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SARS-CoV-2 danneggia il DNA e causa invecchiamento cellulare e infiammazione

Ricercatori dell’IFOM di Milano e dell’Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pavia (CNR-IGM), con il contributo dei virologi dell’ICGEB di Trieste, hanno identificato le basi molecolari dell’aggressività e degli effetti deleteri di SARS-CoV-2: il virus provocherebbe danni al DNA della cellula e le impedirebbe di ripararli, provocando così senescenza cellulare ed infiammazione cronica. Lo studio, pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Nature Cell Biology, pone le premesse conoscitive per sviluppare in prospettiva nuovi trattamenti farmacologici che limitino gli effetti di SARS-CoV-2

Sebbene dal dicembre 2019 ad oggi diversi progressi siano stati fatti in termini di diagnosi, cura e prevenzione, non è ancora chiaro perché SARS-CoV-2 abbia un impatto cosí grave sulla salute umana rispetto ad altri virus respiratori. Il gruppo IFOM guidato da Fabrizio d’Adda di Fagagna, specializzato da 20 anni nello studio della risposta al danno al DNA, un processo fondamentale attraverso cui le cellule del nostro corpo ci proteggono dagli effetti deleteri di vari processi fisiologici e patologici, compresi tumori e infezioni virali, ha scoperto uno dei motivi che rendono questo virus particolarmente aggressivo e i risultati sono stati pubblicati sull’autorevole testata scientifica Nature Cell Biology.

“Tutti i virus, si sa, sono parassiti. – spiega Fabrizio d’Adda di Fagagna, responsabile del laboratorio IFOM “Risposta al danno al DNA e Senescenza Cellulare” e Dirigente di ricerca al CNR-IGM di Pavia – Entrano in una cellula e iniziano a sfruttare tutto quello messo a disposizione dalla cellula infettata per replicarsi e diffondersi. E il SARS-CoV-2 è un virus particolarmente avido e abile. Nel nostro laboratorio ci siamo chiesti come avvenga questa operazione di ‘hackeraggio’ da parte del virus e se vi possa essere una connessione con quei processi che studiamo quotidianamente in ambiti patologici solo apparentemente distanti, quali tumori, malattie genetiche e condizione legate all’invecchiamento: tutti eventi accomunati dall’accumulo di danno al DNA”.

Partendo da queste premesse i primi autori di questo studio, i ricercatori di IFOMUbaldo Gioia e Sara Tavella, hanno individuato, attraverso l’uso di diversi sistemi cellulari in vitro, le cause molecolari alla base degli effetti deleteri del COVID-19, e ne hanno trovato conferma in vivo, sia in sistemi modello murini di infezione, sia in tessuti post-mortem derivati da pazienti affetti da COVID-19.

Quello che abbiamo osservato – illustrano Gioia e Tavella – è che SARS-CoV-2, una volta entrato nella cellula, ne dirotta i processi fondamentali, costringendola a smettere di produrre deossinucleotidi, i “mattoni” del DNA, per farle produrre i ribonucleotidi ovvero i “mattoni” che servono a sintetizzare l’RNA della cellula e, soprattutto, quello del virus. È proprio questa alterazione del processo cellulare operata dal virus a proprio vantaggio a consentire l’esplosiva replicazione virale all’interno della cellula infetta da SARS-CoV-2.” Una conseguenza drammatica di tale sfruttamento dei meccanismi cellulari da parte del virus risulta essere la carenza di deossinucleotidi: “la cellula – descrivono i ricercatori – non riesce a replicare adeguatamente il proprio DNA e accumula danni nel suo genoma. Inoltre – proseguono Gioia e Tavella – abbiamo scoperto che il virus, oltre a causare la rottura del DNA per mancanza di deossinucleotidi, interferisce anche con i meccanismi cellulari di riparazione di questo DNA danneggiato, inibendo la proteina 53BP1 essenziale per il processo di riparazione”.

Questi due eventi, danneggiamento del DNA e inibizione della sua riparazione, hanno effetti drammatici sulla cellula infetta da SARS-CoV-2 e sui pazienti. “Tra questi – commenta d’Adda di Fagagna – sicuramente il precoce invecchiamento delle cellule, detto senescenza cellulare, e l’associata produzione di citochine infiammatorie. Non a caso la principale causa dei sintomi più gravi nei pazienti affetti da COVID-19 è proprio un’eccessiva produzione di citochine infiammatorie, nota anche come ‘tempesta di citochine’. In base ai risultati ottenuti abbiamo evidenziato come l’accumulo di danno al DNA, l’unico componente insostituibile delle nostre cellule, possa dare un contributo importante alla tempesta infiammatoria scatenata dal virus”. Ma i ricercatori non si sono fermati a questa osservazione. “Fornendo alle cellule infettate un supplemento di deossinucleotidi – spiegano Gioia e Tavella – abbiamo dimostrato che, riducendo il danno al DNA causato dal virus, abbattiamo anche i livelli di infiammazione”.

“È importante sottolineare – precisa d’Adda di Fagagna – che senescenza cellulare e infiammazione cronica sono alla base dei processi di invecchiamento, che esso sia fisiologico o patologico, e infatti molti scienziati stanno scoprendo sempre più frequentemente evidenze di un invecchiamento accelerato in casi di gravi di COVID-19. In questo senso sarà importante studiare anche la correlazione tra queste nostre nuove scoperte e condizioni quali il cosiddetto long COVID, per sviluppare nuovi trattamenti farmacologici che limitino gli effetti di tale patologia.”

“Questo studio – conclude il ricercatore – non sarebbe stato possibile senza l’indispensabile collaborazione dei laboratori dell’ICGEB di Trieste condotti dai colleghi Alessandro Marcello e Serena Zacchigna che hanno compiuto gli esperimenti di infezione virale e analisi di materiale da pazienti. ” Oltre all’ICGEB hanno collaborato allo studio di IFOM il San Raffaele di Milano (Matteo Iannacone), l’Università degli Studi di Padova (Chiara Rampazzo), l’Istituto Neurologico Besta (Paola Cavalcante) e l’Università degli Studi di Palermo (Claudio Tripodo).

Piano Nazionale Demenze: a che punto siamo?

