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Quando la scienza batte il virus sul tempo: ConvMut, il software italiano che anticipa le varianti

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Si chiama ConvMut ed è un software tutto italiano in grado di prevedere le varianti future di un virus come SARS-CoV-2. Nato dalla collaborazione tra l’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana, lo Spallanzani e il Politecnico di Milano, questo strumento analizza milioni di sequenze virali e individua i punti “strategici” su cui il virus tende a mutare per adattarsi all’ospite. Un passo avanti importante per virologi e immunologi, ma anche per le politiche sanitarie e per la ricerca farmacologica, che potrebbero così anticipare l’evoluzione del virus, progettando vaccini e anticorpi monoclonali più mirati ed efficaci.

Prevedere le varianti in anticipo può cambiare il modo in cui programmiamo le campagne vaccinali

Ne parliamo a TrendSanità con Daniele Focosi, ematologo e virologo dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana e ideatore del progetto.

Cos’è e come funziona ConvMut ?

«Prima di tutto dobbiamo capire come funziona l’evoluzione di una specie. È ben noto come molte specie viventi abbiano in comune un unico antenato, un fenomeno che si chiama evoluzione divergente. Esiste però anche il fenomeno opposto, quello in cui specie che hanno antenati molto distanti fra di loro tendono ad acquisire le stesse caratteristiche esteriori (“fenotipo”) quando condividono un ambiente comune in cui tali caratteristiche risultano vantaggiose per la loro sopravvivenza. In questo caso, prende il nome di evoluzione convergente. Ecco, ConvMut è un software di analisi dell’evoluzione convergente, unico nel suo genere, sviluppato dagli ingegneri informatici del team della Professoressa Anna Bernasconi al Politecnico di Milano, l’Università numero uno in Italia secondo i ranking internazionali. Ci sono moltissimi software che si occupano di evoluzione divergente, ma prima di ConvMut l’evoluzione convergente virale era studiata da un manipolo di volontari (me compreso) che identificava manualmente i raggruppamenti.

Daniele Focosi

Per fare predizioni accurate, ConvMut però ha bisogno di tanti dati forniti in un tempo più reale possibile. Niente di meglio quindi che integrarlo dentro la piattaforma dove ricercatori di tutto il mondo depositano le sequenze dei genomi virali, chiamata GISAID. Ci siamo riusciti grazie al team del Professor Fabrizio Maggi all’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma.

Su GISAID, infatti, ci sono oggi oltre 17,5 milioni di sequenze di SARS-CoV-2. Tra le varie funzioni di ConvMut, oltre alla creazione di mappe grafiche che raggruppano le migliaia di lignaggi di SARS-CoV-2 in pochi cluster facili da comprendere, ci sono anche informazioni su quali step evolutivi (sia a livello di genoma che di fenotipo) ha subito una data proteina, su quando è stato riscontrato per la prima volta quel lignaggio, quante sequenze ne esistono e quante altre volte si è verificato quel cambiamento in altri lignaggi. Non ci stupisce vedere che all’estremo di questi step di ConvMut si trovava mesi fa un cluster che includeva la variante XFG (Stratus), che sta ora dominando il picco di inizio autunno».

Perché è importante studiare l’evoluzione convergente di un virus?

«Perché alcuni virus (tra cui SARS-CoV-2), a differenza delle specie animali, mutano tantissimo e in poco tempo. Di SARS-CoV-2, in soli 5 anni, oggi ne conosciamo oltre 5.000 tipi diversi. Tutta questa precisione nella classificazione è stata riconosciuta per la prima volta grazie all’enorme sforzo di laboratori in giro per il mondo che hanno sequenziato e ancora oggi (sebbene con minore intensità) sequenziano il genoma virale, ma trova la sua base nella pressione immunitaria (dovuta a precedenti infezioni o vaccinazioni) a livello di popolazione. Come nell’eterna caccia tra polizia e ladro, anche il virus muta continuamente per poter sfuggire al sistema immunitario. In particolare la proteina Spike muta per sfuggire agli anticorpi neutralizzanti. Per la prima volta le tecniche moderne ci permettono di osservare questo fenomeno in modo granulare».

Prevedere le varianti in anticipo, può cambiare il modo in cui programmiamo le campagne vaccinali? Quanto siamo vicini a questo scenario?

«Credo che questo scenario sia già oggi possibile. Dopo le prime ondate COVID sostenute da una singola variante, tutte le ondate successive hanno visto la compresenza di tante varianti. In un tale scenario, scegliere il “ceppo” vaccinale con 5-6 mesi di anticipo solo sulla base della frequenza diventa molto rischioso, quanto trovare la posizione di un ago in un pagliaio. In quel lasso temporale il lignaggio dominante diventa quasi sempre un altro, spesso con molte mutazioni di differenza, e quindi il vaccino scelto ha una protezione subottimale.

ConvMut offre strumenti predittivi preziosi per vaccini e anticorpi monoclonali, ma il suo impatto dipenderà dalle decisioni degli enti regolatori

Magari in frequenza assoluta non sono ancora maggioritarie, ma c’è un trend che indica una chiara pressione selettiva che di lì a poco si svilupperà. Ad esempio, dopo i primi anni in cui a mutare era solo la porzione di legame al recettore (RBD) della proteina Spike, negli ultimi anni sta mutando molto di più la porzione all’estremo opposto, come se là ci fosse ancora molto “spazio evolutivo”. Non escludo che in un futuro imminente gli enti regolatori (WHO, EMA, FDA) non proporranno più uno specifico ceppo (come quello attuale, LP.8.1), ma un insieme di mutazioni che saranno assemblate in un costrutto sintetico, ovvero un virus che non esiste in natura. Mentre questo era quasi impossibile ai tempi dei vaccini che richiedevano virus interi attenuati o morti, tutto questo oggi è diventato relativamente facile nell’era dei vaccini a mRNA».

In che modo il software può accelerare la ricerca e la produzione di vaccini e i processi decisionali di EMA e OMS?

«I processi decisionali umani sono destinati ad avere ancora una certa latenza, ma qui possono diventare più “attuali”. L’esempio eclatante è stato il vaccino basato sulla variante XBB. Al momento in cui è stato commercializzato, quella variante praticamente non circolava più nella popolazione. Questo non significa che quel vaccino non abbia avuto una residua efficacia protettiva, ma sicuramente avremmo potuto fare di meglio se fosse stato più simile a ciò che circolava al momento della somministrazione, se si fosse potuto prevedere quali mutazioni convergenti si stavano accumulando. ConvMut rende possibile proprio questo».

Le aziende che producono anticorpi monoclonali potrebbero trarre vantaggio da questo modello predittivo anche per ridurre i tempi di risposta?

«Sappiamo come, anche in un’epoca d’oro per i monoclonali come quella del COVID in cui molte aziende hanno ricevuto finanziamenti pubblici, il tempo minimo tra disegno e commercializzazione è stato sempre superiore all’anno. Questo ha portato a molti fallimenti, ovvero anticorpi anti-Spike che hanno perso attività poche settimane o mesi dopo che il loro uso era stato approvato. Qui ConvMut può aiutare a indirizzare la pipeline su cui un’Azienda decide di investire in sperimentazioni cliniche (lunghe e costose). Se un’azienda vede che sta aumentando la prevalenza di una data mutazione che rende inefficace l’anticorpo che stanno sviluppando, fermare le sperimentazioni cliniche in corso può consentire ingenti risparmi. Al contrario vedere quali porzioni della proteina sono relativamente stabili nel tempo aiuta a identificare i bersagli migliori e quindi a focalizzare lo sviluppo preclinico». 

