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Emissioni: l’Italia è virtuosa, ad eccezione della sanità

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L’Italia è un paese virtuoso per quanto riguarda le emissioni, salvo che per un settore: la sanità. Sulle ragioni di questo deficit e su come tendere a un miglioramento della situazione, abbiamo interpellato Niccolò Cusumano, docente di Government Health and Non Profit Division, SDA Bocconi School of Management.

Niccolo Cusumano

Qual è la situazione del nostro Paese sul fronte delle emissioni?

“In generale l’economia italiana è abbastanza in linea con gli impegni presi a livello europeo, a partire dal pacchetto climatico “Fit for 55”, adottato lo scorso 14 luglio, che contiene le proposte legislative per raggiungere entro il 2030 gli obiettivi del Green Deal e in particolare la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 55% rispetto ai livelli del 1990 per arrivare alla “carbon neutrality” entro il 2050″.

Qual è il quadro normativo?

“Oltre alla policy europea c’è il livello italiano, col Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2030 che dà indicazioni volte alla graduale riduzione delle emissioni che non riguardano nello specifico la sanità, la quale però rientra nel discorso più ampio del patrimonio immobiliare. Sono inoltre previsti target e obblighi di riqualificazione degli edifici della Pubblica Amministrazione (Pa) e il nostro Paese ha già reso disponibili strumenti come i titoli di efficienza energetica o certificati bianchi per sostenere la Pa in questo tipo di interventi: in sostanza in Italia sono già state fatte tante cose”.

E la sanità?

“Dai dati Eurostat, che consideriamo come una buona approssimazione, emerge che rispetto ad altri settori in cui l’Italia è più virtuosa, anche in confronto ad altri paesi europei, la sanità è l’eccezione. Complessivamente, cioè, l’economia italiana si comporta bene dal punto di vista delle emissioni per unità di valore aggiunto, ma il settore sanitario è in controtendenza”.

Nel periodo 2008-2019, le emissioni di gas serra per unità di valore aggiunto della sanità italiana, dopo un leggero declino, sono tornate ad aumentare, con un andamento superiore alla media europea

Come si spiega?

“Abbiamo un patrimonio molto vasto e vetusto: l’80% degli edifici della sanità è stato costruito prima del 1990. Inoltre bisogna pensare che la sanità non è solo il muro di cemento di un ospedale, ma anche grandi tecnologie, come ad esempio una macchina per la risonanza magnetica. E il patrimonio tecnologico della sanità nostrana è anch’esso piuttosto vetusto. Quindi, la sanità al momento non sembra stare al passo coi tempi. Non che sia la voce principale nel capitolo delle emissioni del paese: fatte 100, forse conta per tre. Però è il sottoinsieme che per la sua parte consuma ed emette di più”.

Electricity consumption in the health sector

Electricity consumption in the health sector via Odyssee

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) può aiutare da questo punto di vista?

“Rispetto alle prime versioni del documento, il discorso dei fondi per la riqualificazione energetica è stato abbastanza stemperato: alla fine si parla solo di antisismica e antincendio. Però in realtà si tratta di interventi che dovrebbero andare a ripagarsi da soli grazie all’uso del partenariato pubblico privato: l’impostazione data dal livello europeo è che laddove ci sono operazioni e progettualità in grado produrre risparmi energetici, meglio usare strumenti “PPP”. Ovviamente, questo sapendo che la partnership non ripaga tutto: una parte di capitale da parte dell’azienda sanitaria va messa comunque.

Ci sono anche strumenti come i Contratti di Prestazione Energetica (Epc) per il miglioramento energetico di un edificio o di un impianto. Ancora, bisogna tenere conto del fatto che, avendo l’Unione messo un grosso accento su questi aspetti, se si vogliono fare programmi con la Banca investimenti europea (Bei), affiancare al discorso della riqualificazione il tema ambientale renderà il progetto più vicino alla policy”.

Vede altri possibili punti su cui agire?

“Possiamo cominciare a discutere di inserire questi tra gli obiettivi dei direttori generali, al pari del privato”.

Cittadinanzattiva: “Partire dal percorso concreto del paziente per ripensare il SSN”

Il recente rapporto di Cittadinanzattiva “Cittadini e cura delle cronicità” ha evidenziato, a partire dai dati che dipingono la situazione attuale del SSN, duramente provato dalla pandemia, la necessità di una profonda revisione del Sistema Salute italiano che deve essere ridisegnato e ripensato, a misura di cittadino.

Tra le 9 proposte civiche stilate insieme a Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg), Confederazione Oncologi, Cardiologi e Ematologi (Foce) e Società Italiana Diabetologia (Sid), si parla di risolvere le differenze regionali in termini di Lea e liste d’attesa. Ma anche di revisione della rete ospedaliera e di riforma della Medicina Generale. Naturalmente senza dimenticare una reale declinazione digitale della salute, che necessita di una regia nazionale. Ne parliamo con il Segretario generale di Cittadinanzattiva, Anna Lisa Mandorino.

Eredità digitale: cosa succede ai nostri dati dopo la morte?

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Fotografie, post, dati sanitari: è la nostra eredità digitale. Ma cosa significa morire nell’era di Internet, dei social media e dei Big Data e cosa comporta? Come prenderne consapevolezza e imparare a gestirla? Abbiamo approfondito l’argomento con il filosofo e tanatologo Davide Sisto e il giurista Giovanni Ziccardi.

Così la morte, insieme alla vita, è diventata digitale

Davide Sisto, docente di Filosofia Teoretica presso l’Università di Torino ed esperto di tanatologia, lo studio della morte dal punto di vista filosofico, medico, in relazione alla cultura digitale e al postumano. È autore de “La morte si fa social” e “Ricordati di me” (entrambi Bollati Boringhieri).

Morte e digitale: che rapporto c’è?

“Il rapporto tra la morte e le tecnologie digitali è piuttosto complesso e variegato, dal momento che include i temi dell’elaborazione del lutto e delle eredità personali, del desiderio di immortalità e delle trasformazioni dei riti funebri, della presenza spettrale dei morti e delle diverse ritualità sociali che cercano simbolicamente di gestirla. Alla base di ogni ricerca e riflessione nel campo specifico della Digital Death vi deve essere la consapevolezza di ciò che significa condividere e registrare, nel corso della propria vita, molteplici dati che costituiscono i frammenti della nostra presenza psicofisica nel mondo, soprattutto alla luce di un fatto specifico: non vi è coincidenza tra la durata temporale delle identità digitali e quella della nostra unica presenza psicofisica.

Una volta morti, cioè, i nostri dati continuano a essere presenti online, in senso sia passivo che attivo, comportando tutta una serie di conseguenze che devono essere tematizzate in modo compiuto nel campo della tanatologia, dei Death Studies e della Death Education. Pertanto, la comprensione delle modalità con cui le tecnologie digitali intercettano il fine vita implica la consapevolezza che la rivoluzione digitale ha profondamente mutato le caratteristiche sociali e culturali degli esseri umani. Come osserva la ricercatrice Stacey Pitsillides, nel sito web da lei creato per discutere di Digital Death, se la vita è diventata digitale e se la morte fa parte della vita è inevitabile che anche la morte sia diventata digitale, con tutte le conseguenze che ne derivano”.

Ci sono dei rischi nel lasciare le nostre tracce online per il “dopo”?

“I rischi sono molteplici. In un certo qual modo, è come lasciare la porta di casa eternamente aperta, con l’aggravante che i dati condivisi online non sono tanto oggetti personali quanto veri e propri frammenti o parti della nostra presenza psicofisica. Dunque, chiunque può indossare in maniera arbitraria i nostri panni, usando le immagini e le informazioni che abbiamo condiviso nel corso della vita per ogni tipo di finalità più o meno lecita. Inoltre, la presenza a tempo indeterminato dei nostri profili social può rendere assai problematica l’elaborazione del lutto.

Se, da una parte, i dolenti possono disporre di un numero sostanzioso di ricordi della persona deceduta, come mai successo in passato, dall’altra la particolare natura temporale della dimensione online sembra mantenere in vita i profili social dei morti, vanificando quel processo di rottura e di separazione che viene innescato in modo salutare dalle ritualità funebri. I social network, in particolare, vanno intesi tanto come autobiografie culturali collettive quanto come enciclopedie interattive dei morti, tenuto conto dell’impressionante numero di profili di utenti deceduti da loro ospitati: prenderne coscienza a priori, stabilendo preventive regole per la gestione post mortem dei vari account, è fondamentale per non rimanere travolti dagli effetti emotivi e psicologici che derivano dalla loro permanenza online”.

Alcuni strumenti come Facebook ci danno la possibilità di designare un “contatto erede”: è questo il futuro?

“Come è consigliabile predisporre un testamento biologico, tenuto conto di quanto è invasiva la tecnologia nel rapporto tra la vita e la morte, così lo è stabilire preventivamente un testamento digitale. Essere trasparenti nei confronti della gestione post mortem dei propri profili social significa evitare incomprensioni che possono essere nocive per la salute di chi soffre la perdita. Per esempio, sono sempre più frequenti le diatribe giudiziarie tra chi vorrebbe cancellare il profilo social di un parente morto e chi invece lo vorrebbe mantenere attivo.

Sono sempre più frequenti le diatribe giudiziarie tra chi vorrebbe cancellare il profilo social di un parente morto e chi invece lo vorrebbe mantenere attivo

Senza un testamento digitale o comunque indicazioni oggettive sull’uso post mortem dei vari account social, una simile diatriba è di complessa risoluzione. Il problema del testamento digitale riguarda non solo la nostra presenza nella dimensione online, ma anche i contenuti dei computer e degli smartphone. La nostra vita è sempre più condivisa e registrata nel mondo online e nei mobile device. Dunque, sono necessarie delle regole precise e trasparenti per tutelare i contenuti condivisi e registrati online, una volta che non possiamo più monitorarli direttamente. Tale tutela riguarda tanto la privacy del singolo deceduto quanto la sua memoria per le persone che hanno sofferto la perdita”.

La pandemia ha influito sul rapporto tra morte e web? Come?

“La pandemia ha accelerato processi di trasformazione antropologica già in corso. In primo luogo, ha sdoganato quei funerali in streaming, che nel periodo pre-Covid venivano adottati generalmente da chi non aveva le disponibilità economiche di essere fisicamente presenti nel luogo del rito. A partire da fine febbraio 2020 ci siamo abituati a vedere funerali trasmessi in diretta online su Zoom. E questo ha riguardato tutti i paesi del mondo.

È certamente interessante notare come tradizioni religiose differenti – come quella del Ghana o dell’India, per fare due esempi – abbiano dovuto reinterpretare i propri riti mediante le tecnologie digitali in una fase di emergenza sanitaria. Negli Stati Uniti, addirittura, vi sono stati funerali celebrati in modalità simil-drive in, con i parenti che hanno seguito la funzione – proiettata su maxischermi – da dentro la propria automobile. Oltre ai funerali in streaming, la pandemia da Covid-19 sarà ricordata per i contenuti social che ne hanno testimoniato in diretta le varie fasi che si sono succedute. Ci sono pagine social, come la nota “Noi denunceremo” su Facebook, che raccolgono testimonianze scritte, fotografiche e audiovisive di un numero importante di morti per Covid.

