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Fimmg: Formazione-Lavoro, proposta emendativa delle Regioni che chiedono all’unisono il riconoscimento delle attività professionalizzanti per i medici in formazione specifica in medicina generale

Fimmg Formazione in campo per sostenere la proposta emendativa delle Regioni che chiedono all’unisono il riconoscimento delle attività professionalizzanti per i medici in formazione specifica in medicina generale.

“Non possiamo che accogliere con favore quanto emerso dal Comitato tecnico area assistenza territoriale della Commissione salute del Ministero della Salute. Ciò sottolinea la bontà delle proposte portate avanti da questa organizzazione sindacale in queste settimane. È indubbio che il riconoscimento della formazione-lavoro anche per gli incarichi di sostituzione e provvisori possa essere uno strumento in più per fronteggiare la carenza dei medici di medicina generale e al contempo assicurare l’assistenza sanitaria ai cittadini, che altrimenti resterebbero senza il proprio medico di famiglia. Tale misura, chiaramente, va incardinata all’interno, si auspica, di nuove politiche di investimento sulla medicina territoriale e soprattutto sui futuri medici di famiglia.

La strada del dialogo costruttivo è la strada che il nostro sindacato intende percorrere a giovamento dei colleghi e dei nostri pazienti. Un ringraziamento particolare al governatore Fedriga e all’assessore alla salute Riccardi per aver ascoltato e accolto le nostre proposte”.

Crea Sanità: l’universalismo selettivo è dietro l’angolo

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Universalismo selettivo. È questa la parola che caratterizza il 18° rapporto di Crea Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) presentato il 25 gennaio al Cnel di Roma. Un timore che per la prima volta diventa una possibilità concreta, se non riusciremo ad attuare gli interventi correttivi necessari per garantire la sostenibilità del nostro Servizio sanitario nazionale. Anche il titolo del documento è esplicativo della gravità della situazione: “Senza riforme e crescita, Ssn sull’orlo della crisi”.

Nato per fotografare lo stato di salute del nostro Ssn e stimolare il dibattito tra le varie parti coinvolte, da sempre il rapporto è anche uno strumento ricco di dati al servizio dei decisori politici.

Il nuovo rapporto di Crea Sanità evidenzia la necessità di rendere operative tante intenzioni, uscendo dal micro e muovendosi a livello di Paese

Non ci piace essere pessimisti e non vogliamo esserlo, non è questo lo scopo – ha affermato Federico Spandonaro, presidente del Comitato scientifico di Crea Sanità – Con il Rapporto abbiamo provato a evidenziare che non si può far finta che certe cose stiano succedendo o non siano già successe. L’anno scorso dicevamo che mancava una vision per il futuro: oggi l’impressione è che non ci sia nemmeno per il presente. Purtroppo il nostro sistema è già selettivo, e lo è in maniera disordinata e non governata. Con il nostro documento vogliamo provare a buttare il cuore oltre l’ostacolo e cercare di rendere operative tante intenzioni di cui si discute da anni, uscendo dal micro e provando a muoverci a livello di Paese”.

Il 2022 può essere considerato il primo anno post-pandemico. Sebbene SarsCoV2 continui a circolare, per gli esperti siamo entrati in una fase di “normalizzazione”, che si traduce anche nel tornare a parlare dei temi – in questo caso sanitari – che caratterizzavano la fase pre-pandemica. Da qui la necessità di tornare a ragionare su temi come la sostenibilità del Ssn o i tetti di spesa.

I dati sulla pandemia

I dati analizzati al rapporto si riferiscono per lo più al 2020 e 2021 e questo è uno dei problemi: sebbene durante la pandemia abbiamo dimostrato di poter avere informazioni in tempo reale sui contagi, quando si parla di ospedalizzazione o attività ambulatoriali i dati sono elaborati più lentamente.

Dalle informazioni a disposizione, tuttavia, arriva la conferma che il 2021 è stato ancora caratterizzato da molte “anomalie quantitative”, già registrate nel 2020, per lo più attribuibili all’impatto della pandemia. Il “biennio pandemico” 2020-2021 ha visto, nello specifico, un crollo significativo dell’attività dei servizi sanitari regionali e un parallelo incremento del personale e dei costi del servizio.

Solo nell’ultimo trimestre 2021 i flussi della specialistica ambulatoriale suggeriscono un ritorno sui livelli di attività pre-pandemica.

Sebbene in pandemia abbiamo dimostrato di poter avere informazioni in tempo reale sui contagi, quando si parla di ospedalizzazione o attività ambulatoriali i dati sono elaborati più lentamente

Analizzando i dati provenienti dalle schede di dimissione ospedaliera e dai flussi della specialistica ambulatoriale, emerge che, sebbene il Covid abbia comportato una selezione dei ricoveri (a causa della sospensione dell’attività in elezione), complessivamente l’attività ospedaliera si è ridotta significativamente: i ricoveri ordinari in acuzie sono calati del 18,1%, (ovvero ad un tasso 4,6 volte maggiore rispetto alla media annua del decennio precedente), mentre le giornate di degenza si sono ridotte del 13,1% (per le acuzie in regime ordinario), cioè 4,4 volte rispetto alla percentuale media del decennio 2010-2020.

E l’Italia è il Paese europeo con i più bassi tassi di ospedalizzazione.

Peraltro, parallelamente alla riduzione dell’attività di ricovero e ambulatoriale, il personale sanitario è aumentato del 3% rispetto al 2019: “Questo significa che lo stress delle strutture ospedaliere e dei relativi professionisti debba essere circoscritto all’ambito delle specifiche specialità che hanno retto l’impatto dei contagi – ha notato Spandonaro – In particolare, i reparti di malattie infettive e le pneumologie, che hanno raggiunto con tassi di occupazione dei letti rispettivamente pari al 162,6% e 86,5%”.

Se si guarda al recupero delle prestazioni perse, nonostante i finanziamenti per la riduzione delle liste d’attesa, solo nell’ultimo trimestre 2021 i volumi crescono, senza riuscire tuttavia a raggiungere i livelli pre-pandemici. Vi è chiaramente una differenziazione regionale e, curiosamente, si è osservata una più marcata riduzione dei volumi nelle Regioni che, in condizioni normali, erogano un numero maggiore di prestazioni di specialistica ambulatoriale.

“Il fenomeno sembra suggerire che in queste aree vi fosse anche una quota significativa di prestazioni inappropriate che, come tali, non saranno più erogate, probabilmente, anche per effetto della risoluzione spontanea del bisogno percepito dal paziente”, ha sottolineato Daniela D’Angela, direttore dell’area Ricerca di Crea Sanità.

Il sottofinanziamento e l’equità del sistema

Per avere un’incidenza media sul Pil analoga agli altri Paesi dell’Unione europea all’Italia mancano almeno 50 miliardi di euro. La spesa sanitaria del nostro Paese ha infatti registrato, nel 2021, una forbice di -38% circa (-12% di spesa privata e -44% circa di spesa pubblica) crescendo, tra il 2000 e il 2021, del 2,8% medio annuo, il 50% in meno che negli altri Paesi europei di riferimento.

“Secondo noi, poiché la sanità eroga servizi, sarebbe meglio ragionare in termini nominali, magari corretti per potere d’acquisto”, ha ricordato Spandonaro.

Per recuperare il passo, quindi, servirebbe una crescita annua del finanziamento di 10 miliardi di euro per 5 anni, più quanto necessario per garantire la stessa crescita degli altri Paesi europei presi a riferimento, ovvero altri 5 miliardi di euro. Cifre che, in questo momento, paiono inarrivabili: dopo la pandemia, infatti, il nostro investimento in sanità crescerà di 2 miliardi l’anno, contro i 15 che sarebbero necessari.

