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A maggio gli Stati Generali della professione farmaceutica ospedaliera e territoriale nel SSN

Nel contesto di un SSN che sta cambiando, la figura professionale del farmacista dirigente, incardinato nelle Farmacie Ospedaliere e nei Servizi Farmaceutici Territoriali del SSN ha, da sempre, adattato, riadeguato e ridefinito competenze ed attività, al fine di perseguire gli obiettivi strategici del contesto globale.

Numerosi i cambiamenti che si sono susseguiti in questi ultimi decenni: l’evoluzione e la complessità delle terapie disponibili; il progressivo aumento dell’età della popolazione, con il consequenziale incremento delle patologie croniche; la deospedalizzazione e l’incentivazione della medicina del territorio; la necessità di un middle management orientato all’efficienza e alla economicità, preservando il livello di sanità offerto alla popolazione.

Da ultimo, la recente emergenza pandemica ha costituito una forte sollecitazione per il SSN, portando alla luce numerose e annose questioni latenti e mai affrontate in modo risolutivo. Sono emerse criticità che riguardano gli assetti organizzativi e, in particolare, quelle che attengono alla programmazione, agli organici insufficienti, alla carenza di figure assistenziali, alle inappropriatezze in ambito terapeutico, alla delega e globalizzazione delle produzioni strategiche, ai percorsi di acquisto fortemente burocratizzati, alla logistica carente.

Il settore farmaceutico, sia pubblico che privato convenzionato, è stato pienamente coinvolto da queste criticità e ha richiesto la messa in campo di misure eccezionali che hanno contribuito a dare un nuovo impulso e indirizzo alla professione del farmacista del SSN. Le spinte evolutive sono state prevalentemente dettate dall’evento pandemico ma, per dare una virtuosa “consecutio riparativa” alle criticità rappresentate, ora, al rientro alla normalità, è necessario metabolizzare i cambiamenti e ridefinire gli orizzonti della Professione Farmaceutica all’interno dei nostri Ospedali e Servizi Farmaceutici.

Per questi motivi si è ritenuto necessario e irrinunciabile convocare, per il 4-5 maggio 2023 a Roma, nella storica e simbolica sede del Nobile Collegio Farmaceutico in via in Miranda 10 in partnership con la FOFI e la Conferenza delle Scuole di Specializzazione in Farmacia Ospedaliera, l’assemblea consultiva degli Stati Generali per la Farmaceutica Pubblica del S.S.N. In questo contesto, le associazioni di categoria coinvolte condivideranno con gli stakeholder (Ministero della Salute, Agenas, AIFA, Regioni, Comuni, Aziende Sanitarie, FNOMCeo, FIASO, ecc.) il completo inquadramento della mission professionale attraverso la presentazione di modelli virtuosi di ispirazione europea che dovranno essere contestualizzati all’interno dei diversi ambiti in cui si svolge il percorso assistenziale.

Le macro-tematiche su cui si svilupperà il dibattito, e sulle quali si vuole addivenire ad una proposta operativa sono quattro:

  1. la formazione universitaria del farmacista SSN, sia generalistica che specialistica, per adeguarla in termini di contenuti e di metodi formativi alle necessità che il modo professionale richiede;
  2. la farmacia clinica e l’assistenza diretta del farmacista SSN sul singolo paziente, sia in termini di collaborazione interprofessionale e relativo contributo attivo e riconosciuto, al pari di altri professionisti sanitari, che di intervento formativo-informativo nei confronti del paziente;
  3. la rivisitazione dei modelli organizzativi delle Farmacie Ospedaliere, con la declinazione sistematica dei nuovi compiti e ambiti di intervento ormai consolidatisi nella pratica;
  4. la ristrutturazione dei servizi farmaceutici territoriali nel contesto della nuova organizzazione sanitaria territoriale, formalizzando percorsi già consolidati e delineando gli scenari futuri più opportuni.

In sintesi, la valenza strategica della presenza dei farmacisti dirigenti del SSN, in tema di sicurezza delle cure, di appropriatezza prescrittiva e di corretta gestione delle risorse, necessita di essere posta in tutta la sua evidenza nel prezioso e determinante contributo offerto sia in ospedale che sul territorio. Non solo: sarà anche l’occasione per una rivisitazione/rivalutazione delle norme (ormai vetuste) che declinano le attività svolte all’interno delle farmacie ospedaliere (DPR 128 /1969) e di una raccolta/riscrittura di quelle che, pur se poche e frammentarie, regolano le attività del Servizio farmaceutico territoriale.

di Roberta Di Turi, Segretario Generale SiNaFO, e Francesca Venturini, Presidente SIFaCT

Dispositivi medici, perché il payback mette tutti in allarme

Il pagamento del payback sui dispositivi medici è slittato al 30 aprile: lo ha confermato il governo nel Milleproroghe. Salvo novità, le aziende del comparto sanità sono tenute a rimborsare il 50% delle spese effettuate in eccesso dalle Regioni. Per questa primavera parliamo del pregresso per gli anni 2015-2018, che vale 2 miliardi e 200 milioni. Una cifra che desta preoccupazioni su molti fronti: si parla di rischio chiusura per circa l’80% delle piccole imprese del comparto, che sono oltre 5mila, ma anche, di conseguenza, di un grave problema di approvvigionamento per gli ospedali e in definitiva di pesanti ricadute sulle prestazioni offerte ai cittadini dal Servizio Sanitario Nazionale.

Ne abbiamo discusso nella LIVE “Payback, dispositivi medici a rischio” con Fernanda Gellona (Direttore generale Confindustria Dispositivi Medici), Anna Lisa Mandorino (Segretaria generale Cittadinanzattiva) e Mauro Scatizzi (Direttore UOC Chirurgia Generale Ospedale Santa Maria Annunziata di Firenze, ASL Toscana Centro, Presidente Associazione Chirurghi Ospedalieri – ACOI).

Il dibattito ha preso le mosse dai risultati del sondaggio condotto nelle settimane precedenti tra i nostri lettori. Innanzitutto abbiamo domandato: del payback dispositivi medici cosa ti preoccupa maggiormente? Per il 32% il principale timore è quello del calo delle prestazioni sanitarie. Seguono le forniture a rischio (27%) e, alla pari, con il 20%, posti di lavoro a rischio e fuga delle aziende all’estero.

La seconda domanda era: qual è la priorità in ambito di payback dispositivi medici? Per il 35% la priorità è proprio la cancellazione del payback. Seguono la necessità di fondi al SSN (33%), la valorizzazione dell’innovazione (25%) e, con un risultato decisamente inferiore, l’adeguamento del tetto per le regioni (8%).

Confindustria DM: “Mantenere il testo significa decidere di dare meno prestazioni ai cittadini”

Fernanda Gellona

Lo slittamento ad aprile non basta: per Confindustria Dispositivi Medici il payback va cancellato. Perché? “Se questo non accadrà, a maggio le imprese dovranno chiudere i bilanci in perdita; molte di loro saranno costrette a licenziare o chiudere e comunque moltissime subiranno un forte contraccolpo dalle inevitabili restrizioni di accesso al credito, che deriveranno da questa situazione. Ma la cosa più grave e difficile da mettere a fuoco è che quelli che ci rimetteranno insieme a noi sono i professionisti e i cittadini. Bisogna comprendere che il payback è una norma che non rappresenta uno strumento di contenimento della spesa, peraltro già completamente controllata dal sistema delle gare pubbliche, ma è un forte danno per la salute dei pazienti. In Italia, infatti, non c’è un problema di spesa in dispositivi medici fuori controllo, ma di sottofinanziamento del Ssn“.

Molte aziende stanno rinunciando a rispondere alle nuove gare: si rischia l’interruzione delle forniture agli ospedali

Come vi muoverete quindi nelle prossime settimane e cosa è possibile aspettarsi? “Ci si augura che il Tar metta una parola ferma sulla questione. Il balletto di norme, decreti attuativi, proroghe e ricorsi rappresenta perfettamente l’incertezza nella quale si vive. Incertezza che determina non solo ulteriori problemi alle aziende, sulle quali pende una spada di Damocle, ma frena anche gli investimenti nel settore. Se non si capisce questo, mettendo fine alla questione, non credo si renda un servizio ai cittadini sotto alcun aspetto. Molte aziende in questo contesto stanno rinunciando a rispondere alle nuove gare, si rischia l’interruzione delle forniture agli ospedali.

