Medicina penitenziaria, a Milano un modello formativo per colmare le disuguaglianze di cura in carcere

Negli istituti penitenziari italiani persistono criticità strutturali che ostacolano l’accesso alle cure: carenza di personale formato, servizi frammentati, scarsa integrazione con il territorio. Il Corso di Perfezionamento in Medicina Penitenziaria dell’Università degli Studi di Milano è nato per rispondere a queste esigenze

Negli istituti penitenziari italiani la tutela della salute continua a rappresentare una delle aree più critiche e meno visibili del sistema sanitario. Carenza di personale con competenze specifiche, frammentazione dei servizi, difficoltà di integrazione con le strutture territoriali e un fabbisogno crescente di professionalità specialistiche – dall’infettivologia alla salute mentale – rendono evidente la necessità di un rafforzamento formativo strutturato.

Obiettivo è formare professionisti in grado di garantire continuità di cura tra carcere e territorio, superando gli ostacoli burocratici e tecnici

Per rispondere a queste esigenze, nell’anno accademico 2024-2025 l’Università degli Studi di Milano ha attivato il Corso di Perfezionamento in Medicina Penitenziaria, diretto da Maria Paola Canevini, Professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile e Direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze dell’ASST Santi Paolo e Carlo. Il progetto è promosso dal Dipartimento di Scienze della Salute dell’Ateneo, guidato da Mario Cozzolino, Professore Ordinario di Nefrologia e responsabile della struttura complessa di Nefrologia e Dialisi della stessa ASST.

«Il nostro obiettivo – spiega Cozzolino – è formare professionisti in grado di garantire continuità di cura tra carcere e territorio, superando gli ostacoli burocratici e tecnici che oggi compromettono l’assistenza ai detenuti».

Intervista a Mario Cozzolino

Professor Cozzolino, come nasce l’esigenza di un corso di perfezionamento dedicato alla medicina penitenziaria e quale obiettivo si propone?

Mario Cozzolino

«Il corso di perfezionamento nasce dalla nostra lunga esperienza all’ASST Santi Paolo e Carlo, che da sempre è il punto di riferimento per le strutture carcerarie milanesi: Opera, San Vittore, Bollate e Beccaria. Da anni ci occupiamo della cura e della riabilitazione delle persone detenute, attraverso il reparto di Medicina Penitenziaria che fa parte del mio Dipartimento di Area Medica.
L’esigenza è maturata proprio osservando le criticità presenti nei servizi sanitari penitenziari: la difficoltà nel reperire personale sanitario qualificato, ovvero medici di medicina generale, infettivologi, psichiatri, ma anche specialisti come nefrologi, cardiologi e radiologi, e la mancanza di una formazione specifica post-laurea in medicina penitenziaria.
A questo si aggiunge il disagio psichico, la necessità di competenze infermieristiche specifiche e le carenze nel collegamento con i servizi territoriali. Spesso mancano perfino elementi di base come la documentazione sanitaria completa o l’informatizzazione dei dati clinici. Il corso nasce quindi per colmare questi vuoti formativi: fornire competenze su primo soccorso, gestione delle urgenze, presa in carico del paziente cronico, prevenzione e cura delle malattie infettive, tutela delle persone vulnerabili, come immigrati, minori o soggetti con identità di genere diverse».

In che modo un corso di questo tipo può migliorare la continuità di cura dentro e fuori dal carcere, riducendo il divario di accesso alle cure nella popolazione detenuta?

«È fondamentale che medici e operatori sanitari comprendano la complessità del contesto penitenziario. Il corso punta proprio a formare figure capaci di garantire la continuità assistenziale, dal carcere al territorio, attraverso protocolli comuni, procedure condivise e un linguaggio professionale unificato.

Oggi anche la semplice transizione di un detenuto dal carcere all’assistenza territoriale è ostacolata da problemi burocratici e tecnici

Oggi, per esempio, anche la semplice transizione di un detenuto dal carcere all’assistenza territoriale è ostacolata da problemi burocratici e tecnici: la mancanza di sistemi informatici compatibili, cartelle cliniche incomplete, difficoltà di comunicazione con i medici di base. Il corso fornirà quindi strumenti pratici per superare questi ostacoli, promuovendo anche l’uso di telemedicina e soluzioni digitali, pur con le limitazioni che le strutture penitenziarie impongono».

