciano con Fondazione Onda un manifesto per la ricerca biomedica delle donne

Dare voce all’eccellenza scientifica femminile, promuovere modelli di leadership per il futuro e contribuire concretamente al miglioramento della qualità della ricerca biomedica. Sono questi gli obiettivi del primo Manifesto di Fondazione Onda ETS e delle Top Italian Women Scientists (TIWS), presentato a Milano a Palazzo Lombardia in occasione della cerimonia di premiazione del Club TIWS, che quest’anno celebra il suo decimo anniversario.

In Italia metà dei ricercatori a tempo determinato in ambito biomedico è donna. Tra i professori ordinari, però, le donne sono appena il 29%

Un impegno urgente, in un sistema in cui le donne hanno quasi una probabilità doppia rispetto agli uomini di non raggiungere il vertice della carriera accademica [1]. Sebbene in Italia le donne rappresentino, infatti, il 57,3% dei laureati e superino il 42% dei dottori di ricerca in ambito STEM – valore superiore alla media europea del 37% – la loro presenza si riduce drasticamente salendo nella carriera accademica: dal 50% delle ricercatrici a tempo determinato in ambito biomedico – settore di eccellenza del club TIWS – si arriva al 29% dei professori ordinari [2]Nel settore universitario e della ricerca pubblica il divario retributivo di genere si attesta al 16,6% [3], mentre il cosiddetto “maternal wall” continua a rappresentare uno spartiacque: il momento critico coincide con la fase della pianificazione familiare, quando le carriere femminili subiscono la divaricazione più netta nel passaggio da ricercatrice a professoressa associata. 

Alessandro Fermi, Assessore Università, Ricerca e Innovazione di Regione Lombardia, commenta: «La presentazione del primo Manifesto della Fondazione Onda ETS, insieme alle Top Italian Women Scientists, rappresenta un passaggio concreto verso una vera trasformazione culturale della comunità scientifica. Non si tratta solo di un documento di intenti, ma di una presa di posizione chiara su nodi strutturali che da tempo condizionano l’equità e la qualità della ricerca. Costruire una comunità scientifica più inclusiva non deve più essere un obiettivo accessorio, ma una condizione necessaria per generare innovazione di qualità e rendere il sistema più equo, ma anche più competitivo e capace di rispondere alle sfide della società contemporanea. Chiudo facendo i miei più sinceri complimenti alle donne premiate oggi, che incarnano alla perfezione questa necessaria evoluzione.»

Con questo Manifesto celebriamo un’evoluzione: trasformare il valore delle scienziate in una leva concreta per migliorare ricerca e salute

Il Manifesto nasce da questa consapevolezza e individua dieci azioni prioritarie: dall’equità di genere nei percorsi di carriera alla riduzione dei bias nei sistemi di valutazione, dalla promozione della leadership femminile all’integrazione della dimensione di sesso e genere nella ricerca scientifica. Un impegno che mira a costruire una comunità scientifica più inclusiva, capace di generare innovazione e migliorare gli esiti di salute. 

Francesca Merzagora, presidente di Fondazione Onda ETS, dichiara: «Con questo Manifesto celebriamo un’evoluzione: trasformare il valore delle scienziate in una leva concreta per migliorare ricerca e salute. Il Manifesto è uno strumento strategico per promuovere modelli più equi, trasparenti e meritocratici e investire nella leadership femminile come motore di qualità e innovazione. Un punto di partenza per un cambiamento sistemico fondato su azioni concrete: mentoring, modelli di carriera flessibili, integrazione della medicina di genere e coinvolgimento di tutti gli stakeholder.»

Adriana Albini, presidente del Club Top Italian Women Scientists, commenta: «Investire nella ricerca biomedica delle donne significa ampliare lo sguardo della scienza, renderla più rappresentativa, innovativa e inclusiva. Il Manifesto vuole proporre un impegno collettivo per superare barriere ancora presenti e costruire un sistema della ricerca che sappia riconoscere e valorizzare pienamente il merito e il talento femminile.»

Investire nella ricerca biomedica delle donne significa ampliare lo sguardo della scienza, renderla più rappresentativa, innovativa e inclusiva

Il Manifesto si inserisce nel percorso pluriennale di Fondazione Onda ETS, impegnata nella promozione della salute della donna e della medicina di genere, e rafforza il ruolo del Club TIWS come interlocutore qualificato per istituzioni, università e sistema della ricerca.

Le azioni del Manifesto:

  1. Promuovere l’equità di genere nella ricerca scientifica.Garantire pari opportunità di accesso, sviluppo e avanzamento di carriera, contrastando ogni forma di discriminazione diretta e indiretta.
  2. Riconoscere e superare i bias di genere. Integrare strumenti di valutazione trasparenti e basati su criteri oggettivi per ridurre l’impatto dei pregiudizi e dei bias nei processi di selezione, finanziamento e promozione.
  3. Contrastare stereotipi e discriminazioni sistemiche. Attuare programmi di formazione e sensibilizzazione per riconoscere e superare stereotipi culturali, sociali e professionali.
  4. Valorizzare la leadership femminile. Favorire l’accesso delle donne a ruoli decisionali e di governance, promuovendo modelli di leadership inclusivi e diversificati.
  5. Promuovere modelli di carriera flessibili e inclusivi. Riconoscere percorsi non lineari, contestualizzando le interruzioni di carriera e le differenti traiettorie professionali.
  6. Rafforzare il tutoraggio e i modelli di riferimento, supportare le giovani ricercatrici. Sostenere programmi strutturati di mentoring e creare reti di supporto per favorire la crescita professionale e la condivisione di esperienze; valorizzare figure femminili di eccellenza come esempi di riferimento e “role model” per ispirare le nuove generazioni.
  7. Promuovere la cultura dell’inclusione nella progettualità della ricerca. Integrare la dimensione di genere nella conduzione dei progetti scientifici, nei protocolli di ricerca e nell’innovazione. Promuovere una maggiore partecipazione delle donne allo sviluppo dei modelli di IA.
  8. Integrare la dimensione di sesso e di genere nei protocolli della ricerca. Promuovere l’inclusione del sesso e del genere nei disegni sperimentali, negli studi e nella sperimentazione clinica. 
  9. Garantire un equilibrio sostenibile tra vita professionale e personale. Sviluppare politiche concrete di supporto alla genitorialità, alla cura degli anziani e al benessere personale, all’equilibrio tra vita e lavoro, rispettando i tempi dedicati alla vita privata e superando modelli organizzativi incompatibili con carriere sostenibili.
  10. Favorire un impegno collettivo e multi-stakeholder. Coinvolgere istituzioni, università, enti di ricerca, società scientifiche e settore privato in una strategia condivisa per il cambiamento.

Sonia Levi, vicepresidente del Club TIWS, osserva: «Questo decalogo non propone solo una ‘questione femminile’, ma una revisione globale del modo in cui facciamo ricerca. Una scienza che non discrimina è, semplicemente, una scienza migliore.»