Senza la cancellazione del payback, gli ospedali avranno grandi problemi di approvvigionamento e se le imprese del comparto falliranno si avranno pesanti ricadute anche sull’assistenza tecnica degli strumenti installati negli ospedali, che ad oggi sono di responsabilità proprio delle imprese del comparto, e sulla fornitura di tecnologie di qualità. Oggi la spesa media pro capite in dispositivi medici nel nostro Paese è tra le più basse d’Europa: 123 euro contro i 284 di media europea. E mantenere i tetti vuol dire decidere di dare meno prestazioni ai cittadini e abbassare la qualità degli strumenti diagnostici, di cura e riabilitazione indispensabili per la salute. Il Governo deve decidere se continuare a sottofinanziare il Ssn, riversando così sulle aziende l’onere della sua sostenibilità, finanziarlo, o investire in salute facendo una programmazione più attenta e aderente ai bisogni di cura dei cittadini. In ogni occasione di incontro lo stiamo ribadendo”.

Cittadinanzattiva: “Coinvolgere i pazienti giova al SSN”

Come Cittadinanzattiva avete il polso della condizione dei pazienti. Come valutate il sistema attuale di payback dei dispositivi medici da questo punto di vista? “Come un’ulteriore criticità che va a incidere su una situazione già di difficoltà in cui versa il servizio sanitario in molte aree del nostro Paese. I problemi che più pesano sui cittadini al momento sono noti: la difficoltà di accedere alle prestazioni sanitarie, quindi le lunghe liste d’attesa; il fatto di essere spesso costretti a rimetterci in termini di spesa diretta per avere prestazioni sanitarie che altrimenti arriverebbero troppo in ritardo, investendo anche direttamente con il cosiddetto out of pocket; la difficoltà di trovare un’assistenza territoriale adeguata, con la desertificazione di molte professioni sanitarie su gran parte del territorio, non soltanto sulle regioni del sud. Il quadro è quindi abbastanza critico e richiede un investimento sistematico complessivo sul Servizio Sanitario Nazionale, cosa che d’altra sembravamo aver capito durante il periodo della pandemia. Tutti noi ci siamo detti: mai più disinvestire sulla salute e sul Servizio Sanitario Nazionale, che ne è il principale strumento, universale ed equo. La salute è l’infrastruttura per eccellenza del nostro Paese e anche la precondizione per tutte le altre attività: non c’è il lavoro, per esempio, senza la salute, e questo sembrava un insegnamento che avevamo appreso. Purtroppo, però, a distanza di qualche mese lo rivediamo messo in discussione anche da provvedimenti come questo, che non vanno nel senso di rafforzare il servizio sanitario ma anzi possono essere causa dell’arretramento di molte prestazioni e della qualità delle stesse”.

La partecipazione dei cittadini alle decisioni sulle politiche sanitarie ha ancora degli spazi di grande crescita

I cittadini/pazienti nel nostro sistema sanitario sono coinvolti a sufficienza nei processi decisionali, compreso il dibattito su un tema caldo come quello del payback? “Con rammarico, devo dire che i cittadini non sono stati coinvolti in questa discussione, altrimenti avrebbero potuto portare il loro punto di vista e magari contribuire a prendere una decisione un po’ più accorta e prudente. Questa riflessione mi porta a precisare che in generale la partecipazione dei cittadini alle decisioni sulle politiche sanitarie ha ancora degli spazi di grande crescita.

Non che non esista partecipazione nel nostro mondo, non che le associazioni non rivendichino con forza spazi e modalità di partecipazione, non che manchino la pratica e i processi di partecipazione, però tutto questo è legato a scelte contingenti o legate alla buona volontà di chi le fa, dimenticando un dato secondo noi fondamentale: in fondo la partecipazione serve alle istituzioni, dico per paradosso, più ancora che alle associazioni dei pazienti. Permettere alle associazioni dei pazienti e dei cittadini di partecipare fa sì che alcune decisioni che si assumono siano più efficaci e non portino risultati controproducenti come è avvenuto nel caso del payback. Chiudo tuttavia citando una notizia positiva da questo punto di vista: il Ministero della Salute, nel precedente governo (e sembra che anche l’attuale abbia confermato l’intenzione), ha approvato un atto di indirizzo sulla partecipazione delle associazioni che potrebbe rappresentare invece un perimetro un po’ più strutturato in cui rendere possibile la partecipazione dei cittadini. Speriamo che da questo punto di vista ci siano utili sviluppi anche su temi delicati come quello del payback sui dispositivi medici”.

Scatizzi: “Attenzione alle gravi disparità regionali”

Marco Scatizzi

Interpellato sull’imminenza del rischio per le forniture, Scatizzi ha affermato: “Ne abbiamo già avuto qualche sentore. Devo dire che noi parliamo di Servizio sanitario nazionale, ciò che è previsto dalla legge e di cui la nostra associazione è fautrice, cioè di un servizio sanitario pubblico e nazionale, ma ahimè in realtà non è così, perché il servizio sanitario pubblico è un servizio sanitario regionale con forti disparità sia sotto il profilo del finanziamento globale che dell’erogazione delle prestazioni. Noi in Toscana eroghiamo praticamente tutto, intorno al 95%, attraverso il sistema sanitario pubblico e quindi diretto, e abbiamo 396 milioni di payback; ci si può chiedere se l’abbiamo gestito bene, cioè se il superamento dei tetti sia stato ben gestito, e io sono convinto che non lo sia stato, quindi abbiamo delle responsabilità anche noi come servizio pubblico, ma la Lombardia o il Lazio (che ha soltanto il 50% di erogazione delle prestazioni come sanità pubblica), ovviamente hanno iscritto a bilancio quasi niente. Ricordiamoci – e noi percepiamo qualche inizio di scricchiolio al rifornimento – che se il servizio andasse in crisi, non andrà in crisi nello stesso modo in tutte le regioni e nemmeno all’interno della Regione.

Il rischio per le forniture insiste maggiormente sulle regioni che hanno erogato più prestazioni in regime di sanità pubblica e che quindi hanno cifre di payback più alte

Questo perché se il problema è per le prestazioni del servizio pubblico, il privato convenzionato che accede alla ripartizione dei fondi del SSN tramite il sistema dei “Drg”(diagnosis related groups, il sistema delle tariffe e delle regole di remunerazione delle prestazioni di assistenza ospedaliera erogate nelle strutture sanitarie pubbliche e private accreditate) potrà tranquillamente continuare a erogare il proprio servizio; basta che la regione dia l’ok e rimborsi il “Drg” perché il presidio è dentro quella prestazione. C’è quindi una fortissima disparità in Italia e come noi anche l’Emilia Romagna, il Veneto, il Friuli, in parte la Puglia, sono molte le regioni che hanno dovuto iscrivere a bilancio tanti soldi per il payback e lì insiste sicuramente di più il rischio”.

Così come i pazienti, anche i medici lamentano di non essere sufficientemente coinvolti nelle decisioni sul SSN. “Eppure ne dovremmo essere un elemento centrale. Siamo, di fatto, titolari di una responsabilità enorme, ma questo non significa che siamo presi in considerazione. Noi facciamo il possibile per esserlo e stimoliamo a tutti i livelli le autorità, soprattutto quelle che legiferano perché ci mettono nella condizione di lavorare entro alcuni limiti che sono appunto quelli dettati dalle leggi e dai decreti attuativi. Vorremmo essere più ascoltati anche perché crediamo di avere qualche elemento prezioso di suggerimento per poter scrivere forse un po’ meglio le leggi o applicarle in modo più adeguato.

Vogliamo assolutamente coinvolgere i pazienti e spiegare loro che la battaglia contro il payback è nel loro interesse

Perché l’Acoi per prima e, ahimè, quasi da sola, ha iniziato una campagna di sensibilizzazione sul payback? Per due motivi. Il primo è la preoccupazione forte di non avere gli strumenti adatti da qui a breve se quel che chiede il payback dovesse essere restituito davvero tutto e nei termini nei quali era scritto nella legge. Il secondo è che noi siamo da sempre abituati come Associazione dei Chirurghi Ospedalieri Italiani e come chirurghi a parlare tutti i giorni con i pazienti. Noi vogliamo assolutamente coinvolgere il paziente, spiegare che questa battaglia è nel suo interesse: qui non ci sono trucchi o altre cose, un retropensiero che spesso e volentieri si fa strada in molte delle nostre quotidiane attività. No, qui è una legge che fu scritta, a mio giudizio, molto male all’epoca e che per otto anni non è stata resa esecutiva.