Inoltre, sono aumentate le iniziative social – su Instagram, Tik Tok e YouTube – per aiutare i singoli utenti a superare gli effetti della decennale rimozione della morte, in un momento storico così delicato. In senso lato, il fatto di aver vissuto e testimoniato questa pandemia nei vari ambienti della dimensione online, mentre i nostri corpi sono stati congelati all’interno delle singole abitazioni, avrà un impatto significativo sulle ricostruzioni storiche del futuro, sempre che si riesca a conservare nel tempo tutto ciò che abbiamo condiviso e registrato”.

Oltre ai dati “social” c’è tutta una parte di altre informazioni raccolte nelle banche dati, ad esempio i dati sanitari: cosa pensa da questo punto di vista? Ci sono implicazioni a livello etico?

“Questo è un fenomeno inedito di difficile analisi, almeno nella situazione odierna in cui le tecnologie digitali sono costantemente sottoposte a nuove evoluzioni e progressi. In Corea del Sud, per esempio, il mondo sanitario sta cercando di creare e sviluppare veri e propri “gemelli olografici” dei pazienti, di modo da sperimentare cure e soluzioni sanitarie sull’ologramma del paziente, prima di intervenire sul suo corpo. Questo, ovviamente, determina un costante aumento di informazioni relative al singolo individuo immagazzinate, registrate e conservate in molteplici banche dati.

Qualsiasi tipo di implicazione etica che ne derivi comporta una salvaguardia giuridica della privacy del singolo che è ancora un po’ latente. Dal punto di vista dello studioso nel campo delle discipline umanistiche, il contributo principale che si può dare è quello di far capire ai cittadini che la loro presenza online, tramite i dati condivisi e registrati, rappresenta una parte concreta, direi quasi “fisica”, della loro identità. Non si vive in due mondi separati, uno reale e uno virtuale. Viviamo in un mondo postdigitale, vale a dire un mondo in cui la dimensione online è talmente integrata con quella offline che non è possibile stabilire una loro distinzione qualitativa.

Non si vive in due mondi separati, uno reale e uno virtuale

Ecco perché questo è il punto di partenza fondamentale per poter poi ragionare sulla conservazione dei dati registrati online, anche in ambito sanitario”.

In generale, quali sono le prospettive per il futuro sulla nostra presenza online post-mortem?

“Credo che le principali novità arriveranno dal campo della realtà virtuale e della realtà aumentata. In particolare, è sempre più diffuso il tentativo di tenere simbolicamente in vita il morto, rielaborando e automatizzando i contenuti che ha condiviso online nel corso della sua vita. Ne La morte si fa social ho descritto chatbot che permettono di chattare con il morto, attraverso la riproduzione automatica dello stile delle sue conversazioni scritte, nonché siti web o social media assai particolari che mirano a creare la nostra controparte virtuale, destinata a sostituirci quando non ci saremo più. A distanza di tre anni dalla sua pubblicazione, gli esperimenti principali riguardano le riproduzioni olografiche del morto, per esempio, in realtà virtuale.

Ha colpito emotivamente tutti coloro che lo hanno guardato il documentario sudcoreano I Met You, che mostra una mamma incontrare in realtà virtuale la riproduzione della figlia, morta in età infantile. Vi sono numerosi attori che, giunti a 85-90 anni, si sono sottoposti a esperimenti che mirano a creare i loro ologrammi, destinati a sostituirli una volta deceduti. Ma gli esperimenti intenti a fornire una forma di immortalità alla quantità di dati condivisi online sono molteplici: pensiamo, per esempio, al tentativo di riprodurre il timbro vocale di persone reali, non solo decedute, da utilizzare indipendentemente dalla presenza effettiva di tali persone. Pensiamo al caso del documentario Roadrunner, relativo al noto chef Anthony Bourdain, morto nel 2018.

Credo che la tecnologia si muoverà sempre più in questa direzione, cercando di realizzare un’immortalità di per sé proibitiva. Alla fine, ciò che resta realmente è una rinnovata memoria del morto, più interattiva e attiva, ma pur sempre distinta da colui che ha vissuto effettivamente con una determinata e unica presenza psicofisica”.

Anche in Europa si sentirà l’esigenza di una normativa, come negli Usa

Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all’Università di Milano, è autore de “Il libro digitale dei morti. Memoria, lutto, eternità e oblio nell’era dei social network” (Utet).

Cosa è dei nostri dati dopo la morte?

“I nostri dati sopravvivono, ormai, dopo la nostra morte, ma con modalità differenti a seconda dei sistemi che prendiamo in considerazione e delle piattaforme su cui operiamo. Secondo le ultime statistiche, il primo telefono cellulare viene comunemente regalato ai bambini attorno ai 5, 6 anni. Prima di quell’età, i dati dei bambini, soprattutto fotografie, vengono comunemente, e senza problemi, pubblicati in rete da molti genitori. Ciò significa che sin dalla nascita una persona inizia a immettere dati sulle piattaforme e nei sistemi informatici.

Poi vi è un momento di apice, nella fascia di età tra gli 11 e i 18 anni, dove i dati immessi aumentano sensibilmente e poi, man mano che si diventa adulti e anziani, i sistemi continuano a essere alimentati da tali dati. Al contempo, sono quasi 15 anni che il telefono cellulare ha visto un picco di utilizzo, e ha iniziato a contenere e diffondere dati delle persone.

Ciò disegna un quadro, preliminare, nel quale tutte le persone hanno dei dati in rete che sono destinati a rimanere anche dopo la morte. Questi dati sono di due tipi: quelli che immettiamo noi volontariamente, e quelli che sono generati da altri soggetti, o da altri sistemi, spesso a nostra insaputa. I dati che rimangono dopo la morte di una persona possono essere di tanti tipi: ricordi di quella persona (fotografie), tracce delle attività in rete di quella persona (post, commenti a post, tag, video caricati su YouTube o altre piattaforme), siti web, dati economici (ad esempio patrimoni in BitCoin) o bancari.

A questi dati, dobbiamo aggiungere quelli generati invece dai sistemi cosiddetti istituzionali, ossia dalla nostra pubblica amministrazione e dalle banche dati sanitarie. In un settore come quello sanitario, come è noto, c’è la tendenza a mantenere i dati per periodi molto lunghi, spesso eterni, quindi si formano degli archivi di enormi dimensioni, molto utili soprattutto per la ricerca e la sperimentazione”.

La situazione è la stessa in Italia e negli altri paesi?

“No, gli Stati Uniti da anni cercano di disciplinare, con norme statali e federali, il problema della eredità digitale (i digital assets) perché si sono resi conto già da almeno dieci anni della gravità del problema. Purtroppo non vi è ancora una normativa uniforme, ma le leggi attuali cercano di conciliare la volontà del defunto di non far circolare, o conoscere, i suoi dati dopo la morte con quella dei parenti di venire in possesso di ricordi o di informazioni importanti sul patrimonio del defunto, magari nascosto tra le maglie della rete.

L’idea è quella di rendere chiare le “ultime volontà digitali” di una persona, magari anche consentendo di impostare le proprie ultime volontà direttamente dentro la piattaforma stessa, prevedendo, ad esempio, la “morte” dell’account o del profilo in caso di inattività per un certo numero di mesi o, al contrario, la possibilità di nominare degli eredi che gestiscano la presenza online del defunto, ad esempio commemorandolo.

In Europa e in Italia siamo molto indietro. Sono pochissime le proposte di legge, e forse i notai, almeno in Italia, sono quelli più attenti al tema, anche perché si trovano “in prima linea”. Il Consiglio Nazionale del Notariato ha pubblicato, già tanti anni fa, un bel decalogo sulla eredità digitale e sulle domande da fare al notaio in sede di gestione del patrimonio di un defunto.

La normativa sulla protezione dei dati, infine, ha previsto qualche indicazione circa la possibilità di accesso ai dati del defunto, anche online, da parte di parenti o di soggetti terzi che ne abbiano diritto o interesse, cercando di equilibrare le esigenze di privacy del defunto (che rimangono!) con il diritto di terzi di poter utilizzare alcune informazioni che lo riguardano (magari in giudizio)”.

In teoria è meglio preoccuparsi prima di quello che succederà dopo? E come fare?

“Sì, il pensare prima a come saranno gestiti i nostri dati dopo non è assolutamente una cattiva idea. Negli Stati Uniti, dove hanno un approccio molto pratico, ci sono delle vere e proprie check list con le cose “da fare prima di morire” con riferimento a tutti gli account sui social, gli indirizzi di e-mail, i piccoli patrimoni online.

Al centro del problema ci sono ovviamente i codici di accesso a tutti i dispositivi, che oggi sono molto sicuri e possono impedire a un parente di accedere al telefono o al tablet del defunto. I produttori, di solito, forniscono tali codici soltanto se c’è un giudizio/processo in corso, e questa formalità può creare davvero tanti problemi a chi volesse accedere anche, ad esempio, per finalità commemorative o per recuperare dei ricordi. Secondo me il punto dei codici di accesso (annotandoli con cura) è quello più spinoso. Altre informazioni si ricavano, di solito, facendo analizzare i dispositivi da esperti di investigazioni digitali.

Sia chiaro che una persona potrebbe anche non volere che i dati finiscano a terzi, quindi ci sono anche strategie interessanti per cancellarli o cifrarli, al fine di lasciar fuori dall’accesso a tali informazioni chiunque”.

Quali le prospettive da questo punto di vista?

“Secondo me anche in Europa presto si avvertirà l’esigenza di normare specificamente questi aspetti. Al contempo, l’uso dell’Intelligenza Artificiale consentirà di trattare sempre di più, e sempre più su larga scala, tali dati, generandone anche di nuovi. Già attuale è la possibilità di rendere “vivo” un utente deceduto rinnovando continuamente le informazioni che pubblica, elaborate appunto da software sofisticati che, ad esempio, generano nuova informazione che sembra realmente provenire da quella persona prendendo come esempio ciò che scriveva o produceva in vita.

Interessante, per una regolamentazione futura, è anche l’aspetto dei patrimoni, e non solo dei ricordi. Ormai tutti noi abbiamo anche un “piccolo patrimonio” online, fatto dei nostri acquisti, del valore dei nostri follower o del nostro blog, o di piccole (o grandi) somme in criptovalute. Anche in questo caso, sarà necessaria una regolamentazione specifica”.

Fake news sulla salute: una disinformazione che può costare cara al SSN

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Accanto alla pandemia virale con cui conviviamo da un anno e mezzo, ormai facciamo i conti ogni giorno anche con un’altra epidemia mondiale: la disinformazione sulla COVID-19. Potremmo definirla disinfodemia, vale a dire un’infodemia che veicola solo fake news.

False informazioni, veicolate intenzionalmente per confondere e minare la fiducia verso le istituzioni e la scienza. E che si propagano ad una velocità e con una penetrazione che sociologi e psicologi di tutto il mondo faticano a spiegarsi.

NewsGuard, che collabora anche con l’organizzazione Mondiale della Sanità per intercettare le false informazioni online, ha mappato ad oggi 519 siti web che hanno pubblicato disinformazione sulla COVID-19 negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia, Germania e Italia.

La Fondazione MESIT (Fondazione per la Medicina Sociale e l’Innovazione Tecnologica) ha realizzato un report sul segmento italiano, insieme a Reputation Manager, società di analisi e gestione della reputazione, e il CEIS-EEHTA dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata dove, analizzando oltre 147.000 pagine online che parlavano di vaccini, ha rilevato come, solo su Facebook e Telegram, 909 mila utenti fossero iscritti a pagine, canali o gruppi sul tema vaccini. E di questi, 457 mila seguissero pagine con orientamento dichiaratamente No Vax.