Nato nel 2016, il Club TIWS di Fondazione Onda ETS riunisce oggi 108 tra le migliori scienziate italiane in ambito biomedico, tra cui a titolo d’esempio: Adriana Albini, collaboratrice alla Direzione Scientifica IRCCS Istituto Europeo di Oncologia IEO; Sonia Levi, professoressa ordinaria di Biologia applicata all’Università Vita-Salute San Raffaele; Rossella Nappi, professoressa ordinaria di Ostetricia e Ginecologia all’Università degli Studi di Pavia; Liliana Dell’Osso, professoressa ordinaria di Psichiatria all’Università di Pisa e past president della Società Italiana di Psichiatria (SIP); Delia Goletti, direttrice del laboratorio di ricerca traslazionale dell’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani.

Una scienza che non discrimina è, semplicemente, una scienza migliore

Una rete cresciuta in dieci anni dalle prime 38 ricercatrici fino a diventare punto di riferimento nel dibattito scientifico e ancora più preziosa in un Paese che forma talenti, ma non sempre li trattiene: l’Italia è, infatti, seconda per nazionalità dei vincitori ERC (European Research Council), ma solo settima come sede di ricerca. Nel 2025, su 55 italiani premiati, solo 30 hanno scelto di restare. A dieci anni dalla sua nascita, il Club TIWS compie così un passo ulteriore: da rete di eccellenze a realtà capace di incidere sulle politiche pubbliche e contribuire a costruire una scienza più equa, inclusiva e orientata al futuro.

Riferimenti bibliografici

[1] Il Glass Ceiling Index italiano è 1,52 (MUR, 2022).
[2] Focus sulle carriere femminili in ambito accademico (MUR, 2025).
[3] INPS, Rendiconto di genere 2024.

Accendiamo i riflettori sulla tossicità temporale, il tempo invisibile che pesa sui pazienti oncologici

0
Francesco De Lorenzo

«La voce dei pazienti non è più soltanto un’istanza etica o di equità, ma una vera questione di metodo»: nel 18esimo Rapporto sulla condizione assistenziale del malato oncologico, Francesco De Lorenzo, Presidente della Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (F.A.V.O.) richiama la necessità di ripensare l’organizzazione sanitaria a partire dall’esperienza concreta delle persone in cura.  

Una riflessione che si intreccia con un tema su cui è necessario accendere i riflettori: la tossicità temporale, ovvero il carico di attese, burocrazia, spostamenti e percorsi frammentati che rappresenta sempre più una forma sommersa di disuguaglianza sanitaria.

Questa dimensione, infatti, sta emergendo come uno degli aspetti meno visibili ma più pervasivi dell’oncologia moderna. Non riguarda solo le ore trascorse in ospedale, ma tutto ciò che la malattia sottrae alla vita quotidiana: lavoro, relazioni, autonomia e reddito, sia per la persona malata sia per il caregiver.

Ne hanno parlato, in particolare, Elisabetta Iannelli (Segretario generale F.A.V.O.) e Raffaele Giusti (Ricercatore a tempo determinato, Oncologia Medica, Dipartimento di Medicina Clinica e Molecolare, Sapienza Università di Roma).

Time toxicity è il “tempo che sfugge alla vita”

Elisabetta Iannelli

Per Elisabetta Iannelli la definizione più efficace è quella di “tempo che sfugge alla vita”. Un’espressione che restituisce immediatamente il senso di ciò che molti pazienti sperimentano durante il percorso di cura. «La tossicità temporale è il tempo che la malattia oncologica e le cure sottraggono alla vita quotidiana del paziente e della sua famiglia», spiega. Un carico che non coincide soltanto con la terapia, ma comprende visite, esami, prenotazioni, attese e continui accessi ai centri di cura.

Secondo Iannelli, una quota significativa di questo tempo potrebbe essere restituita ai pazienti attraverso una migliore organizzazione dei percorsi assistenziali. L’esempio è quello dei pazienti costretti a recarsi in ospedale in giorni diversi per prelievi, visita oncologica e infusione terapeutica. «Molto spesso questo potrebbe essere risolto con modalità differenti», osserva Iannelli, immaginando prelievi effettuati vicino casa, invio telematico degli esami e visite concentrate nel giorno stesso della terapia. Ridurre da tre accessi a uno solo può sembrare marginale, ma nell’arco di mesi o anni di trattamenti significa “restituire” settimane o addirittura mesi di vita.

«La tossicità temporale diventa tossicità finanziaria»

Il fenomeno si traduce anche in impoverimento economico. «La tossicità temporale diventa tossicità finanziaria», sottolinea Iannelli, perché coinvolge non solo il paziente, ma anche il caregiver. Giorni di lavoro persi, ferie consumate, spese per esami effettuati nel privato quando le liste d’attesa pubbliche non sono compatibili con i tempi della cura. Dai racconti dei pazienti emergono episodi ricorrenti: ore trascorse al telefono per prenotare esami, spostamenti inutili tra strutture diverse, percorsi amministrativi frammentati. «Ci sono centri di eccellenza che operano già in modo integrato», spiega ancora Iannelli, «altri invece obbligano il paziente a prenotare autonomamente visite ed esami al di fuori della struttura dove è in cura». Una contraddizione che, secondo F.A.V.O., mette in discussione il principio stesso della presa in carico personalizzata.

La tossicità temporale coinvolge non solo il paziente ma anche il caregiver

Anche la telemedicina può rappresentare uno strumento utile, purché venga utilizzata come integrazione e non come sostituzione del rapporto umano. «La medicina digitale non è la soluzione», chiarisce Iannelli, «ma può ridurre tempi e spostamenti». Tuttavia, avverte, il rapporto diretto con medici e infermieri resta fondamentale: «Il paziente si sentirebbe abbandonato se tutto venisse sostituito dal digitale».

Time toxicity come parametro negli studi clinici

La riflessione finale riporta il tema su un piano etico oltre che organizzativo. «Restituire tempo di vita alla persona malata significa anche non sottrarre tempo inutilmente», conclude Iannelli. «Fa parte di un’oncologia moderna che rispetti le esigenze umane del paziente».

Restituire tempo di vita alla persona malata significa anche non sottrarre tempo inutilmente

Dal punto di vista clinico e scientifico, Raffaele Giusti evidenzia come questo tema sia ancora poco considerato nella ricerca oncologica. Gli studi clinici misurano la sopravvivenza, il tempo alla progressione o il tempo all’evento che si vuole analizzare, ma raramente quantificano il tempo sottratto al paziente dalla cura stessa. «Una vera misura standardizzata della tossicità temporale ancora non esiste», osserva. «Eppure, il tema sta acquisendo crescente attenzione: dai primi contributi pubblicati nel 2022 alle più recenti discussioni nei congressi internazionali, inclusa l’ESMO dove sono stato relatore sul tema nel 2024, la time toxicity sta progressivamente entrando nel linguaggio della ricerca oncologica e della valutazione degli esiti di cura».