Il Piano Nazionale Demenze (PND), approvato il 30 ottobre 2014, è stato elaborato dal Ministero della Salute in collaborazione con le Regioni, l’Istituto Superiore di Sanità e le Associazioni Nazionali dei pazienti e dei familiari. Si tratta di un importante documento di sanità pubblica che fornisce indicazioni strategiche per il miglioramento degli interventi nell’ambito delle demenze.

Tra gli obiettivi del Piano rientra anche la creazione di un’adeguata rete di servizi dedicata ai casi di demenza. Per questo, nel 2017, il Ministero della Salute ha approvato le Linee di indirizzo Nazionali sui Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA) per le Demenze che forniscono indicazioni efficaci per potenziare gli interventi in ambito medico-sanitario e sociale nella gestione delle demenze. Nello specifico, questo documento propone una definizione condivisa, teorica e operativa, dei PDTA e indica gli elementi per costruire tali percorsi destinati alla persona con demenza e alla sua famiglia, nell’ottica di fornire un supporto a chi è delegato alla progettazione e attuazione dei PDTA a livello regionale e locale, anche per “livellare” la forte eterogeneità e disomogeneità nei diversi territori.

Per comprendere “lo stato dell’arte” ci rivolgiamo al Professor Camillo Marra, Responsabile UOSD Clinica della Memoria della Fondazione Policlinico Agostino Gemelli – IRCCS presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Presidente della SINdem, Associazione autonoma aderente alla SIN per le demenze.

Professor Marra, ci presenta innanzitutto il Piano Nazionale Demenze e ci spiega che cosa comporta?

Il Piano Nazionale Demenze è un documento di indirizzo, non definisce percorsi o piani di intervento. Descrive i requisiti, gli organismi, le caratteristiche e le qualità che dovrebbero essere rappresentati nei percorsi diagnostico-assistenziali per le demenze. Percorsi che poi, ogni Regione, dovrà definire. Sono, quindi, delle linee di indirizzo, che non hanno una validità pratica ma indicano gli obiettivi che si dovrebbero raggiungere per un ottimale sviluppo dei servizi e della presa in carico della patologia demenziale. In particolare, hanno permesso di costruire il modello di riferimento attorno al quale è stato scritto il PDTA nazionale per le demenze, ovvero il documento che descrive i requisiti che dovrebbero caratterizzare il percorso diagnostico-assistenziale del soggetto con demenza, anche a livello regionale.

In questo momento i PTDA regionali sono stati redatti soltanto da alcune Regioni

In questo momento i PTDA regionali sono stati redatti soltanto da alcune Regioni, come Veneto ed Emilia Romagna. Dovrebbe essere pronto a breve anche quello per il Piemonte. Per la Regione Lazio, invece, è stato recentemente stilato da un tavolo regionale, formato dall’Assessorato alla sanità e dall’Istituto Superiore di Sanità, e presentato l’8 febbraio 2023. Si è indicato quello che la Regione prevede debba essere l’organizzazione dei servizi per le demenze, dalla diagnostica più precoce, alla presa in carico del paziente nella fase terminale.

Può sembrare che di concreto non ci sia nulla, invece, c’è tanto. In questo momento nel Lazio abbiamo, ad esempio, 35 CDCD (Centro per i Disturbi Cognitivi e le Demenze), strutture RSA e Centri diurni e centrali di continuità assistenziale per la cronicità. L’obiettivo è rendere organica la presenza di queste strutture sul territorio, creare un flusso di pazienti e una modalità di accesso alle cure che accompagnino il paziente in tutto il suo percorso, evitando che questi centri, che lavorano in fasi diverse della malattia, siano completamente scollegati. Lo scopo è quindi creare un nuovo e più efficace percorso assistenziale. Ovviamente è un processo “a cascata”.

Adesso esiste un PTDA regionale che descrive come deve essere la linea di percorso per un paziente che arriva con un sospetto di demenza, che necessita quindi di accertamenti, al quale saranno prescritte le cure, in cui si prevede anche la somministrazione di terapie innovative, quando usciranno nuovi farmaci. Poi si prevede il passaggio ai centri diurni, alle RSA, l’intervento delle associazioni dei familiari, le case della salute, l’intervento di tutti quegli attori che entrano in gioco nel percorso dopo la fase diagnostico-terapeutica, quando il paziente comincia ad avere una certa cronicità.

Che cosa occorre fare a questo punto? Deve essere recepito il PDTA della Regione all’interno dei singoli distretti e delle singole aziende, perché sono questi ultimi che dovranno farsi carico di creare nel loro territorio una serie di punti di riferimento e di percorsi in cui il paziente sappia dove andare con l’avanzare della malattia. Ma anche l’operatore sanitario dovrà sapere dove inviare il paziente per i percorsi che riguardano, ad esempio, le cure palliative o altri aspetti che caratterizzano la fase più avanzata della malattia. È quindi, come dicevo, un percorso a cascata.

Redigere il Piano Nazionale Demenze e il PDTA è stato molto importante, perché sarà su quei documenti che le varie Regioni disegneranno i loro PTDA regionali, anche se poi saranno i direttori regionali di distretto che dovranno recepire nel concreto e implementare il piano nel loro territorio.

Le Regioni che si stanno muovendo obiettivamente sono ancora poche. Questa lentezza, secondo lei, a cosa è dovuta?

Solo nel 2021 è stato per la prima volta sovvenzionato con un finanziamento ad hoc da parte del Ministero

Molto è legato alle amministrazioni locali e alla mancanza di fondi. Il Piano Nazionale Demenze è stato pubblicato ormai quasi 10 anni fa ed è rimasto una scatola vuota a lungo, lontana da una piena applicazione. Solo nel 2021 è stato per la prima volta sovvenzionato con un finanziamento ad hoc da parte del Ministero: 15 milioni di euro per tre anni e sarà rifinanziato. I fondi quindi ci sono, ma sono limitati. 5 milioni annui per tutta Italia sono veramente pochi per costruire sia i percorsi assistenziali locali, sia per coprire le carenze di organico nelle varie strutture e nelle varie Regioni. Quello che si è fatto è cercare di coprire le fasi iniziali diagnostiche, quindi, ad esempio, la mancanza nei CDCD della figura del neuropsicologo, necessaria nella fase iniziale del percorso diagnostico. Proprio grazie al finanziamento del Piano Nazionale Demenze sono stati assunti in Italia circa 100 neuropsicologi. Una goccia nel mare, ma che vanno a coprire dei vuoti in alcuni distretti in cui mancava questa figura che serve come punto di partenza per avviare il percorso diagnostico.

