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Infungibilità, una sentenza rettifica e amplia l’interpretazione corrente

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La presenza di un solo e unico operatore economico in grado di eseguire la fornitura di beni e servizi non è per forza sinonimo di infungibilità. A mettere in dubbio l’interpretazione prevalente espressa dalle Linee Guida dell’Anac, nel paragrafo intitolato “Ricorso a procedure negoziate senza previa pubblicazione di un bando nel caso di forniture e servizi ritenuti infungibili” è stata la sentenza n.7239 del Consiglio di Stato del novembre 2020 che sembra mostrare che l’interpretazione di questo punto non è in realtà così lineare e scontata. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Lorenzo Tognazzi, legale esperto in procurement e pubblica amministrazione.

Cosa dicono le linee guida sull’infungibilità

Laddove una Pubblica Amministrazione si trovi di fronte alla presenza di un unico fornitore di un bene o un servizio di cui abbisogna, l’assenza di concorrenza per motivi tecnici, secondo l’indicazione dell’art. 63, comma 2, lett. b), del codice dei contratti per l’affidamento mediante procedura negoziata, prevede la possibilità di assegnare la commessa servendosi della procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando.

La presenza di un solo e unico operatore economico in grado di eseguire la fornitura di beni e servizi non è per forza sinonimo di infungibilità

L’applicazione dell’art. 63 scatta quindi a seguito della consultazione preliminare del mercato che ha dato esito nullo rispetto alla presenza di concorrenti da far gareggiare per l’offerta migliore di un bene o un servizio. Fra i casi certi in cui non è necessario pubblicare alcun bando figura il caso in cui “i lavori, le forniture o i servizi possono essere forniti unicamente da un determinato operatore economico per assenza di reale concorrenza o quando non esistono altri operatori economici o soluzioni alternative ragionevoli e non limitate dalle caratteristiche tecniche dell’appalto”.

Consuetudine vuole quindi che in tali casi di presenza di un unico operatore economico si proceda con l’affidamento diretto, considerando la gara aperta un inutile spreco di tempo, contrastante con il principio di efficienza ed economicità dell’azione amministrativa.

Le indicazioni Anac sull’acquisto di beni infungibili in ambito sanitario

Poiché particolarmente rilevante, in ambito sanitario il concetto di infungibilità era già stato oggetto di discussione nel 2018, quando, a seguito di diverse richieste di chiarimento a proposito della corretta applicazione della norma, l’Anac aveva dato per iscritto il suo parere sulla delibera n.950 del 2017 dal titolo “Ricorso a procedure negoziate senza previa pubblicazione di un bando nel caso di forniture e servizi ritenuti infungibili”.

In un comunicato emanato dal Presidente a beneficio delle stazioni appaltanti che si chiedevano come applicare correttamente la norma operando nel rispetto dei principi di legalità e trasparenza, la nota dava indicazioni precise e circostanziate su come addivenire alla compiuta valutazione di infungibilità, specie in riferimento a dispositivi somministrati ai pazienti con determinate patologie (es. farmaci oncologici e dispositivi salvavita).

Il presupposto dell’intervento si basava però sul fatto che l’infungibilità descrive una condizione, logica prima che giuridica, che si configura quando il ricorso alla competizione è impedito dalla mancanza di alternative praticabili in concreto.

In ambito sanitario il concetto di infungibilità è particolarmente rilevante, e Anac è intervenuta più volte

“Si tiene ad evidenziare che  l’infungibilità, che legittima l’adozione della procedura negoziata senza bando  ex articolo 63 del Codice dei contratti pubblici (decreto legislativo 18 aprile  2016, n. 50) in deroga al principio generale dell’evidenza pubblica, si  configura laddove, per ragioni tecniche, di privativa industriale o di altra  natura, non siano rinvenibili, sul mercato attuale, prodotti in grado di  realizzare la funzione specifica attesa”, specifica la nota Anac, che ha sottolineato come sia stata dedicata notevole attenzione al settore degli acquisti sanitari, per la sua rilevanza in termini economici nonché per la esposizione a criticità in funzione della prevenzione dei  fenomeni corruttivi.

Il comunicato prosegue sottolineando però come la valutazione rientri nella responsabilità della stazione appaltante, tenuta ad effettuare un’attenta e congrua verifica di ciò che è il fabbisogno e di quali siano le migliori modalità di acquisizione.

In primis è bene vagliare “se i dispositivi o i prodotti medicali, con potenzialità o caratteristiche equivalenti ai fini del trattamento, possano o meno essere  acquisitati da più aziende farmaceutiche, attraverso quindi una procedura  comparativa che renda possibile, e al contempo necessario, l’esperimento di  gare pubbliche”.

Presupposto fondamentale è che vi sia non solo l’indispensabilità di un determinato farmaco, ma anche l’impossibilità di utilizzare altri farmaci, in quanto non disponibili sul mercato, non efficaci o non funzionali alle necessità terapeutiche.

La condizione di lock-in

Il fatto che un solo operatore economico sia in grado di fornire un determinato bene o servizio, per complessità tecnica o mancanza di concorrenza, non significa necessariamente che un bene possa essere definito infungibile secondo quest’unico presupposto. Ciò perché quella che si andrebbe a verificare in caso di presenza di un’unica opzione presente fra i fornitori è una condizione di lock-in, contraria al principio di concorrenza.

A forza di acquistare un bene o un servizio da un unico fornitore fra la pubblica amministrazione e l’azienda in questione si crea infatti un rapporto di dipendenza che non è possibile sciogliere se non sopportando costi ulteriori per transitare ad altro fornitore. A ciò si aggiunge l’impossibilità di recuperare i costi iniziali sostenuti nei lunghi e laboriosi processi di apprendimento propedeutici all’uso ottimale del bene.

Questa condizione di lock-in è destinata a perpetrarsi nel tempo laddove il vincolo indotto non venga superato dalla ricerca di un nuovo fornitore, scelta che però potrebbe risulterebbe apparentemente antieconomica.

Le linee guida in questo senso forniscono indicazioni alle PA per evitare che cadano in queste trappole, specificando che il bene non è da considerarsi infungibile solo perché non vi sono altri operatori sul mercato in grado di fornire beni altrettanto idonei a soddisfare le sue esigenze. L’infungibilità deriva piuttosto dalla percezione della pubblica amministrazione di un carico economico maggiore rispetto all’accollamento dei costi relativa al passaggio ad un altro operatore.

Il bene non è da considerarsi infungibile solo perché non vi sono altri operatori sul mercato in grado di fornire beni altrettanto idonei a soddisfare le sue esigenze

Qual è dunque una possibile via d’uscita? Prevenire la situazione di lock-in, evitando di affidarsi ad operatori dai quali è poi difficile sottrarsi per gli alti costi legati al cambio della fornitura. L’operatore unico infatti tenderà a comportarsi come un monopolista, determinando il prezzo con maggiore forza contrattuale e di fatto impedendo la libera concorrenza per ragioni prettamente economiche e inibendo così la ricerca all’innovazione.

Uscire dalla condizione di lock-in significa quindi ritornare alla procedura aperta anche a modelli di bene e servizi equivalenti.

I costi dovuti al cambio di fornitura saranno poi da recuperare nel tempo, tramite politiche di risparmio di spesa e vantaggi qualitativi acquisiti.

Il ruolo e le responsabilità della Pubblica Amministrazione

Il concetto di infungibilità nel settore degli appalti pubblici costituisce certamente una delle questioni più delicate e complesse. Il motivo è evidente ed è inscindibilmente connesso agli effetti che l’infungibilità provoca sull’ordinario sistema di selezione del contraente nei pubblici contratti. L’avvocato Lorenzo Tognazzi, esperto di procurement sanitario, ha infatti, sottolineato come, a fronte di un bene o di un servizio caratterizzati da infungibilità, si concreta una deroga al fondamentale principio di concorrenza su cui è permeata l’intera disciplina di settore.

A fronte di un bene o servizio infungibile, si concreta una deroga al fondamentale principio di concorrenza su cui è permeata l’intera disciplina di settore

“La limitazione del confronto competitivo finalizzato alla selezione della migliore offerta si presta ovviamente ad essere terreno di potenziali pratiche distorsive e fenomeni di maladministration – ha commentato il legale -. In forza di tali presupposti, la normativa prescrive dei requisiti molto stringenti per legittimare il ricorso alla negoziazione diretta, richiedendo un puntuale iter istruttorio e l’effettuazione di valutazioni molto circostanziate in relazione alla definizione dello specifico fabbisogno approvvigionamentale che si intende soddisfare”.

“La scelta di ricorrere alla procedura negoziata senza pubblicazione del bando di gara in presenza di condizioni di esclusività o infungibilità – ha proseguito Tognazzi – soggiace quindi ad un particolare rigore nell’individuazione dei presupposti giustificativi, da interpretarsi restrittivamente, tenuto anche conto che rimane sempre in capo all’Amministrazione affidante l’onere di dimostrarne l’effettiva esistenza (Cons. Stato, Sez. VI, 13.6.19, n. 3983 e Sez. III, 18.1.18, n. 310)”.

L’intervento dell’ANAC: le linee guida n.8 del 2017

L’Autorità Nazionale Anticorruzione, osservata la rilevante diffusione di forme di affidamento diretto fondate su pretese condizioni di infungibilità, specialmente in ambito sanitario, manutentivo e di ICT, è intervenuta con le Linee guida n. 8 del 13 settembre 2017: “L’obiettivo – ha precisato Tognazzi – era quello di fornire indicazioni attuative e regole volte a prevenire forme di chiusura idonee a ledere i principi di par condicio e concorrenzialità. Al fine di contrastare l’incoerente utilizzo da parte delle Stazioni Appaltanti di procedure derogatorie degli ordinari strumenti competitivi, l’Autorità ha ritenuto necessario offrire puntuali precisazioni in ordine alle modalità da seguire per accertare l’effettiva infungibilità di un bene o di un servizio, nonché gli accorgimenti da adottare per scongiurare che particolari decisioni di acquisto adottate in un certo momento si risolvano nel vincolare indebitamente le decisioni acquisitive future (generando il fenomeno del lock-in)”.

Anac ha indicato le fondamenta per la corretta progettazione dei bandi quando un fabbisogno può essere soddisfatto unicamente con l’acquisto di beni o servizi infungibili

Il legale sottolinea come l’Anac, nel soffermare il fuoco dell’analisi sull’importanza di garantire percorsi istruttori massimamente trasparenti e funzionali a garantire preventive esplorazioni di mercato in grado di cristallizzare risultanze oggettive e attuali, ha indicato le fondamenta di una corretta progettazione e predisposizione dei bandi di gara nelle situazioni in cui la stazione appaltante ritenga che un certo fabbisogno possa essere soddisfatto unicamente mediante l’acquisto di beni o servizi infungibili o che possano condurre a situazioni di non reversibilità della scelta. In questi casi per Anac risulta necessaria l’acquisizione di tutte le informazioni disponibili. “Innanzitutto è opportuno che la stazione appaltante osservi il comportamento di acquisto tenuto da altre amministrazioni per la soddisfazione di analoghi interessi pubblici, verificando, in particolare, se siano state svolte procedure a evidenza pubblica e gli esiti di queste ultime – ha proseguito Tognazzi – In tale fase potrebbe rivelarsi di significativa utilità anche la consultazione dei cataloghi  elettronici del mercato delle altre amministrazioni aggiudicatrici, nonché di altri di fornitori esistenti. Inoltre, rimane opzione istruttoria prioritaria procedere ad indagare direttamente il mercato, attraverso adeguate consultazioni preliminari, ex art. 66 D.lgs. 50/2016, per verificare quali siano le soluzioni effettivamente disponibili per soddisfare l’interesse pubblico per il quale si procede”.

“Le  consultazioni  – ha continuato il legale – sono preordinate a superare eventuali asimmetrie informative, consentendo  alla stazione  appaltante di  conoscere se  determinati  beni o servizi hanno un mercato di  riferimento, le  condizioni di prezzo mediamente  praticate, le soluzioni tecniche disponibili, l’effettiva esistenza di più  operatori  economici potenzialmente interessati alla produzione o alla distribuzione dei beni o servizi in questione”.

L’infungibilità di ambito sanitario

In campo sanitario l’infungibilità attiene principalmente alla mancanza di un’alternativa diagnostica, terapeutica o tecnica. Attiene cioè ad aspetti funzionali o di risultato.

L’infungibilità risulta quindi essere una qualità  legata,  più  che  alle  caratteristiche  di un  particolare  bene,  alle  prestazioni  effettuabili  tramite  tale  bene,  valutate  e  attualizzate nel  particolare  contesto  clinico,  tecnico  e  organizzativo  della  stazione  appaltante, essendo preordinata a soddisfare  l’imprescindibile  condizione  di  appropriatezza, efficacia e  qualità  delle cure e dell’assistenza.

