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Dati ISS su infezioni correlate all’assistenza e resistenza agli antibiotici

In Italia negli ospedali restano alte le percentuali di resistenza alle principali classi di antibiotici rilevate nei microrganismi ‘sorvegliati’, anche se per alcune combinazioni microrganismo/antibiotico si continua ad osservare un andamento in diminuzione; cresce leggermente la prevalenza dei pazienti con una infezione correlata all’assistenza negli ospedali per acuti, mentre cala dopo il picco pandemico quella nelle terapie intensive. Sono questi i principali andamenti riscontrati dalle diverse sorveglianze e gestite o coordinate dall’Istituto Superiore di Sanità, resi noti nel corso del convegno “L’antibiotico-resistenza in Italia: stato dell’arte e risultati delle rilevazioni 2022-2023 sulle Sorveglianze delle Infezioni Correlate all’Assistenza ICA e dell’Antibiotico-resistenza” che si è tenuto nella sede dell’Iss.

La raccolta di dati affidabili è il primo passo indispensabile per la risoluzione di qualunque problema medico, e questo vale a maggior ragione per fenomeni complessi come le infezioni correlate all’assistenza e la resistenza agli antibiotici. Questo convegno – ha affermato il Commissario Straordinario dell’Iss Rocco Bellantone in apertura dell’evento – è un’occasione per aumentare la consapevolezza del problema tra gli operatori sanitari e continuare a fare rete per migliorare l’implementazione del Piano Nazionale di contrasto”.

Per elaborare interventi efficaci è necessario implementare la sorveglianza e la ricerca in prospettiva One Health

“Il tema della resistenza agli antibiotici va affrontato nella sua complessità ed è per questo che, nell’organizzazione della giornata, abbiamo voluto toccare alcuni degli aspetti più significativi per mettere a punto interventi efficaci – sottolinea Anna Teresa Palamara, direttrice del dipartimento di Malattie Infettive dell’Iss. Tra questi la sorveglianza, cioè la capacità di tracciare la circolazione dei microrganismi resistenti ed il loro impatto sulla salute, la ricerca in una prospettiva ‘One Health’ che è la base solida su cui si fonda l’innovazione e il progresso tecnologico in campo diagnostico, preventivo e terapeutico; i modelli organizzativi sul territorio, da cui dipende l’attuazione di qualsiasi piano che voglia guidare tutte le attività di contrasto”.

“Il tema della resistenza agli antibiotici non riguarda solo la salute umana, ma va visto in un’ottica ‘One Health’. – ha ricordato il Direttore Generale dell’Iss Andrea Piccioli -. Una prova ulteriore di questa necessità vie e dai risultati preliminari del progetto ‘Sea Care’, coordinato dall’Iss con la Marina Militare. I nostri ricercatori a bordo dell’Amerigo Vespucci e di altre navi della Marina nel corso dei loro campionamenti hanno trovato i geni della resistenza in acque del Mediterraneo, dell’Oceano Atlantico, del Golfo Persico e persino dell’Oceano Artico”.

I dati di Ar-Iss e Cre sui batteri resistenti

In Italia, i dati ottenuti nell’ambito del sistema di sorveglianza nazionale dell’antibiotico-resistenza AR-ISS, condotto dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che si basa su una rete di laboratori ospedalieri di microbiologia clinica, mostrano che nel 2022 le percentuali di resistenza alle principali classi di antibiotici per gli 8 patogeni sotto sorveglianza in generale si mantengono elevate.

Tuttavia, per alcune combinazioni patogeno/antibiotico, in particolare Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi si continua ad osservare un andamento in diminuzione rispetto agli anni precedenti (dal 33,2% nel 2015 al 24,9% nel 2022), mentre per Enterococcus faecium resistente alla vancomicina si osserva un continuo e preoccupante trend in aumento (la percentuale di isolati di resistenti alla vancomicina è passata dall’11,1% del 2015 al 30,7% nel 2022).

I dati della sorveglianza nazionale delle batteriemie da enterobatteri resistenti ai carbapenemi (CRE), condotta dall’ISS, mostrano che, in Italia, nel 2022, sono stati diagnosticati e segnalati circa 3.000 casi, confermando la larga diffusione delle batteriemie da CRE nel nostro paese, soprattutto in pazienti ospedalizzati. Nel 2022 l’incidenza dei casi segnalati è in aumento rispetto al 2021 (3056 casi vs 2396 nel 2021).

Infezioni correlate all’assistenza (ICA) negli ospedali per acuti

A questa sorveglianza, coordinata dall’Iss e condotta dall’università di Torino, hanno partecipato 325 ospedali di 19 Regioni/Province autonome. In totale, sono stati raccolti dati su 60.404 pazienti.

Considerando tutte le ICA, incluse le infezioni da SARS-CoV-2 trasmesse in ospedale, la media della prevalenza di pazienti con ICA nei singoli ospedali era dell’8,8%, mentre nella precedente rilevazione, che si riferisce al 2017, era dell’8,1%.

Su un totale di 6.340 ICA registrate, le tre tipologie di ICA riscontrate con maggior frequenza erano: infezioni del basso tratto respiratorio (19,18%), infezioni del sangue (18,83%), infezioni delle vie urinarie (17,09%), COVID-19 (16,23%), infezioni del sito chirurgico (10,53%).

Tra i vari fattori che incidono sulla prevalenza si segnalano la Regione/PA partecipante (dal 4,17% al 14,14%; le dimensioni dell’ospedale: 7,81%, 8,83% e 12,20% rispettivamente per ospedali piccoli (< 200 posti letto per acuti), medi (201 – 500 posti letto) e grandi (≥ 500 posti letto); la classe di età: dal 4,21% in età neonatale/pediatrica (≤ 18 anni) all’11,71% negli adulti sopra i 65 anni;

Infezioni correlate all’assistenza nelle Unità di Terapia intensiva

Sono stati presentati i risultati della nona edizione (2022-2023) del Progetto SPIN-UTI – Sorveglianza attiva Prospettica delle Infezioni Nosocomiali nelle Unità di Terapia Intensiva (UTI), del Gruppo Italiano Studio Igiene Ospedaliera (GISIO) della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità pubblica (SItI). Nel corso di quest’ultima edizione, la sorveglianza ha incluso circa 4200 pazienti degenti in più di 60 UTI su tutto il territorio nazionale, da ottobre 2022 a luglio 2023.

Dopo il picco del 24,5% osservato nella scorsa edizione 2020-21, l’incidenza di pazienti infetti diminuisce al 18,8% nel 2022-2023, così come l’incidenza di infezioni correlate all’assistenza (ICA) che diminuisce da 30,6 a 29,3 ICA per 100 pazienti. Analogamente, anche la mortalità in UTI ritorna sui livelli pre-pandemici (26,8% nel 2022-2023) rispetto al picco osservato nella precedente edizione 2020-21 (42,3%).

Per quanto concerne l’antimicrobico-resistenza, sebbene non vi siano variazioni nella proporzione di isolati multidrug-resistant (MDR) tra tutti gli isolati associati a ICA, un significativo trend in aumento è evidente per l’incidenza di ICA da A. baumannii MDR (5,4 per 100 pazienti nel 2022-2023) e per l’incidenza di ICA da K. pneumoniae MDR (5,1 per 100 pazienti).

Lo strumento Spincar-1 per monitorare le azioni di contrasto

Lo strumento SPiNCAR-1 è stato sviluppato per monitorare l’implementazione delle azioni di contrasto all’AMR a livello regionale e di struttura assistenziale.