Ora abbiamo il finanziamento e si spera che il PND cominci a camminare sulle sue gambe e che le Regioni inizino a recepirlo.

Che tipo di visione strategica e a lungo termine promuove il PND per la presa in carico delle persone con demenza? È coerente anche con i bisogni delle famiglie e dei caregiver? C’è una visione complessiva?

Sì, il PND ha varie caratteristiche e finalità, stabilisce obiettivi di formazione, di aiuto ai pazienti e ai caregiver, di diagnostica in fase precoce, di aumentare la sensibilizzazione, ecc. Sono tanti i punti del Piano che lo rendono un progetto piuttosto attuale, anche se è in corso un’attività di revisione al Tavolo Nazionale, che forse vedrà la luce alla fine del 2023. A cosa serve? Ad accogliere gli aggiornamenti, lo sviluppo di nuove tecniche di diagnostica molecolare avanzata, i biomarkers, a includere le nuove terapie e gli aspetti della prevenzione in maniera un po’ più consistente.

Per lei che è in prima linea nella gestione clinica delle demenze, si poteva fare qualcosa in più?

Il PND è una carta di intenti, che poi deve essere recepita dalle Regioni

Il PND è tutto sommato molto innovativo, moderno, scritto bene e introduce molti aspetti importanti. Ripeto, è una carta di intenti, che poi deve essere recepita dalle Regioni. Probabilmente è stata tenuta un po’ a margine la promozione dell’attività di ricerca, che guarda alle nuove terapie innovative. Resta comunque un piano moderno, va solo “aggiustato”.

Forse mancano le attività che permettono la concreta attuazione del piano. Il tavolo ha lavorato molto bene, ha prodotto molti documenti utili: il PDTA, il documento sui servizi informatici per la gestione del paziente in rete, come deve essere comunicata una diagnosi di demenza al paziente e al caregiver, ecc. Quindi, sono stati redatti degli ottimi documenti; però molto resta da fare, affinché questo piano diventi realtà o che tutti gli obiettivi si realizzino. Un po’ come la nostra costituzione. Quanti dei suoi articoli sono stati pienamente realizzati? Non molti. Il problema è sempre quello delle risorse. Se sono limitate si devono fare delle scelte. Per le demenze, affinché tutto funzioni come si deve, sono i mezzi economici che servono. Il PND è sicuramente qualcosa da cui iniziare.

Nel 2001, con l’arrivo dei primi farmaci per la demenza, nacquero i centri che dovevano valutarne l’efficacia terapeutica (centri Kronos). I 490 centri Kronos che furono costruiti a suo tempo, sono cresciuti, si sono sviluppati, alcuni sono spariti. Ora sono gli attuali CDCD specializzati nelle demenze. Quindi, quello che abbiamo attualmente si è costruito sulle ceneri di quel progetto, nato su una base spontanea, grazie a una speciale attenzione culturale che il nostro Paese ha sempre avuto verso gli anziani.

Se non si assegnano risorse al settore delle demenze (ed è comunque la prima volta che si sono messi in campo 15 milioni di euro per 3 anni), si continuerà a svolgere attività di servizio con quello che è stato costruito nel corso degli ultimi 20 anni. Tuttavia, con l’arrivo dei nuovi farmaci il cambio di passo diventerà necessario e il lavoro che si sta facendo è in quella direzione.

Per approfondire

COVID-19: i cani sono in grado di fiutare la presenza del virus sulle persone

I cani domestici possono essere addestrati per rilevare la presenza dell’infezione da Sars-Cov-2 in modo affidabile, sia su campioni biologici e in un ambiente controllato, come il laboratorio, che sul campo, annusando direttamente le persone.

Lo studio è stato coordinato da Mariangela Albertini, docente di Fisiologia Veterinaria presso il Dipartimento di Medicina Veterinaria e Scienze Animali della Statale di Milano, assieme alle scienziate Federica Pirrone e Patrizia Piotti, rispettivamente docente e ricercatrice presso lo stesso Dipartimento, e si è avvalso della collaborazione dei tecnici cinofili di Medical Detection Dogs Italy (MDDI). È stato appena pubblicato su Scientific Reports.

“Molti studi scientifici ed esperienze in diverse nazioni hanno dimostrato che il cane addestrato, che non appartiene a una specifica razza, ma che dimostra una buona attitudine a collaborare con il proprietario, è in grado di rilevare la presenza di patologie perché queste lasciano nell’organismo una firma odorosa costituita da molecole dette “composti organici volatili (VOCs)”, afferma la professoressa Albertini.

In questo studio, inizialmente tre cani, Nala, Otto ed Helix, sono stati addestrati in laboratorio a rilevare la presenza di Sars-Cov-2 in campioni di sudore provenienti da persone infette. Al termine dell’addestramento i cani hanno raggiunto in media una sensibilità del 93% e una specificità del 99%, mostrando un livello di accuratezza altamente concorde con quello della Rt-PCR utilizzata nei test molecolari e una riproducibilità nel tempo da moderata a forte.

In un secondo momento, Nala e altri quattro cani, Nim, Hope, Iris e Chaos, sono stati addestrati dai tecnici cinofili di MDDI a riconoscere la presenza della patologia annusando direttamente le persone. Per imparare questo compito, e poi per dimostrare l’acquisizione di questa capacità, i cani hanno lavorato nelle farmacie, annusando le persone che, in fila, attendevano di fare il tampone, e nelle quali segnalavano la presenza o meno del virus. In questa fase, l’accuratezza dei cinque cani è risultata molto al di sopra del minimo richiesto dall’OMS per i tamponi rapidi per SARS-CoV-2.

La performance dei cani come test di screening per identificare correttamente le persone positive è quindi soddisfacente e paragonabile, se non superiore, a quella di un test di screening standard, col vantaggio, tra gli altri, di non arrecare i fastidi provocati dal tampone nasofaringeo.

I risultati di questo studio, nel complesso, supportano l’idea che i cani da rilevamento biologico possano aiutare a ridurre la diffusione del virus in ambienti ad alto rischio, inclusi aeroporti, scuole e trasporti pubblici, e potrebbero rappresentare, per i servizi sanitari e per la comunità, una metodologia di screening non invasiva, economica, veloce e sicura, basata su una ricerca scientifica solida.

