Nel Parkinson la componente genetica spiega circa il 10% dei casi. Nel restante 90% entra in gioco una combinazione di predisposizione individuale e fattori ambientali e comportamentali modificabili, con implicazioni dirette per le strategie di prevenzione.
Serve un cambio di paradigma: non solo potenziamento delle cure, ma anche interventi sulla prevenzione
«La curva del Parkinson sta salendo e potrebbe arrivare fino a 25 milioni di persone nel mondo entro il 2050. L’aumento atteso dei casi rende il Parkinson una questione di sanità pubblica: non basta potenziare cure e assistenza, serve anche ridurre il rischio a monte» ha dichiarato Alessandro Tessitore, presidente della Società Italiana Parkinson e Disordini del Movimento (LIMPE-DISMOV), al 12° Congresso nazionale a Rimini.
Ambiente ed esposizioni cumulative
Tra i principali fattori ambientali modificabili rientrano pesticidi, sostanze chimiche come il tricloroetilene e l’inquinamento atmosferico. Gli esperti sottolineano che il rischio non deriva quasi mai da una singola esposizione, ma dalla combinazione di più agenti nel tempo, con possibili effetti additivi o sinergici.
Il rischio non deriva quasi mai da una singola esposizione, ma dalla combinazione di più agenti nel tempo
Secondo i dati presentati, questo rafforza la necessità di politiche di prevenzione ambientale più integrate e coordinate a livello internazionale.
Alcune esperienze internazionali suggeriscono che intervenire sulle esposizioni possa tradursi in effetti misurabili nel lungo periodo. Nei Paesi Bassi, ad esempio, negli ultimi anni è stata osservata una riduzione dell’incidenza della malattia in parallelo all’adozione di politiche più rigorose su pesticidi, solventi e inquinanti. Un messaggio chiaro: la prevenzione non è solo teoria, ma può avere effetti concreti.
Prevenzione e politiche globali
Un ulteriore nodo riguarda la coerenza normativa lungo le filiere globali: restrizioni applicate in alcuni Paesi possono essere indebolite da dinamiche di produzione ed esportazione verso mercati meno regolati, con successivo rientro di prodotti sul mercato europeo.
La prevenzione è indicata come efficace solo se supportata da politiche ambientali uniformi e coerenti
In questo contesto, la prevenzione viene indicata come efficace solo se supportata da politiche ambientali uniformi e coerenti.
Stili di vita e protezione
Accanto ai fattori ambientali, lo stile di vita rappresenta una leva di prevenzione rilevante. L’attività fisica emerge come uno dei principali fattori protettivi, con evidenze sul rischio di sviluppo e sulla progressione della malattia.
Uno stile di vita sano contribuisce inoltre alla riduzione dei processi infiammatori coinvolti nei meccanismi neurodegenerativi.
Il decreto sulle equipollenze in osteopatia è ormai a un passo dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Il provvedimento, già firmato dal Ministro della Salute, controfirmato dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e registrato dalla Corte dei Conti, è uno dei passaggi più attesi dalla comunità osteopatica italiana e apre la strada al pieno riconoscimento della professione sanitaria. L’annuncio è arrivato nel corso dell’11° Congresso nazionale del Registro Osteopati d’Italia (ROI), quando Cristina Rinaldi, della Direzione Generale delle Professioni Sanitarie del Ministero della Salute, ha comunicato che la pubblicazione del decreto è imminente.
La pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale è imminente: aprirà la strada al pieno riconoscimento della professione sanitaria di osteopata
La pubblicazione del decreto consentirà il riconoscimento dei titoli pregressi, l’attivazione degli elenchi speciali a esaurimento, l’istituzione dell’Albo professionale e il pieno riconoscimento della figura dell’osteopata all’interno del sistema sanitario italiano. Avrà ricadute importanti anche sul versante accademico. Darà infatti impulso alla formazione universitaria, all’attuazione delle misure compensative previste dall’accordo sulle equipollenze e all’inserimento dei docenti delle discipline caratterizzanti nei corsi di laurea. Un passaggio rilevante per gli atenei che hanno già avviato, o si preparano ad attivare, il corso di laurea in osteopatia.
ROI: «Una notizia attesa da anni»
«L’annuncio dell’imminente pubblicazione del decreto è una notizia attesa da anni da tutta la nostra comunità professionale» ha dichiarato Mauro Longobardi, Presidente del ROI (Registro Osteopati d’Italia). «Desideriamo ringraziare il Ministero della Salute, le istituzioni coinvolte e tutti i soggetti che hanno contribuito al completamento di questo percorso, che apre finalmente una fase nuova per l’osteopatia italiana. Oggi l’obiettivo non è solo finalizzare il percorso di regolamentazione della professione, ma anche promuovere un’integrazione sempre più concreta dell’osteopata all’interno del Sistema Sanitario Nazionale, valorizzando il suo contributo in tutti i livelli della prevenzione, il dialogo transdisciplinare con le altre professioni sanitarie, l’eccellenza della formazione e il passaggio ai corsi di studi universitari.
Diego Catania e Mauro Longobardi
Entreremo nella Federazione delle professioni sanitarie, che sarà tra l’altro l’organo che gestirà questo processo di regolamentazione dei professionisti tramite il percorso degli elenchi speciali. Abbiamo però un’area di identità ben precisa, che è l’area della prevenzione, all’interno della quale abbiamo un ruolo chiaramente clinico. Affronteremo quindi l’area della prevenzione primaria e tutto il suo percorso e continuum, dalla prevenzione primaria alla quaternaria, andando a definire, all’interno del sistema sanitario nazionale, anche i rapporti con le altre professioni sanitarie. Adesso gli osteopati lavorano quasi esclusivamente nel privato, quindi ci sarà bisogno di integrarsi, e il tema del congresso è proprio questo» aggiunge Longobardi a TrendSanità.
L’università pronta alla sfida
Alla tavola rotonda hanno partecipato rappresentanti del Ministero della Salute, del Consiglio Universitario Nazionale, di AGENAS e delle principali federazioni delle professioni sanitarie, a conferma del crescente interesse istituzionale nei confronti dell’osteopatia e del suo inserimento nel sistema sanitario. «Con la fine del percorso regolatorio e il pieno riconoscimento della figura professionale dell’osteopata, la formazione universitaria entra a pieno titolo come percorso abilitante alla professione» ha dichiarato Daniele Gianfrilli, Segretario del Consiglio Universitario Nazionale. «Il sistema universitario è pronto ad affrontare questa sfida, garantendo standard elevati di qualità sia sul piano teorico sia su quello pratico».
Lorena Martini, Direttore della UOC “Formazione ECM” di AGENAS, ha spiegato: «L’integrazione dell’osteopatia nella pratica clinica dei professionisti sanitari non implica una sovrapposizione di ruoli, ma si fonda su un modello collaborativo orientato alla centralità del paziente. C’è spazio per tutti, ma occorre stare dentro una rete per rispondere ai bisogni dei pazienti e promuovere un cambiamento culturale».