Non ci dimentichiamo che questa è la prima tranche: 2,2 miliardi sono degli anni 15-18, poi c’è un altro miliardo e 8 circa tra il 2019 e il 2022, insomma 4 miliardi che secondo le regole pazzesche dei payback dovrebbero essere richiesti. Chi ci governa adesso non avrà responsabilità in tal senso, perché non l’ha scritto e non l’ha portato in esecuzione, ma sono loro che dovranno trovare a valle una soluzione perché i nostri cittadini possano ancora affidarsi e venire a farsi operare nelle nostre sale operatorie con la tranquillità di avere la migliore prestazione e la migliore qualità dei dispositivi perché questa prestazione possa essere efficiente ed efficace ogni giorno”.

Disturbi del comportamento alimentare in aumento

Riducono l’alimentazione fino a saltare i pasti o al contrario presentano abbuffate compulsive, contano ossessivamente le calorie, si pesano e si specchiano continuamente, eccedono con l’attività fisica, cambiano umore e riducono il contatto con il mondo esterno: sono solo alcuni dei principali campanelli d’allarme che manifesta chi soffre dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) come anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata (o Binge Eating Disorder – BED).

Un problema di salute pubblica quello dei disturbi legati all’alimentazione, in aumento e con un esordio sempre più precoce, soprattutto tra i giovanissimi, le ragazze in particolare, tra i 12 e i 17 anni. In occasione della Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, interviene la SINPIA, Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza: “E’ un mondo complesso quello dei disturbi del comportamento alimentare – dichiara la Prof.ssa Elisa Fazzi, Presidente SINPIA e Direttore della U.O. Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ASST Spedali Civili e Università di Brescia – e negli anni più recenti abbiamo osservato un progressivo abbassamento dell’età di insorgenza, tanto che non riguarda più soltanto gli adolescenti, ma anche bambine e bambini in età prepuberale, con conseguenze più gravi sul corpo e sulla mente, sullo sviluppo in genere. L’identificazione e l’intervento tempestivo e multidisciplinare sono decisivi per una prognosi migliore”.

I DCA (disturbi del comportamento alimentare) affliggono oltre 55 milioni di persone in tutto il mondo (1), oltre 3 milioni di persone in Italia, pari a circa il 5% della popolazione: l’8-10% delle ragazze e lo 0,5-1% dei ragazzi soffrono di anoressia o bulimia (Dati Osservatorio ABA e ISTAT): l’incidenza recentemente è aumentata del 30% per effetto della pandemia e il picco è soprattutto tra i giovanissimi, colpiti fino a quattro volte di più rispetto al periodo pre-Covid, a causa dell’isolamento, della permanenza forzata a casa, della chiusura delle scuole e dell’annullamento delle iniziative di coinvolgimento sociale (Ministero della Salute).

Secondo i dati emersi da una ricerca a cura dell’Istituto Superiore di Sanità, sui Centri in Italia del Servizio Sanitario Nazionale dedicati ai disturbi del comportamento alimentare, su oltre 8000 utenti, il 90% è di genere femminile rispetto al 10% di maschi; il 59% dei casi ha tra i 13 e 25 anni di età, il 6% ha meno di 12 anni.  Rispetto alle diagnosi più frequenti, l’anoressia nervosa è rappresentata nel 42,3% dei casi, la bulimia nervosa nel 18,2% e il disturbo di binge eating nel 14,6%.

“Quando si parla di disturbi del comportamento alimentare – spiega Elisa Fazzisi fa riferimento a un disturbo caratterizzato da un rapporto alterato con il cibo che si manifesta attraverso una preoccupazione eccessiva rispetto al peso e alla forma del proprio corpo ma esprime soprattutto una grande sofferenza psichica ed emotiva di cui il soggetto, e anche la famiglia, non si rendono sempre conto focalizzando il problema sul cibo. Sono patologie diffuse soprattutto nell’universo femminile e con un impatto drammatico nella vita di tutti i giorni, di ragazze e ragazzi e delle loro famiglie. I disturbi legati all’alimentazione, come l’anoressia nervosa, possono essere associati ad altri sintomi come depressione, ansia, bassa autostima e comportamenti autolesionistici. Quello del neurosviluppo, che riguarda bambini e ragazzi tra 0 e 18 anni, è un periodo delicato in cui i fenomeni maturativi del sistema nervoso centrale non hanno uguali nelle successive fasi della vita. Ad ogni tappa dello sviluppo, compresa la preadolescenza, possono corrispondere possibili rischi e vulnerabilità. In questo periodo la famiglia e la scuola sono fondamentali nell’individuazione dei primi segnali di rischio come forma di tutela e protezione della salute di bambini e adolescenti”.

L’Anoressia Nervosa (AN) è uno dei più diffusi disturbi del comportamento alimentare, il cui trattamento richiede un’intercettazione preliminare da parte del medico di famiglia che permetta poi l’invio agli specialisti, neuropsichiatri infantili e nutrizionisti, che lavorano in equipe multidisciplinari. Nella maggior parte dei casi, il trattamento prevede la combinazione di un intervento psicoterapeutico sul soggetto e sulla famiglia e una “riabilitazione” dietetico/nutrizionale al fine di aiutare il paziente a comprendere le motivazioni della sua sofferenza e a superarla, e gradualmente a riprendere un corretto rapporto con il cibo. Se non trattati in tempi e con metodi adeguati, i disturbi dell’alimentazione possono diventare una condizione permanente e compromettere seriamente la salute di tutti gli organi e apparati (cardiovascolare, gastrointestinale, endocrino, ematologico, scheletrico, sistema nervoso centrale, dermatologico) e, nei casi gravi, portare alla morte. All’anoressia nervosa è collegata una mortalità 5-10 volte maggiore di quella di persone sane della stessa età e sesso.

Dai risultati di un recente studio tutto italiano (2) pubblicato sulla prestigiosa rivista International Journal of Environmental Research and Public Health, emergononuovi approcci terapeutici basati sulla Realtà Virtuale con importanti risultati nei soggetti affetti da Anoressia Nervosa. Questa tecnologia consente ai pazienti di essere immersi in un ambiente virtuale che si adatta al loro stato psicologico e può essere particolarmente indicata negli adolescenti se presentata come un gioco. In generale, l’implementazione della Realtà Virtuale in contesti clinici può anche favorire una maggiore partecipazione del paziente aumentando la sua fiducia nei confronti di esperienze del mondo reale.

La SINPIA è un’Associazione Scientifica che ha per scopo la tutela della salute mentale dell’infanzia e dell’adolescenza, lo sviluppo della ricerca e della prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione delle patologie neurologiche, neuropsicologiche e/o psichiatriche dell’infanzia e dell’adolescenza (da 0 a 18 anni) e di tutti i disordini dello sviluppo del bambino nelle sue varie linee di espressione (motoria, comunicativo-linguistica, cognitiva, affettiva e relazionale).

1 Qianet al., 2022; Santomauro et al., 2021

2 Review “Anorexia Nervosa, Body Image Perception and Virtual Reality Therapeutic Applications: State of the Art and Operational Proposal” 2022

PNRR, 2,7 miliardi a Regioni e Province autonome per il potenziamento dell’Assistenza domiciliare

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto di riparto dei 2.720.000.000 euro finanziati con il PNRR per il potenziamento dell’Assistenza domiciliare alla popolazione italiana con più di 65 anni, che fissa l’obiettivo di assisterne direttamente nelle proprie case il 10%. Dovranno essere almeno 800 mila in più rispetto ai pazienti che attualmente beneficiano dell’assistenza domiciliare. 

Le risorse sono riconducibili all’investimento M6C1 – 1.2 – “Casa come primo luogo di cura e telemedicina” e in particolare al sub-investimento M6 C1 – 1.2.1 “Assistenza domiciliare”. 

Il Decreto suddivide le risorse tra Regioni e Province autonome e fissa i target minimi che dovranno raggiungere entro il 2026. A vigilare sul raggiungimento degli obiettivi sarà Agenas.

Fatta salva l’erogazione della totalità delle risorse PNRR previste per l’anno 2022 a titolo di anticipazione, per le annualità successive si prevede:

  • per l’anno 2023, l’erogazione, a titolo di anticipa- zione, del 50 per cento delle risorse previste per la medesima annualità, subordinata al raggiungimento degli obiettivi specifici (incremento totale pazienti over sessantacinque) previsti per l’anno precedente (2022);
  • per l’anno 2024, l’erogazione, a titolo di rimborso, del 50 per cento delle risorse riferite all’annualità precedente (2023), e, a titolo di anticipazione, del 50% delle risorse previste per l’anno 2024, subordinata al raggiungimento degli obiettivi specifici (incremento totale pazienti over sessantacinque) previsti per l’anno 2023;
  • per l’anno 2025, l’erogazione, a titolo di rimborso, del 50 per cento delle risorse riferite all’annualità precedente (2024), e, a titolo di anticipazione, del 50 per cento delle risorse previste per l’anno 2025, subordinata al raggiungimento degli obiettivi specifici (incremento totale pazienti over sessantacinque) previsti per l’anno 2024;
  • per l’anno 2026, l’erogazione, a titolo di rimborso, del 50 per cento delle risorse riferite all’annualità precedente (2025), subordinata al raggiungimento degli obiettivi finali (incremento totale pazienti over sessanta- cinque) previsti.

