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Medicina penitenziaria, a Milano un modello formativo per colmare le disuguaglianze di cura in carcere

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Negli istituti penitenziari italiani la tutela della salute continua a rappresentare una delle aree più critiche e meno visibili del sistema sanitario. Carenza di personale con competenze specifiche, frammentazione dei servizi, difficoltà di integrazione con le strutture territoriali e un fabbisogno crescente di professionalità specialistiche – dall’infettivologia alla salute mentale – rendono evidente la necessità di un rafforzamento formativo strutturato.

Obiettivo è formare professionisti in grado di garantire continuità di cura tra carcere e territorio, superando gli ostacoli burocratici e tecnici

Per rispondere a queste esigenze, nell’anno accademico 2024-2025 l’Università degli Studi di Milano ha attivato il Corso di Perfezionamento in Medicina Penitenziaria, diretto da Maria Paola Canevini, Professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile e Direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze dell’ASST Santi Paolo e Carlo. Il progetto è promosso dal Dipartimento di Scienze della Salute dell’Ateneo, guidato da Mario Cozzolino, Professore Ordinario di Nefrologia e responsabile della struttura complessa di Nefrologia e Dialisi della stessa ASST.

«Il nostro obiettivo – spiega Cozzolino – è formare professionisti in grado di garantire continuità di cura tra carcere e territorio, superando gli ostacoli burocratici e tecnici che oggi compromettono l’assistenza ai detenuti».

Intervista a Mario Cozzolino

Professor Cozzolino, come nasce l’esigenza di un corso di perfezionamento dedicato alla medicina penitenziaria e quale obiettivo si propone?

Mario Cozzolino

«Il corso di perfezionamento nasce dalla nostra lunga esperienza all’ASST Santi Paolo e Carlo, che da sempre è il punto di riferimento per le strutture carcerarie milanesi: Opera, San Vittore, Bollate e Beccaria. Da anni ci occupiamo della cura e della riabilitazione delle persone detenute, attraverso il reparto di Medicina Penitenziaria che fa parte del mio Dipartimento di Area Medica.
L’esigenza è maturata proprio osservando le criticità presenti nei servizi sanitari penitenziari: la difficoltà nel reperire personale sanitario qualificato, ovvero medici di medicina generale, infettivologi, psichiatri, ma anche specialisti come nefrologi, cardiologi e radiologi, e la mancanza di una formazione specifica post-laurea in medicina penitenziaria.
A questo si aggiunge il disagio psichico, la necessità di competenze infermieristiche specifiche e le carenze nel collegamento con i servizi territoriali. Spesso mancano perfino elementi di base come la documentazione sanitaria completa o l’informatizzazione dei dati clinici. Il corso nasce quindi per colmare questi vuoti formativi: fornire competenze su primo soccorso, gestione delle urgenze, presa in carico del paziente cronico, prevenzione e cura delle malattie infettive, tutela delle persone vulnerabili, come immigrati, minori o soggetti con identità di genere diverse».

In che modo un corso di questo tipo può migliorare la continuità di cura dentro e fuori dal carcere, riducendo il divario di accesso alle cure nella popolazione detenuta?

«È fondamentale che medici e operatori sanitari comprendano la complessità del contesto penitenziario. Il corso punta proprio a formare figure capaci di garantire la continuità assistenziale, dal carcere al territorio, attraverso protocolli comuni, procedure condivise e un linguaggio professionale unificato.

Oggi anche la semplice transizione di un detenuto dal carcere all’assistenza territoriale è ostacolata da problemi burocratici e tecnici

Oggi, per esempio, anche la semplice transizione di un detenuto dal carcere all’assistenza territoriale è ostacolata da problemi burocratici e tecnici: la mancanza di sistemi informatici compatibili, cartelle cliniche incomplete, difficoltà di comunicazione con i medici di base. Il corso fornirà quindi strumenti pratici per superare questi ostacoli, promuovendo anche l’uso di telemedicina e soluzioni digitali, pur con le limitazioni che le strutture penitenziarie impongono».

Veniamo all’aspetto etico, medico-legale e di valutazione dell’impatto. La medicina penitenziaria si confronta con dilemmi complessi: il diritto alla salute del detenuto, il rapporto tra tutela sanitaria e sicurezza. Come deve essere strutturato un percorso formativo per preparare i professionisti a questi temi?

«La medicina penitenziaria è un ambito che richiede un approccio multidisciplinare. Non si tratta solo di formare il medico o l’infermiere, ma anche di coinvolgere giuristi, psicologi, sociologi e operatori dell’amministrazione penitenziaria.

La medicina penitenziaria richiede un approccio multidisciplinare, coinvolgendo salute, giustizia e servizi sociali

Nel nostro caso, vorremmo che il percorso formativo non si limitasse alla facoltà di Medicina, ma coinvolgesse anche Scienze Infermieristiche, Sociologia, Giurisprudenza e Psicologia. La formazione deve essere esperienziale: chi opera in carcere deve conoscere il contesto sul campo, capire cosa significa lavorare in un’équipe multidisciplinare e confrontarsi direttamente con i detenuti. Dal punto di vista etico e legale, i temi centrali sono la garanzia del diritto alla salute per tutti, la riduzione delle disuguaglianze di accesso alle cure, la tutela della libertà e della dignità del paziente detenuto».

Come si può valutare, concretamente, l’efficacia di un corso di questo tipo? Quali indicatori possono essere misurati e in che tempi?

«Serve una prospettiva di medio periodo, almeno due o tre anni, per formare realmente operatori competenti. Gli indicatori possono essere sia quantitativi, come la riduzione delle ospedalizzazioni o il miglioramento della gestione delle patologie croniche, sia qualitativi, attraverso interviste e questionari rivolti a detenuti, sanitari, mediatori culturali e agenti penitenziari.
È importante anche analizzare i protocolli clinico-assistenziali, verificare l’adozione di buone pratiche e promuovere la creazione di linee guida condivise, che oggi purtroppo non esistono a livello nazionale.

L’efficacia della medicina penitenziaria si misura con indicatori clinici, qualitativi e protocolli condivisi

Infine, la collaborazione tra ATS, direzioni sanitarie carcerarie e università può trasformare questo corso in un laboratorio permanente di ricerca sul campo, utile non solo alla formazione, ma anche alla costruzione di una vera cultura della medicina penitenziaria».

La parola agli studenti

Antonella Grisolia

A confermare il valore del corso di perfezionamento in medicina penitenziaria sono le voci di chi ha già vissuto questa esperienza nell’anno accademico 2024-25. Antonella Grisolia, medico infettivologo, racconta di essersi iscritta al corso per prepararsi al passaggio «da un ambiente ospedaliero altamente specializzato alla sanità penitenziaria, dove le sfide sono molto diverse e richiedono competenze non solo cliniche, ma anche giuridiche e organizzative». Quello che non si aspettava, spiega, «è la complessità e la multidimensionalità della presa in carico del paziente detenuto: non si tratta solo di curare patologie, ma di integrare aspetti sociali, culturali e legali, garantendo la continuità assistenziale, soprattutto nel momento del ritorno sul territorio».

Per Grisolia, l’esperienza formativa è stata anche un percorso umano: «La sanità penitenziaria richiede un approccio al tempo stesso specialistico e umano. Curare in carcere significa accompagnare persone nella loro fragilità, restituendo loro dignità attraverso la salute».

Curare in carcere significa accompagnare persone nella loro fragilità, restituendo loro dignità attraverso la salute

Su un versante complementare si muove Anna Lastico, psichiatra forense dell’ASST di Pavia, già attiva per anni nella sanità penitenziaria. «Il corso mi ha offerto una visione più ampia dell’universo carcere e mi ha permesso di superare l’isolamento tipico di questo lavoro. Confrontarmi con colleghi di altre realtà è stato prezioso, perché la medicina penitenziaria vive di rete, non di solitudine», racconta.
Lastico oggi coordina la nuova équipe forense pavese, impegnata nel trattamento dei pazienti psichiatrici autori di reato tra carcere, REMS e territorio. Tra le esperienze più significative cita il confronto con i colleghi sui detenuti in percorso di transizione di genere: «È un tema complesso, che richiede sensibilità clinica e conoscenza giuridica. La formazione mi ha aiutata a muovermi con maggiore consapevolezza».