“In un simile contesto di eccezionalità, le Amministrazioni, al fine di scongiurare il verificarsi di gravi fenomeni distorsivi e introdurre un sistema interno di prevenzione volto a garantire il corretto esercizio delle prerogative acquisitive, ricorrono con sempre maggior frequenza all’adozione di atti regolamentari interni attraverso i quali vengono tipizzate le principali fattispecie d’infungibilità e le procedure istruttorie necessarie a condurre alla validazione dell’acquisto – ha spiegato l’avvocato -. Nella pratica è interessante rilevare come per ogni settore merceologico (farmaci, dispositivi medici, sistemi informatici) i regolamenti aziendali per l’acquisizione di beni e servizi infungibili introducano una filiera approvativa complessa e articolata su più livelli, che muove dalla richiesta di acquisto del soggetto cui afferisce il fabbisogno (ad esempio medico richiedente), passa dalla validazione della dichiarazione d’infungibilità del Direttore della struttura complessa di afferenza, per poi approdare all’esame ultimativo di organi tecnico-amministrativi di ultima istanza, che ne analizzano i presupposti legittimanti sia dal punto di vista delle specifiche tecniche che del mercato di riferimento”.

In sanità l’infungibilità attiene principalmente alla mancanza di un’alternativa diagnostica, terapeutica o tecnica, quindi ad aspetti funzionali o di risultato

Conclusa l’indagine preventiva di  mercato,  il  servizio  deputato  all’acquisto  procede all’esperimento  della procedura  di negoziazione,  invitando  un  unico  concorrente a presentare offerta nel  rispetto  di  tutte  le  prescrizioni previste  dalla  normativa  in  vigore. Nelle realtà organizzative maggiormente complesse è prevista l’istituzione di apposite commissioni di profilo trasversale per assicurare, in sede istruttoria, la partecipazione collegiale delle principali competenze di settore e limitare massimamente margini discrezionali e carenze informative. In ambito sanitario i principali attori coinvolti nell’accertamento delle condizioni d’infungibilità o esclusività e nell’attestazione di congruità della soluzione acquisitive prescelta sono i dirigenti medici delle branche specialistiche, i servizi d’ingegneria clinica, i direttori di farmacia, i direttori dei sistemi informativi e i provveditori.

“Da ultimo – ha concluso Tognazzi -, vale la pena ricordare come, in seguito a discutibili superficialità nelle procedure aziendali di controllo in materia di acquisti infungibili, si sia assistito ad un consolidamento sistemico di cornici regolamentari di carattere aziendale entro le quali sono stati codificati percorsi istruttori di significativo rigore amministrativo, contestualmente all’affermazione di principi di forte responsabilità in caso di utilizzo indebito di strumenti d’acquisto semplificati. Ricordiamo che una dichiarazione di infungibilità  ed  esclusività espone personalmente il dichiarante alla  responsabilità  giuridica  ed  economica  per l’eventuale  danno  erariale  procurato all’azienda”.

Fascicolo sanitario elettronico: i passi da compiere per renderlo utile

Un coordinamento centrale, con regole precise, uniche, con tassonomie univoche e codifiche chiare per tutti. Documenti e dati computabili. Utilizzo di Clinical Data Repository, che sono un po’ come la data warehouse. Compilazione automatica o quasi, perché i medici non possono passare il 50% del loro tempo a redigere report.

Pochi passi, per niente facili ma fattibili, per provare a far ripartire il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) in tempo per realizzare gli obbiettivi del Pnrr, senza dover rifare da capo tutto.

Perché il 2021 è forse stanno l’anno più felice di questo strumento che non era mai stato così tanto utilizzato da medici e pazienti. I motivi sono diversi, ma tanto (o poco) basta per far capire che il potenziale c’è, anche se non si vede.

Di questo e molto altro si è parlato nella Live dello scorso 5 ottobre insieme agli esperti: Mauro Grigioni, responsabile del Centro Nazionale Tecnologie Innovative in Sanità Pubblica dell’Istituto Superiore di Sanità, e Fabrizio Massimo Ferrara, coordinatore scientifico del Laboratorio sui sistemi informativi sanitari di ALTEMS, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Dieci anni e non sentirli

Il prossimo anno il FSE spegne le sue prime dieci candeline. Ma a quasi due lustri dalla sua nascita, questo strumento ancora non ha dato i frutti sperati e non ha ancora dimostrato pienamente la sua utilità. Ci sono tanti fascicoli regionali e ogni sistema è un mondo a parte, senza contare che di per sé il Fascicolo Sanitario Elettronico è uno strumento ancora poco utilizzato in generale: secondo alcune analisi dell’Osservatorio dell’Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano, nel 2020 solo il 38% della popolazione ne ha sentito parlare e solo il 12% è consapevole di averlo utilizzato.

Il Pnrr (Piano nazionale di ripartenza e resilienza) assegna delle risorse per il potenziamento del fascicolo sanitario elettronico, ma quello di cui di discute oggi è se continuare a investire in una tecnologia nata obsoleta o ripartire da zero.

Il potenziale del FSE

Un fascicolo sanitario elettronico efficiente è essenziale per seguire le evoluzioni dei modelli assistenziali che la pandemia ha accelerato, modelli in cui il paziente è gestito da diversi attori (ospedalieri e territoriali), ognuno con il suo proprio sistema informativo.

E con l’utilizzo della telemedicina, esploso durante la pandemia, poter contare su una piattaforma unica dei dati consentirebbe di conoscere in tempo reale la storia longitudinale del paziente e intervenire in modo più appropriato non solo nel normale percorso di cura, ma anche durante le emergenze.

Mauro Grigioni

Sono trascorsi quasi 10 anni dalla nascita del FSE, ma i passi in avanti sono stati davvero pochi e fino allo scoppio della pandemia è stato sottoutilizzato, sia da medici sia da pazienti: “Con l’emergenza sanitaria c’è stata un’accelerazione dell’utilizzo del fascicolo sanitario elettronico per la necessità di scambiare dati nell’era Covid – ha spiegato Grigioni – però per il Desi (Digital economy and society index), l’Italia si trova in fondo alla lista, soprattutto per quello che riguarda le competenze digitali della cittadinanza. Ma ci sono altri problemi. Il FSE nasce per raccogliere documenti e dati, però si è sviluppato di più il primo dei due aspetti, e basandosi su documenti tipo pdf. Le analisi cliniche sono costituite da numeri, ma se questi numeri non sono dati computabili, si perde una funzionalità importante del FSE. Per questa funzionalità importante sia la comunità europea sia il G7 Health stanno facendo molto per ricostruire i documenti in formato strutturale in modo da permettere la computabilità dei dati inseriti.”

Un fascicolo sanitario elettronico efficiente è essenziale per seguire le evoluzioni dei modelli assistenziali che la pandemia ha accelerato

Oggi stiamo assistendo a un uso del FSE mai visto prima: se prima della pandemia lo usavamo solo per leggere i referti, oggi ci troviamo altri servizi digitali, come il Green pass o la possibilità di prenotare visite. Ed ecco perché negli ultimi mesi l’uso di questo strumento è aumentato drasticamente.

Secondo gli ultimi dati di monitoraggio, l’FSE è stato attivato praticamente in tutte le Regioni italiane. Quattro di queste (Abruzzo, Calabria, Campania e Sicilia) sono in regime di sussidiarietà, vale a dire che, non avendo sviluppato completamente proprie soluzioni, hanno servizi attivi di FSE presso l’Infrastruttura Nazionale di Interoperabilità.

“Le regioni più virtuose, per quanto riguarda i numeri di referti inseriti nel fascicolo sanitario, sono Veneto e Lombardia – sottolinea Ferrara – però anche qui, se andiamo a vedere quanti referti sono stati registrati in proporzione alla popolazione gestita, i numeri sono bassi. Il Lazio invece, per esempio, è un po’ indietro sullo sviluppo del fascicolo sanitario elettronico. C’è un’estrema frammentazione delle informazioni, senza contare che, se è vero che negli ultimi mesi il FSE è stato usato molte volte, lo si è fatto soprattutto per scaricare il Green Pass”.

FSE e digitalizzazione del ciclo prescrittivo

Il secondo tema della Live si è incentrato sulla digitalizzazione del ciclo prescrittivo, che in questi mesi di pandemia è stato rivoluzionato: basti pensare alla ricetta dematerializzata che ha ricevuto un fortissimo impulso fin dalle prime ordinanze della protezione civile.

Ci si chiede se tutto questo rimarrà anche una volta passata l’emergenza sanitaria: “La dematerializzazione – prosegue Grigioni – ha permesso una gestione dell’assistenza sanitaria più efficiente, che si è tradotta in un risparmio di tempo per le amministrazioni, riguardo ai costi e alla mobilità; sotto gli aspetti socio-sanitari, è stata utile per esempio per i pazienti cronici e per quelli cronici allettati, perché non sempre chi se ne prende cura può recarsi dal medico a ritirare la ricetta. Credo che per certe categorie di pazienti la ricetta dematerializzata dovrebbe rimanere anche dopo la pandemia, ma non so se rimarrà per tutti, c’è sempre stata una certa viscosità da parte di alcuni attori del SSN ad accettare questo strumento, forse per pigrizia. La pandemia ha permesso di superare certe resistenze”.

FSE: una questione di interoperabilità?

I problemi del FSE non riguardano solo la struttura prettamente documentale e non computabile, oppure la tassonomia eterogenea (molti medici e app nominano una stessa prestazione in modo diverso) ma anche la scarsa possibilità di condividere le informazioni che contiene. Parliamo dell’ormai popolare (per quante volte si nomina, non per l’efficienza) bassa interoperabilità dei sistemi informativi del SSN. Una carenza ormai sistemica.

L’FSE è un documento individuale ma non è utilizzabile per supportare l’evoluzione dei processi prevista dal PNRR

L’FSE è un documento individuale, serve per l’analisi complessiva del paziente (per evitare che il paziente per esempio vada in giro con tanti cartacei), ma non è utilizzabile per supportare i processi di cui parla il PNRR, dove si parla di percorso assistenziale, di collaborazioni tra diverse parti e continuità territoriale. Senza contare che al momento è compilabile anche dal paziente stesso: “Nel FSE – riprende Ferrara – ad esempio il gruppo sanguigno lo posso scrivere io come paziente, senza nessun controllo e questo è un problema se occorre fare una trasfusione. Il sistema va quindi ripensato anche in questo aspetto.”

Accanto al FSE servirebbe quindi una piattaforma di dati per offrire due visioni: una visione che orienti il paziente (il FSE) e una più granulare (la piattaforma) che permetta, per esempio, di elaborare il grafico delle glicemie o di altri parametri, in modo che il medico sappia quello che sta succedendo e il paziente sappia che terapie seguire e quali ha già seguito.

Il Clinical Data Repository è una possibile risposta

Fabrizio Massimo Ferrara

Fabrizio Massimo Ferrara più volte in questi mesi ha proposto di usare questo strumento per agevolare l’interoperabilità dei sistemi informativi. È utile per tracciare in modo strutturato il percorso del paziente in modo trasversale agli episodi assistenziali e può lavorare su applicazioni open access non proprietarie, in modo da avere un pieno controllo dei dati e non dipendere dai fornitori; inoltre è un sistema che si può attivare già da subito, ma deve evolvere nel tempo, secondo una strategia di governo dati, definita a livello aziendale, regionale e poi nazionale.

“Il Clinical Data Repository – ha ripreso Ferrara – è un modo per rendere operabile una piattaforma di dati, (alla pari di quello che si fa con i data warehouse) e si può fare già adesso, esistono standard e strumenti open source per implementarlo.  Cerchiamo di integrare questi dati come si fa con i data warehouse. Una volta che abbiamo ogni azienda con data warehouse compatibile con quello delle altre aziende, da una parte possiamo popolare il fascicolo sanitario elettronico perché ogni azienda ha una sola interfaccia con FSE, dall’altra parte abbiamo piattaforme di dati utili per seguire il percorso del paziente. Un’azienda sanitaria locale ha applicato questa strategia a fine 2019 e nel capitolato di gara ha aggiunto tre semplici righe: obbligare tutte le app a conferire dati al Clinical Data Repository dell’azienda. Quindi è qualcosa che si può già fare. Adesso.”

Chi deve compilare il Fascicolo Sanitario Elettronico?

