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Dispositivi medico diagnostici in vitro: quali sfide dal nuovo regolamento Ue?

Il Regolamento UE 2017/746 sui Dispositivi Medico Diagnostici in Vitro (IVDR) entrerà in vigore a maggio 2022. I tempi sono brevi, gli adempimenti da portare a termine sono numerosi, e c’è il rischio che diverse aziende e diversi prodotti rimangano fuori dal mercato.

Come per il nuovo regolamento UE sui dispositivi medici, la situazione appare complessa, forse anche di più. Qual è la reale portata di questo regolamento? Che cosa cambia rispetto alla situazione presente? Quali sono le sfide e gli ostacoli da superare? Ne parliamo con Ferdinando Capece, responsabile Affari Regolatori di Confindustria Dispositivi Medici.

Focus sul cambiamento in sanità al congresso Sihta: e se passasse dal 5G?

#HTA è cambiamento è il titolo scelto per il XIV congresso nazionale della Società italiana di health technology assessment (Sihta), in questa edizione completamente online. “C’è più che mai bisogno di cambiamento. Il nostro sistema sanitario deve essere rinnovato con mirate iniezioni di nuovi modelli di cura, innovazione tecnologica, crescita professionale – afferma Giandomenico Nollo, coordinatore scientifico del congresso, professore di Bioingegneria, Laboratori Biotech del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento -. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) e la nuova programmazione sanitaria sembrano poter fornire le risorse economiche necessarie. Ma, per trasformare la spesa in investimento serve analisi dei bisogni, valutazioni comparate, definizione di obiettivi di salute chiari e circoscritti, monitoraggio del processo e metriche appropriate, in sintesi serve Health Technology Assessment (Hta)”.

Giandomenico Nollo

Tra le sessioni, una ha un titolo che salta all’occhio: “Il 5G ci farà bene?”. Il panel è dedicato all’insieme di tecnologie di ultima generazione di telefonia mobile e cellulare, ma soprattutto al confronto su quali sviluppi potrà avere il digitale in ambito sanitario e su come le nuove opportunità potranno essere meglio sfruttate con le risorse disponibili grazie al Pnrr. Ne abbiamo discusso con Nollo, che è anche moderatore dell’incontro.

Perché dedicare al 5G un momento di riflessione nel vostro convegno?

“È un po’ una provocazione, che parte dal presupposto che il 5G aumenterà la capacità di connessione e scambio di dati. D’altro canto il discorso è diventato anche un tema da meme sui social perché è montata la fake news secondo cui il 5G sarebbe stato introdotto dai vaccini come chip, trasformandoci tutti in antenne per il futuro. Ma c’è, in parte, del vero: ognuno di noi sta diventando un produttore di dati, un elemento di una rete che a sua volta è produttrice di salute. Questo vale almeno nel paradigma generale parlando di connected care“.

Quale apporto arriverà in ambito di salute dalle nuove tecnologie e reti? E quali saranno i principali ostacoli da superare?

“Nella connettività riversiamo molte speranze. Negli ultimi mesi si è discusso di frequente di telemedicina, materia di cui mi occupo dalla fine degli anni Ottanta, in modo a volte anche frustrante, ma è normale perché in ricerca e innovazione si deve partire molto prima che gli argomenti diventino di dominio comune: altrimenti si insegue lo sviluppo tecnologico, anziché fare innovazione. Il Covid ci ha fatto fare un passo avanti importante, trasformando la telemedicina da speranza in oggetto fruibile, anche se male in certi casi, ma in generale il distanziamento sociale imposto ha comunque messo in evidenza risorse e opportunità che prima ritenevamo inutili.

Nella connettività riponiamo molte speranze

La partita oggi è capitalizzare questo passaggio e riportarlo a elementi di sistema: ecco le criticità. Parlando di strumenti per la salute, non bisogna confonderli, anche se magari tecnologicamente affini, con i social network, con una telefonata, con il mondo ludico o con l’organizzazione del doposcuola di nostro figlio grazie allo smartphone: sono elementi diversi e come tali devono essere tenuti. Servono standard di qualità e garanzie diversi nel passaggio da elementi prototipali o pioneristici a strumenti di salute veri e propri”.

Il Pnrr può essere da questo punto di vista un vero punto di svolta?

“Potremmo dire tertium non datur: abbiamo questa sola opportunità e dobbiamo giocarcela. Non credo e, lo ammetto, spero, che non ci siano molte altre occasioni di questo tipo: sono quelle possibilità di rilancio che arrivano dopo una guerra e per numero di morti e impatto su numerosi fronti la pandemia è stata paragonabile a un confitto. Dopo grandi catastrofi del genere c’è una fase di ripresa: è fisiologico.

Quando cadi e ti rialzi diventi più forte: vale anche per i sistemi sanitari

Quando sei caduto e ti devi rialzare, nel farlo diventi più forte: un processo che conosciamo dal punto di vista educativo e dell’allenamento sportivo, ma vale anche per i sistemi sanitari”.

Come concretizzarlo?

“Adesso possiamo avere a disposizione ingenti risorse, qualcosa di cui non si parlava da decenni: ripetevamo di avere risorse contratte o insufficienti. Ora possiamo dire che ci sono capitali ingenti e abbiamo anche gli indirizzi, elemento non irrilevante: ci sono sia le risorse che una traiettoria da seguire. Ciò di cui lamentiamo la mancanza, o di cui sottolineiamo l’importanza, è una metrica: una misura degli obiettivi concreti. Uno degli obiettivi del convegno della nostra società è proprio di portare l’attenzione sul bisogno di misurare gli obiettivi realizzati. Per farlo bisogna lavorare in termini di programmazione e di progettazione, identificando bene gli indicatori con cui vogliamo valutare i risultati: in pratica si tratta di avere a disposizione strumenti di misura delle azioni e della tecnologia che stiamo mettendo in campo e questo è Hta”.

Il fascicolo sanitario elettronico, simbolo della sanità del futuro

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Sono passati già dieci anni da quando il Ministero della Salute ha stabilito che tutti i dati e i documenti sociosanitari degli utenti del Servizio Sanitario Nazionale avrebbero dovuto essere salvati in un database online, a cui avrebbero potuto avere accesso solo i clinici e ovviamente i cittadini interessati. Erano gli anni in cui il tema della privacy, soprattutto quella sanitaria, rientrava spesso e volentieri nell’ordine del giorno nell’agenda politica italiana.

Da quel momento ci vollero mesi e anni prima che le Regioni, inizialmente contrarie all’idea di uniformarsi ad un unico sistema di Fascicolo Sanitario Elettronico progettato da Sogei, società di Information Technology controllata interamente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, decidessero di mettersi in pari e adeguarsi alla novità. Quattro Regioni su venti – Campania, Abruzzo, Sicilia e Calabria – hanno deciso di aderire al cosiddetto fascicolo di sussidiarietà. Le altre hanno optato per la creazione in autonomia di un portale regionale proprio.