L’infodemia esisteva già prima della pandemia, ma in questi 18 mesi ha toccato cime inesplorate

La disinformazione in ambito medico può avere risvolti drammatici, perché non vaccinarsi a causa di informazioni false (“i vaccini cambiano il nostro dna”) o assumere prodotti nocivi per curarsi sempre in virtù di fake news (“la candeggina aiuta a combattere l’infezione”) può essere dannoso, se non fatale. Ancora: non vaccinarsi permette al virus di continuare a circolare, gli ospedali continuano a dedicarsi al virus e rimandano esami e interventi per patologie diverse. E tutto questo ha un costo non indifferente per il servizio sanitario nazionale.

Fake news: che cosa sono?

Partiamo da un dato emblematico che ci aiuta a capire di che cosa stiamo parlando. Secondo il rapporto CENSIS  dello scorso aprile, 50 milioni di italiani, pari al 99,4% degli italiani adulti, hanno cercato informazioni sulla pandemia: non era mai accaduto prima.

Hanno cercato e trovato di tutto: perché l’infodemia, che già esisteva prima della pandemia, in questi diciotto mesi ha toccato cime inesplorate. E cosa troviamo in questo tsunami infodemico? Informazione vera, misinformazione e disinformazione.

L’informazione fornisce le notizie più accurate possibili sui fatti ed è basata sulla migliore conoscenza di cui si dispone nel momento in cui se ne scrive. Questo è un dettaglio interessante e la pandemia da COVID-19 ne è stato un caso emblematico: l’informazione cambiava ogni giorno, si aggiornava in continuazione, perché del virus che la causa, il SARS-CoV-2, si sapeva e si sa ben poco. Ma ogni giorno chi offriva informazione in modo corretto, lo faceva attingendo appunto alla migliore conoscenza possibile di quel momento.

La misinformazione, al contrario, è una falsa informazione ma veicolata senza intenzione di ferire o arrecare danno o averne un profitto.

Il classico “non l’ho fatto apposta”, ma il danno comunque è fatto. Succede quando le persone, magari per scopi anche nobili, come aiutare il prossimo, condividono informazioni false senza sapere che sono false e soprattutto ignorando la pericolosità delle stesse.

La disinformazione è dolo puro. È una falsa informazione veicolata con il preciso scopo di ferire, confondere o trarre comunque un profitto. In questa pandemia la disinformazione pare avere il preciso scopo di erodere la fiducia delle persone verso le istituzioni e la ricerca clinica.

Il web rimane l’ambiente privilegiato in cui si producono e si sviluppano disinformazione e notizie false

E possiamo anche scendere un po’ più nel dettaglio, individuando delle sottocategorie, come quelle identificate da Fondazione MESIT:

  • Fonte falsa: attribuire a una fonte attendibile una notizia falsa.
  • Contesto falso: ad esempio foto attribuite a eventi falsi e quindi decontestualizzate.
  • Contenuto strumentale/ideologico: può essere condiviso per attaccare un target definito utilizzando una delle altre modalità di diffusione.
  • Contenuto ingegnerizzato: tipicamente il deep fake, ma anche fotomontaggi, etc.
  • Contenuto non aggiornato: informazioni obsolete diffuse come attuali.

E dove cercano le informazioni gli italiani? In rete, certo, ma non come primo posto. Sempre secondo il CENSIS, infatti, nel 2020 il 75,5% degli italiani ha cercato informazioni nei tg o nelle trasmissioni televisive, sui giornali e alla radio. Il 51,8% sui siti web istituzionali (Istituto Superiore della Sanità e Protezione Civile) mentre il 30% si è rivolto ai social network. Quote inferiori si sono rivolte ad altre fonti di informazioni fuori dal circuito mediatico, come medici ed esperti.

Il web, in ogni caso, rimane l’ambiente privilegiato in cui si sono prodotte e si sono sviluppate disinformazione e notizie false: 29 milioni di italiani hanno dichiarato di essersi imbattuti, durante l’emergenza sanitaria, in notizie web poi rivelatesi sbagliate.

Fake news: un pericolo per la salute

Le fake news più diffuse in ambito salute sono al momento, come è lecito aspettarsi, quelle che riguardano i vaccini anti-COVID.

Secondo l’analisi della Fondazione MESIT, l’attenzione al tema dei vaccini anti Covid-19 ha raggiunto picchi di attenzione e conversazione senza precedenti.

Tra i contenuti potenzialmente fake relativi ai vaccini, uno su due riguarda la pericolosità degli effetti avversi (49,3%). La seconda categoria più popolata riguarda la natura sperimentale del vaccino (18,2% delle conversazioni potenzialmente fake), dove si incontrano fake news sulla mancanza di dati sperimentali e sui potenziali effetti catastrofici dei vaccini anti COVID-19 sulla popolazione. Risultano riscuotere interesse anche le conversazioni sulla composizione del vaccino (11,3%) e sugli interessi economici delle case farmaceutiche produttrici (10,9%).

Infine, sempre secondo il rapporto MESIT, tra marzo e maggio 2021, gli utenti No Vax COVID-19 sono più che raddoppiati (+136%).

Tutto questo ha avuto un effetto sulla campagna vaccinale, che in estate ha rallentato per poi riprendere a settembre, anche sotto la spinta delle nuove applicazioni del Green Pass.

Le fake news più diffuse in ambito salute sono al momento quelle sui vaccini anti-COVID

Ma quanti sono in effetti i No Vax e gli indecisi sulla vaccinazione, su cui le fake news potrebbero attecchire?

Secondo uno studio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, pubblicato su EclinicalMedicine-The Lancet, in Italia ci sono circa 2,7 milioni di esitanti e uno zoccolo duro di No Vax di circa 850.000 persone. Se questi ultimi non sono convincibili, per gli autori dello studio invece si può fare qualcosa per gli indecisi, a cominciare proprio da una comunicazione più efficace sui social, scevra da tutta quella disinformazione che, come abbiamo visto, normalmente la contraddistingue.

Se non si fa nulla, le conseguenze possono essere catastrofiche. Come evidenzia Marcella Marletta, esperta di sanità pubblica ed ex Direttore generale della Direzione dei farmaci, dei dispositivi medici e della sicurezza delle cure del Ministero della salute: “Una ricerca pubblicata sull’American Journal of Tropical Medicine and Hygiene ha fatto emergere un dato statistico importante sulle morti indirette correlate alle fake news. L’analisi su soli tre mesi del 2020, su 6.000 persone, ci rivela che 800 potrebbero essere morte a causa di fake news sul modo di trattare l’infezione da COVID. Come afferma il rapporto MESIT, le fake news non sono nate oggi, ma oggi rappresentano un problema globale senza precedenti. L’avvento del digitale ha fatto sì che esse si sviluppassero in modo sempre più sofisticato, acquisendo una velocità di diffusione e contaminazione mai viste prime, andando a minare le basi della nostra società”.

Lo stesso direttore dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, già nei primi mesi della pandemia affermava: “Non stiamo combattendo solo il virus, ma anche i troll e i teorici della cospirazione che spingono la disinformazione e minano la risposta all’epidemia”.

E ancora prima dell’arrivo dei vaccini anti-COVID, le fake news avevano già mietuto vittime, ricorda l’OMS. In Iran, centinaia di persone sono morte dopo aver bevuto alcol metanolo, spinti dai messaggi sui social media che ne affermavano l’utilità per curare l’infezione da coronavirus. Ancora, affermazioni false come “bere candeggina può curare le infezioni da coronavirus” hanno portato molte persone a provarci: il centro antiveleni del Belgio ha registrato un aumento del 15% del numero di incidenti legati all’uso di candeggina.

Quanto può costare la disinformazione al Servizio Sanitario Nazionale?

Per quanto riguarda i costi sanitari, non è difficile comprendere come ospedalizzazioni e morti dovute alle conseguenze delle fake news possano impattare sui costi del SSN.

“Recenti studi – spiega Francesco Saverio Mennini, direttore del CEIS-EEHTA (Centre for Economic and International Studies: Economic Evaluation and HTA) dell’Università Tor Vergata di Roma – hanno evidenziato come la disinformazione sul COVID-19 e sulle vaccinazioni produca costi sociali ed economici altissimi. Basti pensare che il costo medio di una ospedalizzazione per COVID, pari a più di 8.000 Euro (con valori massimi prossimi ai 60.000 Euro), può avere una degenza media pari a 16 giorni (con valore massimo fino a 65 giorni di degenza). Accanto a queste evidenze, molto preoccupanti in termini di impatto sulla spesa ma anche sulla gestione e organizzazione dell’assistenza ospedaliera, trova riscontro un altro dato molto importante relativo all’impatto sul PIL di un eventuale ritardo nel raggiungimento delle coperture vaccinali ottimali. Un recente nostro studio (Mennini FS e Favato G, 2021) ha infatti dimostrato come ‘correre’ nelle vaccinazioni è necessario non solo per salvare più vite, ma anche per evitare che si apra una nuova grande faglia nell’economia del nostro Paese”.

Il costo medio di una ospedalizzazione per COVID supera gli 8.000 Euro e può raggiungere i 60.000 Euro

“Il possibile ritardo nel raggiungimento dell’immunità di gregge – riprende Marletta – potrebbe avere un impatto di 200 miliardi sul Pil spalmato tra quest’anno (94 miliardi) e il prossimo (106 miliardi): in pratica quasi 6 punti di Pil ogni anno dopo il -8,9% fatto segnare nel 2020. Un disastro, insomma. Se invece la campagna vaccinale si velocizzasse nuovamente si potrebbe ottenere una crescita di 5 miliardi (0,3%) già nel 2021 per arrivare a 10 miliardi nel 2022”.

Accanto a queste evidenze, ci sono da rilevare anche altri costi indiretti delle fake news.

Come segnalato dalla ConFederazione degli Oncologi, Cardiologi e Ematologi (FOCE), in questo periodo si sono cancellati oltre 2 milioni di esami di screening, con evidenti future ripercussioni sullo stato di salute di questi pazienti: tutto questo comporterà un aumento dei costi diretti e indiretti per il SSN.

“Alla luce di queste evidenze – riprende Mennini – ne consegue che l’impatto di una notizia falsa, soprattutto in sanità, non lo si paga esclusivamente in termini di maggiore spesa ma anche in vite umane, e che servono strumenti robusti per contrastare le fake news e gli effetti distorsivi che generano”.

Come contrastare il fenomeno

Ci stanno provando in tutto il mondo. Ma pare che ogni azione, per quanto impegno ci si metta, non aiuti o aiuti poco a estirpare il virus della disinformazione.

Perché è una comunicazione che parla alla pancia delle persone, intercetta le paure e le amplifica. Sono notizie costruite per sembrare vere. Che contengono una parte di verità (ad esempio i dati) ma comunicata in modo distorto. Attecchiscono sui social perché sui social le informazioni si possono condividere a una velocità impressionante. Proprio come il virus che stiamo combattendo. Solo che, a differenza di questo, al momento per la disinformazione non esiste vaccino.

Il fenomeno delle fake news non è nato con la pandemia. C’è sempre stato. Come spiega un’indagine Eurobarometro svolta su circa 26.000 cittadini europei, già nel 2018 il 37% degli intervistati aveva detto di incappare in notizie false ogni giorno, mentre l’83% percepiva le fake news come un problema per la democrazia in generale. Secondo gli intervistati, spettava a giornalisti, autorità nazionali e direzione della stampa e delle emittenti il compito di arrestare la diffusione di notizie false.