Per saperne di più consulta il Decreto 23 gennaio 2023 

Per approfondire

Documento di consensus nazionale sulla teleneurofisiologia

Il Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali (CNTNT) dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha promosso e coordinato il Gruppo di Consensus Nazionale per la Teleneurofisiologia clinica in Italia, costituito da 12 Società scientifiche di settore, da esperti indipendenti e da personale ISS. Tutti hanno collaborato al documento con lo scopo di fornire indicazioni per il corretto utilizzo della telemedicina agli specialisti con documentata esperienza in neurofisiologia clinica e ai tecnici di neurofisiopatologia, nel pieno rispetto delle normative vigenti.

Nel documento si trovano le definizioni e le modalità di organizzazione utili per svolgere il servizio in telemedicina. Vengono anche analizzate le varie problematiche tecniche nell’adulto, nel bambino e nel neonato, relative all’esecuzione a distanza di: elettroencefalografia, potenziali evocati, elettromiografia, elettroneurografia, potenziali evento correlati, problematiche intraoperatorie e in area critica, supporto all’accertamento di morte con criteri neurologici, stimolazione cerebrale non invasiva e neurosonologia vascolare.

Per approfondire

Motociclista recupera uso mano dopo lesione del plesso brachiale: l’intervento innovativo

Un giovane studente motociclista di 22 anni potrà recuperare la funzione della mano dopo una lesione completa del plesso brachiale, grazie ad un innovativo e complesso intervento di frontiera, presso l’ospedale Cto della Città della Salute di Torino. Il paziente si trovava alla guida della propria moto una sera di circa sei mesi fa di ritorno dal lavoro, quando un mezzo gli ha tagliato la strada ed ha perso il controllo del mezzo sbattendo contro un albero. Il trauma ha provocato una lesione del plesso brachiale con deficit completo dell’arto superiore sinistro con impossibilità di mobilizzare mano, gomito e spalla.

L’intervento chirurgico è stato eseguito alcuni giorni fa, circa sei mesi dopo il trauma, dai microchirurghi della mano e dai neurochirurghi dottori Bruno Battiston, Paolo Titolo, Giulia Colzani e Francesca Vincitorio. La procedura chirurgica è durata circa 8 ore, durante la quale sono stati collegati alla radice sana del braccio controlaterale i nervi strappati per reinnervare la muscolatura della mano. In pratica  tagliando il nervo sano alla radice di C7 della colonna vertebrale, il nervo stesso viene fatto passare dietro l’esofago e collegato ai nervi strappati, come se fossero fili della luce, dove la componente sana potrà ricrescere 1 mm al giorno all’interno dei nervi strappati. Così facendo i nervi sani arriveranno a dare un impulso elettrico alla parte lesionata dandole nuova vita. Non si sono presentate complicanze.

 Per l’intervento è stato utilizzato un microscopio robotico a visualizzazione stereoscopica 3D con controllo remoto hands free utilizzato nella sala operatoria della Neurochirurgia universitaria dell’ospedale CTO (diretta dal professor Diego Garbossa). Questo dispositivo, unico nel suo genere, permette all’équipe chirurgica di poter visualizzare ad altissima risoluzione 3D ed ingrandimento, in modo naturale, angoli e punti fino ad oggi impossibili da raggiungere. Tutto questo senza mai dover staccare le mani dal campo operatorio.
Nelle lesioni complete di plesso brachiale l’utilizzo della radice nervosa di C7 controlaterale dal braccio sano come donatore permette di portare un contributo motorio e sensitivo al lato lesionato ed è per adesso l’unica metodica per cercare di rianimare la funzionalità della mano. Tale tecnica permette un maggiore e più fisiologico recupero della funzione motoria e sensitiva dell’arto. La riabilitazione prevede l’adozione di trattamenti specifici possibili solo in centri di riferimento.

Si è trattato di un complesso intervento chirurgico per recuperare la funzione della mano in un paziente affetto da lesione completa del plesso brachiale. Una innovativa tecnica chirurgica, che permette di cercare di ripristinare la funzione della mano utilizzando una radice del plesso controlaterale sana dell’altro braccio.
Il plesso brachiale rappresenta la rete nervosa preposta all’innervazione, sia sensitiva che motoria, dell’arto superiore, che controlla i muscoli della spalla, del braccio, del gomito, del polso, della mano e delle dita.

Una lesione del plesso brachiale rappresenta un evento che cambia la vita di una persona perché paralizza l’arto superiore. L’incidente o l’evento che lo ha determinato spesso causa un politrauma con numerose problematiche, ma la lesione di plesso brachiale spesso è la più difficile da gestire, sia dal punto di vista medico sia da quello psicologico per il paziente.
Questo tipo di intervento chirurgico richiede un’attenta pianificazione e valutazione, poiché non tutte le lesioni del plesso brachiale possono essere trattate con tale metodica ed i tempi di recupero sono lunghi.

L’intero percorso chirurgico e riabilitativo del paziente è reso possibile grazie dalla collaborazione interdivisionale tra il Dipartimento di Ortopedia – Traumatologia e Riabilitazione della Città della Salute (diretto dal professor Giuseppe Massazza), la Neurochirurgia universitaria (diretta dal professor Diego Garbossa), l’Ortopedia e Traumatologia 2 ad indirizzo Chirurgia della mano (diretta dal dottor Bruno Battiston), l’Unità Spinale Unipolare (diretta dal dottor Salvatore Petrozzino) ed il Dipartimento di Anestesia, Rianimazione ed Emergenza (diretto dal dottor Maurizio Berardino).

Il recupero della funzione motoria necessita di molti mesi e sarà facilitata dai moderni trattamenti fisioterapici atti a preservare e favorire la motilità dei distretti interessati. La collaborazione interdivisionale permette un trattamento multidisciplinare ed un percorso ambulatoriale, chirurgico e riabilitativo dedicato ai pazienti affetti da lesioni nervose periferiche ed ai pazienti tetraplegici per il recupero della funzionalità dell’arto superiore.

La raccolta di sangue e plasma dopo la pandemia

Non che fosse tutto perfetto, ma quasi. Prima della pandemia il numero delle donazioni di sangue – comunque sempre sufficiente – era tornato a crescere, invertendo la curva calante dei primi anni Duemila. Poi il Covid ha spezzato la magia. Ma non è tutto: sta diventando sempre più preoccupante anche la mancanza del plasma. Ne parliamo con Vincenzo De Angelis, direttore del Centro Nazionale Sangue, e con alcuni tra i principali attori del settore in Italia, per comprendere il problema, le cause e le possibili soluzioni.

Qual è a oggi la situazione della donazione di sangue in Italia?

È una situazione di sostanziale autosufficienza, che però non è priva di criticità, né va data per scontata. I dati più recenti, ancora riferiti al 2021, sono ovviamente migliori di quelli dell’anno precedente. Ma tendenzialmente assistiamo a un calo dei donatori di sangue italiani negli ultimi dieci anni di circa il 5%. Un dato ancora più preoccupante è quello dell’invecchiamento della popolazione dei donatori a cui non corrisponde un adeguato ricambio generazionale. L’unica fascia demografica di donatori che cresce è quella che va dai 55 ai 65 anni. I donatori dai 18 ai 35 anni sono in calo tendenziale da anni e nel 2021 abbiamo registrato un calo anche tra i donatori della fascia tra i 35 e i 45 anni. Poi abbiamo anche il problema di una raccolta di sangue che spesso va a due velocità, con alcune regioni che vanno oltre la media delle 40 unità di globuli rossi per 1000 abitanti ed altre che stanno ben sotto la soglia. Il problema non è ascrivibile solo a motivi di carattere educazionale, ma anche a questioni più sostanziali come la disponibilità di personale e l’organizzazione interna.

Qual è stato l’impatto della pandemia?

