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Sanità senza guida: perché serve subito un nuovo Piano Sanitario Nazionale

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L’Italia è a un punto di svolta. Il Servizio sanitario nazionale (SSN), pilastro di democrazia e coesione sociale, si trova oggi senza una bussola strategica capace di guidarlo tra sfide epidemiologiche, pressioni demografiche e disuguaglianze crescenti. A segnalarlo è Salutequità, che al 3° Summit Equità e Salute in Italia ha presentato a Roma un nuovo Report dedicato alla programmazione sanitaria nazionale e regionale. Un’analisi dettagliata di dati, confronti e atti normativi che mostra con chiarezza una situazione frammentata, priva di una direzione comune e penalizzante soprattutto per i territori più deboli.

Un SSN senza visione comune e senza un Piano nazionale da quasi vent’anni

Il cuore del problema è noto, ma troppo spesso ignorato. L’ultimo Piano Sanitario Nazionale (PSN) risale al 2006-2008. Da allora, nonostante la legge ne preveda l’aggiornamento triennale, nessun nuovo documento è stato prodotto o approvato. Anche il Patto per la Salute 2019-2021 è in proroga sine die. In questo vuoto programmatorio, il SSN fatica a orientarsi tra urgente riorganizzazione territoriale, incremento delle cronicità, innovazione tecnologica e nuove fragilità sociali. I piani “settoriali” (oncologia, cronicità, malattie rare, prevenzione, vaccini) procedono in ordine sparso e con tempi diversi e manca una cornice unitaria capace di dare priorità chiare, indicare risorse e definire chi deve fare cosa.

Tonino Aceti, presidente di Salutequità, sintetizza così la situazione: «Il nostro report evidenzia un quadro complesso e frammentato. La mancanza di un nuovo Piano Sanitario Nazionale e la disomogeneità dei Piani regionali dimostrano una carenza di visione strategica e di coordinamento. Investire nel 2026 oltre 142 miliardi senza una vision chiara sarebbe un’opportunità persa per rafforzare il SSN».

Presentato il nuovo Report di Salutequità sulla programmazione sanitaria

È in questa cornice che si inserisce la riflessione di Elisa Pirro, membro della V Commissione permanente (Bilancio) del Senato, che richiama alla concretezza della programmazione: «Partire dalle risorse per arrivare alla programmazione, scrivere solo come vorremmo la sanità pubblica di domani senza specificare le risorse, resta un esercizio di filosofia». Un passaggio decisivo riguarda il ruolo dello Stato: «Serve una regia più decisa da parte dello Stato per garantire più equità anche nelle risorse». E a proposito di contenuti del futuro PSN, Pirro aggiunge: «È importante parlare di piano sociosanitario e non solo sanitario e del rafforzamento della medicina territoriale».

Regioni in ordine sparso: piani vecchi, percorsi diversi, aggiornamenti disomogenei

La ricognizione di Salutequità mostra un’Italia a più velocità:

  • 10 Regioni dispongono di un piano sanitario integrato sociosanitario
  • 16 Regioni hanno un piano approvato prima della pandemia, quindi non aggiornato alle sfide post-Covid
  • 4 Regioni stanno lavorando all’aggiornamento (Basilicata, Piemonte, Umbria, Emilia-Romagna)
  • In Abruzzo, Puglia, Calabria e Molise la programmazione procede tramite Programmi Operativi Regionali
  • Il Friuli-Venezia Giulia è l’unica Regione con un aggiornamento annuale per legge
  • La Provincia Autonoma di Trento rappresenta un modello virtuoso con un piano decennale partecipato e indicatori di esito.

La conseguenza è una forte asimmetria nell’organizzazione dei servizi, nella pianificazione delle reti cliniche, nei modelli di assistenza territoriale e nelle misure per contrastare le disuguaglianze.

Su questo punto interviene Ilenia Malavasi, componente XII Commissione (Affari sociali) della Camera dei deputati, che osserva: «Nel nostro Paese ci sono competenze di eccellenza, condizioni per lavorare bene ma leggi che poi non hanno una ricaduta concreta. La ripartizione tra Stato e Regioni c’è e può funzionare, occorre evitare però le semplificazioni e se ci sono regioni che funzionano peggio di altre e che hanno disatteso le linee indicate dallo Stato, forse ci sono responsabilità precise da individuare». Malavasi richiama anche il valore di ciò che già esistente: «Valorizzare ciò che si ha, abbiamo tanti ottimi piani nazionali ma mancano i decreti attuativi ed è necessaria una visione di ampio respiro e un percorso partecipato». Conclude con una riflessione sul ruolo del nuovo PSN: «Il Piano sanitario nazionale è una parte fondante della coesione del nostro Paese, se gli obiettivi sono condivisi al di là dei partiti diventa più forte anche la mission nazionale».

Rinunce alle cure e divari territoriali in crescita

Nel 2024, il 26,8% del Pil (587,5 miliardi) è destinato alle prestazioni sociali. La quota sanitaria è 130,1 miliardi e la spesa comunale per i servizi sociali è 8,9 miliardi, pari a 150 euro pro capite, ma scende a 38 euro in Calabria e sale oltre 200 euro in alcune Regioni a statuto speciale e in Emilia-Romagna.

La frammentazione programmatoria pesa direttamente sulla vita quotidiana di milioni di italiani. Lo testimoniano i dati: nel 2024 quasi una persona su dieci (9,9%) ha rinunciato a visite o esami specialistici. Le cause sono note: 6,8% per liste d’attesa troppo lunghe, 5,3% per difficoltà economiche. Un dato in aumento rispetto al 2023 (7,5%) e al 2019 (6,3%), prima della pandemia. Parallelamente, la spesa sanitaria privata (“out of pocket”) è cresciuta di circa 9 miliardi tra il 2012 e il 2024, fino a raggiungere 41,299 miliardi di euro. Nello stesso anno il 5% delle famiglie ha avuto difficoltà a raggiungere almeno tre servizi essenziali, con picchi dell’8,9% in Campania e dell’8,4% in Calabria.

La frammentazione genera asimmetrie in servizi, reti cliniche, assistenza territoriale e interventi contro le disuguaglianze

In questa area critica si inserisce la riflessione di Giovanni Baglio, Direttore UOC Ricerca AGENAS, che avverte: «La possibilità di sopravvivenza del SSN si basa sulla prevenzione: occorre investire in screening, vaccini, stili di vita. La sanità è un bene comune ma per un servizio davvero equo c’è ancora tanta strada da fare, nuove prospettive arrivano anche dalla sanità digitale».

Un Paese che cambia: più anziani, più fragilità

L’Italia è un Paese che invecchia rapidamente. Sono aumentati del 30% i centenari negli ultimi 10 anni, oltre 14 milioni di persone over65 e nel 2043, 10,7 milioni di persone vivranno sole, di cui 6,2 milioni anziane. È anche uno dei Paesi più longevi al mondo (aspettativa di vita 83,5 anni), ma gli anni in buona salute sono solo 58,1, con un peggioramento rispetto al 2023. Le disuguaglianze territoriali poi sono nette: 84,7 anni nella PA di Trento, 81,7 in Campania. La multicronicità colpisce il 49% delle persone 75+ e aumentano le condizioni neurologiche: 7 milioni di persone con emicrania, 12 milioni con disturbi del sonno, 1,2 milioni con demenza, 800mila con esiti di ictus, 400mila con Parkinson.

L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo ma gli anni in buona salute sono solo 58,1

A sottolineare l’urgenza di un cambio di passo è Italia Agresta, Vicepresidente Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare APMARR, che ricorda: «Per le malattie reumatologiche ci sono ritardi diagnostici di 7 anni. Non si perde solo la salute ma anche la possibilità di essere produttivi. È necessario un approccio multidisciplinare con una presa in carico che ponga al centro la persona. I centri specializzati sono ancora pochi così come pochi sono i PDTA specifici per tante malattie, soprattutto quelle rare».

Screening, reti cliniche e donazioni

Nel 2024 le persone invitate agli screening sono state 17,9 milioni, per 7,3 milioni di adesioni, mentre lo screening per il colon retto si ferma a una copertura del 33,3% (obiettivo 50%), con un forte gradiente Nord-Sud. In Calabria l’adesione è appena del 5,2%. Le reti oncologiche migliorano, ma diverse Regioni (tra cui Calabria, Molise, Marche, Basilicata, Sardegna) non soddisfano ancora la domanda interna, producendo mobilità sanitaria e 7 Regioni non hanno integrato la rete con il territorio come previsto dal DM 77/2022.