AIFA a Milano: una nuova era di collaborazione con le Regioni

Per la prima volta nella sua storia, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha riunito il Consiglio di Amministrazione fuori da Roma, scegliendo Milano come sede della seduta del 10 dicembre, ospitata nella Sala Opportunità di Palazzo Lombardia. La scelta rappresenta un passo concreto verso una maggiore prossimità ai territori e un dialogo più strutturato con le Regioni, nell’ottica di rafforzare la cooperazione istituzionale e promuovere politiche condivise per il settore farmaceutico.

Per la prima volta nella sua storia, AIFA ha riunito il Consiglio di Amministrazione fuori da Roma

Nel pomeriggio, al Belvedere di Palazzo Lombardia, si è svolto il convegno Farmaceutica, le sfide tra innovazione legislativa, ricerca e sostenibilità”, organizzato da AIFA in collaborazione con Regione Lombardia. L’iniziativa ha inteso creare un nuovo modello di confronto tra Agenzia, istituzioni regionali e comunità scientifica, per affrontare insieme le principali sfide del sistema sanitario: evoluzione normativa, governance, sostenibilità della spesa e accesso equo alle terapie innovative.

A inaugurare i lavori sono stati il Presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, il Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato e il Presidente dell’AIFA Robert Nisticò.

“Questo incontro rappresenta un passo concreto verso il rafforzamento della collaborazione con le Regioni, nell’ottica dell’obiettivo comune di garantire il diritto alla salute dei cittadini e la sostenibilità del Sistema sanitario nazionale – ha dichiarato il Presidente dell’AIFA, Robert Nisticò. – Fare fronte comune è essenziale per governare l’innovazione e assicurare ai cittadini terapie sempre più efficaci in modo equo e tempestivo”.

Fare fronte comune è essenziale per governare l’innovazione e assicurare ai cittadini terapie sempre più efficaci in modo equo e tempestivo

Il Consigliere di AIFA e Presidente della Commissione welfare di Regione Lombardia, Emanuele Monti, tra i principali promotori di questa iniziativa: “Con questo doppio incontro istituzionale AIFA apre una nuova stagione di collaborazione con le Regioni. Portare l’Agenzia a Milano significa avvicinare le istituzioni al territorio e costruire percorsi condivisi per garantire ai pazienti accesso più rapido e uniforme ai farmaci. È un passo importante verso un sistema più moderno e cooperativo.”

“Garantire a tutti un accesso equo e tempestivo ai farmaci richiede risorse adeguate, programmazione efficace e una collaborazione stretta tra Governo, Regioni e sistema sanitario. Per questo sono utili momenti di confronto come quello promosso da AIFA e Regione Lombardia, che aiutano a costruire politiche condivise e realmente efficaci” – ha affermato il Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato – “Negli ultimi tre anni abbiamo rafforzato il SSN con il più alto finanziamento di sempre e introdotto nuovi modelli organizzativi, a partire da una governance farmaceutica più solida, capace di valorizzare ricerca, innovazione e assistenza sul territorio. Abbiamo semplificato procedure e riorganizzato l’AIFA per rendere i processi più rapidi e portare l’innovazione ai pazienti quando e dove serve. Il lavoro prosegue con il nuovo Testo Unico sulla Legislazione Farmaceutica e con strumenti che avvicinano sempre più il farmaco ai cittadini, a tutela della continuità terapeutica e della sostenibilità del sistema. Solo scelte coerenti e condivise possono garantire una sanità più efficiente e giusta, a beneficio di tutti gli italiani”, ha concluso Gemmato.

I tre panel dell’evento

L’evento si è articolato in tre sessioni tematiche. La prima si è occupata di “Innovazione legislativa e rapporto Stato-Regioni” affrontando lo snodo cruciale dell’integrazione tra nuove regole sulla farmaceutica e governance Stato-Regioni, condizione per scelte coerenti ed eque sull’accesso ai farmaci, entrando nel vivo di una fase caratterizzata da numerose sfide per il settore, come le riforme legislative in corso in Europa e in Italia, la costruzione di nuovi modelli di governance, la piena integrazione dei sistemi informativi. Sulle modalità per guidare questo processo di cambiamento si sono confrontati Marco Alparone, Vicepresidente e Assessore al Bilancio e Finanza di Regione Lombardia, Alessandro Fermi, Assessore all’Università, Ricerca, Innovazione di Regione Lombardia, Carlo Riccini, Direttore Generale di Farmindustria, e Sandra Gallina, Direttrice Generale SANTE della Commissione Europea.

L’iniziativa ha segnato l’inizio di una nuova fase per AIFA

Al ruolo essenziale della ricerca scientifica ed alle strategie da attuare per trasformare l’innovazione in valore concreto per i pazienti è stato dedicato il secondo panel, che ha visto protagonisti Alessandro Padovani (Past President SIN), Pasquale Perrone Filardi (Presidente SIC), Antonio Costanzo (Professore Ordinario di Dermatologia presso Humanitas University), Giorgio Racagni (Professore Emerito presso Università degli Studi di Milano), e Massimo Di Maio (Presidente AIOM). Gli esperti hanno sottolineato come il dialogo strutturato tra società scientifiche, istituzioni ed enti regolatori sia ormai indispensabile per identificare i bisogni clinici prioritari, promuovere la valutazione basata su evidenze condivise e garantire l’accesso uniforme alle terapie innovative.

Nel panel conclusivo “La politica del farmaco tra ospedale e territorio”, i temi della continuità terapeutica, dell’aderenza e della sanità di prossimità sono stati al centro del dibattito tra Guido Bertolaso, Assessore al Welfare di Regione Lombardia, Mario Melazzini, Direttore Generale Welfare di Regione Lombardia, Andrea Mandelli, Presidente Federazione Ordini dei Farmacisti Italiani (FOFI), e Annarosa Racca, Presidente Federfarma Lombardia. Si è discusso delle strategie per integrare efficacemente ospedale e territorio, migliorando la presa in carico dei pazienti e l’ottimizzazione delle risorse, con le farmacie territoriali sempre più nodi centrali nella rete assistenziale.

L’iniziativa ha segnato dunque l’inizio di una nuova fase per AIFA, basata su dialogo e collaborazione con le Regioni, e rappresenta un modello per affrontare insieme le sfide dell’innovazione farmaceutica e della sostenibilità del sistema sanitario.

Tecnologie sanitarie, rinnovare per innovare: a Taranto il 5° meeting nazionale AIIC 

Come stanno le tecnologie negli ospedali italiani? Qual è il loro stato di salute? Gli ingegneri clinici di AIIC cercano di analizzare la salute delle tecnologie healthcare in Italia con il loro 5° Meeting nazionale che si tiene a Taranto ed ha per tema “Rinnovare per innovare. La sostituzione del parco tecnologico: come, quando e perché” (12 dicembre, ore 9.00-17.00, Via Duomo, Università degli Studi di Bari-Sede di Taranto).

Spiega Umberto Nocco (presidente AIIC): “L’argomento che abbiamo scelto per il Meeting ci porta a cercare di comprendere lo stato di salute di grandi e piccole apparecchiature tecnologiche nel nostro sistema salute, sia dal punto di vista squisitamente tecnico, che dal punto di vista organizzativo, gestionale e manutentivo. Gran parte delle risposte ai bisogni di salute dei cittadini italiani è governata e realizzata grazie alle tecnologie e ci sembra doveroso cercare di analizzare cosa funziona nelle sale operatorie, nelle corsie e nei reparti e cosa invece offre performance critiche o sotto la soglia della qualità necessaria”.

Gran parte della salute dei cittadini dipende dalle tecnologie: è doveroso analizzare cosa funziona e cosa no

Aggiunge Lorenzo Leogrande (past president AIIC e presidente dell’evento): “Come sappiamo il PNRR ha accelerato il rinnovamento delle grandi apparecchiature sanitarie, ma probabilmente il suo contributo non è sufficiente per restituirci un SSN aggiornato come era nelle aspettative dei legislatori: è necessaria quindi una riflessione più ampia, che parta dall’esperienza nella manutenzione, si estenda a tecnologie medio-piccole, ma di uso diffuso e costante, e arrivi a definire con chiarezza quando sia necessario sostituire le apparecchiature per garantire qualità assistenziale”.