Raffaele Giusti

Per Giusti il nodo centrale è che non tutti i pazienti pagano lo stesso “prezzo di tempo” per accedere alla medesima cura. Il peso reale del trattamento comprende viaggi, attese, esami, gestione degli effetti collaterali e recupero dopo le terapie, ma anche il tempo sottratto al lavoro e alla vita familiare. «Oggi tendiamo a ragionare così: il trattamento è efficace, quindi va bene. Ma dobbiamo capire qual è il prezzo di quella validità».

L’oncologo allarga poi il concetto a una dimensione sociale e cognitiva: il tempo passato ad attendere referti, cercare second opinion, interpretare documenti clinici, affrontare telefonate e procedure burocratiche. Elementi difficili da inserire negli endpoint tradizionali degli studi clinici perché spesso qualitativi, ma che incidono profondamente sulla qualità della vita.

«Il tempo del paziente non è una variabile accessoria», sottolinea Giusti. «È una risorsa clinica, familiare, economica e morale». Per questo dovrebbe diventare un parametro da misurare e ridurre, anche attraverso strumenti come telemedicina, prossimità assistenziale e integrazione organizzativa. Non semplici innovazioni tecniche, ma «strumenti di giustizia sanitaria».

La conclusione è netta: «Oggi non basta curare meglio. Bisogna curare senza consumare inutilmente la vita che la cura promette di proteggere».

PrEP, prevenzione HIV a macchia di leopardo: crescono utenti e nuove opzioni

L’utilizzo della PrEP, la profilassi farmacologica che abbatte il rischio di contagio da HIV, è aumentato sostanzialmente in Italia, ma non ovunque allo stesso ritmo. Nel 2024 gli utenti sono stati 16.220 rispetto ai 10.697 del 2023, anno in cui la profilassi pre-esposizione è stata resa gratuita per le persone a rischio grazie all’inserimento nell’elenco dei farmaci rimborsabili dal SSN.

L’uso della PrEP è aumentato ma con numeri disomogenei tra le regioni e persistenti diseguaglianze nell’accesso

In un solo anno si è registrato un incremento del 51,6%, ma con numeri disomogenei tra le regioni e persistenti diseguaglianze nell’accesso. I dati emergono dallo studio “Implementation of HIV pre-exposure prophylaxis (PrEP) in Italy (2023-2024): Results from the PrIDE cohort survey”, pubblicato quest’anno su «International Journal of Infectious Diseases».

Per valutare l’adozione della PrEP a livello regionale, il numero di nuovi utenti e le persone in follow-up, è stata condotta una survey nell’ambito della coorte PrIDE (Prevention ICONA Dedicated Ensemble), coinvolgendo 62 centri tra unità di malattie infettive e servizi territoriali. Se ne parla nel corso della 18ª edizione di ICAR – Italian Conference on AIDS and Antiviral Research, a Catania.

PrEP in Italia: prevenzione “a macchia di leopardo”

La maggior parte degli utenti si concentra in tre regioni: Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna raccolgono insieme il 75,6% delle persone in PrEP in Italia. Dallo studio emerge inoltre un identikit degli utilizzatori quasi esclusivamente al maschile: il 95,7% è costituito da uomini. Complessivamente, il 72% ha seguito la profilassi per l’intero anno (11.785 utenti), a fronte di un 20-25% circa di abbandoni.

«Nonostante la rimborsabilità – afferma Antonella Castagna, Presidente ICAR e Direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, fra i firmatari dello studio – in Italia la diffusione della PrEP presenta una distribuzione “a macchia di leopardo”, con poche regioni in cui il tema è molto sentito, e il numero di utenti resta inferiore a quelli che ne avrebbero diritto. La maggior parte delle persone che richiedono la PrEP è costituita da uomini che hanno rapporti sessuali con uomini e rappresentano oltre il 90% delle richieste. Le donne, invece, sono una percentuale molto ridotta, evidenziando la necessità di un approccio multidisciplinare che integri maggiormente la prevenzione dell’HIV nei percorsi di salute femminile. Attenzione andrebbe dedicata anche alle altre popolazioni difficilmente raggiungibili».

«Nonostante la rimborsabilità, il numero di utenti resta inferiore a quello di coloro che ne avrebbero diritto»

Nel 2024, sono state effettuate 2.379 nuove diagnosi di infezione da HIV, pari a 4,0 nuovi casi per 100.000 residenti. «Molte diagnosi avvengono in fase avanzata. È quindi essenziale utilizzare la PrEP come uno degli strumenti chiave per ridurre le nuove infezioni – rimarca Castagna – affiancandola a test rapidi, all’avvio immediato del trattamento in caso di diagnosi di infezione da HIV e allo screening per altre infezioni sessualmente trasmesse».

Come emerge dai dati, «le donne che utilizzano la PrEP sono ancora pochissime e la prevenzione al femminile è spesso associata alla sola contraccezione, come se fossero ambiti separati, mentre anticoncezionali e PrEP dovrebbero essere considerati parte dello stesso percorso di tutela della salute – commenta Ilenia Pennini, Co-presidente del Congresso ICAR e Responsabile Salute Arcigay Nazionale –. Se l’uso della contraccezione è stato progressivamente normalizzato, lo stesso non è ancora avvenuto per la prevenzione dell’HIV. Per arrivare all’obiettivo zero dell’OMS è necessario utilizzare tutti gli strumenti disponibili. E in questo senso il ruolo dei ginecologi appare limitato: non sono molti coloro che associano alla contraccezione il consiglio della PrEP».

PrEP long-acting: perché può migliorare l’aderenza

In questo scenario arriva la rimborsabilità della PrEP long-acting, pubblicata in Gazzetta Ufficiale ad aprile 2026 dopo l’ok dell’Agenzia italiana del farmaco. «Queste formulazioni long-acting potrebbero cambiare completamente lo scenario della prevenzione delle nuove infezioni», commenta Giuseppe Nunnari, Co-presidente del 18° Congresso ICAR, Professore Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Catania e Presidente Regionale Sicilia della SIMIT.

La novità, rispetto alla PrEP orale, è la modalità di somministrazione: dopo una prima iniezione dovrà seguirne una seconda a distanza di un mese, mentre le successive singole iniezioni di mantenimento sono previste ogni due mesi. Una somministrazione bimestrale, dunque, per abbattere il rischio di contrarre l’HIV.