In molte Regioni però questo strumento, ormai conosciuto e apprezzato dagli utenti digitalmente aggiornati, non dialoga ancora con il sistema informatico utilizzato dai medici di base per registrare pazienti e prestazioni. Oltre a non essere univoco a livello regionale dal punto di vista tecnico e operativo. Eppure, la piena attuazione delle potenzialità contenute nella attuazione del fascicolo sanitario elettronico in tema di sanità digitale è una condizione necessaria alla realizzazione stessa degli obiettivi del PNRR. Questo strumento, senza il quale la telemedicina non avrebbe modo di esistere, è senza dubbio il simbolo della sanità del futuro.

Il Fascicolo Sanitario Elettronico in numeri nelle diverse Regioni

Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) è l’insieme dei dati e documenti digitali di tipo sanitario e sociosanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi, riguardanti l’assistito. Ha un orizzonte temporale che copre l’intera vita del paziente ed è alimentato in maniera continuativa dai soggetti che lo prendono in cura nell’ambito del SSN e dei servizi sociosanitari regionali.

Il livello di avanzamento e di diffusione sul territorio nazionale del FSE è monitorato dall’Agid, l’Agenzia per l’Italia Digitale, che sul sito fornisce dati e numeri in tempo reale. Ad ottobre 2021 risultano attivi 21 fascicoli sanitari nazionali, di cui 4 in regime di sussidiarietà per un totale di 57 milioni e 462.339 fascicoli attivi che fino ad ora hanno permesso di digitalizzare oltre 330 milioni di referti. Lombardia, Valle D’Aosta, Toscana, Abruzzo, Puglia, Calabria e Sicilia hanno attivato il 100% dei profili. La maggior parte delle altre Regioni sono vicine a quota 100% mentre Liguria e Umbria registrano dei livelli di attuazione rispettivamente dell’82 e dell’85%, seguite dal 92% della Basilicata.

Fascicolo sanitario elettronico regioni

Figura 1. Monitoraggio utilizzo del FSE da parte dei cittadini

Fonte: Agid

Queste percentuali, che indicano il livello di attuazione dei piani elettronici nelle varie regioni, non dicono però nulla (essendo talvolta totalmente disallineati) rispetto al livello di utilizzo di questo strumento dal punto di vista degli utenti finali. I livelli di utilizzo mostrano invece che nell’ultimo trimestre del 2021 sono pochissimi i cittadini che hanno fatto utilizzo di questo strumento: nessuno in Abruzzo e Molise; appena 27 in Calabria, solo 11 in Lazio e appena 51 nella digitalizzata Lombardia. Il dato presentato nella Figura 1 si riferisce all’accesso da parte del cittadino al proprio FSE almeno 1 volta negli ultimi 90 giorni.

Fascicolo sanitario elettronico regioni 2

Figura 2. Monitoraggio attuazione FSE nelle Regioni italiane

Fonte: Agid

Una recente ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano che ha indagato su come stiano andando le novità digitali conquistate obbligatoriamente durante la pandemia ora che l’emergenza è alle spalle ha fatto emergere che il FSE è ancora ben lontano dall’essere uno strumento conosciuto e apprezzato dalla maggioranza degli italiani. Dalla ricerca sembra infatti che solo il 38% degli italiani ne abbia sentito parlare e che solo il 12% ne faccia effettivamente uso. Nemmeno l’effetto pandemia, che ha dato un impulso del 5% alla spesa sanitaria digitale (circa 25 euro in più per ogni cittadino), per ora sembra aver fatto da traino per portare le potenzialità del FSE fuori dal cono d’ombra in cui è rimasto negli ultimi 10 anni.

Chiara Sgarbossa

“A oggi il Fascicolo risulta attivo in tutte le Regioni italiane e con un grado di attuazione vicino al 100% e i FSE sono ormai attivati per quasi tutta la popolazione italiana (oltre 57 milioni di FSE), ma riteniamo che le sue potenzialità siano decisamente poco sfruttate”, ha confermato anche Chiara Sgarbossa, direttrice dell’Osservatorio Innovazione digitale in Sanità del Politecnico di Milano, punto di riferimento per le ricerche sulla sanità digitale in Italia.

“Uno dei principali benefici potenziali del FSE è, infatti, quello di consentire al cittadino di accedere a tutti i documenti e alle informazioni sanitarie riguardanti la propria storia clinica e, allo stesso tempo, permettere ai professionisti sanitari che lo hanno in cura di visualizzare queste informazioni per avere sotto controllo il suo stato di salute e poter prendere decisioni più mirate relativamente al processo di cura e assistenza – ha proseguito Sgarbossa -. La disponibilità sulla piattaforma di referti e documenti prodotti dalle aziende sanitarie che hanno in cura il paziente è quindi un tassello fondamentale per ottenere tale beneficio: dai dati del monitoraggio di Agid risulta che il processo che abilita l’alimentazione del FSE si è praticamente concluso per le aziende sanitarie di Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Friuli Venezia Giulia e Provincia Autonoma di Trento, mentre molte Regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Molise, Umbria e Provincia Autonoma di Bolzano) hanno percentuali di alimentazione prossime allo zero, di fatto non dando la possibilità ai cittadini di trovare i propri referti all’interno del proprio FSE”.

Dalle divisioni regionali all’ottica europea

Il fatto che ogni regione italiana abbia un suo sistema informatico di riferimento per il FSE, ad eccezione di quelle che hanno scelto il regime di sussidiarietà, non significa che il fine ultimo a livello nazionale e sovranazionale non sia quello di creare uno strumento utile a raccogliere dei dati sanitari da rendersi disponibile anche fuori dai confini regionali o nazionali. L’Unione Europea sta infatti lavorando a un progetto per garantire l’assistenza sanitaria transfrontaliera. Gli Stati Membri dell’Unione Europea si stanno coordinando per mettere a punto una serie di strumenti digitali che si avvalgono di una rete informatica in grado di assicurare l’interoperabilità dei servizi di sanità elettronica attraverso il programma europeo Connecting Europe Facility (CEF).

L’Unione Europea sta lavorando a un progetto per garantire l’assistenza sanitaria transfrontaliera

Non appena in atto, questo programma garantirà per tutti i cittadini europei la possibilità di utilizzare i documenti contenuti nel FSE in qualunque stato membro si trovino, facilitando e migliorando il servizio sanitario europeo al cittadino.

Allo stesso tempo nell’agenda dell’Agid c’è la realizzazione di una Piattaforma Unica Nazionale dei Dati Sanitari che sia interoperabile e che consenta di gestire i dati contenuti nei singoli FSE regionali in modo centralizzato. Questa è la direzione tracciata anche dal PNRR, secondo cui “entro il 2021 è prevista la predisposizione di piani regionali e della pubblica amministrazione centrale per il rafforzamento del FSE ed entro il 2022 il completamento di studi di fattibilità per la realizzazione dei nuovi flussi a livello nazionale e regionale”.