Lavorare in équipe permette di migliorare l’efficacia degli interventi, ridurre il rischio di trattamenti frammentati e favorire una visione più completa delle problematiche funzionali
Verso l’istituzione dell’Albo
Secondo Diego Catania, Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP, l’imminente pubblicazione del decreto segna l’avvio di una nuova fase ordinistica. «Siamo alla vigilia dell’istituzione presso gli ordini territoriali delle future commissioni d’Albo degli osteopati, un momento storico per una professione sanitaria che ha lottato tanto per essere riconosciuta» ha dichiarato. «Gli osteopati hanno percorso tutto il cammino previsto dall’iter. Attendiamo ora la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto per procedere all’istituzione degli elenchi speciali ad esaurimento degli osteopati all’interno degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione. Dall’ingresso nell’elenco speciale il professionista avrà sei anni per completare il percorso per ottenere il titolo abilitante riconosciuto dallo Stato».
Cristina Rinaldi e Mauro Longobardi
Catania aggiunge poi a TrendSanità «stiamo assistendo a un’evoluzione importante delle professioni sanitarie. Il sistema salute non può più essere pensato per compartimenti stagni, il futuro è nella collaborazione tra professionisti diversi, ciascuno con le proprie specificità ma anche con competenze e aree comuni di integrazione. È un’evoluzione necessaria, perché il sistema stesso ci chiede di lavorare in modo sempre più coordinato, anche alla luce dell’approccio One Health e delle sfide legate alla prevenzione, agli screening e alla presa in carico della salute».
Integrazione e collaborazione interdisciplinare
Uno dei temi centrali del congresso è stato il ruolo dell’osteopatia all’interno di un modello di cura sempre più integrato e orientato alla collaborazione tra professionisti. «Ritengo che le nostre professioni potranno collaborare proprio grazie al ruolo che svolgeranno le due federazioni» ha affermato Angelo GiovanniMazzali, Tesoriere della Federazione Nazionale Ordine dei Fisioterapisti Italiani. «Il futuro richiederà sempre di più capacità di integrazione e di confronto interdisciplinare, una collaborazione fondata sulla chiarezza dei ruoli. Occorre garanzia delle competenze, codice deontologico e sicurezza delle cure. I confini dell’interdisciplinarità devono essere chiari per la tutela della persona assistita. La chiarezza dei ruoli non è corporativismo ma tutela per il cittadino».
La formazione come investimento strategico
«La formazione è una risorsa strategica per la tutela della salute» ha dichiarato Tiziana Rossetto, Presidente della Commissione di Albo Nazionale dei Logopedisti. «Questa nuova professione che si affaccia nel panorama sanitario, dopo aver completato il proprio percorso normativo e aver definito il quadro giuridico di riferimento, è ora chiamata ad affrontare una nuova sfida: investire con grande impegno nel percorso formativo. Dominio cognitivo, titolo abilitante e codice deontologico sono essenziali per inserirsi in percorsi di cura validati scientificamente. Serve disponibilità a collaborare e mettere in atto buone pratiche al di là dei paletti, vedere cosa possiamo fare insieme».
La formazione è una risorsa strategica per la tutela della salute
A chiudere il confronto è stata Daniela Addis, Presidente della Commissione di Albo Nazionale degli Assistenti Sanitari. «Costruire un sistema capace di anticipare i bisogni, anziché rincorrerli, è oggi una responsabilità condivisa. Solo attraverso la prevenzione e l’integrazione sarà possibile affrontare in modo adeguato le sfide che abbiamo di fronte».
Aumentano i consumi dei nuovi farmaci per obesità e diabete: AIFA richiama a un uso appropriato
I farmaci coinvolti comprendono molecole come semaglutide, liraglutide, dulaglutide, exenatide e tirzepatide, utilizzate nel trattamento del diabete di tipo 2 e, in alcuni casi, dell’obesità e del sovrappeso con comorbilità.
Crescono i consumi
Secondo i dati riportati da AIFA, tra il 2020 e il 2024 si è registrata una crescita marcata dei consumi sia nel canale rimborsato dal Servizio sanitario nazionale sia negli acquisti privati. Per la sola semaglutide si è passati da circa 322 mila confezioni rimborsate nel 2020 a oltre 4 milioni nel 2024.
In aumento anche gli acquisti privati: le confezioni di semaglutide acquistate dai cittadini sono passate da circa 29,7 mila nel 2020 a oltre 326 mila nel 2024.
«Non sono scorciatoie per dimagrire»
«Con questa iniziativa l’Agenzia intende rafforzare la corretta informazione per cittadini e operatori sanitari, sostenere la farmacovigilanza e contribuire alla tutela della salute pubblica, favorendo un accesso responsabile a terapie innovative di crescente rilevanza clinica», ha dichiarato Robert Nisticò, presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco.
«I farmaci sono uno strumento prezioso, ma non vanno mai intesi come scorciatoie prive di rischi a un corretto stile di vita», ha aggiunto Nisticò.
No a fai da te, uso off-label e acquisti illegali online
Per Pierluigi Russo, direttore tecnico-scientifico dell’AIFA, il documento nasce «dalla crescente diffusione degli analoghi GLP-1 e doppi agonisti GIP/GLP-1 nel trattamento del diabete di tipo 2 e dell’obesità, nonché dall’esigenza di promuoverne un impiego appropriato, sicuro e basato su evidenze scientifiche».
Attenzione a uso improprio e acquisti online
L’AIFA richiama inoltre l’attenzione sui rischi dell’autosomministrazione senza supervisione medica e sull’acquisto illegale online di medicinali soggetti a prescrizione.
L’Agenzia evidenzia che l’uso off-label per finalità esclusivamente estetiche può comportare rischi per la salute e contribuire a carenze di medicinali destinati ai pazienti diabetici. Segnalati anche casi in Europa di penne pre-riempite falsificate vendute sui social network.
Il panorama delle nuove terapie
Gli analoghi del GLP-1 (liraglutide, dulaglutide e semaglutide), gli agonisti del recettore GLP-1 (exenatide) e gli agonisti dei recettori GIP/GLP-1 (tirzepatide) sono molecole che imitano l’azione degli ormoni naturali prodotti dall’intestino: aumentano la produzione di insulina da parte del pancreas in risposta al cibo, rallentano lo svuotamento gastrico e agiscono sul sistema nervoso centrale riducendo il senso di fame. In questo modo, aiutano il paziente non solo a tenere sotto controllo la glicemia, ma anche ad assumere meno cibo, favorendo una significativa perdita di peso.
