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Sport come medicina contro il declino cognitivo dei pazienti con Parkinson

Circa un quarto dei pazienti con malattia di Parkinson presenta un lieve deterioramento cognitivo fin dalle prime fasi della malattia. In un considerevole numero di questi individui, negli anni successivi, il disturbo cognitivo può evolvere fino alla demenza. Attualmente non esistono terapie di provata efficacia per prevenire questa progressione. Gli stili di vita, l’attività fisica, il contesto familiare, le attività che richiedono concentrazione e impegnano la memoria incidono sul modo in cui il cervello invecchia. In altre parole, l’esercizio fisico può essere una vera e propria medicina che migliora le prestazioni della nostra mente. La Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS annuncia l’avvio del progetto MOVE-BRAIN-PD (Movement improves brain health and cognition in Parkinson’s disease), uno studio internazionale volto a dimostrare come l’attività fisica aerobica possa migliorare le funzioni cognitive e rallentarne il declino nella malattia di Parkinson.

MOVE-BRAIN-PD valuta l’efficacia di un allenamento aerobico domiciliare, monitorato da remoto, su funzioni cognitive e sintomi motori in pazienti con Parkinson e lieve compromissione cognitiva

Il progetto, finanziato nell’ambito del bando ERA4Health Joint Transnational Call for Proposals 2024 “Modulation of brain ageing through nutrition and healthy lifestyle” (NutriBrain), è coordinato dal Professor Paolo Calabresi, Direttore dell’UOC di Neurologia della Fondazione Gemelli IRCCS e Ordinario di Neurologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Il consorzio internazionale

Il progetto coinvolge un network multidisciplinare di eccellenza: Professor Paolo Calabresi e Professoressa Anna Rita Bentivoglio della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS-Università Cattolica del Sacro Cuore, che si occupano del coordinamento e della sperimentazione clinica; Professor Cristian Falup-Pecurariu della Transilvania University Brasov (Romania), che coordina l’Unità di reclutamento clinica; Professor Tiago Outeiro della University Medical Center Goettingen (Germania), per le analisi molecolari e lo studio delle modifiche dell’alfa-sinucleina, la molecola il cui accumulo tossico è coinvolto nella malattia.

Kick-off meeting

Lo scorso 19 settembre si è svolto a Roma presso la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS il kick-off meeting del progetto, che ha riunito tutti i partner del consorzio. Oltre agli sperimentatori principali, hanno partecipato all’incontro i dottori Giulia Di Lazzaro, Danilo Genovese e Angelo Tiziano Cimmino (Fondazione Gemelli) e le dottoresse Irina Ivan e Laura Irincu (Università di Brasov), confermando l’avvio operativo delle attività di ricerca e la piena sinergia tra i centri coinvolti.

Obiettivi dello studio

MOVE-BRAIN-PD si propone di valutare l’efficacia di un programma di allenamento aerobico domiciliare, monitorato da remoto, su funzioni cognitive e sintomi motori in pazienti con malattia di Parkinson e lieve compromissione cognitiva (PD-MCI). Inoltre i ricercatori studieranno i biomarcatori di infiammazione e neurodegenerazione e le modifiche della proteina alfa-sinucleina, per comprendere i meccanismi biologici alla base dei benefici dell’attività fisica.

Gli scienziati si occuperanno anche di capire i fattori che favoriscono o ostacolano l’aderenza all’esercizio fisico

Gli scienziati si occuperanno anche di capire i fattori che favoriscono o ostacolano l’aderenza all’esercizio fisico, per sviluppare programmi educazionali personalizzati che promuovano stili di vita salutari nella comunità dei pazienti.

Nello studio i pazienti si impegneranno ad allenarsi almeno due volte alla settimana per un anno. Quindi verranno visitati e verranno sottoposti a un prelievo di sangue che permetterà di analizzare i marcatori che misurano l’andamento dell’infiammazione e del processo degenerativo.

“Dimostrare che le persone con malattia di Parkinson possono e devono essere parte attiva della cura, modificando lo stile di vita per rallentare e mitigare i sintomi della malattia, è fondamentale. I risultati del progetto serviranno per stilare delle raccomandazioni nazionali interloquendo con le istituzioni e le società scientifiche, per mettere in campo strategie di sensibilizzazione sul modello di quanto fatto nelle malattie cardiovascolari negli ultimi decenni”, spiega il professor Calabresi.

In conclusione, MOVE-BRAIN-PD rappresenta un passo importante verso la definizione di protocolli di attività fisica mirati, sostenibili e scientificamente validati, potenzialmente in grado di modificare la traiettoria della malattia in un contesto di vita reale.

Cura e prevenzione dell’obesità. I dietisti fanno il punto sulla recente legge approvata in Senato

Lo scorso 1° ottobre il Senato ha approvato in via definitiva il DDL n. 1483 “Disposizioni per la cura e la prevenzione dell’obesità. Si tratta di un primo passo per le persone che convivono con questa patologia, perché per la prima volta nel nostro Paese – e probabilmente nel mondo – c’è una legge che riconosce l’obesità come malattia progressiva e recidivante. 

Un’opportunità per milioni di cittadini, ma la Commissione di albo nazionale dei dietisti della Federazione nazionale degli Ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP) avanza alcune doverose considerazioni affinché tale legge possa realmente raggiungere i nobili obiettivi che si prefigge.

Finanziamenti solo per la prevenzione

La prima considerazione è legata alle risorse, attualmente autorizzate per finanziare le strategie di prevenzione ben descritte nella legge. Ma insufficienti per garantire anche le strategie di cura, come la terapia dietetica, quella farmacologica e la chirurgia bariatrica. Ciò comporterebbe lo stanziamento di maggiori fondi rispetto a quelli attualmente autorizzati, che sono dell’ordine di un milione di euro.

Le risorse attualmente stanziate sono sufficienti per la prevenzione, ma non per la cura dell’obesità

Va sottolineato, tuttavia, che investire risorse non solo sulla prevenzione ma anche sulla cura dell’obesità può generare di ritorno un risparmio sostanziale al SSN. Non sarebbero risorse spese, ma anzi ben investite per la salute dei cittadini: curando l’obesità si risolvono numerose patologie dismetaboliche e disfunzionali a essa correlate.

Le prestazioni non previste nei LEA

Se è vero, inoltre, che ora è avvenuto il riconoscimento dell’obesità come una condizione, che comporta il diritto all’accesso di prestazioni presenti nei LEA, ciò contrasta con ciò che può essere effettivamente erogato dal SSN. Infatti, nonostante la terapia dietetica debba costituire il primo livello di intervento, le prestazioni nutrizionali non sono previste nei LEA, e la neoapprovata legge non specifica per quali prestazioni, fra quelle presenti, le persone obese avranno diritto all’esenzione.

È quindi opportuno sottolineare, come seconda considerazione, che per avere un’applicazione reale, la legge dovrebbe permettere che le persone assistite possano accedere a prestazioni appropriate. Purtroppo però, per quanto l’assistenza nutrizionale rappresenti un settore fondamentale per la tutela della salute dei cittadini e per la prevenzione, nonché per il trattamento di numerose patologie (non solo l’obesità), a oggi, nel nuovo nomenclatore tariffario nazionale delle prestazioni di specialistica ambulatoriale, non sono previste prestazioni riconducibili all’ambito della nutrizione. Mancano infatti prestazioni specifiche relative alla terapia dietetico-nutrizionale, alla riabilitazione nutrizionale, al monitoraggio nutrizionale e, non ultimo, alla presa in carico del paziente in nutrizione artificiale domiciliare. 