“Nella ricerca dell’Osservatorio Sanità digitale emerge che tra coloro che non hanno ancora utilizzato il FSE, la principale motivazione sta nel fatto che i cittadini non sapessero della sua esistenza (60%), mentre sembra essere meno rilevante la barriera legata alle credenziali per effettuare l’accesso, probabilmente per via del fatto che tra gli strumenti di accesso c’è SPID che è ormai stato attivato da circa il 40% della popolazione italiana – ha commentato Sgarbossa –. Proprio la limitata consapevolezza dell’esistenza del FSE rappresenta un elemento di grande debolezza e una barriera a una sua piena diffusione. Affinché il FSE possa diffondersi sarà importante, nei prossimi mesi, investire sul potenziamento delle campagne di comunicazione ai cittadini. Su questo fronte, infatti, lo stesso MEF ha assegnato alle Regioni un obiettivo specifico e un finanziamento di 1,6 miliardi di euro per promuovere tali attività (sul periodo 2018-2021). Anche su questo fronte, il 2020 ha in parte bloccato la campagna di comunicazione e sarà quindi importante che nel 2021 si proceda a passo spedito sia nel processo di arricchimento del FSE di dati e documenti, sia nel potenziamento delle attività di promozione del suo utilizzo da parte dei cittadini”.

Obiettivo 2026: 1 miliardo di documenti sanitari digitalizzati

Il PNRR prescrive, entro il 2026, la digitalizzazione di 1 miliardo di documenti sanitari. L’obiettivo è anche quello di implementare, entro il 2024, due nuovi flussi informativi a livello nazionale e regionale, oltre che l’infrastruttura tecnologica e applicativa del Ministero della Salute Pubblica attraverso l’attivazione di piattaforma e portale Open Data che aprirebbero la strada a nuovi modelli di previsione della spesa sanitaria sui cosiddetti dati “real world”.

Gianluca Postiglione

“Il FSE è nato 10 anni fa dall’esigenza di tutelare i dati dei cittadini, più che dall’idea lungimirante di raccogliere i dati a disposizione per utilizzarli come indicatori sanitari o economici”, ha commentato Gianluca Postiglione, già CFO di Soresa Spa, membro del gruppo di lavoro Agid sull’Ecosistema Intelligenza Artificiale in Italia e membro dell’Advisory Board Osservatorio Masan Acquisti in Sanità Cergas-SDA Bocconi. “Ora la consapevolezza e le esigenze sono cambiate. I tanti fondi messi a disposizione dal PNRR e il suo legame con la telemedicina dimostrano come il FSE sia da ripensare nel suo ruolo di raccoglitore di dati digitali a cui è facile avere accesso”.

In questa logica i calcoli sulla spesa sanitaria potrebbero essere ripensati nell’ottica delle reali esigenze dei singoli, con approccio più preciso e personalizzato: “Come faccio ad erogare prestazioni adeguate ai bisogni del singolo se non posso avere accesso ai suoi dati sanitari? – ha concluso Postiglione – I dati sono la risorsa più preziosa che il SSN possiede, a condizione di operare un cambio di paradigma: il nuovo approccio deve guardare ai dati non come output per rendicontare la prestazione agli stakeholder competenti ottenendo la remunerazione della prestazione e il bollino di qualità (LEA) ma come input, come risorsa principale per configurare una prestazione “centrata” per il singolo paziente, cui andranno “prese le misure” per tarare il tipo di prestazione sociosanitaria necessaria, spendendo esattamente ciò che serve al singolo”.

Attori e fattori in gioco: il ruolo dei medici di medicina generale

I medici di medicina generale, in quanto attori in prima linea nel rapporto fra i pazienti e Servizio Sanitario Nazionale, hanno sicuramente un ruolo fondamentale nel processo di inserimento di dati e informazioni relativi al paziente sul FSE, attraverso il Patient Summary (o Profilo Sanitario Sintetico – PSS) degli assistiti.

“Dai dati a disposizione – ha affermato Sgarbossa –, risulta che in quasi la totalità delle Regioni i Patient Summary all’interno dei FSE non sono stati caricati, ad eccezione di Sicilia, Umbria e Valle d’Aosta. Dalle interviste svolte con alcune Regioni, è emerso che si sta lavorando sull’integrazione delle cartelle cliniche dei medici di famiglia con il FSE, così da automatizzare il più possibile il passaggio di informazioni sul paziente dai sistemi utilizzati dal medico a quelli regionali. Si tratta, tuttavia, di un processo ancora senza evidenze di risultato e che nel 2020 ha avuto un ulteriore blocco a causa della pandemia, che ha spinto le Regioni a dedicare i propri sforzi, in termini di risorse umane ed economiche, su altri aspetti prioritari legati all’emergenza stessa come sistemi di sorveglianza e sistemi di prenotazione vaccini.

Nel processo di digitalizzazione sanitaria appare chiaro che serve un lavoro di concertazione che deve partire dalle istituzioni e coinvolgere in primis il personale medico sanitario

Nel processo di digitalizzazione sanitaria appare quindi chiaro che serve un lavoro di concertazione che deve partire dalle istituzioni e coinvolgere in primis il personale medico sanitario. Le campagne informative ministeriali non possono infatti sostituirsi, a livello di efficacia e di impatto, al delicato ed importante ruolo che possono e devono giocare i medici di base, ma anche il personale ospedaliero, nell’informare accuratamente i propri pazienti a proposito delle nuove risorse, spingendoli a conoscere e utilizzare sempre di più gli strumenti della sanità digitale”.

Fragilità e tecnologia: un nuovo modo di prendersi cura dei pazienti

L’Associazione scientifica per la sanità digitale (Assd) recentemente ha pubblicato il libro bianco intitolato “Fragilità e tecnologie dell’informazione e della comunicazione ICT. Il paziente, la fragilità e la tecnologia. Come riabilitare il sistema salute”.

In sostanza, una summa di come le tecnologie digitali possono rappresentare una risorsa per ripensare il sistema sanitario italiano, soprattutto a beneficio dei pazienti fragili. Ma come dovrebbe essere la sanità secondo i pazienti fragili? Quali sono i punti su cui agire? E, soprattutto, quali sono le priorità da inserire nell’agenda dei policy maker? A colloquio con il presidente di Assd, Gregorio Cosentino.

Il procurement sanitario dopo la pandemia da Covid-19

Focus sul procurement sanitario dopo la pandemia, che ha reso evidenti le fragilità del sistema di approvvigionamento di fronte alla necessità di materiali strategici come mascherine e dispositivi di protezione individuale. Nell’emergenza, provveditori e responsabili acquisti sono riusciti a far fronte all’incremento improvviso della domanda, ma quali lezioni si possono apprendere sul lungo termine? Quali soluzioni sono state individuate col passare dei mesi e quali potranno essere adottate a regime per rendere ancora più efficace e resiliente il procurement di fronte alle sfide del futuro?

Ne parliamo con:

  • Salvatore TorrisiSalvatore Torrisi
    Presidente Federazione delle Associazioni Regionali Economi e Provveditori della Sanità (FARE)
  • Niccolo CusumanoNiccolò Cusumano
    Docente di Government Health and Non Profit Division, SDA Bocconi School of Management

Conduce:

  • Angelica GiambellucaAngelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico

Pnrr, missione Salute: in campo l’Agenas. Coscioni: “7 miliardi per l’assistenza territoriale”

Sarà l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) a coadiuvare il Ministero della salute nell’attuazione degli interventi legati alla Missione Salute 6 – Componente 1 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Per capire modalità concrete, priorità e tempistiche abbiamo parlato col presidente Agenas Enrico Coscioni.