“Il PNRR ha sicuramente fornito un contributo fondamentale all’aggiornamento del parco tecnologico della sanità italiana, questo non possiamo negarlo”, aggiunge Stefano Bergamasco (coordinatore scientifico del Meeting di Taranto), “ed ha rappresentato un’iniezione di fiducia per l’intero sistema. Ma sappiamo che persistono lacune rilevanti perché molte tecnologie essenziali rimangono fuori dalla portata degli investimenti sino ad oggi previsti. Il nostro Meeting si pone l’obiettivo di analizzare l’esistente e superare la visione frammentata del problema, offrendo un’analisi completa e prospettica. L’obiettivo è trasformare il rinnovo del parco tecnologico in una strategia di crescita e innovazione dell’intero SSN”.

Il PNRR ha accelerato il rinnovamento delle grandi apparecchiature sanitarie ma persistono lacune rilevanti

Il 5° Meeting AIIC prevede una serie di sessioni plenarie: 

  • Rinnovamento del parco tecnologico: lo stato dell’arte vs. le reali necessità, con gli interventi di Achille Iachino (Direttore dell’Unità di missione per l’attuazione degli interventi del PNRR, Ministero della Salute), Walter Bergamaschi (Direttore generale della programmazione e dell’edilizia sanitaria, Ministero della Salute), Alessandro Preziosa (Presidente Associazione Elettromedicali e Servizi Integrati) e Loreto Gesualdo (Presidente FISM); 
  • Approcci regionali al rinnovo delle tecnologie biomediche, con esperienze provenienti da Lombardia, Puglia, Campania, Basilicata, Sicilia, Toscana, oltre che di AGENAS;
  • Strumenti e modelli di gestione basati sui dati per il rinnovamento, sessione che si aprirà con la lecture di Larry Fennigkoh (Professor Emeritus Biomedical Engineering, Milwaukee, Usa), seguita dalle esperienze di rinnovamento realizzate negli ospedali San Cataldo di Taranto, Santa Maria degli Angeli di Pordenone, Carlo Besta di Milano, presso la Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico di Milano e la AO dei Colli di Napoli
  • L’Innovazione come catalizzatore del cambiamento, con le comunicazioni di esperti nell’ambito dei dati clinico-tecnologici, nei modelli di partenariato Pubblico-Privato e di outsourcing dei servizi.

DDL 2575 sui farmaci per la disforia di genere: le società scientifiche chiedono revisioni

Le principali società scientifiche e associazioni italiane attive nel campo della disforia di genere hanno espresso preoccupazione sul DDL 2575, relativo all’appropriatezza prescrittiva e all’uso dei farmaci per la disforia di genere. Le organizzazioni auspicano che il testo possa essere rivisto e aggiornato in linea con le indicazioni del Consiglio d’Europa, garantendo che l’assistenza sanitaria alle persone transgender e gender diverse (TGD) sia considerata una cura volta al benessere, priva di condizionamenti ideologici.

Secondo le società firmatarie, per assicurare protocolli appropriati e sicuri il DDL dovrebbe fare riferimento alle linee guida scientifiche già disponibili, a partire da quelle redatte dall’Endocrine Society (2017), e più recentemente, nel 2025, quelle della German Society for Child and Adolescent Psychiatry, Psychosomatics and Psychotherapy (DGKJP); inoltre segnalano anche le indicazioni contenute nell’Expert Opinion pubblicata nel 2024 dal gruppo di lavoro della società europea di endocrinologia pediatrica ESPE e dal gruppo di lavoro europeo della rete ENDO-ERN.

Le società scientifiche chiedono revisione del DDL 2575 per garantire cure sicure a persone transgender e gender diverse

Le organizzazioni criticano inoltre il fatto che il testo attuale menzioni solo alcuni paesi europei che hanno adottato restrizioni ai servizi sanitari per minorenni, trascurando nazioni come Spagna, Olanda, Francia, Belgio e Germania, che hanno confermato o aggiornato l’accesso agli interventi medici affermativi di genere per adolescenti. In particolare, nella nota intersocietaria, si ricorda che nelle linee guida DGKJP, pur riconoscendo la necessità di incrementare l dati di ricerca sull’utilizzo degli interventi medici nelle persone minorenni, si evidenziano i dati favorevoli ad oggi raccolti e vengono fornite indicazioni specifiche sulle modalità di una presa in carico che tenga conto della necessità di bilanciare la complessità dell’adolescenza con il diritto alla salute e all’autodeterminazione della persona minorenne.

Le società firmatarie richiamano anche l’importanza di allinearsi alle raccomandazioni del Consiglio d’Europa, secondo cui gli Stati membri devono garantire l’accesso alle cure per le persone TGD indipendentemente dall’età, coinvolgendo le famiglie e le organizzazioni nella definizione delle politiche sanitarie. Infine, viene sottolineata la necessità di continuare a fare riferimento alla determina AIFA n. 21756/2019, che definisce criteri prescrittivi precisi per minorenni, evitando rallentamenti nell’accesso a trattamenti fondamentali come la triptorelina durante fasi critiche dello sviluppo puberale.

Si sottolinea che il DDL dovrebbe basarsi su linee guida già esistenti, per bilanciare la complessità dell’adolescenza con il diritto alla salute e all’autodeterminazione

Tra le società firmatarie figurano ACP (Associazione Culturale pediatri), FISS (Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica), ONIG (Osservatorio Nazionale Identità di Genere), SIAMS (Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità), SIE (Società Italiana di Endocrinologia), SIEDP (Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica), SIGIA (Società Italiana Ginecologia dell’Infanzia e dell’Adolescenza) e SIGIS (Società italiana Genere, Identità e Salute), che ribadiscono l’importanza di un approccio scientifico, multidisciplinare e centrato sulle persone TGD.

Biotech, motore silenzioso che spinge l’Italia: dal capitale umano alle startup, un anno tra record e nodi irrisolti

Nel cuore di un’economia che cerca nuovi motori di crescita, il biotech italiano si presenta all’appuntamento del 2025 con un profilo sempre più definito: competitivo, specializzato, ma ancora alla ricerca del salto dimensionale decisivo.

Tra silenzio dei laboratori, linee produttive delle PMI e persino impianti agricoli di nuova generazione, infatti l’Italia del Biotech ha continuato a crescere anche quando altri settori arrancavano. Ora, il Report Assobiotec 2025, presentato il 9 dicembre, restituisce la fotografia di un comparto che è diventato adulto: 5.869 imprese, 53,4 miliardi di euro di fatturato e più di 102 mila addetti. Numeri che raccontano un’economia che innova, investe e crea valore, ma che ancora non corre alla velocità dei campioni globali.

Il biotech italiano è diffuso, capillare, spesso legato alle vocazioni territoriali

Ma cosa ci dicono questi numeri sul reale peso strategico del biotech per l’economia italiana e quali sono i segnali più significativi che emergono da questa nuova fotografia?

Commenta a TrendSanità il presidente di Assobiotec, Fabrizio Greco: «Il primo elemento è la pervasività di queste soluzioni: agricoltura, industria, farmaceutica e diagnostica stanno beneficiando di una spinta all’innovazione che il biotech alimenta da anni, trasformando in modo radicale processi e prodotti. C’è poi la conferma di un importante e crescente peso di queste tecnologie nell’economia nazionale. Infatti, se analizziamo ad esempio la componente biomedica e sanitaria, il Report ci restituisce l’immagine di un comparto che genera quasi 21 miliardi di euro di fatturato e impiega circa 35.000 addetti. Sulle biotecnologie sanitarie si stanno definendo le nuove frontiere della medicina: lato prevenzione, diagnostica e terapie. Oggi circa il 60% delle terapie in sviluppo è di natura biotecnologica e le risposte terapeutiche più avanzate – dall’oncologia alle patologie neurodegenerative, fino alle malattie rare – si fondano in misura crescente su queste tecnologie».

