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PNRR, I-Com: “Italia al primo posto tra i paesi europei per investimenti nel digitale. Per la Penisola è un’occasione da non perdere”

La transizione digitale è sicuramente una priorità nelle politiche europee: dei 723,8 miliardi di euro stanziati nel mezzo della pandemia con il Recovery and Resilience Facility (RRF), almeno il 20% deve essere rivolto proprio a investimenti nelle nuove tecnologie. L’Unione europea ha già superato tale requisito minimo prevedendo una spesa media da parte degli Stati membri pari al 26,3% del totale, con Austria e Germania di gran lunga avanti nella classifica (con rispettivamente il 53% e il 50% dei propri fondi destinati al digitale). Stando ai dati della Commissione europea, l’Italia riserva alla transizione quasi un terzo dei fondi del PNRR (26,7%), ma si posiziona al primo posto per investimenti in termini assoluti con 27 miliardi di euro, seguita dalla Spagna (18 miliardi). I maggiori sforzi dei piani dei paesi UE sono rivolti alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e delle imprese, così come alla formazione in competenze. Mancano, invece, investimenti specifici nella formazione in cybersecurity e misure per una maggiore partecipazione femminile alle discipline STEM. Il rispetto dei tempi è in ogni caso cruciale: a ottobre 2022 solo 10 paesi hanno raggiunto gli obiettivi necessari all’erogazione dei fondi. Per l’Italia è un’occasione da non perdere.

Sono questi alcuni dei temi che emergono dallo studio “Addressing the challenges of the digital transition in national Recovery and Resilience Plans”, realizzato dal team di ricerca dell’Istituto per la Competitività (I-Com) per la Commissione per i problemi economici e monetari (ECON) del Parlamento europeo. Lo studio del think tank guidato dall’economista Stefano da Empoli prende in esame lo stato d‘implementazione dei Piani di Ripresa e Resilienza degli Stati membri in riferimento agli investimenti nel digitale, analizzandone la distribuzione delle risorse, evidenziando possibili traiettorie di miglioramento e fornendo spunti di policy. La ricerca si svolge su cinque principali aree della transizione digitale: connettività, digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, Intelligenza Artificiale e Industria 4.0, cybersecurity, competenze digitali.

La possibilità di accedere alla rete è un passo fondamentale per il processo di digitalizzazione dell’Unione europea. La fornitura via via maggiore di servizi informatici, così come lo sviluppo e l’impiego di nuove tecnologie (es. cloud, Intelligenza Artificiale), richiedono infrastrutture sempre più performanti e diffuse sul territorio. Al 2021 la banda ultralarga copre il 70% dei civici europei, il 60% in più rispetto all’anno precedente. Eppure, stando al rapporto DESI 2022, l’8,5% delle case in aree rurali ancora non è coperto da alcuna rete fissa e il 32,5% è escluso dalla copertura in fibra ottica. Tra le principali misure adottate dai Paesi membri ci sono gli investimenti a supporto delle infrastrutture fisse capaci di fornire connettività ad almeno 100 Mbps (in Italia almeno 1 Gbps) e, per quanto riguarda il mobile, dei corridoi 5G europei (investimenti previsti da Lettonia, Belgio, Italia e Bulgaria). In particolare, secondo lo studio, l’Italia risulta essere il Paese che dedica l’ammontare maggiore di risorse alle reti (circa 6,7 miliardi), seguita dalla Spagna (circa 4 miliardi).

La maggior parte degli investimenti dei Paesi membri sono destinati alla digitalizzazione della PA, ovvero più di un terzo delle risorse. Tutti i Piani, in particolare, prevedono misure per lo sviluppo di infrastrutture cloud per favorire la gestione dei dati e l’accesso ai servizi pubblici da parte di cittadini e aziende. L’obiettivo del “Decennio digitale europeo” – secondo la bussola digitale presentata dalla Commissione europea a marzo del 2021 – è di rendere disponibili online il 100% dei servizi pubblici fondamentali e di far sì che l’80% dei cittadini sia in possesso di identità digitale. La Germania dedica a quest’ambito la quota maggiore (più di 6,5 miliardi di euro) delle proprie risorse dedicate al digitale ed è impegnata nella creazione di una struttura federale di dati completamente interoperabile e altamente sicura. L’Italia riserva alla digitalizzazione dei servizi pubblici ben 11,7 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto alla Germania e più di 4 volte le risorse messe in cantiere per la PA dalla Francia (2,6 miliardi), che pure rappresentano la quota maggiore dei propri investimenti in digitale.

La digitalizzazione della PA va di pari passo con la trasformazione digitale delle imprese. Appaiono numerosi gli investimenti previsti dai Piani europei in tal senso: dagli incentivi finanziari a sostegno dell’adozione delle tecnologie digitali (Italia, Portogallo, Cipro, Croazia) alla semplificazione delle procedure burocratiche e riduzione dei costi amministrativi (Germania, Grecia). Italia, Austria e Danimarca risultano i paesi più attivi per sostenere le PMI nel processo di innovazione. In generale, la Grecia dedica alla digitalizzazione delle imprese la fetta più grossa delle proprie risorse (3,4 miliardi su circa 7,1 complessivi destinate al digitale), così come la Spagna (5,6 miliardi). Si tratta comunque di cifre nettamente inferiori a quelle previste dal PNRR italiano, ovvero 18,7 miliardi di euro, in grado di porre la Penisola ancora una volta in cima alla classifica in termini di risorse dedicate.