La prima raccolta dei dati si riferisce al 2022 ed è durata da giugno a novembre 2023 attraverso un questionario via web con più di 200 domande multidisciplinare suddivise in aree tematiche in cui vengono definiti degli standard.

14 tra Regioni/P.A. e 130 Strutture hanno partecipato alla rilevazione volontaria.

L’analisi preliminare dei risultati ha evidenziato una realtà variegata sia tra le diverse istituzioni, sia per le differenti aree tematiche del questionario.

Riguardo quest’ultime i risultati migliori, ad esempio, sono nell’area “Uso Appropriato degli Antibiotici”, in cui più dell’80% degli Enti coinvolti che ha dichiarato di aver adottato politiche di contenimento della prescrizione di antimicrobici, oppure nell’area “Sorveglianza”, in cui il 75% dei rispondenti ha dichiarato di disporre di un sistema di sorveglianza delle resistenze agli antimicrobici in ambito umano.

Per altri standard, come ad esempio nell’area “Alleanza per il contrasto all’antimicrobico-resistenza” appare necessario un maggiore impegno; ad esempio, meno del 25% degli Enti ha raggiunto gli standard inerenti all’adozione di iniziative per il coinvolgimento attivo e la formazione di cittadini/pazienti sul tema del contrasto all’antimicrobico-resistenza, uso appropriato degli antimicrobici e prevenzione e controllo delle ICA.

Il consumo di soluzione idroalcolica negli ospedali

In Italia dal 2021 è attiva la Sorveglianza nazionale del Consumo di Soluzione Idro-Alcolica (CSIA) gestita dall’ISS per l’igiene delle mani in ambito ospedaliero.

Ad oggi sono stati raccolti i dati relativi agli anni 2020, 2021 e 2022 da rispettivamente 13, 11 e 16 Regioni/PP.AA.

Nel 2022 si riscontra una ulteriore riduzione dei consumi mediani nazionali di soluzione idroalcolica, arrivati a 15,63 Litri/1.000 Giornate di Degenza Ordinaria (GDO), mentre era 20,66 nel 2021 e 24,47 nel 2020 a fronte di uno standard di 20 litri/1.000 giornate di degenza.

Canali distributivi del farmaco: online il documento congiunto SIFO, FOFI, Federfarma e Assofarm

È stato pubblicato sul portale Sifoweb.it della Società italiana di Farmacia Ospedaliera e dei servizi farmaceutici delle aziende sanitarie, nell’ambito dei Documenti di Consensus presentati al XLIV Congresso nazionale SIFO, il documento congiunto espresso dal tavolo tecnico per la revisione dei canali distributivi dei farmaci.

Il documento è stato messo a punto da SIFO, FOFI, Federfarma e Assofarm, quindi dall’intera comunità dei farmacisti.

Obiettivo del documento è fornire alle istituzioni criteri oggettivi e di sostenibilità del SSN per determinare la modalità di distribuzione dei farmaci

Nel testo (firmato dai quattro presidenti: Cavaliere, Mandelli, Cossolo e Gizzi, ma alla cui stesura hanno partecipato anche Nello Martini, Marcello Pani, Francesco Schito e Francesco Trotta ed Aurora Di Filippo) vengono perseguiti alcuni obiettivi, in primis quello di fornire alle Istituzioni (Politica-Conferenza delle Regioni-AIFA), partendo da una visione complessiva degli attuali assetti e canali distributivi, criteri oggettivi e scientifici e di sostenibilità del SSN, in grado di determinare a monte:

• le categorie di farmaci che verranno dispensati dai Servizi Farmaceutici Ospedalieri e Territoriali pubblici mediante la Distribuzione Diretta (DD);

• le categorie di farmaci che dalla Distribuzione Diretta (DD) possono essere trasferite nella Distribuzione per Conto (DPC) la cui dispensazione avviene per conto delle Regioni per il tramite delle Farmacie di Comunità.

Per quanto riguarda invece il trasferimento dalla DPC alla convenzionata, il Documento precisa che per poter individuare dei criteri condivisi è necessario prima dare applicazione alla normativa di modifica della remunerazione della farmacie, con il successivo cambio di flusso informativo utilizzato ai fini della rendicontazione della spesa farmaceutica dall’attuale sistema di rilevazione.

La finalità del documento è stata quella di assicurare che i modelli organizzativi e distributivi possano finalmente garantire un’assistenza farmaceutica (parte integrante dei LEA), omogenea e sostenibile per il SSN, orientata alla qualità, alla sicurezza e facilità di accesso alle cure presso l’intensività ospedaliera e all’interno di una nuova assistenza di prossimità sempre più capillare sul territorio mediante le Farmacie di Comunità.

“Crediamo nel valore complessivo di questo documento per la revisione dei canali distributivi”, commenta Arturo Cavaliere, presidente SIFO, “perché è frutto di un lavoro congiunto meticoloso che si presenta come primo documento congiunto di categoria”.

“La sua integrale e auspicabile applicazione”, conclude Cavaliere, “porterà sicuramente ad una riforma che modificherà in meglio alcune distorsioni della 405/2001 emerse anche nell’ambito dell’indagine conoscitiva presso la XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati avviata a Marzo 2022 in materia di ‘distribuzione diretta’, ma la sua maggior valenza è l’aver individuato dei precisi criteri scientifici di omogeneità di assistenza e cura che porteranno a un accesso uniforme alle terapie su tutto il territorio”.
 

Come coinvolgere davvero il paziente: tante domande all’EngageLab

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Come coinvolgere realmente il paziente nel processo di presa in carico? Come riuscire a uniformare i linguaggi e riuscire ad avere un impatto significativo? È stata una giornata di domande quella che si è svolta venerdì 17 novembre a Firenze: all’EngageLab associazioni di pazienti, aziende sanitarie e case farmaceutiche si sono trovate letteralmente intorno a una serie di tavoli per confrontarsi sui tanti aspetti che riguardano il coinvolgimento dei pazienti.

Associazioni dei pazienti, aziende private e aziende sanitarie “Insieme per” trovare le risposte

“Volevamo dare la possibilità a mondi diversi di poter stare assieme e condividere la propria esperienza – ha commentato Davide Cafiero, Managing Director di Helaglobe, che ha organizzato la giornata con il contributo non condizionante di Merck – Avere l’associazionismo, il mondo dell’azienda privata e le aziende sanitarie nella stessa sala è stato arricchente”.

Il percorso

La giornata del 17 novembre fa parte di un percorso iniziato oltre un anno fa: a settembre 2022 si è infatti tenuto il primo incontro di “Insieme per”, una 2 giorni a cui parteciparono una sessantina di associazioni a cui fu chiesto di discutere su quali fossero i temi per loro centrali. I principali furono:

  • Ascolto e comprensione del bisogno
  • Advocacy e relazioni istituzionali
  • Relazione medico-paziente

Seguirono 3 webinar di approfondimento e, il 3 ottobre di quest’anno, un incontro al Senato in cui sono stati presentati i risultati di un’indagine condotta da Helaglobe in collaborazione con le associazioni del network “Insieme per” sul dialogo tra paziente cronico e medico specialista.

Parallelamente “Insieme per” è diventata una piattaforma aggregativa che oggi conta oltre 70 associazioni.

Nel secondo incontro operativo in presenza, si è scelto di concentrarsi su un tema unico: l’engagement del paziente, che ha visto anche la consegna del Patient Engagement Award, un premio per i migliori progetti sul coinvolgimento del paziente divisi in 9 categorie (Digital solution, Awareness, Patient support program, Activation, Compliance, Empowerment, Health Literacy, Policy making, Ricerca e Medicina narrativa).