Dopo la pandemia il nostro investimento in sanità crescerà di 2 miliardi l’anno, contro i 15 che sarebbero necessari

“La ricetta è “crescere per non selezionare” – ha ricordato Spandonaro –: per mantenere, cioè, un servizio sanitario nazionale universalistico e non essere costretti a un “universalismo selettivo” e mantenere equità di accesso, è necessario far crescere il Pil”.

Privilegiare l’accesso delle persone più fragili al Ssn, tuttavia, porrebbe problemi importanti in termini di equità, un’altra parola chiave del Rapporto.

Secondo il documento, nel 2021 il finanziamento pubblico si è fermato al 75,6% della spesa contro una media europea dell’82,9% e la spesa privata ha inciso sul Pil per il 2,3% contro una media Eu del 2%. Queste percentuali si traducono in oltre 1.700 euro a nucleo familiare, famiglie che si sono dovute sobbarcare per esempio oltre un miliardo per farmaci compresi tra quelli rimborsabili dal Ssn.

Daniela D’Angela ha sottolineato come “Solo il 20% degli italiani più ricchi ha aumentato i consumi privati durante la pandemia, una quota più bassa di quello che ci saremmo aspettati”.

La fotografia del disagio economico per le spese sanitarie mostra come sia il 5,2% delle famiglie a versare in tale stato: 378.627 nuclei familiari (l’1,5%) si impoveriscono per le spese sanitarie e 610.048 (il 2,3%) sostengono spese sanitarie cosiddette “catastrofiche”, che cioè impegnano oltre il 40% della propria capacità di spesa.

 Il 40% di risorse del Pnrr vincolate per il Sud potrebbero non essere sufficienti a riequilibrare equitativamente il Ssn

“In questo contesto – ha aggiunto D’Angela – il 40% di risorse del Pnrr vincolate per il Sud potrebbero non essere sufficienti a riequilibrare equitativamente il Ssn: per questo è necessario agire anche sul riparto della spesa corrente, in primo luogo considerando quella parte di spesa privata che rappresenta uno sgravio per i conti delle Regioni, e che incide maggiormente in quelle dove il reddito medio è più alto”. In Lombardia, per esempio, questa quota arriva a 828,3 euro pro-capite mentre in Sardegna si ferma a 442,9 euro.

La carenza di personale

In termini di risorse umane l’Italia sconta oggi decenni di politiche restrittive: il Rapporto calcola che se il nostro Paese volesse allinearsi agli organici di professionisti sanitari degli Stati Ue di riferimento, senza tenere conto del maggiore bisogno derivante dall’età media più alta della popolazione, dovrebbe investire 30,5 miliardi di euro.

Questo perché, sempre rispetto alle medie europee, in Italia, i medici ogni 1.000 abitanti sono sì un po’ di più, ma se si considera la popolazione over75 ne potrebbero mancare circa 30 mila e per il riequilibrio se ne dovrebbero assumere almeno 15 mila ogni anno per i prossimi 10 anni, mettendo in conto le dinamiche annuali di pensionamento (circa 12 mila l’anno, essendo in media più anziani).

E anche per gli infermieri la situazione non è rosea: la carenza supera le 250 mila unità rispetto ai parametri europei e, comunque, solo per il nuovo modello disegnato dal Pnrr ne servirebbero 40-80.000 in più.

In questo caso, servirebbero 30-40.000 nuovi infermieri ogni anno (anche qui considerando il numero di pensionati/anno: circa 9mila), un numero irraggiungibile anche perché la propensione a intraprendere la professione in Italia è un terzo che negli altri Paesi dell’Ue.

Entrano nel nostro Paese meno dell’1% dei medici, contro il 10% negli altri Paesi; per gli infermieri, ne arrivano dall’estero meno del 5%, contro il 15% nel Regno Unito e il 9% in Germania

Né l’Italia può far conto di attrarre professionisti dall’estero: entrano nel nostro Paese meno dell’1% dei medici, contro il 10% negli altri Paesi; analogamente, vengono dall’estero meno del 5% degli infermieri contro percentuali del 15% nel Regno Unito e del 9% in Germania.

I medici italiani, poi, oltre a essere pochi, guadagnano in media il 6% in meno e gli infermieri in media il 40% in meno dei loro colleghi europei e se, oltre agli organici, si volesse considerare anche la necessaria rivalutazione delle retribuzioni, l’onere per la spesa corrente del sistema sanitario crescerebbe a 86,8 miliardi di euro.

Barbara Polistena, direttore generale e scientifico Crea Sanità, ha sottolineato come quello delle risorse umane “non sia solo un problema di numeri, ma anche di “vocazioni”. Ci sono alcune aree sanitarie scoperte a prescindere dal numero chiuso universitario. Dobbiamo lavorare per rendere attrattive queste professioni”. Il rischio, altrimenti, è utilizzare risorse per la formazione di personale che andrà a lavorare altrove.

Senza risorse e senza personale è anche impossibile, sottolinea il Rapporto, recuperare il 65% di prestazioni perse durante la pandemia, di cui hanno sofferto soprattutto i “grandi anziani”: il 70% degli over80 registra infatti un peggioramento dello stato di salute, soprattutto nei centri maggiori e nel Nord-Ovest, e il 50% di loro ha speso di più privatamente per bisogni sanitari e sociali.

Per avere qualche indicazione pratica, nel 2022 il Crea, in collaborazione con Federsanità, ha coinvolto i direttori generali chiedendo loro come organizzerebbero le risorse umane. Tra gli aspetti principali emersi, la volontà di mantenere le procedure di acquisizione del personale semplificate, come durante la pandemia e introdurre incentivi per sostenere le politiche di ricollocazione del personale sanitario.

Le sfide aperte

Il Servizio sanitario nazionale, quindi ha di fronte tre grandi sfide:

  • ridurre le sperequazioni
  • adeguare le dotazioni organiche
  • rimanere sostenibile

Se i primi due obiettivi richiedono risorse aggiuntive rilevanti, il terzo si scontra con strada della “sobrietà”, quella concretamente prevista nei documenti di finanza pubblica, che allocano per la sanità risorse che il Rapporto mostra essere lontane dai volumi che sarebbero richiesti per un “allineamento” del Ssn italiano a quelli dei Paesi europei di riferimento. Proprio questa distanza dimostra l’insostenibilità attuale, di fatto, del Ssn.

La crescita rimane, quindi, la sfida essenziale per il sostentamento del welfare; una sfida che per i curatori del rapporto deve essere affrontata dalla classe politica e che esula dai confini delle politiche sanitarie: allo stesso tempo, però, diventa essenziale identificare le opportunità che la filiera della salute ha per contribuire alla crescita del Paese.

Purtroppo, malgrado ripetuti proclami sulla priorità del settore, e sulla necessità di incentivarne l’industria, il raccordo fra politiche sanitarie e politiche industriali è rimasto molto labile

“Purtroppo, malgrado ripetuti proclami sulla priorità del settore, e sulla necessità di incentivarne l’industria, il raccordo fra politiche sanitarie e politiche industriali è rimasto molto labile”, ha osservato durante le conclusioni Spandonaro, che ha anche auspicato un ripensamento generale della governance farmaceutica e dei dispositivi medici, per adeguarla alle modifiche intervenute nei processi di R&S e quindi, alle nuove caratteristiche dei beni che arrivano sul mercato.