Nei LEA mancano prestazioni chiave riconducibili all’ambito della nutrizione

La Commissione di albo nazionale dei dietisti ha avanzato già nel 2024 proposte concrete di inserimento di nuove prestazioni, depositandole sulla piattaforma ministeriale dedicata, corredate da evidenze scientifiche, linee guida e studi di costo-efficacia.

L’assenza di queste prestazioni nel nomenclatore nazionale della specialistica comporta una disparità nell’accesso alle cure tra i cittadini di diverse parti del Paese, poiché solo poche Regioni lo garantiscono come extra-LEA

Di pochi giorni fa è la notizia della bocciatura, da parte del TAR del Lazio, del DM “Tariffe della specialistica ambulatoriale”, entrato in vigore alla fine del 2024. Il Ministro della Salute Orazio Schillaci, in merito a tale bocciatura, ha dichiarato: «Il TAR ci ha dato 365 giorni non per perdere tempo, ma per costruire un sistema più equo e sostenibile; è necessario coinvolgere tutti gli attori del sistema stesso» Ebbene, la Commissione di albo nazionale dei dietisti auspica che il Governo voglia approfittare di questa opportunità, ritenendo necessario e urgente procedere all’inserimento delle prestazioni nutrizionali nel nomenclatore nazionale delle prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale, sia in attuazione dei nuovi LEA, che del DDL n. 1483 sull’obesità, ormai legge. A tal proposito, la Commissione è pronta a dare il proprio contributo mettendo a disposizione propri rappresentanti all’interno della neoinsediata Commissione LEA, anche al fine di garantire un contributo professionale qualificato nell’elaborazione dei percorsi di cura. 

Evidence-Based Design in oncologia: quali priorità per pazienti e sanitari negli ambienti ospedalieri?

L’ambiente ospedaliero costruito rappresenta un determinante non trascurabile nel benessere dei pazienti oncologici e nella performance degli operatori sanitari. Tuttavia, la letteratura scientifica esplora ancora marginalmente il ruolo delle preferenze soggettive nel disegno spaziale dei reparti. Uno studio recente indaga l’impatto percepito dell’ambiente fisico in un contesto oncologico italiano, integrando dati quantitativi e qualitativi raccolti presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. L’obiettivo è comprendere come specifiche caratteristiche ambientali influenzino l’esperienza di cura e il benessere psicofisico, sia dei pazienti sia del personale. In un contesto clinico ad alta intensità emotiva e operativa come l’oncologia, tali evidenze possono orientare interventi progettuali più aderenti ai bisogni reali degli utenti e contribuire allo sviluppo di modelli ospedalieri evidence-based, centrati sulla persona.

Elementi specifici degli spazi in ospedale influenzano l’esperienza di cura e il benessere psicofisico, sia dei pazienti sia del personale

A TrendSanità i promotori dello studio: Gabriele Perotti (Direttore Sanitario Agenzia Regionale Emergenza Urgenza – AREU – e già Direttore Medico di Presidio dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – INT), Valentina Villa (Direttore Medico di Presidio f.f. INT), Stefano Capolongo e Andrea Brambilla, del Laboratorio Design and Health del Dipartimento di Architettura del Politecnico di Milano.

Dallo studio emerge che solo il 31% dei pazienti considera la camera singola molto importante, mentre per il personale questa opzione è rilevante fino all’83%. Come si spiega questa discrepanza e quali implicazioni può avere per la progettazione futura degli spazi ospedalieri? Quali priorità tra cura privacy e sicurezza?

«È una discrepanza che riflette due punti di vista diversi – commenta il professor Stefano Capolongo. I pazienti, quando vivono l’esperienza del ricovero, tendono a concentrarsi su aspetti immediati come l’efficacia delle cure, la competenza del personale, il sollievo dal dolore. Spesso la camera singola non è percepita come una priorità, anche perché non sempre sono chiari i benefici indiretti che comporta.

In oncologia l’ambiente fisico influisce su sicurezza clinica, comfort e supporto psicologico

Il personale sanitario, invece, conosce bene le implicazioni operative e cliniche. Una camera singola consente un’organizzazione più sicura ed efficiente, facilita la gestione personalizzata della cura e, soprattutto, rappresenta una barriera efficace contro la trasmissione di infezioni.

Credo sia fondamentale ripensare i modelli distributivi degli ospedali in modo più flessibile e consapevole. Ovvero sviluppare spazi che possano adattarsi a diverse esigenze: in primo luogo cliniche e relazionali. La flessibilità spaziale e l’umanizzazione degli ambienti sono elementi chiave per il futuro».

Stefano Capolongo

In questo senso, lo studio mostra come l’ambiente costruito possa influenzare non solo il benessere psicologico, ma anche gli aspetti clinici come la prevenzione delle infezioni. Quali sono, secondo voi, le priorità progettuali che oggi ogni ospedale oncologico dovrebbe assolutamente adottare? Quali linee guida operative?

Spiega ancora Capolongo: «In ambito oncologico, dove i pazienti affrontano percorsi di cura lunghi, complessi e spesso molto invasivi, l’ambiente fisico gioca un ruolo decisivo. Non solo per il comfort, ma per la sicurezza clinica e il supporto psicologico. Per questo, le priorità progettuali oggi non possono prescindere da alcuni principi fondamentali.

In primo luogo, il controllo delle infezioni: al fine di ridurre il rischio c’è bisogno di percorsi separati, garantire una ventilazione controllata, utilizzare materiali antibatterici e favorire il ricorso a camere singole quando clinicamente indicato.

In secondo luogo, la centralità del paziente. Gli ambienti richiedono spazi accessibili, luminosi, facilmente orientabili, con possibilità di personalizzazione. Anche elementi come la vista su uno spazio verde o la possibilità di controllare l’illuminazione – hanno un impatto misurabile sul benessere e sull’aderenza alla cura.

Alcuni elementi dell’ambiente, come la possibilità di regolare luce e temperatura, rischiano di essere sottovalutati

Dal punto di vista delle linee guida operative, oggi si va verso modelli dove l’architettura è pensata insieme alla gestione dei flussi, all’ergonomia delle attività sanitarie e alla digitalizzazione. È importante, ad esempio, che i percorsi diagnostico-terapeutici siano leggibili e razionali, che si riducano gli spostamenti inutili del paziente e che il personale possa lavorare in sicurezza. Infine, ogni progetto dovrebbe nascere da un dialogo vero tra progettisti, clinici, personale e pazienti. È in questa co-progettazione che si definiscono le soluzioni più efficaci, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche umano».

Pazienti e personale sono stati coinvolti nella compilazione di un questionario composto da 22 item: quali aspetti dell’ambiente fisico sono emersi come più sottovalutati o trascurati, mentre invece rivestono un forte impatto sull’esperienza quotidiana?

«Lo studio ha evidenziato che alcuni elementi dell’ambiente fisico, pur avendo un impatto significativo sull’esperienza quotidiana, sono spesso sottovalutati dai pazienti. Ad esempio, la possibilità di regolare in autonomia luce e temperatura o di chiamare il personale da ogni punto della stanza sono stati considerati meno prioritari rispetto alla reale utilità percepita dagli operatori.

Un altro aspetto trascurato riguarda la personalizzazione degli spazi, che i pazienti tendono a ritenere poco rilevante, ma che può invece influenzare positivamente il senso di controllo e adattamento alla degenza.

L’empowerment riconosce il paziente competente anche nella gestione dello spazio che abita durante la malattia

Questi risultati ci fanno capire quanto sia necessario non solo progettare ambienti di cura più sensibili ai bisogni reali, ma anche coinvolgere attivamente gli utenti nella definizione delle priorità e promuovere una cultura dove il progetto diventa parte integrante della strategia terapeutica».