Nei mesi in cui si sono registrati i picchi di contagi della variante Omicron si sono registrati forti cali nei numeri della raccolta

Non è stato un impatto di poco conto. Abbiamo detto che il calo dei donatori tendenziale è stato del 5% in dieci anni. Se però prendiamo in considerazione i numeri più recenti vediamo che il confronto con i dati pre-covid è comunque preoccupante. Tra 2019 e 2021 abbiamo registrato un -2% e i dati preliminari del 2022 confermano il trend negativo. Ma se nel 2020 il calo della raccolta è stato compensato in parte da un minor utilizzo, nel 2021 e nel 2022 le chirurgie hanno ricominciato a lavorare a pieno regime. E anche una variante come Omicron che, in termini di vittime, è stata sicuramente meno impattante, ci ha comunque messo molto in difficoltà. Perché ovviamente una persona affetta da Covid, anche nella forma più blanda, non può donare il sangue e quindi una larga diffusione della variante ha costretto a casa ogni volta centinaia di migliaia di donatori ma anche medici e infermieri. Non è un caso che nei mesi in cui si sono registrati i picchi di contagi noi abbiamo registrato dei forti cali nei numeri della raccolta.

E il plasma?

Il discorso fatto per i globuli rossi vale anche per il plasma. Con una aggravante: l’Italia non è autosufficiente in termini di raccolta plasma. il Paese ha raccolto circa 850mila chilogrammi di plasma e si attesta a un indice di conferimento pari a 14.2 kg/1.000 abitanti, valore palesemente sottodimensionato rispetto a quanto sarebbe necessario per garantire al Paese un’indipendenza strategica nei confronti del mercato per i due farmaci plasmaderivati più richiesti, rappresentati da immunoglobuline polivalenti e albumina. Infatti, ai fini di tale indipendenza sarebbe necessario raccogliere circa 1.100.000 chilogrammi di plasma e raggiungere quindi una media nazionale di almeno 18 Kg/1000 abitanti/anno, come peraltro è già stato scritto nei programmi nazionali di autosufficienza per il 2020 e per il 2021.

Quali sono quindi al momento le principali criticità da superare?

La persistente e critica difficoltà nel reperimento di medici costringe ogni giorno ad annullare diverse sedute esterne di raccolta sangue

Come anticipato prima, sicuramente l’invecchiamento della popolazione dei donatori è una delle problematiche più pressanti. Ma non è l’unica. La persistente e critica difficoltà nel reperimento di medici, sia nelle strutture pubbliche, sia nelle unità di raccolta associative, costringe ogni giorno ad annullare diverse sedute esterne di raccolta sangue. Già un’indagine effettuata dal Centro nel 2019 aveva messo in luce la necessità di adeguamento degli organici medici dei servizi trasfusionali pubblici stimata intorno al 30% delle dotazioni all’epoca presenti. Un’altra indagine del 2021 ha messo in luce una ulteriore complessiva mancanza di 273.000 ore/uomo annue sul territorio nazionale, per far fronte alle cessate attività di personale medico già dipendente dal SSN o convenzionato con gli enti del SSN e le Associazioni e Federazioni dei donatori di sangue.

E poi il plasma. La dipendenza dal mercato estero è una debolezza strategica che va superata il prima possibile. Fino a oggi abbiamo fatto affidamento sulle esportazioni di plasmaderivati dagli Stati Uniti. Ma negli ultimi anni, a causa del Covid, anche gli Usa hanno raccolto meno plasma e questo ha comportato un inevitabile aumento dei prezzi. Solo albumina e immunoglobuline, per la parte non prodotta dal plasma italiano, nel 2023 potrebbero costare all’Italia circa duecento milioni di euro. Ma i costi potrebbero non essere l’unico problema, un giorno potremmo trovarci di fronte a difficoltà nel reperimento dei farmaci stessi.

Quali prospettive e quali possibili soluzioni?

Bisogna agire di concerto e su più livelli. Nel corso del 2022 l’esecutivo ha sbloccato importanti finanziamenti sia per la promozione della donazione di sangue e plasma, sia per l’acquisto da parte delle unità di raccolta associative di materiali e tecnologie utili alla raccolta. Con molti partner europei e di concerto con soggetti come AIFA e European Blood Alliance stiamo lavorando a diversi progetti internazionali per fronteggiare la carenza di farmaci emoderivati e per adottare buone pratiche a livello continentale per implementare la raccolta di plasma, come il progetto SUPPLY che punta a fornire strumenti utili proprio a incrementare la raccolta di plasma da donazioni volontarie e non remunerate nei paesi membri dell’UE. Quanto alla carenza del personale (medici in primo luogo), servono urgentemente misure di intervento su più fronti, dall’incremento della dotazione di medici addetti ai servizi trasfusionali, al migliore e più razionale impiego di altre professionalità sanitarie (soprattutto infermieri, tecnici di laboratorio, biologi, farmacisti…) ed infine all’uso delle tecnologie in telemedicina da applicare a tutte le attività trasfusionali.

AVIS: “Inserire i centri di raccolta sangue nelle Case di Comunità”

“Non vedo la situazione in modo poi così negativo e non sono pessimista: il periodo pandemico ha dimostrato che la generosità dei donatori non è mai venuta meno, anzi: durante il perdurare dell’emergenza nel 2021 si è donato più che nel 2020, grazie anche al tema del plasma iperimmune e al dibattito che si è creato intorno ad esso”, commenta Gianpietro Briola, Presidente di AVIS Nazionale. “Le difficoltà che permangono non sono comunque legate alla disponibilità dei donatori quanto all’organizzazione della rete di raccolta, al personale e anche, in qualche modo, al clima sociale che riguarda i donatori, in modo particolare giovani. Mi riferisco soprattutto ai luoghi dove la raccolta è solo pubblica e i centri di raccolta sono aperti dalle 10 alle 12 dal lunedì al venerdì: questo limita la presenza di chi lavora, anche perché con la ripresa dell’attività lavorativa i datori di lavoro giustamente non incentivano l’assenza dal posto di lavoro”.

Sul punto della carenza di personale sanitario, problema acuitosi con la pandemia, determinando una riduzione delle giornate di raccolta e di conseguenza una riduzione delle donazioni stesse, l’AVIS ha avviato un’attività di interlocuzione parlamentare culminata lo scorso anno con l’approvazione del decreto “Sostegni ter” che introduce la possibilità per i medici specializzandi (proprio come avvenuto per le vaccinazioni anti-Covid) di “prestare, al di fuori dell’orario dedicato alla formazione specialistica e fermo restando l’assolvimento degli obblighi formativi, la propria collaborazione volontaria a titolo gratuito ed occasionale agli enti e alle associazioni che, senza scopo di lucro, svolgono attività di raccolta di sangue ed emocomponenti”. Ma sebbene il decreto sia stato pubblicato in Gazzetta ufficiale nella primavera 2022, si attende ancora un regolamento attuativo che stabilisca le modalità e i limiti per la prestazione dell’attività.

A questo tema si collega la proposta di AVIS Nazionale di inserire i centri di raccolta sangue nelle Case di Comunità. L’auspicio del sodalizio è che i fondi stanziati dalla legge sulla concorrenza (7 milioni di euro per le attività trasfusionali) possano essere impiegati proprio per incrementare il numero di punti di raccolta plasma sul territorio nazionale, così da raggiungere finalmente l’autosufficienza da farmaci plasmaderivati che il nostro Paese non ha mai centrato. “Le Case di Comunità saranno costruite ovunque in tutto il Paese oppure rafforzate dove le strutture già esistono: sarebbe un’occasione per poter aprire centri di raccolta sangue sull’intero territorio nazionale, ma non solo – sostiene Briola -. Trattandosi di spazi sociosanitari, avere al loro interno associazioni di volontariato sarebbe un’opportunità per avere una presenza sociale nelle Case di Comunità, che tenda a fare rete e a fornire servizi ai cittadini: altrimenti c’è il rischio che rimangano alla fine delle cattedrali nel deserto, poco riempite, poco usate e poco aperte”.

FIDAS: “Il primo problema è la carenza dei medici trasfusionisti”

L’attività delle associazioni per sensibilizzare la popolazione è fondamentale, dice Giovanni Musso, presidente FIDAS Nazionale. Ma non basta: sarà il governo a dover cercare soluzioni alla questione della carenza di medici trasfusionisti.

Come valuta la situazione attuale della donazione di sangue in Italia?