La nota AIFA specifica le diverse indicazioni approvate per questi farmaci, ricordando che tutti richiedono la prescrizione medica:
per il trattamento del diabete mellito di tipo 2: farmaci come Ozempic e Rybelsus (semaglutide), Mounjaro (tirzepatide), Victoza (liraglutide), Trulicity (dulaglutide) e Byetta/Bydureon (exenatide) sono rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale (Classe A/PHT), secondo la Nota AIFA 100. Possono essere prescritti dai Medici di Medicina Generale e dagli specialisti.
per la gestione del peso corporeo (obesità e sovrappeso con comorbilità): farmaci come Wegovy (semaglutide), Saxenda (liraglutide) e Mounjaro (tirzepatide, prescritto per questa specifica indicazione) non sono rimborsati dal SSN e sono classificati in classe C, con costi a carico del cittadino.
La Federazione delle Società Diabetologiche Italiane, che riunisce l’Associazione Medici Diabetologi e la Società Italiana di Diabetologia, richiama l’attenzione sull’importanza di una gestione corretta e condivisa delle terapie con agonisti del recettore GLP-1, utilizzate nel trattamento del diabete tipo 2 e dell’obesità.
FeSDI richiama al corretto utilizzo dei farmaci GLP-1 all’interno di percorsi di cura strutturati
Secondo FeSDI, eventuali dubbi o preoccupazioni devono essere affrontati insieme al medico curante o al diabetologo: timori generati da informazioni non correttamente contestualizzate, sottolinea la nota della Federazione, non devono indurre a sospendere autonomamente le terapie prescritte. L’interruzione non concordata con il proprio medico può, infatti, compromettere il controllo glicometabolico e ridurre i benefici cardiovascolari e renali ottenuti grazie alla continuità terapeutica.
Benefici clinici consolidati
La Federazione ricorda che gli agonisti GLP-1 rappresentano oggi una delle classi terapeutiche più studiate nell’ambito delle malattie metaboliche. I dati scientifici disponibili mostrano benefici che vanno oltre il controllo glicemico e la perdita di peso, includendo la riduzione degli eventi cardiovascolari maggiori e la protezione della funzione renale.
Le terapie per diabete e obesità mostrano benefici cardiovascolari, renali e metabolici consolidati dagli studi clinici
Più recentemente, evidenze cliniche hanno documentato effetti favorevoli anche nello scompenso cardiaco e in altri esiti rilevanti per le persone con diabete e obesità.
Il ruolo del diabetologo
Secondo FeSDI, questi farmaci devono essere inseriti in un percorso di cura strutturato, che comprenda alimentazione equilibrata, attività fisica e monitoraggio clinico continuo.
«La corretta informazione, fondata sulle evidenze scientifiche e mediata dalla relazione di fiducia con i professionisti della salute, resta il migliore strumento di tutela della salute delle persone con diabete e obesità», sottolinea la Federazione.
L’intelligenza artificiale sta entrando con crescente rapidità anche nel campo della psicologia clinica e della psicoterapia, aprendo opportunità significative, ma anche interrogativi etici e clinici ancora irrisolti. È il quadro che racconta a TrendSanità Carlo Ricci, Università Pontificia Salesiana di Roma, Membro del direttivo della Consulta delle Scuole Italiane di Psicoterapia Cognitiva e comportamentale, promotrice di un nuovo manifesto su intelligenza artificiale e salute mentale.
Carlo Ricci
Secondo l’esperto, l’ingresso dell’AI in psicoterapia è, in un certo senso, inevitabile. «La mission dell’intelligenza artificiale è sostituirsi alle attività umane. È inevitabile che anche l’intervento psicologico e psicoterapeutico diventi un ambito di interesse», osserva. I sistemi si stanno muovendo in due direzioni: da un lato modelli generalisti, dall’altro strumenti sempre più specializzati. «È quello che è già successo in medicina: oggi esistono sistemi capaci di confrontare referti e fornire valutazioni molto accurate, grazie a una massa di dati impossibile da gestire per un umano».
Ma accanto alle opportunità emergono le prime criticità, a partire dalla gestione dei dati. «La questione è: queste informazioni dove vanno a finire? Chi è il proprietario? Noi non siamo proprietari di queste informazioni. Di fatto lo sono poche grandi realtà che detengono l’intero bagaglio informativo». Un problema che si accompagna anche a quello della sostenibilità e delle risorse necessarie per il funzionamento dei sistemi: «L’intelligenza artificiale acquisisce dati, li elabora e ha anche un consumo di energia e di acqua notevolissimo».
AI e psicoterapia: una relazione che sembra terapeutica, ma non lo è
Entrando nello specifico della psicoterapia, l’AI mostra una forte capacità di attrazione, soprattutto per le nuove generazioni. «L’intelligenza artificiale ha il vantaggio di rispondere al bisogno della persona di avere risposte immediate, in qualsiasi momento, senza esporsi al giudizio». Questo produce un effetto psicologico preciso: «Sono potenti ‘rinforzatori’. Fanno aumentare la probabilità che il comportamento si ripeta. Il giovane si abitua a usarla sempre di più».
L’AI mostra una forte capacità di attrazione, soprattutto per le nuove generazioni
Il nodo clinico: tecnica senza contesto
Secondo Carlo Ricci, l’AI riproduce alcune condizioni tipiche della relazione terapeutica: «Utilizza criteri che usiamo anche in psicologia: accoglienza, assenza di giudizio, accettazione incondizionata. Questo le dà una grande forza nel costruire una relazione». Tuttavia, questa relazione presenta un limite strutturale. «Quanto questa relazione sia davvero terapeutica è il punto critico. La persona ha l’impressione di trovarsi in una relazione empatica, ma per definizione non può essere autentica. Una macchina non ha coscienza e non può avere consapevolezza di ciò che dice».
Nonostante ciò, la letteratura scientifica evidenzia anche benefici. «Abbiamo prove di efficacia nel supporto alla gestione dello stress, nella riduzione dell’ansia e persino in condizioni di lieve depressione». Tuttavia, i dati sono ancora parziali. «Non abbiamo follow-up a lungo termine, perché questi sistemi sono relativamente recenti».
L’intervento dello psicoterapeuta non è semplicemente dialogico, ma è comprendere la fragilità e scegliere il momento più opportuno
La criticità più rilevante riguarda però l’applicazione delle tecniche psicoterapeutiche: «L’intervento dello psicoterapeuta non è semplicemente dialogico, ma è comprendere la fragilità e scegliere il momento più opportuno». L’esperto porta un esempio: «Una persona con attacchi di panico può beneficiare dell’esposizione all’evento temuto. L’intelligenza artificiale lo può sapere. Ma se proponiamo questa esposizione quando il paziente non è pronto, rischiamo di aggravare il problema».
Questo evidenzia il limite principale dell’IA in ambito clinico: «Non possiamo lasciare che l’intelligenza artificiale applichi tecniche senza piena consapevolezza del contesto».
Responsabilità e decisioni: chi risponde dell’errore?
Un’altra area critica riguarda la responsabilità: «Chi è responsabile se l’intelligenza artificiale fornisce indicazioni che peggiorano la condizione del paziente? È il fulcro del tema». Il problema, sottolinea Ricci, riguarda tutta la medicina. «Esistono sistemi che leggono risonanze magnetiche con altissima attendibilità, ma come fa il clinico a sottrarsi alla pressione di un giudizio algoritmico così forte?».