Rendere ConvMut accessibile gratuitamente per tutti e in grado di lavorare su dati rilasciati in tempo reale sarebbe un’ottima base di partenza

Chi dovrebbe gestire e utilizzare questi dati predittivi? C’è il rischio che restino confinati alla ricerca, invece di diventare strumenti di prevenzione?

«Le scelte sono chiaramente nelle mani degli enti regolatori che raccomandano oggi la scelta dei ceppi vaccinali, OMS in primis. Non è un caso che siamo già in contatto con l’OMS per validare e presentare ConvMut e ci aspettiamo identico interesse da EMA e FDA. Il rischio che l’inerzia e il conservatorismo degli enti regolatori lasci ConvMut confinato alla ricerca c’è, ma resto fiducioso che i produttori di vaccini e anticorpi monoclonali ne apprezzino l’utilità. Alla fine sono quelle aziende a rischiare i loro capitali se i loro prodotti non funzionano bene».

Il farmacista clinico come ponte tra clinico e paziente

Il farmacista clinico è una figura professionale consolidata nei Paesi anglosassoni, ma ancora poco diffusa in Italia. Si tratta di un professionista che rappresenta un vero e proprio “raccordo attivo” tra clinico e paziente, garantendo l’uso appropriato, sicuro ed efficace dei farmaci e contribuendo in modo diretto alla qualità dell’assistenza.

Con la dottoressa Anna Marra (Direttrice del Dipartimento Farmaceutico Azienda Ospedaliero-Universitaria e Azienda USL di Ferrara) approfondiamo il significato di questo ruolo, il suo inserimento nei team multidisciplinari e le prospettive di sviluppo nel nostro Servizio Sanitario Nazionale.

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AI e medicina: innovazione, etica e multidisciplinarietà al meeting SIIAM 2025

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Professionisti, ricercatori, sviluppatori e clinici si sono dati appuntamento a Napoli per il terzo Annual Meeting della Società Italiana di Intelligenza Artificiale in Medicina (SIIAM), dedicato quest’anno al tema “AI per la medicina italiana. Navigare tra innovazione, sviluppo e pratica clinica”. L’obiettivo: esplorare come l’intelligenza artificiale possa diventare uno strumento concreto per una sanità più equa, accessibile e coerente con i valori del Servizio Sanitario Nazionale. Il programma, strutturato in quattro sessioni dinamiche e interconnesse ispirate alla “rosa dei venti”, ha guidato partecipanti e relatori in un percorso tra governance sanitaria, innovazione tecnologica, sviluppo applicativo e pratica clinica.

La scienza deve incontrare la tecnologia e l’esperienza clinica, ridisegnando una medicina capace di mettere la persona, e non il dato, al centro

Hanno aperto i lavori Luigi De Angelis, Presidente SIIAM, Francesco Baglivo e Giacomo Diedenhofen, Presidenti Annual Meeting, per guidare i partecipanti in un itinerario multidisciplinare, in cui la conoscenza scientifica incontra la tecnologia e l’esperienza clinica, ridisegnando una medicina capace di mettere la persona, e non il dato, al centro.

«Un convegno di alto profilo scientifico» – ha sottolineato Diana Ferro, Presidente del Comitato scientifico – “che ha messo in luce la multidisciplinarità e l’eccellenza dei risultati presentati nei contributi pubblicati su Recenti Progressi in Medicina: un segnale incoraggiante per un settore in espansione, fondato sulla collaborazione e sull’integrazione di competenze diverse anche molto diverse tra loro».

AI per la medicina italiana: principi, prospettive e innovazione

Il meeting si è aperto con i saluti di Paolo Antonio Netti, Delegato del Rettore dell’Università di Napoli Federico II per EIT Health. Subito dopo è intervenuto Gennaro Piccialli, Direttore del CESTEV, che ha sottolineato «la necessità di una contaminazione tra biologi, ingegneri, medici, chimici e altre figure professionali». Tutte persone che, pur parlando linguaggi tecnici diversi, devono imparare a dialogare quando si parla di salute.

L’intervento di Serena Battilomo del Ministero della Salute e direttrice dell’Ufficio del Sistema informativo sanitario nazionale ha annunciato l’entrata in vigore, il 10 ottobre 2025, della legge 132 “Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale”. Si tratta della prima regolamentazione italiana sull’intelligenza artificiale, basata su principi di trasparenza, ricerca, sperimentazione, sviluppo, adozione e applicazione di modelli e sistemi di AI. «L’obiettivo – ha spiegato Battilomo – è promuovere un uso corretto, trasparente e responsabile di queste tecnologie, in una prospettiva antropocentrica, che metta sempre la persona al centro». Allo stesso tempo, la legge prevede una vigilanza attenta sui rischi economici e sociali e sull’impatto dell’AI sui diritti fondamentali, per garantire che l’innovazione proceda in equilibrio con l’etica e la tutela della collettività.

Tecnologia e bene comune: l’AI come strumento di cura

Giulia Panizza, in rappresentanza di FIAGOP (Federazione Italiana delle Associazioni di Genitori di bambini e adolescenti con tumori o leucemie), ha richiamato l’attenzione sui possibili rischi di distorsione delle tecnologie e sulla necessità di orientare l’innovazione verso il bene comune, con una particolare attenzione alla tutela delle persone più fragili.

«Ci vuole coraggio e cambiamento»

L’intervento di Alberto Eugenio Tozzi, membro dell’Advisory Board SIIAM e responsabile del settore Innovazione all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, ha messo in luce come ricerca e innovazione debbano procedere insieme, generando un nuovo valore condiviso. L’innovazione in medicina, ha spiegato Tozzi, «si fa con i pazienti, con le famiglie e con una formazione specifica per i clinici». L’intelligenza artificiale può oggi supportare la predizione e la prevenzione, nonché la scoperta di nuove molecole come la baucima, antibiotico promettente nella lotta all’AMR (antimicrobico resistenza). Tra le frontiere più interessanti, la creazione di “digital twin”, copie digitali di microrganismi e sistemi biologici, capaci di simulare scenari clinici complessi. Ma, ha sottolineato Tozzi, «tutto ciò va tradotto nella pratica», con una corretta gestione dei dati clinici, lo sviluppo di nuove competenze e una reale multidisciplinarità, per ridurre l’“AI divide” e accompagnare la trasformazione dei sistemi sanitari e della pratica clinica. «Ci vuole coraggio e cambiamento», conclude.

Verso un’AI sicura e trasversale

Maria Di Marzo, dell’Area Innovazione e Strategia del Farmaco di AIFA, ha ribadito l’importanza di un’intelligenza artificiale antropocentrica, sicura e trasversale, capace di coinvolgere competenze diverse e di integrarsi con normative orizzontali che riguardano farmaci e dispositivi medici. L’AI può, infatti, contribuire allo sviluppo di nuovi farmaci, anche riducendo l’uso di modelli animali, e ottimizzare le procedure regolatorie, rendendo più efficienti i processi decisionali. Di Marzo ha citato, inoltre, la rete europea DARWIN, una piattaforma di dati condivisi tra partner europei per progetti di ricerca scientifica e regolatoria, segnalando il lavoro in corso per la definizione di linee guida sull’uso dell’AI nello sviluppo del farmaco. Servono però, ha concluso, nuove competenze anche tra i regolatori e una collaborazione più stretta con il mondo della ricerca.

Ha chiuso la sessione Chiara Maiorino, di EIT Health, che ha invitato a «mantenere al centro non solo il paziente, ma anche il cittadino, prima che diventi paziente». Maiorino ha evidenziato l’importanza di azioni mirate di supporto all’AI, di sostegno alle startup e soprattutto di formazione ed educazione del personale sanitario, dei caregiver e dei dirigenti, spesso in difficoltà nel tenere il passo con l’evoluzione tecnologica.