“Considerando che ancora, dopo 4 anni, il COVID-19 continua a circolare, spinto dalle nuove varianti altamente trasmissibili, l’auspicio è che questo protocollo possa essere utilizzato nella formazione di squadre cinofile operative sul territorio nazionale, che vengano schierate in occasione di grandi eventi pubblici e privati, o sui mezzi di trasporto, come prima risposta a nuove minacce o future pandemie”, conclude Albertini

Distribuzione Intermedia farmaci e dispositivi: 50 milioni di consegne, oltre 500 milioni di km percorsi

Sono gli ‘hangar’ dei farmaci, parafarmaci e dispositivi medici che garantiscono il rifornimento quotidiano e costante delle farmacie italiane. Sono le aziende di Distribuzione Intermedia riunite in Federfarma Servizi, la sigla che a tre anni esatti dall’inizio della pandemia Covid-19 fa di nuovo il punto sui numeri della distribuzione. 

Ripassi nel pomeriggio”: quello della distribuzione intermedia è il meccanismo invisibile dietro al camice bianco dei farmacisti, quello che permette di trovare il farmaco in farmacia a poche ore dalla richiesta.  

Federfarma Servizi rappresenta 18 aziende di distribuzione e servizi con circa 3.500 farmacie socie dirette. Negli ultimi tre anni le aziende associate hanno assistito le farmacie veicolando sul territorio 2 miliardi e 700 milioni di unità: 6 milioni di vaccini, 25 milioni di tamponi e test Covid, 175 milioni di mascherine, oltre a 2 miliardi di farmaci e 600 milioni di parafarmaci e dispositivi medici

Durante la pandemia il settore delle aziende di Distribuzione Intermedia ha lavorato senza sosta e senza alcuna riduzione del ritmo del servizio – pubblico ed essenziale per legge – per rispondere all’emergenza sanitaria. Eppure a distanza di tre anni, il settore è piegato dal caro energia e carburanti e dall’aumento dei costi finanziari, che mettono seriamente a rischio la sostenibilità del sistema.  

Il bisogno di un farmaco o un dispositivo è immediato e come tale la richiesta deve essere soddisfatta in poche ore. Come si può immaginare, una farmacia di medie dimensioni non può avere tutte le referenze disponibili. Una quota importante dei farmaci, inoltre, dev’essere conservata a temperatura controllata e in celle frigorifere – spiega Antonello Mirone, Presidente di Federfarma Serviziè un processo invisibile ma essenziale, come il servizio che svolgiamo per la comunità: le farmacie hanno disponibili centinaia di prodotti, ma non possono stoccare l’intero prontuario; quindi, richiedono alle nostre aziende ciò di cui hanno bisogno”. 

Un lavoro talmente capillare da prevedere anche più consegne al giorno che raggiungono anche le più piccole farmacie rurali, grazie a ordini inoltrati per via telematica. “Se vogliamo usare una metafora – aggiunge Mirone – siamo il muscolo che permette al braccio di porgere il prodotto di cui i cittadini hanno bisogno per la propria salute”. 

L’emergenza pandemica – continua il Presidente di Federfarma Servizi – è stata un pressure test anche per i nostri addetti, che hanno lavorato incessantemente dietro le quinte. Si pensi solo al reperimento di mascherine, tamponi e farmaci per il virus Sars-Cov-2 in aggiunta alle ordinarie necessità quotidiane. Solo nel triennio 2020-2023, i distributori intermedi affiliati a Federfarma servizi hanno effettuato quasi 50 milioni di consegne

Nonostante i numeri della pandemia vadano verso la normalizzazione, il settore è oggi messo ulteriormente alla prova dalla carenza di diversi farmaci: a causa dell’alterazione degli equilibri internazionali mancano alcuni antibiotici e molecole attive sul sistema cardiovascolare. Anche a livello internazionale, infatti, la filiera soffre la mancanza di materie prime e l’aumento dei prezzi che si sommano all’incremento del prezzo del carburante necessario all’illuminazione, all’automazione e a tenere accesi gli impianti di raffreddamento 24 ore su 24, 7 giorni su 7. 

È ora che il nostro ruolo esca dall’ombra: siamo in attesa dal 2010 di una riforma della remunerazione, oggi ancora più urgente alla luce dei costi di carburante ed energia e del pesante incremento dei costi finanziari, pena l’insostenibilità e la rimodulazione del servizio, a tutto danno dell’assistenza alla salute della popolazione – spiega il Presidente Mirone, che ricorda in proposito che Federfarma Servizi “ha costituito nel 2022 un’unità di crisi per affrontare l’emergenza e ha da tempo richiesto un incontro urgente al Ministro della Salute Schillaci.  

“Siamo già in estremo ritardo: se non si affronta questa emergenza sul piano dell’azione politico-istituzionale, per le nostre farmacie ‘ripassi nel pomeriggio’ – chiosa il Presidente Mirone – rischia di trasformarsi in un lontano ricordo”.

Formazione e sanità digitale: che cosa serve ai medici?

Sanità digitale e opportunità offerte ai professionisti della salute. Tutto allineato o restano dei gap da colmare? A colloquio con Antonio Libonati, responsabile per la Formazione in Sanità digitale di Anaao-Assomed e consigliere di questa associazione.

Dottor Libonati, inizio col chiederle qual è il livello di penetrazione della sanità digitale nelle strutture sanitarie visto dalla prospettiva dei medici. A che punto siamo? E quali sono le applicazioni più diffuse?

Il livello di penetrazione è disomogeneo sul territorio nazionale. Abbiamo 21 sistemi sanitari regionali che corrono a velocità differenti. E non è una novità. C’è però una spinta forte verso la digitalizzazione in tutto l’ambito sanitario. Dalle prenotazioni attraverso i Cup, ai fascicoli sanitari elettronici, passando per la telemedicina e molto altro. Siamo ancora indietro e molto resta da fare. Penso ad esempio alla cartella clinica elettronica che non è presente in tutte le strutture ospedaliere. Oltre alle carenze in ambito ospedaliero ci sono anche mancanze sul territorio, soprattutto nelle regioni dove la medicina di territorio è stata un po’ abbandonata nel passato. Bisogna rimettersi in carreggiata e correre più veloce. La strada è stata tracciata. Dobbiamo correre soprattutto noi medici.