L’introduzione dell’AI modifica la relazione terapeutica con rischio di effetti disfunzionali, soprattutto se l’AI non è dichiarata
In psicoterapia il nodo è ancora più complesso: «Se il paziente si rivolge esclusivamente all’intelligenza artificiale e le indicazioni lo peggiorano, chi è responsabile?». Una possibile soluzione potrebbe essere l’inserimento di regole etiche nei sistemi. «Qualcuno sta pensando di inserire nell’intelligenza artificiale principi etici trasformati in regole apprendibili. È una possibile soluzione, almeno logico-formale».
La triade paziente-terapeuta-AI
L’introduzione dell’AI modifica anche la relazione terapeutica, trasformandola in una triade. Sottolinea Ricci: «Il paziente può rivolgersi all’intelligenza artificiale prima dello psicoterapeuta o verificare con l’AI le indicazioni ricevute». Questo può generare effetti disfunzionali. «È come consultare due medici diversi e seguire entrambe le terapie. Le indicazioni, prese insieme, possono creare problemi».
Un ulteriore rischio è la mancata trasparenza, avverte Ricci: «Temo che, soprattutto tra i giovani adulti, il ricorso all’intelligenza artificiale non venga sempre dichiarato allo psicoterapeuta. Questo rende difficile comprendere alcune decisioni del paziente».
Il tema dei dati e della governance
L’esperto, tuttavia, invita a non demonizzare la tecnologia. «L’intelligenza artificiale fornisce strumenti che possono rendere il lavoro dello psicoterapeuta più efficiente». Tra i vantaggi cita la gestione delle cartelle cliniche, la raccolta automatica di informazioni e il monitoraggio continuo. «Se devo prendere appunti o individuare parole chiave, l’intelligenza artificiale aiuta a farlo molto bene e molto velocemente».
L’intelligenza artificiale fornisce strumenti che possono rendere il lavoro dello psicoterapeuta più efficiente
Particolarmente promettente l’uso in ambito predittivo. «Stiamo lavorando all’addestramento di un’intelligenza artificiale per rilevare comportamenti lesivi in persone con disabilità molto severe». L’obiettivo è identificare segnali precoci. «Nessun umano farebbe in tempo a intercettarli. L’intelligenza artificiale potrebbe segnalarci qualche secondo prima il rischio, permettendo al caregiver di intervenire».
In questo caso, sottolinea ancora l’esperto, l’AI diventa uno strumento di supporto: «L’intelligenza artificiale deve restare al servizio delle decisioni umane».
Formazione: il sistema non è ancora pronto
Un’altra criticità riguarda la formazione. Evidenzia Ricci: «Lo stato dell’arte non è del tutto al passo coi tempi. È necessario incrementare azioni formative per gli psicoterapeuti».
La formazione dovrebbe coprire sia benefici sia rischi. «Se non conosciamo il funzionamento di questi sistemi, diventa difficile anche spiegare al paziente i fattori di rischio».
La gestione dei dati e la responsabilità degli errori restano nodi ancora irrisolti
L’intelligenza artificiale sta entrando anche nella didattica, aggiunge: «Ci sono studi che mettono a confronto l’insegnamento umano e quello supportato dall’AI». Il vantaggio principale è la personalizzazione. «L’intelligenza artificiale può individualizzare il processo di apprendimento in base al livello dello studente». Tuttavia, resta un limite importante. «La didattica passa anche attraverso aspetti emozionali. La passione del docente è difficile da replicare».
Il messaggio del manifesto: psicoterapia “criticamente aumentata”
Il messaggio finale del manifesto è chiaro: «L’intelligenza artificiale non va demonizzata, ma neppure mitizzata. Può contribuire a migliorare alcuni aspetti della cura solo se collocata entro una cornice clinica, etica e normativa rigorosa».
La prospettiva delineata è quella di una psicoterapia “aumentata”, non sostituita. «La psicoterapia del futuro non dovrebbe essere automatizzata, ma ‘criticamente aumentata’ ovvero più capace di usare dati e strumenti, ma consapevole anche che la cura della sofferenza psichica resta fondata sulla presenza umana, sulla relazione e sulla responsabilità».
L’obiettivo dell’intesa è affrontare le carenze di personale del Servizio sanitario nazionale attraverso procedure regolamentate e trasparenti, con particolare attenzione alla verifica dei titoli professionali, delle competenze e della conoscenza della lingua italiana.
Inserimento regolato e sicurezza delle cure
Il protocollo, della durata di tre anni, punta a sostenere percorsi strutturati di inserimento degli infermieri stranieri e il riconoscimento dei titoli professionali.
Le organizzazioni firmatarie sottolineano la necessità che l’ingresso nel sistema sanitario avvenga attraverso l’iscrizione obbligatoria agli Albi professionali e nel rispetto delle norme che regolano la professione infermieristica in Italia.
Il protocollo punta a rafforzare controlli su titoli, competenze linguistiche e sicurezza delle cure
«Questo Protocollo d’intesa rappresenta un passo decisivo verso la legalità, i diritti e la cooperazione internazionale nel settore sanitario», ha dichiarato Foad Aodi, presidente AMSI e UMEM. «Gli infermieri italiani sono richiesti in tutto il mondo per la loro competenza, umanità e dedizione. È necessario garantire percorsi ordinati e trasparenti anche per i professionisti che arrivano dall’estero».
Verifica delle competenze e integrazione professionale
Il protocollo prevede il coinvolgimento degli Ordini provinciali per rendere più chiari i percorsi di inserimento dei professionisti stranieri, anche attraverso attività di tutoring, mentoring e supporto all’integrazione culturale.
Particolare attenzione viene riservata alla formazione continua e ai programmi ECM, considerati strumenti centrali per assicurare appropriatezza e sicurezza delle cure.
«È un dovere imprescindibile dell’Ordine garantire che chiunque sia in contatto con i pazienti possieda titoli e competenze adeguati», ha affermato Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI. «Validare i percorsi formativi, certificare le competenze e assicurare la conoscenza della lingua italiana significa permettere ai professionisti provenienti da altri Paesi di esercitare in condizioni di piena parità e trasparenza».
Integrazione oltre l’assunzione
Secondo quanto evidenziato nel documento, l’integrazione dei professionisti sanitari stranieri non può limitarsi all’assunzione, ma richiede un accompagnamento continuo per favorire la conoscenza delle dinamiche organizzative, delle responsabilità deontologiche e dei principi del sistema sanitario italiano, a partire dalla centralità del paziente e dalla collaborazione interdisciplinare.
In occasione della Giornata mondiale dell’ipertensione del 17 maggio, le principali società scientifiche cardiologiche italiane rilanciano l’allarme sulla necessità di rafforzare prevenzione e diagnosi precoce delle malattie cardiovascolari.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oltre 1,4 miliardi di persone convivono con l’ipertensione e solo una su quattro riesce a controllarla adeguatamente. Una condizione spesso asintomatica, definita “killer silenzioso”, che aumenta il rischio di infarto, ictus, scompenso cardiaco e insufficienza renale.