La PrEP long-acting, che prevede iniezioni di mantenimento bimestrali, potrebbe ridurre in modo significativo il problema dell’aderenza alla terapia quotidiana

«In questo modo si riduce in modo significativo il problema dell’aderenza alla terapia quotidiana e proprio per questo la PrEP long-acting ha dimostrato un numero inferiore di infezioni rispetto alla formulazione orale che, in base al livello di rischio individuale, può essere assunta con una compressa al giorno oppure “on demand”, cioè prima e dopo il rapporto a rischio – spiega Castagna –. Questo aspetto è cruciale se si considera che, nel tempo, la continuità nell’assunzione della PrEP orale tende a diminuire: i dati della coorte PrIDE mostrano che tra il 20% e il 25% degli utilizzatori di PrEP orale presenta discontinuità già nel primo anno, aumentando il rischio di infezione. La nuova opzione terapeutica rappresenta un’opportunità concreta per rilanciare le strategie di prevenzione anche grazie alla capacità del farmaco di mantenere concentrazioni efficaci per un periodo prolungato».

A chi è rivolta

Si tratta però di un farmaco costoso. «Il costo elevato della PrEP long-acting ha portato l’AIFA a definire criteri precisi di accesso – chiarisce Castagna – privilegiando le popolazioni ad alto rischio di acquisizione dell’HIV e quelle che non riescono a utilizzare la PrEP orale per problemi di tollerabilità. In questo contesto, l’Italia si colloca attualmente all’avanguardia in Europa, grazie a un progetto che amplia gli strumenti disponibili per raggiungere una quota più ampia di popolazione».

Il tema della PrEP long-acting è «oggi centrale anche nel dibattito scientifico, con un forte coinvolgimento dei giovani ricercatori. In questo contesto si inserisce il congresso ICAR, che rappresenta una prima occasione in cui ricercatori e community collaborano attivamente per discutere prospettive e implicazioni di questa innovazione, frutto di un’approvazione attesa da lungo tempo. Tra i limiti attuali vi è il fatto che la prescrizione sia riservata a centri ospedalieri e specialisti infettivologi, con una scheda cartacea valida per due mesi che richiede una conoscenza approfondita del paziente. Inoltre, il costo del farmaco è significativamente superiore rispetto alla formulazione orale. Nei primi due anni sarà fondamentale valutare i numeri di utilizzo per poter effettuare un bilancio insieme ad AIFA e ridefinire eventualmente le strategie di accesso. È importante sottolineare che non si tratta di una scelta tra due alternative, ma di opzioni complementari che permettono di raggiungere persone diverse con bisogni differenti», conclude Castagna.

Neurologia: dalla SIN nuove raccomandazioni per ridurre le visite inappropriate

Ridurre le visite neurologiche non necessarie e garantire tempi più rapidi a chi ne ha davvero bisogno. Con questo obiettivo sono state elaborate dalla Società Italiana di Neurologia (SIN) le nuove Raccomandazioni di Buona Pratica Clinico‑Assistenziale (RBPCA) per l’appropriatezza della prima visita neurologica, su richiesta del Ministero della Salute e pubblicate dall’Istituto Superiore di Sanità.

L’obiettivo delle raccomandazioni è evitare visite non necessarie e garantire un percorso più rapido e appropriato per i pazienti con condizioni realmente rilevanti

Il documento interviene su una delle principali criticità del Servizio sanitario nazionale: l’elevata richiesta di visite neurologiche, spesso legata a condizioni molto frequenti come cefalea, disturbi cognitivi e tremore. In molti casi si tratta di situazioni che possono essere gestite già a livello di medicina generale, con il risultato di un sovraccarico delle liste di attesa e di un accesso più difficile per i pazienti che necessitano realmente dello specialista.

Le nuove raccomandazioni introducono indicazioni chiare e operative per stabilire quando è appropriato inviare il paziente al neurologo e quando, invece, la gestione può avvenire sul territorio. In totale sono state definite 8 raccomandazioni: 6 identificano le situazioni in cui la visita specialistica è indicata e 2 quelle in cui non è raccomandata, offrendo un riferimento concreto per medici e servizi sanitari.

Mario Zappia

«Queste raccomandazioni rappresentano un passaggio fondamentale per migliorare l’accesso alle cure neurologiche nel nostro Paese – afferma il Professor Mario Zappia, Presidente SIN – L’obiettivo è evitare visite non necessarie e garantire un percorso più rapido e appropriato per i pazienti con condizioni realmente rilevanti. Non si tratta di limitare l’accesso allo specialista, ma di renderlo più efficace e mirato, rafforzando il ruolo della medicina territoriale e migliorando l’integrazione tra i diversi livelli di assistenza».

Per quanto riguarda la cefalea, viene indicato il ricorso allo specialista in presenza di segnali di allarme – come l’insorgenza improvvisa, il peggioramento progressivo, la comparsa in età avanzata o la presenza di sintomi neurologici associati – mentre le forme più comuni, come l’emicrania non frequente, possono essere seguite inizialmente dal medico di famiglia. Diverso il caso delle forme croniche, con mal di testa per oltre 15 giorni al mese, per le quali è raccomandato l’invio allo specialista.

Per il tremore, le raccomandazioni distinguono tra condizioni che richiedono approfondimento neurologico – come i tremori a riposo, asimmetrici, di nuova insorgenza o associati ad altri disturbi neurologici – e situazioni più lievi o legate a cause riconoscibili, che possono essere gestite in prima battuta sul territorio.

Analogo approccio per i disturbi cognitivi, per i quali viene valorizzato il ruolo del medico di medicina generale nel primo inquadramento diagnostico, prevedendo l’invio allo specialista nei casi di peggioramento progressivo non spiegato dagli accertamenti iniziali e orientando invece verso percorsi più appropriati, come quelli geriatrici, i pazienti con forme avanzate e condizioni di fragilità elevata.

Le raccomandazioni sono state sviluppate da un gruppo multiprofessionale che ha coinvolto neurologi, medici di medicina generale, metodologi e anche rappresentanti dei pazienti, sulla base delle migliori evidenze scientifiche disponibili e attraverso un processo strutturato di consenso.

Sanità, GIMBE: 65 tipologie di frodi e abusi nel SSN. «Serve una mappa nazionale dei rischi»

Frodi e abusi in sanità non vengono letti come episodi isolati, ma come distorsioni strutturali che attraversano l’intero Servizio sanitario nazionale, con impatti su allocazione delle risorse, accesso alle cure e fiducia dei cittadini. È il quadro delineato dal nuovo report dell’Osservatorio della Fondazione GIMBE, presentato a Roma presso la sede dell’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) nell’ambito del protocollo di collaborazione tra i due enti.

Il documento colloca la sanità tra i settori maggiormente esposti a fenomeni corruttivi a livello internazionale, per effetto di caratteristiche strutturali come l’asimmetria informativa tra attori, la complessità dei processi decisionali e l’elevata discrezionalità nella gestione clinica e amministrativa. In Italia, il tema si intreccia con l’ampiezza della spesa pubblica: secondo ANAC, circa il 25% del valore dei contratti pubblici riguarda la sanità, pari a 70,5 miliardi di euro nel 2023.

La tassonomia GIMBE individua 65 tipologie di frodi e abusi nel SSN

«Questo dato, seppur non consenta di stimare con precisione l’impatto economico dei fenomeni corruttivi, indica comunque l’ampiezza dell’area di spesa pubblica più esposta a tali rischi. È proprio qui che servono strumenti più avanzati di trasparenza, tracciabilità digitale, controlli tempestivi e rafforzamento dell’accountability del sistema», ha sottolineato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE.