Nella maggior parte dei Piani elaborati dai Paesi membri, incluso quello italiano, mancano però piani e investimenti specifici nello sviluppo di tecnologie essenziali come l’intelligenza artificiale”, sottolinea Stefano da Empoli, presidente I-Com e autore del paper, insieme a Lorenzo Principali, Alessia Marcobelli ed Elisa Starnoni. “Nonostante la mole di risorse e all’opposto di quello spagnolo, che punta molto sull’intelligenza artificiale, il PNRR italiano”, continua, “rappresenta certamente un’occasione perduta sotto questo profilo. Ma più in generale, a livello europeo, nonostante parole come “sovranità digitale” e “autonomia strategica” facciano consumare fiumi di inchiostro, con pochissime eccezioni traspare la totale mancanza di una visione comune che richiederebbe, per coerenza, innanzitutto progetti condivisi sovranazionali o quantomeno coordinati tra più Stati membri. Ecco dunque che lodevoli iniziative nazionali, come quella contenuta nel PNRR spagnolo, di attrazione di talenti AI rischiano semplicemente di sottrarre cervelli ad altri Paesi UE, laddove la vera sfida sarebbe contendere i migliori scienziati, manager e imprenditori a Stati Uniti e Asia”.

Qualsiasi step nel percorso di digitalizzazione delle nostre società sarebbe vanificato senza un rafforzamento progressivo della cybersecurity. Ancora una volta, nonostante si tratti della voce che nel Piano presenta le dimensioni minori tra le 5 aree osservate, l’ammontare dedicato dell’Italia in cybersecurity (623 milioni) costituisce di gran lunga l’investimento maggiore rispetto a quelli osservati nei programmi degli altri Stati membri. Seguono la Francia (con 336 milioni) e la Polonia (193 milioni). Ma resta fondamentale adeguare al processo di digitalizzazione le competenze della popolazione, affinché PA, imprese e cittadini possano essere pienamente consapevoli dei rischi e della reale posta in gioco e nessuno venga escluso da tale processo.

Lo sviluppo delle digital skills è, in effetti, uno dei principali filoni della transizione digitale: stando al rapporto annuale sul RRF della Commissione europea, il 20% della spesa in digitale è destinata proprio alle risorse umane. Tutti i Paesi prevedono misure per aumentare le abilità informatiche nella popolazione, sia nel campo professionale che in quello dell’istruzione. L’Italia si posiziona al primo posto per investimenti in nuove competenze con più di 4 miliardi di euro, seguita da Francia (1.783 milioni di euro) e Polonia (oltre 1.500 milioni di euro). La ricerca, tuttavia, mette in luce la mancanza – a eccezione del Piano spagnolo – di riforme più strutturate finalizzate a garantire una maggiore partecipazione delle donne, soprattutto nelle discipline STEM, e raggiungere un pieno equilibrio di genere. Solo pochi Paesi, inoltre, hanno pianificato iniziative per colmare il divario nelle opportunità aperte dalla transizione digitale, in primo luogo per i gruppi più vulnerabili e gli over 65, i quali rischiano di rimanere indietro.

In conclusione, lo studio I-Com per il Parlamento europeo fornisce anche diversi spunti di policy. Riguardo alla PA, l’effettiva digitalizzazione dei servizi pubblici richiederebbe innanzitutto maggiore fiducia dei cittadini nei nuovi strumenti che essi stessi sono chiamati a usare. A tal fine, sarebbe necessaria una campagna di comunicazione in grado di aumentare la consapevolezza dei nuovi processi e dei reali vantaggi e di mettere in primo piano il ruolo di cittadini in qualità di utenti. In secondo luogo, in numerosi Piani europei mancano ancora investimenti in formazione sulla cybersecurity: servirebbero maggiori sforzi, soprattutto nella Pubblica Amministrazione, affinché gli utenti-cittadini-lavoratori siano formati e istruiti sui rischi e sulle conseguenze degli attacchi informatici. Questione radicalmente intrecciata, come visto, con lo sviluppo delle competenze digitali: se è vero che tutti i Piani dedicano risorse alla formazione di base, pochi però riservano risorse per le competenze specialistiche sulle tecnologie emergenti. Resta da colmare, inoltre, il gap relativo sia alla partecipazione delle donne, soprattutto nelle discipline STEM, sia all’inclusione nella transizione digitale dei gruppi più vulnerabili e degli over 65. Infine, la ricerca evidenzia come il RRF abbia avuto ben pochi effetti positivi su uno dei campi più rilevanti a livello strategico, ovvero l’Intelligenza Artificiale, per cui l’Europa peraltro si è posta ambiziosi obiettivi.

PNRR, un anno dopo. Quale ruolo per il settore dell’automedicazione nella sanità territoriale?

La pandemia ha profondamente cambiato il rapporto degli italiani con la propria salute e nei confronti del Servizio Sanitario Nazionale (SSN): l’utilizzo degli strumenti digitali, anche per interfacciarsi con servizi e professionisti sanitari, è diventato sempre più diffuso e sono aumentate la responsabilità e l’autonomia nelle scelte di prevenzione e cura dei cittadini.

A più di un anno dall’approvazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, nato per favorire una riforma strutturale dell’assetto del SSN, è entrato nel vivo il dibattito legato all’implementazione del nuovo modello di sanità territoriale e all’esigenza di colmare le attuali lacune, in termini di risorse (economiche e professionali) e integrazione (tra i diversi modelli assistenziali, livelli di governance, sanità pubblica e privata).

Questi temi sono stati al centro di un confronto che ha coinvolto esponenti dei gruppi parlamentari maggiormente rappresentativi e delle Associazioni di medici e farmacisti, nonché della società civile: dopo aver discusso e presentato i risultati di un’indagine rivolta ai cittadini, realizzata da SWG, in cui è emerso il quadro dei desiderata per la sanità del futuro, gli stakeholder sanitari e politici hanno evidenziato le lacune e messo in luce le potenzialità del modello di sanità territoriale presente e previsto dal PNNR, esprimendo la propria visione per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale.

Nell’ebook vengono illustrati i principali argomenti del dibattito, con la sintesi dei contributi dei partecipanti.

Biotestamento, 5° anniversario. Campagna informativa dell’Associazione Coscioni con Giobbe Covatta

Grazie a un accesso agli atti generalizzato, l’Associazione Luca Coscioni ha avviato nei mesi scorsi un’indagine, condotta da Matteo Mainardi e Alessandro De Luca, in collaborazione con le Cellule Coscioni di tutta Italia, per richiedere a 6500 comuni quante DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento) sono state ricevute dall’entrata in vigore della legge (il 31 gennaio 2018) a oggi e quante di queste sono state trasferite alla Banca dati nazionale. 