Giovanni Musso

Nel corso di questi ultimi due anni abbiamo assistito a una contrazione dovuta alla situazione epidemiologica causata dal Covid-19 con la quale i donatori e le associazioni si sono dovuti confrontare. Per tutti i protagonisti del sistema – volontari, medici, donatori, trasfusionisti – il cambiamento è stato una sfida superata con successo grazie alla forte motivazione di tutto l’apparato e alla consapevolezza che i pazienti negli ospedali necessitano per curarsi di sacche di sangue e plasma. Secondo il Centro nazionale sangue, sono circa 1800 le persone che si rivolgono ogni giorno agli ospedali per una cura di trasfusioni e di emocomponenti, e l’Italia è impegnata nel percorso di riuscire a coprire il fabbisogno nazionale e raggiungere l’autosufficienza.

La situazione della donazione sangue in questi mesi sta tornando lentamente alla fase pre-Covid, ma con caratteristiche peculiari assunte nel corso degli ultimi due anni: infatti se la pandemia ha portato il mondo del sangue ad acquisire nuovi sistemi organizzativi, come ad esempio la prenotazione della donazione, percorsi che rendono la procedura ancora più sicura per il donatore e il paziente, d’altra parte si sono esacerbate carenze che prima esistevano già.

Quali sono secondo Lei le principali criticità al momento? Quali priorità e spazi di miglioramento?

Nonostante una sostanziale tenuta del sistema dell’ultimo periodo, le criticità divenute urgenti partono dalla mancanza di personale medico trasfusionista, problematica che ha implementato le difficoltà organizzative relative all’offerta donazionale. Un caso esemplare è quello delle associazioni del dono di Cuneo che si stanno rivolgendo alla politica per risolvere la questione a livello regionale.

Il problema è nazionale e il disservizio va a colpire direttamente chi ha una patologia e già vive in una difficile condizione di fragilità.

Le associazioni hanno oggi come priorità quella di trovare nelle nuove generazioni le nuove leve dei donatori

L’altro aspetto che le associazioni stanno affrontando oggi è l’aumento dell’età media dei donatori: secondo i dati del Centro Nazionale Sangue i donatori di sangue tra i 18 e i 25 anni sono in calo costante dal 2013, la diminuzione ha toccato il 12 per cento, mentre il numero di donatori tra i 26 e i 35 anni, è diminuito del 17 per cento. Il calo è stato ancora maggiore per il gruppo di donatori dai 36 ai 45 anni che sono il 25 per cento in meno, mentre è in aumento il numero di chi sceglie di donare sangue dai 45 anni in su. Consapevoli di questo, le associazioni della donazione hanno oggi come priorità quella di trovare nelle nuove generazioni le nuove leve dei donatori, sia come volontari, sia come responsabili associativi. Per raggiungere questo obiettivo le associazioni sono impegnate costantemente in campagne di sensibilizzazione alla donazione di sangue e plasma, e nel diffondere la cultura del dono per la tutela delle categorie fragili in un’ottica lungimirante, volta a ridurre fino a far scomparire la caratteristica di emergenzialità che in alcuni mesi dell’anno torna a farsi sentire.

L’altro aspetto che sottolineerei è che la donazione di plasma, spesso sottovalutata, è strategica per il sistema trasfusionale italiano, ma non solo, è centrale anche per migliaia di pazienti che quotidianamente si sottopongono a cure a base di plasmaderivati definite “salvavita”.

Alcune criticità necessitano di un impegno maggiore da parte del sistema sangue, uno sforzo nella sensibilizzazione da parte dei volontari e dei responsabili delle associazioni, d’altra parte la questione relativa alla carenza di medici trasfusionisti richiede un intervento del governo ogni giorno sempre più urgente.

SIMTI: “Il ruolo della medicina trasfusionale è centrale ma poco considerato”

Francesco Fiorin
Francesco Fiorin, presidente della la Società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia

“Il tema donazione di sangue e dell’autosufficienza non è preso nella dovuta considerazione da parte del Servizio Sanitario italiano per due motivi – sostiene Francesco Fiorin, presidente della Società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia (SIMTI) -. Il primo è che veniamo da periodi in cui, grazie al lavoro delle associazioni, in Italia in genere non c’è mai stato un vero problema di autosufficienza di globuli rossi concentrati, perché le regioni dove normalmente si aveva una raccolta eccedentaria, come ad esempio Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia e Piemonte, hanno sempre ceduto l’eccedenza alle regioni più carenti. Il meccanismo di sussidiarietà e solidarietà tra regioni ha sempre funzionato, e questo anche perché la legge del 2019 pone l’autosufficienza del sangue e dei suoi prodotti come bene sovraregionale. Alla luce del sistema di compensazione tra regioni, fino al 2019-20, l’Italia era in una situazione ampiamente sufficiente.

Ma il calo delle donazioni ha radici più profonde rispetto alla pandemia. Il problema è legato al fatto che la popolazione è sempre più anziana e che non c’è un adeguato ricambio nei donatori, non perché non ce ne siano di giovani ma perché la fascia 18-40 anni si approccia alla donazione con una frequenza molto minore rispetto ai cinquantenni: chi ha 18-30 anni fa in media una donazione all’anno, e non è solo un discorso di pandemia ma probabilmente anche di calo dell’attenzione della popolazione nei confronti della donazione di sangue”.

Prosegue l’esperto: “Il secondo aspetto è legato al fatto che essendo abituati ad avere un’abbondanza di produzione, nessuno si è mai preoccupato più di tanto del ruolo vero dei servizi trasfusionali all’interno delle strutture sanitarie: non si tratta solo delle forniture di emocomponenti per gli interventi chirurgici, ma di un ruolo centrale nell’attività sanitaria in maniera trasversale. Nelle nostre aziende, oltre a raccogliere e distribuire emocomponenti, ci occupiamo dell’uso appropriato degli emocomponenti stessi, sia quanto alle tempistiche che alle quantità che serve trasfondere. Inoltre, la medicina trasfusionale ha un ruolo in attività sanitarie molto più complesse, come ad esempio quella dei trapianti oppure nella gestione delle cellule staminali.

La medicina trasfusionale è una delle poche branche che non hanno una scuola di specializzazione

Eppure siamo una delle poche branche della medicina che non hanno una scuola di specializzazione, ma non solo: non esiste neanche un insegnamento di medicina trasfusionale nel curriculum del corso di laurea in Medicina, per cui si rischia, quando un nuovo collaboratore entra in reparto, che sappia poco o niente e si trovi a imparare sulla base di abitudini o di comportamenti anche non propriamente corretti che sono in uso nei reparti, e che vanno comunque sempre controllati sulla base delle evidenze. Penso al caso della trasfusione fatta per dimettere in fretta il paziente anemico, ma oggi sappiamo che la trasfusione non ha sempre effetti benefici di per sé: resta pur sempre il trapianto di un organo ed è un atto medico specialistico.

Le difficoltà sono quindi da una parte l’autosufficienza e dall’altra l’uso corretto degli emocomponenti

Le difficoltà sono quindi da una parte l’autosufficienza e dall’altra l’uso corretto degli emocomponenti, perché è inutile la rincorsa ad avere sempre più unità quando quelle a disposizione non le usiamo sempre nella maniera più corretta e appropriata; e del resto non si può continuare a parlare di appropriatezza quando ci si trova in condizioni di scarsità di prodotto, perché l’appropriatezza è un concetto che prescinde dalla quantità: si tratta di fare la cosa giusta per il paziente in quel momento”.

Cosa succede invece per il plasma? “È un altro paio di maniche. Fino adesso la donazione di plasma è stata vissuta come donazione “accessoria” o di “serie B”, riservata alle donne anemiche in età fertile che non potevano donare il sangue. Ma il plasma, che usiamo come materia prima per la produzione dei plasmaderivati, è diventato una risorsa strategica per il SSN. In Italia, dove la donazione, a differenza ad esempio degli Stati Uniti, è volontaria, anonima e non remunerata, ci troviamo adesso soprattutto per quanto riguarda le immunoglobuline ad avere una scarsità di prodotto e a correre il rischio non poterle dare a chi ne ha bisogno. Le immunoglobuline sono un farmaco salvavita per alcuni pazienti, ad esempio per chi è affetto da immunodeficienze primitive o acquisite o da altre malattie. La carenza è a livello mondiale, per cui la donazione di plasma e il raggiungimento dell’autosufficienza diventano necessari per assicurare la cura e l’efficienza del sistema senza dover ricorrere all’acquisto sul mercato, dove non ci sono regole se non la legge della domanda e dell’offerta: il prezzo per chilo delle immunoglobuline oggi è superiore a quello dell’oro.