Un centinaio le candidature arrivate, 56 quelle che hanno superato la prima scrematura e sono state vagliate da una giuria tecnica (composta da esperti e accademici) e una formata dalle associazioni e da chi convive con una patologia.

Hanno potuto partecipare tutti e tre i mondi: le associazioni, le aziende private e quelle sanitarie.

L’importanza dell’implementazione

C’è un’eterogeneità di vedute su che cosa sia l’engagement del paziente”, ha affermato Cafiero, invitando i partecipanti a partecipare a un workshop nel quale far emergere le diverse visioni.

Rappresentanti di realtà diverse si sono così trovati a discutere su come, nella loro esperienza, hanno affrontato le diverse sottofasi della costruzione di un progetto, definite come avvio, pianificazione, esecuzione, monitoraggio, espansione.

Durante la giornata è emerso come la pianificazione sia un momento molto delicato nel quale far confluire competenze diverse e come l’espansione la fase più complessa da realizzare.

“Le criticità emerse in fase di valutazione per alcuni progetti sono state di natura metodologica”, ha affermato Enrica Menditto, direttrice del Centro interdipartimentale di ricerca in farmacoeconomia e farmacoutilizzazione dell’Università Federico II di Napoli e membro della giuria tecnica. “Alcuni progetti erano di valore nel breve periodo, ma mancavano quelle caratteristiche che li avrebbero resi implementabili su larga scala”.

Da qui la necessità di lavorare in team multidisciplinari per poter costruire azioni che possano essere mantenute nel tempo.

La senatrice Ylenia Zambito, segretaria della Commissione permanente Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale e presidente della giuria tecnica, ha evidenziato la stessa debolezza, sottolineando come l’approccio metodologico usato per la raccolta dati da parte delle associazioni faccia la differenza.

La senatrice si è poi soffermata sull’importanza del rapporto medico-paziente: “Ci deve essere una preparazione corretta dei medici. La sensibilità non si insegna, ma la comunicazione sì. Fornire le giuste informazioni ai pazienti, nel modo corretto, può fare la differenza sugli esiti di cura”.

Nel 2024 “Insieme per” continuerà su tre direttrici: la relazione e il dialogo tra medico e paziente, l’importanza della figura del caregiver e il benessere emotivo e psicologico.

“Non abbiamo ancora contezza del come, ma sappiamo cosa e con chi – ha concluso Cafiero al termine della giornata -: vogliamo proseguire questo percorso costruendolo pezzo a pezzo con il network di “Insieme per”. Inoltre, abbiamo la volontà di proseguire anche nel 2024 con l’iniziativa sul patient engagement: ci piacerebbe provare a lavorare sulla cultura, cercando di uniformare il concetto, un lavoro non facile”.

La Commissione europea chiede un’azione urgente in materia di resistenza antimicrobica

La lotta alla resistenza antimicrobica è una priorità assoluta per la Commissione e parte integrante di molte azioni nell’ambito dell’Unione europea della salute. In vista della Giornata europea degli antibiotici, i nuovi dati pubblicati dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) mostrano alcuni progressi generali tra il 2019 e il 2022 verso l’obiettivo di ridurre l’uso degli antimicrobici del 20% entro il 2030.

Sebbene l’uso complessivo di antibiotici a più lungo termine sia diminuito in tutta l’UE/SEE tra il 2019 e il 2022, il consumo è nuovamente aumentato nel 2022, poiché molti europei hanno ripreso lo stile di vita precedente alla pandemia di COVID-19.

La resistenza antimicrobica costa ai paesi dell’UE/SEE circa 11,7 miliardi di euro all’anno

Uno studio condotto dall’OCSE per conto della Commissione europea avverte che la resistenza antimicrobica costa ai paesi dell’UE/SEE circa 11,7 miliardi di € all’anno. Se ogni paese dell’UE/SEE investisse 3,40 € pro capite all’anno negli interventi contro la resistenza antimicrobica nei settori della salute umana e dell’alimentazione, ogni anno si potrebbero prevenire oltre 10 mila decessi, evitare oltre 600 mila nuove infezioni e risparmiare ai sistemi sanitari oltre 2,5 miliardi di €.

Stella Kyriakides, Commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “La lotta alla resistenza antimicrobica è una priorità per la salute pubblica e una necessità economica. Le cifre sono preoccupanti e dimostrano la necessità di un’azione urgente e ambiziosa. Gli Stati membri, le parti interessate e i cittadini devono collaborare per garantire che siano adottate tutte le misure necessarie per conseguire gli obiettivi concordati.”

La resistenza antimicrobica è anche una componente fondamentale della revisione della legislazione farmaceutica presentata la scorsa primavera, in linea con la raccomandazione del Consiglio sul potenziamento delle azioni dell’UE per combattere la resistenza antimicrobica con un approccio “One Health”.

La resistenza antimicrobica è anche una componente fondamentale della revisione della legislazione farmaceutica UE

Ad esempio, nel giugno 2023 i ministri della Salute dell’UE hanno approvato una proposta della Commissione sulle azioni per combattere la resistenza antimicrobica e hanno concordato un obiettivo di riduzione del 20% del consumo di antimicrobici negli esseri umani e di dimezzare nell’UE le vendite complessive di antimicrobici utilizzati per gli animali d’allevamento e per l’acquacoltura entro il 2030.

Frontiers Health 2023: uno sguardo su innovazione e sanità digitale

Con oltre 1.000 partecipanti in presenza e più di 300 da remoto, la conferenza globale Frontiers Health 2023 si è confermata come una delle più importanti occasioni di confronto tra imprenditori, professionisti ed esperti di settore provenienti da tutto il mondo per conoscere i principali trend e le soluzioni tecnologiche più innovative in ambito healthcare.


Nel corso dei 3 giorni di evento, con il coinvolgimento di oltre 200 relatori su 5 palchi plenari e paralleli, sono stati affrontati temi quali l’evoluzione delle terapie digitali e relativi scenari regolatori, le innovazioni nella ricerca scientifica in ambito biomedicale, l’impatto dell’intelligenza artificiale sul futuro della sanità, l’accesso equo alle cure innovative, il ruolo di pazienti e dei professionisti della salute nel disegno e governo dell’innovazione.

Come da tradizione, ampio risalto è stato riservato alle nuove soluzioni digitali proposte dalle più promettenti startup a livello mondiale, che si sono presentate ai più attivi fondi d’investimento del settore e attori corporate, con cui esplorare opportunità di collaborazione.

Novità di questa edizione 2023 sono stati i prestigiosi Side Events organizzati in collaborazione con alcuni partner della conferenza, tra cui l’Italian Summit, Tech2Doc promosso da ENPAM, il Demo DAY di VITA Accelerator, l’Innovation Ecosystem Gathering e il Digital Medicine & DTx Global Policy Summit.


Di grande rilievo e interesse per l’audience italiana quanto discusso nel corso dell’Italian Summit, dal titolo “Sanità Digitale e Terapie Digitali: Integrazione Sistemica e Valore per l’Italia”, realizzato con il patrocinio di AGENAS, ASSD, ENPAM, Farmindustria, FISM e Istituto Superiore di Sanità.