Solo lo 0,4% degli italiani (185.500) ha depositato le disposizioni anticipate di trattamento. Un vuoto determinato innanzitutto dalla mancanza di conoscenza dello strumento entrato in vigore esattamente cinque anni fa, il 31 gennaio del 2018. A questo link tutti i dati per comune e provincia di tutte le Regioni.

Da parte del Ministero della Salute infatti non è mai stata condotta alcuna campagna informativa a beneficio delle persone, come invece dovrebbe avvenire e indicato nella legge stessa. “Entro sessanta giorni dalla data  di  entrata  in  vigore  della presente legge, il Ministero della salute, le regioni e le aziende sanitarie provvedono a informare della possibilità di redigere le DAT in base alla presente legge, anche attraverso i rispettivi siti internet”. 

E proprio a 5 anni dalla entrata in vigore delle legge 219 del 2017, l’Associazione lancia una campagna informativa attraverso i propri strumenti di comunicazione suddivisa in due principali iniziative: un’iniziativa stampa/social che farà leva su un video narrato da Giobbe Covatta dal titolo “Il biotestamento spiegato agli adulti, un contenuto animato realizzato da Simona Angioni e Giovanni di Modica con la direzione creativa di Avy Candeli, per illustrare l’importanza del testamento biologico e offrire tutte le informazioni per poterlo fare subito. “Nonno, tu pensi di morire?”. Con questa domanda una bambina, a partire dell’esperienza della morte del proprio gatto, coinvolge il nonno sul tema del biotestamento, e gli spiega in modo leggero e delicato l’importanza di poter esprimere anticipatamente le proprie scelte in termini di trattamenti sanitari, per evitare che siano altri, tipo lei, a dover decidere per lui. Un video semplice e chiaro per spiegare ai cittadini cos’è, come si fa e dove si può depositare il testamento biologico.

“Ci sostituiamo ancora una volta allo Stato, coi mezzi a nostra disposizione, nel realizzare una campagna di informazione su uno strumento di libertà fondamentale, ma finora tenuto nascosto dal Ministero della Salute dei Governi che si sono succeduti in questi 5 anni. Abbiamo chiesto ufficialmente un incontro anche all’attuale Ministro della Salute, Orazio Schillaci, per parlare di questo e altri temi cruciali legati alle libertà fondamentali e al diritto alla salute,” dichiarano Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente segretaria e tesoriere Associazione Luca Coscioni.

Inoltre dal 30 gennaio al 3 febbraio, al Numero Bianco per far luce sui diritti alla fine della vita (06 9931 3409), la linea telefonica nata due anni fa e gestita dalla compagna di Dj Fabio, Valeria Imbrogno, prenderà il via una settimana informativa in cui oltre al consueto supporto offerto quotidianamente dai volontari, si aggiungerà la consulenza gratuita da parte di medici che risponderanno su appuntamento ai quesiti legati al testamento biologico.

“Il numero bianco già offre un servizio di informazione legale e pratica sui temi legati al fine vita, per una settimana medici ed esperti offriranno una consulenza utile alla piena comprensione dei termini tecnici presenti nel modello di DAT predisposto dall’Associazione Luca Coscioni che può essere utilizzato come traccia essendo la forma libera. Ci auguriamo che tale servizio possa presto essere fornito da medici che abbiano ricevuto adeguata formazione dallo Stato italiano come previsto per legge”, concludono Filomena Gallo e Marco Cappato.

Qui il vademecum per redigere le DAT

Fragilità cognitive: al via in Piemonte progetto innovativo per la didattica inclusiva

Non rientrano né nella Legge 104 né nella 170 sui disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa), ma hanno un quoziente intellettivo compreso fra 70 e 85: sono i bambini e le bambine con fragilità cognitiva. Per dare una risposta efficace alle loro esigenze in Piemonte è nato il progetto Centro HPL – High Performance Learning, promosso dalla Consulta per le Persone in Difficoltà e dall’Associazione Diritti Negati grazie al sostegno di Enel Cuore onlus per l’anno scolastico 2022-2023 e della Regione Piemonte per l’a.s. 2023-2024. Cinque le città sede dei centri: Torino, Alessandria (in collaborazione con Abilitando), Biella, Novara e Savigliano.

L’iniziativa, la prima del genere in Italia, offre ad alunni e alunne con fragilità cognitive laboratori gratuiti di potenziamento cognitivo attraverso giochi e software dedicati. Con la pedagogista Barbara Urdanch, responsabile dei contenuti didattici del progetto, scopriamo perché è così importante la didattica inclusiva.

Aiom: “Il nuovo Piano Oncologico può migliorare l’assistenza dalla prevenzione all’assistenza domiciliare, ora servono risorse”

“Siamo soddisfatti per l’approvazione del nuovo Piano Oncologico Nazionale da parte della Conferenza Stato-Regioni. Si tratta di un tassello importante nell’impegno contro i tumori. Nel 2022, in Italia, sono state stimate 390.700 nuove diagnosi. In due anni, l’incremento è stato di 14.100 casi. L’oncologia è un cardine del Servizio Sanitario Nazionale, ma deve essere sostenuta con misure strutturali, come quelle delineate nel Piano. Ora servono risorse adeguate. È infatti ancora in corso la proposta normativa per il finanziamento del Piano con un fondo pari a 20 milioni di euro per gli anni 2023 e 2024. Questa cifra contenuta nel decreto milleproroghe è una base di partenza da incrementare”. Lo afferma Saverio Cinieri, Presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM).

“I punti chiave di questo documento programmatico sono prevenzione, percorsi di cura chiari ed omogenei, attenzione al malato e a chi lo assiste a 360 gradi – afferma Saverio Cinieri -. Senza dimenticare la digitalizzazione per snellire la burocrazia, l’assistenza sempre più domiciliare e integrata con l’ospedale, i servizi territoriali e i percorsi riabilitativi e mirati non solo al recupero fisico ma anche al reinserimento nei luoghi di lavoro. Hanno un ruolo importante anche la formazione degli operatori sanitari e le campagne informative per i cittadini, il supporto nutrizionale e psicologico, l’ampliamento delle fasce di età per gli screening, le cure palliative a domicilio e il potenziamento delle coperture vaccinali”.