Favorire meccanismi più vicini alle esigenze dei donatori sarebbe un atto lungimirante per il futuro del SSN e della cura dei pazienti

È un rischio molto serio quello che stiamo correndo. Per questo è importante sensibilizzare e coinvolgere la popolazione sull’argomento, al fine non tanto di estendere il numero dei donatori, ma di farli rendere conto che la loro donazione è preziosa e che serve donare con una frequenza adeguata. Qui sì che la pandemia ha causato un problema, quando il donatore non può assentarsi dal lavoro per venire a fare la donazione, ma non può venire a donare sempre di sabato e domenica; anche perché in ospedale c’è bisogno di emocomponenti e plasmaderivati non solo nel fine settimana. Donare è un atto meritorio, ma un’altra cosa è portare a casa lo stipendio e mandare avanti la famiglia: questo è un problema politico e favorire meccanismi più vicini alle esigenze dei donatori da parte di chi prende le decisioni sarebbe un atto lungimirante nei confronti del futuro del SSN e della cura dei pazienti”.

Come donare sangue e plasma

La donazione di sangue e plasma è aperta a tutti i cittadini che dispongano di un documento di identità valido.

I requisiti fisici

Per poter donare sono richiesti:

  • età compresa tra i 18 e i 65 anni (per la prima donazione 60 anni, i donatori periodici possono donare fino a 70, previo consenso del medico selezionatore)
  • peso corporeo minimo di 50 chilogrammi
  • buono stato di salute.

Per informazioni e per cercare l’unità di raccolta più vicina consulta i seguenti siti:

Dal Congresso SIT un nuovo modello di telemedicina

La tecnologia corre anche in medicina, ma il SSN non è ancora pronto. Il PNRR nella telemedicina investe un miliardo: un punto di partenza importante, ma non può rimanere isolato. Servono progetti a lungo termine condivisi da tutti gli attori in campo, formazione del personale sanitario, omogeneità a livello nazionale, un ruolo attivo degli utenti che devono essere adeguatamente informati. Con questi obiettivi, il 10-11 marzo si tiene a Bologna, presso il Centro Congressi Grand Hotel Savoia Regency, il Congresso della Società Italiana di Telemedicina – SIT, la International Consensus Assembly on Telemedicine, intitolata “Ratio Ethica e Ratio Technica: Concerting Governance, Research and Innovation for One Health”. Previsti oltre mille partecipanti tra specialisti di diverse discipline, rappresentanti di istituzioni, imprese, terzo settore. Tra i temi centrali, l’Intelligenza Artificiale, la gestione dei dati e la tutela della sicurezza nazionale, le nuove normative, la questione della privacy, oltre a tutte le implicazioni cliniche, soprattutto nelle malattie croniche.

Una nuova era per la tecnologia in medicina

La tecnologia in medicina significa sia robotica, chirurgia di precisione e strumenti complessi, che interventi quotidiani, identificabili in diagnosi precoci, visite online, monitoraggi costanti, terapie personalizzate.

Il congresso internazionale SIT propone la cooperazione tra diverse figure professionali che devono affrontare il cambiamento con decisioni strategiche e valori condivisi – sottolinea il Prof. Antonio Vittorino Gaddi, Presidente SIT – Per favorire un nuovo approccio all’uso della tecnologia in medicina sarà presentato un documento elaborato da medici e teologi, firmato dalle più alte autorità morali del Paese. Il Congresso sarà anche l’occasione per impostare un documento di telemedicina che coinvolga centinaia di società scientifiche. Inoltre, si presenteranno per la prima volta i codici biologici dell’uomo dimostrati sperimentalmente, una vera e propria rivoluzione scientifica. Con questi codici, nei prossimi anni, passeremo dall’1 al 30-40% di conoscenze sulla complessità delle malattie e la ricerca potrà dare risultati, soprattutto in oncologia e nelle patologie cardiovascolari. Siamo in una fase primordiale, ma questa è la seconda grande scoperta epocale a livello scientifico dopo il codice genetico”.

L’attività della SIT è iniziata nel 2004, quando la tecnologia era agli albori – spiega l’Avv. Chiara Rabbito, Presidente Comitato Scientifico Nazionale SIT – Questa esperienza ci dota di una competenza specifica sulla tecnologia trasversale alle diverse specialità, coniugando aspetti medico-scientifici, metodologici, antropologici e sociologici. La telemedicina non consiste nella televisita, che rappresenta una semplificazione esagerata, ma in un’applicazione della tecnologia nella realtà clinica quotidiana, in una struttura che permetta a dati e informazioni di interagire per proporre diagnosi precoci e terapie personalizzate. Non si elimina il rapporto fisico medico-paziente, ma avviene una ristrutturazione logica del flusso informativo. Affinché la telemedicina diventi parte integrante del SSN e permetta di migliorarlo sarà necessario andare oltre il PNRR e disporre di fondi strutturali e progetti di lungo termine”.

Le Linee Guida per la telemedicina in Cardiologia

L’ambito cardiovascolare è quello dove finora si sono realizzati i progressi più significativi, come si evince dalle prime Linee Guida per la Telemedicina in Cardiologia, frutto della collaborazione tra la SIT, l’Istituto Superiore di Sanità e tutte le società scientifiche di settore. Queste Linee Guida regolano le prestazioni di teleriabilitazione cardiovascolare e di telemonitoraggio cardiologico. Affrontano le prestazioni diagnostiche, come la televisita cardiologica, che avviene dopo una prima visita in presenza, e la telerefertazione. Con questo documento si guarda a un futuro che è già presente, ossia una rete tra l’ospedale, punto di riferimento per eventi acuti come scompenso cardiaco e aritmie, e la medicina del territorio, con il Medico di Medicina Generale e le case della salute, per la gestione della cronicità.

Uno degli elementi più innovativi risiede nell’approccio verso lo scompenso cardiaco – spiega la Prof.ssa Maria Grazia Modena, Vicepresidente SIT – Lo scompenso è la prima causa di ricovero in ospedale e la maggiore causa di ricovero inappropriato. Telemonitorare il paziente a domicilio significa poter vedere a distanza la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, la saturometria in vari momenti della giornata e valutare l’andamento della terapia; con questi elementi diventa possibile convocare il paziente in ospedale solo a fronte di reali necessità o per controlli regolari. Si evitano così accessi inutili in ospedale, ricoveri non necessari, assiepamenti di folle e barelle, riducendo anche la diffusione di infezioni nosocomiali. Un altro capitolo importante delle Linee Guida è il telecontrollo delle aritmie: oltre al classico holter, è possibile vedere gli episodi aritmici su un paziente con dispositivi elettronici come defibrillatori, pacemaker, loop recorder. I pazienti vengono dotati di un device collegato con wifi o bluetooth, per cui se si verificano problemi vi sono dei controlli remoti che permettono di far scattare prontamente l’allarme e di procedere a un’immediata convocazione in ospedale. Questi sono solo alcuni dei numerosi miglioramenti di cui si può giovare tanto la cardiologia quanto la medicina territoriale”.

OMS: servono enormi sforzi per ridurre il consumo di sale

Un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), unico nel suo genere, dimostra che il mondo è fuori strada per raggiungere l’obiettivo globale di ridurre l’assunzione di sodio del 30% entro il 2025.

Il sodio, un nutriente essenziale, aumenta il rischio di malattie cardiache, ictus e morte prematura se consumato in eccesso. La principale fonte di sodio è il sale da tavola (cloruro di sodio), ma è contenuto anche in altri condimenti come il glutammato di sodio. Il rapporto mostra che solo il 5% degli Stati membri dell’OMS è protetto da politiche di riduzione del sodio obbligatorie e complete e il 73% di essi non dispone di una gamma completa di attuazione di tali politiche.

L’attuazione di politiche di riduzione del sodio altamente convenienti potrebbe salvare circa 7 milioni di vite a livello globale entro il 2030. È una componente importante dell’azione per raggiungere l’obiettivo di sviluppo sostenibile di ridurre i decessi per malattie non trasmissibili. Ma oggi solo nove paesi (Brasile, Cile, Repubblica Ceca, Lituania, Malesia, Messico, Arabia Saudita, Spagna e Uruguay) hanno un pacchetto completo di politiche raccomandate per ridurre l’assunzione di sodio.

“Le diete malsane sono una delle principali cause di morte e malattia a livello globale e l’eccessiva assunzione di sodio è uno dei principali colpevoli”, ha affermato il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS. “Questo rapporto chiarisce che la maggior parte dei paesi è in ritardo nell’adottare politiche obbligatorie di riduzione del sodio, esponendo la propria popolazione al rischio di infarto, ictus e altri problemi di salute. L’Oms chiede a tutti i paesi di implementare i “Best Buys” per la riduzione del sodio e ai produttori di implementare i parametri di riferimento dell’Oms per il contenuto di sodio negli alimenti“.