Andrea Brambilla

In che modo i risultati di questo studio possono contribuire a rafforzare il concetto di empowerment del paziente non solo nella cura clinica, ma anche nella partecipazione alla progettazione degli spazi in cui viene curato?

«L’indagine dimostra che i pazienti hanno esigenze e percezioni specifiche sull’ambiente che spesso non coincidono con quelle del personale. Questo scarto evidenzia quanto sia importante coinvolgerli attivamente non solo nella cura clinica, ma anche nelle fasi progettuali – commenta Andrea Brambilla.

L’empowerment, in questo senso, significa riconoscere il paziente come soggetto competente anche rispetto allo spazio che abita durante la malattia, non solo come destinatario passivo di cure. Integrare la loro voce attraverso strumenti come questionari, focus group o prototipi partecipati può migliorare la qualità dello spazio.

In sintesi, progettare “con” e non solo “per” i pazienti è un passo concreto verso un sistema sanitario più umano, responsivo e centrato sulla persona».

Gabriele Perrotti

Quali sono dunque le principali resistenze organizzative e culturali nell’implementare un approccio partecipativo di “co-progettazione” tra progettisti, clinici, personale e pazienti? E come si può trasformare concretamente l’architettura ospedaliera da “contenitore di cure” a “parte integrante della strategia terapeutica”, mantenendo al contempo l’efficienza operativa e la sostenibilità economica?

«Lo studio nasce nell’ambito del Master congiunto tra Politecnico di Milano, Università degli Studi di Milano, Università Cattolica di Roma in Programmazione Pianificazione Progettazione dei Sistemi Ospedalieri e Socio-sanitari e testimonia l’importanza della contaminazione dei saperi tra discipline mediche e tecnico-scientifiche nell’ambito delle healthcare infrastructure. Durante la raccolta dati e le fasi di restituzione al personale che ha partecipato all’indagine è emerso con forza l’importanza della condivisione delle esigenze nei processi di valutazione degli spazi fisici ospedalieri. Solo attraverso un approccio multidisciplinare sarà possibile trasformare gli spazi in chiave “salutogenica”, migliorare l’efficienza operativa e con un occhio di riguardo alla sostenibilità ambientale, sociale e anche economica», concludono Gabriele Perrotti e Valentina Villa.

“We Breast. Dalla cura al prendersi cura”. Evento alla Camera il 21 ottobre

Il 21 ottobre la Camera dei Deputati ospiterà “We BreastDalla cura al prendersi cura”, un evento organizzato in occasione della Giornata Internazionale contro il tumore al seno, un evento che unisce rigore scientifico, forza istituzionale e linguaggi artistici per riportare al centro dell’attenzione il tema del carcinoma mammario, la prima neoplasia femminile per incidenza.

Accanto a tavoli scientifici e testimonianze delle associazioni di pazienti, il cuore dell’iniziativa sarà una performance artistica che, attraverso linguaggi visivi e performativi, racconterà le fasi della malattia: la diagnosi, il percorso di cura e la rinascita.

Promosso dall’Intergruppo parlamentare sulle nuove frontiere terapeutiche nei tumori della mammella, il progetto nasce con l’obiettivo di portare il tema della prevenzione e della cura del cancro al seno oltre gli spazi specialistici, per raggiungere un pubblico ampio e mantenere alta l’attenzione su una patologia che ogni anno modifica la vita di milioni di donne e famiglie.

Un ponte tra istituzioni, scienza e società civile

La scelta di collocare l’iniziativa nel cuore delle istituzioni sottolinea la volontà di favorire un dialogo diretto con decisori politici e sanitari, per promuovere investimenti in ricerca, nuove tecnologie e terapie avanzate.

Il razionale scientifico

Il simposio scientifico riunirà esperti di oncologia, chirurgia ricostruttiva, dermatologia oncologica ed estetica per affrontare temi chiave come:

  • la prevenzione e la gestione delle recidive;
  • le terapie innovative per tumori aggressivi (TNBC) e forme avanzate HR+/HER2-;
  • il ruolo della chirurgia ricostruttiva e dell’estetica oncologica nel recupero dell’immagine corporea e della qualità di vita.

Fondamentale anche il contributo delle associazioni di pazienti, che porteranno la loro testimonianza diretta come voce della resilienza e del cambiamento.

Alla conferenza stampa di presentazione hanno partecipato l’onorevole Simona Loizzo, l’onorevole Ilenia Malavasi, l’onorevole Luana Zanella, il regista Alessandro Sampaoli e l’attrice Roberta Rovelli.

La performance artistica del 21 ottobre racconterà quattro fasi della malattia: la SCOPERTA (Emilia Scatigno), la DISPERAZIONE (Lisa Galantini), la CURA (Roberta Rovelli) e infine la RINASCITA (Camilla Barbarizzo). Accanto a loro la danzatrice Arianna Cunsolo, a incarnare la malattia.

Patologie reumatologiche e obesità: una relazione (critica) da scoprire

Quali attenzioni debbono avere i reumatologi nei confronti del paziente obeso? Ed ancora: quali rischi di mancata risposta terapeutica corrono i pazienti reumatici che sono anche obesi? Questi sono alcuni degli interrogativi emersi durante il 28° Congresso del Collegio Reumatologi Italiani-CReI, aperto dal presidente del Collegio Luis Severino Martin Martin e a cui hanno portato il loro saluto l’Assessore alla sanità dell’Emilia Romagna, Massimo Fabi, e il presidente dell’Ordine dei Medici di Bologna, Luigi Bagnoli.

La nuova Legge 2025/741 “Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibiliporta tutto il SSN e tutti gli specialisti a confrontarsi con il “problema obesità”. “Ed il CREI non poteva rimanere fermo di fronte ad un argomento così importante”, sottolinea Daniela Marotto (past president del Collegio), che ha dedicato la sua lettura magistrale durante il Congresso proprio al tema Time to choose obesity care in rheumatic patients.

Il 28° Congresso del Collegio Reumatologi Italiani (CReI) a Bologna ha esplorato la connessione tra obesità e malattie reumatiche

Ci troviamo di fronte a una vera e propria epidemia, come è stato affermato dal legislatore, “ed è un’epidemia”, precisa Marotto, “che coinvolge tutta la popolazione, soprattutto alcune fasce di età ed alcune popolazioni particolarmente fragili, come quella reumatologica. L’obesità, come è noto, è correlata a molte comorbidità: si conosce da tempo, ad esempio, il rischio cardiovascolare associato al paziente obeso, mentre è meno conosciuta la relazione con le malattie reumatologiche. Però si è già notato che i pazienti obesi hanno un rischio aumentato di sviluppare patologie come ad esempio l’artrite reumatoide, con un rischio di comorbilità più alto del 23% rispetto ai pazienti normopeso”. Da qui la necessità di uno sguardo particolarmente attento e sicuramente multidisciplinare.

Daniela Marotto

E quindi? Cosa è chiesto allo specialista di reumatologia? Sottolinea Marotto: “Noi reumatologi dobbiamo iniziare a lavorare e cambiare l’approccio al nostro paziente che deve essere più sempre più a 360 gradi, per giungere realmente a considerare il paziente nel suo complesso. E questo non solo per cogliere il rischio associato, ma anche perché il paziente reumatologico obeso risponde meno alle terapie, perché il tessuto adiposo produce sostanze infiammatorie. Questo fa sì che il paziente obeso sia tendenzialmente in uno stato di infiammazione cronica di basso grado, portando – ad esempio – ad una scarsa risposta ai farmaci biotecnologici che sono armi oggi potentissime nella gestione della nostra patologia”. Quindi – in pratica – il paziente obeso rischia di “spuntare” le migliori armi terapeutiche, rendendole meno efficaci. Di conseguenza il paziente reumatologico obeso presenta un rischio di abbandono per inefficacia delle terapie molto più alto rispetto a un paziente normopeso.