Ascolta il podcast di TrendSanità dedicato all’evento


“Siamo felici di aver portato in Italia ormai da tre anni la conferenza globale Frontiers Health che quest’anno ha ospitato anche l’Italian Summit, massimizzando opportunità di confronto, sinergie, attivazione di partnership e apprendimento per i principali operatori italiani nel campo dell’innovazione sanitaria”, afferma Roberto Ascione, Presidente della Conferenza e CEO di Healthware Group (ora parte di EVERSANA INTOUCH), global co-host e main partner dell’evento. “Continueremo ad esplorare le frontiere dell’innovazione e della trasformazione digitale, lavorando a un mondo in cui l’unione di tecnologie all’avanguardia e pratiche sanitarie innovative convergono per ridefinire i confini di ciò che è possibile. La parola “frontiere” risuona come un richiamo, che ci spinge a sfidare i limiti e a tracciare un percorso verso un futuro in cui ogni individuo possa accedere a tutto lo spettro delle soluzioni sanitarie innovative e trasformative”.


Ad aprire l’Italian Summit il Prof. Orazio Schillaci, Ministro della Salute, che dichiara: “Sotto la spinta dell’innovazione e delle nuove tecnologie si è innescata una rivoluzione culturale, che dobbiamo perseguire con coraggio e con spirito di collaborazione non solo in ambito nazionale ma almeno europeo. Questo vale anche nell’approccio alle terapie digitali, alle quali dobbiamo guardare con attenzione e al contempo con un giusto approccio prudenziale, perché le opportunità offerte dall’innovazione devono essere validate sotto la lente delle evidenze scientifiche, a garanzia dell’efficacia e della massima sicurezza delle cure”.


Il Presidente di Farmindustria, dott. Marcello Cattani, si è soffermato sull’innovazione dell’industria farmaceutica, sulla profonda trasformazione dei sistemi sanitari, sul valore dei dati e delle terapie digitali e sul ruolo di Farmindustria in questo significativo processo di evoluzione.

A seguire, il Prof. Enrico Coscioni, Presidente Agenas, ha evidenziato come l’Italia sarà il primo paese a dotarsi di una piattaforma nazionale di telemedicina, andando poi a presentare il ruolo di AGENAS come Agenzia Nazionale per la Sanità Digitale.

La dott.ssa Alberta Spreafico, MD Digital Health & Innovation, Healthware Group, ha introdotto il tema della medicina digitale e delle DTx presentando lo scenario evolutivo globale e le opportunità per l’Italia. L’Intergruppo Parlamentare per la Sanità Digitale e le Terapie Digitali, rappresentato dal Capo della Segreteria Tecnica, Federico Serra e Franco Bruno, Presidente del Comitato Tecnico Scientifico ha condiviso l’impegno istituzionale verso la sanità digitale, mentre Marco Marchetti, dirigente della UOS HTA di AGENAS, e Nello Martini, Fondazione ReS, hanno poi approfondito i criteri di valutazione e accesso per i dispositivi medici software in Italia.

Sono stati quindi presentati dei progetti concreti di cambiamento, discutendo di temi, quali: il valore della ricerca, con Lorenzo Wittum, Presidente AstraZeneca Italia, e con il Ministero dell’Università e della Ricerca; la digitalizzazione dei percorsi di cura nella gestione della psoriasi, con un panel multistakeholder, composto da UCB, SIDeMaST, APIAFCO e Paginemediche; Pfizer e FISM hanno condiviso una proficua esperienza di collaborazione nella creazione di un ecosistema digitale delle cronicità.

Altro tema chiave, le strategie per il futuro, dove Valentino Confalone, Country President di Novartis Italia, e Massimo Piana, Chief Operating & Innovation Officer UniSalute and CEO UniSalute Servizi (Unipol Group) hanno discusso dell’evoluzione dei servizi digitali per la salute.

Mentre ad approfondire il tema dell’evoluzione della professione medica sono stati Alberto Oliveti, Presidente ENPAM, e Silvestro Scotti, Segretario Generale Nazionale FIMMG che in tale occasione ha annunciato l’accordo quadro di FIMMG con Paginemediche, quale realtà capace di offrire servizi al paziente atti a valorizzare la fiducia nei confronti del proprio medico.

Ad arricchire il confronto e il dibattito, la sessione pomeridiana “TECH2DOC: Le competenze del medico del futuro e l’innovazione nella pratica clinica”, promosso da Fondazione ENPAM con la partecipazione di diversi esponenti del mondo salute: Istituto Superiore di Sanità, Regione Lombardia, AreSS Puglia, ASSORAM, ASSD, Ospedale Pediatrico Bambin Gesù, Novartis, Novo Nordisk, Takeda, e varie startup.

Da ASSD un modello guida per una sanità digitale inclusiva

Persone assistite, caregiver e sanità digitale sono le parole chiave del convegno organizzato dall’Associazione scientifica per la sanità digitale (ASSD).

Negli ultimi anni, l’evoluzione delle tecnologie digitali ha portato a un cambiamento significativo nel settore sanitario, offrendo nuove opportunità per le persone assistite che in Italia sono il 17% della popolazione totale e i caregiver, di cui l’89% sono familiari. Una popolazione formata per la maggior parte da donne, di cui il 60% ha abbandonato il lavoro per assistere chi ha bisogno. Uno sguardo al femminile su un’attività che grava prevalentemente sulle donne. Da qui è emersa l’importanza di un modello guida che ponga l’attenzione sulle differenze di genere e sociali che possono influenzare l’esperienza di cura e assistenza.

La relazione di cura in sanità digitale si conferma un aspetto cruciale

Laura Patrucco, Vicepresidente di ASSD e Coordinatrice della Commissione donne ASSD sottolinea: «La sede istituzionale dove ci troviamo [la Sala capitolare del convento di Santa Maria Sopra Minerva, sede del Senato della Repubblica, NdR], riveste un ruolo fondamentale nel trasmettere un messaggio di grande importanza, allineato alla missione di ASSD, che promuove il concetto di fragilità associato all’accesso equo verso i servizi sanitari. Riteniamo che sia essenziale promuovere percorsi collaborativi che coinvolgano tutti gli attori interessati. Fondamentale creare consapevolezza culturale per la partecipazione allargata, secondo piena advocacy digitale. Inoltre, è cruciale adottare una prospettiva di genere, in quanto la Commissione donne ASSD nasce con l’obiettivo di promuovere anche il contributo femminile come includente, in ambito di sanità digitale. Attraverso questa iniziativa, siamo determinati a valorizzare il ruolo delle donne e a integrare le loro prospettive nella nostra azione».

Con questo spirito la “Commissione donne ASSD” ha curato un testo dal titolo “Pazienti e Caregiver digitali: modello guida in sanità, differenze di genere e sociali”, che include i risultati di un’indagine condotta per investigare le conoscenze dei servizi della sanità digitale della popolazione, con particolare attenzione verso i “bisogni di salute della cittadinanza nell’alfabetizzazione digitale”.

Al sondaggio hanno risposto in maggioranza donne, prevalentemente nella fascia d’età 41 – 60 anni. Dall’analisi si evince che gli intervistati sono strutturalmente ben predisposti e preparati sul tema dell’alfabetizzazione digitale, come lo sono sui servizi di sanità digitale, che permettono di interagire con le aziende sanitarie e ospedaliere per servizi come prenotazioni, referti o il Fascicolo sanitario elettronico. In molti dichiarano di sapere cos’è la telemedicina, ma in pochi la utilizzano – solo il 35,5%, mentre il 2,6% degli intervistati sostiene di fare uso delle terapie digitali. Tuttavia, emerge in modo determinato la volontà degli intervistati nel migliorare e approfondire le proprie conoscenze in ambito sanità digitale, complice una fotografia che oggi vede una Italia sempre più anziana con un cittadino su quattro che ha più di 65 anni, un anziano su due – circa 7 milioni di persone – che nel 2019 dichiarava di avere una o più patologie croniche, e con una proiezione sugli over 65 che nel 2050 saranno il 34% della popolazione.