Una tassonomia per leggere i rischi del sistema

Uno dei principali elementi del report è la proposta di una tassonomia nazionale delle frodi e degli abusi in sanità, pensata per uniformare linguaggio, classificazione e monitoraggio dei fenomeni.

Il modello individua nove macro-aree di rischio che coprono governance, regolazione, ricerca, acquisti, gestione finanziaria e risorse umane, fino all’erogazione dei servizi. All’interno sono state identificate 65 tipologie di frodi e abusi, che includono anche pratiche opportunistiche e irregolarità amministrative non sempre penalmente rilevanti, ma con impatto sul funzionamento del sistema.

«Di fronte all’estrema variabilità delle pratiche corruttive e alla frammentazione della terminologia utilizzata nei diversi contesti, una tassonomia condivisa non è un esercizio classificatorio, ma uno strumento operativo. Serve a parlare la stessa lingua, misurare i rischi, confrontare i dati e orientare in modo più efficace le politiche di prevenzione e controllo», ha spiegato Cartabellotta.

Tassonomia GIMBE di frodi e abusi in sanità

Tassonomia di frodi e abusi in sanità
A. Policy-making e governance del sistema sanitario
A.1. Influenze indebite sulle politiche sanitarie (capture of health policy).
A.2. Omessa, ritardata o attuazione selettiva delle politiche sanitarie.
A.3. Influenze indebite sulle politiche non sanitarie (resistenza al principio “health in all policies”).
B. Regolamentazione del sistema sanitario
B.1. Approvazione impropria o accelerata di prodotti.
B.2. Ritardata, omessa o irregolare sospensione di prodotti sanitari.
B.3. Manipolazione dei processi di negoziazione e rimborsabilità di farmaci.
B.4. Ispezione inadeguata della qualità dei prodotti e delle buone pratiche di fabbricazione.
B.5. Selezione inappropriata di prodotti in prontuari, listini, repertori o cataloghi.
B.6. Attestazione impropria di qualifiche professionali.
B.7. Accreditamento o autorizzazione irregolare di strutture sanitarie private.
C. Ricerca clinica
C.1. Utilizzo improprio dei fondi assegnati alla ricerca.
C.2. Conduzione di studi non autorizzati o in violazione dei princìpi etici.
C.3. Fabbricazione, falsificazione e plagio (research misconduct).
C.4. Pratiche di ricerca discutibili (questionable research practices).
C.5. Registrazione, reporting e disseminazione distorta dei risultati.
D. Marketing e promozione di farmaci, dispositivi medici e altre tecnologie sanitarie
D.1. Promessa, offerta, corresponsione, sollecitazione o accettazione di utilità indebite da parte di professionisti sanitari.
D.2. Promessa, offerta, corresponsione, sollecitazione o accettazione di utilità indebite da parte di funzionari pubblici.
D.3. Finanziamenti o altre utilità indebite a società scientifiche e associazioni di pazienti.
D.4. Finanziamento condizionante della formazione continua.
D.5. Utilizzo improprio di studi post-marketing.
D.6. Affermazioni false, incomplete o fuorvianti su farmaci, dispositivi medici e altre tecnologie sanitarie.
D.7. Modifiche improprie delle soglie di malattia.
D.8. Disease mongering.
E. Acquisto di beni e servizi
E.1. Acquisti non necessari, inappropriati o sovradimensionati.
E.2. Manipolazione dei requisiti della gara d’appalto.
E.3. Frazionamento artificioso delle acquisizioni.
E.4. Ricorso indebito alla somma urgenza o ad altre deroghe emergenziali.
E.5. Selezione preferenziale dell’aggiudicatario.
E.6. Collusione tra i partecipanti alla gara.
E.7. Revoca, annullamento o riedizione strumentale della procedura di affidamento.
E.8. Varianti improprie in corso di esecuzione del contratto.
E.9. Proroghe tecniche indebite.
E.10. Difforme, incompleta o fraudolenta esecuzione delle prestazioni contrattuali.
E.11. Capitolati, clausole o soluzioni tecniche con effetto lock-in.
E.12. Valutazioni improprie della fungibilità di beni e servizi.
E.13. Comodati d’uso, valutazioni in prova e donazioni strumentali.
F. Distribuzione e stoccaggio di prodotti sanitari
F.1. Appropriazione indebita, sottrazione o deviazione di prodotti sanitari.
F.2. Immissione o reimmissione sul mercato di prodotti contraffatti, adulterati o non conformi.
F.3. Riconfezionamento, rietichettatura o ricondizionamento improprio di prodotti sanitari.
G. Gestione delle risorse finanziarie
G.1. Appropriazione indebita, distrazione o sviamento di fondi pubblici.
G.2. Appropriazione indebita, distrazione o sviamento di erogazioni liberali.
G.3. Gestione inadeguata o distorta del patrimonio immobiliare.
G.4. Spacchettamento tariffario indebito (unbundling).
G.5. Corrispettivi informali o pagamenti non tracciati.
G.6. Trattamenti preferenziali nell’accesso alle prestazioni sanitarie.
G.7. Indebita fruizione di esenzioni dalla compartecipazione alla spesa sanitaria.
G.8. Utilizzo indebito di identità, tessere o credenziali sanitarie altrui.
G.9. Rilascio, avallo o utilizzo di false certificazioni sanitarie.
G.10. Fatturazioni false, indebite o non documentate.
G.11. Falsificazione o codifica opportunistica della scheda di dimissione ospedaliera (upcoding).
G.12. Omesso o tardivo aggiornamento degli elenchi degli assistiti.
H. Gestione delle risorse umane
H.1. Selezione, conferimento o mantenimento indebito di incarichi e progressioni di carriera.
H.2. Rimozione arbitraria o penalizzazione di personale non gradito.
H.3. Condizionamento indebito delle attività lavorative.
H.4. Assenteismo, negligenza o inadempimento dei doveri di servizio.
H.5. Esercizio abusivo di professione sanitaria.
I. Erogazione dei servizi sanitari
I.1. Manipolazione e falsificazione della documentazione sanitaria.
I.2. Utilizzo a fini privati di strutture, attrezzature, beni di consumo e ore di lavoro.
I.3. Favoritismi.
I.4. Erogazione di servizi di qualità inferiore.
I.5. Manipolazione degli indicatori.
I.6. Dirottamento dei pazienti verso strutture private.
I.7. Utilizzo improprio dell’attività libero-professionale intramuraria (ALPI).
I.8. Manipolazione delle liste d’attesa.
I.9. Consulti specialistici e prestazioni non necessari.

Impatto su equità e qualità dell’assistenza

Secondo il report, frodi e abusi non si limitano alla sottrazione di risorse economiche, ma possono incidere sulla qualità delle cure, sull’equità di accesso e sulla distribuzione territoriale dei servizi sanitari.