Sul fronte delle donazioni, l’Italia si conferma tra i Paesi più generosi: 30,2 donatori per milione di abitanti, con picchi in Toscana (49,4), Emilia-Romagna (45,5) e Veneto (44,7), ma con solo 3,4 donatori per milione di abitanti in Molise. La raccolta di plasma supera le 900 tonnellate, ma la domanda di immunoglobuline è cresciuta del 57% in dieci anni e il livello di autosufficienza è al 59%.

FSE e PDTA, il divario digitale che pesa sulla continuità di cura

Il Fascicolo Sanitario Elettronico è uno degli strumenti più importanti per migliorare continuità assistenziale e accesso alle informazioni cliniche, ma la sua diffusione è ancora a macchia di leopardo. Oggi solo il 43% delle persone assistite ha espresso il consenso alla consultazione dei propri dati e, di fatto, solo un cittadino su quattro utilizza davvero l’FSE. Gli specialisti abilitati alla consultazione sono l’87%, ma con forti differenze territoriali: si scende al 41% in Calabria e al 53% in Abruzzo, segno di un’adozione non omogenea.

La presenza della cartella clinica digitale nel Fascicolo è ancora limitata: al momento è disponibile soltanto in quattro regioni (PA Trento, Veneto, Emilia-Romagna e Calabria), mentre nel resto del Paese il sistema resta incompleto. Ancora più evidente è il divario sui percorsi di cura: i PDTA integrati nel Fascicolo risultano presenti soltanto nel Lazio, ma va meglio per il Profilo Sanitario Sintetico, attivato in 15 regioni, un passo avanti verso una visione aggiornata e accessibile della storia clinica dei pazienti.

Un quadro disomogeneo emerge anche osservando i Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali nel loro complesso. Nel 2024 i PDTA regionali censiti sono 910, in crescita rispetto ai 776 del 2022, ma permangono ancora lacune rilevanti, poiché per alcune condizioni ad alta prevalenza, come psoriasi o vitiligine, non esistono PDTA regionali dedicati. Accanto alla mancanza di percorsi formalizzati, si aggiunge il problema dell’aderenza terapeutica. Resta infatti molto bassa per alcune patologie croniche, con appena il 28,1% di aderenza ai trattamenti antidepressivi e il 22,6% per i farmaci antidiabetici.

Perché serve subito un nuovo Piano Sanitario Nazionale

Alla luce dei dati, la richiesta di Salutequità è chiara: serve un nuovo PSN 2025-2027, partecipato e vincolato a obiettivi misurabili e risorse dedicate. Le domande aperte sono sostanziali: chi approverà il nuovo PSN e quali saranno le tempistiche? Sarà garantita la partecipazione di cittadinanza, professionisti e associazioni? Il PSN sarà sanitario o sociosanitario? Sarà un piano di semplice manutenzione o un documento realmente trasformativo? In gioco non c’è solo un atto amministrativo, ma la possibilità di ridisegnare un SSN più equo, moderno e capace di rispondere a bisogni che cambiano velocemente.

Il nuovo PSN 2025-2027 è decisivo per ridisegnare un SSN più equo e moderno

In assenza di una visione comune, il rischio è che la qualità dell’assistenza dipenda dal codice di avviamento postale, dove l’innovazione avanza a macchia di leopardo e dove milioni di persone rinunciano a curarsi. Il nuovo Piano Sanitario Nazionale può e deve rappresentare la cornice unitaria, lo strumento con cui riportare equità, qualità e sostenibilità al centro delle politiche sanitarie. Un’occasione che l’Italia non può permettersi di perdere.

Nuove regole per i dati sanitari: impatto su ricerca e medicina di iniziativa

La gestione dei dati sanitari è al centro di una trasformazione che riguarda l’intero ecosistema della salute. L’evoluzione delle regole sull’uso, la condivisione e la protezione dei dati ridisegna i confini entro cui si muovono ricercatori, professionisti sanitari, strutture territoriali e organismi etici. In questo scenario, il valore informativo del dato sanitario cresce, così come la necessità di garantire un equilibrio tra tutela della persona, sicurezza dei sistemi e possibilità di utilizzare le informazioni in modo responsabile per generare conoscenza.
Obiettivo della Live è approfondire in modo chiaro e operativo come cambiano le condizioni per l’uso dei dati e quali ricadute concrete si generano su ricerca clinica, innovazione e programmazione. Sarà anche un’occasione per discutere le opportunità legate all’integrazione tra dati clinici, territoriali e di popolazione, fondamentale per sviluppare modelli di medicina di iniziativa più proattivi e capaci di intercettare precocemente bisogni di salute.

Ne parliamo con:

  • Mattia Altini
    Direttore generale AUSL Modena
  • Luca Bolognini
    Presidente dell’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati
  • Raffaella Gaggeri
    Responsabile Segreteria Tecnico-Scientifica Comitato Etico della Romagna

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Accesso precoce ai farmaci, l’Italia alla prova del cambiamento

L’Italia è pronta a cambiare rotta sull’accesso ai farmaci innovativi? La domanda è riecheggiata con forza nel convegno “Nuova policy di accesso ai farmaci: una svolta per il Servizio Sanitario Nazionale” promosso dal presidente della commissione Affari Sociali del Senato, Francesco Zaffini, che lo scorso 2 dicembre ha riunito la filiera del farmaco: dai vertici di AIFA agli economisti sanitari, dai rappresentanti politici agli esperti di regolatorio, fino alle associazioni dei pazienti e ai medici.

Un confronto serrato, che ha messo sul tavolo numeri, vincoli europei, proposte operative e divergenze politiche, ma soprattutto un punto condiviso: 18-20 mesi di attesa tra approvazione da parte dell’Agenzia europea per i medicinali e rimborsabilità da parte dell’Agenzia italiana del farmaco non sono più sostenibili.

Ritardi tra EMA e AIFA rischiano di ridurre equità, competitività e qualità dell’assistenza nazionale

A fissare il punto è stato il professor Fabrizio Gianfrate, autore della ricerca che ha dato il là al dibattito: 577 giorni per le nuove molecole e 636 giorni per i farmaci orfani. E tempistiche simili per oncologici e altre aree ad alto bisogno. Un ritardo che, ha ricordato Gianfrate, si traduce in un paradosso: ciò che in Italia arriva come innovazione è spesso già superato in Germania e Francia, dove l’accesso dopo l’autorizzazione EMA varia tra 15 e 60 giorni.

Dal canto suo AIFA, per voce del presidente Robert Giovanni Nisticò, ribadisce di essere una delle agenzie più efficienti d’Europa per disponibilità e prezzo dei farmaci. Il problema non è cosa si approva, ma quanto tempo richiede la negoziazione.

La proposta: un “rimborso precoce” che anticipa l’accesso e conguaglia a negoziazione conclusa

La soluzione? Potrebbe essere un modello ibrido, già sperimentato altrove, dove il farmaco sarebbe rimborsabile subito dopo l’approvazione di EMA, a un prezzo provvisorio stabilito dall’azienda o da un algoritmo, con conguaglio finale attraverso il payback quando AIFA definisce il prezzo definitivo.

Con un corollario di salvaguardie che Gianfrate ha tenuto a mettere in evidenza: dai tetti di spesa, al payback anticipato, al prezzo algoritmico basato su bisogno clinico, passando per eleggibilità selettiva e arbitrato rapido.

Una proposta di rimborso precoce — rimborsabilità immediata a prezzo provvisorio, con conguaglio finale tramite payback — che rappresenterebbe un cambio di paradigma, una “innovatività di processo” capace di trasformare rapidamente i tempi senza alterare il ruolo negoziale dell’Agenzia. Un meccanismo che, nelle sue stime, non genererebbe un nuovo costo, ma risparmi grazie agli effetti clinici e socio-economici delle terapie somministrate prima che la malattia peggiori. Gianfrate, poi, non ha eluso il nodo dei vincoli contabili europei: le terapie geniche, ricordate come caso simbolo, devono essere contabilizzate integralmente nell’anno dell’impegno di spesa, rendendo impossibili i modelli innovativi di pagamento basati sui risultati. È una norma illogica: se è sbagliata, va cambiata.

La politica tra vincoli e visione strategica

Il consigliere del ministro della Salute Andrea Costa ha allargato la riflessione alla dimensione europea. Perché non si può difendere la salute con strumenti vecchi ed è necessario chiedere che le spese sanitarie siano escluse dal Patto di stabilità. Un po’ come accaduto con l’esperienza dei vaccini durante la pandemia. Rammentando però che l’accesso alle terapie innovative non può dipendere dai prontuari regionali, perché un farmaco approvato da AIFA deve essere disponibile ovunque e subito.