Da più parti ci si chiede chi debba popolare il FSE, di chi sia la responsabilità di inserire tutte le informazioni. Può essere compilato in teoria da qualsiasi medico, ma come hanno sottolineato più volte i relatori, occorre introdurre degli automatismi di compilazione perché non ci si può aspettare che i medici compilino a mano ogni singolo dettaglio o che, peggio, si faccia un copia incolla della cartella clinica nel fascicolo sanitario elettronico, perché sono due strumenti completamente diversi, da usare per scopi diversi.

La responsabilità della compilazione non può nemmeno essere affidata al produttore del dispositivo medico, a cui semmai si può chiedere che il device alimenti il Clinical Data Repository dell’azienda sanitaria, ma la compilazione del FSE deve essere gestita a livello di azienda e deve essere il più automatizzata possibile.

Da dove si può ripartire per avere un FSE efficiente?

Grandi potenzialità ma anche gradi problematiche. È uno strumento prezioso il FSE ma poco funzionale, al momento, soprattutto alla luce degli obbiettivi che pone il PNRR. E quelli che si pone “Italia digitale” entro il 2026: estendere l’uso digitale ad almeno al 70% della popolazione, portare almeno il 75% delle pubbliche amministrazioni ad utilizzare servizi in cloud, raggiungere almeno l’80% di servizi pubblici essenziali online ed estendere al 100% delle famiglie e delle imprese italiane le reti a banda larga. Sono forse ambizioni troppo ambiziose?

“Parlo per l’esperienza della telemedicina che sto monitorando da vicino – ha commentato Ferrara – e posso dire che se lo strumento è di facile utilizzo, il paziente lo sa usare: per esempio la televisita viene effettuata in videocall con uno smartphone e alcune aziende si stanno attrezzando per permettere al lavoratore di non assentarsi dall’ufficio, consentendogli di fare la televisita in locali attrezzati sul posto di lavoro. Bisogna andare in questa direzione, sensibilizzando e diffondendo la cultura della digitalizzazione”.

Facilità di utilizzo, diffusione della cultura della digitalizzazione e dati computabili sono gli elementi chiave per favorire un’evoluzione efficiente del FSE

E come ha sottolineato Grigioni, per quanto riguarda in particolare il FSE: “Bisogna partire da una semplice considerazione: le tecnologie nate ieri sono già vecchie rispetto a quelle che nasceranno domani. Il Ministero della Salute e lo stesso FSE stanno spingendo verso l’interoperabilità e verso l’uso di documenti strutturati in modo che questi dati siano computabili, perché in questo modo su di essi possano essere fatti dei calcoli, fare delle medie, creare modelli e un domani usare l’intelligenza artificiale. Questo oggi non possiamo farlo. Prendiamo la legge 104 per le disabilità: quando è stato necessario capire chi vaccinare con priorità contro la COVID, non è stato facile, perché ogni database aveva criteri diversi per individuare la popolazione fragile. Con un FSE efficiente questi dati si sarebbero potuti ottenere in tempo reale. Ed è una cosa che si può fare. Perché è stato fatto: durante l’emergenza sanitaria, alcune regioni hanno comprato licenze software o si sono costruite dashboard per analizzare i dati dei territori (contagi, quarantene, etc..) saltando a piè pari la struttura tradizionale del SSN, perché c’era bisogno di avere certe informazioni subito. Questo è stato fatto a livello locale e regionale e due regioni sono riuscite a passare queste informazioni nei rispettivi FSE. Lo hanno fatto in meno di un mese”.

Per fare però un lavoro ben strutturato, occorre una visione centrale (Ministeriale o a livello di Istituto Superiore di Sanità) che coordini, dia regole, formati, codifiche, tassonomie. Non ci possono essere 21 sistemi diversi, con regole diverse.

Non ci possono essere 21 sistemi diversi, con regole diverse

Perché, come ricorda l’esperto dell’ISS, la tecnologia corre e a breve non si useranno più solo i cloud per gestire i dati ma anche l’Edge Computing, che ne rappresenta in un certo senso l’evoluzione: si tratta di un’architettura IT aperta, predisposta per le tecnologie di mobile computing e Internet of Things (IoT).  Nell’Edge Computing, i dati sono elaborati dal dispositivo stesso o da un computer o server locale, invece di essere trasmessi al data center. L’Unione europea è molto attiva su questo fronte e queste tecnologie sono destinate a cambiare la gestione dei dati anche qui in casa nostra, soprattutto a livello locale.

 

Come dice Ferrara, i dati restano, le tecnologie cambiano, quindi piuttosto che rimanere ancorati a una tecnologia che domani è già vecchia, occorre sviluppare un sistema informativo, un fascicolo sanitario elettronico, che sappia adattarsi alle logiche digitali del momento. E in tempi ragionevoli.

Digital twin in sanità: quali vantaggi e applicazioni per il SSN?

Gemelli digitali per studiare una migliore definizione delle terapie, per prevedere la gestione delle cronicità o migliorare i processi di sperimentazione di nuovi farmaci o quelli di governance sanitaria.

Il fenomeno del digital twin, che vanta un tasso di crescita del 40% a livello internazionale, inizia a diffondersi lentamente anche in Italia. Casi di successo si registrano in Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Ma di che si tratta, e quali vantaggi offre questo approccio rispetto ai modelli previsionali tradizionali? Ne parliamo con Salvatore Fregola, membro del comitato tecnico-scientifico dell’Associazione scientifica per la sanità digitale (Assd).

La sanità alla prova dei social network. Gigliuto: “Una medaglia ai comunicatori”

Un premio ai comunicatori pubblici digitali. È la proposta Livio Gigliuto, vicepresidente dell’Istituto Piepoli, direttore dell’Osservatorio Nazionale sulla Comunicazione Digitale e consigliere di amministrazione della neonata Fondazione Italia Digitale, con cui abbiamo fatto il punto sulla situazione della presenza online della Pubblica Amministrazione e in particolare del settore sanitario.

Grazie alle testimonianze di chi se ne occupa, analizziamo i casi studio dell’ASL Roma 1, dell’ASL Toscana sud est e di IRCCS Regina Elena e San Gallicano Istituti fisioterapici Ospitalieri IFO, in collaborazione con PA Social, associazione dedicata alla comunicazione e all’informazione digitale.

L’Italia delle medaglie ne dia una ai suoi comunicatori pubblici digitali

“Nel 2021 l’Italia si è abituata a collezionare primati. Guidato dallo sport, il nostro paese, reduce da un 2020 drammatico, ha raccolto medaglie metaforiche e materiali con inusuale continuità, fino a raggiungere quello che per gli italiani adesso è una sorta di “stato di grazia”, che li spinge a vedere il futuro con crescente ottimismo – spiega Gigliuto -. Non dobbiamo dimenticare, però, che prima della nazionale maschile di calcio, dei plurimedagliati italiani olimpici, della nazionale femminile di pallavolo, un’altra squadra di leader italiani ha dato prova del proprio impegno, della propria capacità di affrontare il cambiamento guidandolo e non semplicemente attendendo l’onda per provare a cavalcarla: è la squadra dei comunicatori pubblici digitali”.

Gigliuto spiega perché: “In prima linea dai primi mesi della pandemia da Covid-19, che ha colpito l’Italia in anticipo rispetto agli altri Paesi, chi si occupa in Italia di comunicazione sui mezzi web e social ha rassicurato i cittadini, li ha informati su come ricevere i servizi essenziali e li ha convinti a restare a casa quando quello era l’unico modo per evitare il contagio, ottenendo un livello di adesione alle regole del distanziamento sociale molto elevato.

Non solo, nella fase successiva, quella dominata dalla vaccinazione, i social media manager sono stati il baluardo dell’informazione corretta, il vaccino che ha protetto i cittadini dalle fake news virali dei No Vax. Anche a loro dobbiamo il fatto che nel nostro paese la grande maggioranza della popolazione abbia deciso di vaccinarsi e che anche adesso il 77% di chi ancora non l’ha fatto dichiara di essere propenso a farlo nelle prossime settimane.

Insomma, se la campagna vaccinale ha avuto effetto è certamente grazie all’azione delle istituzioni, al senso civico degli italiani, ma anche di chi ha combattuto la battaglia dell’informazione scientifica e sanitaria nella trincea più dura ma anche più importante: i social network”.

Non c’è da stupirsi che la diffusione dei messaggi abbia funzionato, sostiene l’esperto: “L’Italia, il ruolo di paese leader in Europa sul fronte della comunicazione pubblica digitale non lo ha raggiunto nel 2021, e neanche all’inizio della pandemia, ma anni fa, nonostante l’assenza di una spinta strutturale alla digitalizzazione della relazione tra “Palazzo” e cittadino, grazie alla volontà di singole amministrazioni pubbliche e a chi, come PA Social, ha tessuto una rete dove c’erano best practice isolate”.

Come vivono la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e dei servizi sanitari gli italiani? “Varcato il Rubicone della presenza sui social e dell’informazione in tempo reale, i cittadini si sono abituati in fretta a trovare su questi canali informazioni e servizi, e chiedono alle amministrazioni di “guardarli negli occhi”, rispondere alle domande, interagire, senza perdere tempo dietro a hater e contestatori. Insomma, chiedono contatto.

L’unica strategia possibile è un connubio di comunicazione bilaterale (gestione della community rispondendo alle domande dei cittadini) e autotutela, attraverso l’applicazione di una adeguata e rigorosa social media policy”.

La Pubblica Amministrazione italiana ha scelto di attraversare entrambe le strade, anche se con diversa intensità: se esiste ancora un 48% di pubbliche amministrazioni che risponde solo occasionalmente ai cittadini, a essersi dotata di una social media policy è già l’89% delle istituzioni italiane (e il 79% dichiara di rispettarla).

Il 48% delle PA italiane risponde occasionalmente ai cittadini, ma l’89% si è già dotato di una social media policy

“I social media manager in Italia sono un “esercito gentile” di circa 9500 comunicatori, circa otto pubbliche amministrazioni su dieci hanno una risorsa dedicata esclusivamente al presidio della comunicazione digitale – dice Gigliuto -. Un esercito che ha già fatto tanto, ma che può ancora una volta segnare la strada agli altri”.

Verso quale direzione? “Ragionando per futuribili, sulla base dei desideri espressi dai cittadini e dagli utenti dei servizi sanitari, è probabile che nei prossimi anni cresca la voglia di comunicare via chat con il nostro ospedale di riferimento, con il nostro medico, ottenendo informazioni e persino servizi sanitari, quando e per quanto possibile direttamente sul nostro smartphone, accorciando ancora una volta le distanze e rispettando ancora di più il lavoro dei nostri operatori sanitari”.

A No Vax e fake news abbiamo risposto con la coerenza

“Il nostro Halloween digitale ci porta numeri di cui non abbiamo paura: quando di 85 mila reazioni 83.400 sono like e cuori, puoi stare certo che la tua community ha un legame forte con l’azienda”, afferma Roberta Mochi, dirigente ufficio stampa e social media manager dell’ASL Roma e coordinatrice Tavolo nazionale Sanità dell’associazione PA Social.

“La ASL Roma 1 ha cinque piattaforme social, che usa ogni giorno per incontrare i cittadini nelle cosiddette piazze virtuali – dice -. Stiamo parlando di un’azienda sanitaria con un territorio molto esteso, che parte nel cuore di Roma per raggiungere un bacino di utenza di oltre un milione di persone distribuite in sei distinti municipi della capitale. I bisogni di salute dei nostri residenti sono una gamma vastissima. Dalla nascita al fine vita, dai controlli sugli alimenti alla prevenzione oncologica. Come fare a informare davvero tutti? La comunicazione tradizionale non poteva bastare”.

L’ASL romana ha quindi intrapreso la strada del web. “Quando abbiamo iniziato questo percorso, ci siamo infatti resi conto, per usare le parole di Doc, quello di Ritorno al futuro, che eravamo “tutti esattamente in ritardo di venticinque minuti” anzi, forse qualcosa in più – afferma -. Il primo passo in questa salita lo abbiamo fatto grazie all’ascolto, cercando di capire quali fossero le necessità delle persone che gravitavano intorno all’azienda e promuovendo il benessere individuale e sociale, gli stili di vita sani e gli atteggiamenti responsabili”.

E l’interazione? “Abbiamo optato per una ferrea social media policy fondata sul rispetto e su un punto fermo: l’ASL è l’autorità sanitaria sul territorio. Niente opinioni e punti di vista, ma informazioni concrete, affidabili e centrate su solide basi scientifiche. Siamo rimasti coerenti con la nostra politica e abbiamo cercato di fare chiarezza e contrastare la diffusione di notizie false”.