AI e salute pubblica: dall’epidemiologia digitale all’innovazione in medicina di comunità

Angelo D’Ambrosio (ECDC di Stoccolma) ha affrontato il tema delle ICA (infezioni correlate all’assistenza) e del ruolo che l’intelligenza artificiale può avere nella loro prevenzione e gestione. Ha sottolineato la necessità di un maggiore controllo sulle infezioni ospedaliere e di più tempo e personale dedicato, spesso oggi insufficienti. L’AI può offrire un supporto decisivo nella previsione, nella rilevazione in tempo reale, nella sorveglianza e nella prevenzione delle infezioni. Nella presentazione di diversi studi che hanno analizzato le capacità predittive dei modelli di AI, spesso caratterizzate da buone performance ma da una specificità ancora limitata, resta comunque imprescindibile per D’Ambrosio l’aspetto umano.

Beatrice Delfrate (AGENAS) è intervenuta sul ruolo dell’intelligenza artificiale in sanità e sulla necessità di partire dalla formazione. «Il clinico deve saper usare la tecnologia – ha ribadito – e il PNRR può accelerare questo processo, anche per strumenti già disponibili come la telemedicina». L’obiettivo è uniformare le conoscenze di base su tutto il territorio nazionale, per garantire equità e coerenza tra le regioni

«Nella pratica clinica non tutto è bianco o nero e non tutti i modelli di intelligenza artificiale hanno la stessa efficacia. Le opportunità sono numerose, ma serve maggiore standardizzazione e la costruzione di competenze locali solide, in grado di rendere l’AI realmente utile e integrata nei contesti sanitari»

Delfrate ha presentato anche la piattaforma dell’Agenzia per le cure primarie, concepita come un supporto all’attività di diagnosi e cura dei professionisti sanitari, a sostegno di un sistema sanitario più efficiente e integrato. L’AI sta cambiando il volto della sanità e con l’AI Act e la legge 132 si delineano le regole di una governance solida e attenta alla sicurezza dei dati. Tra le sfide ancora aperte, i rapporti con il Garante per la privacy in merito all’uso dei dati. L’intelligenza artificiale – ha concluso – può supportare diagnosi e cure, aiutare i medici di medicina generale e contribuire a creare una nuova mentalità digitale, che includa anche la formazione su come costruire prompt efficaci per interagire con gli strumenti di AI.

Umanizzazione delle cure: quando la tecnologia migliora la relazione con i cittadini

Gianpaolo Ghisalberti, dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Senese, ha raccontato l’esperienza senese nell’utilizzo di un chatbot per le relazioni al pubblico di un’azienda ospedaliera. Un percorso che dimostra come la tecnologia possa supportare l’umanizzazione delle cure e rafforzare la centralità della persona assistita. L’uso dell’avatar, dalle sembianze di miss Italia 2024 o di un infermiere dell’ospedale, rappresenta una tappa di un cammino più ampio, che ha già visto l’introduzione di carrozzine elettriche per persone con disabilità, del progetto DAS per garantire copertura internet e telefonica e di strumenti di realtà virtuale pensati in particolare per i bambini sottoposti a cure lunghe e complesse.

L’avatar, ha spiegato Ghisalberti, nasce dall’esigenza di fornire informazioni rapide e accurate alle persone, risultato di un lavoro articolato di organizzazione e strutturazione dei dati all’interno di un grande ospedale pubblico.

Intelligenza artificiale e robotica per la salute e la sicurezza sul lavoro

Giovanna Tranfo, direttrice del Dipartimento di Medicina, Epidemiologia, Igiene del Lavoro e Ambientale dell’INAIL di Roma, è intervenuta sul tema “Intelligenza artificiale e robotica nella ricerca sulla salute dei lavoratori”. L’INAIL è impegnato in attività di ricerca e prevenzione e utilizza l’AI come strumento per analizzare grandi quantità di dati, automatizzare revisioni della letteratura, tradurre testi e sperimentare soluzioni di realtà virtuale applicate alla sicurezza. L’intelligenza artificiale può essere un prezioso aiuto per gli ausili negli ambienti di lavoro, dove è fondamentale valutarne efficacia e rischi (come, ad esempio attraverso sensori che consentono la rilevazione in tempo reale di composti organici volatili).

Tra i progetti più innovativi citati da Tranfo figura ErgoCub, un robot umanoide collaborativo progettato per ridurre lo sforzo fisico nelle attività di sollevamento. Dotato di sensori e componenti di AI, è in grado di localizzare e pianificare i movimenti, aprendo nuove prospettive per la sicurezza e il benessere delle persone lavoratrici.

Ritrovare la bussola: dialogo e responsabilità tra innovazione, sviluppo e pratica clinica

Ha concluso la giornata del 10 ottobre una tavola rotonda che ha riunito Guido Scorza (Componente del Garante per la protezione dei dati personali), Carlo Tacchetti (Fondazione D34Health), Guido Gigante (Istituto Superiore di Sanità), Fabio Ambrosino (Il Pensiero scientifico Editore) e Laura Patrucco (Associazione Scientifica per la Sanità Digitale), in un confronto ricco di spunti su alcuni dei nodi centrali dell’intelligenza artificiale applicata alla medicina. Tra i temi affrontati, la tutela della privacy dei dati e la salute come diritto fondamentale, insieme alla spiegabilità dei modelli di AI, condizione essenziale per garantire fiducia e trasparenza.

I relatori hanno sottolineato anche la necessità di rafforzare il dialogo tra sviluppatori e utenti, tra medicina e scienza, per evitare che l’innovazione tecnologica proceda in modo disallineato rispetto ai bisogni reali delle persone e dei professionisti. Nel dibattito è emerso inoltre il problema dell’ipertrofia del publishing medico, che genera un’enorme quantità di studi a fronte di pochi revisori qualificati, e il bisogno di riportare l’attenzione sull’elemento umano ed etico nell’uso delle nuove tecnologie, per non perdere la direzione in un mare di dati e algoritmi.

Diabetologi: «L’industria alimentare sia nostra alleata nella prevenzione, abbiamo bisogno di cibi più salutari»

Ridurre il grado di processazione degli alimenti, limitare l’uso di additivi superflui, contenere l’uso di zuccheri aggiunti e di sale; rivedere i sistemi di conservazione dei prodotti e promuovere un marketing più veritiero e trasparente. In sintesi: etichette più comprensibili, con liste ingredienti più corte e chiare. Sono queste le poche e semplici richieste che l’Associazione Medici Diabetologi (AMD) rivolge ai rappresentati dell’industria alimentare. Per la prima volta, specialisti impegnati quotidianamente nel fronteggiare il diabete, che ha tra i principali fattori di rischio un modello alimentare scorretto, diffuso negli ultimi decenni, non si limitano a dare suggerimenti a pazienti e comuni cittadini per scelte alimentari più consapevoli, ma rivolgono il loro sguardo e monito proprio a chi quel cibo lo produce, chiedendo un’assunzione di responsabilità concreta nei confronti della salute pubblica.

La salute delle persone non dipende solo dai farmaci o dalla tecnologia, ma anche dai modelli alimentari, ambientali e sociali che costruiamo ogni giorno

L’appello, firmato da AMD, Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Slow Food Italia, è stato presentato in occasione dell’apertura del XXV Congresso Nazionale della società scientifica, in corso a Bologna fino a sabato 18 ottobre.