In Italia le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte, con circa il 30% dei decessi e un impatto economico superiore ai 20 miliardi di euro tra costi diretti e perdita di produttività.
Prevenzione ancora disomogenea tra le Regioni
Le società scientifiche denunciano un sistema di prevenzione cardiovascolare ancora frammentato, con forti differenze territoriali nell’accesso agli screening e ai percorsi di trattamento.
«La prevenzione e il trattamento delle patologie cardiovascolari in Italia restano frammentati e disomogenei, con forti differenze tra Regioni nell’accesso agli screening e alle opzioni terapeutiche più efficaci e innovative», hanno dichiarato congiuntamente ANMCO, AIAC, GISE, ITACARE-P e SIC.
Il tema riguarda non solo l’ambito clinico ma anche l’organizzazione complessiva del sistema sanitario
Secondo gli esperti, servono programmi nazionali di screening cardiovascolare e percorsi diagnostico-terapeutici uniformi, capaci di intercettare precocemente le persone a rischio e ridurre eventi cardiovascolari maggiori.
Il Piano cardiovascolare per l’Italia
Nel contesto delle indicazioni europee del Safe Hearts Plan, che invita gli Stati membri a dotarsi entro il 2027 di un piano nazionale cardiovascolare, le società scientifiche insieme a Confindustria dispositivi medici hanno elaborato il “Piano cardiovascolare per l’Italia”, che individua alcune azioni prioritarie per rafforzare la prevenzione, migliorare l’organizzazione dei servizi e ridurre il carico delle malattie cardiovascolari:
Definire un Piano nazionale cardiovascolare: per coordinare strategie, obiettivi e interventi su tutto il territorio, in linea con le indicazioni europee.
Rendere strutturale la prevenzione: promuovere programmi continuativi di prevenzione primaria e secondaria, con particolare attenzione ai fattori di rischio modificabili.
Attivare uno screening cardiovascolare diffuso e uniforme: per individuare precocemente ipertensione, dislipidemie e diabete, riducendo le disuguaglianze regionali.
Rafforzare l’assistenza territoriale: valorizzando il ruolo di medici di medicina generale, farmacie e Case di Comunità nella prevenzione e nella presa in carico.
Integrare ospedale e territorio: garantendo continuità assistenziale e modelli organizzativi condivisi per la gestione delle patologie croniche.
Standardizzare i percorsi di cura a livello nazionale, attraverso PDTA omogenei per migliorare qualità, appropriatezza ed equità dell’assistenza.
Ridurre ricoveri evitabili e accessi impropri, potenziando la gestione dei pazienti cronici e il follow-up sul territorio.
Promuovere modelli di presa in carico integrata e multidisciplinare per una gestione più efficace e continuativa delle patologie cardiovascolari.
Allineare programmazione e risorse ai bisogni di salute, superando logiche frammentate e orientando gli investimenti verso prevenzione, trattamento precoce e gestione integrata.
Sostenere l’innovazione organizzativa e digitale, utilizzando strumenti e soluzioni che facilitino screening, monitoraggio e continuità delle cure, nel rispetto dell’appropriatezza e della sostenibilità del sistema.
Tecnologie e territorio come leve strategiche
Secondo Confindustria dispositivi medici, il tema riguarda non solo l’ambito clinico ma anche l’organizzazione complessiva del sistema sanitario.
«Serve una strategia nazionale che renda la prevenzione un livello essenziale e accessibile a tutti i cittadini», ha dichiarato Guido Beccagutti, direttore generale di Confindustria dispositivi medici. «Le tecnologie e i dispositivi medici possono supportare screening, monitoraggio e continuità delle cure, contribuendo a un modello più equo e sostenibile».
Unire competenze, dati e visione per affrontare una delle emergenze più complesse del nostro tempo, la salute mentale degli adolescenti. Con questo obiettivo prende forma il primo coordinamento nazionale dei progetti promossi da C’è Da Fare ETS, una rete che mette insieme alcune tra le principali strutture ospedaliere pubbliche italiane impegnate nella neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza.
Dal ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, passando per l’Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer IRCCS di Firenze, la ULSS1 Dolomiti di Belluno e l’Istituto Giannina Gaslini di Genova, il coordinamento è un passo inedito verso una collaborazione strutturata a livello nazionale in un ambito che, fino a oggi, ne era privo. Nata nel 2023 per iniziativa di Silvia Rocchi e Paolo Kessisoglu, C’è Da Fare ETS ha rapidamente costruito una rete di progetti concreti, capaci di coinvolgere centri di eccellenza e di attivare protocolli clinici condivisi. Oggi, con la creazione del coordinamento e l’avvio di uno studio multicentrico nazionale, si apre una nuova fase, quella della misurabilità, della replicabilità e della costruzione di evidenze scientifiche solide.
Il coordinamento è un passo inedito verso una collaborazione strutturata a livello nazionale in un ambito che, fino a oggi, ne era privo
Ne parliamo a TrendSanità con la Direttrice generale Silvia Rocchi che ci racconta la visione, le sfide e gli obiettivi di una rete che punta a portare il benessere psicologico degli adolescenti al centro del dibattito pubblico e delle politiche sanitarie.
Perché nasce solo oggi una rete nazionale per la salute mentale adolescenziale
«Premetto che non parlo da clinico o da esperta. Mi sono avvicinata al tema della salute mentale dei giovani prima di tutto come madre di adolescenti, – ci spiega Rocchi – quindi con una sensibilità personale rispetto a ciò che accade nel loro mondo, e poi come cofondatrice, insieme al mio compagno Paolo Kessisoglu, dell’associazione C’è Da Fare ETS. Nella mia vita faccio tutt’altro, sono un architetto, e quindi il mio punto di vista è quello di chi da tre anni lavora nel non profit su un tema molto specifico, quello del disagio adolescenziale, con pragmatismo e passione, ma senza una formazione scientifica sull’argomento.
Proprio per questo, fin dall’inizio abbiamo sentito l’esigenza di dare ai nostri progetti un’impostazione rigorosa. Volevamo che fossero modulabili, scalabili, rendicontabili e misurabili, per capire se gli investimenti generassero risultati concreti. Sentivamo anche una forte responsabilità nei confronti dei donatori, a cui volevamo poter dare un riscontro sull’impiego dei fondi. Sapevamo che, quando si parla di salute mentale, si può parlare di cura ma non sempre di guarigione. Per questo era fondamentale poter misurare almeno un miglioramento e la qualità del percorso».