Abbiamo optato per una ferrea social media policy fondata sul rispetto e su un punto fermo: l’ASL è l’autorità sanitaria sul territorio

Non sempre è tutto semplice, sostiene Mochi, ma la pandemia in questo senso può essere colta come occasione: “La transizione digitale è un passaggio di ordine culturale e non soltanto tecnologico. Non si tratta di una mera informatizzazione delle attività sanitarie ma di un cambio di rotta per molti di noi, disabituati al digitale e spesso con formazione “analogica”. La percezione del problema è cambiata naturalmente con la pandemia che ha funzionato da volano in questo cambio di paradigma. Tuttavia è ora necessario non perdere l’occasione e completare il passaggio nella giusta direzione”.

Cosa c’è nel futuro? “L’assistenza sanitaria pubblica e quindi la comunicazione del futuro sarà quella in grado di guardare a ogni singolo cittadino, cioè quella della iperpersonalizzazione. Quella in cui saremo in grado di riconoscere ogni persona che si interfaccerà con noi, per costruire insieme un accesso alle cure e un percorso di assistenza senza ostacoli. Se il PNRR ci parla di case della comunità, anche noi comunicatori pubblici dobbiamo ascoltare questa chiamata alle armi e portare l’informazione nei luoghi di vita delle persone”.

L’eredità del Covid-19. Il digitale per la salute

L’esperienza della Asl Toscana sud est nella testimonianza di Marzia Sandroni, dirigente della comunicazione dell’Azienda USL Toscana sud est, membro del coordinamento comunicazione di Federsanità-Anci e co-coordinatrice del Tavolo Sanità di Pa Social.

“In Italia la sanità si è lanciata sul digitale. Un programma sicuramente migliorabile, ma irreversibile – afferma -. Scavalcando paure endemiche e pluriennali, l’emergenza Covid ha obbligato le aziende sanitarie a scegliere l’unica strada possibile per governare e per rispondere ai bisogni dei cittadini in tempi di lockdown: il digitale”.

Anche in Toscana, così come a Roma, la vastità del territorio ha giocato a favore dell’uso della rete e dei suoi strumenti: “Un’azienda come la nostra, con una vastità di 11.560 km², 850 mila assistiti, 99 comuni, non poteva essere altrimenti gestita, se non con sistemi informativi, di consulto, di cooperazione e di comunicazione digitalizzata”.

I dati confermano che, in Italia, l’accelerazione del digitale ha interessato nel 2021, durante l’emergenza pandemica, soprattutto il mondo della sanità, dove, nell’indice Desi, Digital Economy and Society Index, tra i 28 paesi europei è risalita dal 22° al 18° posto.

In Italia, l’accelerazione del digitale ha interessato nel 2021, durante la pandemia, soprattutto il mondo della sanità

“È dimostrato che la pandemia ha impattato meno dove era presente una solida rete anche digitale sia territoriale sia tra ospedale e territorio che ha evitato l’addensamento negli ospedali ed ha permesso che chi era isolato non si sentisse anche solo – chiosa Sandroni -. Se l’isolamento, infatti, è determinante per contrastare il virus, la solitudine è una condizione evitabile grazie anche al digitale che permette, nonostante il distanziamento fisico, di mantenere la vicinanza sociale”.

Come? “Con canali di comunicazione come i social, i sistemi di teleconsulto, telemedicina, televisita. Ma anche a grazie a cruscotti di monitoraggio con cui le direzioni hanno potuto prendere decisioni e attuarle in tempi rapidissimi (ad esempio spostamenti dei pazienti per separare i Covid dai no Covid e ridistribuzione posti letto), rilevare in tempo reale gap di gestione, dalla lentezza nel contact tracing ai tempi per processare i tamponi, e mettere in campo rapide soluzioni. Grazie a questi sistemi a cui il Covid ha dato nuovo impulso, le Aziende hanno gestito l’emergenza pandemica. Hanno fatto sentire le persone protette e accompagnate”.

Così, durante la pandemia, le aziende sanitarie hanno scelto di stare dove stanno i cittadini, quindi anche sui social. Oltre il 90% degli adulti usa i social media per cercare e condividere informazioni sulla salute. Il 90% dei sanitari ha almeno un profilo social.

“Per questo, anche la Asl Toscana sud est ha utilizzato Facebook, Instagram, YouTube, Twitter, sistemi di messaggistica come Whatsapp e chatbot per completare ed integrare i canali di comunicazione tradizionali: stampa, tv, video, sportelli di front office, call center, materiali cartacei, eventi, e a questi canali ha dedicato una specifica professionalità – spiega Sandroni -. Questa sottolineatura è essenziale in considerazione dei dati (Rapporto Oasi, 2019), che evidenziano come se in Italia il 65% delle aziende sanitarie hanno una pagina Facebook, solo il 23% crea contenuti ad hoc – le altre duplicano i contenuti dell’offline -, e il 72% non ha professionalità dedicate determinanti per definire e attuare il Piano editoriale, implementare campagne di comunicazione integrata, tenere monitorato l’andamento dei vari profili in collaborazione con l’ufficio stampa e con l’ufficio relazioni con il pubblico. Canali efficaci per far rafforzare la fiducia tra cittadino e azienda sanitaria, per favorire la partecipazione, la trasparenza, l’accountability”.

Se in Italia il 65% delle Aziende Sanitarie hanno una pagina Facebook, solo il 23% crea contenuti ad hoc – le altre duplicano i contenuti dell’offline -, e il 72% non ha professionalità dedicate

“I social sono stati canali essenziali per indirizzare un gran numero di persone, difficilmente raggiungibili con qualunque altro mezzo, ad assumere comportamenti e precauzioni appropriate”, prosegue la referente. “Una comunicazione sistematica e puntuale ha accreditato l’azienda sanitaria come fonte primaria di informazione per altre istituzioni e per i media, per dare al cittadino un’immagine coerente di ciò che stava accadendo e per riallineare percezione e realtà”.

Tra le varie iniziative, nell’estate 2020 è stata lanciata la Campagna di social challenge “Io ci sto e tu?” per sensibilizzare soprattutto i giovani all’uso della mascherina: “Hanno aderito oltre 500 persone inviando le loro foto con la mascherina, di tutte le età, singolarmente o in gruppo, squadre di pallavolo, di calcio, sindaci e volti noti come Samantha De Grenet.

“I follower dei vari canali sono triplicati – sostiene la referente -. E, se in emergenza si dice che la fiducia nei confronti dell’Azienda è il frutto di ciò che abbiamo costruito in tempi di normalità, è altrettanto vero che i follower che hanno apprezzato il rigore e la chiarezza nella comunicazione durante la pandemia continuano a seguire i canali aziendali e a fare da ambasciatori condividendo e potenziando la portata dei nostri messaggi”.

Più difficile è stato far entrare nella vita delle persone l’utilizzo delle app, ad esempio per prenotare il tampone, visualizzare il referto, prenotare il vaccino. “Una resistenza che ha coinvolto operatori e cittadini: segno che ancora ampio è il digital divide. Questo dato è confermato dall’indice Desi da cui emerge che solo il 32% degli italiani utilizza abitualmente strumenti digitali per accedere ai servizi – dice Sandroni -. Nello smartworking gli operatori dell’Asl Toscana sud est hanno sperimentato tutte le maggiori piattaforme di videoconferenza e di e-learning, fondamentali nella fase specifica per migliorare le competenze digitali e l’utilizzo di sistemi di protezione dei dati, ma anche per continuare a mantenere relazioni professionali e complicità organizzativa tanto più necessaria durante la crisi”.

“Ora sappiamo cosa la sanità pubblica è in grado di fare se ha un’adeguata dotazione digitale e tecnologica – afferma -. Migliorare le performance e la qualità delle prestazioni, diffondere l’apprendimento, sostenere l’innovazione, costruire la motivazione. Il Piano nazionale ripresa e resilienza (PNRR), 19,7 miliardi per la Sanità digitale ed i 1,3 miliardi di ReactEu per il potenziamento del Sistema, sono una grande opportunità che il nostro Paese saprà certamente cogliere”.

Gli operatori, sempre più coinvolti, contribuiscono alla diffusione di informazioni corrette

“È stata necessaria un’epidemia per evidenziare come la comunicazione digitale garantisce maggior supporto e servizi al cittadino”, esordisce Lorella Salce, responsabile comunicazione, stampa e relazioni esterne presso Regina Elena – San Gallicano Istituti fisioterapici Ospitalieri IFO e coordinatrice Tavolo nazionale Sanità dell’associazione Pa Social. “Le attività di divulgazione dei due Istituti di ricovero e cura a Carattere Scientifico (IRCCS), Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e Istituto Dermatologico San Gallicano, adottano sempre il metodo scientifico: si parte da un’attenta osservazione del contesto, si formulano ipotesi circa le modalità informative da usare, si procede definendo il piano di comunicazione, si verifica e si rimodula secondo necessità”.

Importante è l’impegno contro la diffusione di fake news: “Garantiamo informazioni autorevoli, basate su studi e pubblicazioni, grazie alla collaborazione dei nostri direttori scientifici in primis e poi di tutti i professionisti, con loro organizziamo spesso webinar o anche semplici video pillole informativi su temi “caldi” che facciamo girare su tutti i nostri canali social”.

Anche gli strumenti per comunicare si sono evoluti: “La rete delle associazioni di volontari e pazienti è una importante cassa di risonanza: con le loro numerose chat o la condivisione sui loro account social operano al nostro fianco per disseminare capillarmente le informazioni utili. La tempestività viene senza dubbio garantita dagli strumenti digitali: app, social, chat, bot e servizi come la telemedicina”.

La tempestività viene senza dubbio garantita dagli strumenti digitali: app, social, chat, bot e servizi come la telemedicina

Alcuni numeri: i follower di tutti i canali social IFO sono aumentati del 100% rispetto al 2019, i contatti attraverso Messenger sono aumentati del 300% solo nel 2020. “Un chatbot modulato sui quesiti più frequenti è vincente e spesso la risposta automatica, contenente info di base, è già esaustiva – sottolinea Salce -. Le linee telefoniche attivate durante il lockdown e operative su lungo orario anche nei giorni festivi non hanno registrato lo stesso successo quantitativo ma hanno avuto un ruolo qualitativo per alcune richieste complesse”

La telemedicina ha consentito a circa 5 mila utenti registrati, da marzo 2020 a oggi, di avere circa 25 mila interazioni a cura di 178 professionisti.

E i canali social? “Ci rendiamo conto che serve ancora una educazione digitale e pertanto con varie iniziative abbiamo avvicinato i nostri colleghi all’utilizzo di alcune piattaforme, in particolare Linkedin, e disseminato, con alcune note informative o esortazioni, un uso appropriato dei social- conclude -. La policy interna è stata scritta da noi comunicatori che da oltre dieci anni gestiamo le piattaforme social ed è pubblicata da tempo nella intranet aziendale. L’abbiamo formulata non tanto per assolvere alle direttive quanto per offrire un servizio ai colleghi. In effetti in alcuni momenti si è rivelata strategica e con buon sollievo del management. Gli operatori, sempre più coinvolti e propositivi, contribuiscono alla diffusione di informazioni e aggiornamenti al nostro fianco. Insomma, la responsabilità individuale, ben sollecitata, si conferma una preziosa alleata per la comunicazione sia digitale che analogica”.

Acquisti online di farmaci: come cambiano le abitudini degli italiani

Acquisti di farmaci online: la fotografia delle abitudini degli italiani nei risultati dell’Osservatorio Netcomm sul digital Health&Pharma, presentati oggi durante la giornata di chiusura di Netcomm Forum Industries.

Nel 2021 l’e-commerce di prodotti Health&Pharma in Italia cresce del +43,3%, raggiungendo il valore di 1,5 miliardi di euro: 18 milioni di italiani comprano online prodotti H&P e, di questi, 5,6 milioni sono acquirenti abituali, in crescita del +20% rispetto al 2020.

A spiegare cosa significa per il settore farmaceutico e nel più ampio contesto del rapporto fra salute e digitale, dai servizi di digital health alla telemedicina, il presidente del consorzio Netcomm Roberto Liscia.

Sanità digitale: fascicolo sanitario elettronico e digitalizzazione del ciclo prescrittivo

La pandemia ha dato un notevole impulso alla sanità digitale. Tra i nodi principali, il fascicolo sanitario elettronico e la digitalizzazione del ciclo prescrittivo. Sul primo, che si può considerare il cuore dell’uso del digitale in sanità, è ancora atteso il salto definitivo per una realizzazione compiuta ed efficace. Collegato ad esso, c’è il punto della dematerializzazione delle prescrizioni, da cui sono attese ricadute in termini di efficienza e rapidità del processo, di riduzione delle liste d’attesa, grazie alla possibilità di conoscere in tempo reale l’effettivo numero e genere di prestazioni prescritte e prenotate dall’utenza, e infine l’opportunità di usufruire di una base dati sempre completa e aggiornata. Quali prospettive e quali tempistiche per il conseguimento di questi obiettivi?