Le conclusioni del report sono chiare: “Il Ssn appare essere arrivato ad un punto di non ritorno: o cambiano le condizioni al contorno o sarebbe colpevolmente ingenuo pensare di poter mantenere il servizio così come è; una progressiva e non governata riduzione dei livelli di tutela genererebbe, infatti, un opting out dei più abbienti, sancendo di fatto la fine del sistema universalistico”.

Intersindacale dirigenti medici, veterinari, sanitari: positivo l’incontro con Schillaci. Vigileremo sugli impegni assunti

Le organizzazioni sindacali della dirigenza medica, sanitaria e veterinaria ANAAO ASSOMED – CIMO-FESMED (ANPO-ASCOTI – CIMO – CIMOP – FESMED) – AAROI-EMAC – FASSID (AIPAC-AUPI-SIMET-SINAFO-SNR) – FP CGIL MEDICI E DIRIGENTI SSN – FVM Federazione Veterinari e Medici – UIL FPL COORDINAMENTO NAZIONALE DELLE AREE CONTRATTUALI MEDICA, VETERINARIA SANITARIA – CISL MEDICI esprimono soddisfazione per gli impegni assunti dal Ministro della Salute Orazio Schillaci nel corso dell’incontro odierno.

Come richiesto dalle Organizzazioni sindacali, viene istituito un tavolo tecnico ufficiale permanente al fine di ripristinare le relazioni sindacali con il compito di analizzare e trovare soluzioni ai tanti e complessi problemi del nostro sistema sanitario la cui ripresa non può essere affidata all’anacronistico mantenimento in servizio fino a 72 anni dei medici, dirigenti sanitari e veterinari, una soluzione peraltro inutile che bloccherebbe ulteriormente l’ingresso e le carriere dei sanitari più giovani.

Abbiamo convenuto sulla stretta necessità di riformare il DM 70 strumento ormai obsoleto, di abbattere la tagliola del tetto di spesa all’assunzione di personale, di rivedere i fabbisogni appena pubblicati, di una riforma del sistema formativo nella direzione dell’introduzione di un contratto di formazione lavoro e in particolare, vista l’apertura della contrattazione, sulla necessità di trovare nel bilancio nazionale risorse extracontrattuali per restituire dignità al ruolo dei dirigenti medici, sanitari e veterinari.

Occorre, inoltre, andare avanti con la modifica del decreto 113/2020 sulle aggressioni al personale che richiede l’attribuzione della funzione di pubblico ufficiale al medico e l’obbligo della Azienda presso la quale lavorano i sanitari vittime di aggressioni e intimidazioni di costituirsi parte civile e di sostenere le spese legali del sanitario.

Per quanto riguarda il rinnovo del contratto di lavoro, il primo passo è verso una collaborazione in termini di esigibilità della norma e del miglioramento delle condizioni di lavoro.

La strada non è priva di ostacoli, principalmente burocratici e culturali, ma occorre una forte innovazione del rapporto di lavoro di categorie professionali che sono assediate dal mercato privato pronto a sottrarne le abilità sanitarie per potenziare la sanità privata e convenzionata accreditata.

Fino a quando però esiste la voglia di contribuire a salvare il SSN noi saremo disponibili al confronto e alla sintesi condivisa.

Malattie rare, insediato Comitato Nazionale

Si è insediato oggi il Comitato nazionale per le malattie rare istituito ai sensi della legge 10 novembre 2021, n. 175 recante “Disposizioni per la cura delle malattie rare e per il sostegno della ricerca e della produzione dei farmaci orfani”.

Il Comitato, coordinato dal Capo della segreteria tecnica del Ministro, Marco Mattei, come da decreto istitutivo, svolge funzioni di indirizzo e di coordinamento definendo le linee strategiche delle politiche nazionali e regionali in materia di malattie rare, al fine di coordinare le attività di implementazione della normativa.

Il CoNaMr, tra l’altro, è chiamato a esprimere parere sullo schema del Piano nazionale triennale per le malattie rare e sul riordino della Rete nazionale delle malattie rare, che dovrà essere oggetto di accordo in conferenza Stato-Regioni, e sulle campagne nazionali di informazione e sensibilizzazione sulle malattie rare.

Per approfondire

Garante Privacy sanziona tre Asl friulane per uso algoritmo

Il Garante per la privacy ha sanzionato tre Asl friulane [doc. web n. 9844989, 9845156, 9845312] che, attraverso l’uso di algoritmi, avevano classificato gli assistiti in relazione al rischio di avere o meno complicanze in caso di infezione da Covid-19.

Le Asl avevano elaborato i dati presenti nelle banche dati aziendali allo scopo di attivare nei confronti degli assistiti opportuni interventi di medicina di iniziativa e individuare per tempo i percorsi diagnostici e terapeutici più idonei.

Nel corso dell’istruttoria dell’Autorità, che si era mossa dopo la segnalazione di un medico, è infatti emerso che i dati degli assistiti erano stati trattati in assenza di una idonea base normativa, senza fornire agli interessati tutte le informazioni necessarie (in particolare sulle modalità e finalità del trattamento) e senza aver effettuato preliminarmente la valutazione d’impatto prevista dal Regolamento Ue in materia di protezione dati.

L’Autorità ha ribadito che la profilazione dell’utente del servizio sanitario, sia regionale o nazionale, determinando un trattamento automatizzato di dati personali volto ad analizzare e prevedere l’evoluzione della situazione sanitaria del singolo assistito e l’eventuale correlazione con altri elementi di rischio clinico, può essere effettuata solo in presenza di un idoneo presupposto normativo, nel rispetto di requisiti specifici e garanzie adeguate per i diritti e le libertà degli interessati, mancanti nel caso di specie.

Accertate dunque le violazioni e valutato che nel caso specifico le operazioni, attraverso l’uso di algoritmi, avevano riguardato dati sulla salute di un ingente numero di assistiti, il Garante ha ordinato a ognuna delle tre Aziende di pagare la sanzione di 55.000 euro e di procedere alla cancellazione dei dati elaborati.

Per approfondire

Salute mentale a rischio: mancano psichiatri e operatori. La proposta della SIP

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Da qui al 2028 mancheranno per pensionamenti 45 mila medici italiani. Secondo i dati diffusi solo qualche mese fa dal segretario nazionale della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg), Silvestro Scotti, questa situazione entro il 2030 rischia di riguardare 15 milioni di persone che resteranno senza un medico di base. Ma cosa succederà a quei pazienti che non possono permettersi di restare senza uno specialista di riferimento, come per esempio i pazienti psichiatrici o i malati cronici?

La sanità pubblica continua a non essere attraente per i giovani specialisti. In tutta Italia la ricerca di personale specializzato non sta dando frutti sperati e il Governo ora sta ragionando su come modificare le condizioni contrattuali previste dal contratto nazionale dei medici ospedalieri, in rinnovo nei prossimi mesi, per rendere di nuovamente gli incarichi appetibili.

Anche i professionisti, d’altro canto, stanno avanzando le loro proposte per invertire questa tendenza che si preannuncia sempre più drammatica. In Lombardia, fra le Regioni italiane più colpite dalle carenze, mancano 300 psichiatri e 2.000 operatori. Per questo il Coordinamento dei Direttori di Psichiatria della Regione Lombardia, della Società Italiana di Psichiatria (SIP) e della sua sezione lombarda (SIP-LO) avanzano una proposta in cinque punti: programmazione e organizzazione di servizi e risorse, promozione della centralità del servizio pubblico, definizione di un piano operativo regionale, attivazione di un piano di reclutamento del personale medico e sanitario e la sua riorganizzazione nelle case di comunità.