“Numerosi studi epidemiologici hanno dimostrato che le attuali abitudini alimentari dominanti sono associate a patologie croniche come obesità, diabete tipo 2, malattie cardiovascolari e alcuni tumori”, dichiara il professor Riccardo Candido, Presidente AMD. “A destare preoccupazione sono l’eccesso di zuccheri, in particolare nelle bevande, l’elevata densità calorica dei cibi pronti, l’uso di grassi idrogenati e sale per migliorarne gusto e palatabilità, l’abuso di additivi per prolungarne la conservazione e il crescente grado di processamento degli alimenti. L’allarme, sia scientifico che sanitario, è chiaro: riguarda il benessere delle generazioni presenti e future. Con questo appello chiediamo all’industria alimentare di essere alleata della prevenzione, perché il cibo può e deve diventare un veicolo di salute”.

Preoccupano l’eccesso di zuccheri, grassi, sale, additivi e il crescente processamento dei cibi industriali

“Per l’industria alimentare è il momento di assumersi responsabilità concrete, rendendo l’innovazione alimentare più sana e trasparente”, aggiunge Silvio Barbero dell’Università di Pollenzo. “Il cambiamento è possibile, privilegiando ingredienti naturali, processi produttivi e distributivi sostenibili. Salute e competitività possono andare di pari passo. Non si tratta di tornare indietro, ma di guardare avanti: l’industria ha oggi l’opportunità di assumere un ruolo decisivo nel promuovere il benessere collettivo, restituendo credibilità al proprio impegno verso la società”.

“La salute delle persone – conclude il professor Candido – non dipende solo dai farmaci o dalla tecnologia, ma anche dai modelli alimentari, ambientali e sociali che costruiamo ogni giorno. La diabetologia deve farsi ponte tra scienza, sostenibilità e giustizia sociale: solo così potremo garantire salute e innovazione per tutti, senza lasciare indietro nessuno”.

Venti anni di Fondazione Onda ETS: come è cambiato il rapporto delle donne con la propria salute?

La salute delle donne cambia volto: oggi non è più intesa solo in senso funzionale, ma come un equilibrio tra mente e corpo, in cui il benessere psicologico assume un ruolo centrale. Tuttavia, permane una certa insoddisfazione nella gestione della propria salute e nel supporto ricevuto da famiglia e Servizio Sanitario Nazionale. È quanto emerge dalla ricerca di Elma Research, realizzata con Fondazione Onda ETS, che in occasione del suo ventennale confronta i dati attuali con quelli della prima indagine del 2005, delineando come, negli ultimi vent’anni, sia mutato il rapporto delle donne con la propria salute e con il sistema sanitario.

«Nel nostro ventesimo anniversario celebriamo l’attenzione e la dedizione di Fondazione Onda ETS nell’affermare l’importanza della medicina di genere in Italia, ponendo sempre al centro le persone e il loro diritto alla salute – dichiara Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda ETS. Le tematiche affrontate negli anni sono state molteplici, ivi inclusa un’attenzione alla violenza contro le donne. Ricerche, attività editoriali, un Congresso annuale multidisciplinare nonché iniziative con gli ospedali con il Bollino Rosa e Azzurro hanno consentito l’avvicinamento della popolazione alle tematiche di salute. L’indagine che abbiamo svolto ha evidenziato quanto per le donne italiane la salute rimane una priorità mutando però la visione, ora più centrata sul benessere globale. A distanza di 20 anni la valutazione della loro salute rimane stabile, riportando ancora oggi criticità su cui spesso, purtroppo, non molto è cambiato: maggiore attenzione alla prevenzione primaria e secondaria, ma minor supporto percepito da parte del SSN nella gestione della salute propria e dei familiari, scarsa conoscenza degli scopi e delle strutture della medicina territoriale, sono alcuni aspetti emersi dalla ricerca. Questo anniversario vuole sottolineare anche un impegno per un futuro in cui la salute di genere diventi parte integrante del Servizio Sanitario Nazionale e in cui ogni donna e ogni uomo possano accedere a cure eque, sostenibili e rispettose delle differenze. Solo così potremo costruire una sanità davvero inclusiva, giusta e capace di promuovere il benessere di tutti», conclude la presidente Merzagora.

Fondazione Onda ETS promuove informazione e prevenzione per una salute di genere più consapevole

Fondazione Onda ETS promuove, dalla sua nascita, una corretta informazione sui temi della salute di genere, ponendo il focus sull’importanza della prevenzione primaria, della diagnosi precoce e dell’aderenza terapeutica nelle malattie a maggior impatto epidemiologico. E oggi, come ieri, l’obiettivo è, quanto mai, continuare a diffondere consapevolezza e informazione alla società a 360 gradi. Ed è per questo che ribadisce con forza, a 20 anni dalla sua istituzione, il costante impegno nella medicina di genere, offrendo, con questa nuova indagine trasversale, una riflessione sul panorama della salute in Italia, sugli atteggiamenti, le modalità di gestione, il supporto percepito, il livello di soddisfazione e il grado di informazione delle donne sul tema della salute.

«I dati presentati oggi ci dicono con chiarezza che la salute, intesa come equilibrio tra corpo e mente, resta una priorità assoluta per le donne, ma che troppo spesso le risposte del nostro Servizio Sanitario non sono ancora adeguate e capaci di tenere conto delle differenze di genere. Le donne chiedono più spazio per sé stesse, più attenzione al benessere psicologico, più prevenzione e più sostegno nella gestione familiare: sono istanze che la politica non può ignorare. Il ventennale di Fondazione Onda ETS ci ricorda quanta strada è stata fatta, ma anche quanto ancora resta da fare per tradurre la medicina di genere in un approccio realmente strutturale, dentro il SSN e nelle politiche pubbliche. Il nostro impegno deve essere quello di costruire una sanità equa, inclusiva, attenta ai bisogni specifici delle persone e capace di mettere al centro la salute delle donne come valore per l’intera società», afferma la Senatrice Daniela Sbrollini, Vicepresidente Commissione Xª Affari Sociali, Sanità, Lavoro pubblico e privato, Previdenza sociale, Senato della Repubblica.

Le donne chiedono più spazio per sé stesse, più attenzione al benessere psicologico, più prevenzione e più sostegno nella gestione familiare

Dalla ricerca di Elma Research, presentata durante un evento in Senato su iniziativa della Senatrice Sbrollini, che ha coinvolto 802 donne di età compresa tra i 18 e i 64 anni, emerge quanto la salute, intesa come un equilibrio psico-fisico da curare e tutelare, rimanga oggi per le donne, a 20 anni di distanza, una priorità assoluta. Gli obiettivi della vita delle donne oggi assumono sfumature differenti, con un incremento dell’attenzione verso i propri interessi e i piaceri della vita: emerge soprattutto il desiderio di avere più spazio per la propria vita personale. La visione della salute diventa più olistica: non solo una donna su due crede che la salute significhi essere in armonia con se stessa, con il proprio corpo e la propria mente, ma la maggior parte ritiene che la propria salute sia legata all’ambiente in cui si vive e alle azioni che si intraprendono. La crescente attenzione al tema della salute ha portato a mettere in campo comportamenti proattivi più sani, come la pratica abituale di attività fisica e un’attenzione maggiore alla prevenzione e al consulto di specialisti.

Sebbene lo stato di salute complessivo venga percepito come sostanzialmente stabile, le donne si dichiarano meno soddisfatte, e spesso preoccupate, della loro forma fisica e del benessere psicologico. Stress e disturbi psichici sono le problematiche più diffuse, in particolare per le giovani tra i 18 e i 35 anni. «Già anni fa un’indagine rivelò come le donne temessero più la depressione che il tumore al seno: da allora Fondazione Onda ETS ha posto la salute mentale tra le sue priorità. Depressione, ansia, disturbi del sonno e alimentari, più frequenti nel genere femminile, sono stati al centro di progetti di ricerca, campagne di sensibilizzazione e iniziative di formazione per medici e cittadini. Fondazione Onda ha promosso il riconoscimento precoce del disagio, abbattuto lo stigma e favorito percorsi di cura inclusivi, contribuendo anche alle Raccomandazioni Nazionali sulla presa in carico della depressione. Da sempre costruisce reti tra Istituzioni, società scientifiche e cittadini, con strumenti come gli Open Day degli ospedali Bollino Rosa e materiali divulgativi. Oggi il suo nuovo impegno guarda al contrasto della solitudine, una crescente minaccia per la salute mentale, grazie anche al Bollino RosaVerde e all’impegno delle farmacie territoriali», afferma Claudio Mencacci, Presidente comitato tecnico scientifico Fondazione Onda ETS.