Questo era quanto si auspicava tre anni fa.

Sui social si può avere accesso alle informazioni più in linea con i nostri valori e attingere solo a quelle, mentre sui media tradizionali incontriamo informazioni diverse

Oggi i dati e le aspettative sulla gestione del fenomeno sono diversi: secondo l’Ue, il 63% dei giovani europei incontra notizie false più di una volta alla settimana e il 51% degli europei ritiene di essere stato esposto alla disinformazione online.

E anche la risposta su come arginare il fenomeno è diversa. Sempre secondo la ricerca del CENSIS, per gli italiani occorre rivedere il sistema normativo e sanzionatorio (56,2% del totale) prevedendo pene più severe per chi diffonde deliberatamente false notizie. Il 52,2% degli italiani pone l’accento sull’obbligo da parte delle piattaforme di rimuovere le fake news; il 41,5% degli italiani è convinto che i social media debbano attivare dei sistemi di controllo (il cosiddetto fact checking) delle notizie pubblicate, con quote che superano il 50% tra i giovani al di sotto dei 34 anni.

Oggi sappiamo che un argine alle fake news non può che venire prima di tutto dalle stesse piattaforme online, che non possono continuare a prendere le distanze dai contenuti che permettono di pubblicare. E dal modo con cui permettono di costruire “echo chamber” della disinformazione.

Andrea Barchiesi, dirigente di Reputation Manager, azienda che ha collaborato con Fondazione MESIT nella redazione del report, prova a dare una spiegazione: “Sui social si può avere accesso alle informazioni più in linea con i nostri valori e attingere solo a quelle. Mentre sui media tradizionali incontriamo informazioni diverse, che non si possono selezionare con la stessa facilità. Facebook, ad esempio, si può personalizzare secondo le proprie esigenze e credenze e così le persone, immerse in quelle che possiamo definire echo chamber, leggono solo quello che è in linea con i loro pensieri e si confrontano solo con chi la pensa allo stesso modo. È questa impostazione che alimenta la polarizzazione e lo scontro a cui stiamo assistendo”.

Dietro tutto questo non c’è una forza oscura. È tutto fatto per mero business.

Le piattaforme online, come vedremo tra poco, stanno tentando di collaborare per arginare questi fenomeni, ma su questo devono intervenire anche i Governi.

La situazione in Italia

In Italia, per limitare le false informazioni, le istituzioni sono scese in campo con varie iniziative. Tra queste, il portale del Ministero della Salute e il vademecum dell’Istituto Superiore di Sanità.

Pochi giorni fa è nato l’IDMO, l’Italian Digital Media Observatory (Osservatorio italiano sui media digitali). Si tratta di un organismo che fa parte degli 8 hub nazionali nati all’interno dell’European digital media observatory ideato dalla Commissione Ue con l’obiettivo di costituire un punto di riferimento per l’analisi e il contrasto alla disinformazione. Con un finanziamento iniziale di 11 milioni di euro, gli hub dovrebbero combattere le fake news, studiarne l’impatto sulle società e proporre buone pratiche sull’uso degli strumenti digitali, attraverso formazione e fact-checking. IDMO sarà realizzato con il coordinamento dall’Università “Luiss Guido Carli” insieme a Rai, Tim, Gruppo Gedi La Repubblica, Università di Tor Vergata, T6 Ecosystems, Newsguard, Pagella Politica e con la collaborazione di Alliance of Democracies Foundation, Corriere della Sera, Fondazione Enel, Reporters Sans Frontières, The European House Ambrosetti.

L’Ue e il codice di buone pratiche per le piattaforme online

La Commissione Ue sul proprio sito ha creato una sezione specificamente dedicata alla disinformazione dove confuta regolarmente, in tutte le lingue dell’UE, i miti più diffusi sul coronavirus.

Ma l’Unione Europea sul fronte della lotta alle fake news è attiva da tempo.

Nel 2015 l’Ue ha lanciato la “Task force East StratCom” per fronteggiare la campagna di disinformazione portata avanti allora dalla Russia. Nel 2018 viene approvata la Comunicazione sulla lotta alla disinformazione online, che annuncia, tra l’altro, il codice di buone pratiche sulla disinformazione che viene approvato ad ottobre dello stesso anno.

L’Unione Europea è attiva da tempo sul fronte della lotta alle fake news

Si tratta di uno strumento di autoregolamentazione innovativo per garantire una maggiore trasparenza e responsabilità delle piattaforme online e migliorarne le politiche in materia di disinformazione. Ed è su questo che le istituzioni europee stanno ora concentrando gli sforzi, per rafforzarlo e responsabilizzare maggiormente i colossi della Rete. Nell’ottobre 2018, il codice è stato firmato da Facebook, Google, Twitter e Mozilla, nonché dalle associazioni di categoria che rappresentano le piattaforme online, l’industria pubblicitaria e gli inserzionisti. Microsoft ha aderito al Codice nel 2019. Ad oggi i firmatari sono invitati a riferire mensilmente in merito alle loro azioni per combattere la disinformazione connessa al coronavirus.

A giugno 2020, in piena pandemia, la Commissione Ue ha emanato una comunicazione congiunta – “Tackling COVID-19 disinformation – Getting the facts right” – che si concentra sulla risposta diretta alla disinformazione che circonda la pandemia di coronavirus, esamina le misure già adottate ed esplora azioni concrete che possano essere avviate rapidamente sfruttando le risorse esistenti.

Il 2021 è dedicato al rafforzamento del Codice di buone pratiche istituito nel 2018. È un’idea innovativa, ma ad oggi si basa su segnalazioni volontarie e i dati comunicati non sono verificabili.

L’Ue vuole rafforzarlo. Con un’apposita guida emanata lo scorso 26 maggio, la Commissione prevede di inserire altre misure, tra cui:

  • Partecipazione più ampia: al codice possono aderire anche le parti interessate nell’ecosistema della pubblicità online, ai servizi di messaggistica privata e attori che possono contribuire con risorse o competenze all’effettivo funzionamento del Codice.
  • Demonetizzazione della disinformazione: piattaforma e attori della pubblicità online devono scambiarsi informazioni sugli annunci di fake news rifiutati da uno dei firmatari, migliorando la trasparenza e la responsabilità in merito ai posizionamenti degli annunci e impedendo la partecipazione di attori che pubblicano sistematicamente contenuti smentiti, falsi, sbagliati.
  • Lotta alle manipolazioni: il Codice rafforzato dovrebbe fornire una copertura completa delle forme emergenti di comportamento manipolativo utilizzate per diffondere disinformazione (come bot, deep fake, account falsi, campagne di manipolazione organizzata, acquisizione di account).
  • Formazione dell’utenza: gli utenti devono poter navigare sui social in modo consapevole e avere gli strumenti per segnalare le fake news in modo incisivo e per sapere se il contenuto che stanno condividendo è stato segnalato come fake. I firmatari devono rendere trasparenti i propri sistemi di raccomandazione, ovvero il modo in cui gli utenti vedono i contenuti, e adottare misure per mitigare i rischi di un contenuto fake.
  • Monitoraggio costante: il Codice dovrebbe includere un monitoraggio basato su chiari KPI che misurino i risultati e l’impatto delle azioni intraprese dalle piattaforme, nonché l’impatto complessivo del Codice sulla disinformazione nell’UE.

Infodemic Manager, una nuova figura professionale prevista dall’OMS

Per cercare di controllare l’infodemia di COVID-19, anche l’OMS sta portando avanti numerose iniziative.

A inizio pandemia ha lanciato il progetto Stop the Spread, per sensibilizzare il pubblico sul volume di disinformazione intorno a COVID-19 e incoraggiare le persone a ricontrollare le informazioni prima di condividerle.

Reporting Misinformation, lanciato ad agosto, ha incoraggiato le persone non solo a verificare le informazioni, ma ha mostrato loro come segnalare la disinformazione sulle varie piattaforme di social media.

L’Infodemic Manager avrà il compito di guidare l’empowerment, l’istruzione e la formazione dei dipendenti delle istituzioni sanitarie

Ma vista la portata dell’infodemia, l’OMS sta lavorando anche per formare i futuri infodemic manager. Lo scorso 20 settembre l’organizzazione ha rilasciato un nuovo quadro di competenze, Costruire una forza lavoro di risposta per gestire l’infodemia che mira a rafforzare gli sforzi a livello nazionale per gestire l’infodemia delineando un insieme di conoscenze per guidare l’empowerment, l’istruzione e la formazione dei dipendenti delle istituzioni sanitarie. Il framework può essere utilizzato come strumento di riferimento nella pianificazione delle capacità di gestione dell’infodemia, della formazione o dei team e può essere adattato per essere applicato al contesto e alle esigenze locali. L’OMS utilizzerà questo nuovo quadro per sviluppare curricula e programmi di formazione attraverso l’Accademia dell’OMS, che fornirà certificati agli operatori sanitari di tutto il mondo.

 

Sebbene l’infodemia non possa essere fermata, può essere gestita attraverso campagne e collaborazioni tra piattaforme e istituzioni. Oltre a questo, mostrare alle persone come riconoscere e segnalare la disinformazione e come migliorare la propria alfabetizzazione digitale è fondamentale per invertire la rotta delle fake news, salvare vite ed evitare il collasso dei sistemi sanitari.

Il robot magazziniere al lavoro alla Farmacia ospedaliera del Mauriziano di Torino

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Un nuovo robot magazziniere è al lavoro alla Farmacia ospedaliera del Mauriziano di Torino, dove eroga con assoluta precisione ed efficienza le terapie farmacologiche e interventistiche con dispositivi medici. “Si tratta di una novità per gli ospedali della regione, con grandi potenzialità. Un’alternativa è l’esternalizzazione del servizio a professionisti della logistica. Con questo progetto, noi vogliamo anche raffrontare i vantaggi, i benefici e i costi tra una gestione interna e una esternalizzata – ha affermato il direttore generale dell’ospedale Maurizio Dall’Acqua durante la presentazione del nuovo strumento -. Il robot non sbaglia mai e quando stocca i farmaci lo fa anche per data di scadenza e questo è importante perché così si usa prima ciò che scade prima. Si supera inoltre la necessità di avere degli stoccaggi a livello dei reparti”.

In prospettiva l’operatività del robot potrà essere ulteriormente estesa: “Cercheremo di applicarlo anche alla distribuzione diretta, cioè quella fatta al paziente al momento delle dimissioni – spiega Dall’Acqua -. Inoltre, lavorando 24 ore al giorno, ha una potenzialità che supera le esigenze del Mauriziano, quindi è anche possibile pensare a una centralizzazione della preparazione del farmaco a favore di altri ospedali della città”.

Il robot come culmine del processo di digitalizzazione

“Il robot ci è stato consegnato a novembre del 2020 ed è operativo da circa sei mesi: non è semplice calare nella pratica questo tipo di tecnologie – spiega la direttrice della Farmacia ospedaliera Annalisa Gasco -. Il bello viene adesso, perché il progetto sarà monitorato per un anno dal Politecnico di Torino con 17 indicatori pensati per scandagliare a fondo le potenzialità e l’impatto del robot, che si inserisce nel quadro di un ospedale in cui l’informatizzazione in questo settore era già molto spinta”.