Un mercato in crescita: gli indicatori chiave nel 2024

Un ecosistema frastagliato ma vitale: il 72% sono microimprese

Il tessuto imprenditoriale si conferma un mosaico industriale ampio e sfaccettato, composto in larga misura da realtà di dimensioni contenute.

La maggioranza assoluta, 4.210 aziende, rientra nella categoria delle microimprese (72%), mentre le grandi imprese sono appena il 3% del totale. Una struttura leggera, certo, ma che si rivela dinamica nella capacità di presidiare nicchie tecnologiche e nell’agilità con cui recepisce nuovi modelli di business.

Sulle biotecnologie sanitarie si stanno definendo le nuove frontiere della medicina: lato prevenzione, diagnostica e terapie

L’agroalimentare domina per numerosità (3.834 imprese, il 65% del comparto) seguito da industria/ambiente (1.599 imprese, 27%) e dalla biomedicina (436 imprese, 7%). Una distribuzione che dice molto: il biotech italiano è diffuso, capillare, spesso legato alle vocazioni territoriali. In effetti, il rapporto evidenzia come una parte crescente delle attività sia orientata alla ricerca e sviluppo, con una forte presenza di startup e PMI innovative. È qui che si concentra la spinta principale: un humus fertile fatto di competenze specialistiche, collaborazione con gli enti pubblici di ricerca e un appetito crescente verso i mercati internazionali.

Fatturati in crescita e un mercato che cambia pelle

Se la dimensione media rimane contenuta, il contributo economico delle imprese è tutt’altro che marginale. Le diverse macroaree – dal biotech industriale al biomedicale, fino al farmaceutico avanzato – mostrano una robustezza crescente, segno che il settore sta consolidando la capacità di generare valore.

Sono i numeri del giro d’affari a dire più di tante parole. A cominciare dal comparto delle biotecnologie agroalimentari che cubano 27,1 miliardi di euro rappresentando il valore maggiore in assoluto (51%).

Le red biotech, cioè quelle applicate al settore biomedico e sanitario, sono quelle in cui emerge con forza la componente più innovativa, mentre in terza posizione troviamo le biotecnologie per industria e ambiente che fatturano complessivamente 5,4 miliardi e rappresentano il 10% del totale.

Se la dimensione media rimane contenuta, il contributo economico delle imprese è tutt’altro che marginale

Il dato che colpisce è il fatturato medio dei player: 47 milioni di euro per le imprese biomediche, 7 milioni per quelle agroalimentari e 3 milioni per quelle del biotech industriale e ambientale.

È qui che si misura la distanza tra il “peso industriale” delle diverse aree. E il report sottolinea anche come il fatturato derivi da una pluralità di fonti, articolato in macrocategorie complementari e radicato in specifiche aree territoriali. Alcune regioni, forti della presenza di poli universitari e cluster tecnologici, trainano la crescita con una densità maggiore di imprese e ricavi. Una geografia a macchia di leopardo che, però, racconta un fenomeno chiaro: dove si investe in ricerca, il biotech risponde.

Distribuzione del fatturato biotech italiano sul territorio per macroarea biotecnologica

Startup e PMI innovative: la spina dorsale della nuova biologia applicata

Il mercato delle startup e delle PMI biotecnologiche sta vivendo una fase che il report definisce di “vivacità strutturale”. L’analisi dell’età media delle imprese mostra un ecosistema giovane, con una porzione significativa di aziende nate negli ultimi dieci anni. Un dato che racconta sia la vitalità del settore, sia la lettura dei fabbisogni emergenti: digitalizzazione dei processi biologici, nuovi modelli terapeutici, tecnologie di frontiera.

Le evidenze parlano di vero dinamismo di un sistema in divenire. Nel 2024 si contano 559 PMI, con una crescita del 14%. Il fatturato sale a 249 milioni di euro (+8%), gli addetti a 1.803 (+3%), il costo del personale a 91,6 milioni (+16%).

Lo zoccolo duro è lombardo (27% delle imprese, 32% del fatturato). E oltre il 90% delle realtà più giovani si concentra nel macrosettore industria e ambiente, segno che le tecnologie deep-tech e la bioeconomia circolare sono diventate terreno fertile per l’innovazione “bottom-up”.

L’innovazione biotech è una sfida collettiva. E la sua riuscita è un’opportunità per tutti

Non mancano poi gli investimenti: i flussi di capitale – pubblici e privati – disegnano un panorama in progressiva maturazione. Numero di operazioni e i capitali impiegati non sono più episodi isolati, ma parte di un trend consolidato che sta abituando il biotech italiano a dialogare con il mondo del venture capital e dei fondi specializzati.

Ciononostante, il report mostra un ecosistema di startup e PMI deep-tech dinamico sì ma ancora frenato da ostacoli strutturali come accesso limitato ai capitali, incertezze normative e pressione competitiva globale. Vien da chiedersi, alla luce della legge di Bilancio in discussione, quali misure servirebbero davvero per sostenere la crescita delle imprese biotech e non perdere terreno rispetto a Stati Uniti, Cina e ai futuri programmi europei come il Biotech Act. Risponde Greco: «Serve una strategia nazionale unitaria e di lungo periodo, fondata su una visione chiara e coerente con quella dell’Unione Europea. Occorre investire in infrastrutture strategiche, come centri di biomanifattura e impianti GMP (Good manufacturing practices), e attivare strumenti fiscali e finanziari per sostenere la competitività delle nostre imprese. Come Assobiotec stiamo dialogando con Istituzioni e decisori per costruire quell’ecosistema dell’innovazione dove tutte le componenti del “biotech journey” – ricerca, sviluppo, produzione e accesso – possano interagire in modo fluido e virtuoso. L’innovazione biotech è una sfida collettiva. E la sua riuscita è un’opportunità per tutti”.

Lavoro e competenze: 102.565 addetti, con tre filiere che ne assorbono il 78%

Naturalmente un settore così dinamico e che necessita di know-how spesso altamente specializzato diventa anche volano di occupazione. E così nel 2024 gli addetti hanno raggiunto quota 102.565 (+4%). Con tre filiere che trainano l’occupazione: quella delle bevande fermentate (33% – 34.290 addetti), quella del farmaco (28% e 28.974 addetti) e quelle della produzione di sementi e alimenti (17% e 17.581 addetti).

Di riflesso cresce anche il costo del personale. Non solo per l’aumento assoluto degli addetti, ma anche in virtù delle retribuzioni che devono confrontarsi con la qualità delle professionalità coinvolte. È così che l’ordine dei settori cambia. Con quello biomedico che assorbe il 47% delle retribuzioni, con costi medi oltre 85.000 euro per addetto, il comparto industria/ambiente con retribuzioni medie di 61.000 euro e quello agroalimentare con 46.000 euro.

A trainare l’occupazione sono tre filiere strategiche: bevande fermentate, farmaceutica e produzione di sementi e alimenti

Interessante, anche se scontata per chi conosce bene il biotech italiano, l’analisi della distribuzione territoriale della ricchezza generata dalle biotecnologie tricolori. Il quadro è netto: il Nord genera il 71% del fatturato nazionale e assorbe il 65% dei costi del personale. La Lombardia, da sola, vale un terzo del business, quasi 18 miliardi di euro.

Come a dire, se ce ne fosse bisogno, che si tratta di un settore che crea posti di lavoro qualificati – e li crea soprattutto dove già esistono sistemi produttivi forti. Un dato che dovrebbe stimolare la riflessione di chi disegna le politiche industriali del nostro Paese, soprattutto quelle dedicate alle aree in cui la radicazione di un tessuto imprenditoriale forte e tecnologicamente avanzato costituirebbe un vero strumento di contrasto all’abbandono dei territori da parte delle nuove generazioni.

Distribuzione del costo del personale del biotech in Italia per area geografica e regione

Imprenditorialità e casi di successo: l’Italia che riesce

A dare sostanza alle curve dei grafici arrivano i racconti delle storie imprenditoriali. Il report mette in luce casi concreti: startup che diventano PMI robuste; spin-off nati da dipartimenti universitari e oggi attivi su mercati internazionali; imprese che hanno intercettato cambiamenti regolatori e scientifici trovando il proprio spazio competitivo.