Il paziente reumatologico obeso può rispondere meno alle terapie, perché il tessuto adiposo produce sostanze infiammatorie

Ciò significa che il reumatologo deve avviare un dialogo nuovo con il diabetologo e con l’endocrinologo, solo per citare due specialisti fortemente coinvolti nella patologia dell’obesità: “E assolutamente fondamentale”, conclude la past president CReI, “che nell’approccio a 360 gradi a questa condizione patologica si debba lavorare di concerto con altre figure. Sicuramente il diabetologo e l’endocrinologo sono i primi con cui entrare in una relazione forte e duratura, ma non escludiamo altre figure, come anche lo psicologo, il nutrizionista ed il dietologo, visto che stiamo parlando di una patologia particolarmente complessa e che riguarda un paziente decisamente fragile”.

Nuove prospettive di cura: la prescrizione sociale per la gestione delle patologie croniche

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La prescrizione sociale registra una attenzione crescente a livello globale come pratica complementare alla medicina tradizionale. Attiva da oltre trent’anni nei Paesi del Nord Europa, si fonda sul riconoscimento dei determinanti sociali della salute e promuove un approccio non clinico orientato al ben-essere complessivo della persona, con particolare attenzione a chi vive situazioni di vulnerabilità.

Si tratta di un programma  che può essere attivato, ad esempio, dai medici di base nell’ambito dell’assistenza primaria, attraverso il coinvolgimento di una figura dedicata – l’operatore di collegamento (link worker) – formalmente introdotta in Inghilterra nel 2019 all’interno delle Primary Care Networks (PCN). Il suo compito è connettere le persone alle risorse disponibili nella comunità, facilitando l’accesso ad attività culturali, artistiche, sociali, sportive o a contatto con la natura.

La prescrizione sociale non solo sostiene la salute del singolo individuo, ma apporta benefici all’intero tessuto sociale, contribuendo ad alleggerire il carico sul sistema sanitario e sulla rete familiare. Si configura innanzitutto come un intervento preventivo, capace di contrastare l’aggravarsi delle condizioni di salute e di ridurre il ricorso a farmaci, prestazioni specialistiche e ospedalizzazioni. Allo stesso tempo, offre un supporto significativo nella gestione quotidiana della malattia, migliorando la qualità della vita.

La prescrizione sociale sostiene la salute del singolo individuo e alleggerisce il carico sul sistema sanitario e sulla rete familiare

Crescono anche le evidenze scientifiche sugli impatti positivi della prescrizione sociale, soprattutto per le persone che convivono con patologie croniche. Tra queste rientrano le condizioni a lungo termine caratterizzate da multimorbilità complessa, spesso correlate a fattori come l’invecchiamento, il genere femminile, un basso reddito e una rete sociale fragile.

Malattie croniche non trasmissibili: la dimensione del problema

Secondo l’Osservatorio Globale della Salute, le malattie croniche non trasmissibili (NCD), come quelle cardiovascolari, i tumori, il diabete e le patologie respiratorie rappresentano una delle sfide più rilevanti per la salute pubblica a livello mondiale. Nel 2021, le NCD sono state responsabili di oltre 43 milioni di decessi, e circa l’82% delle morti premature (cioè sotto i 70 anni) si è verificato nei Paesi a basso e medio reddito.

Nel 2021 le NCD sono state responsabili di oltre 43 milioni di decessi

Le malattie cardiovascolari costituiscono la prima causa di morte globale, con oltre 19 milioni di decessi all’anno, seguite dai tumori (circa 10 milioni) e dalle malattie respiratorie croniche (oltre 4 milioni).

Nel 2022, si stimavano oltre 800 milioni di persone affette da diabete, con una prevalenza tra gli adulti pari al 14%. Nello stesso anno, ben 445 milioni di persone sopra i 30 anni non avevano accesso a un trattamento farmacologico adeguato. Il diabete è stato inoltre la causa diretta di circa 1,6 milioni di decessi, il 47% dei quali si è verificato prima dei 70 anni, a conferma del suo forte impatto in termini di mortalità precoce.

Le malattie croniche, che compromettono la qualità della vita delle persone, richiedono inoltre un’attenzione crescente da parte dei sistemi sanitari, sia sotto il profilo clinico sia economico, a causa della necessità di diagnosi precoci, terapie durature e frequenti ospedalizzazioni. I relativi costi sono elevati e comprendono spese dirette – come farmaci, monitoraggi e visite specialistiche – e spese indirette legate all’assistenza continuativa e alla gestione delle condizioni nel lungo periodo. Tali oneri non solo mettono sotto pressione i bilanci dei servizi sanitari pubblici, ma incidono in modo significativo anche sulle famiglie, soprattutto nei Paesi in cui il sistema sanitario è sotto-finanziato o l’accesso alle cure preventive è limitato.

Evidenze scientifiche sui benefici

Alla luce di ciò, la prescrizione sociale si configura come un approccio complementare, accessibile e sostenibile. A confermarne l’efficacia è una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2024, che ha valutato l’impatto degli interventi di prescrizione sociale nella gestione delle condizioni croniche negli adulti. L’analisi ha incluso 12 studi controllati randomizzati e quasi-randomizzati condotti in Stati Uniti, Regno Unito, Belgio e Australia, esaminando esiti quali la qualità della vita, il livello di attività fisica, il ben-essere psicologico e indicatori clinici specifici per patologia.

Il cancro e il diabete sono risultati essere le principali condizioni a lungo termine rilevate, per le quali sono stati applicati interventi della durata variabile tra 8 settimane e 18 mesi, su un campione complessivo di 3.566 pazienti, con un’età media di 48 anni e una maggioranza femminile pari al 61,1%.

Tra i risultati emersi, si sono osservati miglioramenti significativi nella qualità della vita sia a breve sia a lungo termine, in particolare per coloro che hanno partecipato con maggiore frequenza agli interventi di prescrizione sociale (oltre tre incontri).

La prescrizione sociale migliora la qualità di vita a breve e a lungo termine

Solamente due studi hanno evidenziato un aumento rilevante nella frequenza (almeno tre volte a settimana) e nella durata dell’attività fisica svolta dai partecipanti.

Per quanto riguarda gli indicatori clinici specifici, sette studi hanno analizzato l’effetto dell’intervento di prescrizione sociale sui livelli di emoglobina glicata (HbA1c) in persone con diabete. Quattro di questi hanno riscontrato miglioramenti significativi nei livelli di HbA1c nei gruppi di intervento, con esiti positivi a 6 mesi, 12 mesi e 18 mesi di follow-up. Inoltre, è stata osservata una riduzione del disagio psicologico e degli episodi depressivi associati alla gestione del diabete.

La prescrizione sociale migliora gli indicatori clinici e riduce disagio psicologico e depressione

Sintomi come dispnea, tosse, respiro sibilante, debolezza, affaticamento e ridotta capacità di esercizio fisico compromettono la qualità della vita e contribuiscono alla progressiva riduzione della partecipazione sociale. L’Art on Prescription (AoP), ovvero la prescrizione di interventi di partecipazione culturale ed espressione creativa, ha mostrato effetti benefici anche su pazienti affetti da patologie polmonari croniche, spesso associate a rilevanti impatti biopsicosociali.

Una revisione pubblicata nel 2019 suggerisce che l’integrazione di attività artistiche come la musica e la danza nei percorsi di cura delle malattie respiratorie croniche è associata a un miglioramento della capacità di esercizio fisico e della funzionalità dei muscoli respiratori. Queste pratiche, inoltre, promuovono la partecipazione a esperienze di gruppo, rafforzando il ben-essere relazionale e aumentando il senso di soddisfazione sociale.