Istituzioni, clinici, industria e pazienti convergono sulla necessità urgente di cambiamento

Certo è che il nodo di fondo è la mancanza di fondi. Lo ha sottolineato lo stesso senatore Zaffini, che ha richiamato la necessità di difendere la sostenibilità – una legge di Bilancio da 18 miliardi impone scelte dolorose – ma al contempo avere come priorità la riduzione dei tempi di accesso.

Di diverso tenore il punto di vista dell’onorevole Gian Antonio Girelli, che ha appoggiato apertamente il rimborso precoce, suggerendo però di superare una logica contabile miope. In altri termini, la domanda da porsi non è quanto costa farlo, ma quanto costa non farlo.

L’arena della Manovra: tra payback, resistenze e compromessi

Naturalmente, essendo questi i giorni più caldi per la definizione dei dettagli della legge di Bilancio, il palcoscenico dell’evento è servito anche per dare voce alle proposte delle varie forze politiche in tema di sanità.

Ecco allora la senatrice Elisa Pirro (Movimento 5 Stelle) a rivendicare il tentativo di introdurre in manovra un emendamento sull’accesso precoce – tecnicamente, anticipare la spesa genera un costo. Ma questo è un risparmio solo apparente – ricordando però l’opposizione implicita del ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF). E a riproporre la necessità sempre più impellente di portare nelle sedi economiche il linguaggio dell’Health Technology Assessment (HTA), dove il beneficio futuro pesa tanto quanto la spesa immediata.

Per parte sua la deputata Simona Loizzo (Lega) ha ricordato invece l’impegno sul fast track dall’inizio della legislatura. Anche se il fondo attuale da 16,2 milioni è insufficiente. Anzi, si coprirebbero forse dieci pazienti. La soluzione? Potrebbe essere quella di finanziare l’accesso precoce attingendo al fondo per i farmaci innovativi, che conta oltre 1,3 miliardi, con payback a regime.

Tra industria e geopolitica: acceso confronto sulla competitività

A fare sentire la propria voce è stato anche il comparto industriale. Farmindustria con Carlo Riccini ha confermato che l’Italia può vantare prezzi più bassi e ampia disponibilità di farmaci, ma ha lamentato la lentezza dei processi che riduce attrattività e competitività. Una situazione che soffre di una politica industriale non adeguata, che deve costantemente fare i conti con un contesto internazionale in cui Stati Uniti e Cina stanno accrescendo investimenti e capacità produttiva.

Vincoli europei, risorse limitate e frammentazione regionale frenano una riforma efficace

In modo ancora più netto si è espresso il presidente di Assobiotec, Fabrizio Greco. Che ha ricordato a tutti i presenti che la prospettiva da cui partire per definire le politiche del farmaco è quella del paziente. E così, se l’accesso precoce è limitato a pochi farmaci, non si riesce a cambiare il sistema. Un sistema che continua a violare i 100 giorni previsti dalla normativa per i tempi di approvazione per i farmaci orfani, che da noi arrivano a 400 giorni.  Lo scoglio inoltre pare essere molto più grande di quanto si vede. Quasi un iceberg di natura geopolitica governato dalla dipendenza da Cina e India per oltre l’80% dei principi attivi, dai rischi legati agli accordi internazionali e dall’accordo Usa-Regno Unito che rivede prezzi e dazi in chiave strategica. Un contesto che vede l’Europa in seria difficoltà, nonché impreparata alla competizione globale; e che, senza una vera strategia industriale europea, rischia di rendere i Paesi dell’Ue dipendenti da scelte altrui.

Professioni sanitarie e pazienti: tra diritti, equità e disomogeneità

Il direttore di FNOMCeO, Pierluigi Vecchio, restituisce la prospettiva delle professioni sanitarie: un sistema appesantito da tetti di spesa, una popolazione sempre più informata (o disinformata), e la necessità di decisioni fondate sui dati. «Ogni euro investito in sanità ne restituisce 1,90: non è un costo, ma un beneficio». Invita a governare l’innovazione, non a subirla.

Infine, Annalisa Scopinaro (UNIAMO) riporta la voce dei pazienti rari: rapide innovazioni, grandi speranze e altrettante frustrazioni. Ricorda che molti farmaci, pur approvati, arrivano in ritardo per mere questioni organizzative o regionali. E avverte che nei prossimi due-quattro anni arriveranno circa 80 nuove terapie: serviranno centri, personale, risorse e governance adeguata.

Pazienti alle prese con la “lotteria dei Cap”

Tra le voci più intense del convegno quelle delle associazioni dei pazienti. Per loro la questione dei tempi di approvazione dei farmaci non è astratta: attendere un medicinale mesi o anni può significare perdere funzioni, autonomia, speranza. Soprattutto nel mondo delle malattie rare, dove nei prossimi anni arriveranno decine di nuove terapie avanzate.

Senza contare una delle principali criticità regionali: la frammentazione. Troppo spesso l’accesso dipende dal luogo di residenza del paziente, perché prontuari e autorizzazioni seguono tempi diversi sul territorio. Il risultato è un Paese dove vige una sorta di “lotteria del Cap” che crea diseguaglianze territoriali e una sanità a velocità variabile. L’appello è quindi un’esigenza: definire modelli uniformi, di centri autorizzati definiti e di strumenti chiari per tracciare utilizzo, esiti e sostenibilità.

L’idea più condivisa: finanziare l’early access con ciò che già c’è

Di fronte alla domanda dove trovare le risorse per rispondere a tutte queste esigenze, il convegno ha indicato una strada concreta: utilizzare una parte del Fondo farmaci innovativi, oggi pari a 1,3 miliardi e non completamente impiegato. I residui di budget — circa 400 milioni — potrebbero coprire la fase di accesso precoce senza generare nuova spesa. Una soluzione che ha trovato largo consenso tra molti degli intervenuti.

Perché, come fa ben comprendere a metafora usata da Gianfrate «Non possiamo più far finta che la ruota quadrata funzioni. È ora di passare alla ruota tonda».

Del resto il convegno ha mostrato, una volta di più se necessario, che la consapevolezza del problema è trasversale: i medici chiedono strumenti, i pazienti equità, l’industria chiede un sistema competitivo, la politica sostenibilità e AIFA chiede cooperazione. La vera domanda ora è se il Paese saprà trasformare questa convergenza in un’azione concreta o se l’accesso precoce resterà l’ennesima innovazione possibile, ma non attuata. Perché — come ha ricordato più di un relatore — in sanità il costo vero non è ciò che si spende, ma ciò che non si fa.

Presentato il Rapporto OASI 2025 di CERGAS SDA Bocconi

È stato presentato il 26esimo Rapporto dell’Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema sanitario Italiano (OASI), pubblicato dal Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale (CERGAS) di SDA Bocconi School of Management. Al centro del dibattito le sfide e le criticità governabili per rendere sostenibile l’universalismo della sanità pubblica italiana. Questa la principale sfida che il SSN ha davanti a sé: un sistema universale non può limitarsi a rincorrere la domanda espressa ma deve governarla, per garantire equità e sostenibilità.

In un contesto di risorse limitate, bisogni crescenti e domanda non governata, il SSN non può più permettersi di continuare a inseguire tutto. OASI richiama la necessità di fissare priorità vere: da un lato, il SSN deve condurre una profonda riallocazione di risorse per conseguire vera efficienza e sostenibilità – meno piccoli ospedali poco sicuri e costosi, concentrazione dei reparti, più efficienza nei grandi ospedali.Dall’altro, chi ha un bisogno più intenso, urgente e complesso deve essere tutelato prima; bisogna definire quale intensità di servizi offrire; quali percorsi di informazione e accompagnamento per chi prioritario non è; come integrare spesa pubblica e privata. Sono le condizioni imprescindibili per rendere sostenibile l’universalismo del sistema e assicurare che pazienti cronici e fragili non restino indietro.

OASI richiama la necessità di fissare priorità vere

«Il Rapporto OASI 2025 invita alla consapevolezza: in un Paese che invecchia e che vede restringersi la propria base demografica attiva, il SSN deve abbandonare le narrazioni rassicuranti e assumere il coraggio delle scelte» – ha dichiarato Francesco Longo, Responsabile scientifico del Rapporto OASI – «Definire chi viene prima, con quali servizi e con quale intensità assistenziale non significa ridurre l’universalismo, ma proteggerlo. È l’unica strada per generare valore, ridurre le disuguaglianze e progettare un SSN capace di affrontare le sfide dei prossimi decenni».