Ne parliamo con:

  • Mauro-GrigioniMauro Grigioni
    Responsabile Centro Nazionale Tecnologie Innovative in Sanità Pubblica dell’Istituto Superiore di Sanità
  • Fabrizio Massimo FerraraFabrizio Massimo Ferrara
    Coordinatore scientifico del Laboratorio sui sistemi informativi sanitari di Altems, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma

Conduce:

  • Rossella IannoneRossella Iannone
    Managing Editor presso SEEd Medical Publishers

Telemedicina, terapie digitali, comunicazione online: come cambia l’ecosistema della salute

Telemedicina, terapie digitali, ma anche umanesimo digitale e comunicazione sanitaria sui social: la salute sarà sempre più digitale, l’ecosistema dei servizi sanitari sta cambiando, e sono numerosi gli attori interessati a questa rivoluzione, tra i quali i big player della Rete che non appartengono al mondo sanitario ma sono intenzionati a farne parte, e che potrebbero cambiare le regole del gioco.

Questi temi sono stati al centro dell’evento online “Smart health: dalla telemedicina alla promozione della salute” organizzato nell’ambito del festival della cultura digitale “Modena Smart Life” .

All’incontro, tra gli altri ospiti, hanno partecipato Francesco Gabbrielli, Direttore del Centro nazionale per la telemedicina e le nuove tecnologie sanitarie dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss); Alfredo Pascali, esperto di marketing sanitario, umanesimo digitale e consulente start up nel mondo healthcare; Jolanda Serena Pisano, ricercatrice nell’ambito della comunicazione della salute presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri; Giuseppe Fattori, medico e docente di marketing sociale presso l’Università di Bologna.

Telemedicina: una rivoluzione silenziosa

Che cos’è la telemedicina? Se fosse una semplice videochiamata, “una telefonata di lusso”, non varrebbe nemmeno la pena parlarne. Ma non è nemmeno un’innovazione tecnologica.

Francesco Gabbrielli

“La telemedicina è un’innovazione della medicina che usa la tecnologia – ha esordito Francesco Gabbrielli dell’Iss – e l’aspetto più importante è la collaborazione a distanza tra diversi professionisti sanitari o tra i sanitari e i pazienti. Oltre al fatto che si basa su un lavoro di squadra”.

Il Centro nazionale per la telemedicina è nato nel 2017 e si è adoperato fin dall’inizio per costruire un modello italiano di telemedicina valido su tutto il territorio nazionale: “Che non significa fare un unico sistema che vale per tutti, perché la telemedicina è per definizione territoriale, va adattata alle persone che si intendono curare, ma bisogna dare dei pilastri che siano uniformi sin tutto il Paese, altrimenti non c’è coerenza nei servizi e il servizio sanitario pubblico italiano ne risentirebbe”.

La telemedicina è un’innovazione della medicina che usa la tecnologia e deve essere territoriale per definizione

Noi viviamo in un momento molto particolare: l’evoluzione delle tecnologie è inarrestabile. Quelle digitali hanno la caratteristica di convergere le une verso le altre, fino ad arrivare ad una tecnologia che le conterrà tutte: “Questa non è fantascienza – riprende Gabbrielli – è una realtà già esistente da alcuni anni e che si sta propagando sempre di più anche dentro alla medicina, nella pratica di tutti i giorni. Questo comporterà un cambiamento epocale: i servizi di telemedicina sono il primo degli scalini di una evoluzione che ci porterà verso un’estrema personalizzazione delle cure, realizzata proprio grazie a un nuovo modo di produrre, gestire e utilizzare i dati relativi al paziente”.

 

Durante la pandemia, l’uso quotidiano della telemedicina è esploso, o per dirla con le parole di Gabbrielli: “Ha avuto un gradiente di sviluppo molto alto, perché fino al 2020 purtroppo nel nostro paese la telemedicina non era presa in considerazione dalle istituzioni.  Per fortuna eravamo pronti perché avevamo già studiato da tempo questi aspetti e abbiamo potuto produrre report già ad aprile del 2020 che hanno aiutato molti colleghi”.

I documenti dell’Iss sono stati presi come riferimento anche per realizzare le “Indicazioni nazionali per le prestazioni di telemedicina” adottate in conferenza Stato-Regioni a dicembre 2020.

“Questo balzo in avanti verso la telemedicina è stato poco percepito dall’opinione pubblica – riprende l’esperto dell’Iss – perché in realtà moltissime regioni, non tutte purtroppo, hanno recepito queste indicazioni nazionali. Naturalmente, è un passo che poi deve essere ulteriormente rafforzato dalle buone pratiche professionali per le varie discipline”.

Le indicazioni nazionali sono molto utili per capire che cosa è e che cosa non è la televisita, oltre a indicare in quali casi questa sia rimborsabile e quali tariffe adottare. In questo senso il metodo di tariffazione previsto è emergenziale e si basa sul concetto di omologazione del trattamento della prestazione in telemedicina alla prestazione in presenza.

“Ma questo modello non reggerà molto a lungo – riprende l’esperto dell’Iss – Rappresenta una soluzione “ponte” in attesa di elaborare delle tariffe più appropriate per le prestazioni stesse. D’altra parte, le prestazioni che riguardavano questo documento sono molto elementari”.

In effetti il documento parla della televisita ma non disciplina altri ambiti come la riabilitazione, la certificazione, il monitoraggio e l’applicazione della telemedicina in ambiti terapeutici specifici.

Tutte attività a cui Iss sta lavorando.

L’Iss sta lavorando a diversi documenti specifici, dalla teleriabilitazione al  telemonitoraggio alla telecertificazione

“Il documento sulla teleriabilitazione è già stato presentato al Ministero e siamo in attesa di vederlo approvare dalla Conferenza Stato Regioni; quello sulla teleassistenza lo produrremo dopo l’approvazione sulla teleriabilitazione. Il telemonitoraggio cardiovascolare polmonare invece è quasi terminato, un lavoro che ha coinvolto 18 società scientifiche e associazioni scientifiche oltre all’ISS. Lavoreremo anche sulla telecertificazione, che è un problema molto spinoso perché attiene a varie leggi dello Stato che si incastrano l’una con l’altra, fatte per lo più in era pre digitale”.

Il documento sulla teleriabilitazione, ad esempio, oltre a definire questa attività, identifica vari luoghi di prestazione e di erogazione del servizio, coinvolgendo anche spazi al di fuori delle strutture sanitarie, o della casa del paziente, come ad esempio luoghi di lavoro, scuole, università.

Ma l’ISS sta continuando a lavorare anche su altre discipline, come pediatria, dermatologia, medicina genetica, anatomia patologica, cardiologie; l’obbiettivo è portare avanti gradualmente tutte le varie specifiche della telemedicina nelle varie discipline.

“È un lavoro immenso – confessa Gabbrielli –  che sarebbe stato meglio aver iniziato alcuni anni fa, facendolo un po’ per volta, mentre ora lo stiamo facendo un po’ di corsa. Non possiamo recuperare in pochi mesi dieci anni persi nel passato. Personalmente, mi accontenterei di non perdere altro di tempo”.

La telemedicina non è comunque scevra da criticità e timori. I rischi sono dietro l’angolo: gli attacchi informatici, le violazioni della privacy, la discriminazione nell’accesso. Se non ben strutturata la telemedicina, anziché aumentare l’accessibilità ai trattamenti, potrebbe essere invece un fattore discriminante.

Ecosistema sanitario, un mondo in cui vogliono entrare i grandi player della Rete

Alfredo Pascali, docente del Politecnico di Milano nonché esperto di marketing e comunicazione digitale in ambito sanitario, ha parlato dei cambiamenti digitali che stanno interessando l’ecosistema della sanità.

Partendo da tre concetti: medicina di precisione, umanesimo digitale, convergenza e centralità.

“Il futuro della medicina sarà la personalizzazione – ha detto l’esperto – ma andremo sempre di più anche verso la medicina preventiva e predittiva grazie all’uso dell’intelligenza artificiale”.

Il digitale sarà lo strumento che connetterà tutti gli attori che interagiranno intorno al paziente, il cosiddetto umanesimo digitale integrato, che deve basarsi su questi aspetti: spazi, relazioni, tecnologie e processi progettati e gestiti con l’utente/paziente al centro.

A dimostrazione dell’importanza del digitale in ambito healthcare ci sono i dati degli investimenti degli ultimi due anni. Secondo gli ultimi dati di CBInsight, gli investimenti sono schizzati alle stelle dal 2018 al secondo trimestre del 2021.

Sul tema della convergenza e delle centralità, Pascali si riferisce nello specifico ai grandi attori che operano al di fuori del sistema salute ma sono intenzionati a entrarci, soprattutto attraverso il digitale. Parliamo di colossi come Google, Amazon, Facebook, marchi del mondo del food e del mondo finanziario.

Il digitale sarà lo strumento che connetterà tutti gli attori che interagiscono intorno al paziente, il cosiddetto umanesimo digitale integrato

“Sono player che parlano con linguaggi e utilizzano approcci diversi da chi opera nel mondo healthcare, ma se l’obbiettivo rimane quello della centralità del paziente, della sua percezione e della qualità dei servizi, questa sarà la metrica reale con cui valutare l’efficacia di tutti gli attori”.

Questi colossi negli ultimi tempi hanno investito miliardi di euro in sanità, e ognuno di loro lo ha fatto su strade differenti: chi si è occupato di prevenzione, chi di device, chi di cloud, chi del mondo delle farmacie.

Apple watch da più di un anno punta la comunicazione legata proprio al valore di salute, e negli Stati Uniti la Food and Drug Administration lo ha approvato come medical device per l’elettrocardiogramma: “Apple è un’azienda con una capacità di marketing molto potente, capace di arrivare al cittadino in modo più efficace, ma è una competenza che va sviluppata. I dati generati non possono finire in un server ed essere inutilizzati. Occorre disegnare i processi in termini di co-design mettendo al centro il paziente e gestendo la relazione in ottica multicanale”.

Terapie digitali, cure dal potenziale straordinario e ancora inesplorato

La dottoressa Jolanda Serena Pisano, ricercatrice del laboratorio di informatica medica dell’Istituto Mario Negri di Milano, ha parlato delle terapie digitali. “Si tratta di tecnologie che aiutano il consumatore a occuparsi del proprio benessere e della propria salute, ma richiedono comunque delle prove di efficacia clinica. Si tratta di veri e propri interventi terapeutici che sono guidati da programmi software e seguono tutte le regole a cui sono sottoposte le terapie tradizionali, come trial clinici randomizzati e conferme da parte dei vari enti regolatori”.

Si definiscono terapie digitali anche se da un punto di vista normativo sono considerate dispositivi medici, anche perché non sono basati su un farmaco, ma su un software che aiuta il paziente a trattare il proprio disturbo o patologia attraverso la modifica degli stili di vita.

“Le terapie digitali sono accompagnate da un foglietto illustrativo, devono essere prescritte dal medico, devono essere previsti meccanismi di rimborso, pubblici o assicurativi e sono sottoposte ad analisi di Health Technology Assessment” continua la ricercatrice. Possono essere app da usare sul telefonino, oppure da pc o tablet.

Le terapie digitali sono veri e propri interventi terapeutici guidati da programmi software e devono seguire tutte le regole previste per i farmaci tradizionali

Come rilevato da una recente ricerca realizzata da Eugenio Santoro e altri colleghi del Mario Negri, le terapie digitali sono somministrate soprattutto tramite app (41,9%) e applicazioni web (25,7%). Le aree terapeutiche dove si interviene maggiormente sono la salute mentale (34,6%) seguita dalle malattie croniche (19,1%), dipendenze (12,5%), e in misura minori disturbi del sonno, obesità, problemi cardiovascolari.

Tra le app che stanno avendo più successo, la dottoressa Pisano cita WellDoc, utile per la gestione del diabete di tipo 2: “È stato dimostrato che, agendo sugli stili di vita, questa terapia digitale può ridurre l’emoglobina glicata in modo significativo”.

Deprexis e Velibra agiscono nell’ambito delle terapie cognitivo comportamentali: “La prima ha dimostrato di poter diminuire la depressione grave mentre la seconda si è mostrata efficace per certi disturbi dell’ansia come la fobia sociale” ha concluso la dottoressa Pisano.

Online, offline o onlife?