Nell’arco dell’ultimo decennio, al Mauriziano è stato informatizzato tutto il percorso del farmaco: “Da anni l’azienda ha puntato sulla logistica, riconoscendone la fondamentale importanza nel garantire il miglioramento della qualità dell’assistenza e il raggiungimento degli obiettivi di salute attesi – precisa Gasco -. Nel 2011 è stato digitalizzato il magazzino farmaceutico e subito dopo il prelievo dagli alveoli con lettori di codici a barre; poi sono state informatizzate la prescrizione al letto del paziente, che viene effettuata dal medico col tablet, e la richiesta da parte del reparto, per finire con il processo di somministrazione che avviene con la lettura del braccialetto e il match con il codice a barre del farmaco che si sta somministrando. In questo senso l’introduzione del robot è la chiusura del cerchio”.

Un progetto sperimentale

A oggi, il Mauriziano è la prima azienda ospedaliera piemontese a sperimentare l’automazione della supply chain (catena distributiva) del farmaco. L’ospedale torinese ha aderito a un progetto nazionale di Sanità 4.0, finanziato con fondi europei, per un valore di circa 400 mila euro, con l’obiettivo di sperimentare sistemi di automazione della movimentazione di medicinali e dispositivi medici all’interno delle aziende sanitarie. A seguire il progetto è un’équipe multidisciplinare che collabora col Politecnico allo studio che durerà un anno.

Già nei primi mesi di uso del robot il servizio ha riscontrato notevoli vantaggi. “Colpiscono la precisione e la velocità con cui il robot esegue le attività che di solito in questi magazzini sono manuali, consentendo performance di cui prima non saremmo stati assolutamente capaci – commenta Gasco -. Questo fa capire che si potrà lavorare nella direzione della riduzione delle scorte, dell’aumento del turnover e in definitiva della diminuzione degli euro immobilizzati nel magazzino, liberando risorse che l’ospedale potrà investire in altro”.

Colpiscono la precisione e la velocità con cui il robot esegue le attività che di solito in questi magazzini sono manuali

In concreto, uno dei primi obiettivi è di cominciare a riapprovvigionare tutti i reparti ogni giorno: “Si tratta di un impegno molto pesante, così finora i servizi sono stati riapprovvigionati solo due volte a settimana. Gli infermieri erano costretti a fare richieste un po’ dilatate, a volte anche corpose e impegnative, perché ogni giorno reparto dimette e non sa chi ricovera. Da ora in avanti gli infermieri dovrebbero solo programmare il fabbisogno per l’indomani: ci aspettiamo quindi richieste più mirate e con quantitativi ridotti, oltre a una diminuzione delle scorte negli armadi di reparto. Nel giro di un mese puntiamo a tarare le scorte sia dei magazzini che degli armadi sulla reale attività terapeutica dell’ospedale”.

Non si tratta di una prima esperienza in assoluto: “Ci sono già altre esperienze con robot di questo genere in regioni come Toscana ed Emilia-Romagna, oltre che in farmacie private – precisa Gasco -. In Piemonte, l’uso del robot è già applicato da un’Asl che ha però scelto di affidarsi a un’azienda di logistica per la gestione del magazzino, che si trova all’esterno del presidio ospedaliero. Per noi però è prioritario che il magazzino sia interno all’ospedale, perché ad esempio nel caso di un farmaco salvavita è prioritario che la somministrazione avvenga nel più breve tempo possibile. Dopo aver efficientato tutte le fasi propedeutiche, questa per noi è una grande conquista”.

I vantaggi del robot magazziniere

In base a quanto evidenziato dai risultati preliminari, la nuova tecnologia consente:

  • di ridurre gli spazi dedicati allo stoccaggio dei farmaci, rendendo più ampia e flessibile l’operatività interna della Farmacia ospedaliera e liberando “superficie” che potrà essere riconvertita ad esempio in strutture assistenziali;
  • di ridurre significativamente le attività cosiddette usuranti di movimentazione manuale dei carichi in entrata e uscita dal magazzino farmaceutico da parte del personale tecnico. Le ricadute, sia in termini di salute che di motivazione degli addetti ai lavori, sono significative. Gli operatori tecnici di magazzino si sentono maggiormente valorizzati e recuperano tempo prezioso da destinare a mansioni a “valore aggiunto”, ad esempio nei reparti, sgravando il personale infermieristico dalle attività di tenuta degli armadi farmaceutici e supportandolo nella compilazione delle richieste di ri-approvvigionamento, o all’interno dello stesso magazzino dedicandosi ad un controllo più accurato dei materiali in arrivo, aspetti che elevano la qualità complessiva del processo clinico;
  • di abbattere l’incidenza di errori compiuti nella catena di distribuzione dei medicinali ai reparti, che fisiologicamente caratterizzano le attività manuali e ripetitive  e che possono comportare potenziali danni anche gravi al paziente ricoverato;
  • di ridurre in modo notevole i tempi di espletamento delle diverse fasi del processo di logistica. La velocità nell’evasione delle richieste di ri-approvvigionamento provenienti dai reparti, definibile come “just in time” (in tempo reale), consente al personale infermieristico di formulare richieste quali-quantitativamente mirate,  riducendo gli sprechi e le scorte negli armadi farmaceutici periferici. Il tempo che intercorre tra la prescrizione della terapia da parte del medico e la sua somministrazione si accorcia, a beneficio del paziente ricoverato. La capacità del robot di formulare al farmacista proposte d’ordine in autonomia, sulla base di un inventario in tempo reale e di valori di scorte minime preimpostate, abbatte drasticamente le rotture di stock, ossia il rischio di rimanere sprovvisti di uno o più medicinali, e aumenta il turnover (l’indice di rotazione) delle scorte che si riducono progressivamente.
  • di garantire, in un contesto di Risk Management (governo del rischio clinico), la tracciabilità del farmaco dal momento in cui entra in ospedale fino all’armadio di reparto anche per quanto riguarda il lotto e la data di scadenza. È possibile in questo modo procedere al ritiro immediato dai reparti di eventuali lotti segnalati a scopo cautelativo dal Ministero della Salute, evitando che gli stessi nel frattempo possano continuare ad essere somministrati ai pazienti. Inoltre, in quei reparti, ormai la maggioranza, in cui la prescrizione dei medicinali avviene al letto del paziente attraverso una scheda unica di terapia informatizzata e caricata su tablet, e la somministrazione è verificata tramite lettura del braccialetto elettronico, si realizza la completa  tracciabilità del medicinale dal fornitore al letto del paziente, aspetto fondamentale per un’efficace governo dell’appropriatezza e del rischio associato alla conduzione delle terapie farmacologiche. Inoltre, con la logica del Fifo (First In First Out), il robot eroga i medicinali in base alla loro data di scadenza, azzerando la quantità di farmaci dichiarati fuori uso perché conservati oltre la data di validità ed evitando che gli stessi possano per errore entrare nel ciclo di distribuzione.

I numeri del robot al Mauriziano

Il robot si estende per 19 metri, occupa un volume di 88 metri cubi e consente di accogliere e gestire in un ambiente a temperatura controllata circa 30 mila confezioni.

Lavora 24 ore su 24, di giorno per il ri-approvvigionamento dei medicinali ai reparti attraverso sei punti di erogazione simultanei e con logiche First Expired First Out (Fefo) e First In First Out (Fifo) per il controllo dei lotti e delle scadenze, mentre di notte si ricarica delle confezioni che verranno distribuite.

È dotato di un braccio robotizzato umanoide a sei articolazioni rotanti, con prestazioni di carico pari a circa 200 confezioni all’ora, e di sei telecamere ad alta risoluzione per la tracciabilità del farmaco attraverso la lettura dei codici a barre apposti esternamente alle confezioni. All’interno, un gruppo di presa robotizzato multipicking consente l’erogazione di circa mille confezioni all’ora e il prelievo fino a otto confezioni contemporaneamente con un singolo movimento.

Un singolo operatore di magazzino è in grado di garantirne il funzionamento.

Obbligo vaccinale, modalità e profili costituzionali di un’ipotesi sempre più concreta

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Dopo un’estate in cui la pandemia da coronavirus sembrava momentaneamente tornata sotto controllo, un nuovo incremento dei contagi e l’avvicinarsi del momento in cui la maggior parte delle attività torneranno a svolgersi al chiuso ha fatto tornare attuale la questione dell’obbligo vaccinale.

Una recente dichiarazione del presidente del Consiglio Mario Draghi, che si è detto favorevole a questa ipotesi, definendola “concreta”, ha riacceso il dibattito nel mondo della politica, richiamando anche le attenzioni dell’opzione pubblica e di molti esperti che si sono pronunciati a riguardo. Uno dei filoni più interessanti della discussione riguarda la possibilità, sancita dalla Costituzione, di istituire l’obbligatorietà alla vaccinazione per proteggersi dall’infezione da coronavirus così come le modalità per la sua concreta applicazione.

I due principi del diritto alla salute

Il dibattito sulla possibilità che venga introdotta in Italia l’obbligatorietà a sottoporsi alla vaccinazione per il coronavirus non può che partire dalle sue basi costituzionali.

La Costituzione sancisce che il diritto alla salute si fonda su due principi: il diritto di essere curati e quello di rifiutare un trattamento sanitario. Questo secondo diritto “negativo” è soggetto però a delle limitazioni quando è in gioco non solo la tutela della salute del singolo individuo, ma il diritto della salute di tutte le persone che gli stanno intorno. Detto in parole semplici, in una società la libertà di ciascuno finisce dove inizia quella del prossimo poiché all’interno di una collettività nessuno può essere titolare di una libertà assoluta e illimitata che può essere esercitata a discapito di quella degli altri.

“Non vaccinarsi non è una libertà, è una licenza a un dovere civico e sociale – ha affermato il professor Fabrizio Pregliasco, virologo e consulente scientifico del Pio Albergo Trivulzio di Milano –. Dal punto di vista terapeutico è interessante notare come le persone che si dichiarano spaventate o scettiche rispetto alla vaccinazione siano le stesse che poi sono disposte a fidarsi dei normali farmaci da banco non esenti da effetti collaterali”.

Non vaccinarsi non è una libertà, è una licenza a un dovere civico e sociale

“Sulla vaccinazione da parte di alcuni c’è maggior scetticismo perché si parte da una condizione di salute e non di malattia – ha proseguito il virologo, menzionando anche l’infodemia fra le cause dell’opposizione alla profilassi antivirale -. La Covid inoltre è particolarmente subdola perché il rischio è soggettivo: c’è chi si ammala e muore e chi contrae il virus in maniera asintomatica. Proprio per questo il valore del vaccino, oltre che personale, è civico in quanto non riguarda solo il soggetto come potenziale ammalato ma anche come possibile contagiatore”.

L’approvazione definitiva dei vaccini di EMA e AIFA

Mentre la FDA americana ha già approvato definitivamente i vaccini somministrati per il coronavirus, in Italia e in Europa si attende ancora che l’EMA, l’Agenzia Europea del Farmaco, e l’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, approvino i vaccini con l’autorizzazione ufficiale, chiamata Standard Marketing Authorisation, superando quindi l’attuale stato di autorizzazione condizionale arrivata in periodo di emergenza.

Dal punto di vista giuridico potrebbe infatti essere necessario, o comunque auspicabile, che prima di emanare un eventuale obbligo vaccinale il Governo attenda il formale riconoscimento dalle autorità sanitarie.

I vaccini hanno già ampiamente dimostrato la propria sicurezza “sul campo”

Al momento però su questo punto, così come sull’obbligo vaccinale, non c’è ancora un parere formale del CTS, il comitato tecnico scientifico che ha guidato tutte le decisioni prese per contrastare la pandemia.