In Lombardia sono saltati i cardini della salute mentale

Mancano 300 psichiatri e 2mila operatori: il 20-30% dei pazienti è senza cure

La salute mentale è cruciale nella vita di milioni di persone. Di come il mancato aiuto produca isolamento, disperazione e perdita di opportunità, creando un danno enorme per la società, se ne parlerà anche al prossimo Congresso nazionale della Società di NeuroPsicoFarmacologia che si terrà al Palazzo delle Stelline di Milano dal 25 al 27 gennaio.

Mancano, secondo una stima basata sui dati di ATS Milano e Agenas, 300 psichiatri e 2mila mila tra infermieri, psicologi, educatori e assistenti sociali. Tutto questo mentre da un lato la pandemia ha aumentato drammaticamente le richieste di cura in alcune fasce di popolazione, in particolare adolescenti e giovani adulti e persone anziane.

La SIP ha fatto anche presente che la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) ha portato all’affidamento ai servizi di salute mentale di un numero sempre crescente di soggetti autori di reato in assenza di adeguate e concordate procedure e risorse, con grave rischio per l’incolumità di operatori e pazienti ricoverati nelle strutture ospedaliere e/o residenziali.

Infine, più di altre discipline la Psichiatria, insieme alla Neuropsichiatria Infantile e ai Servizi per le Dipendenze, si è trovata in enorme difficoltà nel reclutamento del personale infermieristico e soprattutto medico-specialistico. Tale situazione ha già portato alla chiusura di diversi servizi di cura ospedalieri e territoriali rendendo quasi impossibile, nelle aree distanti dai grandi centri urbani, garantire risposte di cura ai cittadini e alle loro famiglie e costringendo gli operatori a condizioni di lavoro non sicure.

I responsabili del Coordinamento Giancarlo Cerveri, Carlo Fraticelli, Piero Antonio Magnani, Marco Toscano, Antonio Vita, insieme alla presidente nazionale della SIP, Emi Bondi, e della SIP Lombardia, Massimo Clerici e Mauro Percudani, sottolineano come serva un gesto politico chiaro per porre fine a questa condizione: “Regione Lombardia ha storicamente strutturato un sistema di servizi frutto di un’integrazione tra pubblico e privato che, pur in una condizione di risorse troppo limitate e non equamente distribuite sul territorio regionale, ha sempre cercato di garantire, grazie all’impegno di tutti gli operatori coinvolti, una risposta ai bisogni di salute dei cittadini”.

“Nel corso di questi ultimi tre anni pandemia e chiusura degli OPG su tutto hanno enormemente messo alla prova un sistema rendendolo in alcune aree incapace di rispondere in modo accettabile al diritto alla salute – spiegano i referenti -. Al fine di garantire un’adeguata risposta di cura a tutti i cittadini lombardi e considerato il perdurare di tali gravi carenze nel corso dei prossimi anni, si ritiene utile definire un programma di fondo che possa permettere l’equilibrio del sistema tra domanda di salute e risorse a disposizione”. 

La proposta degli psichiatri lombardi della SIP in cinque punti

Gli psichiatri della Lombardia propongono la creazione di un’Agenzia Regionale per la Salute Mentale capace di fornire risposte eque e di valore a tutti i cittadini in tutti i territori e la definizione di un Piano Operativo Regionale per la Salute Mentale e un nuovo censimento territoriale che crei una mappatura dei bisogni reali.

Ecco nel concreto i cinque punti proposti dalla Segreteria del Coordinamento dei Direttori di Psichiatria di Regionale Lombardia e dalla Società Italiana di Psichiatria, nazionale e regionale:

1.     Attribuzione di un’attività programmatoria forte a livello regionale capace di definire i bisogni dell’area Salute Mentale nel contesto della programmazione sanitaria dell’organizzazione dei servizi e delle risorse, contrastando la deregolazione lasciata alle decisioni di singole realtà territoriali. Creazione quindi di un’Agenzia Regionale per la Salute Mentale capace di fornire risposte eque e di valore a tutti i cittadini in tutti i territori.

2.     Promozione della centralità del Servizio Pubblico nel definire le priorità dei bisogni, delle risposte di cura e dei percorsi per la salute in integrazione con gli erogatori privati.

3.     Definizione di un nuovo Piano Operativo Regionale per la Salute Mentale che si fondi sui seguenti principi:

§  Rafforzamento del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze (DMSD) come struttura organizzativa capace di fornire percorsi integrati e multiprofessionali volti a garantire le risposte di cura per tutti i cittadini nelle diverse fasi della vita garantendo continuità e appropriatezza dei trattamenti. Tale servizio svolgerà le proprie funzioni nell’area della psichiatria, delle dipendenze, della neuropsichiatria infantile e della psicologia clinica.

§  Attivazione dei servizi di prevenzione delle patologie e di promozione della salute attraverso l’attribuzione di programmi specifici di intervento coordinati da Regione Lombardia e diffusi su tutto il territorio nelle articolazioni delle ATS e delle singole ASST.

§  Implementazione di programmi volti al miglioramento degli interventi di cura rivolti a soggetti autori di reato, migliorando gli interventi svolti nell’ambito territoriale, adeguando l’offerta di posti letto nelle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS) e promuovendo livelli di assistenza elevati nelle realtà carcerarie, nonché attivando un tavolo permanente regionale finalizzato a pianificare i percorsi e i rapporti con la magistratura.

§  Miglioramento dell’integrazione formativa tra Servizio Sanitario Regionale e Università per implementare le competenze cliniche e gestionali dei medici in formazione nel contesto della disciplina di psichiatria e neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza come già avviene per le figure dei Medici di Medicina Generale e per il corso di Laurea in Scienze Infermieristiche.

§  Attivazione di un progetto di censimento e ridefinizione dei fabbisogni di personale nei diversi territori al fine di creare risposte di cura omogenee su tutto il territorio garantendo una reale esigibilità degli interventi necessari a favore di tutti i cittadini lombardi.

4.     Attivazione di risposte urgenti per giungere al reclutamento del personale che permetta di riattivare i servizi essenziali in tutte le aree di Regione Lombardia tramite la modifica delle modalità concorsuali, incentivazioni economiche nelle aree disagiate ed eventuale transitoria deroga delle norme di reclutamento.

5.     Definizione di specifiche aree di attività da svolgere da parte del personale del DSMD all’interno delle Casa di Comunità, con presenza per fasce orarie e con modalità organizzate di collaborazione con Medici di Medicina Generale e Specialisti Ambulatoriali da parte di operatori di tutte le professionalità presenti nel DSMD.

Le soluzioni possibili, fra abolizione dei numeri chiusi e l’assunzione dei professionisti stranieri

L’adeguamento dei salari e il miglioramento delle condizioni contrattuali di medici ospedalieri, prossimi al rinnovo del contratto nazionale, restano fra le soluzioni più realistiche e richieste dai medici stessi per risolvere il problema della carenza del personale sanitario.

Allo studio del governo, secondo quanto dichiarato qualche giorno fa dal ministro della Salute Orazio Schillaci nel corso di un question time alla Camera, ci sarebbero interventi a carattere straordinario e di urgenza e l’impegno a trovare risorse per superare il blocco del turn over e risolvere con misure a carattere sistematico le distorsioni. Con uno specifico gruppo di lavoro si occuperà delle carenze del personale sanitario.

Si parla anche dell’abolizione del numero chiuso alla facoltà di medicina. Soluzione che sarebbe però in grado di invertire la tendenza, riversando sulle corsie un maggior numero di professionisti, solo a distanza di 6/10 anni, considerando la durata di corsi di laurea in medicina e delle relative specializzazioni.