Un SSN sotto pressione tra demografia e bisogni crescenti

Il Rapporto OASI 2025 consegna un messaggio netto: il Servizio Sanitario Nazionale è entrato in una fase storica in cui i bisogni dei cittadini crescono più rapidamente delle risorse disponibili. È una frattura che non nasce solo da inefficienze contingenti, ma da dinamiche profonde – demografiche, economiche, sociali – che stanno ridisegnando il profilo del Paese.

Il Servizio Sanitario Nazionale è entrato in una fase storica in cui i bisogni dei cittadini crescono più rapidamente delle risorse disponibili

L’Italia registra un calo costante della natalità (370mila nascite nel 2024, –26% rispetto al 2014) e un invecchiamento tra i più intensi d’Europa: negli ultimi vent’anni gli over 65 sono aumentati a oltre 3 milioni e la speranza di vita ha raggiunto 83,4 anni. Parallelamente, la forza lavoro è destinata a ridursi di quasi un terzo entro il 2050, con conseguenze dirette sia sul gettito fiscale sia sulla disponibilità di professionisti sanitari.

Quattro segnali di un sistema che fatica a orientarsi

Il Rapporto OASI identifica quattro fenomeni che confermano la difficoltà del SSN a definire priorità di intervento chiare e condivise.

  1. Le prescrizioni superano la capacità del sistema di erogare. Solo circa il 60% delle ricette si traduce in una prestazione in regime SSN; il resto è erogato in regime privato o alimenta nei pazienti percorsi tortuosi (come le prescrizioni ripetute) e, talvolta, rinunce.
  2. La non autosufficienza cresce più del sistema che dovrebbe sostenerla. Gli anziani non autosufficienti sono oltre 4 milioni, ma solo l’8% accede a una RSA; l’ADI copre il 31% delle persone fragili, con un numero di ore erogate in costante diminuzione rispetto agli anni pre-pandemia.
  3. Persistono ampie disuguaglianze territoriali. Le distanze tra le Regioni restano profonde: l’aspettativa di vita e, soprattutto, quella in buona salute continuano a oscillare in modo significativo lungo la Penisola, in parallelo con un divario socio-educativo più ampio che il SSN da solo non può colmare.
  4. L’utilizzo dei servizi sanitari cambia in modo ingiustificato tra Regioni e persino all’interno delle stesse. Specialistica ambulatoriale, accesso al Pronto Soccorso, tassi di ricovero, screening e vaccinazioni mostrano scostamenti significativi. E questo accade nonostante una distribuzione delle risorse finanziarie sostanzialmente equa: il consumo pro-capite di prestazioni dipende ancora troppo da fattori contingenti e “casuali” invece che dal reale bisogno clinico.

Le sfide governabili: dove il SSN può intervenire subito

Accanto ai vincoli strutturali, il Rapporto OASI individua una serie di ambiti in cui è possibile agire:

  • Lavorare per attrarre infermieri, meno frammentazione professionale. I posti a Medicina sono quasi raddoppiati in dieci anni (da 10.500 a 19.500, destinati a 24.000 con il semestre filtro), ma molte professioni – in primis gli infermieri – restano poco attrattive: nel 2025 le domande coprono solo l’84% dei posti. Altre professioni sanitarie, come fisioterapisti e ostetriche, vivono una situazione opposta. Esistono 22 professioni sanitarie riconosciute, un numero molto alto che aumenta rigidità organizzative.
  • Aggiornamento delle tariffe per i privati accreditati. Con margini prossimi allo zero e tariffe ferme, soprattutto nel settore ospedaliero, molti erogatori sono spinti verso l’attività a pagamento. OASI propone di aggiornare le tariffe allineandole alle priorità di policy: le prestazioni che devono essere garantite dal SSN devono essere remunerate adeguatamente.
  • Procurement più forte e qualificatoFarmaci, dispositivi e servizi acquistati dall’esterno pesano ormai per il 32% della spesa sanitaria: il SSN è un “grande acquirente”. Per questo, OASI segnala l’urgenza di una funzione di procurement più forte e qualificata: oggi governa un terzo della spesa, ma spesso senza strumenti e competenze adeguati in un mercato sempre più complesso.
  • Digitalizzazione dei Medici di Medicina Generale. Oltre il 60% dei contatti MMG-pazienti avviene da remoto e la refertazione digitale è quasi completa. Nonostante l’FSE 2.0 e la telemedicina nazionale siano ormai disponibili, il Paese non ha ancora scelto realmente se adottare un modello “digital & remote first”, oppure mantenere l’attuale offerta prevalentemente fisica. Da ciò dipenderanno organizzazione e accessibilità future.
  • Prossimità multicanale. Con 9.000 ambulatori e 2.400 Case della Comunità previste, OASI avverte che il rischio è aumentare la frammentazione. La vera prossimità non è solo vicinanza fisica: significa continuità, multicanalità e un interlocutore stabile, capace di rispondere lungo tutto il percorso assistenziale.

La doppia agenda del management: uno spazio di autonomia e una responsabilità

L’assenza di priorità esplicite nella politica sanitaria apre, paradossalmente, uno spazio di autonomia molto ampio per i manager del SSN. In un sistema attraversato da tensori contraddittori – equilibrio di bilancio, aumento dei volumi, innovazione del PNRR – e da bisogni che crescono più velocemente delle risorse, la capacità manageriale diventa decisiva per tradurre la missione del SSN in scelte operative concrete.

La capacità manageriale diventa decisiva per tradurre la missione del SSN in scelte operative concrete

Secondo OASI, in questo contesto una “doppia agenda” non è solo probabile, ma inevitabile:

  • un’agenda visibile, allineata agli obiettivi politici e alle metriche più esposte al dibattito pubblico – bilanci in pareggio, tempi d’attesa, volumi di certe prestazioni in crescita – che richiede rendicontazione costante e risposte immediate;
  • un’agenda interna e strategica, meno esposta mediaticamente, ma cruciale per il valore prodotto dal sistema e gli esiti di salute, focalizzata su: riorganizzazione e ridistribuzione lucida e determinata delle risorse tra i vari punti di offerta; spinta “ostinata” alla digitalizzazione; riduzione delle variabilità ingiustificate, rafforzando la presa in carico e garantendo continuità assistenziale e orientamento delle risorse verso i pazienti con maggiore bisogno, soprattutto cronici e fragili.

«In questo spazio di autonomia, i manager possono – e devono – utilizzare tutte le finestre di opportunità per esercitare una responsabilità più profonda: interpretare i compromessi che la politica non esplicita, decidere quali servizi potenziare per primi, governare la domanda oltre che l’offerta e costruire reti professionali capaci di sostenere innovazioni che non dipendono dalle scadenze del ciclo politico» – ha dichiarato Alberto Ricci, Coordinatore del Rapporto OASI –  «La doppia agenda diventa così lo strumento con cui il management può tutelare la sostenibilità dell’universalismo, assicurando che le risposte prioritarie arrivino a chi ha davvero più bisogno, anche quando il dibattito pubblico guarda altrove».

Collaborazione tra CERGAS e HealthTech XPO

La presentazione del Rapporto OASI 2025 quest’anno ha visto una sessione parallela dedicata al terzo HealthTech XPO, promosso da HealthTech Europe, il più ampio network europeo di imprenditori, manager, ricercatori, investitori ed esperti di ecosistemi digitali e di intelligenza artificiale applicati alla sanità. La sessione ha offerto l’occasione per approfondire come l’intelligenza artificiale, la trasformazione digitale e i nuovi modelli di business stiano ridefinendo l’assistenza sanitaria in Europa e oltre, evidenziando al tempo stesso opportunità di innovazione e criticità emergenti in un settore in rapida evoluzione.

Questa collaborazione conferma come OASI ampli sempre più lo sguardo verso l’Europa, cogliendo le sfide poste dalla trasformazione digitale della sanità e dal crescente impatto dell’intelligenza artificiale sui sistemi assistenziali.

Fibrosi polmonare idiopatica: serve un percorso condiviso tra clinici, pazienti e istituzioni

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Medici, pazienti, caregiver e istituzioni al lavoro per costruire un percorso diagnostico-terapeutico realmente condiviso nella gestione della fibrosi polmonare idiopatica (IPF), una patologia rara e complessa che spesso sconta ancora ritardi diagnostici, carenze nella presa in carico e una limitata conoscenza della malattia nella medicina territoriale.

L’occasione è stata l’evento “Respiriamo Nuoro”, organizzato dall’Associazione IPF e Rare del Polmone Sardegna ODV, in co-progettazione con CSV Sardegna, con il patrocinio del comune di Nuoro e della Federazione italiana IPF e Malattie Rare polmonari (FIMARP).