Secondo la maggior parte degli esperti, i vaccini hanno già ampiamente dimostrato la propria sicurezza “sul campo”. In passato infatti nessun vaccino nella storia della medicina è stato inoculato ad oltre 5 miliardi e mezzo di persone che sono state immunizzate dagli effetti più gravi della Covid, a fronte effetti collaterali che hanno riguardato solo casi rari e circoscritti, definiti dall’intera comunità scientifica mondiale come numericamente irrilevanti.

L’obbligo vaccinale e le sue applicazioni concrete

Se una volta ottenute le approvazioni finali degli enti regolatori, l’obbligatorietà vaccinale dovesse diventare realtà come ipotizzato da Draghi, il Governo dovrà capire come renderlo effettivo fra la popolazione.

La possibilità di un obbligo “assoluto”, in cui il vaccino viene applicato alla stregua di un trattamento sanitario obbligatorio sembra infatti difficilmente praticabile, oltre che particolarmente coercitiva e dispendiosa. La strada più praticabile sembra invece essere quella di una sorta di “Green Pass” dalle funzioni aumentate, in cui nessuno è obbligato a vaccinarsi, ma il numero e l’importanza delle attività per cui è richiesto il vaccino diventeranno tali per cui sarà impossibile lavorare o partecipare alla vita sociale se non si è vaccinati. Secondo molti esperti, infatti, questa via sembra l’unica a garantire una duratura via d’uscita dalla pandemia.

In Italia il cosiddetto obbligo relativo è già realtà. L’obbligo introdotto nel 2017 dal decreto vaccini per i minori fino a 16 anni lascia infatti la possibilità alle famiglie di decidere di non vaccinare i figli, pur con una serie di limitazioni. I bambini sotto i sei anni le cui famiglie non hanno aderito alle 10 vaccinazioni obbligatorie (anti-poliomielitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-haemophilus influenzae tipo b, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella) non possono frequentare gli asili nido e le scuole materne. Dopo i 6 anni e fino ai 16 la vaccinazione “non costituisce requisito di accesso alla scuola, al centro di formazione o agli esami” ma prevede sanzioni da 100 a 500 euro, decise dall’azienda sanitaria nei confronti delle famiglie non in regola.

Che cosa dice la Costituzione in merito?

La Costituzione prevede la possibilità di introdurre l’obbligo vaccinale sia nelle modalità più coercitive, di fatto però impossibili o molto difficili da applicare su larga scala, sia nelle modalità indirette che già interessano il Green Pass. Lo sancisce l’articolo 32 secondo il quale “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Qualsiasi dubbio interpretativo è stato fugato da una sentenza della Corte Costituzionale che si è espressa sulla compatibilità tra l’obbligo vaccinale e l’articolo 32 della Costituzione. Nella sentenza 307 del 1990 si mette in chiaro che l’obbligo è compatibile se serve a preservare anche la salute altrui.

Il Comitato nazionale per la Bioetica, l’istituzione che il governo interpella per avere valutazioni su queste materie, ha anche specificato in un parere del novembre 2020 che è sempre auspicabile che nessuno subisca un trattamento sanitario contro la sua volontà. Tendenzialmente la preferenza per l’adesione spontanea rispetto ad un’imposizione autoritativa c’è ma solo “ove il diffondersi di un senso di responsabilità individuale e le condizioni complessive della diffusione della pandemia lo consentano”.

L’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari

Mentre l’obbligo vaccinale cosiddetto obliquo, cioè quello che deriva indirettamente da forti impedimenti della propria vita sociale, è un’ipotesi concreta per tutti i cittadini, per chi lavora nell’ambito della salute è previsto l’obbligo di vaccino. Un provvedimento imprescindibile che, secondo gli esperti, potrebbe essere esteso senza paura dal punto di vista degli effetti collaterali.

“Questi vaccini hanno dimostrato efficacia e un profilo di sicurezza altissimo – ha commentato Pregliasco -: un dato che conferma l’opportunità di estendere l’obbligo vaccinale se dovesse essercene la necessità. Oltre ad uscire dalla pandemia e a far ripartire l’economia, l’estensione massiccia della platea dei vaccinati porterebbe immediatamente a ridurre i costi sanitari se consideriamo che un malato in terapia intensiva, oltre ad occupare un letto e ad impegnare il personale sanitario, costa allo Stato dai 1.500 ai 4.000 euro al giorno”.

Green Pass, fra favorevoli e contrari

Il Decreto-Legge 21 settembre 2021 n. 127 introduce in Italia, dal 15 ottobre al 31 dicembre 2021, l’obbligo del certificato verde per i dipendenti pubblici e privati, i professionisti e i lavoratori autonomi e anche categorie come colf e badanti. La pena per chi non si uniformerà? L’impossibilità di continuare a praticare la propria professione, con assenza ingiustificata dal primo giorno ma con diritto a conservare il posto di lavoro, il blocco dello stipendio e la possibilità di ricevere una multa che va dai 600 ai 1.500 euro sia per i lavoratori sia per i datori di lavoro che non eseguiranno i controlli (in caso di reiterazioni delle violazioni, le sanzioni per il datore di lavoro aumentano e si può arrivare alla sospensione dell’attività).

Il certificato verde non però un obbligo vaccinale perché è possibile ottenerlo dimostrando di essere risultati negativi ad un tampone molecolare nelle 72 ore precedenti o ad un tampone antigenico 48 ore prima. Per questo si è attirato diverse critiche e c’è chi lo ha definito la misura ipocrita di un Governo che non ha ancora avuto il coraggio di istituire l’obbligo vaccinale.

A proposito di questa possibilità il commissario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo si è detto fiducioso nell’intelligenza degli italiani: “Nessuno vuole obbligare, ma è giusto che ciascuno si informi chiedendo a persone qualificate, come medici e infermieri. Abbiamo avuto oltre 130 mila morti per Covid e tanti ne portano ancora i segni”.

È chiaro che il Governo userà lo strumento dell’obbligo vaccinale indiretto solo se ne ce ne sarà necessariamente bisogno e ne farà invece a meno se la campagna vaccinale, oggi quasi ferma al ritmo di 60 mila vaccinazioni al giorno, ripartirà convintamente con l’entrata in vigore del super Green Pass a metà ottobre.

Trasparenza dei prezzi e accordi di confidenzialità nei Paesi Ue

“Bisogna prestare attenzione a bilanciare l’interesse derivante dalla concorrenza con le prerogative dei servizi sanitari pubblici. In un non-mercato si potrebbero verificare situazioni problematiche sia in termini di accesso alle terapie che di sostenibilità per un servizio sanitario pubblico che auspico rimanga pubblico a maggior tutela della salute nel contesto europeo e italiano”.

 

Pierluigi Russo, Direttore Ufficio Valutazioni Economiche e Ufficio Registri di Monitoraggio di Aifa, commenta così i principali risultati emersi dal lavoro “Medicine price transparency and confidential managed-entry agreements in Europe: findings from the EURIPID survey” che lo vede come primo autore. Esploriamo insieme a lui le evidenze di questa analisi, per capire quanto è diffuso in Europa il ricorso agli accordi di confidenzialità sui prezzi dei medicinali.

Hacker al servizio della sanità: così migliora la sicurezza informatica

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Non chiamateli hacker: oggi quello digitale è crimine organizzato. Alla luce dell’attacco alla Regione Lazio, facciamo il punto sul tema della sicurezza informatica con il docente di Cybersecurity all’Università di Trento Bruno Crispo.

A che punto è la cybersicurezza nella Pubblica Amministrazione (Pa)?

“Il ministro dell’Innovazione tecnologica e Transizione digitale Vittorio Colao la scorsa primavera ha affermato che il 95% dei server sono vulnerabili, ma non credo si riferisse a un numero effettivo. Credo si sia trattato piuttosto di un dato per eccesso fornito con l’obiettivo di far capire che il problema è serio, va affrontato ed è una priorità per la Pa. Negli ultimi anni sono stati fatti dei passi avanti con iniziative come Cert-Pa e il recente cyberattacco alla Regione Lazio ha dato un’accelerazione all’istituzione di un organo nazionale per la difesa dei sistemi digitali, che si chiamerà Agenzia per la cybersicurezza nazionale“.

Si è fatta chiarezza su cosa è successo nel Lazio?

“Un attacco direi standard, non particolarmente nuovo: uno dei tantissimi che accadono ogni giorno alla Pa e alle aziende tramite un ransomware, cioè un software che di solito rende indisponibili i dati, cifrandoli, per poi chiedere un riscatto. Gestendo dati sensibili, la sanità è uno dei primi obiettivi”.

Un attacco del genere si poteva evitare?

“Minacce di questo tipo si conoscono ed esistono le difese: bisogna essere consci del problema e prendere le misure del caso, attrezzandosi per minimizzarne gli effetti. Posto che le uniche a conoscere nel dettaglio cosa sia avvenuto nel Lazio sono le persone che se ne sono occupate, ad esempio, dalle ricostruzioni che ho letto in realtà non è vero che il sistema non ha funzionato perché i dati non sono stati cifrati: il livello di protezione non consentiva la riscrittura del dato. Quindi i dati sono stati cancellati ma poi ripristinati”.

Cosa non ha funzionato?

“Sicuramente non la comunicazione. È stata fatta molta confusione nelle comunicazioni, con affermazioni a volte anche conflittuali da parte del mondo politico. La Direttiva sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi, la cosiddetta Nis, descrive le linee guida su come affrontare questi attacchi. C’è anche la parte di comunicazione, che in questo caso di certo non è stata ottimale”.

Quali sono i rischi principali per la cybersecurity della Pa?

“In generale entra in gioco il discorso della sensibilità dei dati che sono un target appetibile. Ci sono in particolare alcuni servizi, definiti safety-critical, di cui deve essere garantito non solo che non vadano persi, ma anche che sia costantemente garantita l’operatività, perché se questa viene meno c’è il rischio di perdere vite umane. Si tratta di informazioni la cui anche solo temporanea inaccessibilità può avere effetti disastrosi: pensiamo ad esempio a una cartella clinica con i dati sulle allergie di un paziente”.

Questo tipo di minacce si può sempre prevenire?

“No. Per quanto si spenda e ci si metta attenzione, non si può pensare di poterli evitare tutte. Pertanto, nel costruire la sicurezza della Pa e delle aziende bisogna tenere conto non solo della prevenzione ma anche del recupero nel caso in cui si verifichi un attacco. Si può fare un paragone: per quante porte e finestre chiuda alla mia casa, meglio tenere in conto l’ipotesi che un ladro possa comunque riuscire a entrare. Un contesto in cui particolare rilievo riveste il fattore umano, che non può essere eliminato: bisogna formare il personale, senza né illudersi di poter eliminare il problema al 100% e nemmeno pensare che il vero problema delle infrastrutture nel nostro Paese siano i dipendenti che non sanno scegliere una password sicura”.

Su quali punti agire allora?

“Gli esperti di cybersicurezza sono troppi. Viene il dubbio che se ci sono così tanti che ne parlano, alcuni non ne abbiano la competenza. Se sto ristrutturando una casa e devo fare un pilastro di cemento armato, il geometra di solito mi dice che non può, è necessario  chiedere una perizia a un ingegnere strutturista, l’unico ad avere la certificazione utile. Per progettare la cybersecurity, anche dei sistemi safety critical che mettono a repentaglio la salute delle persone, non c’è nessuna certificazione. Di norma non si affidano ad aziende non qualificate realtà come le Regioni o le grandi aziende ma va segnalato che nell’informatica c’è questa peculiarità un po’ strana per cui tutti possono dire la loro: c’è una folla di aziende e consulenti esperti in sicurezza tutti da verificare”.