Un approccio globale alla riduzione del sodio include l’adozione di politiche obbligatorie e i quattro interventi “Best Buy” dell’OMS relativi al sodio che contribuiscono notevolmente alla prevenzione delle malattie non trasmissibili. Questi includono:

  1. Riformulare gli alimenti in modo che contengano meno sale e stabilire tetti per la quantità di sodio negli alimenti e nei pasti
  2. Stabilire politiche di approvvigionamento alimentare pubblico per limitare gli alimenti ricchi di sale o sodio nelle istituzioni pubbliche come ospedali, scuole, luoghi di lavoro e case di cura
  3. Etichettatura sulla parte anteriore della confezione che aiuti i consumatori a selezionare i prodotti a basso contenuto di sodio
  4. Campagne di comunicazione e sui mass media per ridurre il consumo di sale/sodio
  5. I paesi sono incoraggiati a stabilire obiettivi di contenuto di sodio per gli alimenti trasformati, in linea con i benchmark globali del sodio dell’OMS

Le politiche obbligatorie di riduzione del sodio sono più efficaci, in quanto ottengono una copertura più ampia e tutelano dagli interessi commerciali, fornendo al contempo condizioni di parità per i produttori di alimenti. Come parte del rapporto, l’OMS ha sviluppato una scheda di valutazione del sodio per gli Stati membri basata sul tipo e sul numero di politiche di riduzione del sodio che hanno in atto.

“Questo importante rapporto dimostra che i paesi devono lavorare con urgenza per attuare politiche di riduzione del sodio ambiziose, obbligatorie e guidate dal governo per raggiungere l’obiettivo globale di ridurre il consumo di sale entro il 2025”, ha affermato il dott. Tom Frieden, presidente e CEO di Resolve to Save Lives, un organizzazione senza scopo di lucro che lavora con i paesi per prevenire 100 milioni di morti per malattie cardiovascolari in trent’anni. “Esistono misure comprovate che i governi possono attuare e innovazioni importanti, come i sali a basso contenuto di sodio. Il mondo ha bisogno di azione e ora, o molte più persone sperimenteranno attacchi di cuore e ictus invalidanti o mortali, ma prevenibili”.

Si stima che l’assunzione media globale di sale sia di 10,8 grammi al giorno, più del doppio della raccomandazione dell’OMS di meno di 5 grammi di sale al giorno (un cucchiaino). Mangiare troppo sale lo rende il principale fattore di rischio per la dieta e le morti legate all’alimentazione. Stanno emergendo ulteriori prove che documentano collegamenti tra un’elevata assunzione di sodio e un aumento del rischio di altre condizioni di salute come il cancro gastrico, l’obesità, l’osteoporosi e le malattie renali.

L’OMS invita gli Stati membri ad attuare politiche di riduzione dell’assunzione di sodio senza indugio e a mitigare gli effetti dannosi del consumo eccessivo di sale. L’OMS invita inoltre i produttori di alimenti a fissare ambiziosi obiettivi di riduzione del sodio nei loro prodotti.

‘Al cuore del diabete’, come si cura oggi e cosa ci attende domani

Parlare di diabete significa allargare la conversazione anche ai cardiologi e ai nefrologi, visti i danni prodotti dal ‘sangue dolce’ a cuore, reni e vasi di tutto l’organismo. E oggi più che mai, grazie ai farmaci innovativi multitasking, quali GLP1 analoghi e gliflozine, che controllano il diabete, proteggendo al contempo reni e cuore, alle nuove terapie per il diabete e alle loro performance emerse dagli ultimi studi clinici internazionali è dedicato il convegno ‘Al cuore del diabete’, giunto alla sua seconda edizione, che si tiene il oggi e domani, 10 e 11 marzo, presso l’Aula Brasca del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS. 

“Alcuni farmaci studiati inizialmente per il diabete – afferma Andrea Giaccari, professor associato di Endocrinologia dell’Università Cattolica e Responsabile del Centro di Malattie Endocrine e Metaboliche di Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS – danno una significativa protezione cardiovascolare; più di recente si è scoperto che conferiscono anche un’ottima protezione renale, e questo nelle persone con e senza diabete”. Viste le novità emerse nell’ultimo anno, dunque, l’edizione 2023 di questo congresso è co-organizzata dalla Società Italiana di Diabetologia (SID), dalla Società Italiana di Cardiologia (SIC) e dalla Società Italiana di Nefrologia (SIN).

“Al cuore del diabete – afferma il professor Giaccari, condirettore scientifico del congresso insieme ai professori Angelo Avogaro e Agostino Consoli – ci offre l’occasione ogni anno di presentare le ultime novità di settore, anche se ci rendiamo conto, una volta stilato il programma, che le cosiddette ‘novità’ ci galoppano dietro perché questo è un campo in rapidissima evoluzione”. E infatti già si guarda avanti ai nuovi farmaci, che si spera di prossimo arrivo, come la tirzepatide, già disponibile negli Stati Uniti.  “Si tratta – spiega il professor Giaccari- di un farmaco che si somministra per iniezione sottocutanea settimanale, attraverso una speciale ‘penna’ preriempita che ha dimostrato eccellenti performance negli studi sul diabete e sull’obesità. Tirzepatide è un dual agonist (analogo recettoriale di GLP1 e GIP); sarà il primo ad arrivare sul mercato ma non resterà l’unico a lungo. Sono infatti moltissimi gli ‘analoghi misti’ in via di sviluppo, non solo ‘doppi’ ma anche ‘tripli’ (GLP1, GIP e glucagone). E per quanto riguarda le indicazioni, queste potrebbero presto ampliarsi alla steatoepatite non alcolica (NASH). Quindi, nei nostri congressi in futuro andremo a ospitare con tutta probabilità anche i gastroenterologi. Un’altra molecola molto promettente nel campo del diabete e delle sue complicanze cardiovascolari e nefrologiche è il finerenone, un antagonista dei mineralcorticoidi che dovrebbe andare ad arricchire a breve il nostro armamentario terapeutico”.

È insomma un momento di grande fermento per il trattamento del diabete e delle sue complicanze, ma anche per quello della malattia renale cronica e dell’insufficienza cardiaca, anche nella popolazione non diabetica, grazie a questi farmaci ‘multitasking’. Farmaci preziosi per il trattamento del diabete, patologia che ‘inquina’ tutti gli organi. “Il diabete – ricorda il professor Giaccari – è un fattore di rischio per tante altre malattie e questi nuovi farmaci si sono dimostrati in grado di arrivare quasi a dimezzare il rischio delle patologie renali e cardiovascolari correlate al diabete. È dunque molto importante conoscerli, per poter scegliere il migliore da adattare al singolo paziente”.

Allargando lo sguardo alla medicina generale e al territorio, la recente introduzione della ‘nota 100’ da parte di AIFA rappresenta una vera e propria rivoluzione in questo campo; la prescrizione di questi farmaci innovativi fino a qualche tempo fa era infatti preclusa ai medici di famiglia e questo significava che le persone con diabete non potevano essere trattate con queste terapie, a meno che non fossero in cura presso i centri diabetologici o da uno specialista. “Ma sappiamo purtroppo – spiega il professor Giaccari – che al momento i centri di diabetologia riescono ad assistere meno della metà di tutta la popolazione diabetica. La nota 100, sdoganando la possibilità di prescrizione di questi farmaci innovativi da parte del medico di famiglia è venuta in parte a colmare questa discrepanza di trattamento”. Ma c’è naturalmente ancora molta strada da fare e l’equità di accesso ai nuovi farmaci non è del tutto realizzata. “Mentre noi specialisti siamo arrivati alla fine di questo percorso, dopo 10 anni di studi – conclude il professor Giaccari –  nel corso dei quali è stato introdotto in media un farmaco nuovo ogni anno, i medici di famiglia si trovano all’improvviso davanti un armamentario di 10 farmaci nuovi da poter prescrivere. C’è dunque bisogno di fare tanta formazione e noi siamo pronti a fare la nostra parte”.

Il convegno ‘Al Cuore del diabete’ porterà al Gemelli i rappresentanti di tre società scientifiche nazionali e il gotha italiano nel campo di diabete, cardiologia e nefrologia. Ma non sarà un congresso ‘top-down’.  Il format proposto è infatti quello dell’open forum; le relazioni degli opinion leader saranno infatti aperte alle considerazioni di molti altri esperti, chiamati a fare da discussant sulle idee esposte.