La letteratura internazionale evidenzia inoltre associazioni tra livelli elevati di corruzione e peggiori esiti di salute, in particolare nei contesti più fragili, con effetti su aspettativa di vita, mortalità e accesso alle cure essenziali.

Le proposte GIMBE: dalla reazione alla prevenzione

«Alla luce delle criticità individuate – dichiara Cartabellotta – la Fondazione GIMBE propone di trasformare l’enorme patrimonio informativo già disponibile in un sistema nazionale di prevenzione, monitoraggio e accountability su frodi e abusi nel SSN. Non con l’obiettivo di introdurre nuovi adempimenti burocratici, ma di rendere interoperabili i dati, misurabili i rischi, verificabili i conflitti di interesse, utilizzabili tutte le segnalazioni, trasparenti gli esiti e responsabili le istituzioni».

Per la Fondazione GIMBE oggi è necessario passare da un modello prevalentemente reattivo a uno preventivo, a partire dalla standardizzazione della terminologia e dall’adozione di una tassonomia condivisa di frodi e abusi in sanità, proposta dal report come riferimento nazionale per classificazione, monitoraggio e valutazione dei rischi.

Tra le proposte operative l’istituzione di un Osservatorio nazionale su frodi e abusi in sanità in grado di integrare i flussi informativi sanitari, amministrativi e giudiziari, il rafforzamento della capacità predittiva dei controlli tramite indicatori di rischio e strumenti di intelligenza artificiale, una più rigorosa e trasparente gestione dei conflitti di interesse, la protezione e valorizzazione del whistleblowing come strumento di intelligence, il potenziamento di audit interni e accountability delle aziende sanitarie.

Ridurre sprechi, frodi e abusi significa usare meglio il denaro pubblico e aumentare il valore della spesa sanitaria, non sostituire gli investimenti necessari per garantire il diritto alla tutela della salute

«Contrastare frodi e abusi – conclude Cartabellotta – non è solo una questione etica o giudiziaria, ma significa proteggere risorse pubbliche, pazienti e qualità delle cure. Tuttavia, il contrasto di questi fenomeni non può in alcun modo diventare un alibi per giustificare il definanziamento della sanità pubblica: il SSN continua ad avere bisogno di un incremento stabile e adeguato delle risorse, in particolare per il personale sanitario. Ridurre sprechi, frodi e abusi significa usare meglio il denaro pubblico e aumentare il valore della spesa sanitaria, non sostituire gli investimenti necessari per garantire il diritto alla tutela della salute. Perché in un sistema sanitario sottofinanziato e disfunzionale i comportamenti opportunistici e le scorciatoie improprie proliferano, contribuendo ad ampliare le diseguaglianze e a indebolire la fiducia dei cittadini».

ANAC: «La cattiva gestione è il primo varco per frodi e corruzione»

La cattiva gestione rappresenta uno dei principali punti di vulnerabilità del Servizio sanitario nazionale, attraverso cui possono svilupparsi inefficienze, sprechi e fenomeni corruttivi. È il quadro delineato dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Giuseppe Busia, intervenuto a Roma in occasione della presentazione del report GIMBE su frodi e abusi in sanità.

«Nel settore sanitario – ha dichiarato Busia – la cattiva amministrazione è il primo varco attraverso cui si insinuano infiltrazioni criminali, sprechi e distorsioni. Non solo reati, ma anche malagestione: anomalie negli appalti, irregolarità nelle liste d’attesa, favoritismi nelle nomine, accreditamenti opachi».

Il presidente ANAC ha inoltre sottolineato il ruolo dei conflitti di interesse e della trasparenza nei processi decisionali: «Spesso alla base ci sono conflitti di interesse non gestiti e trasparenza insufficiente».

Appalti e sanità: il nodo delle competenze

Secondo ANAC, l’area dei contratti pubblici resta quella più esposta ai rischi, anche per la complessità crescente delle tecnologie sanitarie e dei dispositivi medici.

Il contributo di ANAC nelle parole del presidente Giuseppe Busia

«L’area più esposta a rischi corruttivi e a cattiva gestione resta quella dei contratti pubblici, dove la coincidenza tra chi propone l’acquisto e chi utilizza farmaci e dispositivi può generare opacità, scelte non concorrenziali e spazi per infiltrazioni criminali», ha spiegato Busia.

In questo contesto, la qualificazione delle stazioni appaltanti viene indicata come elemento centrale per garantire correttezza e trasparenza nelle procedure.

Il ruolo di ANAC: prevenzione mirata e vigilanza rafforzata

«ANAC – spiega Busia – dedica da anni un’attenzione peculiare alla sanità, analizzandone i rischi specifici e indicando misure di prevenzione mirate. Il Piano Nazionale Anticorruzione 2015 e il relativo aggiornamento 2016 hanno già approfondito le principali criticità, e nel 2017 abbiamo adottato Linee guida dedicate ai codici di comportamento del SSN. Oggi, per ogni area di rischio, proponiamo misure operative che saranno sottoposte a consultazione pubblica: vogliamo soluzioni condivise, applicabili e realmente utili. La prevenzione funziona solo se è partecipata, trasparente e verificabile».

Gli ambiti più esposti

Oltre all’area dei contratti pubblici, anche la gestione del personale presenta ambiti da attenzionare. Busia ricorda come Anac abbia denunciato tempestivamente «le distorsioni legate all’esternalizzazione del personale sanitario (il fenomeno dei c.d. “gettonisti”), che hanno aumentato i costi e indebolito la qualità dei servizi: occorre tornare a valorizzare il personale del SSN con concorsi meritocratici e percorsi stabili. Persistono, poi, irregolarità nelle nomine e negli incarichi, che in un settore così delicato devono essere sempre trasparenti e fondate sul merito.

Appalti, liste d’attesa e nomine sono tra le aree più esposte a comportamenti non corretti e opachi

Anche la libera professione e la gestione delle liste d’attesa possono generare comportamenti opportunistici, motivo per cui raccomandiamo sistemi digitali integrati che garantiscano tracciabilità ed equità. Parimenti, l’accreditamento e il convenzionamento per l’erogazione di prestazioni sanitarie per conto e a carico del SSN richiedono controlli rafforzati e totale trasparenza, così come l’area dei farmaci, dei dispositivi e della ricerca clinica, dove pressioni commerciali e scelte prescrittive non sempre adeguatamente vigilate possono incidere sull’interesse pubblico. In tutti questi ambiti, raccomandiamo di potenziare in modo significativo la vigilanza sui conflitti di interessi, perché solo una gestione rigorosa e sistematica di tali situazioni può garantire che ogni decisione risponda esclusivamente al bene del cittadino e alla correttezza dell’azione amministrativa. Oltre a ciò, la trasparenza resta il presidio essenziale per tutelare i pazienti e garantire la tutela dell’interesse pubblico».