Diverse ricerche hanno evidenziato che la classe medica non è contraria all’avvento della sanità digitale, che potrebbe migliorare il lavoro quotidiano sotto diversi punti di vista. Al contempo, però i medici lamentano la mancanza degli elementi più basilari che consentano di fare sanità digitale. Dalle strumentazioni obsolete alla linea internet non sempre ottimale che rende difficoltoso il trasferimento dei dati. Qual è la situazione reale?

I medici sono più propensi alla digitalizzazione rispetto a qualche anno fa: la pandemia ha dato una spinta importante

Si parla di sanità digitale da tanti anni. Oggi la classe medica è più propensa all’argomento di quanto non fosse alcuni anni fa. La pandemia ha dato una spinta importante in questo senso.

I medici però hanno bisogno degli strumenti necessari alla sanità digitale. Allo stesso modo le linee internet richiedono innovazione. Penso alle postazioni di continuità assistenziale, spesso non dotate di computer, dove si utilizza ancora il cartaceo. Penso alla compilazione delle terapie e dei diari clinici quotidiani, dei verbali operatori, che sono tuttora cartacei. Ciò non va più bene.

Un altro tema caldo è quello della formazione. Una certa parte dei medici italiani rimarca la necessità di formazione specifica per poter mettere in atto la sanità digitale con la “S” maiuscola. Lei cosa può dirci su questo punto?

È imprescindibile informare i medici e tutto il personale in ambito sanitario e parallelamente formarlo. Corsi di perfezionamento, master, corsi Ecm. Partendo proprio dall’università, possiamo pensare di creare una generazione di nuovi medici più vicini allo sviluppo tecnologico e a una sanità digitale. Oltre a quello dell’università, è fondamentale il ruolo degli ordini professionali.

Un’ultima battuta sul ruolo che potrebbe avere una buona applicazione della sanità digitale alla riforma della sanità territoriale soprattutto nel rapporto ospedale-case di comunità. Quali opportunità non possiamo permetterci di perdere?

Si tratta di opportunità che non possiamo perdere nell’ottica di rendere il Sistema sanitario più sostenibile, anche dal punto di vista dei costi. Uno studio Enpam del 2012 parla di un risparmio di circa tre miliardi di euro annui ottenibili con il semplice investimento nella sanità digitale. Decentrando così sul territorio una parte del carico che oggi grava sulle strutture ospedaliere.

Il teleconsulto può ottimizzare il percorso di diagnosi e cura del paziente

In ciò, la telemedicina può fare la differenza. Recentemente sono state diffuse le Linee guida, che prevedono una piattaforma nazionale. Favorire il teleconsulto, che certo non sostituirà in toto una visita medica, può dare un grande contributo per ottimizzare il percorso di diagnosi e cura del paziente. Bisogna altresì affrontare il nodo della gestione dei dati sanitari provenienti dalla telemedicina. Viceversa è ancora in larga parte inespressa la potenzialità offerta dai big data, attraverso le tecniche di deep learning. Che risulta fondamentale per attuare una medicina preventiva e predittiva, in modo da arrivare prima alla diagnosi e ridurre il tasso di aggravamento dei pazienti cronici.

Per approfondire

Telemedicina, firmato contratto per servizi piattaforma nazionale

È stato firmato oggi, alla presenza del ministro della Salute, Orazio Schillaci, il contratto tra AGENAS e il Raggruppamento Temporaneo di Impresa (RTI) Engineering Ingegneria Informatica S.p.A. e Almaviva S.p.A. per l’affidamento in concessione della “Progettazione, realizzazione e gestione dei Servizi abilitanti della Piattaforma nazionale di Telemedicina PNRR” – Missione 6 Componente 1 subinvestimento 1.2.3 “Telemedicina” per un valore di 250 milioni di euro.

Il Ministro Schillaci ha espresso viva soddisfazione per “un altro importante tassello, nell’ambito dell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”. “La piattaforma nazionale di telemedicina – ha affermato il Ministro – ci permetterà di vincere la sfida per il superamento delle diseguaglianze nell’offerta delle prestazioni e dell’assistenza tra le diverse aree territoriali. Grazie alla piattaforma i professionisti sanitari potranno disporre di nuovi strumenti validati per operare efficacemente in ogni processo individuale e multi-disciplinare e allo stesso tempo verrà anche migliorata l’accessibilità dei pazienti alle cure e alle prestazioni. Saremo quindi in grado, grazie alla telemedicina, di dare risposte tempestive e di qualità alla domanda di servizi sanitari sul territorio. Questo si tradurrà in un significativo alleggerimento della pressione sugli ospedali e sui Pronto Soccorso spesso oberati da richieste inappropriate che finiscono col ripercuotersi negativamente sulla possibilità di assicurare nei tempi giusti gli interventi e le prestazioni necessarie a chi ne ha reale necessità. “L’accordo sottoscritto – ha concluso Schillaci – pone l’Italia all’avanguardia rispetto alle altre nazioni europee nell’utilizzo dei fondi del Pnrr in ambito sanitario e apre una fase nuova nella prospettiva di ammodernamento e razionalizzazione del nostro Servizio Sanitario Nazionale”.

A Padova si discute di “Natalità e denatalità: fotografie di sviluppo del paese”

In Italia in pochi decenni il tasso di natalità è sceso da 2,67 figli per donna fertile a 1,24 e, al tempo stesso la diminuzione del numero di persone in età fertile nel nostro paese è calato del 4% in 18 anni. Il combinato disposto tra la persistente denatalità ed il continuo aumento della longevità conduce a stimare che nel 2050 la popolazione non fertile sarà quantitativamente pari alla popolazione fertile. Un quadro allarmante su diversi fronti, in particolare quello politico e sociologico, con un forte impatto sullo sviluppo e l’avanzamento del nostro Paese.