La Missione Salute 6 del Pnrr e il ruolo di Agenas

Enrico Coscioni

Alla Salute è dedicata la Missione Salute 6 (M6) del Pnrr. Il Piano stanzia 15,63 miliardi in totale per le due componenti della missione:

  1. Reti di prossimità, strutture intermedie e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale: 7 miliardi di stanziamenti
  2. Innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale: 8 miliardi e 63 milioni di euro

 

L’impegno di Agenas sarà dedicato al primo dei due obiettivi. A definirne nel dettaglio il ruolo, il decreto del Ministero dell’Economia e Finanze, 6 agosto 2021, recante “Assegnazione delle risorse finanziarie previste per l’attuazione degli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza e ripartizione di traguardi e obiettivi per scadenze semestrali di rendicontazione”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale – serie generale n. 229 del 24 settembre 2021.

Oltre ad assegnare alle singole amministrazioni le risorse finanziare per l’attuazione degli interventi di cui sono titolari, il decreto prevede che le amministrazioni coinvolte adottino ogni iniziativa necessaria ad assicurare l’efficace e corretto utilizzo di tali risorse e la tempestiva realizzazione degli interventi, secondo il cronoprogramma previsto dal Pnrr.

Spetta all’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, quale tramite per il Ministero della Salute, l’attuazione degli interventi relativi alla Missione 6 Salute (M6) – Componente 1 (C1):

  • 1.1 Case della Comunità e presa in carico della persona;
  • 1.2 Casa come primo luogo di cura e telemedicina;
    • 1.2.1 Casa come primo luogo di cura (Adi);
    • 1.2.2 Implementazione delle Centrali operative territoriali (Cot);
    • 1.2.3 Telemedicina per un migliore supporto ai pazienti cronici;
  • 1.3 Rafforzamento dell’assistenza sanitaria intermedia e delle sue strutture (Ospedali di Comunità).

Coscioni: “Investimenti per 7 miliardi in cinque anni per l’assistenza territoriale”

Definire entro l’anno le strutture da implementare – Case della Comunità, Centrali operative territoriali e Ospedali di comunità -: è questo l’obiettivo del presidente Agenas Enrico Coscioni. A disposizione, 7 miliardi in cinque anni.

Quali sono i punti principali previsti dal decreto?

Il decreto assegna le risorse alle singole amministrazioni protagoniste dell’attuazione delle varie misure del Pnrr, che dovranno assicurare l’efficace e corretto utilizzo delle stesse, nonché la tempestiva realizzazione degli interventi.

Quali sono i compiti previsti per Agenas, anche nel ruolo di tramite fra ministero e regioni?

Spetta all’agenzia, quale tramite per il ministero della salute, l’attuazione degli interventi di investimento relativi alla Missione 6 Componente 1. Per intenderci, si tratta di quelli previsti per il potenziamento dell’assistenza territoriale che tanto ha sofferto durante la fase più acuta della pandemia.

Si tratta degli interventi previsti per il potenziamento dell’assistenza territoriale che tanto ha sofferto durante la fase più acuta della pandemia

Quali attività ritenete prioritarie?

Ogni servizio in più, ogni attività che allevia le differenze nell’erogazione delle prestazioni a livello territoriale è per noi una priorità. Gli investimenti, di cui accennavo prima, sono pari a 7 miliardi euro e riguardano un arco temporale di cinque anni. Risorse che devono essere ben allocate e Agenas sosterrà le regioni in questo senso.

Quali saranno in concreto le prime azioni che metterete in campo e in che tempi?

Siamo già al lavoro, attraverso un lavoro di confronto con gli assessorati alla sanità delle varie regioni, per definire insieme il cronoprogramma delle attività che andranno implementate per singola amministrazione. L’obiettivo è quello di delineare le strutture da implementare – Case della Comunità, Centrali operative territoriali e Ospedali di comunità – entro la fine del 2021.

Per molti anni e in molti ambiti il leitmotiv è stata la mancanza di risorse: pensate che con il Pnrr la situazione si possa sbloccare?

Personalmente ritengo che addossare tutte le responsabilità di un’assenza di risorse finanziarie quale motivo di un’assistenza territoriale non sempre all’altezza delle esigenze dei cittadini/pazienti sia fuorviante. Ci sono realtà territoriali che negli anni hanno organizzato un adeguato sistema di presa in carico e il lavoro di Agenas è proprio quello di individuare le buone pratiche e far in modo che vengano implementate là dove è necessario. Certo le risorse del Pnrr sono un catalizzatore che permetterà di accelerare questo processo.

Le risorse stanziate sono sufficienti per conseguire gli obiettivi previsti dal decreto?

Ricordo che il Pnrr è solo una parte delle risorse disponibili. Il nostro sistema è dotato di un importante Programma straordinario pluriennale degli investimenti pubblici in sanità (Art. 20 Legge 67/1988) a cui si aggiungono le risorse dei piani triennali di investimento immobiliare dell’Inail, che promuove iniziative urgenti ad elevata utilità sociale nel campo dell’edilizia sanitaria, nonché le possibilità provenienti dai partenariati pubblico-privato. Non mi sembra poco. Se poi dalla definizione dei fabbisogni si renderà necessario individuare ulteriori finanziamenti, Governo, ministeri competenti e regioni faranno la loro parte.

Il Pnrr è solo una parte delle risorse disponibili

Quali ostacoli dovranno essere affrontati per portare a compimento le finalità indicate?

Vedo grande impegno e disponibilità da parte di tutti gli attori coinvolti nella definizione delle attività previste nel Pnrr. Sono ingredienti fondamentali per la buona riuscita di qualsiasi progetto. Certo il tempo a disposizione per la realizzazione in concreto dei vari servizi è decisamente contingentato, ma considero questo aspetto un elemento di favore che ci permetterà di mettere presto a disposizione dei cittadini/pazienti i servizi che meritano.

Il farmacista ospedaliero fra innovazione e acquisti: riflessioni dal congresso SIFO

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Grande è stata la partecipazione al XLII Congresso nazionale della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie (SIFO), dal titolo “Il farmacista promotore e interprete del cambiamento, dall’emergenza alla pianificazione”.

Fausto Bartolini, presidente del Congresso, lo ha definito “un’occasione di confronto utile per tutti i professionisti ed esperti della sanità, un evento aperto al contributo di quanti concorrono al potenziamento del Sistema sanitario pubblico nazionale, elemento imprescindibile per garantire il bene comune e la crescita sociale del Paese. E SIFO si sente al centro di questa riflessione e di questo cambiamento. Anzi: è tra i promotori essenziali di questa trasformazione”.

Le priorità: ruolo del farmacista delineato dal PNRR, home delivery, cure domiciliari e telemedicina

Arturo Cavaliere

“I temi che ci stanno a cuore oggi sono essenzialmente tre”, precisa Arturo Cavaliere, presidente SIFO, “il ruolo del farmacista ospedaliero e dei servizi farmaceutici territoriali all’interno del nuovo modello assistenziale territoriale e domiciliare di prossimità disegnato dal PNRR; nuovo modello di home delivery; cure domiciliari e telemedicina. Su questi ambiti siamo decisamente propositivi: nei lavori del Congresso vogliamo identificare specifiche proposte da presentare alle istituzioni nazionali, per cogliere le opportunità nella fase post Covid-19 ed essere così attori, o meglio protagonisti del rilancio e della rinascita del Paese”.