In molti dichiarano di sapere cos’è la telemedicina, ma in pochi la utilizzano

Nel contesto della sanità digitale, il ruolo del professionista sanitario si rivela fondamentale sia per gli assistiti che per i caregiver, fornendo consulenza, orientamento e competenza nel campo delle tecnologie digitali applicate alla cura e all’assistenza.

La loro presenza è fondamentale per facilitare la conoscenza delle tecnologie digitali e garantire un utilizzo sicuro ed efficace. Teresa Calandra, Presidente della FNO TSRM e PSTRP: «Con il libro abbiamo voluto indagare il ruolo delle 18 professioni sanitarie che insistono nella nostra FNO nella sanità digitale, un modo per mettere a disposizione della comunità le competenze che ognuna delle professioni possiede. Le soluzioni digitali, se ben conosciute ed utilizzate, possono fare la differenza, e sono fondamentali quali supporti per migliorare l’assistenza sanitaria e socio-sanitaria alle persone assistite, ai caregiver, alle famiglie, alle loro comunità e alla società in generale».

Per l’utilizzo equo e giusto dei servizi digitali la disparità economica, sociale e di genere rappresentano ostacoli da superare

Per l’utilizzo equo e giusto dei servizi digitali, oltre a limiti strutturali – gli indicatori sulle prestazioni digitali dell’Europa, l’Italia è al 18esimo posto – la disparità economica, sociale e di genere possono rappresentare ostacoli.

Una analisi del 2022 dell’Organizzazione mondiale della sanità ha evidenziato che sono le persone che potrebbero maggiormente trarre vantaggio dalla sanità digitale quelle che hanno maggiore difficoltà ad accedervi o fanno un uso limitato degli strumenti esistenti: è più utilizzata nella aree urbane che in quelle rurali, viene adoperata maggiormente da persone con istruzione superiore e con condizione economica più elevata rispetto a quelli in situazione di disagio socio-economico. Inoltre, minore è l’accesso per il genere femminile rispetto a quello maschile. Tuttavia, nella popolazione con tasso di istruzione più elevato è la donna a gestire per sè e per la famiglia l’accesso alla sanità digitale.

Dal punto di vista delle professioni sanitarie – in maggioranza donne, che si trovano spesso a ricoprire sia il ruolo di sanitario che di caregiver familiare – la sanità digitale rappresenta un’opportunità per personalizzare maggiormente la cura, e permettere una continuità delle informazioni, vicinanza all’assistito, alimentando la relazione di cura tra i diversi attori, dove la persona assistita è parte del sistema, in quanto protagonista della sua salute.

Il convegno è stato sostenuto da Sandra Zampa, Senatrice e Componente della X Commissione permanente Affari sociali al Senato della Repubblica, che ha ribadito l’importanza dell’alleanza tra i vari attori per l’accesso alle cure anche digitali: «La collaborazione tra pazienti, caregiver e professionisti sanitari, quindi, è fondamentale per creare un modello virtuoso di cura partecipata e informata. La salute digitale è uno strumento potente che ci aiuta a realizzare questa visione. È una strada che richiede un impegno continuo, ma i benefici sono immensi».

I professionisti sanitari devono essere in grado di stabilire una connessione empatica con i caregiver e gli assistiti, pur utilizzando le tecnologie digitali come strumenti di supporto

La relazione di cura in sanità digitale diventa quindi un aspetto cruciale. I professionisti sanitari devono essere in grado di stabilire una connessione empatica con i caregiver e gli assistiti, pur utilizzando le tecnologie digitali come strumenti di supporto. La fiducia, la comunicazione efficace e l’empatia rimangono elementi fondamentali per promuovere una relazione di cura solida e di qualità.

Il modello guida proposto si basa anche sull’analisi delle differenze di genere e sociali che possono influenzare l’esperienza di cura e assistenza. Questo approccio mira a garantire l’equità nell’accesso alle risorse sanitarie digitali e a promuovere una maggiore consapevolezza delle sfide che caregiver e persone assistite possono affrontare.

Monica Calamai, Direttrice generale AUSL/AOU di Ferrara e Fondatrice Community Donne Protagoniste in sanità, che ha partecipato come moderatore all’evento, ha affermato: «È di fondamentale importanza ridefinire i modelli organizzativi nel settore sanitario al fine di fornire un solido sostegno agli operatori che lavorano sul territorio, di cui le donne sono in netta prevalenza. È imperativo integrare in modo efficace l’utilizzo delle tecnologie digitali all’interno dei percorsi di cura, garantendo un accesso equo e sostenibile per tutti gli assistiti. Il digitale dovrebbe essere il nostro alleato principale in questo processo di trasformazione, e pertanto è indispensabile fornire una formazione adeguata a tutti gli attori coinvolti per sfruttarne appieno le potenzialità. Questo impegno va al di là del semplice settore sanitario, coinvolgendo tutti i soggetti che partecipano attivamente all’assistenza delle persone».

La giornata è stata intervallata da interventi strutturati e confronti mirati che hanno visto la partecipazione di molti professionisti sanitari, dirigenti ospedalieri, rappresentanti provenienti dalle Istituzioni e dalla società civile. Tra questi è intervenuto anche Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE, che ha dichiarato: «Come Fondazione GIMBE, siamo particolarmente soddisfatti dell’iniziativa promossa da ASSD che è in linea con uno dei 14 punti del piano di rilancio del SSN, che abbiamo elaborato come Fondazione, rispetto alla promozione della cultura e delle competenze digitali nella popolazione e tra professionisti della sanità e caregiver, oltre che rimuovere gli ostacoli infrastrutturali, tecnologici e organizzativi, al fine di minimizzare le diseguaglianze e migliorare l’accessibilità ai servizi e l’efficienza in sanità».

SSN e salute dei cittadini nell’emergenza-urgenza: è tempo di cambiare

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Non si vuole rappresentare soltanto il disagio dei professionisti, quanto assicurare un servizio ai cittadini. È questo il messaggio condiviso dai primari dei reparti di Medicina d’Emergenza-Urgenza italiani, ospedalieri e universitari, riunitisi a Roma per l’Accademia dei Direttori SIMEU.

Il titolo dell’evento è RiEvoluzione del servizio sanitario, troppo spesso identificato come sistema. Si cercano soluzioni scientifiche da applicare agli attuali scenari critici e complessi in ambito del Pronto Soccorso e del 118. Un servizio indispensabile per la salute pubblica in cui si affrontano situazioni patologiche gravi, nonché la sopravvivenza, che coinvolgono tutti, indistintamente da ruolo, classe sociale e condizione.

Il Sistema dell’Emergenza-Urgenza italiano deve affrontare soprattutto l’esigenza di un servizio efficace in termini clinici ed efficiente in termini organizzativi, senza tralasciare le novità in campo tecnico scientifico e le evidenti difficoltà organizzative determinate in particolare dalla carenza degli organici e dal crescente fenomeno del boarding.

Si cercano soluzioni scientifiche da applicare agli attuali scenari critici e complessi in ambito del Pronto Soccorso e del 118

Come sempre l’obiettivo finale dell’Accademia è generare una posizione comune e un documento di sintesi da sottoporre all’opinione pubblica e alle Istituzioni.