Digitalizzazione e trasparenza: strumenti di efficienza e garanzie di equità

«La digitalizzazione e la trasparenza – evidenzia Busia – non sono adempimenti, ma leve di efficienza e garanzie di equità. Rendere nativi digitali contratti, dati e processi significa semplificare il lavoro, ridurre gli oneri, accelerare i controlli e rafforzare la capacità del sistema di prevenire abusi. La trasparenza digitale non rallenta: è un moltiplicatore di qualità, partecipazione e fiducia. Nella sanità, poi, è decisiva per rendere il cittadino realmente consapevole delle modalità di accesso alle prestazioni e per dare piena attuazione ai principi di uguaglianza e universalità del SSN. Per questo occorre ampliare la pubblicità dei dati anche oltre gli obblighi di legge, quando serve a garantire controllo diffuso e conoscenza effettiva dell’operato pubblico».

Competenze specialistiche negli appalti sanitari

«Negli appalti sanitari, poi – osserva inoltre Busia – la qualificazione e la specializzazione delle stazioni appaltanti sono imprescindibili. Qui gli acquisti riguardano tecnologie complesse, dispositivi ad alto contenuto tecnico, farmaci innovativi: non possono essere gestiti con strutture improvvisate o competenze generiche. Servono professionalità dedicate, capaci di leggere il mercato, valutare alternative, prevenire distorsioni e resistere a pressioni esterne. Solo stazioni appaltanti realmente qualificate possono garantire procedure trasparenti, scelte efficienti e un uso corretto delle risorse pubbliche in un settore dove ogni errore pesa sulla qualità delle cure e sulla fiducia dei cittadini».

Nessuna demonizzazione: la sanità italiana resta un’eccellenza

«È fondamentale, però, – precisa Busia – evitare che i comportamenti scorretti di pochi offuschino l’opera meritoria – spesso eroica – della stragrande maggioranza del personale sanitario. Il nostro SSN resta un modello di eccellenza riconosciuto a livello internazionale e proprio per questo va protetto con determinazione, rafforzando integrità, trasparenza e responsabilità. Difendere la sanità pubblica da corruzione e cattiva gestione significa difendere la vita delle persone: in un settore tanto delicato, ogni ombra è un rischio, ogni spreco un danno alla salute, ogni opacità una ferita alla fiducia. Il nostro impegno è garantire un sistema sanitario trasparente, equo e all’altezza del diritto fondamentale che deve tutelare».

Dati clinici, la svolta “By Design”: il paziente diventa partner della ricerca

Il 4 dicembre 2025 ha segnato una pietra miliare per i diritti dei pazienti in Europa. Presso il Parlamento Europeo a Bruxelles, i protagonisti del progetto IHI FACILITATE (Framework for Clinical Trial Participants’ daTA reutilization for a fully Transparent and Ethical Ecosystem) hanno presentato gli ultimi risultati all’interno di un percorso quadriennale volto a trasformare radicalmente il rapporto tra cittadini e sperimentazione clinica. Il cuore della sfida: garantire che la restituzione dei dati individuali (Return of Individual Participant Data – RoIPD) non sia più un’eccezione burocratica, ma un principio previsto fin dalla progettazione dello studio.

Oltre il GDPR: la restituzione “By Design”

Oggi, un partecipante a uno studio clinico ha formalmente il diritto di accedere ai propri dati, ma la realtà è molto diversa. «È un processo estremamente macchinoso — spiega la professoressa Johanna Blom, coordinatrice del progetto FACILITATE e docente presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia (UNIMORE) — perché deve essere attivato dal cittadino che deve andare a bussare alla porta dello sponsor. È complicato, è caro e per le aziende non è facile ritrovare dati di molti anni prima».

La restituzione dei dati ai pazienti deve essere prevista fin dalla progettazione del trial clinico

FACILITATE propone di capovolgere questa narrativa. Non deve essere il paziente a chiedere, ma lo Sponsor della ricerca clinica, sia esso accademico o industriale, a offrire proattivamente l’accesso ai propri dati raccolti durante la ricerca. «Con questo processo abbiamo voluto sottolineare che la restituzione dei dati non può essere un afterthought, qualcosa a cui pensiamo dopo — chiarisce Blom — Deve essere incorporata by design nel protocollo del trial, definendo dall’inizio quali dati restituire, in che modo e quando».

I “FACILITATE Principles”: dal tecnicismo ai diritti quotidiani

La complessità etico-giuridica del progetto è stata tradotta in azioni concrete attraverso i “FACILITATE Principles”, una sintesi in linguaggio semplice guidata da Daniela Quaggia, Senior Project Manager per Cittadinanzattiva-Active Citizenship Network (ACN). Questi principi, che hanno già ricevuto l’endorsement di 58 associazioni di pazienti e centri di ricerca, puntano a colmare un profondo “gap”.

«Il divario più forte che vediamo è il passaggio da “oggetto di studio” a partner riconosciuto», sottolinea Quaggia. Molti pazienti riferiscono infatti che, una volta concluso lo studio, contatti e notizie spariscono, portando via con sé il riconoscimento del valore del contributo umano donato alla scienza.

I sei principi operativi includono:

  • pianificare fin dall’inizio cosa verrà restituito e quando;
  • mettere al centro la persona co-progettando la restituzione con rappresentanti dei pazienti;
  • garantire accesso equo alle informazioni;
  • spiegare chiaramente chi ne è responsabile, cosa farà e come;
  • aiutare a capire i dati restituiti con linguaggio chiaro e un punto di contatto clinico;
  • misurare e migliorare il processo di restituzione nel tempo.

«Sapere quali dati riceverò e a chi rivolgermi se ho dubbi riduce l’ansia e rafforza la fiducia nel sistema», ribadisce la project manager di Cittadinanzattiva.

Cosa torna al paziente: utilità clinica e integrità dello studio

Non tutti i dati possono però essere restituiti immediatamente. Blom distingue tra gli obiettivi primari (come la sopravvivenza o il miglioramento dei sintomi debilitanti della malattia) e i dati secondari legati alla qualità della vita.

«In aree come le malattie neurodegenerative o il Parkinson, sapere se un farmaco sta riducendo il dolore quotidiano è fondamentale per il paziente», spiega l’esperta.

La restituzione personalizzata dei dati rende la trasparenza più concreta, comprensibile e rassicurante

Esiste tuttavia un limite invalicabile: nei trial in “doppio cieco” (double blind), restituire i dati durante la sperimentazione potrebbe invalidare la ricerca. Inoltre, Blom invita alla cautela sui biomarcatori: «Sono dati sperimentali ed esplorativi che servono allo sponsor della ricerca per identificare futuri bersagli; restituirli senza una validazione clinica potrebbe generare confusione o ansia inutile».

Trasparenza contro l’esitazione vaccinale

Il tema della restituzione dei dati può essere cruciale anche nell’ambito delicato dell’esitazione vaccinale. Secondo Quaggia, «vedere i propri dati spiegati nel giusto contesto può essere più convincente di qualunque slogan».