La forte apertura verso gli altri stakeholder del sistema sanitario nazionale emersa dalle parole di Bartolini e Cavaliere si è concretizzata in diversi momenti del congresso, a partire dalla V Edizione dell’Health Policy Forum per i farmacisti ospedalieri realizzata in collaborazione con SiHTA (Società Italiana di Health Technology Assessment). Questa attività ha visto protagonisti, oltre ai farmacisti ospedalieri, anche economisti e aziende farmaceutiche e di dispositivi medici, per la creazione di una rete multidisciplinare con l’obiettivo di supportare il processo decisionale e l’accesso alle tecnologie valorizzando l’innovatività basata su analisi di HTA e sul confronto delle diverse figure professionali, sia della pubblica amministrazione sia degli operatori economici.

Il farmacista ospedaliero: un ponte fra decisore e paziente

Per Francesco Cattel, Direttore della Farmacia Ospedaliera della Città della Salute e della Scienza di Torino, nonché membro del Direttivo SiHTA, il farmacista ospedaliero può rappresentare un forte trait d’union tra l’azienda e il clinico in particolare nel campo dei dispositivi medici. Infatti, nel corso della discussione dell’Health Policy Forum, si è evidenziato che per i device la definizione della corretta “place in therapy” è più difficile rispetto a quanto avviene per i farmaci e dipende in maniera consistente dal singolo ospedale nel quale viene utilizzato, anche in relazione al team e alle strutture a disposizione.

Francesco Saverio Mennini

Un ponte fra decisore e paziente, è invece la definizione complementare del farmacista ospedaliero proposta dal professor Francesco Saverio Mennini, Research Director EEHTA del CEIS, Facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata e Presidente SiHTA. Fondamentale deve essere infatti l’apporto del farmacista ospedaliero per supportare il decisore nel valorizzare l’innovazione incrementale, e non solo quella “disruptive”, sia per i farmaci sia per i device. Il passaggio fondamentale risiede nella raccolta di informazioni e nella codifica del tracciamento. Il traguardo comune deve essere quello di creare un percorso per la gestione dei dati con obiettivi ben stabiliti: quali vantaggi si possono ottenere con tutte le informazioni a disposizione?

Una riflessione che torna nelle parole del presidente Cavaliere, quando parla del farmacista ospedaliero come gestore dell’interfaccia digitale dei flussi di dati nell’ottica della cosiddetta “One Health”, per passare dalla gestione del farmaco alla governance dell’intero processo assistenziale.

Focus su gare pubbliche d’appalto e appalti innovativi al tempo del recovery fund

Un’altra collaborazione molto stretta che coinvolge il farmacista ospedaliero è quella con le figure che si occupano di approvvigionamenti e acquisti sanitari: provveditori e centrali di committenza. All’interno del congresso SIFO non sono mancati momenti di incontro e discussione, come quello sulle gare pubbliche d’appalto e gli appalti innovativi al tempo del recovery fund, che ha visto la partecipazione di figure apicali della Federazione delle Associazioni Regionali Economi e Provveditori della Sanità (FARE).

Salvatore Torrisi

Secondo Salvatore Torrisi, presidente FARE, “parlare adesso di gare innovative o di recovery fund è limitativo perché il concetto di innovazione viaggia soprattutto sulle persone e sulle competenze. In mancanza di competenze e capacità di produrre innovazione in chi si occupa di approvvigionamenti, sia come farmacista ospedaliero sia come provveditore, non può esserci spazio per l’innovazione”. L’attenzione sul periodo di rinnovamento che sta per arrivare con i fondi del PNRR, ed è già iniziato con le importanti innovazioni normative che si sono susseguite nel corso di questi mesi di pandemia, è sicuramente altissima: fondamentale sarà anche capire se queste progettualità sono di medio periodo o limitate nel tempo perché, in questo secondo caso, porre un limite temporale, come previsto ora al 31 dicembre 2023, alle attività straordinarie potrebbe rappresentare un ostacolo alla vera innovazione.

Al di là degli strumenti messi a disposizione dal legislatore, nelle forme dei Decreti Semplificazione e del PNRR, dalla pandemia è emersa la necessità di riappropriarsi, per gli operatori che si occupano di acquisti, della discrezionalità, intesa come utilizzo sapiente delle competenze e dell’arbitrio: per rendere più efficiente il sistema e per valorizzare la reale innovazione sono fondamentali infatti la specializzazione e la sapienza dei farmacisti ospedalieri e dei provveditori, unite ad un corretto utilizzo del rating del fornitore.

Sul tema del rating del fornitore, Claudio Amoroso, Presidente dell’Associazione Regionale Economi Abruzzo e Molise, ha ricordato che nel Decreto Semplificazioni è prevista l’assegnazione ad Anac della Banca dati nazionale dei contratti pubblici, con la creazione di un fascicolo virtuale delle imprese, nell’ottica di applicare anche agli operatori economici il concetto del “once only” per evitare la duplicazione dell’invio di dati e informazioni dei fornitori ad ogni singola stazione appaltante.

Nicola Magrini

Anche nella relazione del Direttore Generale di Aifa, Nicola Magrini, ha trovato posto, tra gli altri, il tema delle gare farmaci, che viene affrontato in maniera ampia anche nel nuovo accordo Aifa-Sifo per il 2022-2023, sia in termini di analisi delle politiche di acquisto e distribuzione, sia in termini di indisponibilità e carenze e analisi dei consumi.

Secondo Magrini, le principali questioni aperte sul tema delle gare farmaci riguardano la definizione delle categorie di farmaci in equivalenza terapeutica, l’individuazione delle dimensioni ideali/ottimali delle gare per favorire la concorrenza e la sostenibilità dei prezzi, l’analisi delle pratiche migliori affinché il SSN sia o diventi un “informed purchaser” (compratore informato).

Uno sguardo al futuro: nel 2022 i 70 anni di SIFO

Al termine dei quattro giorni di dibattiti, sessioni e workshop, sono stati quasi 2500 i partecipanti registrati al Congresso. “L’importanza di questi incontri, la presenza dei massimi esponenti della politica sanitaria e delle Agenzie, la qualità dei contenuti presentati nelle sessioni, la possibilità di portare messaggi diretti ai decisori ci fanno essere soddisfatti dell’andamento del nostro appuntamento annuale”, sottolinea Bartolini. “Crediamo che questo simposio possa essere giustamente ricordato come un evento storico, sia perché ha segnato il ritorno ad un congresso in presenza, sia perché indica la strada da seguire anche per gli appuntamenti futuri: dialogo, qualità, confronto, visione”.