Il convegno Natalità e denatalità: fotografie di sviluppo del paese, che si svolgerà giovedì 9 marzo alle 9 al Centro Culturale Altinate presso l’Auditorium San Gaetano di Padova, organizzato da Federsanità ANCI Veneto presieduta dal Dott. Domenico Scibetta, si prefigge di avviare un percorso di ricerca di nuove soluzioni per una efficace inversione di tendenza. Tra i protagonisti dei diversi incontri in programma ci saranno importanti esperti di sociologia, medicina, economia politica, specialisti del mondo accademico oltre a rappresentanti delle istituzioni nazionali come Tiziana Frittelli, Presidente Federsanità ANCI tra i patrocini nell’evento, e l’On. Elena Bonetti, membro della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, il Coordinatore nazionale Comitato Percorso Nascita del Ministero della Salute Gianfranco Jorizzo, e locali come Manuela Lanzarin, Assessore alla sanità e alle politiche sociali della Regione Veneto.

Inquadrare in maniera completa l’attuale situazione, capirne le cause, monitorarne gli effetti condividendoli con la comunità è un modo per sensibilizzare e rendere consapevoli stakeholder e specialisti, e trovare rimedi sociali e politici, efficaci e tempestivi, al fine di scongiurare scenari futuri ancora più negativi.

Il Convegno infatti, offre uno spazio di confronto su materie divenute di vitale importanza per l’agenda politica nazionale e regionale: nel corso della giornata si affronteranno varie tematiche, tra cui l’evoluzione della natalità dai primi anni del ‘900, il ruolo della scuola nell’educazione alla fertilità, oltre ai temi dell’endometriosi, della procreazione assistita ed infine interventi della politica su sostegno alle famiglie e incremento alla natalità.

Il convegno è aperto a tutti mediante iscrizione attraverso il seguente link.

L’evento Natalità e denatalità: fotografie di sviluppo del paese gode del patrocinio di Istituto Superiore di Sanità, Regione Veneto, Comune di Padova, ANCI, Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO), Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI) e Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO).

Per approfondire

20° Rapporto sull’attività ospedaliera in Italia “Ospedali&Salute”

Aiop, l’Associazione italiana ospedalità privata, ha presentato, presso la Sala Capitolare di Palazzo della Minerva del Senato della Repubblica, il 20° Rapporto sull’attività ospedaliera in Italia “Ospedali&Salute”, realizzato in collaborazione con Ermeneia – Studi & Strategie di Sistema.

Attraverso un’analisi dei servizi sanitari, dell’evoluzione del settore, dei costi, delle difficoltà di accesso e della qualità percepita dai cittadini, è stato preso in considerazione il triennio di pandemia: dalla fase dell’emergenza straordinaria nel 2020 a quella proattiva del 2021, caratterizzata dal programma di vaccinazione, ma anche dal blocco e dal differimento delle prestazioni, per finire con il 2022, anno durante il quale ci si è trovati ad affrontare il fenomeno di servizi non erogati o procrastinati.

Schillaci

Per il Ministro della Salute Orazio Schillaci: “La doppia anima del nostro sistema ospedaliero, pubblico e privato, può rappresentare la chiave per risolvere alcune criticità esistenti e superare le inaccettabili disuguaglianze che tuttora persistono a livello territoriale. Dobbiamo implementare e allargare l’offerta, anche creando un sistema virtuoso tra pubblico e privato che possa garantire una presa in carico globale e appropriata delle esigenze di prevenzione, cura e assistenza di tutti i cittadini. Considero prioritario rispondere in modo tempestivo e adeguato alle esigenze di tutti coloro che sono rimasti indietro in questi anni, penso in particolare agli screening oncologici, ai ricoveri e agli interventi rimandati o sospesi soprattutto nelle prime fasi dell’emergenza sanitaria”.

In tal senso il Ministro ha commentato i risultati presentati nella giornata: “L’edizione 2022 del Rapporto Aiop restituisce una nitida fotografia degli ultimi anni caratterizzati dalla pandemia di Covid-19. Una novità rilevante è rappresentata dall’approvazione dell’emendamento al decreto Milleproroghe che, oltre a permettere di continuare a utilizzare i fondi resi disponibili con la legge di Bilancio 2022, dà alle Regioni la facoltà di avvalersi di una quota dello 0,3% del fondo sanitario per incrementare l’offerta di prestazioni in convenzione con le strutture private accreditate. In tema di risorse destinate al SSN – ha concluso Schillaci – abbiamo voluto dare un segnale di cambiamento, siamo arrivati a oltre 128 miliardi di euro per il fondo sanitario nazionale 2022 e aumentato le risorse del fondo per il triennio 2023-2025”.

Secondo Ugo Cappellacci, Presidente della Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati: “Il Rapporto fotografa una situazione che ormai era chiara da molto, purtroppo le cifre sono drammatiche ed è necessario invertire la rotta. La spesa sanitaria deve necessariamente diventare un investimento, passando dal concetto di Prodotto interno lordo a quello di Benessere interno lordo e comprendendo che in sanità spendere meno prima significa spendere di più dopo. I limiti riscontrati dal Servizio Sanitario Nazionale durante la pandemia si possono recuperare solo tramite un’integrazione vera tra pubblico e privato. Dobbiamo, quindi, intervenire sul tema dei tetti per arrivare a recuperare i ritardi che rischiano di mettere in ginocchio il Paese. Rompiamo assieme questo tetto”.

Davide Faraone, Commissione Trasporti, poste e telecomunicazioni della Camera dei Deputati, ha dichiarato che: “Il Sistema Sanitario Nazionale è in gravissima crisi e il Covid ha peggiorato tale situazione. Il contributo del privato, dunque, è fondamentale per supportare il sistema e recuperare tutto ciò che è rimasto arretrato. Occorre però investire, stanziando risorse per almeno 10 miliardi di euro, di cui almeno 8 per il privato accreditato e intervenire con nuove assunzioni. È necessario superare gli steccati ideologici: pubblico e privato stanno seguendo la stessa identica missione ed è arrivato il momento di riconoscerlo”.

Barbara Cittadini Aiop

Per Barbara Cittadini, Presidente nazionale Aiop: “Il SSN soffre ancora del Long Covid. I dati parlano chiaro: a due anni dalla pandemia non solo non si riscontra il recupero atteso delle prestazioni mancate nel corso della fase pandemica più acuta, ma i volumi di attività e la qualità delle cure non sono tornati ai livelli pre-Covid né per le prestazioni programmate né per quelle urgenti”.

“Le forze centrifughe dal SSN sono sempre più evidenti – ha spiegato Cittadini – con sempre più utenti che, per ovviare alle liste d’attesa, si trovano costretti, se possono, a pagare le prestazioni o, in caso di indisponibilità economica, a rinunciare alle cure”.