«Se vogliamo davvero aiutare questi pazienti dobbiamo mettere le associazioni nelle condizioni di essere punto di riferimento per i malati» così ha esordito Matteo Buccioli, Presidente FIMARP. «Il nostro obiettivo è arrivare ad avere in ogni regione d’Italia una associazione di riferimento per i pazienti. Infatti, uno dei bisogni primari dei pazienti è quello di non essere soli, di sentirsi in qualche modo sostenuti. L’associazione pazienti sul territorio non ha solo il compito di supportare i propri associati ma anche di parlare ai cittadini di prevenzione, dell’importanza di condurre stili di vita corretti» continua Buccioli.

In Sardegna manca una vera e propria presa in carico dei malati affetti da fibrosi polmonare idiopatica

Nel corso dell’evento è emerso come in Sardegna manchi una vera e propria presa in carico dei malati affetti da fibrosi polmonare idiopatica perché manca il giusto supporto da parte della medicina territoriale. Tanti medici di base non conoscono la patologia e non ne sanno riconoscere i sintomi. Allo stesso modo non tutti i centri ospedalieri sono specializzati in questo ambito. In Sardegna i centri di riferimento per questa malattia sono a Cagliari, Sassari e Nuoro.

Una delle maggiori criticità è rappresentata dal ritardo diagnostico che, per una patologia con queste caratteristiche e dalla prognosi infausta, risulta essere assolutamente determinante sulla sua evoluzione. Quasi un terzo dei pazienti arriva alla diagnosi dopo più di due anni. A questo consegue un ritardo nella risposta alla terapia che, in taluni casi, può essere fatale.

Ma facciamo un passo indietro…

La fibrosi polmonare idiopatica appartiene alla famiglia delle interstiziopatie polmonari, una classe di malattie estremamente eterogenee, la cui distinzione non è sempre facile, che hanno come denominatore comune una compromissione degli scambi gassosi.  È una patologia la cui eziopatogenesi risulta ancora ignota e che colpisce il tessuto polmonare provocando una progressiva cicatrizzazione che compromette lo scambio di ossigeno e di anidride carbonica con conseguente alterazione della funzionalità polmonare. L’età media di insorgenza si attesta attorno ai 60 anni, sono più colpiti gli uomini delle donne e la maggior parte dei pazienti ha un passato di tabagismo alle spalle.
Uno dei primi campanelli d’allarme è rappresentato dalla cosiddetta “fame d’aria”, la dispnea che questi pazienti avvertono facendo le scale o facendo anche il minimo sforzo fisico. Altri sintomi da non trascurare sono la tosse secca, la stanchezza cronica, la comparsa di febbre e la perdita di peso.

Pazienti, clinici e associazioni chiedono un percorso strutturato e condiviso

La carenza di ossigeno determina ingrossamento della parte terminale delle dita che si manifesta con le cosiddette dita a tamburo.
Non esiste una vera e propria cura per questa patologia ma oggi i medici possono contare su due farmaci antifibrotici, pirfenidone e nintedanib, che sono in grado di modificare le curve di sopravvivenza, rallentare la progressione della malattia, ridurre le riacutizzazioni, le ospedalizzazioni e le complicanze. In altre parole, possono migliorare la vita dei pazienti pur non garantendo una guarigione completa.

Un altro strumento importante è rappresentato dall’ossigenoterapia che, in caso di insufficienza respiratoria, può ridurre la dispnea, migliorare la tolleranza allo sforzo fisico e quindi migliorare la qualità di vita del paziente.

Nel corso del convegno di Nuoro i relatori hanno presentato quello che dovrebbe essere un percorso diagnostico terapeutico destinato ai pazienti affetti da questa patologia ma che, allo stato attuale, non è attivato in Sardegna.

Come si dovrebbero seguire questi pazienti?

La complessità dell’IPF richiede un approccio multidisciplinare che integri l’intervento di diversi specialisti con il monitoraggio clinico costante che preveda interventi su stili di vita (attività fisica, controllo dei fattori di rischio, educazione sanitaria e supporto psicologico). Tale modello integrato rappresenta una strategia per rallentare la progressione della malattia, prevenire le complicanze e garantire la migliore qualità di vita possibile ai pazienti affetti da IPF.

Innanzitutto, sarebbe auspicabile coinvolgere i medici di medicina generale che rappresentano il primo contatto con i pazienti.

Chi soffre di fibrosi polmonare idiopatica si rivolge al medico di base perché avverte tosse secca, stizzosa, dispnea, affanno anche nel fare semplici movimenti. Si tratta di sintomi la cui evoluzione va valutata nel tempo. Se questi persistono il medico di medicina generale suggerisce l’esecuzione di una radiografia del torace il cui esito va poi sottoposto all’attenzione dello specialista pneumologo con competenze specifiche in questo ambito. A questo punto viene fatta un’attenta analisi della storia clinica del paziente: in particolare, vengono valutati l’abitudine tabagica che rappresenta uno dei maggiori fattori di rischio e l’eventuale esposizione professionale a sostanze chimiche tossiche o polveri.

Approccio multidisciplinare e monitoraggio costante sono elementi fondamentali per migliorare gestione e qualità di vita nell’IPF

Quindi specialista pneumologo deve valutare la gravità della dispnea attraverso la scala di Borg, una scala numerica non lineare per la valutazione della dispnea durante lo sforzo composta da 10 punti a cui sono affiancati dei descrittori oppure attraverso il test Modified British Medical Research Council Questionnaire (mMRC), che consente di misurare la sensazione di fame d’aria in relazione allo svolgimento di attività quotidiane. Viene inoltre eseguita una spirometria che consente di misurare la Capacità Vitale Forzata (FVC), un indicatore chiave della capacità polmonare. Attraverso un ossimetro viene valutata la saturazione di ossigeno nel sangue, rilevata anche attraverso un test specifico chiamato test del cammino: vengono misurati i metri percorsi rispetto a quelli predetti per età, sesso e la tolleranza allo sforzo durante una camminata della durata di sei minuti. Il paziente viene inoltre sottoposto a un test da sforzo che consiste nel rilevare le variazioni di ritmo cardiaco, pressione arteriosa e respirazione durante la pratica di un’attività fisica più o meno intensa.

In questo percorso l’esame diagnostico cardine rimane la TAC ad alta risoluzione che consente di rilevare segni specifici della fibrosi polmonare idiopatica come l’immagine “a nido d’ape” dovuto al danneggiamento degli alveoli. In alcuni casi è necessario effettuare una biopsia polmonare che consente nell’asportare e analizzare piccoli campioni di tessuto polmonare.

A questo punto, una volta raccolti tutti gli elementi necessari, la documentazione va condivisa all’interno di un team multidisciplinare che veda al suo interno uno pneumologo, un radiologo, un anatomopatologo, un nutrizionista, un infermiere specializzato e uno psicologo che sappia aiutare il paziente a gestire il profondo carico emotivo e psicologico collegato alla malattia.

Una volta fatta la diagnosi, va coinvolta tutta la famiglia perché i parenti diventeranno caregiver quindi è fondamentale che conoscano la patologia.

L’associazione pazienti sul territorio non ha solo il compito di supportare i propri associati ma anche di parlare ai cittadini di prevenzione

I relatori, sia pazienti sia medici, hanno più volte ribadito l’importanza dell’esercizio fisico come vero alleato della salute delle persone. Per i pazienti che devono affrontare un trapianto polmonare godere di un buon tono muscolare si traduce in una migliore ripresa post trapianto così come in un quadro di benessere generale della persona. L’attività fisica non aiuta solo il corpo ma anche la mente agendo da potente antidepressivo in grado di scacciare i brutti pensieri e le paure più recondite.

Il convegno di Nuoro è stato un prezioso momento di confronto in quanto ha permesso di delineare un esaustivo ed efficace percorso di diagnosi e cura del paziente con fibrosi polmonare idiopatica. Ora non resta che invitare ai tavoli dei decisori politici i rappresentanti dei pazienti che, in sinergia con la comunità medica, potranno presentare i propri bisogni e cercare insieme le risposte.

Alleanza Contro il Cancro designata hub nazionale della “Mission on cancer UE”

L’Assemblea Generale del progetto europeo ECHoS (Establishing of Cancer Mission Hubs: Networks and Synergies) ha conferito formalmente ad Alleanza Contro il Cancro, la Rete Oncologica Nazionale del Ministero della Salute, lo status di National Cancer Mission Hub (NCMH) per l’Italia, riconoscimento che si affianca al sostegno espresso dallo stesso dicastero, che ne ha appoggiato la candidatura.