Stress e disturbi psichici sono le problematiche più diffuse, in particolare per le giovani tra i 18 e i 35 anni

Cresce l’attenzione e il coinvolgimento delle donne verso la salute, non solo propria ma anche, in moltissimi casi, quella dei propri familiari (è il 69 per cento a doversene occupare). Allo stesso tempo la donna si trova più sola rispetto al passato, sempre meno supportata oggi, rispetto al 2005, dai propri familiari nel gestire il proprio bisogno di salute (-14 per cento), percependo, per di più, un Sistema Sanitario Nazionale distante e con servizi poco attenti alle tematiche legate alla sfera femminile. Ciò spinge spesso a consultare specialisti in regime privato, identificando così nel fattore economico la prima barriera nell’accesso a visite, soprattutto preventive. Il livello informativo viene percepito come non adeguato e sufficiente (solo 1 donna su 3 si considera abbastanza/molto informata). Sono molte a utilizzare i social media (26 per cento) e internet (46 per cento) come canali informativi sulla salute, anche se i medici sono ancora comunque ritenuti il canale preferenziale. I canali online complessivamente non sono ritenuti come un reale punto di riferimento su tematiche così delicate quando si tratta di avere informazioni di valore.

«Fondazione Onda ETS ha anticipato di anni il dibattito sulla medicina di genere, mettendo al centro la salute femminile non solo per le patologie tipicamente legate alle donne, ma anche per quelle che colpiscono entrambi i sessi con maggiore incidenza nelle donne. Da questa visione nacque il Bollino Rosa, che ha migliorato i servizi sanitari per le donne. Rimane però fondamentale approfondire le diverse fasi della vita femminile — pubertà, età fertile, menopausa e senescenza — per garantire cure mirate. Il benessere delle donne è essenziale per la salute della società intera», afferma Alberto Costa, Vice-Presidente Fondazione Onda ETS.

La medicina di genere promuove una sanità più equa, attenta a differenze biologiche e socioculturali

«Ormai sappiamo come la medicina di genere rappresenti un’evoluzione cruciale per una sanità più equa ed efficace, superando i tradizionali standard esclusivamente maschili. Questo approccio non si limita alle differenze biologiche, ma considera anche il genere come costrutto socioculturale, influenzando prevenzione, diagnosi e percorsi di cura. Tra questi anche la comunicazione: messaggi troppo generici infatti, possono favorire barriere culturali e psicologiche, costituendo un ostacolo al diritto/dovere per le donne di mantenersi in salute. In questo contesto, non posso che esprimere la mia gratitudine a Fondazione Onda ETS: il costante impegno della Fondazione, in questi 20 anni ha contribuito in modo significativo a sensibilizzare l’opinione pubblica, sostenere la ricerca e integrare una prospettiva di genere nel Servizio Sanitario Nazionale, promuovendo così una realtà sempre più tangibile e necessaria per la salute di tutti», conclude l’Onorevole Ilenia Malavasi, Componente Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati.

L’iniziativa è svolta con il contributo incondizionato di Astellas, Korian, Lundbeck, Novartis, Teva, Viatris e Yakult, con il contributo di Fondazione Cariplo.

 

ISS: al via il Centro Nazionale – Intelligenza Artificiale e Tecnologie Innovative

Sei aree di competenza che rappresentano altrettanti pilastri della sanità del futuro, con l’obiettivo di costruire un ecosistema in cui l’innovazione sia intesa non solo come progresso tecnico, ma come strumento di equità, sostenibilità e partecipazione. Queste le caratteristiche del neonato Centro Nazionale – Intelligenza Artificiale e Tecnologie Innovative per la Salute (IATIS) dell’Istituto Superiore di Sanità, il cui avvio è stato annunciato il 15 ottobre in occasione di una Lezione Magistrale del Cardinale Pietro Parolin dal titolo “Etica dell’Intelligenza Artificiale”.

Il Centro si articolerà in sei aree di competenza che rappresentano altrettanti pilastri della sanità del futuro

La prima area di competenza, dedicata a Telemedicina, Ingegneria Biomedica e Medicina Digitale, svilupperà piattaforme per la gestione integrata dei pazienti e dispositivi per il monitoraggio a distanza, costruendo una sanità più accessibile e di prossimità. L’area di Nanotecnologie e Terapie Innovative aprirà la strada a protesi su misura e dispositivi terapeutici intelligenti, frutto di stampa 3D e materiali avanzati. Quella di Chimica e Fisica per la Medicina integrerà imaging, medicina nucleare e AI per migliorare diagnosi precoci e terapie personalizzate. L’area di Intelligenza Artificiale e Robotica svilupperà algoritmi e sistemi automatizzati per la chirurgia e la riabilitazione, con una costante attenzione alla sicurezza e alla trasparenza. L’area di Health Technology Assessment e Dispositivi Medici garantirà che ogni innovazione sia valutata in base a criteri di efficacia, sicurezza, sostenibilità ed equità, fornendo supporto tecnico-scientifico a istituzioni nazionali e internazionali. Infine, l’area di Biomedicina Spaziale e Subacquea studierà le risposte del corpo umano in condizioni estreme, producendo conoscenze utili anche per l’emergenza e la medicina territoriale.

Promuoverà anche un nuovo modello culturale basato sulla collaborazione tra discipline diverse: medicina, ingegneria, informatica, economia, diritto ed etica

«Un’impostazione – ha spiegato il presidente del’Iss Rocco Bellantone durante l’evento – che si colloca nel solco della riflessione maturata su questi temi dall’Istituto Superiore di Sanità nel corso degli anni con la propria Unità di Bioetica e con la più recente istituzione del Gruppo di lavoro, aperto anche al contributo della Chiesa, nato appositamente per elaborare principi e raccomandazioni utili per orientare verso un uso giusto, trasparente e sicuro dell’AI».

Il Centro, oltre a sviluppare soluzioni tecnologiche, promuoverà anche un nuovo modello culturale basato sulla collaborazione tra discipline diverse – medicina, ingegneria, informatica, economia, diritto ed etica – creando un linguaggio comune tra ricercatori, clinici e decisori pubblici. «L’obiettivo – afferma il direttore dello IATIS Alessandro Palombo – è costruire un ecosistema in cui l’innovazione sia intesa non solo come progresso tecnico, ma come strumento di equità, sostenibilità e partecipazione».

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Organoidi, la promettente via alternativa alla sperimentazione animale

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Questa primavera la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha annunciato la volontà di ridurre gradualmente i test sugli animali per lo sviluppo di nuovi farmaci. Finora, sia negli USA sia in Europa, prima di essere testate sugli esseri umani le molecole dovevano essere impiegate in almeno due specie animali, per ridurre la probabilità di possibili effetti avversi e tossicità nell’uomo. L’impiego di due specie animali, infatti, evita di basarsi su una sola fisiologia che potrebbe non riflettere adeguatamente quella umana.