“Siamo decisamente soddisfatti di quanto abbiamo realizzato, soprattutto in termini di dibattito sulla nostra figura professionale, che è davvero al centro del ripensamento e del rilancio del SSN”, conclude Cavaliere. “Ma adesso non intendiamo sederci sugli allori: ci aspetta un duro lavoro sempre a servizio dei cittadini ed a fianco delle istituzioni e degli altri operatori sanitari. Il nostro prossimo obiettivo come Società è ora riuscire a festeggiare in modo degno il nostro 70° anniversario di fondazione. SIFO è stata creata nel giugno 1952: nello stesso periodo del prossimo anno andremo a celebrare questa nostra data di nascita richiamando tutta l’attenzione necessaria verso una professione senza la quale non ci può essere sanità sicura, innovativa e di qualità”.

White economy e PNRR: da dove deve ripartire la sanità?

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) destina ingenti risorse all’Italia, anche nel settore sanitario. Ma le risorse da sole non bastano per superare le criticità di lungo corso rese ancora più evidenti dalla pandemia. Serve un cambio di paradigma perché la cosiddetta “white economy” possa diventare una fonte di sviluppo per il Paese e di maggiore tutela per i pazienti, incentivando l’innovazione e il rinnovamento delle cure. Quali sono le proposte di Confindustria Dispositivi Medici? Ne parliamo con il presidente Massimiliano Boggetti.

Algoritmi e pandemia. Chiusi: “Attenzione al soluzionismo”

App di contact tracing digitale. Certificati digitali Covid. Algoritmi per stabilire l’ordine di priorità vaccinale, o fare in modo che non ne vada sprecata nemmeno una dose. Sistemi a base di intelligenza artificiale (AI) per rendere i sistemi di ventilazione dei locali a prova di coronavirus, o valutare quali viaggiatori in ingresso nel proprio paese sottoporre a test perché a maggiore rischio di infezione. Sono solo alcuni dei sistemi per decisioni automatizzate (automated decision-making systems, o Adm) realmente utilizzati in Europa in risposta alla pandemia di Covid-19, e registrati e raccontati dal progetto Tracing The Tracers dell’organizzazione non governativa tedesca AlgorithmWatch.

A spiegare come sta andando e a mettere in evidenza il pericolo principale che si corre, quello del “soluzionismo”, è il project manager di Tracing The Tracers Fabio Chiusi, docente di Nuovi Media ed Editoria e Media Digitali all’Università di San Marino e fellow del Centro Nexa su Internet e Società del Politecnico di Torino.

Cos’è Tracing the Tracers?​

Fabio Chiusi

“È uno strumento per monitorare gli sviluppi avvenuti nel corso della pandemia in termini di adozione di tecnologie e automazione. Più precisamente, ci occupiamo di sistemi di automated decision-making, cioè l’insieme di scelte politiche, relazioni umane e strumenti tecnologici dispiegati per prendere decisioni in tutto o in parte automatizzati. Pensi alle app di contact tracing digitale, che tentano di automatizzare la possibilità di avere avuto un contatto a rischio infezione; o agli algoritmi di prioritizzazione delle vaccinazioni, usati anche in Italia; o a quelli, usati in Francia e altrove, per rendere più efficiente la distribuzione di dosi di vaccino avanzate”.

​​Davvero l’AI e l’automazione sono in grado di realizzare le enormi promesse che si sono accompagnate al loro sviluppo, anche nel contesto della pandemia? ​​

“Sembra presto per dirlo, ma quello che si può dire non sembra puntare a una risposta positiva. Per le app di contact tracing si è registrato qualche risultato positivo, ma unicamente grazie alla loro integrazione coi sistemi sanitari e le strategie pandemiche non hanno di certo impedito alla variante Delta di diffondersi, in ogni caso. Per gli usi dell’AI, qualunque cosa essa sia, diverse analisi giornalistiche e della letteratura disponibile dicono piuttosto chiaramente che le applicazioni concretamente utili sono state prossime allo zero, inclusi usi medici, come per riconoscere il Covid da raggi al torace.

Insomma, se ne è parlato molto, ma l’opinione condivisa, al di fuori dei circoli di innovatori e altri soggetti autointeressati, è che magari in futuro certe promesse si potranno realizzare — non tutte in ogni caso — ma per ora sarebbe bene mettere in piedi regole e controlli, quando non veri e propri divieti, come per alcuni usi della sorveglianza biometrica, prima di continuare ad autorizzare e glorificare l’uso indiscriminato o quasi di questi strumenti, in assenza di trasparenza, dati, studi, evidenze che funzionino”.​​​

Quante delle soluzioni proposte sono in realtà figlie di una visione “soluzionista” della tecnologia, e quante passano il vaglio di un’analisi evidence-based?​​

“Vale quanto detto sopra, dato che il motivo per cui mancano trasparenza, dati, evidenze — e quando ci sono si tendono a ignorare comunque — è proprio quell’ideologia soluzionista, proprio come prima della pandemia. Perché chiedersi come si produce una soluzione, se magicamente sempre si produce? È una riduzione ideologica molto pericolosa, questa che comprime problemi sociali e di salute pubblica straordinariamente complessi, come una pandemia, entro le rigide maglie del codice. Non tutti i problemi sono meri problemi di informazione: in alcuni casi, servono scelte morali, politiche, che solo un essere umano può — forse — contemplare.

Di evidence-based c’è davvero poco: stiamo sprecando un’opportunità straordinaria per ripensare la nostra società

Di evidence-based, insomma, c’è davvero poco; quel che è peggio, come accennavo, è che quand’anche ci fosse viene vissuta con indifferenza o fastidio, perlopiù ignorata o banalizzata dai media mainstream e strumentalizzata dai leader politici, ciascuno per i propri scopi di bottega. Stiamo sprecando una straordinaria opportunità per ripensare le nostre società alle fondamenta, e insieme barattando utopia e ragione con consenso immediato e baruffe epistemiche (e non) basate sul nulla. Non bene”.

​​​Quando questo non accade, quali sono di solito i problemi?

“​​L’impossibilità di dire alcunché sul sistema in esame è il principale. Come giudicare ciò che non conosci? Il nostro lavoro è cercare di conoscere per giudicare, oltre che giudicare. Ed è difficilissimo, proprio perché il muro di opacità alzato dall’indifferenza e dal soluzionismo è duro da vincere. Mancano spesso i dati, le prassi, le regole, i controlli, le sanzioni, tutto. Sembra a volte di trovarsi a giudicare dépliant di un qualche prodotto, o trovarsi a una lezione in un corso di marketing, più che nel mezzo di un dibattito che dovrebbe essere fondamentale per il mondo tutto e le democrazie in particolare: che aiuto vogliamo dalla tecnologia per le scelte politiche che prenderemo nelle pandemie future? È un anno che cerco una risposta basata sui fatti e le evidenze, ed è un anno che mi è impossibile formularla perché i fatti e le evidenze, per qualche ragione, per molti non contano”. ​

In che misura la grande fiducia riposta spesso a priori e a prescindere, rappresenta di per sé un problema nel modo in cui affrontiamo il rapporto tra tecnologia e politiche pubbliche e più specificamente, in questo caso, di sanità pubblica?​​

“È un grande problema, perché la fiducia nella tecnologia e in questi sistemi può facilmente essere tradita — sempre, quando le promesse sono viaggi in completa sicurezza e una vita sociale totalmente identica a quella pre-pandemica, grazie a un qualche device tecnologico. E quel tradimento può finire poi per riverberare sulle istituzioni sanitarie, o le istituzioni e basta. Attenzione dunque a banalizzare troppo i messaggi, come si è visto per Immuni o per il Green Pass: la democrazia, specie in emergenza, richiede più critica, più dibattito — non scelte opache, sull’onda di reazioni emotive o dell’opportunismo del momento.