“La nostra Società scientifica ha sempre evidenziato l’importanza della prevenzione, la prima arma nel contrasto dei tumori, visto che il 40% dei casi può essere evitato agendo su fattori di rischio prevenibili – continua il Presidente Cinieri -. L’altra importante questione, finora irrisolta, riguarda il potenziamento del territorio e la necessità di investire nell’assistenza oncologica domiciliare. Avvicinare le cure alle persone ne facilita anche l’accessibilità, impatta sull’aspettativa di vita e favorisce risparmi per i pazienti, troppo spesso impoveriti dopo la diagnosi di tumore. In Italia meno del 70% delle Oncologie può contare sull’assistenza domiciliare. Ci auguriamo che l’adozione del nuovo Piano rappresenti uno stimolo per migliorare i livelli di cura dei nostri pazienti”.

Forte crescita della logistica healthcare, +7,9%. Triplicato in 10 anni l’outsourcing della logistica ospedaliera

Le sfide che stanno interessando la Logistica hanno innescato la ricerca di nuovi equilibri della catena di fornitura anche nel settore Healthcare. In particolare, dall’analisi dei flussi del settore emergono alcuni trend interessanti. Dopo la lieve flessione del 2021, torna a crescere in maniera sensibile il numero delle spedizioni: +7,9% nel 2022 rispetto all’anno precedente. Cresce dell’8,1% il numero di colli spediti e del 10,8% il peso complessivo movimentato. Nel 2022 si registra una crescita dei volumi diretti alle farmacie, che assorbono il 30% dei colli totali, in crescita di sei punti percentuali, ma il canale maggiormente servito si conferma essere quello ospedaliero (47%). La Lombardia si conferma essere il punto di origine per due terzi dei flussi e le prime cinque regioni per assorbimento restano Lombardia, Lazio, Campania, Toscana e Veneto. Sul fronte delle temperature, si arresta la crescita dei volumi gestiti a temperature più stringenti: dal 3% del 2021 all’1% del 2022 per le merci sottozero, 14% per i volumi dai 2 agli 8 gradi (-1%), mentre crescono quelli sotto i 25°, si passa dal 78% del 2021 all’81% del 2022.

Cresce sensibilmente, negli ultimi 10 anni, la quota di spesa legata all’acquisto in outsourcing di servizi e attività di Logistica ospedaliera. Nel 2022 la spesa complessiva per la logistica delle 1045 strutture ospedaliere censite, sia pubbliche che private, è stimata pari a 650 milioni di euro. Attorno al 12% la quota che è stata assegnata in outsourcing. Nel 2012 ammontava al 4%. Sono stati mappati 219 contratti stipulati, dal 2009 al 2022, con strutture sanitarie pubbliche per l’acquisto in outsourcing di servizi e attività di Logistica ospedaliera, per un valore complessivo di 585 milioni di euro. 22 i bandi ancora aperti a settembre 2022, per un valore di 213 milioni di euro, corrispondenti a poco meno del 40% del valore complessivo dei contratti analizzati. Anche nei bandi aperti si conferma la crescente propensione ad esternalizzare il servizio di Logistica integrata.

Sono i risultati dell’indagine sulla Logistica nel settore Healthcare realizzata dell’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” della School of Management del Politecnico di Milano, in collaborazione con Consorzio Dafne, presentata oggi durante il convegno online “Logistica Healthcare: nuovi equilibri per vincere la sfida della capacità”.

Melacini-Marco

“Negli ultimi due anni la Logistica è stata messa a dura prova, a partire dal 2020 con l’inizio della pandemia Covid-19, fino al 2022, con lo scoppio di un conflitto alle porte dell’Europa – spiega Marco Melacini, Direttore Scientifico dell’Osservatorio Contract Logistics -. Numerosi i fattori e i cambiamenti che il settore si è trovato ad affrontare: scarsità di capacità operativa, rallentamenti nelle supply chain internazionali, scarsa accessibilità a materie prime, aumento dei costi dei principali fattori produttivi, in particolare carburanti ed energia. Queste sfide stanno interessando anche la Logistica del settore Healthcare, in cui vediamo concretizzarsi la ricerca di nuovi equilibri della catena di fornitura, al fine di garantire continuità e sostenibilità alla filiera.”

Damiano Frosi

“Il settore della Logistica si conferma centrale nell’ambito dell’Healthcare – afferma Damiano Frosi, Direttore dell’Osservatorio Contract Logistics -. L’uscita dalla pandemia non ha comportato una diminuzione dei flussi, anzi. Nel 2022 sono aumentati numero delle spedizioni, numero dei colli e peso dei volumi movimentati. Con un forte aumento delle farmacie come terminale delle consegne. Queste dinamiche hanno portato le aziende del settore a riflettere maggiormente sulla sostenibilità, in particolare in riferimento all’impatto ambientale della Logistica. In questo senso, oltre all’esplorazione di nuove soluzioni, come ad esempio mezzi ad alimentazione alternativa (gas naturale, elettrico) o mezzi refrigerati dotati di pannelli fotovoltaici, emerge la volontà di sperimentare nuovi modelli di distribuzione e si registrano investimenti in asset logistici nelle regioni con il maggior assorbimento dei flussi (Lombardia, Lazio e Toscana)”.