Con questo passaggio, l’Italia entra nel gruppo dei Paesi europei che hanno già attivato o consolidato il proprio Hub nazionale nell’ambito della “Mission on Cancer” dell’UE. Fanno parte della rete degli NCMH anche Svezia, Spagna, Israele, Finlandia e Croazia, recentemente riconosciuti, insieme ai partner già attivi in Polonia, Grecia, Malta, Paesi Bassi e Bulgaria. L’estensione della rete testimonia la crescente convergenza europea verso un modello coordinato di ricerca, prevenzione e cura oncologica.

L’incarico è stato conferito ufficialmente dall’assemblea generale del progetto ECHoS (Establishing of Cancer Mission Hubs: Networks and Synergies) dell’UE

ACC, la più grande rete di ricerca oncologica del Paese, fondata nel 2002 dal Ministero della Salute, assume quindi un ruolo strategico nell’attuazione italiana della Missione Cancro. Il mandato attribuito da ECHoS la designa come interlocutore nazionale per il coordinamento di istituzioni, IRCCS, università, società scientifiche e associazioni di pazienti, con l’obiettivo di rendere operativi in Italia gli indirizzi europei in materia di oncologia traslazionale, prevenzione, digital health e integrazione dei dati.

«Il riconoscimento – osserva il Presidente della Rete, professor Ruggero De Maria che ha ringraziato il Ministero della Salute per aver appoggiato la candidatura di ACC – rafforza la nostra posizione nella definizione delle strategie e delle politiche a supporto della Mission on Cancer; sono numerosi i progetti attivi della Rete, finalizzati a tradurre l’innovazione scientifica in pratica clinica e a promuovere percorsi diagnostico-terapeutici più omogenei, integrati e condivisi».

Il Presidente professor Ruggero De Maria: «Passo fondamentale per armonizzare percorsi e innovazione»

Secondo il Presidente, «in questo quadro, il ruolo di ACC come Hub nazionale facilita la convergenza fra ricerca, clinica e governance, sostiene la condivisione delle conoscenze, favorisce la cooperazione internazionale e contribuisce allo sviluppo di infrastrutture e metodologie comuni. Il riconoscimento da parte di ECHoS – ha detto ancora De Maria – segna un passo significativo verso un ecosistema oncologico italiano pienamente allineato alla visione europea, capace di generare risultati concreti per i pazienti e consolidare la posizione dell’Italia nella lotta globale contro i tumori».

Alleanza Contro il Cancro (ACC) è la Rete Oncologica Nazionale del Ministero della Salute cui aderiscono 27 Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), Fondazione Politecnico Milano, AIMaC, Italian Sarcoma Group, Fondazione CNAO e Istituto Superiore di Sanità

PNRR, Confindustria DM: collaudate 9 apparecchiature su 10, ora interventi strutturali

Delle 3.237 apparecchiature acquistate con i fondi del PNRR, il 91% – pari a 2.945 macchine – è già stato collaudato. Restano 292 apparecchiature che devono raggiungere la piena operatività entro giugno 2026.

Le regioni più indietro nei collaudi sono Sicilia (52), Lazio (36), Campania e Puglia (33 ciascuna) e Calabria (20). A ritardare l’attivazione sono soprattutto le risonanze magnetiche – per le quali è necessario adeguare le sale agli standard di sicurezza – insieme a PET e angiografi, che richiedono pavimenti rinforzati, impianti elettrici dedicati e sistemi di climatizzazione di precisione. È quanto emerge dall’analisi del Centro Studi di Confindustria Dispositivi Medici sullo stato di attuazione dell’ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero previsto dalla Missione 6 Salute del PNRR.

Risultati dell’analisi del Centro Studi di Confindustria Dispositivi Medici sullo stato di attuazione dell’ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero

Delle quasi 12.000 apparecchiature mappate nel 2024 tra strutture pubbliche e private, 5.365 avevano più di cinque anni. Con i fondi PNRR, nel solo settore pubblico, ne sono state sostituite 1.482, pari al 28%. L’analisi ha confrontato le principali grandi tecnologie coinvolte nel rinnovo – TC, radiologia, angiografi e risonanze magnetiche – con il quadro nazionale aggiornato al 2024. È importante precisare che non tutte le 1.482 apparecchiature costituiscono una sostituzione: alcune potrebbero rappresentare nuovi inserimenti in strutture che prima non disponevano di quella tipologia di diagnostica.

Alessandro Preziosa

“L’intervento di sostituzione finanziato dal PNRR – ha dichiarato Alessandro Preziosa, Presidente Elettromedicali di Confindustria Dispositivi Medici – rappresenta un ottimo punto di partenza per il rinnovamento del parco installato. Le nuove tecnologie migliorano la capacità diagnostica e accelerano la refertazione, aspetti cruciali per ridurre le liste d’attesa e intercettare precocemente molte patologie. I benefici per i pazienti sono evidenti: diagnosi più tempestive e precise, percorsi terapeutici più personalizzati e minori supporto agli specialisti nella refertazione, con ricadute positive sulle cure, sui ricoveri e sulla qualità della vita. Le tecnologie moderne consentono inoltre procedure meno invasive e una minore esposizione, aumentando la sicurezza dei cittadini”.

Servono pianificazione pluriennale, criteri di acquisto innovativi, politiche di rimborso mirate e investimenti nel capitale umano

“Perché questi vantaggi si traducano in un reale miglioramento dell’assistenza – ha aggiunto Preziosa – è però essenziale disporre di professionisti in numero adeguato e adeguatamente formati: senza competenze, anche le apparecchiature più avanzate non riescono a esprimere appieno il loro potenziale. È molto positivo – ha concluso il Presidente – che manchi solo il 9% per raggiungere la milestone del 2026. Ora servono investimenti strutturali e continuativi: il PNRR è un’opportunità straordinaria, ma non può restare un intervento isolato. Occorrono pianificazione pluriennale, criteri di acquisto orientati all’innovazione e politiche di rimborso che premino l’uso delle tecnologie più evolute. In parallelo, è indispensabile investire nel capitale umano: solo unendo innovazione tecnologica e competenze sarà possibile garantire un sistema sanitario moderno, sostenibile e davvero a misura di paziente”.

Dati e sicurezza in chirurgia: la sfida della tracciabilità dei tempi

L’attività chirurgica è tra le aree più articolate e ad alta complessità della pratica ospedaliera: richiede il lavoro integrato di diverse professionalità, un uso intensivo di risorse e una gestione attenta del rischio clinico, che in questo ambito rimane particolarmente elevato. In un contesto in cui le tecnologie evolvono rapidamente e i pazienti arrivano in sala operatoria con condizioni e priorità molto diverse, l’ottimizzazione del percorso operatorio diventa un obiettivo strategico per i sistemi sanitari.

La tracciabilità digitale dei tempi chirurgici può migliorare efficienza, programmazione e decisioni cliniche

In questa direzione si muove il progetto regionale “Sistema di Tracciabilità dei Tempi Chirurgici”, guidato dalla ASL BT in Puglia come ente capofila e finanziato dal PNRR. L’iniziativa introduce strumenti digitali per il monitoraggio automatico dei tempi intra-operatori, favorendo una pianificazione più accurata, il contenimento dei costi e decisioni clinico-gestionali basate sui dati. Avviato nel gennaio 2024 ed entrato a regime nel giugno 2025, il progetto ha ottenuto una menzione speciale dall’Osservatorio Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano.

TrendSanità ne ha parlato con Maria Cammarrota, Responsabile Unità Operativa Semplice a Valenza Dipartimentale ICT e Responsabile per la Transizione Digitale della ASL BT.

Maria Cammarrota

Il progetto di tracciabilità dei tempi chirurgici introduce antenne beacon e braccialetti BLE (Bluetooth Low Energy) per monitorare in tempo reale il percorso intra-operatorio. Di che cosa si tratta e in che modo questa innovazione può migliorare la sicurezza del paziente e l’efficienza della sala operatoria?

«L’introduzione di queste due tipologie di device, dotate di tecnologia Bluetooth, consente di velocizzare il processo di monitoraggio del paziente garantendo una tracciabilità in tempo reale e un’eccellente fruibilità del dato. L’antenna Bluetooth Beacon è un potente gateway, strumento IoT, che esegue la scansione dei dispositivi Bluetooth presenti nelle vicinanze e li carica sul server.  Al fine di permettere una corretta gestione dei dati raccolti e provvedere al monitoraggio costante, è stato progettato il software Surgery Time, una soluzione dedicata alla visualizzazione del percorso operatorio, dei tempi delle singole attività, elaborando i dati raccolti e rendendoli fruibili in appositi cruscotti.