L’innovazione biotech italiana non è solo laboratorio, ma sempre più impresa

Sono storie che confermano un dato chiave: l’innovazione biotech italiana non è solo laboratorio, ma sempre più impresa. E quando i due mondi dialogano, la filiera funziona.

Tra certezze e sfide, bisogna iniziare a osare

Il quadro che emerge quindi è quello di un settore che cresce nei numeri ma soprattutto nel suo “peso specifico” all’interno dell’economia della conoscenza. La sfida, oggi, è trasformare la frammentazione in forza sistemica: fare massa critica, attrarre più capitali, mantenere in Italia i talenti e continuare a costruire ponti solidi tra ricerca e mercato.

Le imprese ci sono, il mercato pure, anche se mancano ancora scale-up industriali, capitali più coraggiosi e un ecosistema normativo capace di accompagnare davvero la crescita.

Fare leva sulle eccellenze e superare questi ostacoli permetterà al comparto biotech di diventare uno dei motori più affidabili della nuova economia italiana.

Il primo passo è il riconoscimento condiviso del valore dell’innovazione

Proprio come ha rimarcato il presidente di Assobiotec nel suo intervento, richiamando la necessità di una strategia industriale nazionale ed europea capace di rafforzare autonomia tecnologica e competitività, soprattutto in un contesto geopolitico segnato dal cambio di strategia degli Usa e dal ruolo emergente di Cina e India. E indicando le priorità attuali per rendere il biotech un pilastro del Made in Italy del futuro, sia sul fronte della ricerca sia su quello delle produzioni: «Il biotech è un settore ad altissima intensità di capitale, caratterizzato da un tasso di successo ridotto nelle pipeline di sviluppo e dalla necessità di competenze altamente specialistiche. Per questo riteniamo fondamentali un quadro normativo più semplice e prevedibile, incentivi mirati per chi investe in ricerca, e una maggiore armonizzazione dei processi regolatori, oggi ancora troppo frammentati. Allo stesso tempo, è essenziale rafforzare la formazione dei giovani e degli operatori, affinché sia pienamente coerente con l’evoluzione tecnologica che le biotecnologie stanno imprimendo al sistema produttivo. Ma il primo passo – davvero imprescindibile – è il riconoscimento condiviso del valore dell’innovazione: solo così questa potrà tradursi rapidamente in soluzioni e prodotti capaci di generare beneficio reale per le persone e per la società nel suo insieme”.

Il report Assobiotec 2025, nel frattempo, lascia un messaggio chiaro: le condizioni perché tutto ciò accada stanno già prendendo forma. Il salto di qualità dipende da quanto l’Italia sarà capace — finalmente — di spingere sull’acceleratore.

Consip: in arrivo 28.600 dispositivi medici per le Case della Comunità

Consip ha aggiudicato una gara strategica per dotare le future 1.430 Case della Comunità Hub e le altre strutture territoriali (Spoke e Ospedali di Comunità) delle più moderne tecnologie sanitarie, in linea con il DM 77/2022 e sostenute dal PNRR – Missione 6 “Salute”.

Il contratto, suddiviso in 11 lotti merceologici, permette di acquistare in modo semplice e digitale

Le nuove dotazioni tecnologiche permetteranno di erogare oltre 15 milioni di prestazioni ambulatoriali all’anno e 10 milioni di prelievi per esami clinici, migliorando l’accesso, l’efficienza e la qualità dell’assistenza sul territorio.

Elementi di innovazione della gara Consip:

  • Tecnologie all’avanguardia: saranno forniti 28.600 dispositivi medici di ultima generazione, tra cui dermatoscopi, elettrocardiografi, ecografi, monitor defibrillatori, spirometri, OCT e retinoscopi, per garantire diagnosi e cure tempestive.
  • Impatto sociale: le nuove dotazioni consentiranno oltre 15 milioni di prestazioni annue in cardiologia, oculistica, pneumologia e dermatologia, e almeno 10 milioni di prelievi per esami clinici, rafforzando la presa in carico territoriale dei pazienti.
  • Acquisti rapidi e trasparenti: il contratto, suddiviso in 11 lotti merceologici, permette di acquistare in modo semplice e digitale, con i primi lotti già disponibili e gli altri entro fine anno.
  • Flessibilità e personalizzazione: la presenza di più fornitori per ciascun lotto consente alle strutture di scegliere le soluzioni più adatte alle proprie esigenze, garantendo un servizio sanitario efficace e mirato ai cittadini.

La presenza di più fornitori per ciascun lotto consente alle strutture di scegliere le soluzioni più adatte alle proprie esigenze

L’iniziativa rappresenta un passo concreto verso una sanità territoriale più moderna, efficiente e vicina alle persone, sostenendo il nuovo modello di assistenza previsto dal PNRR.

Sfide e opportunità per un invecchiamento sano

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L’Italia è il secondo Paese più anziano in Europa

Analizzando i dati dell’ultimo Rapporto annuale dell’ISTAT (2025), emerge con chiarezza il profilo di un Paese che invecchia più rapidamente degli altri, con il 24,7% dei residenti che ha 65 anni e più. Una tendenza confermata anche dai dati Eurostat, secondo cui l’Italia si colloca tra i Paesi con la più alta percentuale di popolazione anziana, preceduta soltanto dal Principato di Monaco, dove gli over 65 rappresentano il 27,2% della popolazione.

L’Italia registra peraltro un elevato indice di dipendenza degli anziani: nel 2025, per ogni persona con 65 anni o più si contano meno di tre individui in età lavorativa (15-64 anni), con un rapporto pari al 39% [ISTAT, Indicatori demografici, 2025]. Inoltre, l’indice di vecchiaia – il rapporto tra la popolazione over 65 e quella under 15 – ha superato il 200%, evidenziando una presenza di anziani più che doppia rispetto a quella dei giovani [ISTAT, Rapporto annuale 2025, 2025].

Il 24,7% degli italiani è over65 e gli anziani sono il doppio dei giovani

Questo fenomeno, aggravato dal calo delle nascite, determina una progressiva riduzione della popolazione, in particolare nella fascia in età attiva, oggi pari al 63,4% del totale, in calo rispetto all’anno precedente. Le conseguenze si riflettono in una contrazione del mercato del lavoro e in una diminuzione delle risorse destinate al sistema previdenziale.

Chi sono e come stanno gli anziani oggi nel nostro Paese?

In questo scenario complesso e delicato, si rende necessario un cambiamento di paradigma che riconosca la longevità come una risorsa, a partire da una riflessione sulle condizioni di vita degli anziani. Oggi, la popolazione convenzionalmente definita anziana (con più di 65 anni) gode mediamente di una buona salute e di anni in più da vivere in modo attivo e socialmente partecipato, anche grazie ai progressi della medicina, al miglioramento delle condizioni di vita e al tempo libero legato al pensionamento.

Serve un cambio di paradigma che valorizzi la longevità, ripensando le condizioni di vita degli anziani

La quota di persone anziane che si percepisce in buona salute è aumentata significativamente, passando dal 29,4% nel 2009 al 37,8% nel 2023. Parallelamente, si è registrata una diminuzione delle situazioni di multi-cronicità, spesso associate a condizioni invalidanti. È inoltre più che raddoppiata, nell’arco di vent’anni, la percentuale di over 64 che praticano sport: dal 6,7% nel 2003 al 16,4% nel 2023 [ISTAT, Invecchiamo bene?, 2025]. Tuttavia, persistono marcate differenze di genere: considerando l’intera popolazione, il 32,9% degli uomini pratica sport con continuità e il 9,7% in modo saltuario, mentre tra le donne le percentuali si riducono rispettivamente al 24% e al 7,5% [ISTAT, 2024].