La Logistica ospedaliera

Crescono nel tempo i contratti di logistica, così come il loro valore complessivo. L’Osservatorio ha mappato 219 contratti stipulati dal 2009 al 2022 con strutture sanitarie pubbliche per l’acquisto in outsourcing di servizi e attività di Logistica ospedaliera, per un valore complessivo di 585 milioni di euro. Solo l’1% dei contratti è stipulato con Aree Vaste, con un peso però molto significativo sull’importo complessivo dei contratti (72%). Escludendo i contratti con Area Vasta, si conferma il trend crescente sulla numerosità dei contratti, con un picco nel 2021, ma emerge un aumento degli importi complessivi già dal 2018. Cresce nel tempo anche la spesa annua sostenuta dalle strutture ospedaliere per l’acquisto di servizi logistici dall’esterno, in modo significativo tra il 2017 e il 2018 e tra il 2020 e il 2021. Oltre la metà dei contratti interessa la gestione del magazzino ospedaliero, mentre solo il 6% prevede un servizio di Logistica integrata, dato comunque positivo che manifesta un aumento di consapevolezza e un diverso approccio rispetto al passato. Dei 22 bandi aperti individuati dall’Osservatorio, per un valore di 213 milioni di euro, il 50% riguarda la gestione del magazzino ospedaliero, il 27% la Logistica integrata, il 9% il trasporto in ospedale e il 5% l’Handling interno all’ospedale.

Maria Pavesi

“La gestione degli approvvigionamenti delle strutture ospedaliere rappresenta un elemento di criticità all’interno della filiera Healthcareafferma Maria Pavesi, Ricercatrice dell’Osservatorio Contract Logistics -. I magazzini sono spesso difficilmente raggiungibili e non di facile accesso, si trovano solitamente in spazi non dedicati. Ci sono poi criticità nella gestione informatica e nella tracciabilità dei farmaci e nelle modalità di rendicontazione per alcuni nuclei. Negli ultimi anni, però, anche nelle strutture ospedaliere si riscontra un cambiamento nell’approccio alla Logistica. Cresce, infatti, l’acquisto di servizi logistici dall’esterno, segno di una sempre maggiore maturità del settore e di una conseguente maggiore valorizzazione dei servizi”.

SSN: la Società Italiana d’Igiene richiama l’attenzione su incremento e ottimizzazione risorse per Sanità

Gli Atomic Scientist per la prima volta hanno reso pubblico il loro timore di un “Armageddon” sempre più vicino per il mondo intero a causa della pandemia, del clima e della guerra. È una notizia che deve “colpire” non solo per la sua intrinseca drammaticità, ma anche per il fatto che sarebbe un’apocalisse totalmente imputabile a specifiche scelte. Un paragone che potrebbe apparire azzardato ma che, secondo la Società Italiana di Igiene, facilita la comprensione di quello che potrebbe accadere al Servizio Sanitario Nazionale.

“Il timore di un’ ‘Apocalisse’, sempre più vicino, per il nostro Servizio Sanitario Nazionale è più che una semplice possibilità. Ad invarianza di azioni è quasi una certezza – dichiara la Prof.ssa Roberta Siliquini, Presidente della Società Italiana d’Igiene È  necessario, quindi, mettere in atto, al più presto, correttivi di breve ma anche di medio-lungo termine: servono risorse e programmazione che tengano conto non solo del desolante stato dell’arte, ma anche dei bisogni di salute futuri che non potranno che aumentare, dato l’invecchiamento costante della popolazione ed il mancato investimento nella prevenzione. Diversamente, lo scotto che pagheremo sarà troppo alto per poter essere sottaciuto. Assisteremo ad un ridimensionamento di quei valori che sono alla base del nostro SSN: universalismo, equità, territorialità e globalità”.

“Carenza di professionisti sanitari, strutture e tecnologie spesso obsolete, piattaforme informatiche che non colloquiano tra loro, scarsa attenzione al territorio ed alla prevenzione e limitati investimenti. Sono solo alcuni dei problemi che affliggono i nostri Servizi, rendendo spesso vana la qualità eccellente e la dedizione di chi lavora all’interno del Servizio pubblico” continua la Presidente Siliquini. “Di conseguenza, sempre più cittadini abbandonano quest’ultimo, sottoscrivendo un’assicurazione sanitaria e rivolgendosi a Cliniche ed Ospedali privati.”

Ciò è testimoniato dall’aumento della spesa out of pocket che, nel 2021, secondo i dati provenienti dalla Ragioneria di Stato, ha superato i 37 miliardi di euro. Questo sistema, però, non garantisce equità nell’accesso alle cure, essendo riservato solo a chi può permettersi di sostenere tali spese. Gli investimenti sulla Sanità sono tra i più bassi nei Paesi OCSE. Dopo il picco della spesa emergenziale degli anni 2020 e 2021, a causa della pandemia da Covid-19, assistiamo ad un ridimensionamento della crescita della spesa sanitaria fino ad un suo contenimento che, secondo le stime, proseguirà fino al 2024 (previsto un 6,3% del PIL).

Il personale sanitario attivo nel SSN ha, almeno nel 50% dei casi, più di 55 anni, la percentuale più alta d’Europa, superiore di oltre 16 punti alla media OCSE, secondo dati ONMCEO. L’aumento delle borse di specializzazione porterà negli anni a venire ad una riduzione dell’età media del personale medico, ma in maniera diseguale. Bisogna infatti considerare che molte borse non sono state assegnate, soprattutto per quelle specializzazioni che espongono maggiormente i medici a carichi di lavoro eccessivi e al rischio di contenziosi legali.

La Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) richiama l’attenzione sulle inconfutabili problematiche che insidiano la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale, e si propone come interlocutore per instaurare una collaborazione con il Governo al fine di definire un incremento e un’ottimizzazione delle risorse destinate alla Sanità. Ciò richiede una governance forte, un uso efficiente delle risorse stesse ed una migliore programmazione dei Servizi. È importante che tutte le parti interessate siano coinvolte al fine di garantire che il SSN rimanga in vita e sia in grado di fornire Servizi sanitari di qualità a tutti i cittadini.

Federsanità, Frittelli riconfermata presidente: “Sanità e sociale alleati per un SSN in evoluzione”

Con un programma improntato alla transizione verso un nuovo Servizio Sanitario Nazionale pronto a rispondere alle nuove esigenze della popolazione grazie a una migliore integrazione con il sociale: è così che Tiziana Frittelli, DG dell’AO San Giovanni Addolorata di Roma e Presidente di Federsanità Anci Lazio, appena riconfermata alla presidenza di Federsanità, guarda al futuro. Il VI Congresso Federsanità Nazionale, svoltosi ieri a Torino, è stato l’occasione per fare il punto sui molti problemi che affliggono la sanità italiana, a partire dalle sfide poste dalla gestione della cronicità, e sulle possibili soluzioni.