Giuseppe Fattori, medico e docente universitario di marketing sociale a Bologna, ha puntato anche a elevare il discorso sul digitale. Che non si può più considerare come altro da noi, come dimensione che decidiamo di vivere in certi momenti, e staccarcene in altri. Siamo immersi nel digitale, costantemente. Non si può più quindi parlare di dimensione online o offline, ma onlife: viviamo in un mondo iperconnesso dove queste distinzioni non hanno più senso.

Partendo da questo concetto, e sfruttandolo al meglio, si possono realizzare progetti in ambito sanitario molto interessanti. Fattori ha raccontato quello sulla mappa della salute dell’Emilia Romagna, una mappa interattiva che viene alimentata dai vari soggetti presenti sul territorio per segnalare strutture, palestre e altri centri che si occupano di salute, disabilità, riabilitazione, centro anti fumo, ecc.

Il digitale è una dimensione nella quale viviamo costantemente e può essere utilizzato per realizzare progetti di salute molto coinvolgenti

Un altro esempio è costituito dall’uso sapiente dei social per fare prevenzione: “Il fumo sta aumentando tra i giovani, che sono infatti diventati il nuovo target dell’industria del tabacco – afferma Fattori – Per raggiungere i giovani e fare prevenzione abbiamo quindi pensato di usare il social Instagram lanciando il concorso “#invecedifumare” e che ha avuto un grande successo!”.

 

Un altro esempio interessante è il progetto “Bologna bella massa” per ridurre il nostro impatto sull’ambiente e favorire la mobilità sostenibile: attraverso una app specifica, si registrano i propri spostamenti in bicicletta, autobus, treno, car-sharing, car-pooling e gli spostamenti a piedi, guadagnando per ognuno di essi “PuntiMobilità” che consentono di ottenere sconti nei negozi ed esercizi aderenti all’iniziativa. Con questa iniziativa sono state risparmiate oltre 700 tonnellate di Co2, oltre a considerare l’indotto per le aziende e la grande partecipazione di pubblico, e delle scuole.

Tornando sul digitale, Fattori ha parlato di come gli assistenti vocali stiano facendo la differenza nella comunicazione sanitaria: “Il Servizio Sanitario inglese (NHS) si è alleato con Alexa, l’assistenza vocale di Amazon, per fornire informazioni affidabili sulle vaccinazioni anti-Covid. In questo momento, ci sono 80 trial in corso che stanno valutando Alexa come assistente sanitario”.

Gli assistenti vocali stanno facendo la differenza nella comunicazione sanitaria

Per Fattori la comunicazione istituzionale deve sondare nuove vie che non siano solo i media tradizionali: “In Finlandia in caso di crisi, oltre a dottori, infermieri e pompieri, nella comunicazione coinvolgono gli influencer. Da noi, quando l’anno scorso l’ex premier Giuseppe Conte ha chiamato i Ferragnez per aiutarlo nella comunicazione sull’importanza dell’uso delle mascherine, è stato visto come un fatto straordinario”.

I social, da Tik Tok a Instagram, hanno una penetrazione molto più capillare e diffusa rispetto ai media tradizionali e possono raggiungere quella parte di popolazione più giovane su cui occorre fin da subito fare cultura della prevenzione.

 

Il nuovo ecosistema della salute, sempre più connesso, digitale, disegnato sul paziente, non può fare a meno di una comunicazione altrettanto digitale e capillare, capace di arrivare laddove la comunicazione tradizionale non arriva, o fallisce.

Tempi di autorizzazione di prezzi e rimborso farmaci. Jommi: “Positiva novità il report Aifa”

L’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha recentemente pubblicato i risultati di un’analisi sulle “Tempistiche di autorizzazione delle procedure di prezzi e rimborso dei farmaci relativamente al triennio 2018-2020”. Si tratta di un tema molto caldo. La lentezza dei tempi di approvazione e quindi dell’arrivo dei nuovi farmaci nella pratica clinica sono spesso lamentati sia dai produttori che dai pazienti. Approfondiamo il delicato argomento insieme a Claudio Jommi, Professor of Practice in Health Policy presso SDA Bocconi School of Management.

Claudio Jommi

Professor Jommi, di quanti giorni si sono ridotti i tempi di approvazione dei medicinali?

Un primo aspetto che vorrei sottolineare, prima di rispondere alla domanda, è che per la prima volta, a mia conoscenza, Aifa ha prodotto un report specifico sui tempi di gestione delle procedure di P&R (Prezzo e Rimborso). Questo è molto importante: è un passo verso la trasparenza e la rendicontazione dell’attività di un’agenzia pubblica. Sui tempi di gestione della procedura di P&R sono diversi i contributi pubblicati negli ultimi anni, ma è la prima volta che viene reso pubblico un report direttamente dall’agenzia.

Venendo al quesito, a mia conoscenza non esistono report analoghi pubblicati nel passato da Aifa e non è possibile effettuare un confronto con il triennio precedente. Ciò che emerge dal documento di Aifa è una riduzione del tempo necessario a chiudere la procedura di valutazione tecnica e la negoziazione di P&R, ovvero del tempo intercorso tra l’inizio della procedura (chiusura della verifica amministrativa) e la fine della procedura, cui segue la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Determina di P&R.

Secondo i dati Aifa, questa tempistica si è ridotta, per le procedure non riferite a generici, da una media di 274 giorni per le procedure avviate nel 2018, a 241 per quelle avviate nel 2019 a 163 giorni per le procedure iniziate nel 2020. I dati annuali non sono comunque confrontabili: la valutazione dei tempi è stata effettuata sulle procedure effettivamente concluse (e/o per le quali sono disponibili tutti i dati per il calcolo dei tempi): tali procedure vanno dal 94% al 57% di quelle avviate, rispettivamente, nel 2018 e nel 2020. Per il 2020 c’è un bias di selezione in quanto sono molto più numerose le procedure non ancora concluse e con tempi, quindi, più lunghi.

Il confronto internazionale IQVIA/EFPIA (Patients W.A.I.T. Indicator) fornisce dati su serie storiche più lunghe. I dati di confronto a livello europeo dello studio W.A.I.T. fanno riferimento ai tempi intercorrenti tra approvazione a livello Ue (o locale nel caso di stati non membri Ue) e disponibilità formale del farmaco a carico di terzi pagatori pubblici (per l’Italia, pubblicazione della Determina di P&R in G.U.). Tale studio include solo nuove molecole (sono quindi escluse le nuove indicazioni di prodotti già esistenti e i generici). I dati evidenziano da una parte un tendenziale ma non importante allungamento dei tempi medi (da 383 giorni nel triennio 2014-2016 a 418 giorni nel triennio 2016-2019), dall’altra tempi inferiori a quelli in media rilevati nei 29 Paesi considerati.

L’Italia presenta tempi superiori, tra i principali paesi europei, solo a Germania, che di fatto prevede la rimborsabilità immediata una volta che il prodotto è approvato anche a livello nazionale, e Inghilterra, in cui si fa riferimento alla raccomandazione del Nice (National Institute for Health and Care Excellence), o ai dati di vendita nel caso di farmaci non soggetti a tale valutazione.

I confronti internazionali richiedono però ancora più attenzione rispetto all’analisi dei trend nazionali. Ad esempio, i tempi rilevati in Francia sono mediamente più lunghi, ma alcuni farmaci sono soggetti a programmi di accesso precoce antecedente all’approvazione del farmaco (Atu – Autorisation Temporaire d’Utilisation fino a luglio 2021; Aap – Autorisation d’Accès Précoce – da luglio 2021), che non vengono rilevati nel database IQVIA/EFPIA.

È importante segnalare anche che, nel confronto europeo, l’Italia è il quinto paese per incidenza dei nuovi farmaci formalmente rimborsati dal sistema pubblico, con un valore (75%) inferiore, tra i principali Paesi Europei, alla sola Germania (88%). Ovviamente l’Italia, come la Spagna, risente degli ulteriori step di valutazione a livello regionale: per quanto in alcune regioni il sistema dei prontuari regionali sia stato superato, permangono importanti differenze nell’accesso a livello regionale. Le statistiche sopra citate fanno riferimento alle procedure nazionali di P&R.

Ritiene ci sia ancora spazio per ulteriori riduzioni dei tempi di autorizzazione? Su quali punti del processo pensa posa agire Aifa?

La valutazione dei farmaci e il processo negoziale non sono semplici e richiedono del tempo, anche se la durata del processo sembra essere ancora lontana dai 180 giorni massimi previsti e il dato, positivo, relativo alle procedure avviate nel 2020 risente del bias già evidenziato.

Ci possono essere margini di miglioramento. I tempi di pubblicazione in G.U. potrebbero essere ridotti senza che questo vada a discapito della qualità della valutazione.

Possono essere poi previste procedure più rapide di valutazione per i farmaci che rispondono ad un rilevante bisogno insoddisfatto (assenza di alternative terapeutiche e rilevanza della patologia target). Una discussione aperta delle principali criticità del dossier di P&R in fase antecedente all’approvazione europea, una volta ottenuta la Positive Opinion del CHMP, può aiutare a favorire la valutazione e negoziazione successive. La proposta di unificare le due commissioni, oltre che essere disallineata con quanto avviene nella maggior parte degli altri paesi e introdurre il rischio di una valutazione tecnico-scientifica condizionata dalle previsioni di impatto sulla spesa, non è detto che produca un accorciamento dei tempi di valutazione e negoziazione.

Nell’ambito di un’ulteriore ottimizzazione delle procedure, pensa possa essere utile anche la collaborazione da parte delle aziende? Su quali fronti?

Le imprese possono accelerare i tempi di sottomissione dei dossier di P&R, anche se la nuova normativa prevede un’azione potenzialmente proattiva di Aifa nell’avvio della procedura negoziale. Le aziende possono poi contribuire ad accelerare il processo, sottomettendo proposte economicamente vantaggiose in caso di farmaci che non generano valore aggiunto ma che forniscono comunque il vantaggio di offrire un’alternativa terapeutica a pazienti e medici.

Si tratta di scelte non semplici, visto che le strategie di pricing vengono comunque decise a livello sovra-nazionale. Tuttavia, vista la sempre più frequente uscita ravvicinata di farmaci per la stessa indicazione terapeutica, accelerare l’ingresso sul mercato a prezzi relativamente più bassi, può fornire dei vantaggi in termini di volumi.

Un’ultima battuta sulla posizione dell’Italia in ambito europeo. Ci sono Paesi che fanno peggio di noi, ma anche altri che sono più veloci nell’approvare i nuovi farmaci. Possiamo trarre qualche insegnamento dall’estero per migliorarci?

È indubbio che i tempi di accesso siano più rapidi dove esiste una regolazione dei prezzi indiretta (Uk) ed ex post rispetto al lancio del farmaco (Germania). In entrambi i paesi il processo è poi fortemente strutturato e gestito ‘ex ante’: in Inghilterra è fondamentale la cosiddetta “fase di scoping” in cui vengono definiti gli elementi cardine dei dossier che le imprese inviano poi a Nice.

In Germania è prevista una fase di interazione anticipata tra la Commissione Federale (G-BA) e le imprese per la discussione di aspetti critici tra cui la scelta del comparatore rispetto al quale viene valutato il valore terapeutico aggiunto del farmaco in lancio.

Introdurre poi delle forme di automatismo, come la legittimità di chiedere un premio di prezzo solo quando il valore aggiunto assume una certa dimensione o range di valori soglia alla costo-efficacia, pur in un contesto comunque di flessibilità negoziale, può evitare un allungamento dei tempi.

In ogni caso non è solo la ‘rapidità’ di accesso al lancio ad essere rilevante. Ciò che è importante è mettere nelle condizioni di chi gestisce poi la spesa per farmaci, nel caso italiano le Regioni, di non effettuare ulteriori rivalutazioni ai fini dell’accesso: ad esempio, report sintetici a valle del processo negoziale che illustrino il razionale delle decisioni prese, possono favorire, considerando anche la presenza delle Regioni nelle commissioni, un rapido accesso a livello locale.

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Dispositivi medici e innovazione: come definire il valore per il SSN?

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Per la sanità pubblica, l’accesso all’innovazione è un tema cruciale e delicato, e non solo in Italia. Lo sviluppo di nuove tecnologie e farmaci, spesso molto costosi, può rappresentare una svolta davvero significativa nella cura dei pazienti. Questo però genera una pressione sempre crescente sul Servizio sanitario nazionale in termini di sostenibilità e di garanzia di accesso uniforme alle cure, nelle diverse strutture e Regioni. Inoltre il divario tra sanità pubblica ed enti privati rischia di ampliarsi, penalizzando i centri di eccellenza pubblici per le possibili difficoltà di accesso all’innovazione dovute a ragioni di minore disponibilità economica e maggiore complessità delle procedure di acquisto per le strutture della PA rispetto ai privati.