Oggi la coincidenza tra età pensionabile e vecchiaia appare inadeguata

La soglia dei 65 anni come età per definire gli anziani si rivela quindi una concezione sempre più superata, legata a prassi consolidate nel tempo che, come ricorda Axel von Herbay in un articolo pubblicato su The Gerontologist (2014), risalgono alla prima legge pensionistica tedesca del 1889, che fissava l’età pensionabile a 70 anni, successivamente abbassata a 65 nel 1916 e poi divenuta uno standard a livello internazionale. Tuttavia, oggi la coincidenza tra età pensionabile e vecchiaia appare inadeguata, poiché gli over65 continuano a svolgere un ruolo attivo e determinante non solo all’interno della famiglia, ma anche nel tessuto sociale, in particolare attraverso il volontariato. Lo confermano i dati del Censimento permanente delle istituzioni non profit dell’ISTAT, aggiornato al 31 dicembre 2021 e pubblicato il 23 luglio 2024, secondo cui i volontari sopra i 65 anni sono circa un milione. Di questi, quasi un quarto opera in organizzazioni dedicate ad attività ricreative e di socializzazione, mentre circa un quinto è attivo nei settori dell’assistenza sociale e della protezione civile.

I bisogni degli anziani tra presente e futuro

Al fine di riflettere in modo efficace sulle potenzialità e i bisogni di questa fascia di popolazione, è necessario considerare anche i diversi profili e livelli di fragilità, distinguendo tra chi necessita di maggiore attenzione da parte dei servizi all’assistenza e delle politiche e chi può ancora offrire un contributo attivo alla società; per questo motivo risulta fondamentale tenere conto della distinzione tra terza età (65-74 anni), quarta età (75-84 anni) e grandi anziani, ovvero le persone oltre gli 84 anni, riconoscendo tuttavia la variabilità delle condizioni individuali. Questa ultima categoria, in Italia, ha raggiunto i 2 milioni e 422mila individui, pari al 4,1% della popolazione totale, con una prevalenza femminile del 65%.

In generale, le donne vivono più a lungo degli uomini, come confermato dai dati diffusi dall’ISTAT il 31 marzo 2025, secondo cui la speranza di vita alla nascita è stimata in 85,5 anni per le donne e in 81,4 anni per gli uomini. Evidenze che impongono un’attenzione particolare alla distinzione di genere per quanto riguarda le politiche di invecchiamento attivo, poiché la maggiore longevità femminile comporta anche un rischio più elevato di solitudine in età avanzata. Una questione sollevata anche dalla ricerca Auser Vivere la longevità, secondo cui, entro il 2043, le persone sole sopra i 75 anni saranno circa 4,1 milioni, di cui 3 milioni donne.

Il 51% delle famiglie con a carico una persona anziana non autosufficiente dichiara di incontrare gravi difficoltà nel sostenere le spese

Dallo stesso studio emerge inoltre che le famiglie saranno sempre più composte da una sola persona e avranno una capacità minore di fornire assistenza diretta ai familiari anziani. Di conseguenza, si prevede una crisi del modello attuale di assistenza domiciliare che rende sempre più urgente un’integrazione tra i servizi di assistenza sanitaria e sociale. Secondo il CENSIS, infatti, oltre il 51% delle famiglie con a carico una persona anziana non autosufficiente dichiara di incontrare gravi difficoltà nel sostenere le spese per prestazioni e servizi sanitari e socioassistenziali [RBM, 2017]. Inoltre, da un’elaborazione dei dati ISTAT, Auser ha calcolato che nel 2021 la popolazione non autosufficiente in Italia era pari al 28,5% degli over 65 [Auser, 2024].

Verso la prescrizione sociale

In questo quadro, segnato da bisogni crescenti e da risposte familiari e sanitarie sempre più fragili, le risorse di prossimità culturali, sportive e sociali sono centrali per il ripristino della qualità della vita. Affinché ciò sia efficace, è necessario che i servizi offerti dalle comunità locali siano messi a sistema all’interno di una visione di welfare culturale, generativo di nuove energie e prospettive comuni, attraverso politiche integrate che promuovano l’invecchiamento sano e attivo, valorizzando la partecipazione delle persone anziane alla vita sociale e culturale.

Le risorse di prossimità culturali, sportive e sociali sono centrali per il ripristino della qualità della vita

In tale prospettiva, si inserisce anche la crescente attenzione verso la prescrizione sociale, una pratica attiva da oltre tre decenni nel Nord Europa e oggi in espansione anche in Italia. Si tratta di un approccio non clinico che mira a promuovere il ben-essere e la salute di tutte le persone, con un’attenzione particolare a coloro che vivono in condizioni di fragilità, come spesso accade per le persone anziane. Può essere attivata dai medici di base, o dai geriatri nel caso di pazienti anziani, e prevede la prescrizione di attività territoriali, mettendo in relazione l’utente con le risorse e le opportunità offerte dalla comunità.

Gli effetti della prescrizione sociale

Tale approccio rappresenta una risorsa preziosa non solo per la persona che ne beneficia, ma per l’intera collettività, in quanto contribuisce a ridurre la pressione sia sul nucleo familiare sia sul sistema sanitario.

La prescrizione sociale determina un aumento della qualità di vita che si traduce in un risparmio economico

Lo dimostrano i dati di un recente report commissionato dal Department for Culture, Media and Sport (DCMS) del Regno Unito, con l’obiettivo di stimare il valore economico dei benefici generati dagli interventi artistici e culturali sulla salute e il ben-essere [DCMS, 2024]. Secondo questa analisi, per la popolazione over 65, la partecipazione a un laboratorio museale di 12 settimane può tradursi in un miglioramento della qualità della vita, stimato in un beneficio economico annuo pari a 1.310 sterline per persona [DCMS, 2024]. Se il 25% dei visitatori settimanali dei musei in questa fascia d’età prendesse parte a tali attività, i benefici complessivi per la società ammonterebbero a circa 19 milioni di sterline all’anno [DCMS, 2024]. Questa stima considera anche la possibile riduzione del ricorso a servizi sanitari e assistenziali, grazie al miglioramento dello stato di salute generale degli over 65  [DCMS, 2024]. Per cui, i risultati offrono un prezioso contributo al potenziale ritorno economico della prescrizione di attività artistiche e culturali, rafforzando l’idea che investire in cultura generi benefici misurabili anche sul piano socio-sanitario.

La prescrizione sociale come prevenzione

La prescrizione sociale è innanzitutto una misura preventiva che, soprattutto in riferimento alle persone anziane, facilita l’accesso a servizi e attività in grado di ridurre il rischio di isolamento, migliorando non solo le connessioni sociali ma anche l’umore. Si configura come un antidoto che previene il peggioramento delle condizioni di salute, spesso legate alla sedentarietà, con una conseguente riduzione del ricorso a farmaci, cure specialistiche e ricoveri. Al contempo, nutre la qualità della vita nella gestione di patologie complesse, come l’Alzheimer, e di situazioni in cui, pur non potendo curare, la prescrizione sociale può creare opportunità per alleggerire il peso della malattia e della cura, attraverso la condivisione con i propri cari o caregiver di attività semplici, ma capaci di restituire vita ai giorni.

In riferimento ai bisogni specifici della popolazione anziana, la prescrizione sociale può riguardare una vasta gamma di attività e servizi, quali: opportunità di volontariato e impegno civico, forme di supporto sociale e di accompagnamento, attività artistiche e culturali, esercizio fisico, programmi di apprendimento permanente, forme di supporto abitativo e finanziario. Questi ambiti sono anche richiamati nel kit di strumenti su come implementare la prescrizione sociale pubblicato dalla World Health Organization (WHO) nel 2022 [WHO, 2022] e tradotto e diffuso in Italia dal Cultural Welfare Center (CCW) [CCW, 2022].

La prescrizione sociale in Italia

In Italia non esiste ancora un quadro nazionale sul modello della prescrizione sociale. Tuttavia, non mancano esperienze di sviluppo locale o regionale che, seppur ancora isolate, rappresentano percorsi promettenti in termini di efficacia e co-gestione tra settori: da quello socio-sanitario a quello culturale, coinvolgendo diversi livelli istituzionali, il terzo settore e le università, in vista di una possibile e auspicabile implementazione su scala nazionale.