L’European Medicines Agency (EMA) in questo momento è più cauta, sebbene supporti una legislazione che vada verso un minor impiego di cavie animali. A livello europeo, una direttiva del 2010 impone infatti le cosiddette 3R: Replacement (sostituire l’animale quando possibile), Reduction (limitare il numero di esemplari utilizzati) e Refinement (migliorare le condizioni sperimentali per ridurre la sofferenza).
Negli ultimi anni l’agenzia europea promuove un approccio graduale ai metodi alternativi, a partire da aree tossicologiche specifiche.
Nel 2023, la Commissione europea ha annunciato un piano per eliminare gradualmente i test animali nelle valutazioni di sicurezza chimica. 

Modelli complementari

Silvia Di Angelantonio

«Non parlerei di metodi alternativi, ma complementari. Ad oggi resta impensabile, nella ricerca scientifica, pensare di sostituire completamente la sperimentazione animale con altri modelli». Silvia Di Angelantonio è docente di Fisiologia a Sapienza Università di Roma e ricercatrice all’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT). Ha recentemente pubblicato uno studio su un farmaco anti-colesterolo che potrebbe essere utilizzato come terapia nella demenza frontotemporale, una forma rara a esordio precoce e molto aggressiva.

L’efficacia del bezafibrato – questo il nome della molecola – è stata dimostrata senza coinvolgere animali: i test di laboratorio sono stati infatti eseguiti interamente su organoidi cerebrali. Come suggerisce il nome, si tratta di mini-organi che si autoassemblano a partire da cellule staminali e mimano alcune funzioni. «Abbiamo scelto gli organoidi perché lo abbiamo ritenuto il modello più adatto per indagare il neurosviluppo – spiega Di Angelantonio -. Stavamo studiando una mutazione del gene tau che causa la demenza frontotemporale e avevamo osservato problemi già nelle prime fasi dello sviluppo neuronale». In questo caso gli organoidi hanno riprodotto alcune caratteristiche tipiche della patologia: perdita di connessioni tra i neuroni, ridotta attività funzionale e accumulo della proteina tau patologica.

Dalla provetta all’organoide: una rivoluzione in pochi decenni 

«Quando ho iniziato a fare ricerca lavoravamo con i modelli animali. Era la norma, e spesso se ne usavano tantissimi», racconta Maurizio Muraca, coordinatore scientifico dell’Istituto di Ricerca Pediatrica (IRP) di Padova. 

Grazie agli organoidi è possibile sperimentare nuovi farmaci in condizioni più vicine alla realtà umana

Col tempo, però, la scienza ha fatto passi da gigante: dagli enzimi in provetta, allo studio delle cellule, fino a tentare di ricostruire il loro ambiente naturale. Il progresso ha portato alla nascita degli organoidi, che sono strutture tridimensionali che riproducono in laboratorio le unità funzionali di un organo. Grazie a queste “miniature biologiche” oggi è possibile osservare, con una precisione mai raggiunta prima, le dinamiche cellulari e sperimentare nuovi farmaci in condizioni molto più vicine alla realtà umana rispetto ai modelli animali.

Cosa succede oltreoceano

Nell’aprile 2025, l’FDA ha pubblicato un documento strategico intitolato Roadmap to Reducing Animal Testing in Preclinical Safety Studies, con l’obiettivo di integrare e – dove possibile – sostituire l’uso di animali nei test di sicurezza preclinica con le cosiddette New Approach Methodologies (NAMs).

L’agenzia ha annunciato che comincerà con i farmaci biologici, in particolare gli antico­ropi monoclonali. Le integrazioni all’uso degli animali comprendono modelli computazionali basati su intelligenza artificiale, sistemi in vitro come per esempio organoidi e dati real-world (questi ultimi da utilizzare nei casi in cui un farmaco sia già stato studiato in altri Paesi con standard regolatori comparabili).
L’obiettivo è che tra 5 anni l’uso di animali per scopi scientifici sia l’eccezione e non la regola.

L’FDA vuole ridurre l’uso di animali nella sperimentazione scientifica nei prossimi 5 anni

Nel 2022 l’allora presidente degli Stati Uniti John Biden firmò una legge per rimuovere il requisito obbligatorio che in molti casi imponeva l’uso di test animali nei passaggi preclinici di sviluppo e approvazione dei farmaci. Da quel momento in poi, il ricorso a test su animali non è più obbligatorio: si possono utilizzare metodi alternativi purché dimostrino di essere adeguati a livello di sicurezza e efficacia.

I vantaggi degli organoidi 

Gli organoidi offrono tre grandi vantaggi: fedeltà biologica, riproducibilità ed etica. Derivando da cellule umane, superano molte delle differenze esistenti con il metabolismo animale. In secondo luogo, se ne possono produrre centinaia, testando così diverse condizioni sperimentali in parallelo. Infine, gli aspetti etici: riducono il ricorso agli animali da laboratorio, un tema sempre più sensibile anche a livello normativo. 

Maurizio Muraca

Nonostante questo, Muraca avverte, trovandosi così d’accordo con Di Angelantonio: «Non credo che elimineranno del tutto la sperimentazione animale. Alcune domande riguardano l’organismo nel suo insieme, e lì serve ancora un modello complesso. Ma stiamo andando verso sistemi sempre più integrati, grazie alla bioingegneria e alla microfluidica, capaci di collegare tra loro diversi organoidi e simulare funzioni complesse come la circolazione portale tra intestino e fegato».

Come già accennato, poi, gli organoidi aprono possibilità impensabili soprattutto nello studio di malattie genetiche rare e del neurosviluppo. «Possiamo prendere cellule della pelle o persino dalle urine di un bambino, riportarle allo stato di staminali, quindi totipotenti, e guidarle a formare un micro-cervello. Così possiamo osservare passo passo come un gene difettoso influisce sullo sviluppo cerebrale. È un salto enorme per capire la patogenesi e immaginare nuove terapie», spiega Muraca.

Limiti e sfide per il futuro

«Non possiamo far finta che il nostro cervello sia esente dalla regolazione immunitaria o da quella ormonale, oppure dall’effetto dei farmaci o da ciò che mangiamo», ricorda Di Angelantonio.

Oltre alla limitata complessità, poi, gli organoidi utilizzati dal gruppo di Di Angelantonio sono al momento privi di vascolarizzazione, fatto che ne limita dimensione e maturazione e mancano di alcuni elementi importanti, per esempio le microglia, le cellule immunitarie residenti del cervello, cruciali sia per la difesa sia per la regolazione delle sinapsi. «Oggi stiamo iniziando a integrare microglia generate a parte, proprio per rendere il modello più completo – afferma la ricercatrice -. È una direzione di ricerca fondamentale».

Organizzazione e capitale umano

C’è poi il nodo delle risorse: coltivare organoidi richiede mezzi di coltura costosi, fattori di differenziamento specifici, incubatori dedicati, bioreattori e cappe speciali con microscopi integrati. «È una ricerca più costosa e più impegnativa rispetto alla tradizionale – sostiene Di Angelantonio -. Servono fondi, infrastrutture, ma soprattutto capitale umano formato».

Un esempio? Per ottenere risultati solidi occorrono lunghi tempi di coltura: l’ultimo lavoro del gruppo ha utilizzato organoidi di 100 giorni, seguiti quotidianamente. «La differenza la fanno anche i giovani ricercatori: dottorandi e post-doc che hanno voglia di investire energie, persino venendo in laboratorio la domenica. Senza di loro non avremmo raggiunto questi risultati».

È importante investire (e trattenere) capitale umano formato

Sul capitale umano concorda anche Muraca: «La vera sfida è trattenere i giovani ricercatori. Formarli richiede anni e passione, ma senza investimenti adeguati nel capitale umano rischiamo di perderli. Ed è un trauma per tutto il sistema. Per quella che è la mia esperienza – continua l’esperto – non credo che sia più costosa la sperimentazione con organoidi rispetto a quella animale, semmai una volta che hai la metodologia in mano è vero il contrario. I costi importanti sono in termini di acquisizione e sviluppo della tecnologia e formazione, appunto».