Attenzione a banalizzare troppo i messaggi, come si è visto per Immuni o per il Green Pass

Il Green Pass, per esempio: diversi studi dicono che forzare l’intenzione di vaccinazione con un simile incentivo può avere effetti controproducenti su alcune fasce sociali — le più svantaggiate, peraltro — e, più in generale, di lungo periodo, paradossalmente diminuendo le intenzioni di vaccinazione. C’è da sperare il decisore pubblico ne abbia tenuto conto”.

​​Quali sono in definitiva le prospettive concrete secondo lei e quali i principali punti su cui lavorare?​​

“C’è da lavorare su tutto: la composizione dello stato dell’arte — cioè documentare cosa sta accadendo, quali sistemi ci sono, e come vengono testati e adottati; il quadro regolatorio di riferimento per molti di questi strumenti — cosa ne sarà di app di contact tracing e Green Pass, una volta passata l’emergenza, per esempio?; lo studio analitico e rigoroso di ciascuna di queste applicazioni, ciascuna nel proprio contesto di utilizzo e insieme a livello aggregato. Insomma, servirà del tempo per capire davvero la nostra risposta alla pandemia in termini di sistemi per decisioni automatizzate, intelligenza artificiale e tecnologie digitali. C’è da sperare che qualche decisore, poi, ne prenda nota: è altamente improbabile che quella di Covid-19 sia l’ultima”.

Uso dei farmaci negli anziani: un terzo degli over 65 ne assume dieci o più

Gli anziani italiani assumono troppi farmaci: il 29% degli uomini e il 30,3% delle donne usano dieci o più sostanze contemporaneamente. Mercoledì 13 ottobre, l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha presentato il primo Rapporto nazionale L’uso dei farmaci nella popolazione anziana in Italia (Anno 2019), realizzato dall’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (OsMed) con il coordinamento dell’Aifa e dell’Istituto Superiore di Sanità.

Il rapporto descrive le caratteristiche della prescrizione farmaceutica nella popolazione ultrasessantacinquenne e analizza in dettaglio alcuni aspetti legati all’uso dei farmaci negli anziani in tre diversi setting assistenziali: domicilio (prescrizione territoriale), ospedale e Residenze Sanitarie Assistenziali (Rsa).

La pubblicazione, inoltre, analizza l’uso concomitante di farmaci nei pazienti in trattamento per alcune patologie (diabete, demenza, broncopneumopatia cronica ostruttiva, parkinsonismo); valuta nuovi indicatori di qualità e appropriatezza prescrittiva, con particolare riferimento alla politerapia, alle interazioni farmacologiche e all’uso di farmaci potenzialmente inappropriati; analizza l’uso dei farmaci nelle fasce di età più avanzate (pazienti ultranovantenni); descrive alcune esperienze nazionali di deprescrizione farmacologica (deprescribing); analizza l’impatto della pandemia da Covid-19 sull’uso dei medicinali nella popolazione anziana nel 2020, a confronto con il 2019.

“È un nuovo capitolo della collana OsMed, che conferma e amplia la collaborazione tra Aifa e altre istituzioni nazionali e locali e ricercatori, già avviata con i precedenti volumi tematici dedicati ad antibiotici e gravidanza – ha affermato il direttore generale Aifa Nicola Magrini –. L’analisi su flussi di dati provenienti da fonti diverse ci ha consentito di porre l’attenzione su alcuni contesti  particolari del consumo dei farmaci nella popolazione anziana, quali l’ambito ospedaliero e quello finora poco esplorato delle residenze sanitarie assistenziali, che è stato pesantemente colpito dalla pandemia da Covid-19. Tra i principali risultati emersi riscontriamo un sovrautilizzo della vitamina D non sostenuto da evidenze, l’uso inappropriato di antibiotici e di alcuni antiaritmici nel grande anziano, alcune possibili interazioni tra farmaci della coagulazione usati spesso in associazione, come Fans, anticoagulanti e antiaggreganti”.

“Questo nuovo rapporto, centrato sul consumo dei farmaci negli anziani, rappresenta uno strumento prezioso per promuovere interventi e progetti mirati a migliorare la qualità e la sicurezza dell’uso del farmaco in questa popolazione – ha dichiarato Silvio Brusaferro, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità – Si stima, infatti, che un terzo degli ultrasessantacinquenni utilizzi dieci o più farmaci contemporaneamente. Questo rapporto aiuta a comprendere diversi aspetti di questo fenomeno individuando nella deprescrizione farmacologica, ovvero nella riduzione del numero dei principi attivi prescritti, una risposta mirata per garantire una maggior sicurezza e appropriatezza delle cure. Non sempre, infatti, la prescrizione di un numero elevato di farmaci – ha concluso Brusaferro – corrisponde alle migliori cure o a più salute”.

I punti salienti del rapporto

Ecco in sintesi i principali risultati del rapporto. Gli over 65 consumano in media tre dosi di medicinali al giorno con una spesa annua pro capite di circa 660 euro: 593 euro al Nord, 759 al Sud.

Per quanto riguarda le tipologie, il primo farmaco per consumi nella popolazione anziana è la vitamina D. Il 50% dei pazienti anziani ha ricevuto un antibiotico, arrivando ad oltre il 60% negli uomini di età superiore a 85 anni. I farmaci cardiovascolari, in particolare gli antipertensivi, sono i più prescritti (otto over 65 su dieci ne assumono almeno uno), seguiti dai farmaci gastrointestinali e del metabolismo, dagli antibatterici e dai farmaci del sangue ed organi emopoietici.

Il colecalciferolo è la molecola più utilizzata: circa quattro donne su dieci ne hanno ricevuto almeno una dose, seguita dall’acido acetilsalicilico, usato per la prevenzione cardiovascolare.

Nelle donne, la prevalenza di farmaci per il trattamento dell’osteoporosi è pari al 48,4%. Le donne hanno una maggiore prevalenza d’uso di antidepressivi (19,3% contro 10,6% negli uomini) e di farmaci per la terapia del dolore (17,1% contro 11,5%).

Prevalenza donne uomini

Per quanto riguarda le prescrizioni multiple, per i pazienti in trattamento con farmaci per la demenza si segnala l’importante carico di farmaci psicotropi (antidepressivi, antipsicotici, anti-Parkinson e antiepilettici), spesso prescritti in modo inappropriato per il controllo di disturbi psicotici e comportamentali. In associazione ad alcuni farmaci per il trattamento del morbo di Parkinson/parkinsonismo (come ad esempio L-Dopa), si osserva un uso concomitante di farmaci per l’ulcera peptica e malattia da reflusso gastroesofageo che andrebbe evitato in quanto ne riducono l’assorbimento.