Appena si verifica un attacco spesso si scatena la frase ricorrente “sono stati gli hacker”: è vero? Che cosa significa?

“Il termine risale a tanti anni fa, quando generalmente un individuo o un gruppo molto limitato di persone usavano le loro competenze in modi in cui non avrebbero dovuto. Alcuni magari a scopo dimostrativo o rubando poca cosa. Col tempo si è iniziato a distinguere fra black hacker, che che tentano manomettere i sistemi per attività criminali, e white hacker, che lo fanno affinché si possano trovare le difese. Il concetto di hacker è quindi diventato più neutrale. La nostra università partecipa alla Cyberchallenge che ha l’obiettivo di formare gli hacker del futuro, intesi come hacker buoni.

Credo comunque che questa parola non andrebbe più usata perché la figura è cambiata dagli anni ’90. Piuttosto che di hacker, adesso si dovrebbe parlare di attività criminali e di crimine organizzato, perché di questo si tratta, con risorse anche cospicue. Oggi molte attività economiche si svolgono sul digitale e anche il crimine si è rivolto a questo mondo”.

Cosa sono gli hacker etici?

“Ad esempio molte aziende che fanno consulenze in materia di sicurezza hanno al loro interno un gruppo chiamato red team che ha il compito di verificare se il sistema sia penetrabile, servendosi di metodi simili a quelli degli hacker. Si tratta di un team interno che serve per validare le soluzioni prima che l’azienda le dia al cliente”.

Quali soluzioni si possono immaginare per il crimine informatico?

“L’esperto di sicurezza costruisce e progetta il sistema per renderlo il più possibile robusto e difficile da attaccare. Riguardo a come viene scritto un programma, negli ultimi 15 anni sono stati fatti passi da gigante: si scrivono programmi in modo molto più sicuro. Allo stesso tempo, però, i sistemi sono sempre più complessi, fatti da moduli estremamente diversi, con molti utilizzatori e sparsi dal punto di vista geografico, ed è quindi più difficile proteggerli.

Quando sette o otto anni fa ho tenuto una relazione sulla cybersicurezza alla Camera, la situazione era molto peggio. Oggi molte università hanno corsi di cybersecurity e si formano molte persone per lavorare in quest’ambito. Con la Nis c’è un livello minimo garantito di sicurezza e il fatto che nasca l’Agenzia nazionale significa che questo è riconosciuto come un asset strategico. Bisogna continuare su questa strada e soprattutto mettere persone competenti nei relativi ruoli di responsabilità”.

 

Potenzialità e limiti della Real World Evidence: la parola agli esperti

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La Real World Evidence (RWE) è l’evidenza generata dall’elaborazione dei dati sugli effetti dei farmaci dopo l’immissione in commercio. Descritta così, pare una semplice analisi a posteriori di farmacovigilanza, ma la realtà è ben diversa.

Se è vero da un lato che il gold standard per stabilire l’efficacia di un trattamento è rappresentato dal trial clinico randomizzato, d’altro canto i suoi risultati non sono estendibili a livello universale. Infatti, solo i dati della Real World Evidence, cioè della pratica clinica, le evidenze prodotte nel mondo reale, in corsia, giorno dopo giorno, potranno confermare o meno la validità di quei risultati.

La RWE può rappresentare l’evoluzione della medicina personalizzata, ottimizzare la spesa farmaceutica ed essere un innovativo strumento di governance sanitaria

 Se usata in modo standard, coerente e rigoroso, la RWE può rappresentare l’evoluzione della medicina personalizzata, può ottimizzare la spesa farmaceutica e può essere un innovativo strumento di governance sanitaria. Può aiutare a migliorare e implementare le conoscenze sulle prestazioni mediche, per generare nuove evidenze e rispondere a esigenze cliniche irrisolte.

Un risultato che si può raggiungere solo se si usano in modo sapiente le tecnologie e si creano ecosistemi tra aziende sanitarie (pubbliche e private), aziende farmaceutiche ed enti governativi.

Ne abbiamo parlato in una Live dedicata insieme a Gianluca Trifirò, Professore Ordinario di Farmacologia, Dipartimento di Diagnostica e Sanità Pubblica, Università degli Studi di Verona, ed Eliana Ferroni del Servizio Epidemiologico Regionale (SER) dell’Azienda Zero, Regione Veneto.

 

Durante la diretta abbiamo pubblicato i risultati dei sondaggi condotti sulla nostra pagina Linkedin per capire cosa ne pensano i nostri follower del tema proposto. Ve li riproponiamo.

Real World Evidence potenzialità

Real World Evidence limiti

Che cosa si intende esattamente per Real World Evidence (RWE)

I Real world data (RWD) sono i dati relativi allo stato di salute dei pazienti oppure ai servizi erogati e sono di solito raccolti nelle cartelle cliniche elettroniche e in vari database delle strutture sanitarie. Possono riguardare le ospedalizzazioni, le prescrizioni dei farmaci e le prestazioni sanitarie. La Real World Evidence è, come suggerisce il termine, un’evidenza clinica sull’uso, sui benefici e sui rischi di un determinato farmaco, ed è basata sui Real World Data.

Qualunque sia lo studio che si va a condurre, trial clinico o osservazionale, l’obiettivo è quello di generare evidenze sul rapporto rischi/benefici dei farmaci, sulla loro efficacia e appropriatezza prescrittiva.

“Gli studi sono un continuum – ha affermato il professor Trifirò – un percorso unico che va dall’inizio dell’analisi del dossier del farmaco da parte delle agenzie regolatorie, fino alla fase di post marketing. Quello che cambia sono gli strumenti utilizzati: nel trial clinico ci sono degli standard per valutare l’efficacia delle terapie; mentre per monitorare la sicurezza a lungo termine non si può prescindere da studi di real world, che sono diversi sia nelle modalità sia nelle fonti da utilizzare. Di fatto la RWE va a integrare le evidenze che sono già state accumulate nel setting premarketing dallo studio clinico”.

La RWE integra le evidenze già accumulate nel setting premarketing dallo studio clinico

Tra le fonti utilizzabili per la Real World Evidence ci sono i registri dell’Aifa, le banche dati amministrative, le banche dati di medicina generale, la segnalazione spontanea di reazioni avverse.

Inoltre, le App degli smartphone e altri digital device potrebbero aiutare a raccogliere informazioni anche sul Patient reported outcome (un’indicazione di esito clinico riportata direttamente dal paziente senza l’interpretazione da parte del medico o di qualsiasi altra figura professionale).

“Per l’approvazione all’immissione in commercio – continua il docente – è fondamentale condurre gli studi sperimentali, è altrettanto fondamentale, però, continuare a integrare le evidenze con gli studi di real world, grazie all’enorme mole di dati a disposizione e all’expertise dei numerosi gruppi di lavoro, anche istituzionali, presenti in Italia”.

Real World Evidence ed epidemiologia

L’epidemiologia studia l’incidenza di malattie e disturbi nella popolazione generale, la Real World Evidence ci restituisce invece le informazioni sugli effetti dei farmaci, dedotte dalla pratica clinica. Sono entrambe molto importanti e insieme possono fornire un quadro più esaustivo sulla penetrazione e il trattamento di una patologia.

“Lavorando nel servizio epidemiologico regionale – ha spiegato la dottoressa Ferroni – si ha accesso a database amministrativi regionali, con dati sanitari correnti molto preziosi, da cui è possibile ricavare delle evidenze importanti anche per la pratica clinica. Infatti, molti dei quesiti di ricerca sono posti dai clinici che chiedono conferma di alcune evidenze che riscontrano nella propria attività e che necessitano di essere comprovate su vasta scala, anche per meglio indirizzare la loro pratica clinica”.

I flussi di dati amministrativi-sanitari, quali quello ospedaliero, dei farmaci, delle esenzioni, consentono di fare un monitoraggio dello stato di salute della popolazione, controllare l’aderenza e la persistenza alla terapia e fare una valutazione sul campo dell’efficacia e della sicurezza delle terapie farmacologiche, avvalorando quei risultati già visti nei trial clinici.

L’impatto dei Real World Data è fondamentale quindi nella programmazione sanitaria e per dare risposte dove servono. In Italia ci sono tanti gruppi di lavoro che stanno andando in questa direzione: alcuni si sono formati spontaneamente per un interesse alla ricerca, altri sono nati sulla base di progetti finanziati a livello nazionale.

“Parlando di Covid – riprende la Ferroni – uno dei network più importanti per far fronte all’emergenza sanitaria è la rete ITA-COVID19, nata dalla collaborazione tra Istituto Superiore di sanità e alcune Regioni, che ha permesso di dare risposta a questioni fondamentali, in tempi rapidi”.

L’impatto dei Real World Data è fondamentale nella programmazione sanitaria e per dare risposte dove servono

La Real World Evidence potrebbe inoltre aiutare a integrare le informazioni sulla popolazione normalmente esclusa dai trial clinici (anziani, bambini, donne in gravidanza), soggetti su cui non si hanno dati robusti sull’efficacia dei medicinali, se non dopo la loro immissione in commercio.

In una popolazione anziana come la nostra – riprende l’epidemiologa – c’è una grandissima variabilità nella casistica dovuta a comorbidità e anche al fatto che gli anziani spesso assumono farmaci diversi; soltanto analizzando la realtà si può capire l’efficacia e l’interazione dei diversi medicinali. Anche le donne, in generale, sono poco rappresentate nei trial clinici, è quindi possibile che nell’uso reale si presentino maggiori effetti collaterali rispetto a quelli evidenziati in fase sperimentale. Ad esempio, uno studio sui farmaci anticoagulanti orali ha rilevato come nelle donne si verifichino maggiormente casi di palpitazione atriale”.

Anche nel caso dei vaccini si sono verificate più reazioni avverse nelle donne; questo suggerisce che bisognerebbe considerare già nello studio clinico una quota femminile più importante per identificare fin da subito le possibili problematiche.

La Real World Evidence può rafforzare la farmacovigilanza

In questi tempi di pandemia abbiamo visto quanto sia importante poter contare su terapie efficaci ma in tempi brevi. Di solito ci vogliono anni per consolidare l’efficacia di un farmaco in post marketing, ma con l’emergenza sanitaria i tempi si sono dovuti per forza accorciare.

Ci sono degli strumenti consolidati da parte delle agenzie regolatorie – ha sottolineato Trifirò – che permettono di trovare il giusto compromesso tra l’urgenza di immettere sul mercato delle terapie di grande importanza (come ad esempio quelle salvavita, laddove non ci sono alternative terapeutiche) e la completezza e la robustezza dei dati sul profilo rischi/benefici. Uno di questi strumenti è il conditional approval dell’EMA, l’agenzia europea per i farmaci, che permette di accelerare l’immissione di farmaci o vaccini, come è accaduto con la COVID-19, concordando un set di dati aggiuntivi da real world evidence che andranno a integrare le evidenze già accumulate con gli studi premarketing”.

Quando c’è necessità di accelerare i tempi viene massimizzata l’importanza della RWE che diventa parte integrante del processo autorizzativo. Ci sono dei criteri ben definiti per questo tipo di procedura, che si attua in caso di urgenza o di mancanza di alternative terapeutiche.