Con la restituzione personalizzata delle informazioni di una ricerca il cittadino può comprendere meglio cosa il vaccino significhi per la propria protezione specifica: è così che la trasparenza diventa concreta e rassicurante.

Questa visione è supportata da survey su oltre 13.000 persone: l’80% dei partecipanti vorrebbe ricevere i propri dati, ma quasi nessuno li riceve. Chiudere questo gap è un valore strategico anche per l’industria: «Se aumenti la fiducia, ottieni tassi di reclutamento più alti e una minore interruzione dei trial», ricorda Blom.

L’Europa come faro di democrazia dei dati

In un momento in cui, come osserva Blom, il clima politico negli Stati Uniti sta portando a tagli ai fondi per la diversità e l’equità nella ricerca, l’Europa sta assumendo un ruolo di leadership etica.

Prossimi passi: il Toolbox di Parigi

Sebbene la fase fondamentale si sia conclusa, l’Innovative Health Initiative (IHI) ha concesso un’estensione fino al 30 giugno 2026 per avviare studi pilota. Grandi aziende come Sanofi (Project Leader) e GSK stanno testando il modello su trial clinici.

Dal 24 al 26 febbraio, i leader del progetto si sono riuniti a Parigi per definire un Toolbox pratico che include moduli e strumenti per sostenere il processo di return of individual data by design nella ricerca clinica.

I dati sono il punto di partenza fondamentale, ma non l’arrivo

«Il genio è uscito dalla bottiglia — conclude Blom —. La mia speranza è che la restituzione dei dati individuali diventi uno standard delle Good Clinical Practice». Per Quaggia, i dati sono il punto di partenza fondamentale, ma non l’arrivo: per essere partner paritari servono «strumenti di partecipazione, voce e tutele operative» che trasformino la ricerca in una “casa di vetro” più umana e trasparente.

GISMa, a Pescara il congresso su screening mammografico e innovazione

Il 21 e 22 maggio 2026 si terrà all’Aurum di Pescara il Congresso nazionale del Gruppo Italiano Screening Mammografico (GISMa), che coinvolgerà radiologi, oncologi, fisici, tecnici sanitari di radiologia medica, biologi e infermieri impegnati nei programmi di screening e nella gestione del tumore della mammella.

L’incontro sarà articolato in sessioni tematiche e letture scientifiche dedicate all’evoluzione dei modelli di screening, con particolare attenzione all’integrazione tra dati clinici, rischio individuale e nuove tecnologie diagnostiche.

Medicina di precisione e AI stanno ridefinendo i modelli organizzativi dello screening mammografico

Il congresso dedica inoltre molto spazio alla formazione. Il giorno 20 maggio sarà infatti interamente dedicato ad attività formative rivolte a radiologi, fisici, tecnici sanitari di radiologia medica e infermieri.
Ad aprire i lavori, il 21 maggio, sarà invece una lettura magistrale dal titolo “La medicina di precisione entra nella sanità pubblica: modelli e prospettive” tenuta da Francesca Caumo, Vice Presidente GISMa.

Sono poi previste sei sessioni che tratteranno numerosi temi, dall’applicazione dell’Intelligenza Artificiale in senologia, alla personalizzazione degli screening, dalla medicina integrata nei percorsi diagnostici e terapeutici alla sostenibilità dei nuovi modelli per arrivare a parlare della biopsia liquida e dei biomarcatori emergenti. L’ultima sessione sarà focalizzata sul rapporto fra comunicazione e intelligenza artificiale in senologia.

Medicina di precisione e nuovi modelli di screening

Al centro del dibattito, l’applicazione della medicina di precisione ai programmi di screening mammografico e la possibilità di costruire percorsi maggiormente personalizzati.

«La medicina di precisione non è più soltanto un orizzonte della ricerca, ma una prospettiva concreta per la sanità pubblica. Applicarla allo screening mammografico significa ripensare i percorsi a partire dal rischio individuale, integrando dati clinici, densità mammografica, familiarità, genetica, intelligenza artificiale e nuove tecnologie diagnostiche» commenta la Vice Presidente Caumo.

La sfida indicata è quella di tradurre queste informazioni in modelli organizzativi sostenibili e applicabili nei programmi di popolazione, senza compromettere universalità e accessibilità.

Intelligenza artificiale e formazione professionale

Un’attenzione specifica sarà dedicata all’intelligenza artificiale in senologia e al suo impatto sui programmi di screening, insieme ai temi della sostenibilità dei nuovi modelli, della biopsia liquida e dei biomarcatori emergenti.

La sfida è integrare innovazione e sostenibilità senza ridurre equità e accesso nei programmi pubblici

Secondo la presidente GISMa, Silvia Deandrea, l’evoluzione in corso sta modificando rapidamente il quadro operativo: «Da quando ho assunto la presidenza del GISMa 5 anni fa, il mondo dello screening mammografico è profondamente mutato e cambiamenti che sembravano appartenere a un lontano futuro sono diventati ormai il presente. Le nuove raccomandazioni italiane sull’intelligenza artificiale stanno portano questa nuova tecnologia direttamente all’interno dei programmi regionali e anche la personalizzazione dei percorsi non tarderà a diventare realtà. Questa fase di grandi cambiamenti richiede una formazione e aggiornamenti continui del personale sanitario e tecnico e gli eventi organizzati da GISMa servono proprio ad accompagnare gli attori del sistema screening a un’importante evoluzione della loro pratica personale. La necessità di far parte di una comunità di professionisti che possa aiutare il singolo e il suo ambiente a crescere sono anche testimoniati dal numero dei nostri iscritti, che è raddoppiato rispetto al 2021».

Screening e sistemi regionali

Il confronto includerà anche l’analisi dei programmi regionali di screening mammografico, con focus su adesione, qualità e omogeneità dei percorsi.

Per la realtà abruzzese, il congresso rappresenta un’occasione di confronto su criticità e risultati progressivi dei programmi di screening, con l’obiettivo di rafforzarne l’efficacia complessiva e la capacità di risposta ai bisogni della popolazione femminile: «Ospitare in Abruzzo il Congresso Nazionale GISMa rappresenta un’occasione di grande valore per il nostro territorio e per tutti i professionisti coinvolti nei programmi di screening», commenta Marzia Muzi, Responsabile UOSD Radiologia Senologica della Breast Unit di Ortona e Referente Screening Mammografico Asl2 Abruzzo. «Negli ultimi anni il Programma di Screening Mammografico in Abruzzo ha registrato miglioramenti rilevanti, seppur progressivi e graduali, sia in termini di adesione della popolazione sia per quanto riguarda la qualità e l’efficacia dei percorsi diagnostici. Sono convinta che questo appuntamento possa rappresentare una leva importante per consolidare i risultati raggiunti e sviluppare ulteriormente i programmi regionali, rafforzandone la qualità, l’omogeneità e l’impatto sulla salute delle donne.»