Si osserva inoltre, precisano i redattori, l’uso concomitante di farmaci per il trattamento del morbo di Parkinson/parkinsonismo e antipsicotici che è considerato un esempio di “cascata prescrittiva” (farmaci utilizzati per contrastare gli effetti indesiderati di altri farmaci).

Nella popolazione ultranovantenne i farmaci più utilizzati sono gli antipertensivi, gli
antiaggreganti, i farmaci per l’ulcera peptica e malattia da reflusso gastroesofageo e gli ipolipemizzanti, sebbene la prescrizione di alcune categorie dovrebbe essere rivalutata basandosi sul reale rapporto rischio/beneficio in questa popolazione speciale.

Sono stati valutati diversi tipi di associazioni di farmaci potenzialmente responsabili di
interazioni farmacologiche anche severe, o potenzialmente inappropriati in questa
popolazione per rapporto rischio/beneficio sfavorevole; ad esempio l’uso concomitante di due o più farmaci che aumentano il rischio di sanguinamento gastrointestinale è stato osservato nel 6,6% della popolazione con una più alta prevalenza al Sud rispetto al Centro e al Nord del Paese e in aumento al crescere dell’età. Valori di prevalenza d’uso pari al 9,5%, che risultano maggiori al Sud e nella popolazione femminile, sono stati riscontrati anche per i farmaci la cui assunzione contemporanea aumenta il rischio di insufficienza renale.

L’importanza dell’appropriatezza e della deprescrizione

Graziano Onder, capo dipartimento malattie cardiovascolari e dell’invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità, è intervenuto sul tema “Uso di farmaci negli anziani e molto anziani: appropriatezza e deprescrizione”. La relazione ha preso le mosse da una domanda: perché dedicare uno specifico rapporto agli anziani? “In Italia gli ultrasessantacinquenni sono 14 milioni, siamo il secondo paese più vecchio del mondo – ha spiegato -. Ma soprattutto, si tratta di una popolazione molto eterogenea, che va analizzata per categorie e per gruppi”.

Farmaci anziani

Gli uomini mostrano complessivamente un consumo di farmaci superiore alle donne. Il 29% degli uomini e il 30,3% delle donne utilizzano dieci o più sostanze contemporaneamente.

Il consumo dei farmaci aumenta con l’età fino agli 84 anni, per poi diminuire: potrebbe giocare un ruolo, ha sottolineato Onder, il cosiddetto “healthy survivor effect”, il fatto cioè che chi sopravvive molto a lungo sia tendenzialmente una persona in buone condizioni di salute.

Impatto del Covid-19 sull’uso dei farmaci negli over 65

A Francesco Trotta, dirigente del settore Health Technology Assessment ed economia del farmaco di Aifa, è toccato fare il punto sull’uso di farmaci negli anziani alla luce della pandemia.

Nel 2020, per effetto della pandemia da Covid-19, nella popolazione over 65 si è registrato rispetto al 2019 un decremento del consumo degli antibiotici e dei Fans, attribuibile alla riduzione della trasmissione di patologie infettive delle alte e basse vie respiratorie. La categoria degli anticoagulanti è quella che ha subito il maggiore incremento, plausibilmente attribuibile all’aumento delle prescrizioni per eventi tromboembolici correlati al Covid-19.

Le nuove prescrizioni hanno subito una contrazione maggiore nelle fasce di età più giovani (in particolare 65-69 anni), probabilmente perché è in queste fasce di età che più comunemente vengono formulate nuove diagnosi di malattie croniche e intrapresi nuovi trattamenti farmacologici. Il decremento maggiore in termini di prevalenza di utilizzo,
invece, si osserva nelle fasce di età molto avanzate. Non si può escludere che questo dato sia influenzato dall’elevata mortalità legata al Covid-19 osservata nella fascia di età degli
ultraottantenni.

Farmaci anziani Trotta

Il report riporta che dall’analisi sull’uso dei farmaci nelle Rsa in cinque Regioni italiane (provincia autonoma di Bolzano, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Umbria) emerge come nel 2019 la spesa per giornata di degenza (pari a 1,30 euro) e il consumo (pari a 797,9 DDD/100 giornate di degenza) siano in riduzione rispetto all’anno precedente (rispettivamente di -1,6% e -5,2%). I farmaci cardiovascolari, quelli attivi sul metabolismo e tratto gastrointestinale, i farmaci del sangue e quelli del sistema nervoso centrale sono risultati quelli a maggior consumo.

Tra gli altri interventi, Ignazio Grattagliano della Società Italiana di Medicina Generale (Simg) ha illustrato il tema dell’uso dei farmaci nella prevenzione secondaria in medicina generale e deprescrizione.

Alessandro Nobili, a capo del Laboratorio di Valutazione della Qualità delle Cure e dei Servizi per l’Anziano del ‍Dipartimento di Neuroscienze dell’Istituto Mario Negri, ha tenuto una relazione sull’uso dei farmaci in ospedale a partire dal registro Reposi, uno studio collaborativo tra la Società Italiana di Medicina Interna, la Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e l’Istituto Mario Negri. Dal monitoraggio del registro Reposi sull’uso dei farmaci in ospedale emerge un incremento in ingresso e dimissione dei principi attivi in grado di causare allungamento dell’intervallo QT e il rischio di emorragie gastrointestinali.

Prospettive e conclusioni

Nella discussione al termine della presentazione del rapporto, Paola Kruger, paziente esperto di Eupati, ha lanciato l’invito a un maggiore coinvolgimento dei pazienti e dei caregiver nei percorsi di cura, anche per aumentare la possibilità di aderenza terapeutica: “Sarebbe importante introdurre anche indicatori sulla consapevolezza e l’esperienza con i farmaci dei pazienti”.

Al dibattito ha partecipato anche Silvio Garattini, presidente dell’Istituto Mario Negri: “Il report è un prodotto importante, che migliora di molto la qualità degli interventi dell’Aifa – ha affermato -. Venendo alle prospettive, esiste di fatto una dissociazione fra la presenza degli anziani negli studi clinici controllati e il fatto che siano i principali destinatari di alcuni farmaci. Non si dovrebbero approvare farmaci studiati su persone con meno di 65 anni. Un altro aspetto che migliorerebbe la situazione è la diminuzione del numero dei farmaci: ce ne sono troppi in circolazione, con le stesse indicazioni e senza studi comparativi. Un altro suggerimento è fare in modo che sempre di più casi complessi con plurimorbidità siano visti non dai singoli specialisti, ma che ci sia un panel che li esamina e fa le prescrizioni in modo complessivo, sotto la revisione di un geriatra”.

Le conclusioni sono state affidate a Giuseppe Traversa, dirigente dell’area Strategia ed economia del Farmaco Aifa, che ha sottolineato: “Alla luce di quanto emerso dal confronto, per quanto concerne Aifa potremmo fare due cose. La prima è mettere a disposizione sempre di più i dati in modo che chiunque possa lavorarci. In secondo luogo, sull’istanza presentata da Garattini sui farmaci presenti sul mercato, investire un po’ di più sulla ricerca indipendente in questo ambito: qui per definizione serve un maggiore intervento pubblico”.