Per i medici di base le borse per il corso di formazione in medicina generale messe a disposizione sono oggi circa 1.100 l’anno: “Se il numero rimarrà costante – afferma una nota della Fimmg – ad essere ‘rimpiazzati’, al 2028, saranno non più di 11 mila medici, mantenendo un saldo in negativo a quella data di oltre 22 mila unità”.

Il problema però è più che mai attuale. Nel 2022 c’è stato il picco dei pensionamenti dei medici di medicina generale (3141 contro i 2460 del 2021 e 3266 del 2020) e, secondo i dati FIMMG, i numeri saranno ancora più alti nel 2023 (3551) e nel 2024 (3624).

Una delle strade possibili, oggi ancora molto difficili in Italia, è l’assunzione di personale medico straniero

Una delle strade possibili, oggi ancora molto difficili in Italia, è l’assunzione di personale medico straniero. L’assunzione di professionisti stranieri non è ad oggi facile perché tantissime regioni italiane fanno ancora solo concorsi aperti a medici con la cittadinanza italiani. Nel resto d’Europa invece le cose funzionano diversamente. Secondo dati Ocse i medici stranieri sono 31% nel Regno Unito, 13% in Germania, 11,8% in Francia e solo lo 0,9% in Italia. Secondo quanto riferito dall’AMSI, l’associazione dei medici di origine straniera in Italia, in Italia lavorerebbero 77 mila e 500 professionisti sanitari, di cui 22 mila medici, 38 mila infermieri, 5 mila fisioterapisti e 5 mila farmacisti, mille psicologi, 1.500 tra podologi, tecnici di radiologia, biologi, chimici e fisici che lavorano in ambito sanitario. Il 65 per cento non avrebbe ha la cittadinanza italiana e l’80% per cento lavorerebbe in strutture private come cliniche, centri di analisi, studi medici e poliambulatori privati, centri di fisioterapia.

Medici in pensione a 72 anni: altro colpo a sanità pubblica

“Con una coazione a ripetere degna di miglior causa, le forze politiche di maggioranza hanno riproposto, in sede di conversione del decreto milleproroghe, l’aumento a 72 anni dell’età pensionabile dei medici convenzionati e dipendenti, ospedalieri e universitari, già bocciato nella legge di bilancio 2023. Una proposta indecente, un colpo di mano in una sede legislativa inappropriata, un regalo a potenti lobbies universitarie, con il pretesto della grave carenza di medici”.

Questo il commento dell’intersindacale della dirigenza medica, sanitaria, veterinaria composta dalle sigle ANAAO ASSOMED – CIMO-FESMED (ANPO-ASCOTI – CIMO – CIMOP – FESMED) – AAROI-EMAC – FASSID (AIPAC-AUPI-SIMET-SINAFO-SNR) – FP CGIL MEDICI E DIRIGENTI SSN – FVM Federazione Veterinari e Medici – CISL MEDICI

“Dopo che il rapporto OCSE 2022 pone l’Italia al primo posto in Europa per l’età media dei medici dipendenti, con il 56% della categoria che ha più di 55 anni, non è accettabile che l’unica risposta alla carenza di risorse umane sia un espediente. Una proposta del genere non solo non riduce il ricorso alle cooperative per il lavoro notturno e festivo, interessando personale che notoriamente non lavora di notte e di domenica, ma produce congelamento delle carriere e delle assunzioni negli ospedali, con un danno consistente per le donne e i giovani, in un momento in cui il numero di contratti di formazione specialistica registra un notevole incremento”.

“Il SSN ha bisogno di interventi strutturali, primo tra tutti l’abolizione del tetto di spesa sul personale, che è la madre di tutte le battaglie, per consentire l’immediata assunzione dei giovani medici, anche specializzandi, pronti ad entrare nel SSN ma, di fatto, dolosamente bloccati proprio da chi ha interesse a sostituirli con i pensionati”.

“La crisi della sanità pubblica non si risolve con l’utilizzo di medici ultrasettantenni o il reintegro dei no vax, che, come armi di distrazione di massa, sono la spia della volontà di non affrontare il problema. Né con il lavoro a cottimo dei medici gettonisti, italiani o stranieri che siano, che mina la sicurezza delle cure aumentando il rischio clinico e l’esposizione (anche assicurativa) dei medici, dirigenti sanitari e veterinari e nel contempo mina la sicurezza dei conti consentendo un uso extra contrattuale di risorse. Tantomeno si risolve con un metodo di calcolo del fabbisogno di specialisti che, come nel recente documento elaborato da Agenas, mira al massimo ribasso. Interventi del genere non sono accettabili nemmeno con la giustificazione del ‘male minore’”.

“Siamo di fronte a elementi di una complessiva mistificazione di una realtà che è fatta di carenza, di posti letto, di personale, di appetibilità del lavoro all’interno del Servizio Sanitario pubblico, di livelli retributivi in media con quelli europei. Carenza che richiede misure che il Governo conosce, ma non vuole applicare”.

Non c’è più tempo. E le toppe sono sempre peggio dei buchi. Le organizzazioni sindacali dei dirigenti medici, veterinari e sanitari del SSN fanno appello al Parlamento per bocciare un provvedimento iniquo che confonde il maquillage con la sostanza, provando a nascondere un altro duro colpo alla sanità pubblica.

Rete trapianti, i dati preliminari del 2022: mai così tante donazioni di organi

Nel 2022 in Italia sono aumentati i trapianti e le donazioni di organi, tessuti e cellule staminali emopoietiche. La Rete trapianti del Servizio sanitario nazionale ha confermato il trend di crescita già mostrato nel 2021, completando di fatto il totale recupero dei livelli di attività precedenti all’emergenza Covid, e segnando in molti casi le migliori performance assolute mai realizzate dal sistema trapiantologico nazionale.

È quanto emerge dal report preliminare elaborato dal Centro nazionale trapianti presentato questa mattina dal Ministro della Salute Orazio Schillaci insieme al direttore del Cnt Massimo Cardillo e al presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro.

Donazioni di organi, mai così tante

Per la prima volta le donazioni di organi solidi hanno superato quota 1.800 in un anno: sono state complessivamente 1.830 (+3,7%), 1.461 da donatori deceduti e 369 da viventi. Un risultato frutto in particolare di un nuovo aumento delle donazioni potenziali segnalate in rianimazione (2.662, +4,1%), che fanno un nuovo passo verso i livelli pre-Covid (la pandemia, d’altra parte, aveva avuto il suo impatto più forte proprio sulle terapie intensive).

Per questo motivo il tasso nazionale di donazione per milione di popolazione (pmp) risulta il più alto di sempre (24,7) e pone ancora una volta l’Italia ai vertici europei dietro alla Spagna e insieme alla Francia. La regione con il tasso di donazione più elevato si conferma la Toscana (49,3 donatori pmp) ma va segnalato l’aumento esponenziale del tasso in Emilia Romagna (46, +8,8 sul 2021) e il buon risultato del Veneto (36,3, +6,2). Ancora indietro nel complesso il Centro-Sud, con qualche lieve segnale di crescita in Lazio, Campania e Calabria.

Cresce, tuttavia, anche la percentuale delle opposizioni in rianimazione (29,6%, +1% sul 2021), un dato però che tende a essere fisiologico quando aumentano le segnalazioni delle rianimazioni, e anche qui viene confermato il forte gap delle regioni meridionali verso quelle settentrionali. Aumenta molto, invece, la donazione a cuore fermo: +60%, che si è tradotto in un +35,6% trapianti realizzati grazie agli organi prelevati a questa tipologia di donatori.