Il sistema, basato su antenne e dispositivi Bluetooth supportati da un software dedicato, riduce le attese in sala e migliora la comunicazione

Gli hardware comunicano difatti con il sistema Surgery Time, che consente la rilevazione di tempi automatici e l’inserimento manuale di eventuali altri tempi; l’inizio induzione anestesia, per esempio, è un tempo manuale che richiede l’inserimento in Surgery Time e successivamente si integrerà con i sistemi di Blocco Operatorio. La telecamera a bordo del dispositivo in uso all’utente (PC, Tablet, ecc.) consente di effettuare la scansione del nosologico/bracciale da barcode/QRcode. Questo permette una corretta associazione del paziente nel sistema, dando così avvio alla tracciabilità del percorso dello stesso in tempo reale. Tale innovazione consente di poter verificare il percorso di degenza e di avere una riduzione dei tempi di attesa dell’utilizzo della sala grazie ad una comunicazione migliorata tra gli attori coinvolti». 

Gli indicatori previsti, come turnover time, start time tardiness (ritardo rispetto all’inizio previsto) o tasso di casi cancellati, possono diventare strumenti di governo clinico. Come la disponibilità di questi dati può influenzare le decisioni gestionali della ASL e della Regione Puglia?

«Ogni dato raccolto in ambito sanitario deve essere sempre gestito come uno strumento di miglioramento del governo clinico. Per questa particolare progettualità, i dati forniti possono fornire maggiori indicazioni circa gli effettivi tempi di gestione di specifiche attività operatorie, comprendendo a pieno quali siano i punti di rallentamento all’interno del processo clinico, consentendo di marcare in maniera puntuale eventuali zone carenti e mettere in atto le opportune azioni correttive.

Ogni dato raccolto in ambito sanitario deve essere sempre gestito come uno strumento di miglioramento del governo clinico

Attraverso i dati raccolti è possibile migliorare la capacità di programmazione delle risorse, di pianificazione degli interventi e di gestione dei materiali per l’allestimento delle sale. E non solo: la misurazione permette di analizzare e migliorare i tempi d’uso delle sale operatorie e di ridurre il tasso di interventi cancellati, di gestire più efficacemente le liste d’attesa dei ricoveri che prevedono interventi grazie ad una migliore pianificazione dei flussi operativi e la possibilità di confrontare prassi operative simili tra diverse strutture».

Quali sono stati, alle attuali evidenze, i vantaggi e le criticità del progetto?

«Tra i principali benefici vi è la possibilità di migliorare l’efficienza e la qualità delle cure chirurgiche, riducendo al minimo i ritardi e gli errori grazie al monitoraggio in tempo reale del paziente, che ci consente di verificare anche le prestazioni del personale chirurgico e identificare eventuali aree che necessitano di formazione o addestramento supplementari. Il monitoraggio contribuisce a incrementare la sicurezza del paziente, assicurando una verifica costante di ciascuna fase e dei tempi di attesa durante l’intero percorso operatorio, dall’accettazione fino alla dimissione. Questa progettualità ci ha permesso di poter sfidare i limiti dell’azienda e trovare nuove soluzioni utili al nostro sistema sanitario quali una gestione dei tempi d’attesa delle liste ricoveri.

La sfida principale è stata disegnare i processi con gruppo di lavoro multidisciplinare garantendo coordinamento e obiettivi condivisi

Tra i vantaggi vi è inoltre l’integrazione nativa di strumenti di Business Intelligence, la quale fornisce cruscotti di monitoraggio sempre aggiornati, garantendo una fruibilità dei dati sicura e coerente, al fine di poter mettere in atto con facilità le dovute migliorie. Le principali sfide hanno riguardato la necessità di disegnare i processi con gruppo di lavoro multidisciplinare, mantenendo al contempo un elevato livello di coordinamento e di condivisione degli obiettivi. Queste sfide, affrontate con un costante dialogo tra le diverse professionalità coinvolte, hanno contribuito a rafforzare la collaborazione interna e a consolidare una visione comune del progetto».

L’introduzione di nuove tecnologie in ospedale richiede un cambiamento culturale. Quali sono state le principali resistenze del personale clinico e amministrativo e come le avete affrontate per favorire l’adozione del sistema?

«Le principali resistenze emerse nel progetto pilota hanno riguardato la paura che i dati venissero utilizzati in modo punitivo per valutare le performance individuali e lo scetticismo tecnologico unito alla sfiducia sull’effettiva utilità del Sistema. Per superare questi ostacoli e favorire l’adozione, abbiamo coinvolto fin dall’inizio i professionisti nella progettazione, rendendoli parte attiva di un cambiamento pensato per supportare il loro lavoro. Sono stati inoltre attivati percorsi di formazione e supporto dedicato nei principali reparti dei presidi ospedalieri di Andria e Barletta a partire da maggio 2025, che hanno permesso di conoscere operativamente il sistema e comprenderne i reali benefici e vantaggi».

Il progetto è regionale, ma non tutte le strutture partono dallo stesso livello di digitalizzazione. Quali strategie avete adottato per garantire uniformità e non creare disparità tra presidi ospedalieri?

«Per garantire uniformità e ridurre eventuali differenze, sono state adottate strategie calibrate sul livello di maturità digitale di ciascun presidio: nelle strutture già dotate di sistemi più evoluti l’integrazione è avvenuta in continuità con i processi in uso, mentre per quelle che richiedevano un maggiore consolidamento digitale è stato previsto un supporto tecnico mirato e un accompagnamento operativo costante.

Per garantire uniformità sono state adottate strategie adattate alla maturità digitale di ciascun presidio

Parallelamente, si è provveduto a standardizzare protocolli, procedure e indicatori di tracciabilità, affinché tutti i presidi adottassero lo stesso linguaggio e le stesse regole operative, pur rispettando le specificità locali. Il monitoraggio continuo e il confronto tra strutture hanno inoltre favorito la condivisione di buone pratiche e la progressiva riduzione di eventuali scostamenti».

Oltre alla tracciabilità dei tempi, immagina un’integrazione con sistemi di intelligenza artificiale per predire i carichi di lavoro o ottimizzare le liste operatorie? Quanto siamo lontani da questo scenario in Puglia?

«L’integrazione dell’intelligenza artificiale con la tracciabilità dei tempi chirurgici apre scenari molto promettenti: i sistemi potrebbero analizzare i dati storici e in tempo reale per prevedere i picchi di lavoro e poterli gestire distribuendoli nel tempo coerentemente alle esigenze dei pazienti, anticipare possibili ritardi o sovrapposizioni e ottimizzare le liste operatorie in modo dinamico. Ciò permetterebbe una pianificazione più efficiente delle sale, una riduzione dei tempi morti e una migliore distribuzione delle risorse tra i reparti, trasformando i dati raccolti in strumenti decisionali concreti a supporto del personale clinico e amministrativo. Quanto descritto rappresenta uno scenario realistico anche per la Puglia, ma al momento si tratta di un obiettivo ancora distante. Per arrivare a una piena integrazione con i sistemi di tracciabilità dei tempi chirurgici è necessario proseguire nel percorso di standardizzazione dei processi, nella condivisione di buone pratiche e, soprattutto, nell’investimento sulla formazione del personale sanitario e tecnico. Solo così sarà possibile trasformare queste potenzialità in soluzioni operative diffuse.

L’integrazione dell’intelligenza artificiale con la tracciabilità dei tempi chirurgici apre scenari molto promettenti

Inoltre, siamo particolarmente orgogliosi del ruolo della ASL BT come azienda capofila a livello regionale nello sviluppo di questo progetto innovativo, nonché come azienda pilota nella fase di implementazione. Essere capofila di un progetto Regionale è senza dubbio alcuno un grande onore, ma anche una grande responsabilità. Questo riconoscimento sottolinea l’impegno costante della nostra ASL nel promuovere l’innovazione e la digitalizzazione della sanità, portando concretezza ed efficienza ai processi clinici. Nel maggio scorso, ASL BT ha ricevuto l’Attestato di Menzione per questo progetto nell’ambito della cerimonia per l’Innovazione Digitale in Sanità, del Politecnico di Milano – School of Management. Un risultato reso possibile anche grazie all’eccellente lavoro del team che ha gestito al meglio la governance e la complessità di questo progetto.

Guardando al futuro, ci aspettiamo uno sviluppo progressivo del progetto che possa estendersi anche ad altre strutture regionali, consolidando un modello di sanità più efficientemente organizzato, trasparente e tecnologicamente avanzato. La ASL BT è orgogliosa di essere stata pioniera in questo percorso e conferma il proprio impegno nel guidare la trasformazione digitale della sanità, per offrire ai cittadini servizi sempre più sicuri, rapidi e innovativi».