La prima sperimentazione
Silvia Rocchi
«La prima sperimentazione del progetto C’è Da Fare Safe Teen è partita con l’Ospedale Niguarda, grazie al modello terapeutico proposto dal dottor Marchesini e dalla professoressa Vignoli: un approccio ambulatoriale ad alta intensità per adolescenti con grave disagio, con manifestazioni quali agiti autolesivi, ritiro sociale o tentati suicidi. Il modello è basato sulla costruzione di un’équipe multidisciplinare integrata che eroga interventi clinici, psicoterapeutici, riabilitativi ed educativi in modo coordinato e simultaneo. Non si tratta solo di aumentare le prestazioni, ma di garantire una presa in carico globale e intensiva dell’adolescente e della famiglia, all’interno di un unico team che lavora in modo strutturato e continuativo. Fin da subito abbiamo trovato da parte dei responsabili del progetto grande apertura e disponibilità a costruire insieme un modello con basi rigorose, sia nel protocollo di cura sia negli strumenti di valutazione.
Quando sono aumentate le risorse, abbiamo deciso di non limitarci a sostenere un singolo progetto efficace, ma di renderlo esportabile. Siamo partiti da Roma con il Bambino Gesù, poi Belluno con ULSS1, Firenze con il Meyer e, con modalità diverse, la Liguria attraverso il Gaslini».
Una sanità a macchia di leopardo
«Durante le interlocuzioni con le diverse strutture è emerso un elemento molto chiaro: a fronte di un fortissimo aumento della domanda di cura ormai omogeneo su tutto il territorio nazionale, le risposte del sistema sanitario sono invece molto diverse, frammentate e spesso disomogenee. Allo stesso tempo, abbiamo riscontrato un grande interesse per il modello CDF SafeTeen e una forte disponibilità al confronto e alla collaborazione tra centri. Da qui è nata l’idea di lavorare su un coordinamento: non solo uniformare l’approccio terapeutico e i criteri di valutazione, ma anche confrontare i risultati, migliorare nel tempo e individuare best practice condivise. Quello che fino ad oggi è mancato non è stata la qualità dei singoli centri, ma un lavoro di sistema. Oggi le condizioni sono cambiate: l’aumento del disagio adolescenziale ha reso evidente che non bastano più esperienze isolate. C’è un bisogno a cui si deve rispondere insieme.
Il valore aggiunto di una rete strutturata è trasformare progetti che funzionano in un modello condiviso, ottimizzato, misurabile e replicabile
L’obiettivo è arrivare a un protocollo che possa essere adottato su scala più ampia, perché crediamo che ogni ragazzo, indipendentemente da dove vive, debba avere accesso alle stesse opportunità di cura».
Lo studio sui dati clinici punta a nuove evidenze scientifiche
«L’obiettivo dello studio è fare un passo ulteriore: non solo costruire un modello efficace, ma dimostrarlo. Vogliamo arrivare a definire un protocollo omogeneo, testato e riconosciuto, che possa essere validato scientificamente e reso replicabile. Per farlo è necessario trasformare l’esperienza clinica in dati, utilizzando strumenti riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale e osservando l’evoluzione dei ragazzi nel tempo. Il progetto CDF Safe Teen prevede delle valutazioni con strumenti testologici uniformi e internazionalmente riconosciuti al momento di accesso al progetto, dopo 6 mesi e alla conclusione, dopo 12 mesi.
Il punto centrale è questo: non basta vedere che qualcosa funziona, bisogna riuscire a dimostrarlo in modo rigoroso. Solo così si può arrivare a pubblicazioni scientifiche che convalidino il modello e lo rendano adottabile anche indipendentemente dall’intervento di CDF. Allo stesso tempo, però, non dobbiamo dimenticare che dietro i dati ci sono storie. Parliamo di ragazzi e famiglie, spesso in situazioni complesse e difficili da raccontare in modo uniforme. Proprio per questo gli strumenti scientifici sono fondamentali: permettono di leggere quella complessità in modo condivisibile e utile per chi deve prendere decisioni. In fondo, l’obiettivo è trasformare storie individuali in conoscenza condivisa, capace di generare risposte migliori e più accessibili per tutti».
I tempi dell’impatto sul sistema sanitario restano una sfida aperta
«Ovviamente, purtroppo, non abbiamo la sfera di cristallo, quindi è difficile dare una tempistica precisa. Quello che osserviamo, e che ci viene confermato ogni giorno da neuropsichiatri e psicologi che lavorano sul campo, è che a fronte di una richiesta cresciuta in modo esponenziale, le risorse della sanità pubblica non sono aumentate allo stesso ritmo. Questo crea una pressione enorme sul sistema e rende ancora più urgente trovare modelli nuovi ed efficaci.
Serve rendere più accessibile e visibile la rete territoriale per intercettare prima il bisogno
Nel nostro piccolo stiamo cercando di fare la nostra parte: mettere a disposizione risorse aggiuntive e investirle in un modello che non sia solo utile nel singolo contesto, ma che possa diventare replicabile e adottabile anche su scala nazionale all’interno della sanità pubblica. Questo è il nostro auspicio, anche se ovviamente non possiamo avere certezze.
Perché questo accada, il passaggio fondamentale è quello che stiamo costruendo oggi: definire un modello scientificamente valido con un protocollo chiaro, condividerlo tra più centri, misurarne gli effetti in modo rigoroso e dimostrarne l’efficacia nel tempo. Come obiettivo ci siamo dati un orizzonte di circa tre anni per mettere a regime i centri coinvolti e raccogliere evidenze sufficientemente solide. È un tempo realistico per passare dalla sperimentazione a dati strutturati. Poi, come spesso accade in sanità, il vero cambiamento dipenderà dalla capacità di trasformare queste evidenze in scelte di sistema. Ma senza dati solidi, quel cambiamento è più difficile che possa iniziare».
Accessi psichiatrici in aumento tra fragilità della rete e domanda crescente
«Credo che entrambe le letture siano valide. Da una parte c’è sicuramente un aumento della domanda di cura. È qualcosa che emerge in modo trasversale: ce lo raccontano i professori nelle scuole, gli psicologi negli ambulatori, i neuropsichiatri negli ospedali e nei pronto soccorso. È evidente che oggi c’è una sofferenza più diffusa e più visibile, con manifestazioni che fino a qualche anno fa erano meno frequenti o meno riconosciute. Probabilmente c’è anche una maggiore capacità, soprattutto tra i ragazzi e le famiglie, di chiedere aiuto. E questo, in parte, è un segnale positivo.
Molte famiglie non conoscono i servizi disponibili e arrivano tardi ai percorsi di cura
Dall’altra parte, però, è altrettanto evidente che la rete territoriale fatica a reggere questo aumento. Non mi sentirei di dire che sia inefficace in senso assoluto: spesso esistono servizi e competenze di qualità. Il problema è che sono sottodimensionati rispetto alla domanda crescente e quindi non riescono sempre a intercettare il bisogno in tempo, prima che si trasformi in una crisi acuta».