Quali soluzioni adottare per valorizzare l’innovazione nella sanità pubblica, in particolare nell’ambito dei dispositivi medici e nelle procedure di gara?

Quali soluzioni si possono adottare per valorizzare l’innovazione nella sanità pubblica, in particolare nell’ambito dei dispositivi medici e in relazione alle procedure di gara? Questo tema è stato al centro di una serie di incontri che hanno visto coinvolti diversi attori della sanità pubblica, per la condivisione delle reciproche esigenze, difficoltà e soluzioni. Protagonisti delle tavole rotonde, a carattere multidisciplinare, sono stati i seguenti esperti: Erminia Caccese (Dirigente farmacista, UOC Attività farmaceutiche, ESTAR Toscana), Adriano Cristinziano (Direttore Farmacia ospedaliera Delli Colli Monaldi, Napoli), Paolo De Zen (UOC CRAV – Azienda Zero, Padova), Pietro Leone (Dirigente Direzione Centrale Acquisti, Regione Lazio), Alessandro Roman (CORIS – Consorzio per la Ricerca Sanitaria, Padova), Andrea Sabbadini (Direttore Direzione Regionale Centrale Acquisti, Regione Lazio), con la moderazione di Claudio Amoroso (Direttivo Fare – Federazione delle Associazioni Nazionali degli Economi e dei Provveditori), Roberto Bonatti (Studio Legale Russo Valentini, Bologna) e Pierluigi Stefano (Direttore Cardiochirurgia Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi, Firenze).

 

Dalla discussione è emerso innanzitutto il forte interesse dei partecipanti verso i concetti di Value based healthcare e Value based procurement come possibili soluzioni per incorporare nella sanità pubblica il valore dell’innovazione anche nel processo di acquisizione di beni e servizi. Condivise rimangono però anche la difficoltà e alcune resistenze nella conseguente applicazione pratica.

Innovazione nel public procurement: come valorizzare la qualità?

“L’innovazione nel public procurement è già presente nella Strategia Europa 2020, per favorire una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. E l’evoluzione del pensiero in tema di innovazione e di acquisti pubblici è evidente nella normativa europea, che già con la direttiva 2014/24 ha introdotto, ad esempio, una procedura ad hoc, il partenariato per l’innovazione” – ha ricordato Amoroso.

Ma che cosa si deve intendere per “innovazione”? Per il Codice dei contratti è definita come «l’attuazione di un prodotto, servizio o processo nuovo o che ha subito significativi miglioramenti tra cui quelli relativi ai processi di produzione, di edificazione o di costruzione o quelli che riguardano un nuovo metodo di commercializzazione o organizzativo nelle prassi commerciali, nell’organizzazione del posto di lavoro o nelle relazioni esterne».

Comunemente si ritiene che una tecnologia sia innovativa se è in grado di migliorare, rispetto all’esistente, l’efficacia e la sicurezza della cura di una determinata malattia, dove nella valutazione dell’efficacia va considerata anche la qualità della vita del paziente. Esiste però un concetto più ampio di innovazione che fa riferimento ad altre dimensioni, tra le quali, ad esempio, il livello di accettabilità.

Riprende Amoroso: “Occorre tradurre il concetto di qualità, espressione adottata dal Codice degli appalti, in quello di valore e declinare il valore sottostante ad ogni tecnologia in criteri esplicitati in gara. Questi criteri rappresentano il value framework che permette di allineare la fase di HTA alla successiva fase di acquisto”.

Occorre tradurre il concetto di qualità in quello di valore e declinare il valore delle tecnologie in criteri esplicitati in gara

Sia in ambito clinico sia in ambito amministrativo, per la PA i tempi sembrano ormai maturi per spostare il focus sulle attività che generano risultati attraverso la misurazione del rapporto fra l’organizzazione di un certo percorso di cura, i costi sostenuti e gli esiti. In questo senso, la sanità che si fonda sul valore deve essere supportata da soluzioni innovative di acquisto.

Dalle esperienze dei partecipanti è apparso che il Value Based Healthcare & Procurement incontra difficoltà nella sua implementazione perché, tra l’altro, necessita di forti competenze gestionali e tecnologiche e mette in discussione pratiche consolidate nel tempo.

Nonostante ciò, c’è un forte interesse verso i capitolati dedicati all’innovazione, per favorire un accesso più rapido all’innovazione per la sanità pubblica e la ricerca, con l’obiettivo finale di migliorare la gestione del paziente.

Strumenti gestionali avanzati applicabili nelle procedure sanitarie

Ma quali sono gli strumenti normativi attualmente a disposizione e che cosa consentono di fare?

Risponde l’avvocato Bonatti: “Nella fase di preparazione dei capitolati, la PA deve innanzitutto chiedersi che cosa vuole comprare: un prodotto, un servizio o un risultato? Per l’acquisto di un prodotto, è sufficiente una gara tradizionale, con la PA che determina quali sono le caratteristiche necessarie, e lo spazio per l’innovatività è ridotto al minimo. Per comprare un servizio, la PA deve invece essere disposta a inserire nel processo di acquisto non solo il prodotto ma un insieme di prestazioni collegate al prodotto ed essere in grado di valutare le caratteristiche tecniche non solo intrinseche ma anche estrinseche, cioè come il prodotto impatta sul servizio e sulla procedura terapeutica. Per comprare un risultato, la PA deve essere consapevole della necessità di sensibilizzare la parte fornitrice affinché fornisca non solo un prodotto con le caratteristiche adeguate ma anche che sia disposta ad assumersi un rischio nella gestione del paziente, rischio che deve essere tradotto in norme relative del capitolato di gara”.

Nella fase di preparazione dei capitolati, la PA deve innanzitutto chiedersi se vuole comprare un prodotto, un servizio o un risultato

In concreto, in base al diverso grado di interazione tra PA e imprese private che si vuole ottenere, è possibile fare ricorso ad almeno quattro procedure d’acquisto differenti:

  • la consultazione preliminare di mercato; la procedura più semplice e tradizionale, rappresenta una buona prassi in tutti gli ambiti e vale per i prodotti innovativi e non. Deve essere esaustiva e idonea a fornire indicazioni non solo sul piano delle caratteristiche tecniche, ma anche sullo stato del mercato, per permettere alla PA di avere chiara la situazione al momento dell’attivazione della procedura;
  • il capitolato tradizionale con elementi di innovatività, ad esempio sotto forma di definizione di criteri di valutazione delle pubblicazioni scientifiche a supporto dei device innovativi;
  • il dialogo competitivo o la procedura competitiva con negoziazione; a fronte di un nucleo iniziale di prestazioni, queste procedure consentono di arricchirne il contenuto con elementi ulteriori non previsti nel capitolato. Il privato non offre solo una miglioria rispetto alla richiesta della PA, ma partecipa alla formazione del contenuto della prestazione; questi strumenti, ancora poco utilizzati, potrebbero presentare interessanti vantaggi nel caso dei dispositivi medici ad alta innovazione o ad alta tecnologia;
  • il partenariato pubblico privato (PPP); anche questo strumento è utilizzato pochissimo e soprattutto per appalti di lavori ma potrebbe essere utile anche nelle forniture di DM innovativi perché il privato può essere chiamato ad assicurare un risultato in termini terapeutici di miglioramento dell’offerta sanitaria al paziente.

Ricorda ancora l’avvocato Bonatti: “Esistono già alcuni casi sviluppati sia in Italia sia all’estero in cui il PPP ha funzionato e ha migliorato la modalità di uso di un DM innovativo anche perché il privato non ha interesse solo a vendere il DM, ma anche a farlo conoscere (l’innovatività si traduce anche in questa esigenza), e di conseguenza la PA, che può conoscere ancora poco il DM innovativo, riesce a trarre il massimo risultato per la salute dei pazienti”.

 

Sul tema delle consultazioni di mercato, il dottor De Zen sottolinea un aspetto interessante, emerso soprattutto a seguito della situazione pandemica da Covid-19: “Questo strumento può essere molto utile non tanto come mero adempimento da eseguire, ma come vero e proprio momento di confronto con gli operatori economici, da replicare anche a distanza di tempo. Come è successo con alcune consultazioni interrotte dalla pandemia, che sono riprese mediante ricezione di osservazioni e successivamente in presenza, dopo qualche tempo. È un processo che si allunga nei tempi, ma nei casi di prodotti innovativi, dove siamo chiamati anche ad essere innovatori perché di consolidato non c’è molto, potrebbe essere vantaggioso tornare a confrontarsi periodicamente con gli operatori economici man mano che si intravedono nuove soluzioni possibili”.

Per l’accesso all’innovazione il tempo è un fattore fondamentale

Chiarissime le parole del professor Stefano sull’importanza di un accesso rapido all’innovazione per le strutture pubbliche che fanno ricerca: “Le procedure di gara e di acquisto dei DM prevedono tempistiche molto lunghe, incompatibili con la velocità dello sviluppo di alcune branche ad elevatissima evoluzione tecnologica, come ad esempio la cardiochirurgia o la chirurgia interventistica. Qualsiasi capitolato, anche il più moderno e aggiornato, redatto nel 2021, nel 2024 risulta superato”.

Le procedure di gara e di acquisto dei DM prevedono tempi incompatibili con la velocità di sviluppo di alcune aree ad elevatissima evoluzione tecnologica

E anche per l’amministrazione pubblica il fattore tempo è cruciale. Lo ribadisce il dottor Leone: “L’esigenza di un maggiore e più rapido accesso all’innovazione da parte della sanità pubblica deve essere la leva per sviluppare un cambiamento sano, rappresentando nelle giuste sedi le modifiche che potrebbero rendere nuovamente competitivo anche l’ambito pubblico attraverso processi di approvvigionamento più snelli. Esistono già delle proposte per semplificare il procedimento di acquisto che, anche se non risolutive, potrebbero semplificare molto il processo di approvvigionamento. Ad esempio, potrebbe essere utile introdurre la selezione a monte dei fornitori per verificare, a livello centrale e una volta per tutte, se un operatore economico è compliante o meno ad una procedura di gara con la PA. Grazie alle modalità telematiche ormai ampiamente utilizzate, questa verifica potrebbe essere molto semplice da attuare e limiterebbe la discrezionalità delle singole centrali di committenza e anche il ricorso al contenzioso”.

 

Un altro problema molto sentito sia dalla componente clinica, rappresentata dal professor Stefano, sia da quella amministrativa, e in particolare da Caccese e Leone, riguarda i limiti molto restrittivi in tema di conflitto di interesse per la partecipazione dei clinici alla stesura dei capitolati di gara: una norma comprensibile per certi versi ma che rappresenta un ostacolo forte, anche in relazione alle tempistiche di gara, quando non consente alle figure apicali delle strutture di ricerca pubblica, che sono i maggiori conoscitori dei prodotti che si devono aggiudicare, di dare il loro apporto per definire concretamente che cosa acquistare e quali vantaggi possono comportare i prodotti innovativi. Una possibile soluzione, delineata dall’avvocato Bonatti, potrebbe essere quella di coinvolgere gli esperti nella fase di indagine di mercato, che non è finalizzata alla gara ma ad acquisire le informazioni utili alla gara, prima che sussista una procedura vera e propria.

Esperienze innovative di procurement: luci e ombre

Come anticipato, alcune esperienze di soluzioni innovative di acquisto sono già state condotte anche in Italia. È il caso, ad esempio, di Estar Toscana che ha realizzato due gare per l’acquisto di DM con approccio value-based procurement, come racconta la dottoressa Caccese: “L’obiettivo era quello di costruire una procedura di gara innovativa per valutare non solo la qualità intrinseca del DM (caratteristiche costruttive) ma anche il beneficio clinico che il DM produce, mediante l’incorporazione degli end-point nel capitolato di gara. In altre parole, ci siamo posti come obiettivo la valorizzazione del beneficio clinico che richiede a monte una solida revisione della letteratura riguardante l’efficacia. Per realizzare il suddetto obiettivo è stato utilizzato il metodo del Net Monetary Benefit (NMB) applicato ai capitolati di gara secondo il Nuovo Codice degli Appalti (D. L.vo 50/2016). Tale metodo permette di calcolare il beneficio monetario netto del DM incorporando nel calcolo tre componenti: il beneficio clinico degli esiti espresso in QALYs (quality-adjusted life years), il prezzo del DM, i costi degli insuccessi correlati al trattamento”.