Vogliamo tornare a svolgere il nostro lavoro di specialisti dell’emergenza-urgenza per garantire i giusti percorsi di cura ai pazienti. Oggi, per lo stato di necessità, siamo a volte costretti a operare delle scelte di priorità che possono arrivare a penalizzare chi ha bisogno di assistenza. Ci rendiamo conto che spesso alle persone manca questa consapevolezza”, dichiara Andrea Fabbri dell’Ufficio di Presidenza SIMEU.

Purtroppo il confronto con le Istituzioni non è stato possibile, poiché nessun esponente politico si è presentato all’incontro.

Rilancio del SSN: risorse e proiezione futura

L’analisi del Rapporto Gimbe evidenzia un processo che sembra ormai inarrestabile di de-finanziamento della sanità pubblica italiana. Ma non è solo una questione di risorse, che comunque sono necessarie, perché quelle disponibili devono essere usate in modo appropriato, mentre è evidente che in Italia ci sia un problema organizzativo con profonde disuguaglianze a livello locale.

“Per la sanità italiana non si prevede nessun rilancio del finanziamento pubblico, ma si torna alla ‘manutenzione ordinaria’ che punta a risolvere i problemi contingenti senza eliminare le cause, portata avanti ormai da molti anni dai governi e che non fa che erodere sempre più i princìpi di universalismo, uguaglianza ed equità”. In altre parole, “dalla manovra di bilancio non si evidenzia alcun potenziamento strutturale del servizio sanitario”. Così il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, illustra le misure per la sanità contenute nella manovra, nell’ambito di un’analisi indipendente realizzata da Gimbe.

“Manca il personale infermieristico e in ambito europeo l’Italia si attesta agli ultimi posti per infermieri/1.000 abitanti” – prosegue Cartabellotta. “Soprattutto per attuare quanto previsto dal PNRR per le Case di comunità, le centrali operative territoriali, gli ospedali di comunità e l’assistenza domiciliare integrata. Siamo anche indietro su 5 scadenze e la proposta di rimodulazione dei fondi prevede di sopprimere 105 case di comunità, 87 centrali operative territoriali e due ospedali di comunità ex novo con criteri di distribuzione regionale non noti”.

Il punto è che il SSN è una conquista sociale irrinunciabile e un pilastro della nostra democrazia. Inoltre, il livello di salute e benessere della popolazione condiziona la crescita economica del Paese. Quindi, la perdita del SSN è destinata a portare a un disastro sanitario, sociale ed economico. “Occorre una visione chiara sul modello di Sanità pubblica che vogliamo lasciare alle generazioni future, quante risorse investire e quali riforme sono necessarie per indirizzare il SSN”.

Anche l’obiettivo dell’aggiornamento dei LEA, con la proposta di esclusione di prestazioni e servizi ormai superati e di inclusione di prestazioni innovative ed efficaci per allineare i LEA al progresso scientifico, non è mai stato raggiunto.

“Lo stato di salute del SSN” – conclude Cartabellotta – “richiede una profonda riflessione. Il tempo della manutenzione ordinaria è scaduto, è ora di fare delle scelte: o si avviano delle riforme e si mettono in campo investimenti importanti per restituire al SSN la sua missione originale, oppure si deve dichiarare apertamente che il nostro Paese non può più permettersi quel modello di SSN. In questo caso, la politica deve governare il processo di privatizzazione, che è ormai occulto visto l’indebolimento della sanità pubblica”.

Il tempo della manutenzione ordinaria è scaduto, è ora di fare delle scelte

In realtà, ci dice il presidente Gimbe, il sistema misto c’è già in parte, nella prassi comune, ciò che manca è la governance, una riforma coraggiosa che coinvolga i privati e che ne regolamenti l’attività. “Siamo già nel sistema misto nel percorso di cura. I pazienti spesso effettuano le analisi diagnostiche nel privato per poi farsi operare nel pubblico”.

La Fondazione GIMBE, con il Piano di Rilancio del SSN, conferma però che la bussola deve restare puntata verso l’articolo 32 della Costituzione che tutela il diritto alla salute di tutti i cittadini.

Dati dell’Osservatorio SIMEU

Fabio De Iaco, Presidente SIMEU, prosegue annunciando la mancata presenza dei rappresentati delle istituzioni invitati: il Ministro Orazio Schillaci, Francesco Zaffini, Presidente X Commissione permanente del Senato Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale e Ugo Cappellacci, presidente della XII Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati.

Poi illustra i dati raccolti dall’Osservatorio Nazionale permanente SIMEU sulla situazione in cui versano i PS, nello specifico 137 strutture di MEU, quindi un campione significativo, con un’omogenea distribuzione sul territorio nazionale, pari al 30% del totale nazionale. Sono dati che si riferiscono a un campione di accessi al pronto soccorso pari a più di 6 milioni, anche in questo caso rappresentativi del 30% dell’attività totale dei PS.

Mancano nei PS almeno 4.000 medici (pari al 40% del fabbisogno nazionale). Le fuoriuscite, negli ultimi 12 mesi, sono state 1.033 (di cui il 70% dimessi, pensionati, passati alla Medicina Generale o al privato e il 30% trasferiti ad altri reparti). I nuovi assunti, sempre degli ultimi 12 mesi, sono stati invece 567.

Ne consegue che il bilancio tra fuoriusciti e nuovi ingressi è negativo per il 45%; ciò vuol dire che solo il 55% dei medici è sostituito.

Continua poi il trend di abbandono. Secondo Beniamino Susi, Vice presidente nazionale SIMEU, “per invertire la tendenza, è necessaria una progettualità che parta dalla valorizzazione del ruolo del medico d’urgenza e proponga un modello organizzativo innovativo proiettato alle esigenze del futuro. Riceviamo continue manifestazioni di entusiasmo rispetto alla medicina d’urgenza da parte dei giovani professionisti che, però, dichiarano di non voler compiere questa scelta di vita, a causa del contesto in cui oggi si opera”.

Il bilancio tra fuoriusciti e nuovi ingressi è negativo per il 45%: solo il 55% dei medici è sostituito

Anche il livello del contenzioso in pronto soccorso è oggi uno dei motivi che allontana i giovani medici da questa specializzazione e incoraggia le dimissioni. Si rileva che nel 53% dei centri è presente almeno un procedimento penale a carico dei Dirigenti. In altre parole, c’è un procedimento penale ogni 12 medici.

Un’insufficiente copertura dei turni necessari da parte del personale in organico genera invece l’attuale difficoltà di gestione. 

Come si attrezzano le strutture per colmare questa carenza? Dall’analisi dei dati emerge:

  • nel 54% dei PS sono presenti contratti atipici: ogni medico è impegnato per una media di 4 turni al mese;
  • nel 48% dei PS operano dirigenti medici non MEU (provenienti da altri reparti dell’ospedale) in regime di prestazione aggiuntiva per una media mensile pro-capite di 3 turni;
  • nel 32% dei PS operano specializzandi MEU per una media di 5 turni pro capite al mese;
  • nel 29% dei PS operano specializzandi NON MEU per una media di 5 turni pro capite al

mese;

  • nel 28% dei PS sono presenti cooperative che forniscono in media 60 turni al mese (di cui al Nord 47%, al Centro 19% e al Sud 10%);
  • nel 20% dei PS operano dirigenti medici non MEU gestiti dalla Direzione per una media di 3 turni al mese pro capite.