Visibilità dei servizi
«C’è poi un altro elemento che riscontriamo quotidianamente, anche attraverso le richieste che riceviamo dalle famiglie: una scarsa consapevolezza delle risorse disponibili sul territorio. Molti genitori non sanno a chi rivolgersi, o lo scoprono troppo tardi, quando la situazione è già diventata urgente. Per questo uno degli ambiti su cui stiamo riflettendo è proprio come contribuire, almeno a livello locale, a rendere più visibili e accessibili i servizi esistenti, creando una sorta di mappatura chiara e fruibile. Perché evitare il pronto soccorso non significa solo aumentare le risorse, ma anche aiutare le famiglie ad arrivare prima, nel posto giusto, con il giusto livello di supporto».
Un modello replicabile alla prova delle disuguaglianze territoriali
«Ci auguriamo sicuramente che il nostro modello sia replicabile, perché nasce proprio da un equilibrio virtuoso tra mondi diversi. È un modello che prende forma dalla spinta di alcune persone che hanno deciso di impegnarsi su questo tema, ma che poi si è sviluppato grazie al contributo di tanti altri: professionisti, volontari, aziende che ci affiancano concretamente e ci aiutano a reperire le risorse, e soprattutto grazie all’apertura del sistema pubblico a collaborazioni con realtà come la nostra. Già questo, secondo me, è un risultato importante: riuscire a mettere a sistema competenze, risorse e visioni diverse, unite da un obiettivo comune. Non è scontato, e dimostra che quando c’è una volontà condivisa si possono costruire progetti concreti ed efficaci».
Nessun pregiudizio “territoriale”
«Per quanto riguarda la replicabilità, non abbiamo pregiudizi legati ai territori. Anzi, è esattamente la direzione in cui vogliamo andare. Stiamo già valutando possibili sviluppi anche nel Sud Italia e nelle isole, anche se è ancora prematuro entrare nei dettagli. Se vogliamo davvero parlare di equità nell’accesso alla cura, non possiamo limitarci ad alcuni contesti, dobbiamo metterci nelle condizioni di portare questo modello anche dove oggi le risorse sono più limitate.
La replicabilità del modello deve confrontarsi con forti disuguaglianze tra territori e risorse
Naturalmente ogni territorio ha le sue specificità, quindi non si tratta di “copiare e incollare” un progetto, ma di adattarlo mantenendone i principi fondamentali: integrazione tra pubblico e privato, presa in carico strutturata e capacità di misurare i risultati. L’obiettivo è dimostrare che questo tipo di collaborazione può funzionare ovunque, con modalità diverse, ma con lo stesso diritto per tutti i ragazzi di accedere a cure efficaci e tempestive».
Gli obiettivi di C’è Da Fare ETS
«Gli obiettivi sono tanti, forse anche più dei progetti, e sicuramente sono ancora di più i sogni. Il primo è consolidare e portare a maturazione il modello che stiamo costruendo, insieme allo studio multicentrico. L’auspicio è che, una volta validato e riconosciuto, possa trovare le risorse per camminare anche in autonomia, indipendentemente dal nostro intervento diretto. Un altro obiettivo importante è rafforzare la nostra identità e diventare un punto di riferimento a livello nazionale, non tanto come “soluzione”, ma come spazio di dialogo e di riflessione sul tema della salute mentale. Lo stigma è ancora molto presente, e crediamo che sia fondamentale contribuire a normalizzare questo tipo di conversazione. Per farlo utilizziamo linguaggi diversi: il teatro e la comicità, lo sport, momenti di incontro e condivisione. Sono strumenti che permettono di avvicinare le persone in modo più accessibile, creare connessioni e offrire chiavi di lettura diverse, anche attraverso esperienze concrete di fatica, resilienza e crescita».
Prospettive future
«Guardando al futuro, vorremmo avere una presenza più concreta sui territori, diventare un punto informativo, aiutare ragazzi e famiglie a orientarsi tra i servizi disponibili e, soprattutto, a sentirsi un po’ meno soli nei momenti di difficoltà. In questa direzione stiamo lavorando all’apertura del primo C’è Da Fare HUB a Milano, uno spazio di ascolto e orientamento, ma anche un luogo vivo di incontro, dialogo e progettazione. Non pensiamo di avere la soluzione a tutto, né la risposta a ogni problema. Ma abbiamo un’energia molto forte, che nasce dalle persone e dalle realtà che ci sostengono, e sentiamo la responsabilità di trasformarla in qualcosa di utile e concreto. Se c’è un obiettivo che li riassume tutti, è questo: contribuire a costruire un sistema in cui chiedere aiuto sia più semplice, e riceverlo sia più giusto per tutti».
L’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle fragilità stanno mettendo sotto pressione il sistema sociosanitario, in particolare nei contesti residenziali e domiciliari. La carenza di personale, la complessità dei bisogni assistenziali e la necessità di garantire continuità di cura rendono urgente l’individuazione di modelli innovativi capaci di integrare tecnologia e organizzazione. In questo scenario, soluzioni basate su robotica, intelligenza artificiale e realtà virtuale aprono nuove prospettive per il monitoraggio e il supporto cognitivo degli anziani.
Progetti di ricerca applicata come Daisi&Ron, sviluppato nell’ambito del Piano Nazionale Complementare, consentono di interrogarsi sul ruolo concreto di queste tecnologie nei percorsi assistenziali. L’impiego di sistemi integrati – come il robot assistenziale TEO – pone questioni rilevanti per le politiche sanitarie: dall’integrazione dei dati clinici e comportamentali nei sistemi informativi, alla possibilità di sviluppare modelli di presa in carico più proattivi e personalizzati, fino alla valutazione dell’impatto in termini di efficacia e sostenibilità.
Allo stesso tempo, l’introduzione di queste soluzioni chiama in causa il lavoro degli operatori e il ruolo dei caregiver, tra opportunità di alleggerimento del carico assistenziale e necessità di accompagnare il cambiamento organizzativo e culturale.
La sfida, per il sistema sanitario, è comprendere se e a quali condizioni queste sperimentazioni possano evolvere in modelli scalabili e replicabili, contribuendo in modo concreto alla tenuta e all’innovazione dell’assistenza agli anziani fragili.
Ne parliamo con:
Alessandro Vercelli Direttore Dipartimento di Neuroscienze e Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi, Università di Torino
L’intelligenza artificiale promette di cambiare la sanità, ma la vera sfida non è tecnologica: è manageriale, organizzativa e culturale. Perché l’AI generi valore reale, non basta introdurre nuovi strumenti: servono governance solide, processi ripensati e leadership capaci di guidare il cambiamento. In questa intervista, il vicepresidente Aisdet, Sergio Pillon, analizza le condizioni necessarie perché l’AI diventi una leva strutturale di innovazione nei sistemi sanitari.
Il primo tema che vorrei affrontare con lei è quello della governance e della strategia in sanità. Nel suo libro “Guidare la trasformazione digitale nella sanità” sottolinea che molti progetti digitali falliscono per problemi di governance più che di tecnologia: in che modo l’AI può essere integrata nei modelli decisionali aziendali senza creare “progetti pilota isolati”, ma diventando leva strutturale di trasformazione dei processi sanitari?