Trapianti in aumento, soprattutto fegato e polmone

L’incremento delle donazioni ha portato naturalmente anche all’aumento dei trapianti: il numero complessivo è stato di 3.887, quasi 100 in più rispetto al 2021 (+2,5%) e secondo miglior risultato di sempre, con tassi regionali in crescita quasi ovunque: la Lombardia si conferma la regione nella quale si realizzano più interventi seguita da Veneto (che è la prima in rapporto alla popolazione), Piemonte, Emilia Romagna e Lazio.

Guardando al dettaglio dei singoli organi:

  • sono stabili i trapianti di rene (2.038, 4 in meno che nel 2021 a causa di una lieve contrazione delle donazioni da vivente) e quelli di cuore (254 pari a +0,8%)
  • si registra un aumento molto significativo di quelli di fegato (1.474 pari a  +5,6%), mai così tanti, e di quelli di polmone (138, +17,9%), la specialità più penalizzata negli anni della pandemia
  • in calo i trapianti di pancreas, che scendono da 54 a 38

Da ricordare nel 2022 la realizzazione del secondo trapianto italiano di utero a Catania (il terzo è stato effettuato il 12 gennaio scorso) e la nascita di una bambina grazie al primo trapianto, quello del 2020. È stato effettuato anche un trapianto multiviscerale intestino-fegato-pancreas: complessivamente i trapianti combinati sono stati 56. Sono state 5 infine le catene “crossover” di donazione da vivente di rene tra coppie incompatibili, con 14 trapianti effettuati.

Midollo, miglior risultato di sempre. bene cornee e tessuto muscolo-scheletrico

Numeri importanti anche per l’attività di donazione di tessuti, molto penalizzata durante la pandemia, ma che per il secondo anno di fila cresce considerevolmente: i prelievi nel 2022 sono stati 11.031 (+10,4%), con aumenti importanti per le cornee e il tessuto muscolo-scheletrico. In leggero calo i trapianti (20.459, -2,5%) che però continuano ad attestarsi su livelli decisamente più elevati rispetto all’epoca pre-covid.

È stato un 2022 da record per l’attività riguardante midollo osseo e cellule staminali emopoietiche: sono state 329 le donazioni effettive realizzate (+9,7%) e 961 i trapianti (+3,1%), miglior risultato di sempre in entrambi i casi. Continuano ad aumentare gli iscritti al registro donatori IBMDR: nel 2022 sono state tipizzate 28.813 persone (+18,9%), un segnale positivo, ma resta lontana la quota di nuovi iscritti del 2019 (furono oltre 40mila), frutto soprattutto di attività di volontariato nelle scuole e nelle piazze che le restrizioni dovute al Covid hanno penalizzato fino a pochi mesi fa.

Dichiarazioni di volontà, ancora troppi i “no”

Le dichiarazioni di volontà alla donazione depositate nel Sistema informativo trapianti al 31 dicembre 2022 hanno superato quota 14 milioni e mezzo: 72% i consensi e 28% le opposizioni. Quelle registrate nel solo 2022 nei Comuni italiani attraverso il sistema CIE (carta d’identità elettronica) sono state 2,7 milioni, con una percentuale di no del 31,8% (+0,7% rispetto al 2021). In generale si è espresso (positivamente o negativamente) il 55,5% dei cittadini che hanno fatto richiesta del documento, mentre gli altri hanno deciso di non registrare alcuna indicazione. Le opposizioni registrate in vita restano alte, specialmente nelle regioni del Sud dove sfiorano o in qualche caso superano il 40%: un dato che conferma la necessità di sensibilizzare soprattutto due fasce d’età: i 18-30enni (tra i quali la percentuale di opposizione è più alta rispetto ai 30-40enni, e questo è particolarmente valido per i neo-maggiorenni) e gli over 60, tra i quali è frequente la convinzione che la donazione sia impossibile per ragioni anagrafiche: il recente trapianto di fegato realizzato in Toscana grazie alla donazione di una donna di quasi 101 anni (la più longeva di sempre a livello mondiale) dimostra che l’età non è ostacolo alla donazione.

Violenze contro gli operatori sanitari: riunito l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza

Si è riunito ieri l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie alla presenza del Ministro della Salute, Orazio Schillaci, del Direttore della Direzione generale professioni sanitarie del Ministero della Salute, Rossana Ugenti, con la partecipazione di rappresentanti dell’Osservatorio.

Il Ministro ha sottolineato “l’importanza dell’Osservatorio per la piena applicazione della legge 113 del 2020 sulla sicurezza degli operatori. A fronte del numero crescente di episodi di violenza segnalati a danno di operatori sanitari, 60 nel 2021 e 85 nel 2022, è indispensabile – ha detto – mappare le strutture più a rischio anche alla luce della collaborazione avviata con il Ministero degli Interni per garantire maggiore sicurezza negli ospedali”.

Inoltre il Ministro ha ricordato che a breve partirà anche il tavolo dedicato ai pronto soccorso, dove si verificano con più frequenza i casi di aggressione, per dare risposte concrete in termini di riorganizzazione con particolare attenzione al problema del sovraffollamento.

L’Osservatorio sta concludendo i lavori di redazione della Relazione annuale che sarà inviata al Parlamento entro il 31 marzo e ha sottoposto all’attenzione del Ministro le principali problematiche su cui sono impegnati i gruppi di lavoro: raccolta dei dati per un monitoraggio puntuale del fenomeno delle aggressioni, anche attraverso una più stretta collaborazione con le regioni; campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini per una maggiore consapevolezza del rapporto di fiducia con i medici e gli operatori sanitari; formazione per il personale sanitario.

CultureForHealth. Un nuovo rapporto europeo per orientare le politiche

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Che impatto ha la partecipazione regolare ad attività culturali e creative sulla salute e sul benessere, individuali e collettivi? A partire dalle evidenze, quali linee guida è possibile fornire ai decisori politici in campo sia culturale sia sanitario?  Come creare ecosistemi salutogenici?

Questi obiettivi sono alla base di CultureForHealth. Il progetto, della durata di 18 mesi, co-finanziato dalla Commissione Europea. Affidato a Culture Action Europe, Trans Europe Halles, Central Denmark Region, The Northern Dimension Partnership for Culture, Centrul Cultural Clujean (Romania) e Društvo Asociacija (Slovenia), è accompagnato da un advisory board di cui fanno le italiane Annalisa Cicerchia (Vice Presidente CCW-Cultural Welfare Center) e Luisella Carnelli (Area ricerca di Fondazione Fitzcarraldo). Il progetto è pensato per promuovere sperimentazioni e sviluppo di policy a livello comunitario, nazionale e locale per assicurare il contributo della cultura e delle arti al ridisegno in corso del welfare e della sanità.

Un programma di ricerca voluto dalla commissione europea

Il programma C4H si articola in più linee di azione: la raccolta di recenti evidenze scientifiche sul rapporto tra partecipazione ad attività culturali e salute che è alla base di un rapporto che ne commenta 300, presentato alla commissione Europea il 24 novembre scorso Culture: a driver for health and wellbeing in the EU (la presentazione si può riascoltare qui); una mappatura di progetti di cultura e salute su autosegnalazione, ancora in corso, che ha già superato quota 700; azioni di advocacy; lo sviluppo di sei progetti pilota di ricerca-azione e la divulgazione di dati, best practice, strumenti e metodologie di lavoro.