“Ringrazio tutti i miei colleghi direttori generali di ASL e AO provenienti da tutte le regioni italiane e i delegati delle Anci regionali – ha dichiarato Frittelli -. Proseguiremo tutti insieme il percorso avviato nel 2017 per valorizzare ancor di più oggi, e per i prossimi cinque anni, la missione istitutiva di Federsanità che è quella di realizzare in tutti i territori una Sanità di prossimità, vicina ai cittadini, orientata alla Salute in tutte le politiche e tesa a mettere a terra una reale integrazione sociosanitaria, fondata sul dialogo costante e costruttivo tra governance delle Direzioni strategiche ed enti locali, primi interlocutori dei cittadini in risposta ai propri bisogni di Salute”.

Nel suo discorso di insediamento, la presidente ha illustrato la propria visione della fase di cambiamento che il SSN sta attraversando:

“Alla complessità dei bisogni di salute e benessere da affrontare, corrisponde un’analoga complessità dei sistemi di risposta che occorre riorganizzare secondo il nuovo paradigma evolutivo. La richiesta di assistenza è sempre meno collegata a bisogni semplici e monodimensionali, spesso è invece legata a un complesso di patologie multiple, a volte correlate con non autosufficienze o disabilità, oppure con altre forme di fragilità e marginalità segnate da caratteri di forte disuguaglianza sociale. In questi casi la richiesta è quindi di una presa in carico globale e di una tipologia di assistenza non solo sanitaria ma anche di salute e benessere, una richiesta che arriva a comprendere anche aspetti riferiti al lavoro, all’istruzione, all’abitazione.

Il cambiamento organizzativo è il vero fattore da affrontare per sostenere le serie trasformazioni necessarie per creare risposte di salute complesse e multidimensionali

Il cambiamento organizzativo diventa quindi il vero fattore da affrontare per sostenere le serie trasformazioni necessarie per creare risposte di salute complesse e multidimensionali. I nostri attuali assetti organizzativi hanno estremo bisogno di convergere verso sistemi più evoluti e dinamici, capaci di interrompere l’annosa riproduzione dei tradizionali impianti divisionali da sempre largamente adottati.

Sistemi organizzativi dinamici e organizzati ‘a rete’, che sono di estrema importanza per il futuro. Si tratta di organizzazioni diverse, ibride, contaminate, in tensione positiva, che lavorano sui confini per ricomporre e non sulle fratture per continuare a suddividere e conservare. Procedendo lungo questa direzione si aprono scenari di grande rilievo, che riguardano anche la capacità di costruire competenze direzionali diverse per riuscire a mettere in campo risorse umane, professionali, economiche tecnologiche e strumentali appartenenti a enti diversi ma che perseguono le stesse finalità“.

Temi chiave per il SSN del (prossimo) futuro: l’adeguatezza delle risorse e la qualità dell’assistenza. “Non si tratta di richiedere più risorse, più strumenti e più personale perché ‘così non ci si fa più’, e ricercare di conseguenza una quota percentuale del PIL che sia migliorativa dell’esistente ma in qualche modo sostenibile nel dibattito pubblico. Si tratta di ritrovare una relazione fondante tra risorse pubbliche e finalità costituzionali del SSN, una relazione aurea.

Occorre definire quali siano le risorse adeguate alla realizzazione dei Livelli essenziali

Occorre definire quali siano le risorse adeguate alla realizzazione dei Livelli essenziali; ma di Livelli essenziali evoluti e integrati perché posti in relazione alla reale complessità degli attuali bisogni di salute, che impongono non solo risposte alle patologie ma gestioni e assistenze sempre più complesse e multidimensionali delle persone, delle famiglie e dei loro contesti di vita.

È infatti proprio nella evoluzione dei Livelli essenziali integrati in risposta ai bisogni complessi di salute e di assistenza, che risiede la chiave di questo rapporto aureo con adeguate dotazioni finanziarie, strumentali e di personale con nuovi profili, nuove competenze, nuovi assetti organizzativi moderni ed evoluti”.

assemblea Federsanità ANCI

Ecco quindi cosa sperare e su cosa lavorare secondo Frittelli: “Federsanità-Anci è una confederazione di organizzazioni a carattere regionale che mette insieme le competenze e le dimensioni tecnico-professionali delle aziende sanitarie, con le competenze e le dimensioni politico-istituzionali degli enti locali. È stata questa la grande scelta fondativa degli anni ’90 che si è rinnovata nel tempo fino a questi giorni, e che deve trovare ulteriore fondamento nella transizione in corso del SSN e nelle trasformazioni che stanno vivendo le nostre comunità locali.

Questa doppia natura, operativa e istituzionale, è il sale della nostra associazione e non va mai smarrita per nessun motivo. D’altra parte è proprio questa doppia natura che ci colloca nelle attuali dinamiche così complesse e delicate, mettendoci al fianco di tutte le organizzazioni e di tutti gli operatori pubblici, e al fianco di tutti gli enti e di tutte le istituzioni impegnati nella ‘…tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…’.

Esiste una relazione indissolubile tra qualità del personale, qualità dei finanziamenti e qualità delle cure e dell’assistenza

Per questo lavoriamo e speriamo in un rinnovato e rafforzato assetto istituzionale multilivello che coinvolga in modo permanente e persistente l’intero asse verticale dei poteri pubblici Stato, Regioni, Comuni, per la tenuta e lo sviluppo del Sistema sanitario nazionale integrato strutturalmente con le funzioni sociali. Un Sistema capace di evolvere verso forme organizzative e sistemi di servizio più adeguati alle complessità della nostra contemporaneità, ben consapevoli che esiste una relazione indissolubile tra qualità del personale, qualità dei finanziamenti e qualità delle cure e dell’assistenza.