“Se consideriamo che un pronto soccorso, con un’attività medio bassa, non oltre i 30.000 accessi annui, ha la necessità di almeno 300 turni mensili, ci rendiamo conto dell’esiguità del contributo portato da queste soluzioni e contemporaneamente si rileva l’estrema difficoltà di governo delle strutture che ne deriva”, afferma il presidente SIMEU.

L’indagine evidenzia anche un altro fenomeno legato agli accessi. I Direttori di struttura intervistati hanno, infatti, definito le principali caratteristiche dei pazienti che più frequentemente restano in boarding. Un tema molto delicato che non si esaurirà nei prossimi anni.

Ci sono:

  • Problematiche socio-assistenziali, presenti nel 90% delle risposte, cioè pazienti che potrebbero trovare una soluzione più adeguata fuori dagli ospedali, nel territorio;
  • polipatologia (più di 3 patologie), secondo il 75% delle risposte, ovvero pazienti presenti in pronto soccorso perché non è stato trovato un letto nel reparto di riferimento;
  • età superiore agli 80 anni, secondo il 62% delle risposte, per cui si tratta di pazienti anziani che non trovano una rete di supporto, per esempio in famiglia o nel territorio.

Il boarding non può continuare a essere considerato un tema esclusivo del pronto soccorso, occorre istituzionalizzarlo, in quanto problema dell’ospedale

Le più recenti evidenze in letteratura indicano che proprio il profilo del paziente debole è quello che paga di più in termini di mortalità e complicanze. Occorre un modello organizzativo innovativo generale che superi la visione attuale e che consideri il pronto soccorso come una priorità.

Dai dati emerge poi che nel 40% dei PS sono presenti ambulatori per pazienti a bassa criticità gestiti da medici esterni alla struttura non MEU. Quindi, nei fatti, “in alcuni pronto soccorso, c’è un tentativo di organizzazione le proprie risorse sui pazienti più acuti” – afferma Salvatore Manca, Past President SIMEU – “con modelli non molto diversi da quanto alcune Regioni stanno proponendo, come ad esempio l’Emilia Romagna e l’Abruzzo, per indirizzare la gestione dei pazienti a bassa criticità a professionisti non MEU, salvaguardando in questo modo anche la specialistica”.

Altrettanto importante, in termini di soluzione, è il dialogo che necessariamente deve avvenire con le Università e le Scuole di specializzazione.

Emergenza-urgenza: quale futuro per i cittadini

Nel prosieguo dell’evento, strutturato con tavola rotonda, Angelo Aliquò di Federsanità sottolinea che la situazione è più critica di quanto emerge dai dati, soprattutto per quanto riguarda la carenza di personale. Le soluzioni proposte negli anni sono diverse, ma è a monte che occorre agire, affrontando le difficoltà di volta in volta e tutti insieme, usando meglio le risorse economiche e gli strumenti già in atto, come gli screening oncologici.

Pe Giovanni Migliore di FIASO, PS e liste di attesa sono i due problemi cardine del nostro SSN e si trascinano da anni. Le cooperative sono una soluzione tampone e ci si chiede come mai non si usano invece quei fondi per incentivare il personale interno. Perché “i problemi del PS si risolvono in ospedale e non in PS, così come i problemi dell’ospedale si risolvono fuori dall’ospedale stesso”.

Per Carmelo Gagliano di FNOPI, invece, occorre supportare l’Emergenza-Urgenza, fare formazione e potenziare gli aspetti organizzativi per soddisfare i bisogni di salute dei cittadini. Muoversi verso il territorio con l’infermiere di famiglia o di comunità, anche per una gestione più efficace dei posti letto sempre più carenti. C’è bisogno, conclude, di una formazione specifica e continua post laurea e corsi magistrali ad indirizzo medico-assistenziale.

Francesco Franceschi di ITEMS (Italian Emergency Medicine Schools ) interviene, invece, sulla questione della mancanza di “vocazione” verso alcune specializzazioni come la chirurgia, la medicina di urgenza e l’anestesia e rianimazione. Ma serve ottimismo, perché le cose migliori spesso nascono proprio dalle crisi. Così come occorre una maggiore integrazione tra università e territorio e quindi ospedali.

Per Lorenzo Ghiadoni di AcEMC (Academy of Emergency Medicine and Care) è bene non restare isolati e arroccati sulle lamentele, ma agire e non delegare, e soprattutto parlare con i cittadini, coinvolgerli.

Anna Lisa Mandorino di Cittadinanzattiva concorda e vede nei cittadini gli alleati più importanti, come indicato nella Carta dei diritti nel pronto soccorso,cercando di prevenire i ricoveri in PS ed evitare gli accessi non necessari, spesso associati a disagio sociale.

Per Tonino Aceti di Salutequità le risorse per il SSN devono essere una priorità della politica, perché non c’è economia senza salute. È urgente ammodernare il SSN seguendo un nuovo modello che ponga al centro il cittadino e deleghi ai margini le lobby di potere. Le risorse ci sono ma allocate non sempre correttamente, come ad esempio i 10 miliardi non spesi per l’edilizia sanitaria. Perché non spostarli sul personale? Sono soldi fermi da anni. “Manca quindi un piano sanitario nazionale, un progetto e una visione chiara anche sul capitale umano del SSN”.

I professionisti dell’Emergenza-Urgenza fra aggressioni e denunce

L’ultimo confronto vuole focalizzare l’attenzione sulle aggressioni in PS, sulla legge 113 e su come la magistratura recepisce tale normativa.

Per Attilio Pisani, sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma, le lesioni al personale sanitario sono considerate un aggravante, ma forse sarebbe più opportuno prevedere una fattispecie di reato a livello legislativo. Le denunce del personale medico in emergenza non sono numericamente più alte degli altri reparti e con la riforma Cantabria è stato fatto un passo in avanti, inserendo l’obbligo per il pubblico ministero di iscrivere il nome della persona alla quale il reato è attribuito non appena risultino indizi di colpevolezza a suo carico. “Non prima e non dopo”, così indica la legge in termini di pratica applicazione.

Il 50% delle aggressioni ha come motivo scatenante l’attesa

L’avvocato Dario Imparato evidenzia come la depenalizzazione dei medici sia un problema soprattutto politico e si concentra sulla difficoltà dell’operatore sanitario che deve seguire i protocolli con scrupolo, soprattutto nei triage.

Cristina Matranga, Direttore generale della ASL Roma 4, sottolinea come più del 95% delle denunce si conclude con un nulla di fatto, tuttavia l’operatore sanitario in PS non si sente sicuro. Ciò si deve anche all’incapacità del territorio di filtrare gli accessi in PS e ai tempi di attesa delle ASL. Il 50% delle aggressioni, infatti, ha come motivo scatenante proprio l’attesa. L’aggressione “infrange il patto sociale con il cittadino” e deve chiamare in causa tutti, stampa, avvocati e soprattutto la politica che destina al SSN sempre meno risorse. Occorre un patto di lealtà.

L’intelligenza artificiale per lo screening vocale del diabete

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Fammi sentire come parli e ti dirò se hai il diabete di tipo 2. È quanto promette uno degli ultimi algoritmi di intelligenza artificiale programmati e addestrati negli Usa, messo alla prova dai ricercatori per riuscire a identificare se una persona è affetta da diabete di tipo 2 analizzando solo una manciata di secondi del suo parlato. Secondo quanto pubblicato sulla rivista scientifica “Mayo Clinic Proceedings: Digital Health” l’accuratezza della diagnosi algoritmo-mediata sarebbe dell’89% nelle donne e dell’86% negli uomini.