Sei i progetti pilota in corso: Music and Motherhood, in collaborazione tra WHO-Region Europa e Centrul Cultural Clujean (Romania), che ha promosso laboratori di canto per la salute mentale delle neo-madri; Museum for Dementia, progetto danese che ha l’obiettivo di migliorare la qualità della vita portando gioia a persone affette da demenza e ai loro carer attraverso attività museali interattive; Overcoming burnout through Arts che in Romania, con la proposta di workshop creativi nelle aziende, sta lavorando allo sviluppo di un modello di intervento per contrastare il burnout negli ambienti lavorativi; Certificate Cultural Company, iniziativa slovena che mira ad incentivare l’introduzione della cultura nelle aziende come fonte di benessere, fornendo un certificato alle aziende che inseriscono o propongono attività culturali e artistiche ai propri lavoratori.

In tutti i progetti emerge l’importanza dei processi partecipati, di co-creazione, in collaborazione con i destinatari, la necessità di far sperimentare esperienze artistiche a tutti gli attori coinvolti affinché possano comprenderne in profondità il valore.

Un tema ricorrente e particolarmente scottante è quello di se e come sia possibile misurare l’impatto di questi ed altri progetti culturali sulla salute, attraverso modalità che siano scientificamente valide ma che restituiscano la ricchezza e complessità delle esperienze culturali ed artistiche, il cui impatto sulla salute è articolato e non sempre traducibile in dati scientificamente misurabil

Il tema della valutazione di impatto è stato oggetto di una intera sessione di discussione nel recente Culture and well-being forum, in cui sono stati presentati studi ed esperienze di valutazione. Tra queste, il progetto MESOC-Measuring the Social Impact of Culture, che ha sviluppato toolkit e una piattaforma per misurare impatto delle esperienze culturali in vari ambiti sociali, tra cui la salute, e  OurCluj/ArtiVistory Initiative che ha indagato il benessere e i bisogni dei giovani in Romania attraverso la pratica artistica dei fumetti.

Dallo studio di queste esperienze è emersa la difficoltà e necessità di condurre studi di valutazione di impatto, data l’interazione di più determinanti: la salute individuale, che spesso è quella su cui gli studi di valutazione di impatto si concentrano, è influenzata dal contesto e dalle relazioni sociali, processi per i quali la cultura è una risorsa fondamentale nel costruire connessioni sociali.

Il rapporto su otto sfide di salute

Per capire come la cultura risponde a queste sfide, C4H si è dedicato alla ricerca e allo studio delle evidenze, che ha raccolto e pubblicato in una scoping review.

Il report appena pubblicato dal consorzio di C4H intende proseguire e sviluppare lo studio pubblicato nel 2019 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle evidenze del ruolo delle arti per la salute.

Il gruppo di ricerca di C4H ha raccolto e restituito oltre 300 studi, pubblicati dal 2019 ad oggi, suddividendo le evidenze in aree tematiche, che riprendono quelle proposte da OMS -prevenzione e promozione della salute; trattamento della malattia e gestione della malattia- aggiungendo le sezioni legate all’impatto sulla salute individuale, comunitaria e legata alla pandemia. 

Il gruppo di lavoro C4H ha messo in luce otto sfide di salute che possono beneficiare dell’alleanza virtuosa con la cultura.

  • La cultura e le arti possono contribuire alla salute e del benessere di tutti;
  • Il benessere dei giovani è riconosciuto come una emergenza di salute pubblica.
  • Le profonde trasformazioni e la crisi in atto nei modelli economici e nel mercato del lavoro minano il benessere dei lavoratori, con un crescendo di paure, ansie, disagi che sconfinano in patologie: la sfida è dunque la qualità dei luoghi di lavoro, della cultura e del clima organizzativo inclusivo, sull’empowerment di ogni risorsa, considerando le arti come risorsa, sia a livello di ambiente che di pratiche, per investire sulle relazioni e sul pensiero creativo.
  • La piramide demografica invertita, l’aumento della popolazione anziana, impone di abbattere gli stereotipi sull’anziano e concepire una nuova cultura dell’essere anziani, favorendo il coinvolgimento attivo ad attività culturali nei luoghi della loro frequentazione, quali gli ambienti sanitari.
  • La crescente crisi di salute mentale è un problema che riguarda trasversalmente tutta la popolazione, gravato da uno stigma da combattere e che vede nelle diseguaglianze culturali, nella povertà educativa ed esperienziale, profondi fattori di rischio e nella risposta comunitaria, di prossimità, una risorsa. 
  • L’associazione tra l’insorgere di patologie e disuguaglianze di salute è ormai dimostrata, così come la correlazione tra partecipazione culturale, la prevenzione e la gestione di patologie: la disparità nell’accesso alla cultura costituisce quindi un rischio di salute, motivo per cui il rapporto suggerisce di includere la cultura in un approccio strutturale alle disuguaglianze.   
  • La partecipazione attiva, presupposto per percepirsi in benessere, è in crisi soprattutto tra i giovani: va promossa e sostenuta attraverso il loro coinvolgimento attivo nel co-design di spazi sociali a partire da spazi culturali.
  • Il benessere dei curanti, nelle organizzazioni socio-sanitarie come in quelle sociali e umanitarie che fronteggiano gli esiti dei conflitti in corso è una sfida di grande peso, e le pratiche artistiche hanno rivelato il loro potenziale per supportane il benessere, come riconosciuto formalmente da un recente documento tecnico pubblicato WHO.

Il report segnala alcune aree di particolare efficacia delle esperienze culturali.

Per quanto riguarda la prevenzione, cantare in gruppo conferma l’effetto sul miglioramento delle funzioni respiratorie e cardiovascolari, ma anche quelle cognitive, in particolare per le persone anziane a rischio di demenza per le quali promuove anche inclusione sociale e supporto nell’invecchiamento (Feng et al., 2020). È confermata l’associazione tra la visione di un’opera artistica visiva e la riduzione dello stress e della pressione arteriosa sistolica (Law et al., 2021). Per quanto attiene gli adolescenti il loro ingaggio in attività culturali ha una correlazione con stili di vita salutari, l’aumento dell’attività fisica e la riduzione dei comportamenti a rischio (Bungay & Vella-Burrows, 2013). La partecipazione a performance teatrali su temi legati alla salute migliora la consapevolezza su alcune condizioni di salute (Burns et al., 2018; Cueva et al., 2016), incoraggiando ad esempio l’assunzione di antibiotici (Swe et al., 2020) o lo screening pre-natale (Hundt et al., 2011).

L’impatto sulla salute mentale e non solo

Un contesto di salute in cui le esperienze culturali hanno un grande impatto, è quello della salute mentale, soprattutto per quanto riguarda il trattamento di ansia e depressione grazie al potenziamento di fattori fisici, intrapersonali, culturali, cognitivi e sociali (Dunphy et al., 2019).

Programmi di art on prescription per persone affette da depressione, ansia, isolamento sociale e dolore cronico possono apportare nei pazienti notevoli miglioramenti nel benessere generale, migliorando l’umore e riducendo la tensione (Holt, 2020). Più in generale, la partecipazione attiva a varie attività creative quali il canto, la danza, la scrittura creativa, teatro e le arti visive promuove una migliore regolazione emotiva (Fancourt & Ali, 2019), emozioni positive (Jensen, 2019; Holt, 2020; Slattery et al., 2020) e riduzione degli attacchi di panico (Jensen et al., 2020).

Un altro ambito di ricorrenti evidenze è legato alla partecipazione culturale in caso di disturbi neurologici e del neurosviluppo, in particolare demenza.

Per persone che soffrono di demenza o Alzheimer la partecipazione ad attività musicali potenzia le capacità cognitive (Warran & Frederick Welch, 2019), l’attività storytelling facilita l’accesso alla memoria a lungo termine (Critten &Kucirkova, 2019) mentre la danza promuove benefici fisici a livello di movimento e coordinazione (Jensen et al., 2020).