«L’intelligenza artificiale, prima di tutto, richiede manager competenti, capaci di comprenderne il funzionamento e di utilizzarla in modo efficace nei processi di governance. È uno strumento che consente, in tempi rapidissimi, di produrre sintesi ragionate, analizzare dati e interagire con chi decide.
Se, ad esempio, fornisco all’AI un foglio Excel o un dataset aziendale e chiedo come rendere più efficiente un determinato processo, ottengo in pochi secondi una risposta strutturata. Non è necessariamente “vangelo”, ma rappresenta un primo livello di analisi rapido, sintetico e continuamente interrogabile. Questo permette di esplorare scenari che spesso, per tempi o risorse, non verrebbero affrontati.
L’AI promette di cambiare la sanità, ma la vera sfida non è tecnologica: è manageriale, organizzativa e culturale
Per evitare che resti confinata a singoli progetti pilota, l’AI deve entrare stabilmente nei modelli decisionali: non come tecnologia accessoria, ma come supporto quotidiano alla capacità manageriale di leggere fenomeni complessi e prendere decisioni migliori».
Passiamo al nodo del re-design dei processi. Spesso l’AI viene in qualche modo “sovrapposta” ai processi esistenti senza ripensarli. Quali sono, dal punto di vista manageriale, i principali errori nel non ridisegnare i processi clinico-organizzativi quando si introducono soluzioni di intelligenza artificiale?
«È un errore molto diffuso in tutti i percorsi di innovazione: si tende a sostituire la carta con il digitale senza ripensare davvero il processo. Con l’intelligenza artificiale questo rischio è ancora maggiore.
L’AI non è un blocco unico: esistono strumenti diversi con impatti differenti. Un chatbot, per esempio, può migliorare un centro prenotazioni; un chatbot evoluto può supportare una televisita, raccogliere informazioni preliminari dal paziente, approfondire l’anamnesi e far arrivare al medico dati già organizzati.
La domanda corretta non è: “Dove inserisco l’AI?” ma “Come l’AI può aiutarmi a ripensare l’intero processo?”
Ma il punto è più ampio. L’intelligenza artificiale può anche aiutare a decidere quando una televisita sia appropriata e quando no. Oppure può supportare la riorganizzazione logistica dell’assistenza territoriale: penso, ad esempio, ai percorsi degli infermieri sul territorio, ottimizzabili con logiche simili a quelle utilizzate da Amazon per la distribuzione.
La domanda corretta non è: “Dove inserisco l’AI?”. È: “Come l’AI può aiutarmi a ripensare l’intero processo?”. È una prospettiva opposta rispetto al semplice acquisto di una tecnologia da collocare dentro l’organizzazione».
Lei, e non solo, evidenzia il tema critico dell’adozione dell’AI da parte dei clinici. Quali leve organizzative e culturali ritiene fondamentali per far sì che l’AI venga realmente utilizzata dai professionisti e non sia percepita come un’imposizione tecnologica?
«La prima leva è la competenza. Si teme sempre ciò che non si conosce. Oggi molti medici utilizzano strumenti pubblici come OpenAI ChatGPT, ma spesso li interrogano come se fossero un motore di ricerca. In realtà le possibilità sono molto più ampie: sintesi cliniche, supporto organizzativo, analisi documentale.
L’adozione dell’AI passa da competenze diffuse, validazione scientifica e testimonianze tra pari
La seconda leva sono le società scientifiche. Storicamente la professione medica ha governato l’innovazione attraverso questi organismi. Devono essere loro a presentare casi d’uso concreti, evidenze e modelli applicativi nei congressi e nei momenti formativi.
C’è poi un elemento decisivo: il peer-to-peer. I professionisti si fidano dei colleghi. Quando un medico racconta la propria esperienza reale con una soluzione di AI, il messaggio è molto più efficace di qualsiasi proposta commerciale. L’adozione passa quindi da competenze diffuse, validazione scientifica e testimonianze tra pari».
Quando si introduce una tecnologia nuova della portata dell’AI, uno dei nodi è passare dalla teoria alla pratica, andando anche a misurare i risultati. Quali KPI o metriche dovrebbero adottare i manager sanitari per valutare l’impatto reale dell’AI su efficienza, qualità delle cure e sostenibilità?
«Il primo KPI, oggi, è misurare sia i successi sia i fallimenti. Attorno all’intelligenza artificiale c’è molto entusiasmo, ma bisogna capire anche dove non funziona.
Non esistono indicatori unici validi per ogni applicazione: dipende dall’ambito d’uso. Restano fondamentali i KPI classici, come il ritorno dell’investimento, i fattori di successo operativi, la riduzione dei tempi, il miglioramento della produttività, l’appropriatezza clinica e la soddisfazione degli utenti.
Attorno all’intelligenza artificiale c’è molto entusiasmo, ma bisogna capire anche dove non funziona
In sanità gli impieghi dell’AI sono molto diversi tra loro: chatbot, efficientamento dei processi, supporto clinico, gestione documentale. Per questo il metodo migliore è quello del launch and learn: partire in piccolo, sperimentare, osservare i risultati e correggere progressivamente.
I sistemi sanitari sono sistemi complessi. Per questo dico che dobbiamo comportarci più come piloti di aliante che come piloti di linea: sapere da dove partiamo e dove vogliamo arrivare, adattandoci però alle condizioni che emergono durante il percorso».
Nel libro lei insiste sulla digital leadership come fattore critico. Quali competenze devono sviluppare oggi i dirigenti sanitari per governare l’AI non solo come tecnologia, ma come driver di trasformazione organizzativa ed etica?
«Serve innanzitutto una leadership capace di lavorare in team multidisciplinari. Nelle grandi aziende sanitarie non basta più il Chief Information Officer: servono competenze cliniche, legali, organizzative e analitiche integrate. In molti contesti sono necessari anche ruoli dedicati all’intelligenza artificiale.
Anche nelle aziende più piccole serve comunque un nucleo di competenze che unisca tecnologia, dati e compliance
Occorre coinvolgere figure come il Data Protection Officer, il legale interno, data analyst e professionisti sanitari che facciano da “clinical evangelists”: primari, direttori di struttura, professionisti credibili che accompagnino il deployment sul campo.
Anche nelle aziende più piccole serve comunque un nucleo di competenze che unisca tecnologia, dati e compliance. Senza questo presidio le resistenze non si superano, perché il primo timore del clinico è la responsabilità professionale.
E qui c’è un punto cruciale: la normativa europea sull’AI attribuisce precise responsabilità ai cosiddetti deployer, cioè alle organizzazioni che acquistano e introducono questi sistemi. Ciò significa obbligo di formazione del personale, utilizzo responsabile e governance interna adeguata.
Per i direttori generali e i dirigenti sanitari la sfida non è più scegliere se occuparsi di AI, ma farlo in modo strutturato, competente e tempestivo».