L’Art on Prescription migliora la capacità di esercizio fisico e la funzionalità dei muscoli respiratori, oltre al ben-essere relazionale e al senso di soddisfazione sociale

Esperienze operative

Molti dei risultati positivi legati alla prescrizione sociale trovano riscontro nella pratica, con numerosi casi di successo in particolare nel Regno Unito, che rappresenta uno dei contesti più avanzati nell’implementazione di questo approccio. Tra le iniziative più rilevanti vi sono quelle documentate dalla National Academy for Social Prescribing (NASP), un ente benefico istituito nel 2019 con l’obiettivo di promuovere e sostenere la diffusione della prescrizione sociale.

Un esempio significativo è rappresentato dal programma Ways to Wellness, attivo a Newcastle dal 2015,che si rivolge a persone affette da condizioni di salute a lungo termine, indirizzate dai link worker verso una rete di attività e risorse comunitarie – tra cui arte, cultura, volontariato, supporto sociale e attività fisica. I risultati indicano che l’86% dei partecipanti ha riportato un miglioramento del proprio ben-essere, mentre i costi delle cure secondarie (ospedaliere e specialistiche) per paziente sono risultati inferiori del 27% rispetto al gruppo di controllo.

Un altro esempio operativo è rappresentato dal programma AoP nel Gloucestershire, costituito come un consorzio di organizzazioni che promuovono interventi per la salute basati sull’arte e sulla creatività. Il programma è stato commissionato dal Servizio Sanitario Nazionale inglese e si rivolge a persone affette da diverse patologie, tra cui diabete di tipo 1, epilessia e cancro, registrando significativi miglioramenti nei livelli di ansia e depressione.

Nel Regno Unito la prescrizione sociale è ormai una realtà consolidata: numerosi programmi attivi hanno già dato prova della loro efficacia

Programmi come questi, insieme alle evidenze scientifiche sugli impatti generati, rafforzano la visione della prescrizione sociale come uno strumento integrato nella medicina di base, capace di rispondere in modo più ampio e personalizzato ai bisogni di salute. Ciò è possibile anche grazie ai link worker, figure fondamentali che mettono a disposizione tempo e competenze per comprendere la condizione fisica, psicologica, sociale e personale del paziente, aiutandolo a orientarsi tra i servizi sanitari e le risorse offerte dalla comunità.

Per approfondire

Dal Fascicolo Elettronico alla fiducia del cittadino: dati, dialogo e programmazione

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Un dibattito aperto e concreto sull’innovazione digitale nel sistema sanitario pubblico. Questo il cuore dell’incontro “L’innovazione nel Sistema Sanitario Nazionale: Ecosistema Dati Sanitari – presente e futuro”, promosso dal Ministero della Salute in collaborazione con il Dipartimento per la Trasformazione Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

L’evento ha rappresentato una delle tappe del roadshow nazionale “Ecosistema dei dati sanitari. Il Fascicolo Sanitario Elettronico per modernizzare la Sanità”, che ha attraversato l’Italia coinvolgendo le Regioni in un confronto operativo sui temi della sanità digitale e sulle modalità di attuazione del Decreto sull’Ecosistema dei Dati Sanitari (EDS).

Il Fascicolo Sanitario Elettronico è al centro del dialogo per innovare la sanità, non solo digitale

«Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 svolge un ruolo centrale nel percorso di trasformazione e ammodernamento del Sistema Sanitario Nazionale”, ha dichiarato Alessio Butti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione Tecnologica. «È una piccola – ma grande – rivoluzione: ai cittadini garantiamo un canale unico, semplice e sicuro di accesso ai propri dati sanitari; al sistema sanitario offriamo uno strumento prezioso per la cura, la prevenzione e la programmazione delle politiche di salute».

Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 e il ruolo del Dipartimento per la Trasformazione Digitale

Il FSE 2.0 rappresenta oggi uno degli assi portanti del percorso di digitalizzazione del SSN. Per sostenerne l’attuazione, il Dipartimento per la Trasformazione Digitale ha sviluppato tre linee guida nazionali:

  1. Operative, per orientare le Regioni nell’implementazione tecnica e nella gestione dei dati;
  2. Formative, destinate a rafforzare le competenze digitali dei professionisti sanitari;
  3. Comunicative, per coinvolgere in modo chiaro cittadini e operatori nella transizione digitale.

A queste si aggiunge un modello di governance partecipativa, che mira a coinvolgere pienamente le amministrazioni regionali attraverso gruppi di lavoro, workshop e un repository nazionale di buone pratiche, strumenti e materiali formativi.

La copertura nazionale del Fascicolo cresce grazie a collaborazione e dati condivisi

Un approccio che sta già producendo risultati tangibili: l’86% delle Regioni e Province autonome ha avviato percorsi di formazione dedicati al FSE. Di queste, il 90% ha coinvolto figure apicali del SSR (+10% rispetto a giugno 2025), l’81% i professionisti sanitari (+5%), e il 67% i medici di medicina generale e pediatri di libera scelta (+15%). Le ultime Regioni, Abruzzo e Calabria, avvieranno le attività entro fine ottobre 2025, garantendo così una copertura nazionale completa.

Butti: «Un ecosistema del buon senso, non solo dei dati»

Nel suo intervento, il Sottosegretario Butti ha ricordato che il successo del Fascicolo Sanitario Elettronico dipende dalla collaborazione tra tutti gli attori del sistema sanitario: «Vogliamo che tutte le competenze confluiscano in un contenitore unico, in cui le Regioni facilitino uno scambio continuo. È così che si cresce: incrociando competenze diverse, professionisti diversi, territori diversi».

Secondo i dati più recenti, la quasi totalità dei medici delle strutture pubbliche è abilitata all’uso del Fascicolo; tra gli specialisti la media nazionale di abilitazione è dell’87%, mentre il 98% dei medici di medicina generale e pediatri ha effettuato almeno una consultazione del FSE nel secondo trimestre 2025. Anche tra i cittadini cresce la partecipazione: il 44% ha già utilizzato il proprio Fascicolo.

Un passo importante sarà l’attivazione del nuovo portale nazionale del FSE, accessibile anche tramite IT-Wallet e App IO. «Abbiamo sperimentato l’App IO in Lombardia per gestire le liste d’attesa e ridurre i no show – ha spiegato Butti – e in 12 mesi la percentuale dei no show è scesa del 30%. Estendere questa sperimentazione a livello nazionale significa recuperare risorse da reinvestire nel SSN».

«Ma serve anche un ecosistema del buon senso», ha concluso. «Abbiamo bisogno dei giornalisti, dei medici, degli infermieri, dei farmacisti, dei direttori generali. La salute non ha colore politico: è un obiettivo comune, e l’innovazione deve essere al servizio dei cittadini».

Mennini: «Dal Fascicolo al data lake per una programmazione più efficace»

Sulla stessa linea si è espresso Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento della Programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del SSN: «Il Fascicolo Sanitario Elettronico è uno strumento essenziale anche per la programmazione sanitaria, perché consente di creare un vero data lake nazionale. Mettiamo in rete dati finora frammentati a livello locale e regionale, e questo ci permette di accedere a informazioni in tempo reale, identificare criticità, valutare le performance e allocare le risorse in modo più razionale».

Più dati, migliore programmazione: servizi sanitari più vicini ai cittadini

Mennini ha anche evidenziato il valore del dialogo con le Regioni, in particolare sul fronte delle liste d’attesa: «Abbiamo costruito un sistema collaborativo. Il Ministero non si pone come controllore, ma come alleato. La piattaforma nazionale oggi funziona e riceve dati completi da tutte le Regioni, proprio grazie a questa cooperazione».