Si tratta di una situazione che il Rapporto fotografa nei dettagli. La ricerca, infatti, è uno strumento di monitoraggio e valutazione dell’efficacia e dell’efficienza del sistema ospedaliero italiano, nelle sue componenti di diritto pubblico e di diritto privato del Servizio Sanitario Nazionale e coniuga i dati oggettivi dei flussi informativi correnti con i dati “soggettivi” ricavati da un’indagine annuale sull’esperienza dei pazienti.

Vogliamo riportare l’interesse del malato al centro del dibattito sulla sanità pubblica, troppo spesso orientato da visioni parziali, che prescindono dai principi di realtà” ha evidenziato la Presidente di Aiop, aggiungendo che “la spesa sanitaria pubblica italiana in rapporto al PIL continua a restare fortemente al di sotto della media dei Paesi OCSE e G7 e si continua a paralizzare l’erogazione di servizi alla salute, attraverso il meccanismo dei tetti di spesa, imponendo alle Regioni un limite massimo all’acquisto di prestazioni presso il privato accreditato e sacrificando i bisogni assistenziali dei pazienti sull’altare di una illogica predilezione per la proprietà pubblica degli asset”.

Cittadini ha ricordato che “ancora una volta, i dati parlano chiaro: le dinamiche “conflittuali” tra la componente di diritto pubblico e quella di diritto privato del SSN non interessano ai malati. L’interesse del paziente è quello di ricevere le cure migliori – dal punto di vista dell’efficacia, appropriatezza e sicurezza – e non, certamente, la natura giuridica dell’ospedale che le eroga. I malati desiderano, solamente, essere curati”.

“È necessario – ha concluso la Presidente – comprendere che ogni euro impiegato in sanità è un investimento per il progresso del Paese e che è indispensabile procedere ad un’alleanza di sistema, basata su un approccio collaborativo/competitivo tra la componente di diritto pubblico e la componente di diritto privato del SSN, preservando e aumentando gli ambiti di tutela, superando i condizionamenti ideologici, che, fino ad ora, hanno relegato la componente di diritto privato a un ruolo vicario e agendo attraverso una differente allocazione delle risorse alle strutture che assicurano prestazioni qualitativamente migliori e una gestione più efficiente”.

Per Domenico Mantoan, Direttore Generale Agenas: “Il sistema pubblico è ingolfato e non riesce a utilizzare le risorse anche aggiuntive che gli sono, di volta in volta, assegnate. Il comparto privato è l’unico settore al quale sono rimasti applicati i tetti di spesa. Siamo in una condizione in cui i 300 milioni riconosciuti alle strutture di diritto pubblico per smaltire le liste d’attesa non sono stati utilizzati e in cui il privato accreditato è volutamente limitato nella sua capacità produttiva. Nel nostro Paese lo Stato deve incarnare il ruolo costituzionalmente previsto di soggetto regolatore: questo significa interpretare i bisogni in maniera flessibile, senza restare ancorati a norme – come il Dl 95 – introdotte 10 anni fa e mai aggiornate; significa rendere effettivo il ruolo di valutazione a livello centrale per monitorare più accuratamente l’efficienza delle strutture pubbliche che – dobbiamo dirlo – viaggiano a piè di lista e orientate verso una programmazione libera di dare di più a chi garantisce una qualità maggiore al minor costo”.

Tonino Aceti, Presidente Salutequità, ha dichiarato: “Esiste un problema serio rispetto alle liste d’attesa e alla rinuncia alle cure a cui si somma il pregresso derivante dal Covid. Rispetto alla rinuncia alle cure abbiamo tassi raddoppiati rispetto al pre-Covid: in Sardegna – la Regione con la minore proporzione di privati accreditati – è quella con la percentuale maggiore, pari al 18%. Parallelamente, il sistema di misurazione istituzionale ai fini LEA è profondamente carente nel misurare il fenomeno delle liste d’attesa: solo un indicatore dovrebbe catturare la capacità delle Regioni di rispondere tempestivamente ai bisogni di cura. Sull’intramoenia ancora 5 Regioni non hanno istituito le relative commissioni di controllo e a fronte di un sistema che fa acqua da tutte le parti abbiamo, quindi, canali di accesso non controllato solo per chi se lo può permettere. Chi non ha disponibilità economica rinuncia alle cure e stiamo dinanzi a un diffuso fenomeno di progressivo aggravamento delle condizioni di salute e al proliferare di casi che arrivano in ospedale quando ormai la patologia è complessa e a uno stadio avanzato”.

All’evento, tra gli altri, hanno preso parte Maurizio Gasparri, Vicepresidente del Senato, Nadio Delai, sociologo, Presidente di Ermeneia e Gabriele Pelissero, Vicepresidente Aiop.

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Settimana del Cervello, dal 13 al 19 marzo iniziative in tutta Italia

“La Nuova Era Del Cervello”: si apre così l’edizione 2023 della Settimana Mondiale del Cervello, che, come ogni anno è promossa dalla Società Italiana di Neurologia e vedrà lo svolgimento di iniziative dal 13 al 19 marzo in tutta Italia.

La campagna della SIN nasce con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla prevenzione e la lotta alle numerose malattie neurologiche fornendo, al contempo, informazioni sui principali progressi raggiunti dalla ricerca scientifica.

Nuove tecnologie unite all’applicazione dell’Intelligenza Artificiale apriranno nuovi scenari nella diagnosi precoce e nel trattamento della Malattia di Alzheimer, dove è possibile intravedere nuovi orizzonti di cura grazie ai recenti esiti positivi degli studi sulle terapie biologiche dirette contro l’amiloide, proteina marker della malattia. Ulteriori aggiornamenti anche in campo preventivo per rallentare l’esordio della demenza, grazie alla combinazione della stimolazione cognitiva, della  dieta mediterranea e dell’esercizio fisico (Studio FINGER).

Inattese prospettive di trattamento si prevedono anche per la Malattia di Parkinson grazie a una ricerca tutta italiana: attraverso l’analisi della saliva, non solo si può fornire una diagnosi precisa ma addirittura prevedere la progressione della malattia. Inoltre, riguardo i nuovi ambiti terapeutici, importanti risultati sono emersi dall’utilizzo di ultrasuoni focalizzati sotto guida della Risonanza Magnetica (Magnetic Resonance guided Focused UltraSound) nei pazienti farmacoresistenti: i FUS provocando una lesione di una piccola area di tessuto cerebrale, il globo pallido, riducono da subito i tremori e con una efficacia che si mantiene a lungo nel tempo.