L’esigenza di più rapido accesso all’innovazione per la sanità pubblica deve essere la leva per sviluppare un cambiamento sano e rendere nuovamente competitivo l’ambito pubblico

Non sono mancate criticità, come la messa a punto di un calcolo complesso come il NMB, che hanno indotto alcune resistenze sia nella PA sia negli operatori economici (nella prima gara pilota, su 2 lotti di reti biologiche, un lotto è andato deserto), ma sono stati introdotti elementi rilevanti di innovatività utili anche come spunto per le altre realtà.

In particolare è stata prevista la valutazione degli outcomes in due fasi: nella fase di stesura del capitolato tecnico attraverso la scelta degli end-point da valutare con il NMB basata anche su documenti evidenziali di indirizzo a supporto della gara; e nella fase di monitoraggio a seguito dell’esecuzione del contratto tramite la misurazione degli esiti clinici nel mondo reale con registri ad hoc.

 

Su questo secondo aspetto, in generale, si è concentrato anche il dottor De Zen, sottolineando alcune possibili criticità: “Il processo di analisi e verifica degli esiti è il punto cruciale. Un quesito fondamentale è: come interagire con il fornitore nel momento in cui i risultati non sono quelli attesi o prospettati in fase di valutazione e aggiudicazione? Il tema è delicato perché il mancato raggiungimento dei risultati prefissati può dipendere dalla caratteristica del device ma anche da fattori esterni (es. performance clinica). Quali strumenti potrebbero essere individuati per chiarire a chi imputare il mancato raggiungimento dei risultati e come? Questo aspetto potrebbe rappresentare un ulteriore motivo di contenzioso”.

Se la remunerazione dell’operatore economico si basa sul valore, è necessario misurare quel valore con dati attendibili e affidabili, e questo rappresenta una criticità

Un tema delicato, come confermano le parole del dottor Sabbadini: “Nel momento in cui si remunera un soggetto in base al valore, dobbiamo essere in grado di valutare in maniera appropriata e corretta come viene misurato quel valore e quindi abbiamo bisogno di dati attendibili e affidabili. E ad oggi questo rappresenta ancora una grande difficoltà. Nel caso in cui si disponesse una procedura di gara che commisura la remunerazione di un intervento di installazione di un device di natura innovativa orientando i criteri di misurazione con alcuni parametri di outcome come l’aspettativa o la qualità di vita, questo inevitabilmente implicherebbe lo sviluppo di un set di dati che devono essere correlati alla lettura della scheda di dimissione ospedaliera o alla qualità di vita del paziente, e questi dati oggi non sono acquisibili in maniera sistematica”.

Le peculiarità dei device innovativi

Che nell’ambito dei dispositivi medici sia necessario operare una distinzione, anche a livello di capitolati ed acquisti, tra la reale innovazione e la semplice novità è apparsa un’esigenza condivisa. Le riflessioni in questo senso si rifanno a quanto previsto nel settore del farmaco, dove l’innovatività è regolata dalla Legge 232/2016 e dalla determina AIFA 519/2017, che definiscono i criteri per la classificazione dei medicinali innovativi mediante un framework che prevede un approccio multidimensionale basato su bisogno terapeutico, valore terapeutico aggiunto e qualità delle prove. Questo approccio, e la relativa definizione a livello unico nazionale, potrebbe essere applicato con favore anche nel campo dei dispositivi medici?

Una prima risposta affermativa è giunta dal dottor Cristinziano: “Da farmacista penso che si potrebbe prendere spunto dai criteri per il riconoscimento dell’innovatività messi a punto da AIFA per i medicinali per dare un accesso più rapido ai dispositivi realmente innovativi. Sicuramente, anche un prodotto nuovo presenta dei vantaggi rispetto all’esistente ma non copre un bisogno insoddisfatto, per cui l’urgenza di averlo subito disponibile viene a mancare. In caso di reale innovazione, la scelta non dovrebbe essere lasciata a livello locale o regionale ma sarebbe necessario coinvolgere AIFA, e anche il nuovo regolamento UE sui DM ci può venire in soccorso in quanto introduce un iter di sperimentazione e monitoraggio dei DM molto più in linea con quello dei farmaci”.

Distinguere i DM di uso consolidato da quelli innovativi può consentire la definizione di procedure di gara diversificate in base alle caratteristiche di innovatività

La linea delineata da AIFA potrebbe quindi prevedere, ad esempio, una valutazione HTA del dispositivo in studio, il giudizio sul grado di innovatività e una successiva contrattazione a livello nazionale, in base all’epidemiologia, all’impatto del device e al DRG (considerando, eventualmente, anche la necessità di aggiornare la tariffa del DRG).

Anche la dottoressa Caccese sottolinea l’importanza di poter distinguere tra DM di uso già consolidato e DM innovativi, con procedure di gara diversificate in base alle caratteristiche di innovatività.

Appare un’esigenza condivisa quella di prevedere una sorta di capitolato “speciale” per fornire un canale preferenziale all’innovazione, anche se permangono forti dubbi sui vincoli della normativa attuale e sulla necessità di introdurre cospicue modifiche. L’approccio ad una soluzione di questo genere non è semplice da studiare, ma potrebbe rappresentare il primo passo di un cammino complesso. Ad esempio, suggeriscono gli esperti, si potrebbe partire dalla dimostrazione di un bisogno clinico insoddisfatto che giustifichi, anche ai sensi del nuovo regolamento UE 2017/745, il ricorso ad un capitolato “speciale” per superare le difficoltà correlate alla recente immissione in commercio o al ristretto numero di pazienti per i quali è indicato il DM.

La misurazione degli esiti: come valutare la letteratura scientifica?

Grande interesse ha suscitato la discussione in merito ai criteri da utilizzare per individuare e valorizzare gli esiti da monitorare in una procedura di gara basata sul valore e sugli outcome. Anche in questo caso, si impone una distinzione tra device maturi e device di recente immissione in commercio: la valutazione degli esiti si basa, infatti, sulla letteratura scientifica a supporto di un device ma, nel caso di device innovativi e appena immessi sul mercato, i dati a disposizione potrebbero essere limitati. Come superare questo ostacolo? Afferma Amoroso: “In questi casi, in sede di gara, può essere importante puntare sui risultati, introducendo alcune forme di outcome based agreement”.

L’esigenza delle Centrali di acquisto è di individuare un punteggio oggettivo e riconosciuto per la letteratura, facilmente applicabile e che qualifichi davvero l’offerta

In generale, i criteri di valutazione della letteratura scientifica costituiscono ancora un punto di criticità, che spesso vede le Centrali di acquisto alla ricerca di indicazioni standard di base, per orientarsi in un ambito molto vasto e selezionare le fonti più appropriate alle quali fare riferimento per definire un punteggio oggettivo e riconosciuto, diversificato per categoria merceologica ma facilmente applicabile dalle Commissioni di gara e che qualifichi l’offerta, per evitare che tutti i prodotti in gara ottengano lo stesso punteggio, massimo o minimo, senza possibilità di una concreta differenziazione dell’innovazione.

Ricorda quindi Amoroso: “Consip, nelle nuove procedure di acquisto, ha introdotto il ‘valore totale di acquisto’ nell’intero ciclo di vita introducendo elementi innovativi di valutazione come l’efficacia clinica e l’impatto economico derivante dall’utilizzo dei DM tecnologicamente avanzati. Il fatto che Consip abbia iniziato ad utilizzare value based procurement e procedure innovative di acquisto per valorizzare l’innovazione fa ben sperare nel fatto che anche le altre centrali di acquisto regionali si adegueranno, così come è successo per il sistema dinamico di acquisizione e per l’accordo quadro. Può essere una sorta di ‘best practice’ da riprendere in diversi contesti e Regioni”.

Il riferimento è, in particolare, a due gare indette da Consip, una sulle suture chirurgiche e una per la fornitura di valvole aortiche impiantabili per via trans catetere (TAVI). Gli esperti hanno ritenuto molto interessante soprattutto la procedura di acquisto per le TAVI, condotta tramite accordo quadro, che specificava in modo molto preciso gli elementi di valutazione degli studi presentati:

  • Impact Factor dello studio riferito al momento della presentazione dell’offerta e verificato dalla commissione giudicatrice tramite il sito www.scijournal.org
  • Range dello STS score dei pazienti arruolati (modello utilizzato per calcolare il rischio di mortalità operatoria e morbilità dopo un intervento cardiaco)
  • Il numero di pazienti arruolati e il numero di pazienti alla fine dello studio
  • Il tipo di studio secondo la piramide della Evidence Based Medicine (meta analisi, studi randomizzati e controllati, studi di coorte, serie di casi…)
  • Il valore dell’outcome oggetto del criterio.

Inoltre, secondo la procedura, risultavano ammessi alla valutazione solo gli articoli in versione integrale (no solo abstract), pubblicati su rivista peer reviewed e indicizzata con impact factor > 1,0. Non erano considerati idonei “documenti a comprova” le brochure, i depliant, il materiale commerciale/pubblicitario, studi diversi da quelli sopra descritti o documentazione meramente illustrativa.

Anche la questione della lingua riveste una sua rilevanza, come confermato dai partecipanti: nella gara Consip sulle TAVI era specificato che la documentazione da presentarsi deve essere in italiano, con l’eccezione delle eventuali certificazioni rilasciate da enti notificati accreditati e della letteratura scientifica, da presentarsi anche in lingua inglese.

 

Un’altra specifica importante della gara Consip sulle TAVI riguarda il caso in cui un concorrente offra un dispositivo che rappresenta una diretta evoluzione tecnologica di un dispositivo precursore, la cui efficacia terapeutica è stata precedentemente validata mediante letteratura scientifica: la procedura indica che “è possibile inviare la letteratura scientifica comprovante l’efficacia terapeutica del dispositivo precursore, avente la stessa piattaforma tecnologica”.

La valutazione degli indici bibliografici e della letteratura è la frontiera su cui si sta muovendo il procurement innovativo

La valutazione degli indici bibliografici e della letteratura è la frontiera su cui si sta muovendo questo modo di fare gare innovative. In questo senso, interessante è anche l’esperienza di Coris Veneto, riportata da Roman: “Dal maggio 2018 Coris ha svolto attività di value-based procurement con un progetto pilota sulla valutazione della procedura TAVI che ha coinvolto, in un tavolo regionale, le unità di cardiochirurgia della Regione Veneto per individuare, attraverso un’analisi della letteratura internazionale, le variabili cliniche di outcome maggiormente descrittive dello stato di salute, sia in fase pre-procedurale sia in follow-up. Il risultato è stata la strutturazione di un form di raccolta dati contenente tutte le variabili di interesse e la creazione di un database informatico, in collaborazione con il consorzio Arsenal, da collegare al fascicolo sanitario elettronico e ai flussi amministrativi.”

Un progetto ancora in corso di implementazione, che ha l’obiettivo di analizzare l’intero percorso terapeutico e la storia sanitaria del paziente in maniera completa e accurata. L’interoperabilità dei sistemi rappresenta però ancora un ostacolo, come conferma Roman: “Far interagire database amministrativi e clinici nel rispetto della privacy e con maggiore uniformità a livello regionale è la difficoltà maggiore. Ma è anche l’obiettivo per poter contare su valutazioni di esito e follow-up più precise”.

Conclusioni

Dagli incontri è emersa la necessità di un importante cambio di paradigma che consenta di considerare anche il procurement in un’ottica di valore, soprattutto nel campo dei dispositivi medici che, per sua natura, rappresenta un ambito tecnologico in rapidissimo sviluppo. Per fare ciò, la gara non deve essere più considerata solo come un adempimento burocratico ma come un risultato di sistema che riguarda sia la parte amministrativa sia la parte clinica, con ricadute positive sul paziente.

Nonostante alcune criticità, i tempi sembrano maturi per la ricerca di nuove soluzioni per l’acquisto di innovazione

Numerose sono state le difficoltà riportate, dovute sia alla normativa sia alle resistenze dei soggetti coinvolti, non solo dal lato della PA ma anche dal lato degli operatori economici e delle aziende private. Il momento sembra però maturo per la ricerca di nuove soluzioni per l’acquisto di innovazione: è un clima di grande sperimentazione e si stanno cercando informazioni ed esperienze positive da mettere alla prova.

Fondamentale sarà la cooperazione tra tutti gli attori del sistema: ognuno, nei propri tavoli e utilizzando la propria rappresentanza, è chiamato a portare avanti l’esigenza di un accesso più rapido e uniforme all’innovazione nella sanità pubblica.

Il rinnovato slancio verso l’innovatività potrà inoltre essere favorito dall’applicazione delle misure del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), di cui sarà interessante seguire lo sviluppo nei prossimi mesi.