Quintavalle: «Formazione e fiducia, la chiave del successo»

Dalla prospettiva territoriale, Giuseppe Quintavalle, Direttore Generale della ASL Roma 1, ha sottolineato l’importanza della formazione e del coinvolgimento del cittadino: «Abbiamo seguito con grande partecipazione le indicazioni regionali e attivato una cabina di regia formativa. Migliaia di professionisti sono stati formati per conoscere e utilizzare il Fascicolo. L’adesione dei medici di medicina generale è al 95%, quella degli specialisti al 60%, ma vogliamo crescere ancora».

La sanità digitale cresce con la fiducia e il coinvolgimento del cittadino

L’obiettivo, ha spiegato Quintavalle, è duplice: generare fiducia e semplificare l’esperienza d’uso: «Il cittadino deve capire che il FSE non è uno strumento tecnico riservato agli esperti, ma un servizio utile e familiare, come l’app della banca o del parcheggio. La semplicità è essenziale, soprattutto per le persone anziane. Per questo abbiamo attivato una rete di volontari che li accompagna passo dopo passo all’uso del Fascicolo digitale».

Siccardi: «Telemedicina e FSE, due facce della stessa trasformazione»

Anche AGENAS è impegnata nel percorso di integrazione tra telemedicina e Fascicolo Sanitario Elettronico. «Siamo a un buon punto – ha spiegato Giulio Siccardi, Direttore UOC Sistemi Informativi dell’Agenzia – anche se non è un punto d’arrivo. Le Regioni hanno collaudato le infrastrutture e ci stanno inviando i primi dati: a dicembre 2025 dovremo certificare il raggiungimento del target di 300.000 assistiti in telemedicina, ma le proiezioni ci dicono che lo supereremo».

Serve una grande opera di comunicazione verso i cittadini

L’obiettivo ora è integrare i servizi di telemedicina nell’ecosistema dei dati sanitari entro il 2026. «Il portale nazionale del FSE sarà il punto di accesso ai servizi digitali: prenotazioni, televisite, telemonitoraggi. Ma serve una grande operazione di comunicazione verso cittadini e professionisti, per far capire che questo ecosistema non è futuro, è già realtà».

Ruggeri: «Dallo Stato alle Regioni, un confronto continuo»

Il percorso di digitalizzazione della sanità italiana poggia su un equilibrio tra autonomia regionale e coordinamento nazionale. Come ha ricordato Antonino Ruggeri, rappresentante del Coordinamento della Conferenza Stato-Regioni: «L’obiettivo comune è trovare soluzioni innovative, mantenendo i nostri valori. Il confronto con gli stakeholder – dal Garante Privacy al MEF, da AGENAS al Ministero della Salute – è continuo e costruttivo. Non c’è imposizione, ma co-progettazione: tutti i documenti che arrivano in Conferenza ricevono esito positivo perché il lavoro di confronto avviene già nella fase di costruzione».

Il dialogo Stato-Regioni rafforza l’implementazione del Fascicolo e la fiducia

Ruggeri ha evidenziato come la condivisione delle buone pratiche territoriali sia una delle leve più efficaci per garantire omogeneità e sicurezza nella trasformazione digitale del SSN.

Mandelli (FOFI): «Comunicare in modo univoco per rafforzare la fiducia»

Anche il mondo delle farmacie gioca un ruolo chiave nella sanità digitale. Andrea Mandelli, Presidente della Federazione Ordini dei Farmacisti Italiani (FOFI), ha ricordato come la “farmacia dei servizi” sia ormai parte integrante del sistema di prossimità sanitaria.

«Vent’anni fa era solo un sogno. Oggi la telemedicina in farmacia è una realtà quotidiana. I dati mostrano un interesse crescente e un impegno straordinario da parte dei farmacisti. Ma serve un ulteriore passo avanti: costruire una comunicazione sanitaria univoca, coerente, soprattutto su temi come i vaccini. È un dovere verso i cittadini».

Mandelli ha anche sottolineato l’importanza del recente disegno di legge per la semplificazione, approvato in prima lettura al Senato, che apre nuove prospettive per l’integrazione delle farmacie nei servizi digitali del SSN.

Un ecosistema in costruzione

Dall’interoperabilità dei sistemi alla formazione degli operatori, dalla collaborazione istituzionale alla fiducia del cittadino, il percorso verso un ecosistema dei dati sanitari realmente integrato è in piena evoluzione.

I numeri confermano un impegno diffuso: infrastrutture collaudate, reti regionali attive, cittadini sempre più coinvolti. Ma la sfida resta aperta – quella di rendere l’innovazione digitale non solo un progetto tecnologico, ma una leva di equità e prossimità per il Servizio Sanitario Nazionale.

Come ha ricordato Butti, «ogni rivoluzione tecnologica, grande o piccola che sia, richiede tempo, visione e pazienza». E il percorso dell’ecosistema dei dati sanitari dimostra che questa visione è già in atto.

Nuovo Regolamento AIFA: verso un’Agenzia più moderna, efficiente e trasparente

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Con la presentazione del nuovo Regolamento, l’Agenzia Italiana del Farmaco entra in una fase cruciale della sua riorganizzazione. Una tappa che, come ha sottolineato il presidente Robert Nisticò, «cade in un momento cruciale per il settore farmaceutico, anche in virtù della revisione del Testo unico sulla legislazione farmaceutica, che rappresenta un passaggio fondamentale verso un comparto sempre più moderno e in linea con le sfide internazionali e nazionali. È una fase in cui il rapporto tra innovazione, sostenibilità economica e accesso alle cure deve trovare un nuovo equilibrio, e l’Agenzia Italiana del Farmaco è chiamata a svolgere un ruolo di garante al centro delle dinamiche tra cittadini, pazienti, sistema sanitario e industria».

Nisticò ha sottolineato come la riforma punti a dotare AIFA di una struttura più agile e capace di rispondere con tempestività alle sfide poste dall’innovazione terapeutica.

Il nuovo Regolamento rafforza la governance di AIFA e valorizza l’HTA per coniugare accesso, innovazione e sostenibilità

«Con la nuova organizzazione – ha aggiunto – la nostra missione è diventare un’Agenzia più moderna e meglio attrezzata per assicurare una rapidità di accesso ai farmaci, soprattutto quelli innovativi, costosi e personalizzati, senza sacrificare l’equilibrio finanziario del sistema sanitario. Vogliamo promuovere un modello che premi la vera innovazione terapeutica, evitando costi ingiustificati legati a prodotti che di innovativo hanno solo il nome».

Il nuovo Regolamento ha introdotto due direzioni di livello dirigenziale generale – Amministrativa e Tecnico-scientifica – e la Conferenza dei dirigenti, luogo di confronto tra i vertici dell’Agenzia per definire le strategie operative. Al centro del nuovo assetto, l’Area Accesso al farmaco e HTA, ritenuta strategica per garantire un equilibrio tra accesso, valore terapeutico e sostenibilità economica.

Gemmato: “Riforma frutto di un percorso di continuità e rispetto dell’autonomia dell’Agenzia”

Presente alla cerimonia, il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato ha evidenziato il valore politico e istituzionale di questo passaggio.

«È la prima volta che, da Sottosegretario, vengo in AIFA – ha dichiarato – proprio per rimarcare il rispetto per un lavoro indipendente, forte e di alto profilo tecnico. Il nuovo Regolamento dà continuità al percorso avviato dal Governo nel 2022 con il Decreto Calabria, che aveva già indicato la necessità di riformare in profondità l’Agenzia».