Tumoroidi e medicina personalizzata: la nuova frontiera 

Accanto agli organoidi “sani”, la ricerca si sta interessando anche ai tumoroidi, ottenuti da cellule tumorali del paziente. Queste strutture tridimensionali permettono di testare in vitro i chemioterapici, offrendo indicazioni molto più vicine alla realtà clinica rispetto alle colture bidimensionali.

Il passo successivo? Integrare tumore e tessuto ospite per capire come il microambiente favorisca o ostacoli la progressione della malattia. Qui entra in gioco la medicina personalizzata: «Non ci interessa tanto sapere che tumore ha il paziente, ma che paziente ha quel tumore. È un concetto che risale addirittura a Ippocrate», ricorda Muraca.

I tumoroidi aprono nuove frontiere verso la medicina personalizzata

E poi ci sono le patologie rare, magari quelle particolarmente difficili da studiare, come i difetti cerebrali del neurosviluppo: «Gli organodi ci permettono non soltanto di avere un microorgano, ma di studiare le varie fasi che portano allo sviluppo dell’organo stesso. Quindi, per esempio, capire quando un gene si esprime in modo patologico durante lo sviluppo del cervello. Questo ha delle implicazioni enormi nella comprensione della fisiopatologia e potenzialmente nella cura di queste malattie», conclude il coordinatore Scientifico dell’IRP.

La sanità del futuro: dati, tecnologie e salute circolare

ASSD – Associazione Scientifica Sanità Digitale – promuove il convegno La sanità del futuro: dati, tecnologie e salute circolare, in programma il 27 ottobre 2025 a Bologna, presso il Tecnopolo DAMA – Data Manifattura.

L’iniziativa nasce in un contesto di rapidi cambiamenti sociali, tecnologici e ambientali, dove la sanità è chiamata a ripensarsi attraverso nuove integrazioni tra dati, innovazione digitale e visione sostenibile del benessere.

L’obiettivo è favorire un confronto interdisciplinare tra istituzioni, esperti e operatori del settore per delineare un modello sanitario più efficace, etico e personalizzato, capace di coniugare progresso tecnologico, tutela dei diritti fondamentali e rispetto dell’ambiente.

La lectio magistralis di Ilaria Capua introduce la discussione sul ruolo di dati, AI e tecnologie per una sanità più etica, sostenibile e personalizzata

Dopo i saluti istituzionali della Senatrice Sandra Zampa, di Laura Patrucco (Presidente ASSD) e Sanzio Bassini (Direttore Dipartimento HPC-Cineca), la giornata si aprirà con la lectio magistralis di Ilaria Capua (Senior fellow in Global Health – Johns Hopkins University), che introdurrà il concetto di “salute circolare”: un paradigma che interpreta la salute come equilibrio dinamico tra individuo, società e ambiente, e come valore cardine delle politiche di sostenibilità globale.

Seguirà la sessione plenaria dedicata al tema “Il ruolo dei dati come strumento per l’innovazione”, moderata da Marisa De Rosa e Lorenzo Leogrande.

Tra i relatori interverranno Sanzio Bassini, Felicia Pelagalli, Paolo Petralia, Nino Cartabellotta, Paolo Locatelli, Riccardo Haupt, Davide Saraceno e Silvia Stefanelli.

A Bologna il 27 ottobre il convegno promosso da ASSD “La sanità del futuro: dati, tecnologie e salute circolare”

I lavori affronteranno i principali nodi della digitalizzazione della sanità: dall’uso etico e sicuro dei dati all’European Health Data Space, dal ruolo dell’AI Act all’impatto ambientale delle tecnologie digitali, fino ai nuovi modelli di interoperabilità e trasparenza.

In particolare, verranno esplorate le potenzialità di Big Data, High Performance Computing e Intelligenza Artificiale, strumenti che aprono la strada a cure più predittive, personalizzate e sostenibili, richiedendo al contempo una governance attenta e responsabile.

Le conclusioni offriranno una riflessione condivisa sulla necessità di un approccio integrato e circolare alla salute, dove innovazione e sostenibilità diventino pilastri complementari di un nuovo sistema sanitario.

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SIF ed EGUALIA insieme per promuovere la cultura del farmaco e la sostenibilità del sistema sanitario

In un momento in cui il settore dei farmaci equivalenti e biosimilari si trova a fronteggiare crescenti pressioni economiche e produttive, la Società Italiana di Farmacologia (SIF) ed EGUALIA – Industrie Farmaci Accessibili uniscono le forze per promuovere un nuovo modello di collaborazione tra mondo accademico e industria, fondato su qualità della formazione, innovazione e sostenibilità del sistema sanitario.

L’intesa, firmata a Roma lo scorso 7 ottobre dal Presidente SIF, Armando Genazzani e da Stefano Collatina, Presidente EGUALIA, nasce dalla volontà comune di rafforzare la cultura farmacologica nel Paese e di promuovere una visione del “farmaco” in cui sostenibilità economica e tutela della salute procedano insieme, a beneficio dei pazienti e dell’intero sistema sanitario.

L’accordo in concreto

Attraverso questo accordo, SIF ed EGUALIA avvieranno percorsi formativi e divulgativi rivolti agli studenti delle università italiane, con l’obiettivo di offrire strumenti aggiornati per comprendere i principi della farmacologia generale, delle discipline regolatorie e della farmacoeconomia. La collaborazione si estenderà anche all’organizzazione di incontri accademici, momenti di confronto scientifico, e alla produzione di contenuti digitali – podcast, video e materiali didattici – per favorire una formazione accessibile e moderna.

Grazie all’accordo, verranno avviati nelle università percorsi formativi e divulgativi su farmacologia generale, discipline regolatorie e farmacoeconomia

Le attività saranno realizzate nell’ambito di SIF Education, la sezione della SIF dedicata alla formazione e alla divulgazione scientifica, coordinata dal Past President Professore Giuseppe Cirino. Grazie al sostegno di EGUALIA, le attività si svilupperanno lungo un arco biennale, con la possibilità di rinnovo per il 2026 sulla base dei risultati conseguiti.

I pareri di SIF ed Egualia

«Con questo protocollo dichiara Armando Genazzani, Presidente della SIF – vogliamo consolidare il dialogo tra università e industria per costruire una farmacologia sempre più vicina ai bisogni reali dei pazienti e capace di valorizzare la ricerca italiana. La SIF è da sempre impegnata nella promozione della conoscenza scientifica come strumento di crescita e di progresso: crediamo che la formazione dei futuri professionisti della salute debba essere aperta, multidisciplinare e attenta ai temi dell’accesso e della sostenibilità. Lavorare insieme a EGUALIA, grazie al coordinamento di SIF Education, significa mettere in comune esperienze e competenze complementari, per favorire un approccio più consapevole all’uso dei farmaci e per contribuire a un Sistema Sanitario più equo ed efficiente».

«Le aziende del comparto dei farmaci fuori brevetto considerano importantissima e cruciale questa collaborazione con la SIF, che punta a favorire l’appropriatezza nell’uso dei farmaci – spiega Stefano Collatina, Presidente di Egualia – Ai farmacologi spetta il compito di spiegare come funzionano i medicinali ai medici in formazione, ma anche agli specialisti, condividendo dati e indicazioni per ottimizzarne l’uso. Siamo convinti che grazie a questo accordo basato sulla collaborazione tra identità che svolgono un ruolo diverso all’interno del SSN i cittadini riceveranno informazioni corrette, indipendenti e chiare, sui benefici e i rischi associati all’uso dei farmaci per esercitare al meglio il proprio diritto-dovere alla salute».