E nel campo della prognosi dell’emicrania, nuove metodologie diagnostichesono state utilizzate per studiare i valori di concentrazione di CGRP nel plasma e nel liquido lacrimale delle pazienti emicraniche dimostrando che i livelli di CGRP nel liquido lacrimale aumentano durante la fase mestruale a causa degli estrogeni.

Per questa patologia, nell’ambito della profilassi, oltre alla tossina botulinica, è ormai assodato il ruolo fondamentale dei nuovi farmaci monoclonali diretti contro il CGRP che riducono frequenza e intensità degli attacchi con iniezioni bi- o tri-mensili.

La messa a punto dei nuovi farmaci monoclonali cosiddetti biologici– ha evidenziato il Prof. Alfredo Berardelli, Presidente della Società Italiana di Neurologiasta aprendo una nuova era nella cura di gran parte delle malattie neurologiche. In questa edizione della Settimana Mondiale del Cervello, la SIN intende sottolineare i significativi progressi verificatisi non solo nella prevenzione, ma anche nella diagnosi precoce e nelle terapie che oggi possono essere impiegati per un efficace trattamento delle malattie neurologiche”.

In Italia, le malattie neurologiche hanno un forte impatto sulla popolazione: ben 12 milioni gli italiani affetti da disturbi del sonno; oltre 6 milioni soffrono di emicrania, 2/3 circa dei quali sono donne; 1 milione coloro che convivono ogni giorno con la Malattia di Alzheimer e hanno bisogno di costante assistenza;  400.000  le persone colpite da Malattia di Parkinson; la Sclerosi Multipla affligge circa 90.000 donne e uomini che devono convivere ogni giorno con i sintomi di una malattia che induce disabilità progressiva, ma anche con le difficoltà legate ai servizi sanitari e assistenziali. Numeri ugualmente preoccupanti sono quelli che descrivono i casi di ictus, quasi 200.000 nuovi casi ogni anno e circa 1 milione di persone vivono con gli esiti invalidanti della malattia.

Nella settimana dal 13 al 19 marzo i neurologi apriranno le porte dei luoghi dove lavorano e studiano, per condividere con i pazienti e con il pubblico gli obiettivi comuni e le strategie per combattere le malattie del cervello. Le iniziative gratuite riguarderanno incontri divulgativi, convegni, attività per gli studenti delle scuole e open day. Il calendario degli eventi sarà disponibile su www.neuro.it  

Dimostrato per la prima volta il legame diretto tra sonno e Alzheimer

È stata appena pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Acta Neuropathologica Communications la scoperta che per la prima volta dimostra direttamente il legame tra sonno e malattia di Alzheimer. Il lavoro, frutto della collaborazione tra il Centro di Medicina del sonno dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino (diretto dal professor Alessandro Cicolin) ed il Neuroscience Institute of Cavalieri Ottolenghi (NICO) (professoressa Michela Guglielmotto) entrambi afferenti al Dipartimento di Neuroscienze “Rita Levi Montalcini” dell’Università di Torino, ha esaminato l’effetto di un sonno disturbato in topi geneticamente predisposti alla deposizione di beta-amiloide. 

La sola frammentazione del sonno ottenuta inducendo brevi risvegli senza modificare il tempo totale del sonno, per un periodo di un mese (approssimativamente corrispondente a 3 anni di vita dell’uomo), compromette il funzionamento del sistema glinfatico, fa aumentare il deposito della proteina beta-amiloide e compromette irreversibilmente le funzioni cognitive dell’animale anche se giovane. 

Il riposo notturno nei pazienti affetti dalla malattia di Alzheimer è spesso disturbato fino ad arrivare ad una vera e propria inversione del ritmo sonno-veglia, ma è stato anche osservato che i disturbi del sonno stessi (ad es. deprivazione di sonno, insonnia ed apnee) possono influenzare negativamente il decorso della malattia. Nei pazienti con sonno disturbato, sia in termini di quantità che di qualità, si riscontra un aumento del deposito cerebrale di una proteina (beta-amiloide) implicata nella genesi della malattia di Alzheimer.  Lo studio ha dimostrato che tale aumento dipende da una sua ridotta eliminazione da parte del sistema glinfatico (il “sistema di pulizia” del cervello, particolarmente attivo proprio durante il sonno profondo).

La ricerca, oltre a dimostrare il forte legame presente tra disturbi del sonno e malattia di Alzheimer e dimostrarne il meccanismo, porta anche ad ulteriori considerazioni:

  • in soggetti predisposti alla malattia di Alzheimer, fin dall’età giovanile, un sonno disturbato può favorire l’instaurarsi di processi neurodegenerativi;
  • i processi neurodegenerativi stessi, caratteristici della malattia, possono a loro volta compromettere la regolazione del sonno, instaurando un vero e proprio circolo vizioso che accelera irrimediabilmente la progressione della malattia;
  • non è solo la quantità del sonno ad essere rilevante, ma anche la sua “qualità”: infatti è solo nel sonno profondo che il sistema glinfatico può svolgere efficientemente il compito di “pulizia” ed eliminazione delle sostanze neurotossiche che si accumulano in veglia;
  • anche in assenza di altri fattori (riduzione del tempo di sonno o condizioni ipossiche), la sola frammentazione del sonno a livello cerebrale, ostacolando il mantenimento del sonno profondo, è in grado di innescare e mantenere il processo.

Sempre di più il sonno svela i suoi misteri: da un iniziale concetto di semplice interruzione della veglia (“tempo perso”), si sta sempre più comprendendo come il sonno sia un fenomeno attivo, durante il quale vengono eliminate le sostanze neurotossiche che si accumulano in veglia e regola il nostro metabolismo, il sistema immunitario e circolatorio. È comprensibile quindi come i disturbi del sonno, quali insonnie, apnee nel sonno e sindrome delle gambe senza riposo, per citare solo i più frequenti, costituiscano un significativo fattore di rischio per obesità, ipertensione, diabete, infarto, ictus, cancro e demenze ed in tal senso da includere nelle politiche di prevenzione sanitaria.