La nostra grande confederazione di federazioni regionali può agire positivamente nel complesso sistema italiano per la salute, cercando di dare un proprio contributo per la sua tenuta e la sua evoluzione. La pluralità che è insita nel rapporto paritario e cooperativo tra le confederazioni regionali e con la confederazione nazionale, permette di trattare dimensioni di caratura generale portando a valore condiviso tutte le identità e i caratteri peculiari dei nostri territori e, allo stesso tempo, permette di declinare azioni strutturali attraverso la necessaria personalizzazione operativa che solo le federazioni regionali possono perseguire”.

Le stagioni della cronicità

Il Congresso nazionale è coinciso con il convegno “Le stagioni della cronicità” organizzato da Federsanità Piemonte. “Dare una risposta alla cronicità è una delle maggiori sfide che si pongono per la sanità dei prossimi anni, insieme alla ricostruzione di un sistema territoriale che possa dare una risposta ai crescenti bisogni della cittadinanza”, commenta l’assessore alla Sanità della Regione Piemonte Luigi Icardi. Senza dimenticare le potenzialità offerte dalla telemedicina.

Long Covid: un problema di sanità territoriale

Tra i nuovi bisogni in tema di cronicità c’è il Long Covid. Anche se si tratta di un aspetto ancora poco conosciuto in termini di cause, modalità di gestione e durata, di sicuro consiste in un insieme di sintomi e problematiche di tipo sanitario che vanno gestite a livello territoriale, afferma Fabrizio Faggiano, Università del Piemonte Orientale, direttore vicario del Centro interdipartimentale per il management sanitario (CEIMS).

Azioni per una rete sociosanitaria

Enzo Bianco, presidente della commissione Cittadinanza, governance, affari istituzionali ed esterni (Civex) del Comitato Europeo delle Regioni e presidente del Consiglio Nazionale di Anci, sottolinea l’importanza della sinergia fra gli ambiti della sanità e del sociale: “C’è un grande bisogno di collaborazione tra tutti coloro che operano nel settore sociosanitario e in particolare su un tema delicatissimo come la cronicità. Bisogna fare squadra. Non si può lasciare un tema così delicato soltanto agli operatori sanitari oppure solo alle strutture sociali del Comune: serve lavorare insieme. Anzitutto sui fronti della prevenzione, dell’informazione corretta e dell’assistenza, che non è solo medica o psicologica ma a tutto campo. L’alleanza fra Federsanità e Anci è un esempio che va in questa direzione e speriamo di poterla attuare in tutte le Regioni. Qui in Piemonte l’operazione comincia a funzionare in modo adeguato, la useremo come esempio a livello di buone pratiche”.

Va in questa direzione anche la recente iniziativa lanciata da AGENAS e Federsanità ANCI, che, in collaborazione con il gruppo PonGov ICT e Cronicità, hanno presentato ufficialmente l’avvio dei lavori dell’Osservatorio sull’integrazione socio-sanitaria (OISS)uno strumento ideato per la raccolta sistematica di esperienze e la diffusione delle buone pratiche. L’obiettivo è quello di metterle a disposizione delle organizzazioni pubbliche e private e dei decisori istituzionali, per contribuire positivamente alla costruzione delle nuove politiche pubbliche che riguardino i sistemi territoriali per la salute e il benessere, spiega Francesco Enrichens, Project Manager PonGov Cronicità – Agenas.

A 9 marzo a Padova si discute di denatalità

“La denatalità è uno dei più gravi problemi che affliggono il nostro Paese – afferma Domenico Scibetta, presidente Federsanità Anci Veneto -. Basti pensare che il tasso di natalità è passato dal 1965 quando era di 2,7 figli per donna fertile a 1,24-25, tanto che si prevede che nel 2050 la popolazione attiva sarà pari a quella non attiva: è un nodo di natura politica, sociologica e di sviluppo del Paese e per questo Federsanità Veneto ha deciso di contribuire al dibattito organizzando un evento sul tema per il 9 marzo a Padova“.

Torna a crescere tra gli adolescenti italiani il consumo di psicofarmaci senza prescrizione medica

Poco meno di 300.000 studenti delle scuole medie superiori, pari al 10,8% dei 15-19enni, hanno assunto psicofarmaci senza prescrizione medica nel corso del 2022. Il dato, che aveva raggiunto la sua punta massima nel 2017 (11,3%) per poi scendere fino al 6,6% nel 2021, è quasi raddoppiato dallo scorso anno. I dati sono emersi dallo studio dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-Ifc), ESPAD®Italia (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs), condotto nel 2022 su un campione rappresentativo di studenti delle scuole superiori italiane, come ogni anno dal 1999.

“Da molti anni denunciamo questo fenomeno” spiega Sabrina Molinaro, ricercatrice Cnr-Ifc e responsabile dello studio “di fatto gli psicofarmaci senza prescrizione medica rappresentano da sempre la categoria di sostanze psicoattive più utilizzata dai giovanissimi dopo alcol e cannabis”.

Si tratta prevalentemente di farmaci per dormire, utilizzati soprattutto dalla ragazze (10,8% contro 4,9% dei coetanei). Minori prevalenze risultano per farmaci per l’attenzione/iperattività (quasi il 3,0%), per regolarizzare l’umore e per le diete (poco meno del 3% ciascuno), anch’essi usati più dalle ragazze: quasi il 4% contro l’1% dei coetanei”.

Ciò che colpisce è il raddoppio in un anno degli studenti che ne riferiscono un uso frequente, che passa dall’1,1% nel 2021 all’1,9% nel 2022, così come l’alta percentuale di ragazzi che ne riferisce un uso per così dire “competente”, soprattutto tra le ragazze. Se intorno al 5% degli utilizzatori riporta un generico consumo fuori prescrizione finalizzato allo sballo (era il 10% nel 2021), il 49% dei ragazzi che racconta di fare uso di farmaci per l’attenzione senza controllo medico dice invece di farlo per migliorare le proprie prestazioni scolastiche e il 64% di coloro che utilizza farmaci per le diete dice di farlo per migliorare il proprio aspetto fisico.