Il protocollo resterà in vigore fino al 31 dicembre 2026 e rappresenta un passo importante verso una collaborazione strutturata tra comunità scientifica e industria farmaceutica, con l’obiettivo condiviso di promuovere la qualità, l’innovazione e la sostenibilità del sistema salute italiano.

Salute mentale, un universo difficile da gestire

Salute mentale, un mondo complesso dove mancano spesso finanziamenti per migliorare le diverse situazioni. È in arrivo, dopo oltre dieci anni dal precedente, il nuovo “Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030” (PANSM). A luglio il Ministero della Saluteha trasmesso alla Conferenza Unificata la bozza del Piano e l’iter normativo procede tra approvazioni e critiche. Nel frattempo sono state recepite molte delle proposte avanzate dalle Regioni, e inserite modifiche e integrazioni al piano.

Alla base del progetto legislativo ci sono l’integrazione dei servizi e la collaborazione fra professionisti, istituzioni, famiglie e comunità. È il modello “bio-psico-sociale” che supera l’approccio unicamente clinico e considera anche i determinanti sociali, ambientali e relazionali della salute mentale. Altro punto di riferimento è l’approccio “One Health”, secondo cui salute fisica, mentale e ambientale sono strettamente legate, in linea con gli orientamenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Essenziale anche la centralità della persona: il paziente è “soggetto attivo” nei percorsi di cura, affiancato da famiglie, caregiver e professionisti “in un’ottica partecipativa”.

Il nuovo PANSM 2025-2030 recepisce l’approccio “One Health” dell’OMS e il modello bio-psico-sociale

Vista la vastità degli argomenti, il PANSM è stato suddiviso in diversi ambiti di intervento: promozione della salute mentale, prevenzione e cura dei disturbi, quindi i temi legati a infanzia e adolescenza, ambito penale e forense, gestione del rischio clinico, integrazione tra servizi sanitari e sociali, infine formazione e ricerca.

Focus su disagio nei più giovani e nei detenuti

Il Piano dedica molta attenzione alla diagnosi precoce dei disturbi del neurosviluppo nell’adolescenza, al momento della transizione dai servizi per minori a quelli per adulti e all’integrazione tra neuropsichiatria infantile, scuole, consultori e servizi sociali. Le équipe di transizione diventano strumenti chiave.

Il documento introduce anche la figura dello psicologo di primo livello per la presa in carico delle forme lievi e moderate di disagio psicologico. Per i casi più complessi, è previsto il case management, un modello di gestione personalizzata finalizzato a garantire continuità e appropriatezza nei percorsi terapeutici.

Il Piano introduce la figura dello psicologo di primo livello per i casi lievi e moderati e del case management per i casi complessi

Nel Piano si dedica molta attenzione alla salute mentale dei detenuti allo scopo di avere una maggiore integrazione tra servizi penitenziari e territoriali e favorire la continuità della cura.

Altro fronte critico è la giustizia minorile. I Consultori familiari vengono riconosciuti come presidio di riferimento per le richieste dell’autorità giudiziaria, in sinergia con i servizi sociali e sanitari.

La valutazione della Società Italiana di Psichiatria  

La Società Italiana di Psichiatria (SIP) ha espresso forte preoccupazione in merito al PANSM perché, a fronte delle attuali difficoltà dei Dipartimenti di Salute Mentale legate alla grave carenza di risorse umane e finanziarie, nel Piano non è prevista alcuna copertura di fondi ad hoc. Anzi, tale copertura sembra essere preclusa dall’affermazione che le suddette attività dovranno essere svolte “senza nuovi e maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. La Società chiede pertanto con forza che il Piano sia accompagnato da un adeguato finanziamento, in linea con i parametri europei, al fine di garantire il potenziamento delle strutture e degli organici con investimenti costanti negli anni che permettano di stabilizzare e incrementare il capitale umano e riorganizzare i servizi.

La SIP chiede con forza che il Piano sia accompagnato da un adeguato finanziamento

Sottolinea la professoressa Liliana Dell’Osso, Presidente SIP: «La nostra Società scientifica auspica che vengano affrontati in modo più incisivo alcuni temi essenziali quali la promozione del benessere psicologico e della salute mentale a livello scolastico e lavorativo; l’identificazione e l’intervento precoce nei soggetti ad alto rischio per i disturbi mentali più gravi; il miglioramento degli strumenti atti a favorire il consenso al trattamento; la gestione dei problemi di salute mentale in contesti multiculturali e in relazione al genere; l’approccio multidisciplinare e integrato ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e alle dipendenze da sostanze e comportamentali eil potenziamento della psichiatria di consultazione per i reparti di medicina e chirurgia dell’ospedale generale, e la collaborazione con gli specialisti delle altre branche mediche nella gestione dei problemi di salute fisica spesso presenti nelle persone con patologie mentali gravi».

«Risulta evidente – prosegue Dell’Osso – che l’implementazione delle linee previste dal Piano richiede anche un continuo monitoraggio del raggiungimento degli obiettivi prefissati. La SIP, che rappresenta la maggioranza degli psichiatri italiani operanti a livello ospedaliero, territoriale e universitario, non mancherà di collaborare a questo monitoraggio nei ruoli di responsabilità organizzativa e in coerenza con le politiche sanitarie che tutelano la collettività».

Le richieste delle Regioni

Accogliendo le richieste delle Regioni, è stato rafforzato l’impianto territoriale e integrato del Piano: il documento PANSM precisa ora che, nelle Regioni dove sono presenti Dipartimenti autonomi per le Dipendenze, è necessario garantire protocolli interdipartimentali, per evitare frammentazioni nella presa in carico dei pazienti. Inoltre è stata chiarita la competenza regionale sull’organizzazione dei servizi: eventuali indicazioni nazionali possono essere formulate solo in presenza di una piena condivisione.  

Nell’ambito delle dipendenze patologiche, le Regioni hanno ottenuto l’introduzione di un nuovo paragrafo che sottolinea l’importanza di prevedere un Piano d’Azione nazionale integrato per le dipendenze, da aggiornare periodicamente, e la valorizzazione dei PDTA (Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali) condivisi tra Dipartimenti di Salute Mentale, Dipendenze e Neuropsichiatria Infantile.

Sotto la spinta delle Regioni, è stato rafforzato l’impianto territoriale e integrato del Piano

Inoltre è stato riscritto l’inquadramento epidemiologico delle dipendenze con dati aggiornati al 2024. Il nuovo testo integra le cifre della Relazione al Parlamento 2025, inclusi: la diminuzione dell’uso di cocaina tra i minori (1,8%); la stabilità dell’uso di oppiacei (1,2%); l’aumento delle segnalazioni per reati droga-correlati tra i minori; e l’incremento dei pazienti in carico ai SerD, saliti a oltre 134.000 nel 2024.

Le Regioni hanno poi chiesto, e ottenuto, la rimozione o revisione di alcuni passaggi dove si assimilava il disagio giovanile a disturbi mentali veri e propri. Nel nuovo testo viene chiarito che il disagio non equivale a una patologia psichiatrica, e non può essere trattato unicamente con strumenti clinici. Richiede invece risposte educative, familiari e comunitarie.

Accolta anche la proposta regionale di rafforzare la rete di psichiatria forense, con l’istituzione di referenti e équipe forensi presso i Dipartimenti di Salute Mentale, e l’obbligo di predisporre un Progetto Terapeutico Individuale Condiviso (PTIC) per i soggetti autori di reato, spesso affetti da doppia diagnosi.

Uno degli ultimi punti sollevati dalle Regioni è la mancanza di indicazioni sulle risorse. Il documento originario non prevedeva una dotazione economica dedicata per l’attuazione del Piano, ma le Regioni hanno sottolineato che senza fondi certi, anche le migliori strategie rischiano di restare lettera morta.