1 dicembre, giornata contro l’AIDS: il punto con Cristina Mussini, Vicepresidente SIMIT

In occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS del 1° dicembre, sotto i riflettori l’ultimo bollettino del Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità, che nel 2024 registra 2.379 nuove diagnosi di HIV (4 per 100mila residenti), un dato lievemente inferiore ai 2.507 casi del 2023.

Presentati i dati sull’HIV dell’Istituto Superiore di Sanità

Un dato sostanzialmente stabile, ma che dovrebbe spingere a un impegno ancora più forte visti gli strumenti sia terapeutici che preventivi di cui oggi si dispone.

Pesano le diagnosi tardive e i contagi tra i giovani

La trasmissione dell’HIV nel 2024 è avvenuta principalmente per via sessuale: il 46% dei nuovi casi riguarda eterosessuali, mentre il 41,6% riguarda maschi che fanno sesso con maschi. Preoccupa la quota di giovani: circa il 20% delle nuove diagnosi riguarda persone sotto i 29 anni, segno che il virus continua a circolare. Ancora troppo elevate sono le diagnosi tardive, che costituiscono il 60%, con l’83,6% delle nuove diagnosi di AIDS che riguarda persone che hanno scoperto la sieropositività solo nei sei mesi precedenti.

Cristina Mussini

«Rispetto allo scorso anno, ci sono 128 casi in meno, ma questa sostanziale stabilità non deve illudere – commenta la professoressa Cristina Mussini, Vicepresidente SIMIT – L’avere a disposizione la Profilassi Pre-Esposizione (PrEP) e il cosiddetto “treatment as prevention”, ossia l’uso dei farmaci antiretrovirali come strumento per ridurre il rischio di trasmissione dell’HIV, dovrebbero condurre verso una diminuzione più marcata. Invece il virus continua a circolare soprattutto tra i giovani, mentre fatichiamo a far emergere il sommerso. Serve una comunicazione mirata e la formazione nelle fasce d’età più a rischio, con un coinvolgimento di tutti gli attori che possano offrire un contributo sull’educazione sessuale e affettiva».

Terapie sempre più efficaci e tollerabili. I benefici dei “long acting”

Sul piano terapeutico i risultati sono incoraggianti: oggi oltre il 95% delle persone in terapia antiretrovirale raggiunge la soppressione virale, trasformando l’HIV in una condizione cronica controllabile e non trasmissibile (U=U): il trattamento diventa così anche un’efficace forma di prevenzione (treatment as prevention).

Ma resta un 5% che non riesce a sopprimere la viremia, spesso per problemi di aderenza, un limite che i farmaci a lunga durata, i cosiddetti “long acting”, possono contribuire a superare con un’iniezione ogni due mesi. In particolare, le terapie long acting, poiché permettono un monitoraggio oggettivo dell’aderenza grazie alla somministrazione programmata, producono benefici sulla salute e sulla qualità di vita dell’individuo, contribuiscono a ridurre le nuove infezioni, rendono più sostenibili i sistemi sanitari.

In Italia i nuovi casi restano stabili: servono più test, informazione e accesso alla PREP

«Le terapie iniettabili a lunga durata d’azione rappresentano non soltanto una scelta innovativa e molto meno stigmatizzante della terapia orale, ma anche  una soluzione fondamentale per chi fatica ad assumere la terapia giornaliera – spiega Mussini – Da una parte garantiscono una gestione più semplice e un’opzione meno stigmatizzante per le persone in terapia; dall’altra aiutano i clinici a ottenere la soppressione virale anche nei casi più complessi, migliorando al tempo stesso la qualità di vita”.

L’importanza della PrEP, in attesa delle formulazioni iniettabili

Anche dal punto di vista della prevenzione sono stati realizzati progressi importanti. La Profilassi Pre-Esposizione (PrEP) continua a dimostrarsi uno strumento altamente efficace. Oltre alla formulazione orale, utilizzabile quotidianamente o “on demand”, le novità più promettenti riguardano la PrEP long-acting, somministrabile per via iniettiva ogni due mesi: diversi studi ne mostrano l’efficacia, la tollerabilità e la maggiore aderenza che può garantire.

«È auspicabile un ampliamento dell’accesso alla PrEP, sia orale che iniettabile – prosegue Mussini – È necessario poterla prescrivere anche fuori dagli ambulatori di malattie infettive per raggiungere più persone, e offrire l’opzione iniettabile a chi non può assumere o non riesce a essere aderente alla PrEP orale».

Verso il XXIV congresso SIMIT 2025

Sfide e innovazioni sull’HIV saranno al centro del XXIV Congresso Nazionale SIMIT, appuntamento centrale per fare il punto su ricerca, clinica e strategie di prevenzione, che si terrà dal 16 al 19 dicembre a Riccione. Fanno parte del Comitato organizzatore: Cristina Mussini, Roberto Parrella (attuale Presidente SIMIT), Pierluigi Viale e Massimo Crapis.

Proprio l’HIV avrà un ruolo centrale: si discuterà dei gap ancora esistenti, delle nuove soluzioni terapeutiche, dell’impatto dell’invecchiamento dei pazienti e, soprattutto, del ruolo crescente della PrEP.

«Il congresso SIMIT sarà un’occasione per condividere novità scientifiche e ripensare approcci di terapia e prevenzione – conclude Mussini – Un coinvolgimento particolare sarà rivolto ai giovani infettivologi, che stanno contribuendo in modo decisivo all’innovazione culturale e clinica nel campo dell’HIV».

SIMG: influenza, partenza anticipata della stagione 2025–2026

Le prime settimane dei dati di sorveglianza RespiVirNet mostrano una circolazione già intensa delle infezioni respiratorie acute (ARI), soprattutto tra bambini piccoli e anziani.

Nella settimana 20–26 ottobre sono stati registrati circa 427mila nuovi casi di ARI (7,36 ogni mille assistiti), che diventano circa 435mila nella settimana 3–9 novembre (7,64 ogni mille assistiti). I più colpiti sono i bambini molto piccoli e gli over 65, le fasce nelle quali un’infezione respiratoria può avere un impatto clinico più rilevante. Questi numeri indicano una stagione iniziata presto e che potrebbe portare a un incremento dei casi crescere nelle prossime settimane.

Tra il 20 ottobre e il 9 novembre sono stati registrati oltre 860mila nuovi casi di influenza

I medici di famiglia, nei giorni scorsi riuniti per il 42° Congresso Nazionale della Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), lanciano un messaggio: la prevenzione quest’anno non va rimandata.

Una stagione diversa dalle altre: cambia la definizione, non il rischio

La stagione influenzale 2025–2026 introduce una novità importante: la sorveglianza nazionale non misura più soltanto le sindromi simil-influenzali, ma l’insieme delle infezioni respiratorie acute (ARI), che includono influenza, SARS-CoV-2, RSV, rhinovirus, adenovirus e altri patogeni.

Quest’anno la sorveglianza nazionale misura non solo le sindromi simil-influenzali, ma l’insieme delle infezioni respiratorie acute (ARI)

“I virus costituiscono sempre una minaccia, ma è cambiato ora da parte nostra l’approccio e modo di osservarli – spiega Alessandro Rossi, Presidente SIMG – Questo ci permette di avere un quadro più reale di ciò che accade nei nostri ambulatori, anche se è meno immediato il confronto con gli anni passati. Possiamo però basarci su quanto avvenuto nei mesi scorsi nell’altro emisfero: Australia, Nuova Zelanda e diversi Paesi asiatici hanno registrato una stagione intensa, con una forte pressione sui servizi territoriali, che ci inducono a ribadire l’importanza della prevenzione”.

L’importanza di vaccinarsi entro Natale

I medici di famiglia invitano a non rinviare la vaccinazione, in particolare chi appartiene ai gruppi più esposti: over 65, persone con patologie croniche, donne in gravidanza, fragili e chi vive in comunità. “Ogni punto percentuale in più di copertura vaccinale significa meno complicanze, meno ricoveri e meno pressione sugli ospedali – ricorda Tecla Mastronuzzi, responsabile Macroarea Prevenzione SIMG – La vaccinazione è ancora la misura più efficace per ridurre gli esiti gravi.

La vaccinazione è ancora la misura più efficace per ridurre gli esiti gravi

Inoltre come negli scorsi anni raccomandiamo la co-somministrazione con altre vaccinazioni contro Covid-19, Pneumococco, Virus Respiratorio Sinciziale e Herpes Zoster. Accanto alla vaccinazione, poi, restano utili buone pratiche consolidate: igiene delle mani, attenzione ai luoghi affollati durante le settimane di massima circolazione virale, rispetto delle norme igieniche di base se si hanno tosse o raffreddore”.