Se questi risultati si confermassero attendibili, si potrebbero aprire scenari davvero interessanti per la diagnosi precoce del diabete, con evidenti risparmi anche per la sanità pubblica in termini di prevenzione a basso costo, semplicità di accesso da parte della popolazione e conseguente possibilità di trattare precocemente le persone affette da diabete, riducendo le complicanze di questa patologia. E quindi l’incidenza del peso socio-sanitario – che poi è anche economico – che il diabete porta con sé in una popolazione che tende a invecchiare come quella italiana. Ma è tutto oro quel che luccica?

La connessione tra la voce e il diabete ha suscitato l’interesse di ricercatori e scienziati, ma è ancora da verificare

L’identificazione precoce del diabete è fondamentale per prevenire gravi complicazioni legate a questa malattia. Tradizionalmente, la diagnosi del diabete si basa su esami del sangue, test di glicemia e analisi urinarie. Tuttavia, negli ultimi anni, la ricerca ha aperto la strada a nuovi approcci, tra cui l’analisi della voce, che potrebbe fornire un metodo non invasivo ed efficiente per rilevare il diabete.

La connessione tra la voce e il diabete ha suscitato l’interesse di ricercatori e scienziati. Uno dei motivi principali di questa correlazione è che il diabete può influenzare vari aspetti della salute, tra cui la salute orale, la funzione dei nervi e la produzione di saliva. Questi fattori possono contribuire a cambiamenti nelle caratteristiche della voce come frequenza, modulazione, durata e altri parametri. L’obiettivo è sviluppare un modello che possa rilevare con precisione i segni del diabete nella voce di un individuo.

“Il lavoro scientifico di cui stiamo parlando è preliminare”, commenta il presidente della Società italiana di Diabetologia (Sid) Angelo Avogaro, “la ricerca ha preso in esame le sequenze fonatorie (oltre 18.000) di un certo numero di persone vedendo quali di esse fossero associate al diabete di tipo 2. È chiaro che un diabetico, spesso in forte sovrappeso o obeso ha un accumulo di grasso a livello del collo, ha problemi di fonazione. Così come soffre di russamento e apnee notturne”. Avverte però il diabetologo che il limite di questo studio è il fatto di essere associativo e non predittivo.

In altri termini, analizzando la voce gli algoritmi non sono in grado di determinare se un soggetto svilupperà o meno il diabete in futuro. “È come avere davanti a sé un fotogramma di un film, senza poter vedere il film intero”, esemplifica Avogaro. Che poi evidenzia anche alcuni limiti del lavoro. Tra cui la mancanza di una stratificazione in base al peso delle persone prese in esame, cioè la valutazione dell’esito dell’analisi fonatoria tra un gruppo di diabetici di tipo 2 magri e un gruppo di pazienti in sovrappeso o obesi.

“Se l’algoritmo fosse in grado di riconoscere una variazione di voce anche nei diabetici magri rispetto ai soggetti sani, allora il risultato sarebbe molto più significativo”.

Se l’algoritmo fosse in grado di riconoscere una variazione di voce anche nei diabetici magri rispetto ai soggetti sani, allora il risultato sarebbe molto più significativo

Anche se per ora l’algoritmo non può prevedere l’evoluzione dello stato di salute degli individui rispetto alla possibilità di sviluppare il diabete di tipo 2, lo studio clinico che ha portato ai risultati pubblicati potrebbe però porre le basi per aiutare la comunità medico-scientifica a far emergere il cosiddetto “sommerso”. Analizzando le voci dei cittadini si potrebbe capire chi già ha il diabete, ma non lo sa.

Inoltre l’analisi della voce per la diagnosi del diabete presenta diversi vantaggi. Tra questi il fatto che l’analisi vocale potrebbe essere un metodo di screening economico ed efficiente, specialmente in luoghi dove l’accesso ai servizi sanitari è limitato.

“È un’ipotesi di lavoro abbastanza interessante”, dice il diabetologo, “perché non invasiva come un prelievo di sangue per la misurazione della glicemia. Per quanto semplice, questo banale esame ematochimico rappresenta una certa barriera per fare screening. E certamente è più costoso che non la semplice analisi vocale”. Nell’ottica di uno screening di massa “si potrebbe ipotizzare un primo passaggio con l’analisi della voce. Per poi procedere con la glicemia sui soggetti che l’algoritmo indica come affetti da diabete”.

Lo screening vocale è un’ipotesi di lavoro abbastanza interessante soprattutto per un preliminare screening di massa

Se questo approccio potrebbe essere ragionevole per lo screening del diabete di tipo 2, non altrettanto potrebbe essere fatto per identificare le persone con diabete di tipo 1. “Le caratteristiche antropometriche delle persone con le due forme di questa malattia sono diverse”, spiega il presidente Sid. “Le persone con diabete di tipo 2 sono spesso obese o gravemente obese, cosa che raramente accade per chi ha il diabete di tipo 1. Per queste ragioni in questi ultimi non sarebbe facile rilevare differenze fonatorie rispetto ai soggetti sani”.

Certamente la base delle analisi condotte dai ricercatori americani dovrebbe essere ampliata per poter dare maggior valore e affidabilità ai risultati ottenibili con questo algoritmo.

Fatta salva questa premessa, quale potrebbe essere la platea di soggetti che potrebbero essere il target giusto per questo tipo di screening vocale attraverso algoritmi di intelligenza artificiale? Risponde Avogaro: “Le persone in sovrappeso, con familiarità per il diabete, soggetti con pressione alta e/o con alti valori ematici di trigliceridi. Ancora le etnie a rischio, come i nigeriani, le persone originarie del Bangladesh. Poi le donne in sovrappeso che hanno avuto un figlio, coloro che non fanno attività fisica. Naturalmente a prescindere dall’età. Anche a vent’anni, se l’esame ha una specificità elevata”.

La Giornata mondiale del Diabete quest’anno è stata incentrata sul fare emergere il sommerso. Tiene a ricordare il presidente Sid: “Il sommerso è ben un terzo dell’emerso. Se l’analisi della voce divenisse un esame con alta attendibilità potrebbe portare grandi risparmi per la sanità pubblica. Si risparmierebbero accessi in ospedale o farmacia per l’esame della glicemia, con i conseguenti importanti risparmi diretti e indiretti. Ancora più importante, si otterrebbe la prevenzione precoce della glicemia, andando nella direzione del trattamento precoce della malattia e la limitazione delle sue complicanze”.

Le cause dell’esitazione vaccinale

Ogni anno in Europa muoiono tra le 15.000 e le 70.000 persone per cause associate all’influenza. Il 90% di questi ha più di 65 anni. In Italia i morti riconducibili all’influenza sono oltre 9.000 all’anno.
Eppure, nonostante questi numeri, l’esitazione vaccinale resta molto diffusa.
Roberta Siliquini, presidente della Siti, la Società italiana d’Igiene, Medicina preventiva e Sanità pubblica, spiega il perché.

L’impatto della vaccinazione antinfluenzale

Un recente studio italiano ha misurato l’impatto della vaccinazione antinfluenzale in termini di mortalità correlata all’influenza negli over 65 dimostrando che, a fronte di un aumento dell’1% della copertura vaccinale, si ha una riduzione dello 0,6% delle morti legate all’influenza.
Il primo autore del lavoro, Alexander Domnich, specialista in Igiene e Medicina preventiva dell’Azienda ospedaliera universitaria San Martino di Genova, spiega perché questi numeri sono così significativi.