“Il 53% dei ragazzi che hanno utilizzato psicofarmaci senza prescrizione medica nel 2022”, prosegue Molinaro, “riferisce di averli utilizzati in precedenza anche sotto controllo medico”.

Lo studio ESPAD®Italia rileva anche informazioni relative all’accessibilità rivelando che il 16% degli studenti è a conoscenza di luoghi in cui è possibile procurarsi facilmente psicofarmaci senza prescrizione medica, la categoria più facilmente accessibile è quella dei farmaci per dormire, mentre quelli per cui gli studenti riferiscono più difficoltà di reperimento sono i farmaci per l’attenzione.

Quasi il 50% degli utilizzatori sa di poterli trovare direttamente a casa propria, il 18,7% a casa di amici. Esistono inoltre un mercato telematico di questi farmaci, come riportato dal 29% dei ragazzi, e un mercato fisico più tradizionale.

“Dato il loro valore terapeutico quando utilizzate all’interno di un percorso clinico, nonché l’ampia diffusione nella popolazione generale, la disponibilità di queste sostanze fra i giovanissimi è potenzialmente illimitata.” Ne deriva l’urgenza di avviare campagne informative e di educazione mirate, soprattutto dedicate ai più giovani, ma anche agli adulti di riferimento, dai familiari ai docenti, nonché proseguire il monitoraggio attivo di questo fenomeno in crescita.

Protocollo Lilt-Fnopi: Lega Tumori e infermieri uniti contro il cancro

Il protocollo firmato da LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) e FNOPI (Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche) racchiude una serie di azioni a sostegno della lotta contro il cancro: educare, soprattutto le nuove generazioni – ma non solo –, a orientare stili di vita e ai principi della prevenzione oncologica;  agire su tutti i livelli, dalla comunicazione della prevenzione di genere, primaria, secondaria, terziaria, alla formazione soprattutto rivolta al volontariato, per sviluppare azioni e campagne contro il cancro, unendo sistemi, competenze e responsabilità diverse.

Questi sono in sintesi gli obiettivi del protocollo d’intesa triennale che LILT  e FNOPI  hanno sottoscritto per attivare insieme tutti quegli strumenti e quelle iniziative che consentono di prevenire e contrastare il cancro, ma soprattutto di essere di supporto nella cura e nell’assistenza ai malati e alle loro famiglie.

La LILT  agisce da oltre un secolo in questo settore con campagne, iniziative, studi attività di anticipazione diagnostica e di assistenza psico-sociosanitaria anche nella riabilitazione e nell’assistenza domiciliare e ora, grazie al protocollo con FNOPI, il fronte della lotta al cancro si allarga con il contributo degli oltre 460mila infermieri presenti in Italia.

Grazie alla prevenzione e all’azione mirata delle campagne di prevenzione e comunicazione sugli stili di vita, in Italia si muore di cancro in media il 12% in meno rispetto agli altri paesi europei. Sono diminuiti i decessi per tumore e migliora la sopravvivenza, ma ogni giorno in media circa mille persone ricevono una diagnosi di tumore. La pandemia ha abbattuto gli screening e ritardato la diagnosi precoce, per questa ragione il protocollo LILT -FNOPI vuole supportare la fase post pandemica e permettere a sempre più cittadini di ricevere la giusta assistenza e in tempo.

Le azioni previste dal protocollo includono  l’attivazione di iniziative di comunicazione istituzionale e di campagne di divulgazione alla cittadinanza, grazie a eventi formativi nelle scuole, e agli stessi infermieri in materia di prevenzione

Poi la prevenzione di genere, sia per la donna che per l’uomo. Saranno organizzate in questo senso campagne di prevenzione per i tumori maschili e femminili, con il coinvolgimento dei media e dei vari stakeholder, superando ostacoli e barriere comunicative, sociali e organizzative “di genere”.

Per la prevenzione primaria, LILT  e FNOPI condivideranno nei contenuti e nella modalità di divulgazione dei “consigli di prevenzione” diretti a tutta la popolazione: dal modo corretto di alimentarsi e di fare attività fisica fino alle azioni su particolari categorie di persone considerate “ad alto rischio”, come i fumatori.

Un’importante parte della campagna sarà poi dedicata anche alla vaccinazione: fra gli strumenti della prevenzione primaria condivisi ci sono anche i vaccini contro specifici agenti infettivi che aumentano il rischio di cancro, come il virus dell’epatite B (tumore del fegato) o il Papilloma virus umano – HPV (responsabile del cancro della cervice uterina). Nella prevenzione secondaria FNOPI darà supporto alla LILT nelle sue campagne di sensibilizzazione che prevedono anche visite mediche per la diagnosi precoce ed esami diagnostici per diversi tipi di tumore, eseguiti presso i circa 400 ambulatori LILT.

Obiettivo della prevenzione terziaria è soprattutto curare e promuovere la prevenzione delle cosiddette recidive o nel caso di eventuali metastasi dopo che la malattia è stata curata con la chirurgia, la radioterapia o la chemioterapia (o tutte e tre insieme), e diffondere programmi omogenei di presa in carico delle persone guarite da cancro, incidendo sulle disuguaglianze territoriali con modelli di organizzazione della prevenzione terziaria oncologica, anche per specifici livelli essenziali di assistenza. Infine la formazione, che si articolerà in tre momenti: “stare accanto” al malato e alla sua famiglia a domicilio, in ospedale e nel trasporto per le terapie, sostenendolo in tutte le necessità sia per gli aspetti pratici sia per gli aspetti psico-sociali; prevenzione e diagnosi precoce, accogliendo chi si reca presso gli ambulatori e le sedi LILT, per fornire informazioni e orientamento ai servizi di prevenzione offerti; sensibilizzazione e raccolta fondi, attraverso la divulgazione di materiale informativo e promuovendo  il progetto con le istituzioni; attuare interventi di sensibilizzazione per la diffusione della cultura della prevenzione presso scuole e aziende e collaborare nell’organizzazione di eventi per la raccolta fondi, allestire e presiedere gli stand.