Il Sottosegretario ha quindi ricordato due temi di particolare rilievo per il settore farmaceutico: il trasferimento dei farmaci dalla distribuzione diretta alla convenzionata e la semplificazione normativa attraverso il Testo unico.

«Abbiamo introdotto un meccanismo che, ogni 30 marzo, consente ad AIFA e al Ministero della Salute di aggiornare l’elenco dei farmaci che passano dalla distribuzione diretta a quella convenzionata. Questo permetterà ai cittadini di accedere ai trattamenti in modo più semplice, attraverso farmacie territoriali aperte ogni giorno, migliorando l’aderenza terapeutica e riducendo le ospedalizzazioni. È un intervento che unisce efficienza, prossimità e sostenibilità».

Il nuovo Regolamento dà continuità al percorso di riforma di AIFA avviato dal Governo nel 2022 con il Decreto Calabria

Riguardo al nuovo Testo unico, Gemmato ha ribadito l’obiettivo di rendere il quadro normativo «più snello e trasparente», anche per attrarre investimenti e ricerca. «Il nostro Paese è oggi primo in Europa per produzione farmaceutica e quarto al mondo per export. È fondamentale che la nostra legislazione sia chiara e moderna, capace di valorizzare l’industria nazionale e di facilitare l’accesso dei cittadini alle cure».

Rispondendo a una domanda di TrendSanità sul tema dei farmaci a basso costo, Gemmato ha affrontato il nodo della sostenibilità industriale: «Oggi abbiamo farmaci che costano meno di 5 euro, come la metformina, venduta a poco più di un euro al mese, ma che devono comunque rispettare standard di produzione, confezionamento e sterilizzazione. È evidente che in queste condizioni le aziende faticano a mantenerli sul mercato, con il rischio di carenze e aumento della spesa, perché le terapie vengono sostituite da farmaci più costosi. Stiamo lavorando con AIFA e MEF a misure straordinarie che garantiscano la disponibilità di questi medicinali essenziali, auspicabilmente già a partire dalla prossima Legge di bilancio».

Russo: “Tempi più rapidi e valutazioni integrate. Tavolo permanente con le Regioni”

Il direttore tecnico-scientifico di AIFA, Pierluigi Russo, ha evidenziato i progressi già compiuti e le prospettive aperte dalla riforma.

«Con questo Regolamento – ha spiegato – si compie un passo avanti decisivo verso l’ottimizzazione e lo snellimento delle procedure burocratiche, riducendo i tempi dei procedimenti autorizzativi. Già oggi, grazie alla nuova Commissione scientifica ed economica, possiamo condurre la valutazione tecnico-scientifica e la negoziazione dei prezzi in parallelo, con un significativo guadagno in efficienza».

Russo ha aggiunto che, nonostante le pendenze accumulate negli anni passati, i dati mostrano «un trend di miglioramento costante» e un aumento delle rinegoziazioni dei prezzi.

«Il nostro obiettivo – ha proseguito – è continuare a garantire che l’Italia resti tra i Paesi europei con la più ampia offerta di farmaci rimborsati: oggi siamo all’80% di quelli approvati da EMA. Risultati che con la riorganizzazione interna dell’Agenzia puntiamo a migliorare ulteriormente a beneficio dei cittadini».

Con la riorganizzazione si riducono i tempi di autorizzazione e cresce la cooperazione con le Regioni

Rispondendo alle domande di TrendSanità, Russo ha affrontato anche il tema della gestione dei farmaci obsoleti e della collaborazione con le Regioni.

«Nel caso dei dispositivi medici, l’obsolescenza si gestisce facilmente: quando una tecnologia è superata, smettiamo di acquistarla. Per i farmaci è diverso: quelli più datati spesso coprono patologie croniche o rare e non possono essere semplicemente rimossi dal mercato. È un equilibrio delicato che richiede un approccio più attento. Quando c’è la vera obsolescenza nel settore farmaceutico, un medicinale non viene più utilizzato perché è superato da nuovi medicinali».

Sulla collaborazione istituzionale, ha ricordato l’avvio di un Tavolo AIFA-Regioni permanente: «Il coordinamento con le Regioni è essenziale. Stiamo costruendo un percorso strutturato. C’è bisogno di una gestione documentale che necessita di mettere a terra documenti e dati, in uno scambio bidirezionale. Non sarà solo un tavolo di confronto, ma un luogo operativo dove AIFA propone obiettivi concreti e le Regioni restituiscono feedback e indicazioni sulle criticità da affrontare insieme».

Pavesi: “Dalla riforma alla piena operatività. Ora servono risorse umane adeguate”

Per il direttore amministrativo Giovanni Pavesi, il nuovo Regolamento rappresenta la fase operativa della riforma AIFA avviata due anni fa.

«Con questa riorganizzazione – ha dichiarato – abbiamo messo le gambe alla riforma dell’Agenzia. Il nostro obiettivo è garantire ai cittadini la migliore assistenza farmaceutica possibile al costo più sostenibile, premiando la vera innovazione e contenendo i costi di quella che, a volte, di nuovo ha solo il nome sulla scatola».

AIFA è un’Agenzia ampiamente autofinanziata, ma con 600 dipendenti svolge compiti che, in altri Paesi, sono gestiti da strutture con personale più che doppio

Pavesi ha poi sottolineato la necessità di rafforzare gli organici per adeguarsi agli standard europei: «L’AIFA è ampiamente autofinanziata dai proventi delle proprie attività, svolte a favore delle aziende, che giustamente la retribuiscono. L’Agenzia, anche alla luce della sua riorganizzazione necessita di potenziare il suo personale, anche perché nel resto d’Europa le Agenzie analoghe possono contare su organici molto più ampi. A titolo d’esempio quella tedesca conta 1.350 dipendenti contro i nostri 600, nonostante l’AIFA sia l’unica a sostenere anche l’onere della contrattazione dei prezzi. Per questo – conclude – ci auguriamo che, ottimizzata la sua organizzazione, si possa ora rafforzare l’Agenzia con nuove figure professionali, avendo sempre come obiettivo il bene comune della migliore offerta di cure possibili».

In sintesi, il nuovo Regolamento segna per AIFA l’avvio di una stagione di rinnovamento istituzionale e gestionale. Una riforma che punta su trasparenza, efficienza e cooperazione con tutti gli attori del sistema, con l’obiettivo di coniugare rapidità di accesso, sostenibilità e valorizzazione della vera innovazione terapeutica.

Il primo professore digitale d’Italia: un avatar in cattedra

Un professore in carne e ossa e il suo gemello digitale, sempre pronto a rispondere agli studenti. È questa la novità presentata dall’Università dell’Insubria insieme all’Università di Bologna: il primo Digital Twin italiano capace di riprodurre fedelmente un docente.

Il protagonista è Davide Tosi, titolare dell’insegnamento di Big Data e Delegato della Rettrice per l’Intelligenza artificiale. Il suo avatar 3D è stato sviluppato grazie alla collaborazione con il professor Gustavo Marfia e con un gruppo di ricercatori e tesisti del VARLab, il laboratorio di Realtà Virtuale e Aumentata dell’ateneo bolognese.

Il risultato è una copia pressoché identica del docente. Stesso aspetto, stessi movimenti e una voce sintetizzata che riproduce quella reale. Non si tratta però solo di una simulazione estetica. L’avatar sfrutta un sistema di intelligenza artificiale generativa addestrato sui contenuti del corso di Big Data ed è quindi in grado di interagire con gli studenti, rispondere ai loro dubbi e approfondire gli argomenti affrontati a lezione, in qualsiasi momento.