Quando bisogna accelerare i tempi, viene massimizzata l’importanza della RWE che diventa parte integrante del processo autorizzativo

Il conditional approval è quindi un’approvazione condizionata all’integrazione successiva di dati che possano irrobustire le evidenze che hanno portato all’approvazione. Ma questo non significa che la sperimentazione sia ancora in corso. La sperimentazione finisce quando l’azienda che l’ha portata avanti raccoglie tutti i dati e presenta all’ente regolatorio la richiesta di ottenere questa approvazione. Una volta ottenuta, il farmaco si immette in commercio con la condizione di inviare dati di real world evidence all’ente regolatorio per confermarne la validità. Siamo quindi in una fase post marketing. Per fare un esempio: i vaccini anti-Covid che stiamo usando per l’attuale campagna vaccinale sono stati tutti approvati con il conditional approval dell’EMA.

La RWE potrebbe aiutare a ottimizzare i costi del SSN

L’uso della RWE è funzionale per diversi obiettivi, tra cui quello del risparmio economico. Avere accesso ai database per capire quali servizi siano stati erogati, o a quanti pazienti siano stati prescritti certi farmaci, consente di fare valutazioni sull’impatto delle terapie e sui costi associati alle stesse.

“Il punto però – riprende Trifirò – è che non bisogna compartimentare le voci di costo, come accade nella reportistica ASL, dove si guardano in modo superficiale i dati. Servono indicatori specifici per ciascun caso per estrarre dei dati efficaci e poter generare risparmio. Il che significa che magari cresce il costo della spesa farmacologica, a fronte però di una riduzione complessiva del costo di gestione del paziente, perché, ad esempio, diminuisce la necessità di ospedalizzazione”.

Per generare risparmio servono indicatori specifici e bisogna non compartimentare le voci di costo

Da un punto di vista operativo è un processo complesso, perché ciascun direttore sanitario è chiamato a rispondere della propria spesa e si finisce a misurare la spesa farmaceutica senza tenere conto dell’impatto che genera su altri fronti. Servirebbe un lavoro condiviso da parte di ASL, Regioni, specialisti e medici di famiglia, affinché lavorino insieme per un progetto di autovalutazione e per l’efficientamento del SSN.

“L’ultimo scoglio da superare in Italia per un massiccio utilizzo della RWE è la formazione del personale – ribadisce – perché l’accesso ai dati da parte di gruppi non qualificati può generare evidenze sbagliate”.

La parte più delicata di tutto il processo: la raccolta e la qualità del dato

Di dati ne abbiamo in quantità industriale. Il punto è capire che informazioni rappresentino.

Occorre lavorare sulla qualità, perché in alcune situazioni il dato è solido, mentre in altre è frammentato e incompleto. A volte i dati sono riportati in modo diverso da ospedale a ospedale, rendendo impossibile un confronto. “Bisogna responsabilizzare chi li inserisce – rimarca la dottoressa Ferroni – ad esempio con programmi di audit”.

Tutti i farmaci, indipendentemente dal canale prescrittivo e distributivo, dovrebbero poter essere tracciati. Ma nella realtà non è così: quelli senza prescrizione o quelli erogati nelle case di riposo rimangono fuori dai flussi di tracciamento, impedendo quindi lo studio dell’efficacia su quella fascia di popolazione.

“Gli strumenti di inserimento dei dati possono sempre essere migliorati – riprende la dottoressa Ferroni – soprattutto nell’ottica di ridurre i dati mancanti. Serve molta formazione per gli addetti ai lavori, in modo che passi il concetto dell’importanza dei dati che si inseriscono, e si migliorino di conseguenza i flussi. Non serve una supervisione dall’alto”.

I farmaci senza prescrizione e quelli erogati nelle case di riposo non vengono tracciati nei flussi di tracciamento

Il controllo del dato è sempre fondamentale per far sì che le informazioni chiave siano corrette e complete.

E che dire dei dati che provengono dalle app e dai dispositivi indossabili che monitorano i nostri parametri: sono affidabili?

“Credo siano strumenti di grande interesse – ammette Trifirò – danno informazioni sulla qualità della vita dei pazienti e in alcune condizioni particolari, come le malattie rare, possono essere molto utili. Bisogna però definire un contesto istituzionale e regolatorio in cui queste informazioni possano essere valorizzate, perché si genera altrimenti una giungla di fonti di dati, dall’attendibilità non chiara”.

 

Viene da chiedersi se i fondi del PNRR che stanno per arrivare potranno essere usati anche per migliorare la tracciabilità e la lettura dei dati e, soprattutto, per avere un sistema completamente digitalizzato, interoperabile e interrogabile in modo semplice e intuitivo. In modo che la RWE sia davvero utile ed efficace, sia sul fronte clinico, sia su quello della sostenibilità del SSN.

Uso dei farmaci: Aifa presenta il nuovo Atlante delle disuguaglianze

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Il ricorso ai medicinali è più alto per chi vive in condizioni disagiate e in particolare nel Sud d’Italia: è quanto emerge dal primo Atlante delle disuguaglianze sociali nell’uso dei farmaci per la cura delle principali malattie croniche presentato stamattina dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), nuova pubblicazione nel panorama dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (OsMed).

La relazione fra fattori socioeconomici e il consumo di farmaci

“L’obiettivo della pubblicazione è stato valutare come nell’ambito di un sistema universalistico, qual è il Servizio Sanitario Nazionale, l’accesso al farmaco per le principali malattie croniche sia correlato ad alcuni fattori socio-economici tra cui l’istruzione, l’occupazione, la composizione del nucleo familiare, la densità e la condizione”, ha affermato il Direttore Generale Nicola Magrini.

Dall’analisi emerge che il consumo dei farmaci è più elevato tra i soggetti residenti nelle aree più svantaggiate, probabilmente a causa del peggior stato di salute, che potrebbe essere associato a uno stile di vita non corretto. Si tratta di un fenomeno evidente per quasi tutte le categorie analizzate e in modo particolare per i farmaci antipertensivi, ipolipemizzanti e, nelle donne, per gli antiosteoporotici.

Chi vive nelle aree più disagiate consuma più farmaci

Secondo Magrini, “la posizione socioeconomica non preclude l’accesso alle cure ma è, al contrario, fortemente correlata con l’uso dei farmaci: il consumo dei farmaci è più elevato tra i soggetti residenti nelle aree più svantaggiate, probabilmente a causa del peggior stato di salute di questi soggetti (che potrebbe essere associato a uno stile di vita non corretto). Correlazioni di questo tipo invece non emergono analizzando l’aderenza e la persistenza al trattamento, facendo supporre che una volta che il paziente abbia avuto accesso alla cura farmaceutica la presa in carico non si modifichi al variare del livello di deprivazione”.

Del resto, come recita il titolo dell’intervento di Sir Michael Marmot, professore di epidemiologia all’University College di Londra, direttore dell’UCL Institute of Health Equity e past president della World Medical Association, “Social inequalities drive health inequalities”, le disuguaglianze sociali portano a disuuguaglianze in termini di salute.

 

 

 

Michael Marmot
Nell’intervento di Michael Marmot, i sei obiettivi per una società giusta e vite in salute

Obiettivi, popolazione e patologie oggetto dello studio

Come ha sottolineato Serena Perna, statistica dell’Aifa, “L’impiego dei farmaci è un forte determinante dello stato di salute della popolazione. Tuttavia, a oggi, non sono stati condotti studi a livello nazionale che ne evidenzino la correlazione con la posizione socioeconomica dei pazienti”. Ecco quindi la finalità dell’Atlante: confrontare e descrivere l’uso dei farmaci usati a livello territoriale per le principali patologie croniche in Italia tra gruppi di popolazione con differenti livelli di deprivazione socioeconomica.

 

Serena Perna
Obiettivo e informazioni dell’Atlante nell’intervento di Serena Perna

Risultati dello studio

Negli adulti, i farmaci con i tassi di consumo più elevati sono gli antipertensivi e gli ipolipemizzanti, seguiti da quelli per l’ipertrofia prostatica benigna negli uomini e dagli antidepressivi nelle donne. In media in tutto il Paese si registrano livelli di consumo di farmaco più alti per gli uomini, salvo che per gli antidepressivi, gli antiosteoporotici e i farmaci per il trattamento delle patologie tiroidee, che sono usati in misura maggiore dalle donne.

Nei bambini, il consumo più elevato riguarda i farmaci respiratori (soprattutto per i maschi), seguiti da antiepilettici e per la cura del disturbo da deficit dell’attenzione/iperattività.

I farmaci con i tassi di consumo più elevati sono gli antipertensivi e gli ipolipemizzanti, seguiti da quelli per l’ipertrofia prostatica benigna negli uomini e dagli antidepressivi nelle donne

Per quanto riguarda la distribuzione geografica, i livelli di consumo sono nel complesso più elevati al Sud e nelle Isole. Questo non vale per gli antidepressivi, più usati al Nord, e per farmaci contro la demenza, più usati nelle province del Centro Italia.

Aderenza e persistenza non sono soddisfacenti

I livelli di aderenza e persistenza al trattamento farmacologico a livello nazionale sono poco soddisfacenti, con differenze fra Nord e Sud. Un’aderenza elevata (intorno al 70%) si riscontra per gli antiosteoporotici, sia per gli uomini che per le donne, e i farmaci per l’ipertrofia prostatica benigna per gli uomini (62%). È molto bassa invece per i medicinali per l’ipotiroidismo (19,1% per gli uomini e 11,4% per le donne) e per il morbo di Parkinson (22,9% per gli uomini e 18,3% per le donne). L’aderenza alla prescrizione si rivela più bassa per le donne per tutti i farmaci presi in considerazione, tranne che per gli antiosteoporotici.

Per quanto riguarda la persistenza, la percentuale di persone ancora in trattamento a 12 mesi dall’inizio della terapia supera il 50% solo per gli antipertensivi, ipolipemizzanti e antidemenza negli uomini e per gli antidemenza e antiosteoporotici nelle donne. La persistenza al trattamento è inferiore nelle donne rispetto agli uomini.

Conclusioni: l’importanza delle banche dati delle prescrizioni farmaceutiche

Lo studio, concludono gli autori, dimostra la grande potenzialità analitica delle banche dati delle prescrizioni farmaceutiche. L’approccio comparativo a livello nazionale di fenomeni legati alla salute e all’assistenza si conferma uno stimolo fondamentale al miglioramento delle cure, sia per il livello centrale di governo sia per le istituzioni che hanno responsabilità di governo e monitoraggio della qualità dei servizi a livello locale. L’esperienza dell’analisi, che per la prima volta affronta il tema complesso e delicato dell’equità nell’assistenza attraverso l’uso dei principali indicatori di farmacoutilizzazione, potrebbe supportare le autorità sanitarie regionali nel dare priorità al continuo miglioramento dei flussi amministrativi sanitari in termini di completezza, qualità e tempestività.

“L’Atlante risponde a un indirizzo istituzionale a livello nazionale ed europeo che da tempo raccomanda di concentrare l’attenzione su questi temi – ha sottolineato Francesco Trotta, dirigente del Settore Health Technology Assessment ed economia del farmaco – È il punto di partenza di un progetto ambizioso, condiviso con alcuni dei principali gruppi di ricerca italiani. Questa rete è adesso a disposizione per ulteriori analisi che possono informare le politiche nazionali o locali riguardo alla riduzione o alla mitigazione delle disuguaglianze”.