In Italia non esiste ancora un quadro nazionale sul modello della prescrizione sociale, ma singole esperienze isolate

In parallelo, il dibattito sulla prescrizione di attività artistiche e culturali si sta facendo sempre più acceso e partecipato anche a livello istituzionale. Ne è un esempio il primo convegno organizzato dal Ministero della Cultura e promosso dal Sottosegretario Lucia Borgonzoni, intitolato “La prescrizione dell’arte che cura”, tenutosi a Roma il 4 giugno. Tra le principali prospettive emerse, è prevista la condivisione in Conferenza Stato-Regioni di un accordo con musei e parchi archeologici statali, che permetterebbe alle persone affette da patologie neurodegenerative di accedervi gratuitamente sulla base di una prescrizione medica. Tra gli obiettivi futuri, anche la formazione di personale specializzato in materia.

In questo scenario si inseriscono gli sforzi del CCW – coordinati dalla Presidente Catterina Seia e dalla Vicepresidente Annalisa Cicerchia – per il lancio di una survey nazionale, con confronto internazionale, finalizzata a mappare le esperienze di prescrizione sociale di attività artistiche e culturali in Italia.

Longevità attiva: un’opportunità da valorizzare

Il rafforzamento della rete sociale e l’incremento delle occasioni di socializzazione e apprendimento possono rappresentare una risposta al rischio di declino cognitivo e di isolamento della popolazione anziana.

Come scrive la neuroscienziata italiana Michela Matteoli nel suo libro “La fioritura dei neuroni. Come far sbocciare la nostra intelligenza per tutta la vita” (2024), l’apprendimento ha effetti diretti e benefici sul cervello anche in età avanzata. L’acquisizione di nuove competenze contribuisce a preservare la materia bianca, contrastando il naturale e progressivo assottigliamento della mielina, fondamentale per la trasmissione degli impulsi nervosi: maggiore è il suo spessore, tanto più efficiente risulta la connessione tra le diverse aree cerebrali. Attività come leggere, studiare o imparare una nuova lingua favoriscono la formazione di nuove sinapsi, rendendo il cervello più reattivo e contribuendo nel tempo alla costruzione di un patrimonio di connessioni sinaptiche che costituisce una sorta di riserva cognitiva, in grado di rallentare il declino mentale e attenuare l’impatto di patologie neurodegenerative come l’Alzheimer, oltre che degli effetti fisiologici legati all’invecchiamento.

L’apprendimento contribuisce a preservare la sostanza bianca nel cervello, rallentando il declino mentale

Gli effetti benefici dell’apprendimento si riflettono anche nei dati che mettono in relazione il livello di istruzione con le condizioni di salute in età avanzata. Tra gli over 65, la quota di persone in buona salute è del 28,2% tra coloro che hanno al massimo la licenza elementare, mentre sale al 50% tra i laureati [Auser, 2024].

Oltre all’apprendimento, anche le iniziative culturali e sociali rivolte agli over 65 giocano un ruolo fondamentale, poiché stimolano gli interessi e rafforzano le reti relazionali. Attività come andare al cinema, ad esempio seguendo una rassegna tematica, assistere a uno spettacolo teatrale, visitare un museo o un sito archeologico rappresentano occasioni preziose per dare significato e vitalità al tempo.

Analogamente, valorizzare in modo sistematico l’impegno degli anziani nel volontariato significa riconoscere e sostenere il loro ruolo attivo all’interno della società, rafforzandone al contempo il senso di appartenenza alla comunità.

Il contributo delle persone anziane si estende anche e soprattutto all’ambito familiare: dalla cura dei propri cari non autosufficienti (come, ad esempio, i grandi anziani) all’accudimento dei nipoti, dal sostegno economico alla famiglia alla gestione quotidiana della casa, si tratta di un insieme di attività che riveste un significativo valore economico e sociale.

Conclusioni

In questo scenario, tra un’offerta culturale strutturata e il pieno riconoscimento del valore sociale delle persone longeve, dovrebbero svilupparsi le politiche per l’invecchiamento attivo non come insieme di interventi temporanei o attività ricreative isolate, ma come strategie sistemiche e durature, capaci di generare inclusione, autonomia e protagonismo.

Le politiche per l’invecchiamento attivo devono diventare strategie sistemiche che favoriscano inclusione e autonomia

Questo approccio richiede un impegno prioritario da parte delle istituzioni pubbliche, ma trova nel terzo settore un alleato essenziale che, grazie alla sua capillarità territoriale e alla profonda conoscenza dei bisogni locali, può svolgere un ruolo decisivo nell’attivare risorse di prossimità, creare opportunità di partecipazione, sostenere la coesione sociale e promuovere nuove forme di cittadinanza attiva in età avanzata.

In un simile quadro, una persona anziana in buona salute non solo riduce la pressione sul sistema sanitario e sui servizi socio-assistenziali, ma rappresenta una risorsa preziosa, poiché il suo impegno sociale genera valore economico, culturale e relazionale, a beneficio dell’intera comunità.

Bibliografia

Copertura sanitaria universale: progressi globali, ma restano grandi sfide

Dal 2000, la maggior parte dei Paesi ha registrato progressi nella copertura dei servizi sanitari e nella riduzione delle difficoltà finanziarie legate alle spese sanitarie, secondo il Rapporto Globale UHC 2025 dell’OMS e della Banca Mondiale. Questi due indicatori sono fondamentali per la copertura sanitaria universale (UHC – Universal Health Coverage), l’obiettivo globale per garantire cure accessibili a tutti entro il 2030.

L’indice di copertura dei servizi (SCI) è aumentato da 54 a 71 punti tra il 2000 e il 2023. Parallelamente, la quota di persone che affrontano spese sanitarie impoverenti è diminuita dal 34% al 26% tra il 2000 e il 2022.

La copertura sanitaria universale è l’espressione massima del diritto alla salute, ma per miliardi di persone resta ancora lontana

Tuttavia, le difficoltà rimangono significative. Circa 4,6 miliardi di persone nel mondo non hanno ancora accesso a servizi essenziali, e 2,1 miliardi affrontano difficoltà finanziarie per curarsi, inclusi 1,6 miliardi spinti nella povertà dai costi sanitari.

Disuguaglianze e gruppi vulnerabili

Il rapporto evidenzia come le fasce più povere, le donne, chi vive in aree rurali o ha minore istruzione affrontino le maggiori barriere nell’accesso alle cure. Nel 2022, 3 persone su 4 tra le fasce più povere hanno sostenuto spese sanitarie che le hanno impoverite, contro meno di 1 su 25 tra le fasce più ricche.

Le disuguaglianze persistono anche nei Paesi ad alte prestazioni: i gruppi vulnerabili, come le persone con disabilità o le più povere, continuano a registrare bisogni sanitari non soddisfatti.

Progresso nei Paesi a basso reddito

I Paesi a basso reddito hanno registrato i progressi più rapidi sia nella copertura dei servizi sia nella riduzione delle difficoltà finanziarie, anche grazie ai programmi contro le malattie infettive. La copertura per le malattie non trasmissibili mostra miglioramenti costanti, mentre i progressi nella salute materna, neonatale e infantile restano modesti.

Il miglioramento della sanità pubblica, insieme a crescita economica inclusiva, redditi in aumento e protezione sociale più forte, ha contribuito a ridurre la povertà e le difficoltà finanziarie, pur mantenendo i costi sanitari una fonte di disagio per i poveri.

Azioni urgenti verso il 2030

Raggiungere la copertura sanitaria universale entro il 2030 richiede interventi immediati. Il rapporto dell’OMS evidenzia sei aree chiave:

  • garantire cure essenziali gratuite per le persone vulnerabili;
  • aumentare gli investimenti pubblici nei sistemi sanitari;
  • ridurre le spese out-of-pocket per i farmaci;
  • accelerare l’accesso ai servizi per le malattie non trasmissibili;
  • rafforzare la sanità di base per promuovere equità ed efficienza;
  • adottare approcci multisettoriali, considerando i determinanti della salute oltre il settore sanitario.