Non è fantascienza, ma una sperimentazione che sta prendendo piede anche in altre università, come ad esempio, il progetto AI-Learn@Sapienza, presentato dall’Università di Roma La Sapienza al Policlinico Umberto I. Il programma è strutturato come un vero e proprio trial clinico randomizzato in cui 50 studenti di Medicina saranno divisi in due gruppi, uno con lezioni tradizionali e l’altro affiancato da un professore-avatar basato sull’IA. Al termine, tutti affronteranno lo stesso caso clinico simulato da un paziente-avatar, per valutare l’efficacia del nuovo approccio.

Per capire qualcosa in più su questa nuova forma di didattica, TrendSanità ha intervistato il Professor Tosi.

Perché realizzare un professore avatar?

«L’idea nasce dalla volontà di continuare a sperimentare tecnologie innovative e dirompenti, come l’intelligenza artificiale generativa, cercando di creare soluzioni concrete. Al tempo stesso, volevamo capire come queste applicazioni potessero integrarsi nella didattica universitaria. Nel 2024 avevamo sviluppato il primo politico basato su intelligenza artificiale, candidato alle europee di giugno. Quest’anno abbiamo deciso di provare con un professore avatar, che avesse anche tutta la shape, capace di riprodurre in 3D non solo la mia voce e il mio aspetto, ma anche i miei pensieri».

C’è il rischio che commetta un errore didattico o fornisca informazioni sbagliate agli studenti? In questo caso chi è responsabile?

«L’avatar è stato creato e addestrato su un insieme circoscritto di contenuti: libri di testo, slide del mio corso di Big Data, appunti, articoli scientifici dedicati al tema. Si tratta di un contesto molto limitato, utilizzato per il fine tuning del modello di AI generativa, così da ridurre il rischio di errori o “allucinazioni” tipiche dei large language model. Gli errori, naturalmente, non possono essere esclusi, ma il sistema è stato testato in modo approfondito per garantire affidabilità. È bene ricordare che parliamo di strumenti di supporto, che non devono sostituire libri, slide o lezioni in aula. Anzi, rappresentano un’opportunità per allenare lo spirito critico».

Se una risposta dell’avatar non coincide con quanto spiegato in classe, lo studente può notarlo, accorgersi delle discrepanze, interrogarsi su dove sta l’errore e approfondire

In che modo sono tutelati i dati sensibili (domande, stili di apprendimento, ecc.) degli studenti durante le lezioni con un professore virtuale?

«Basta anonimizzare i dati degli studenti che hanno posto le domande al professore virtuale. Al corpo docente non interessa raccogliere informazioni su come gli studenti utilizzano questo strumento, quali domande pongono al sistema ecc., ma solo offrire un supporto in più allo studio e alla didattica».

L’uso dell’AI rischia di ridurre il ruolo e il valore dei docenti in carne e ossa e aumentare la precarietà o può solo diventare un supporto alla didattica?

«L’avatar, o meglio lo human digital twin, va considerato come uno strumento di supporto, non di sostituzione. Sarebbe come sostenere che l’esistenza di libri di testo, slide o contenuti multimediali renda superflue le lezioni in aula, niente di più sbagliato. La lezione frontale rimane fondamentale per trasmettere non solo conoscenze, ma anche esperienza. Un docente che insegna Big Data da anni porta con sé un bagaglio maturato in contesti di ricerca, industriali e aziendali, che trasmette agli studenti e arricchisce la didattica».

È compito dei docenti non chiudersi all’uso della tecnologia, ma guidare gli studenti a sfruttare al meglio questi strumenti

Quanto è reale il rischio che si perda l’insegnamento di un pensiero critico affidando le lezioni a un algoritmo?

«Il pensiero critico non si perde, a patto che le tecnologie messe a disposizione siano usate in modo opportuno e adeguato. È compito dei docenti non chiudersi all’uso della tecnologia, ma guidare gli studenti a sfruttare al meglio questi strumenti. L’esempio è semplice. Nessuno direbbe che avere le slide o Internet a disposizione impedisca di sviluppare capacità critica. Dipende da come sono utilizzati. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale».

Quali garanzie etiche e legali servono affinché l’introduzione di avatar e intelligenza artificiale non crei nuove disuguaglianze o dipendenza tecnologica?

«Il rischio delle disuguaglianze è reale e va affrontato. Molti studi evidenziano che il digital divide crescerà per chi non saprà utilizzare strumenti di intelligenza artificiale generativa.
Inoltre, è importante ricordare che l’AI non si riduce a ChatGPT o ai grandi modelli linguistici, quella è solo una parte. Non imparare a servirsi di queste tecnologie come strumenti di supporto, non come sostituti del proprio lavoro o dello studio, significherebbe ampliare il divario tra chi ha accesso e competenze e chi invece ne resta escluso. Connessione, licenze, infrastrutture, chi ne è privo sarà inevitabilmente svantaggiato».

Vaccini COVID-19: la Commissione sigla appalto congiunto

La Commissione europea ha firmato, su richiesta di 14 paesi, un contratto quadro di aggiudicazione congiunta con l’azienda farmaceutica spagnola HIPRA. I paesi partecipanti potranno ordinare fino a 4 milioni di dosi del vaccino anti COVID-19 a base proteica Bimervax®, a seconda delle necessità e del contesto nazionale e senza un numero minimo di dosi da acquistare. Il contratto avrà una durata massima di due anni, e i vaccini saranno pronti per la consegna in tempo per l’attuale stagione vaccinale.

Dichiarazione della Commissaria Lahbib

Hadja Lahbib, Commissaria per la Parità e per la Preparazione e la gestione delle crisi, ha dichiarato: «Con l’emergere di casi di COVID-19 e di nuove varianti, la protezione contro questi virus è essenziale, in particolare per i più vulnerabili. Con l’appalto congiunto odierno, miglioriamo la nostra preparazione e garantiamo la fornitura delle contromisure mediche necessarie contro la persistente minaccia della COVID-19. Questo vaccino di HIPRA segue un approccio end-to-end, dalla ricerca e sviluppo alla produzione, interamente in Europa, il che rafforza la nostra autonomia strategica e diversifica il nostro portafoglio di vaccini. Ci impegniamo a rafforzare la nostra sicurezza sanitaria per un’Europa più sicura, più sana e meglio protetta».

Un’opzione in più per i sistemi sanitari

Benché siano già disponibili vaccini a mRNA, questo contratto di appalto congiunto aumenta le opzioni a disposizione dei sistemi sanitari pubblici offrendo vaccini a base proteica. Questo tipo di vaccino contiene frammenti di una proteina specifica del virus. Questi frammenti sono sufficienti affinché il sistema immunitario della persona riconosca che la proteina specifica non dovrebbe essere presente nell’organismo e risponda producendo difese naturali contro l’infezione da COVID-19.

Il vaccino sarà prodotto interamente in Europa, rafforzando autonomia e sicurezza sanitaria

Produzione europea per maggiore autonomia strategica

Un ulteriore vantaggio dell’accordo odierno con HIPRA è che la ricerca e sviluppo, la produzione, l’infialamento e il confezionamento avvengono tutti in Europa. Ciò rafforza l’autonomia strategica degli Stati membri accorciando la catena di approvvigionamento e riducendo la dipendenza dai paesi terzi per la produzione e l’esportazione.

Un meccanismo di preparazione a livello UE

Dal 2022, 38 paesi hanno firmato l'”accordo di aggiudicazione congiunta”, un meccanismo dell’UE per acquistare congiuntamente contromisure mediche su base volontaria e flessibile. Questo meccanismo contribuisce alla preparazione a livello dell’UE alle crisi di sanità pubblica e alle pandemie.

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