Le persone affette dal morbo di Parkinson che partecipano ad attività creative hanno riportato benefici a livello di benessere sia mentale- grazie a laboratori di danza (Irons et al., 2021)- sia fisico (Abell et al., 2017; Buetow et al., 2014).

Bambin* e adolescent* con paralisi cerebrale, partecipando a un corso di hip-hop per loro adattato, hanno acquisito migliori funzioni fisiche, ma anche competenze sociali (Withers et al., 2019).

Anche le persone colpite da malattie non trasmissibili possono trarre benefici dalla partecipazione ad esperienze artistiche e culturali, riscontrando miglioramenti a livello del funzionamento fisico, ma soprattutto una riduzione della depressione e dell’ansia con miglioramento dell’umore (Jensen & Bonde, 2018).

Numerosi studi hanno dimostrato l’efficacia delle attività di canto per persone con malattie polmonari croniche ostruttive, aiutandole soprattutto a combattere la depressione (Philip et al., 2020), ma anche migliorando la ventilazione al minuto e il volume respiratorio (Philip et al., 2021).

Allo stesso modo, pazienti oncologici hanno riportato benefici sia per quanto riguarda lo sviluppo di un maggior senso di autoefficacia attraverso la partecipazione a laboratori di danza (Thieser et al., 2021), ma anche un miglioramento delle funzioni respiratorie prendendo parte a un laboratorio di percussioni (Moors et al., 2020).

La partecipazione ad attività culturali ed artistiche si rivela efficace anche nel trattamento e nella gestione di condizioni acute, ad esempio alleviando ansia e dolore in particolare prima e dopo operazioni chirurgiche (Forouzandeh et al., 2020).

Interventi da parte di clown in ospedale si sono dimostrati in grado di ridurre lo stress in pazienti pediatrici e nelle loro famiglie (Lopes-Júnior et al., 2020).

Non trascurabile è la diminuzione e la gestione del dolore in diversi contesti medici: il canto in gruppo, ad esempio, si rivela un ottimo approccio per ridurre il dolore e la depressione in persone con malattie a lungo termine (Irons et al., 2020b; Irons et al., 2020a).

Le dimensioni del benessere individuale e collettivo e della crisi pandemica

Oltre a trasmettere le più recenti evidenze rispetto alle aree di salute indicate da OMS nel report 67/2019, C4H ha organizzato i risultati riportando le evidenze dell’impatto delle esperienze culturali sulla salute rispetto a tre ulteriori dimensioni: benessere individuale, comunitario e crisi scatenata dalla pandemia Covid-19.  

Rispetto al benessere individuale, l’ingaggio in attività artistiche si conferma in grado di generare senso, quindi maggior autorealizzazione personale, attraverso l’acquisizione di competenze, in primis di collaborazione e comunicazione (Eleni & Georgios, 2020; Gao et al., 2021). Esperienze culturali quali gruppi di lettura o di canto si sono rivelate in grado di rafforzare i legami sociali (Billington, 2019; Mansky et al., 2020; Moss & O’Donoghue, 2020). Partecipare a laboratori di danza, teatro o canto favorisce anche una esperienza emotiva più armonica riducendo ansia e stress, ad esempio, in donne affette da depressione post-partum (Wulff et al., 2021) o nelle persone anziane affette da demenza (Baltà Portolés, 2021; Zeisel et al., 2018).

La partecipazione ad esperienze culturali quali attività teatrali, canore o di arte visiva è in grado, di promuovere un benessere a livello comunitario, contribuendo a includere socialmente persone svantaggiate, sfruttando i linguaggi artistici come mezzi di espressione e comunicazione utilizzabili da persone con disabilità, ad esempio uditiva (Young et al., 2019); migliorare la qualità dell’ambiente sia costruito- soprattutto nel design a base artistica nei luoghi pubblici e di cura (Law et al., 2021)- sia sociale, soprattutto a scuola- dove interventi teatrali sono in grado di influenzare conoscenze e propensione a comportamenti di vita salutari (Kennedy et al., 2020) e nei luoghi di lavoro, in cui l’ingaggio in workshop creativi ha ridotto il rischio di burnout (Cacovean et al., 2021).

Il rapporto sottolinea come la cultura si sia dimostrata efficace anche nel fronteggiare la crisi scatenata dalla pandemia di Covid-19, offrendo attività artistiche che hanno controbilanciato gli effetti negativi dell’isolamento sociale (Tan & Tan, 2021) riducendo l’ansia (Zabini et al., 2020) e favorendo la regolazione emotiva (Elisondo & Melgar, 2021; Kiernan et al., 2021).

La cultura si conferma in questi studi un’alleata, complementare alla medicina tradizionale, nella prevenzione e promozione della salute e nella gestione e nel trattamento delle patologie, in particolare nella salute mentale.

Le politiche

C4H ha elaborato diverse linee di raccomandazioni strategiche per i policy maker, da porre alla base di politiche a livello comunitario, nazionale e locale.

C4H evidenzia  l’insufficienza degli investimenti nella prevenzione e la promozione della salute (il cui investimento attuale è pari solo al 2,8% delle spese totali in ambito sanitario), sottolineando la rilevanza dei determinanti sociali, tra cui la partecipazione culturale e l’educazione. L’approccio suggerito è bottom-up, di co-design dei progetti con i destinatari, privilegiando il coinvolgimento dei gruppi di basso livello socioeconomico.

Occorre inoltre promuovere programmi di prescrizione sociale a base culturale, un modello di intervento nato nel Regno Unito che prevede la possibilità da parte del sistema sanitario di prescrivere e sovvenzionare la partecipazione ad iniziative sociali e/o culturali per fronteggiare alcune sfide di salute complementari a terapie farmacologiche.

Il Rapporto invita ad aumentare gli investimenti in ricerca– in particolare in tema di valutazione, per ottenere un sempre maggior riconoscimento scientifico dell’efficacia delle esperienze culturali sulla salute- e formazione, inserendo le arti in tutti i curricula educativi e nell’alta formazione (soprattutto degli operatori della salute).

Infine, lo scambio di buone pratiche merita di essere sostenuto e promosso.

In conclusione

Ad oggi l’esperienza di CultureForHealth, ancora in corso, e del Forum in particolare, suggerisce che la cultura è in grado di supportare un approccio olistico alla salute che completa il modello biomedico tradizionale, rispetto al quale si deve porre in ottica di integrazione, non di sostituzione.

Oltre agli evidenti benefici per i pazienti i vantaggi dell’alleanza virtuosa sono significativi per entrambi i settori: non solo un riconoscimento del rilievo sociale della cultura, ma anche la possibilità di ottimizzare i costi dei servizi sanitari, oggi più che mai sotto pressione e soggetti a continua riduzione di personale e di fondi. Come dimostra l’esperienza del social prescribing può creare un circolo virtuoso tra bisogni sociali, iniziative culturali e servizi sanitari.

Per avviare questo mutuo scambio, occorre però attivare un serio dialogo volto al confronto e al riconoscimento reciproco da parte di entrambi i settori.  Se l’ambito culturale deve aprirsi sempre più a un modello di ricerca di tipo scientifico, l’ambito sanitario deve essere più presente nel trattare questi temi (basti pensare che al momento l’unica organizzazione sanitaria strategicamente in campo su questo tema è Organizzazione Mondiale della Sanità).  

Occorre pertanto creare un sempre maggiore dialogo tra i due ambiti, a livello politico come settoriale, per creare un linguaggio comune, sinergie e strumenti di azione. Solo così le numerose pratiche potranno evolversi in politiche all’altezza della complessità delle sfide contemporanee.