“La copertura sanitaria universale è l’espressione massima del diritto alla salute, ma per miliardi di persone resta ancora lontana”, ha sottolineato il DG dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Ospedale Beauregard, laboratorio di innovazione con Azienda USL Valle d’Aosta e Politecnico Torino

L’Azienda USL della Valle d’Aosta e il Politecnico di Torino hanno avviato una collaborazione triennale per trasformare il presidio ospedaliero Beauregard in un laboratorio di sperimentazione tecnologica. L’accordo punta a testare soluzioni innovative, dalla robotica agli esoscheletri, per migliorare sicurezza, efficienza e servizi ai pazienti, integrando ricerca accademica e innovazione sanitaria.

La struttura, per le sue dimensioni e caratteristiche organizzative, è stata individuata come “laboratorio” ideale per testare tecnologie avanzate prima di una possibile estensione all’intero sistema sanitario regionale.

Tra le prime soluzioni innovative che verranno testate figurano l’esoscheletro per la movimentazione sicura dei pazienti, progettato per ridurre il rischio di traumi muscolo-scheletrici per gli operatori, e un sistema robotico in grado di agganciare il letto del paziente e supportare il personale nelle operazioni di trasporto all’interno dell’ospedale. A queste tecnologie si affiancherà la realizzazione di una mappa intelligente basata su una rete di sensori distribuiti nei percorsi ospedalieri, che guiderà pazienti e visitatori verso la loro destinazione tramite sistemi di navigazione assistita.

Progetti in corso a Beauregard: esoscheletro e sistema robotico per movimentazione pazienti

Il Direttore Generale dell’Azienda USL, Massimo Uberti, sottolinea come la collaborazione con un Ateneo di eccellenza sia un investimento strategico per l’innovazione della sanità valdostana: «Anche grazie a questo protocollo potremo accelerare i processi di digitalizzazione, migliorare la sicurezza degli operatori e offrire servizi più moderni ed efficienti ai nostri cittadini».

Queste iniziative rappresentano il primo passo operativo di un protocollo che punta a coniugare ricerca accademica e innovazione sanitaria. La collaborazione triennale consentirà infatti di integrare nel sistema sanitario valdostano competenze avanzate, tecnologie emergenti e attività di studio e ricerca sviluppate dal Politecnico, con l’obiettivo di accelerare i processi di transizione digitale dell’Azienda USL.

L’Assessore regionale alla Sanità, Salute e Politiche sociali, Carlo Marzi, ha commentato: «La Salute della nostra Comunità passa anche attraverso le migliori collaborazioni possibili. Se questa collaborazione porta poi con sé innovazione e semplificazione è ancora maggiore il risultato per la nostra Valle».

Accordo triennale tra Azienda USL Valle d’Aosta e Politecnico Torino per innovare servizi e sicurezza ospedaliera

«Il Beauregard diventerà un vero e proprio banco di prova per soluzioni che potranno migliorare la qualità del lavoro degli operatori e l’esperienza dei pazienti – spiega l’Ingegner Davide Emanville, Direttore della Struttura Complessa Sistemi Informativi e Transizione al Digitale dell’Azienda USL e Responsabile Scientifico per l’Azienda dell’accordo con il Politecnico di Torino -. Questa collaborazione ci offre l’opportunità di sperimentare tecnologie avanzate in un contesto reale e di valutarne concretamente l’impatto, costruendo un modello che potrà essere replicato ed esteso a tutto l’ospedale regionale».

La partnership con il Politecnico, oltre a introdurre strumenti innovativi, favorirà la crescita delle competenze interne attraverso attività formative, tirocini, seminari e la partecipazione congiunta a progetti di ricerca nazionali e internazionali. Parallelamente, il primo studio di fattibilità analizzerà i bisogni della struttura, le infrastrutture informatiche esistenti e le tecnologie disponibili, definendo una pianificazione dettagliata per l’implementazione delle innovazioni individuate.

«La collaborazione con l’Azienda USL della Valle d’Aosta rappresenta per noi un’occasione preziosa per trasferire competenze e soluzioni concrete al servizio della sanità – sottolinea il Professor Massimo Ruo Roch, afferente al Dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni del Politecnico di Torino, e responsabile scientifico della convenzione -. Mettere la tecnologia al servizio delle persone, in particolare in un ambito delicato come quello sanitario, è una delle sfide più importanti del nostro tempo. Questo progetto ci permette di lavorare insieme su obiettivi condivisi, con un impatto diretto sul territorio».

L’immagine di copertina (@Azienda USL Valle d’Aosta) è stata generata con strumenti di Intelligenza Artificiale per illustrare, a titolo di esempio, l’esoscheletro per la movimentazione dei pazienti nell’applicazione ospedaliera

Sorveglianza RespiVirNet, in aumento le infezioni respiratorie nell’ultima settimana

L’incidenza totale delle infezioni respiratorie acute nella comunità, nella settimana dal 24 al 30 novembre, è stata pari a 10,4 casi per 1.000 assistiti (vs 8,96 nel bollettino precedente), in aumento rispetto alla settimana precedente come atteso per il periodo. Sono stati stimati circa 585mila nuovi casi, con un totale dall’inizio della sorveglianza di circa 3 milioni e 300mila casi. Come di consueto, l’incidenza più elevata si osserva nella fascia di età 0-4 anni, con circa 33 casi per 1.000 assistiti. Lo afferma il rapporto della sorveglianza RespiVirNet, pubblicato anche in forma interattiva.

Le infezioni respiratorie acute sono in aumento, come previsto per questo periodo dell’anno

L’intensità è bassa in quasi tutte le regioni, mentre è a livello basale in Liguria, Molise, provincia di Trento e Umbria. Si ricorda che il cambiamento nella definizione di caso da ILI ad ARI rende difficile confrontare l’incidenza settimanale con quella delle stagioni precedenti, così come con le soglie di intensità, calcolate sulla base dei dati relativi alle sindromi simil-influenzali delle ultime stagioni.

Per quanto riguarda la comunità, tra i virus respiratori circolanti, i valori di positività più elevati sono stati rilevati rispettivamente per virus influenzali, per Rhinovirus e per SARS -CoV-2.

Nel dettaglio durante la settimana sono stati segnalati, attraverso il portale RespiVirNet, 2.088 campioni clinici ricevuti dai diversi laboratori afferenti alla rete. Dalle analisi effettuate 423 (20,3%) sono risultati positivi al virus influenzale, in particolare 421 di tipo A  e 2 influenza B. Nell’ambito dei suddetti campioni analizzati, 83 (4,0%) sono risultati positivi per SARS-CoV-2, 51 (2%) per Virus Respiratorio Sinciziale e i rimanenti sono risultati positivi per altri virus respiratori: 275 (13,2%) Rhinovirus, 69 (3,3%) virus Parainfluenzali, 56 (2,7%) Adenovirus, 37 Coronavirus umani diversi da SARS-CoV-2, 16 Bocavirus e 6 Metapneumovirus.

Ad oggi non è stato segnalato nessun campione positivo per influenza di tipo A “non sottotipizzabile” come influenza stagionale, che potrebbe essere indicativo della circolazione di ceppi aviari.

La nuova definizione di caso

La sorveglianza RespiVirNet presenta importanti novità rispetto alle stagioni precedenti. In particolare, è stata modificata la definizione di caso: non vengono più sorvegliate le sindromi simil-influenzali (ILI), ma le infezioni respiratorie acute (ARI).

A partire dalla stagione 2025-2026 nella sorveglianza integrata dei virus respiratori (RespiVirNet) viene adottata la definizione clinica di “infezione respiratoria acuta (ARI-Acute Respiratory Infection)” che, oltre ad essere  omogenea a quella adottata in Europa dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), permette di monitorare più accuratamente i virus respiratori diversi dall’ influenza. Da quest’anno la sorveglianza prende quindi in considerazione le ARI (Infezioni respiratorie acute) e non le ILI (Influenza like sindrome, sindromi simil influenzali), una definizione più ampia: le ILI prevedono la coesistenza di un sintomo respiratorio (tosse, mal di gola) con uno sistemico (malessere, dolori muscolari), mentre le ARI si limitano alla coesistenza di uno tra tosse, mal di gola, difficoltà respiratoria, Coriza (raffreddore, naso che cola).