Veniamo all’aspetto etico, medico-legale e di valutazione dell’impatto. La medicina penitenziaria si confronta con dilemmi complessi: il diritto alla salute del detenuto, il rapporto tra tutela sanitaria e sicurezza. Come deve essere strutturato un percorso formativo per preparare i professionisti a questi temi?

«La medicina penitenziaria è un ambito che richiede un approccio multidisciplinare. Non si tratta solo di formare il medico o l’infermiere, ma anche di coinvolgere giuristi, psicologi, sociologi e operatori dell’amministrazione penitenziaria.

La medicina penitenziaria richiede un approccio multidisciplinare, coinvolgendo salute, giustizia e servizi sociali

Nel nostro caso, vorremmo che il percorso formativo non si limitasse alla facoltà di Medicina, ma coinvolgesse anche Scienze Infermieristiche, Sociologia, Giurisprudenza e Psicologia. La formazione deve essere esperienziale: chi opera in carcere deve conoscere il contesto sul campo, capire cosa significa lavorare in un’équipe multidisciplinare e confrontarsi direttamente con i detenuti. Dal punto di vista etico e legale, i temi centrali sono la garanzia del diritto alla salute per tutti, la riduzione delle disuguaglianze di accesso alle cure, la tutela della libertà e della dignità del paziente detenuto».

Come si può valutare, concretamente, l’efficacia di un corso di questo tipo? Quali indicatori possono essere misurati e in che tempi?

«Serve una prospettiva di medio periodo, almeno due o tre anni, per formare realmente operatori competenti. Gli indicatori possono essere sia quantitativi, come la riduzione delle ospedalizzazioni o il miglioramento della gestione delle patologie croniche, sia qualitativi, attraverso interviste e questionari rivolti a detenuti, sanitari, mediatori culturali e agenti penitenziari.
È importante anche analizzare i protocolli clinico-assistenziali, verificare l’adozione di buone pratiche e promuovere la creazione di linee guida condivise, che oggi purtroppo non esistono a livello nazionale.

L’efficacia della medicina penitenziaria si misura con indicatori clinici, qualitativi e protocolli condivisi

Infine, la collaborazione tra ATS, direzioni sanitarie carcerarie e università può trasformare questo corso in un laboratorio permanente di ricerca sul campo, utile non solo alla formazione, ma anche alla costruzione di una vera cultura della medicina penitenziaria».

La parola agli studenti

Antonella Grisolia

A confermare il valore del corso di perfezionamento in medicina penitenziaria sono le voci di chi ha già vissuto questa esperienza nell’anno accademico 2024-25. Antonella Grisolia, medico infettivologo, racconta di essersi iscritta al corso per prepararsi al passaggio «da un ambiente ospedaliero altamente specializzato alla sanità penitenziaria, dove le sfide sono molto diverse e richiedono competenze non solo cliniche, ma anche giuridiche e organizzative». Quello che non si aspettava, spiega, «è la complessità e la multidimensionalità della presa in carico del paziente detenuto: non si tratta solo di curare patologie, ma di integrare aspetti sociali, culturali e legali, garantendo la continuità assistenziale, soprattutto nel momento del ritorno sul territorio».

Per Grisolia, l’esperienza formativa è stata anche un percorso umano: «La sanità penitenziaria richiede un approccio al tempo stesso specialistico e umano. Curare in carcere significa accompagnare persone nella loro fragilità, restituendo loro dignità attraverso la salute».

Curare in carcere significa accompagnare persone nella loro fragilità, restituendo loro dignità attraverso la salute

Su un versante complementare si muove Anna Lastico, psichiatra forense dell’ASST di Pavia, già attiva per anni nella sanità penitenziaria. «Il corso mi ha offerto una visione più ampia dell’universo carcere e mi ha permesso di superare l’isolamento tipico di questo lavoro. Confrontarmi con colleghi di altre realtà è stato prezioso, perché la medicina penitenziaria vive di rete, non di solitudine», racconta.
Lastico oggi coordina la nuova équipe forense pavese, impegnata nel trattamento dei pazienti psichiatrici autori di reato tra carcere, REMS e territorio. Tra le esperienze più significative cita il confronto con i colleghi sui detenuti in percorso di transizione di genere: «È un tema complesso, che richiede sensibilità clinica e conoscenza giuridica. La formazione mi ha aiutata a muovermi con maggiore consapevolezza».

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Silvia Pogliaghi
Giornalista scientifica, esperta di ICT in Sanità, socia UNAMSI (Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione)