«L’intelligenza artificiale non può sostituire il medico, ma il medico può utilizzare questo strumento per migliorare le propria capacità professionale, ottimizzando le conoscenze ed esperienza personali». Lo spiega il presidente dell’Ordine dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Roma, Antonio Magi, parlando dell’uso, sempre più diffuso in sanità, di sistemi legati all’Intelligenza artificiale.
«Se lasciato al governo del medico – prosegue l’esperto – il ricorso all’intelligenza artificiale è un fatto estremamente positivo, sempre che questo avvenga attraverso il rispetto di determinate regole ed entro limiti precisi. Nella parte amministrativa, come per esempio la gestione degli appuntamenti e dell’agenda, può certamente essere di aiuto. Se invece l’intelligenza artificiale decide che per abbattere le liste d’attesa è necessario che le visite durino non più di un minuto, è chiaro che è qualcosa di sbagliato. Non è il modo migliore per aiutare la sanità».
«Dunque – evidenzia il presidente dell’Omceo Roma – ben vengano i chatbot, chat gpt e gli altri servizi di machine learning in ambito sanitario, purchè siano usati dal medico in maniera autonoma. L’importante è che tutto venga gestito dal professionista sanitario, soprattutto per quanto riguarda le modalità e le tempistiche. Se invece il medico è costretto a seguire le indicazioni dell’Intelligenza artificiale, siamo di fronte a una stortura».
Il numero uno dell’Omceo della Capitale si dice estremamente preoccupato dagli sviluppi che l’Intelligenza artificiale sta facendo registrare in ambito sanitario. «Si stanno creando situazioni che non aiutano affatto il medico nella propria attività professionale. Mi ha molto colpito, ad esempio, una piattaforma di intelligenza artificiale approvata dall’ultimo Consiglio dei ministri per la medicina generale che potrebbe addirittura rappresentare un controllo sulla tipologia delle prescrizioni, togliendo di fatto al medico quella autonomia professionale indispensabile per la qualità della professione».
«E la qualità delmedico – precisa Magi- non è solo nella sua autonomia decisionale ma anche nella sua esperienza nel momento in cui è chiamato a decidere quale cura e quale terapia somministrare al paziente. Ecco perché vedo con grande preoccupazione il modo in cui l’intelligenza artificiale potrebbe indirizzare il medico e il suo lavoro». Magi si sofferma poi su un aspetto medico legale: «Se a seguito di una diagnosi il medico dà una terapia certificata dall’Intelligenza artificiale e poi però non risulta corretta, la responsabilità ricade comunque e sempre sul medico. E dunque, la deve usare o meno? Potremmo ritrovarci di fronte a un caso di medicina difensiva anche nell’Intelligenza artificiale», conclude il presidente dell’Omceo Roma
La sanità digitale si configura come un catalizzatore per un approccio più vicino alla persona, ma affrontare le sfide legate all’interoperabilità, alla sicurezza dei dati e all’aggiornamento delle infrastrutture rimane fondamentale per realizzare pienamente il suo potenziale.
Il titolo che l’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC) ha identificato per il suo Convegno 2024 – Cronicità, territorio, prossimità: costruiamo insieme l’ecosistema digitale – racchiude le tre grandi tematiche della sanità post-emergenza Covid-19. Ne parliamo con Lorenzo Leogrande, Responsabile Unità di Valutazione delle Tecnologie, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Roma.
Leogrande, in qualità di presidente del Convegno AIIC 2024, presenta anche il Premio Innovazione, dedicato alle imprese di settore, con l’obiettivo di valorizzare le soluzioni tecnologiche con maggiore impatto nel campo dell’ingegneria biomedica.
Sono una famiglia di additivi alimentari ampiamente utilizzata nell’industria perché permettono di migliorare la consistenza, il colore e il gusto dei cibi processati. Gli emulsionanti servono a miscelare liquidi come acqua e olii agendo sui loro legami polari e sono onnipresenti nei cibi ultra-processati: si trovano nel cioccolato, nei prodotti da forno, biscotti, gelati, maionese, salse, olii ecc.
Dopo essere stati messi sotto accusa per il loro potenziale rischio di contribuire ad obesità, cancro e malattie cardiovascolari, una nuova analisi dello studio prospettico di coorte NutriNet Santé li pone ‘alla sbarra’ come fattori in grado di aumentare il rischio di diabete di tipo 2.
Nonostante le autorità sanitarie li considerino sicuri e ne consentano l’uso in quantità definite sulla base di criteri di citotossicità e genotossicità, stanno emergendo evidenze dei loro effetti negativi sul microbiota intestinale, innescando a cascata infiammazione e alterazioni metaboliche.
Lo studio, pubblicato su The Lancet Diabete & Endocrinology ha analizzato i dati di oltre 104 mila adulti arruolati dal 2009 al 2023 a cui è stato chiesto di compilare registri dietetici di 24 ore ogni 6 mesi. Scopo era valutare l’esposizione agli emulsionanti.
Del campione, l’1% ha sviluppato diabete di tipo 2 durante il follow up di 6-8 anni.
La ricerca su The Lancet è la prima a valutare l’associazione tra emulsionante e rischio di sviluppare diabete di tipo 2.
Dei 61 additivi identificati, sono sette gli emulsionanti ‘attenzionati’ associati all’aumento del rischio di diabete: E407 (carragenine totali), E340 (esteri di poliglicerolo di acido ricerolo), E472e (esteri di acidi grassi),E331 (citrato di sodio), E412 (gomma di guar), E414 (gomma arabica), E415 (gomma di xantano), oltre ad un gruppo chiamato ‘carragenine’.
Gli additivi sono stati assunti nel 5% da frutta e verdure ultra lavorate (come verdure in scatola e frutta sciroppata), nel 14.7% da torte e biscotti, nel 10% da prodotti lattiero-caseari.
«Come diabetologi questo studio ha tre conseguenze importanti: la necessità di contenere il consumo di cibi ultra-processati, l’appello ad una maggiore attenzione alle etichette e la necessità di chiedere una regolamentazione più stringente allo scopo di proteggere i consumatori», sottolinea Angelo Avogaro, Presidente SID.
«Sebbene siano necessari ulteriori studi a lungo termine, le alterazioni del microbiota intestinale, fanno ritenere che potrebbero essere necessario rivedere gli ADA (livelli giornalieri di assunzione). Precedenti prove che legavano l’assunzione di carragenina all’infiammazione intestinale hanno portato l’JECFA a limitarne l’uso nelle formule e negli elementi per neonati. Stiamo assistendo ad un preoccupante aumento del diabete di tipo 2 anche tra bambini e adolescenti», spiega Raffaella Buzzetti, Presidente eletto SID.
L’era dell’odontoiatria supportata dall’intelligenza artificiale è alle porte. L’auspicio è quello di elevare la professione a nuovi livelli di eccellenza e innovazione. Tuttavia, c’è un “ma”. Perché se da un lato, grazie alle nuove tecnologie, il settore dentale si arricchisce di nuovi operatori che producono e offrono materiali per il dentista e dispositivi su misura per il paziente, dall’altro i rischi dell’intelligenza artificiale in sanità sono tutt’altro che peregrini.
«Anche perché, ad ora, mancano i controlli». È l’allarme lanciato dall’Associazione italiana odontoiatri (AIO), sindacato con 8mila soci nelle 106 province e rappresentanze nei principali tavoli istituzionali coinvolti. TrendSanità ha affrontato il tema dell’AI in odontoiatria con Gerhard K. Seeberger, presidente nazionale AIO, preoccupato che – tra allineatori e protesi – si stiano diffondendo sempre di più i dispositivi su misura, per la cui progettazione e produzione viene spesso sorpassato il vaglio del medico odontoiatra.
«Solo il medico, magari usando l’AI per facilitare il tutto, può prendersi in carico patologicamente, umanamente e legalmente il paziente»
Gerhard K. Seeberger
Da qui, un esempio pratico. «Nel momento in cui un paziente, attraverso imaging o altri dati auto rilevati, fa eseguire elaborazioni a uno strumento di intelligenza artificiale e da ciò deriva una terapia – che sia un allineatore ortodontico piuttosto che elementi di sostituzione provvisoria di elementi mancanti, magari costruiti con una stampante 3D a casa del paziente – accade che il rapporto con il medico viene a mancare e con ciò, in automatico, la possibilità di avere la terapia corretta o, meglio, l’unica possibile. Parliamo di quella terapia sviluppata dall’unico sensore con cervello istruito e continuamente informato da anni di esperienze che può comprendere nello stesso tempo la necessità, la patologia, il livello di informazione necessaria, lo stato psicologico del paziente e cioè un medico esperto che è, anche, un essere umano. Solo il medico, magari usando l’AI per facilitare il tutto, può prendersi in carico patologicamente, umanamente e legalmente il paziente. E il paziente si potrà rivolgere a lui per qualsiasi dubbio, problema o chiamarlo in causa».
«Come Associazione italiana odontoiatri – spiega Seeberger – chiediamo che a livello nazionale e sovranazionale si aprano tavoli permanenti generali e specialistici, scientifici e normativi, fra tutti gli stakeholder (odontoiatri inclusi) per governare questa evoluzione relazionale del genere umano dal punto di vista tecnico, legale, etico e sociale, evitando di affidarla al libero arbitrio. Affinché – prosegue Seeberger – il computer non prenda il posto del medico-odontoiatra bensì lo aiuti a lavorare meglio».
«Come Associazione italiana odontoiatri chiediamo che a livello nazionale e sovranazionale si aprano tavoli permanenti generali e specialistici, scientifici e normativi, fra tutti gli stakeholder»
L’AIO, dunque, ritiene che ogni singolo manufatto – ortodontico protesico oppure di altro tipo – debba essere riconducibile all’atto odontoiatrico e alla deontologia. Un tema, quello delle regole dell’intelligenza artificiale in odontoiatria, sul quale l’Associazione ha dibattuto nel suo 10° Congresso politico che si è svolto a Modena qualche mese fa. Nell’occasione, il segretario sindacale AIO, Danilo Savini, ha tuonato: «Allo stato attuale basterebbe prendere due misure – magari a distanza – per realizzare, anche grazie a sistemi di AI, manufatti calibrati sul prototipo del cavo orale del paziente odontoiatrico. Che tuttavia non sono in alcun modo “terapeutici”, perché dietro non c’è né la visita, né la decisione di un professionista».
Commissione permanente per studiare l’AI
L’Associazione italiana odontoiatri ha, quindi, istituito una commissione permanente di studio volta a monitorare le applicazioni dell’intelligenza artificiale, «che va considerata – ha ammesso ancora Savini – un’evoluzione inevitabile di tutte le nostre attività e non meramente una nuova tecnologia». Parole, le sue, che oggi vengono rafforzate dal presidente Seeberger: «La nuova commissione AI è incaricata di confrontarsi con altre professioni sia per produrre documenti a beneficio delle istituzioni sia per stimolare un confronto sull’intelligenza artificiale con i colleghi nel resto d’Europa. La nostra scelta di “internazionalizzare” la ritengo doverosa adesso che l’informatica sanitaria, ci propone, insieme a nuove soluzioni, anche nuovi processi di pensiero».
Nel dettaglio, la commissione – composta da esperti odontoiatri in ambito scientifico sotto la guida del segretario culturale nazionale AIO, Vincenzo Musella e da esperti odontoiatri in ambito normativo e sindacale sotto la guida del segretario sindacale Savini – ha tre obiettivi principali da perseguire. «Il continuo aggiornamento sui temi di AI, sia scientifici, sia legali che abbiano attinenza con l’odontoiatria; il confronto con le altre paritetiche commissioni, scientifiche e istituzionali, anche per la stesura di linee guida o buone pratiche; la creazione di una banca dati scientifica e legale sulla AI specifica per il settore odontoiatrico e condivisa con gli associati mediante corsi o qualsiasi altro canale venga ritenuto opportuno», spiega Seeberger.
«L’Associazione italiana odontoiatri ha istituito una commissione permanente di studio volta a monitorare le applicazioni dell’intelligenza artificiale»
Il presidente AIO, poi, tocca gli importanti temi dell’aggiornamento professionale («i professionisti devono assolutamente restare al passo con i tempi, e l’aggiornamento è uno degli obiettivi di AIO e della sua commissione. Poiché questa realtà è – e sempre di più sarà – il nuovo ambiente comunicativo e operativo dove sviluppare buona sanità e buona odontoiatria, che il professionista lo voglia o meno») e del confronto costante («in medicina – e odontoiatria soprattutto – c’è molto interloquire, anche pragmatico, sotto l’aspetto scientifico e normativo della AI. Per esempio, la Sit, Società italiana di telemedicina con la quale intendiamo rapportarci, è assai attiva al pari di altre realtà in campo scientifico. Anche a livello politico c’è grande attenzione»).
Innovazione tecnologica in sanità che la stessa Sit sta perseguendo con una serie di attività: dalle prime Linee guida per la telemedicina in cardiologia, nel marzo 2023, all’istituzione, a fine gennaio scorso, di una nuova commissione nazionale per l’introduzione delle tecnologie abilitanti e immersive nella sanità nazionale, sia pubblica sia privata. Soprattutto, la commissione si dedicherà all’ampliamento della digitalizzazione nel comparto sanitario, e ad alcune tecnologie avanzate: dall’intelligenza artificiale alla realtà virtuale e realtà aumentata, dalla mixed reality all’assistenza virtuale o da remoto. Tutte innovazioni che saranno integrate all’interno di un sistema olistico per il miglioramento dei servizi sanitari in ospedali pubblici e privati.
Intelligenza artificiale e rapporto medico-paziente
Dunque, non c’è alcuna preclusione, da parte di AIO, nei confronti dell’AI. Certamente c’è fermento globale attorno al tema, basti pensare che lo scorso 18 gennaio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato il documento Ethics and governance of artificial intelligence for health con le oltre 40 raccomandazioni che devono essere prese in considerazione da governi, aziende tecnologiche e fornitori di assistenza sanitaria per assicurare l’utilizzo appropriato dei modelli multimodali di grandi dimensioni, tecnologia di AI generativa in veloce sviluppo su piattaforme come ChatGPT. E ancora, è opportuno citare l’AI Act, il regolamento dell’Unione Europea atto a disciplinare l’uso dell’intelligenza artificiale, la tutela della privacy e la protezione dei dati, che nel comparto salute ha rilevanti ripercussioni per aziende sanitarie, ospedali e operatori del settore.
«Nessun preconcetto – ribadisce Seeberger –, anzi, nel settore odontoiatrico l’intelligenza artificiale ha portato, e sempre più porterà, la possibilità di sfruttare la simulazione, la precisione, il brainstorming, il controllo a distanza, il machine learning adattivo. Tutti esempi che, all’atto pratico, possono facilitare e migliorare il rapporto tra medico e paziente». Ma ci sono delle condizioni imprescindibili da rispettare. Già, perché, se è corretto, prosegue il presidente di AIO, «che il paziente sia munito di un’adeguata health literacy (poiché l’alfabetizzazione sanitaria contribuisce meglio al risultato della cura) e al contempo, grazie all’AI, possa risolvere dubbi oppure ottenere terapie con minori spostamenti (a vantaggio dell’ambiente), è altrettanto vero che ci sono dei confini da rispettare».
«Se non si interviene tempestivamente, ci saranno sempre di più sovradiagnosi e sovratrattamenti, false aspettative, auto mercificazione della propria salute»
È innegabile, dunque, che stiamo assistendo a una deriva consumistica in sanità e – nel caso specifico – in odontoiatria, e ciò può essere incrementato dall’intelligenza artificiale. Con quali possibili rischi? Pronta la replica del presidente di AIO: «Non parlerei di eventuali pericoli, ma di assoluta certezza che, se non si interviene tempestivamente, ci saranno sempre di più sovradiagnosi e sovratrattamenti, false aspettative, auto mercificazione della propria salute e un rapido allontanamento dalla person-centered care o precision medicine. Prerequisito, quest’ultimo, per raggiungere la copertura universale della salute (inclusa quella orale) definita nel target 3.8 dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, approvati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, da raggiungere entro il 2030 come stabilito nell’Agenda globale per lo sviluppo sostenibile. Non tralasciando, poi, le problematiche legali o di responsabilità quando incautamente un collega si sia interposto in un qualsiasi step del flusso senza averne il controllo totale».
Il prossimo futuro vedrà la popolazione anziana diventare sempre più ampia, con l’aumento dei tassi di cronicità, di poli-patologici e di non autosufficienti. Lo spunto di riflessione attivato dalla vostra serie di interviste intitolata “5 domande a…” mi offre la possibilità di portare un mio contributo e il punto di vista di chi si occupa di sanità integrativa.
«Per dedicare più risorse al SSN, la sanità integrativa dovrebbe essere a costo zero per le finanze pubbliche, e sostenuta solo dai contributi di imprese e lavoratori»
Quelle citate all’inizio sono sfide a cui bisogna arrivare preparati e quindi occorrerebbe capire anzitutto che tipo di strategia socio-assistenziale, sanitaria, ed aggiungo, anche previdenziale, e più complessivamente economica, il Paese intende darsi per gestire un processo, oramai consolidato, di progressivo invecchiamento della popolazione così marcato da far parlare di vero e proprio “inverno demografico”.
Le risorse del PNRR destinate alla sanità non sono poche, così come è vero che la telemedicina potrebbe essere un pezzo della risposta ad una domanda di cure, se declinata anche in termini di più vasta digital health. Lo stesso DM 77 andrebbe letto in combinato disposto con la Legge Delega per gli Anziani, al fine di avere un quadro complessivo delle misure, delle strategie, delle risorse che il Governo intende destinare a questa enorme questione sociale e demografica.
Il SSN è ancora un nostro punto di forza e deve continuare ad esserlo. Ma a condizione che si faccia finalmente un discorso, anche etico oltre che politico, di verità e di reale equità. L’articolo 32 della Costituzione tutela anzitutto il diritto alla salute degli indigenti, espressamente citati come la fascia sociale più bisognosa di un Servizio Sanitario Nazionale universalistico. Un SSN che possa prevalentemente dedicarsi a chi non ha un lavoro ed un reddito, ai quiescenti, agli anziani con pensioni minime, ai nuovi working poors, ai 14 milioni di italiani che, a vario titolo, versano sul limite o sotto la soglia di povertà.
«Il SSN è ancora un nostro punto di forza e deve continuare ad esserlo. Ma a condizione che si faccia finalmente un discorso, anche etico oltre che politico, di verità e di reale equità…»
A mio avviso, invece, per chi ha altre forme di tutela sanitaria derivante dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) di categoria, buona parte delle cure, ovviamente non tutte, dovrebbero essere a carico dei fondi di sanità integrativa, a costo zero per le finanze pubbliche, e sostenuti dai contributi di imprese e lavoratori proprio per garantire assistenza a questi ultimi e spesso anche alle rispettive famiglie.
Gli erogatori delle prestazioni sanitarie possono essere strutture pubbliche e private, questo non rileva. L’importante è che la spesa non sia sempre e solo a carico della fiscalità generale. In un sistema equo tra un manager, un quadro o un funzionario aziendale coperti da fondi di sanità integrativa pagati dalle imprese, ed un anziano con la pensione minima, non dovrebbe esistere dubbio su chi abbia prevalentemente bisogno di un servizio sanitario pubblico.
Oggi la spesa sanitaria nazionale complessiva – tra SSN, sanità integrativa, spesa privata dei cittadini, assicurazioni individuali – già ammonta a circa 200 miliardi di euro. A questa va aggiunta la spesa socioassistenziale, non meno importante, che ne vale altri 40/50. È pura utopia pensare che le risorse pubbliche possano coprire una mole di fabbisogno simile. Siamo a 125 miliardi e ne servirebbero 250. Ma se pure ne servissero 240, 230, 200 o 150 sarebbe comunque fuori da ogni logica di sostenibilità per le casse pubbliche.
Non è un caso che in tutti i principali Paesi europei, a cominciare da Francia e Germania, esistano modelli di sanità integrativa – con il coinvolgimento diretto di cittadini, lavoratori, meccanismi assicurativi mutualistici e imprese – che supportano la parte pubblica agendo come secondo motore del “sistema salute” nazionale. Tutto ciò esiste anche in Italia, ma pesa quattro volte meno degli altri Stati UE.
Ecco perché sostengo con forza il “secondo pilastro” e la sua insostituibile funzione di supporto ed integrazione al Servizio Sanitario Nazionale: un welfare contrattuale che, a partire dal lavoro e dalla concertazione tra parti sociali, sia capace attraverso un approccio mutualistico, e non selettivo, di garantire tutele e prestazioni ai lavoratori senza gravare inutilmente sul SSN che resta un valore assoluto del nostro modello complessivo di welfare state.
Per garantire più salute a tutti io credo in un Servizio Sanitario Nazionale composto dal “primo pilastro” SSN, dal privato convenzionato a supporto della sanità pubblica, dalla sanità integrativa “secondo pilastro” complementare al primo e figlia del welfare contrattuale e sussidiario, dalla sanità privata di libera scelta, dal sistema delle assicurazioni individuali per chi può e vuole costruirsi un rafforzamento delle tutele individuali. Il tutto sotto una intelligente e moderna governance pubblica che sappia fissare le regole per evitare duplicazioni, spese improprie, conflitti di attribuzione. E per evitare l’odioso binomio tra inutile consumismo sanitario di chi spende anche senza reali bisogni e chi rinuncia alle cure perché non può spendere neanche per bisogni reali.
Il rapporto RISP (Report Infodemico per la Sanità Pubblica), sviluppato dal gruppo di ricerca del progetto CreSP, mira a offrire una rapida visione d’insieme delle discussioni online su argomenti specifici legati alla salute, con l’obiettivo di individuare lacune informative o l’emergere di narrazioni distorte. Ciò permette di intercettare in maniera specifica i bisogni informativi e dare senso ai dubbi della popolazione con risposte “ritagliate” sui dati, sostenendo così in maniera efficace le iniziative di comunicazione pubblica e di gestione dell’infodemia.
Spiega a TrendSanità Francesco Gesualdo, Pediatra dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma e membro del gruppo di ricerca CRESP: «Il cuore del rapporto RISP è il monitoraggio dei social media e delle notizie sul tema vaccini, seguito da una serie di informazioni di supporto per la strutturazione di campagne di comunicazione, per le istituzioni e le aziende sanitarie locali».
I primi tre rapporti RISP riguardano la vaccinazione antinfluenzale, quella anti-Covid-19 e quella contro il morbillo.
La qualità del dato, nell’ambito delle emergenze sanitarie infettive, è un elemento cruciale: i dati infatti devono rappresentare, nel miglior modo possibile, il fenomeno che sta accadendo, e in modo tempestivo. Quali attività sono necessarie per garantire l’affidabilità e la lettura del dato, anche nelle crisi in divenire? Come si concilia l’esigenza di celerità della comunicazione con la necessaria raccolta e analisi dei dati? L’esperienza del Covid-19 ha sicuramente segnato un punto di svolta, non solo per i ricercatori in sanità ma anche per i comunicatori. Facciamo il punto con Patrizio Pezzotti, Epidemiologo e dirigente di ricerca del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità.
Digital epidemiology ed epidemic intelligence sono strumenti chiave da affiancare alla sorveglianza epidemiologica classica. Sono attivi e utilizzati anche nel nostro Paese da tempo, anche se a macchia di leopardo, per raccogliere dati non strutturati (ad esempio dai social media) e fornire informazioni mirate ai diversi interlocutori, dai medici, ai decisori, agli stessi pazienti e cittadini. Obiettivo finale: migliorare le strategie di prevenzione e la relativa comunicazione, grazie all’analisi di informazioni che viaggiano su canali non tradizionali e determinanti di scelta riscontrabili nella popolazione. Ne parla a TrendSanità Caterina Rizzo, Professoressa ordinaria di Igiene e Medicina preventiva dell’Università di Pisa e Direttrice del Corso di Perfezionamento CreSP “Comunicare il rischio durante le emergenze sanitarie: dall’analisi delle sfide alla gestione dell’infodemia”.
L’innovazione tecnologica in sanità corre veloce, così come la necessità di rivedere e aggiornare i processi di cura, migliorando l’accesso e la disponibilità per i pazienti. Come si governano questi processi e come si costruisce una vera evoluzione condivisa da tutti gli attori del sistema? In vista del prossimo convegno dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (che si terrà a Roma dal 15 al 18 maggio), ne parliamo con il presidente AIIC, Umberto Nocco: «La chiave del ruolo dell’ingegnere clinico risiede sempre nella gestione della componente tecnologica, per cogliere i legami stretti tra i diversi ambiti e come questi vanno a modificare i processi di cura».
Per il programma e le iscrizioni al XXIV Convegno nazionale AIIC clicca qui
«Anche se al 31 marzo 2024 non erano previste scadenze europee sulla missione Salute del PNRR che condizionano il pagamento delle rate – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – continua l’attività del nostro Osservatorio sul Servizio Sanitario Nazionale di monitoraggio indipendente dello status di avanzamento delle riforme, al fine di fornire un quadro oggettivo sui risultati raggiunti, di informare i cittadini ed evitare strumentalizzazioni politiche».
Il presente monitoraggio, oltre allo status di avanzamento, analizza nei dettagli la rimodulazione della Missione 6 secondo quanto riportato dalla Quarta Relazione sullo stato di avanzamento del PNRR e quanto disposto dal DL PNRR, approvato lo scorso 23 aprile.
Stato di avanzamento al 31 marzo 2024
Secondo i dati resi pubblici il 20 aprile 2024 sul portale del Ministero della Salute che monitora lo stato di attuazione della Missione Salute del PNRR:
Milestone e target europei: risultano tutti raggiunti in quanto al 31 marzo 2024 non erano previste nuove scadenze e tutte quelle relative agli anni 2021-2023 erano già state raggiunte al 31 dicembre 2023.
Milestone e target nazionali: «Anche se non condizionano l’erogazione dei fondi del PNRR – spiega Cartabellotta – questi step intermedi richiedono un attento monitoraggio perché potrebbero compromettere le correlate scadenze europee». Entro le scadenze fissate sono stati raggiunti tutti quelli previsti nel 2021 e 2022. Relativamente al 2023, sono stati differiti tre target: due da giugno 2023 a giugno 2024, ovvero la “Stipula di un contratto per gli strumenti di intelligenza artificiale a supporto dell’assistenza primaria” e la “Stipula dei contratti per la realizzazione delle Centrali Operative Territoriali” (tabella 1). L’ulteriore target “Nuovi pazienti che ricevono assistenza domiciliare (prima parte)” differito da marzo 2023 a marzo 2024 è stato raggiunto alla scadenza prevista, insieme a quello previsto per marzo 2024 “Nuovi pazienti che ricevono assistenza domiciliare (seconda parte)”.
«Raggiunti gli obiettivi per l’assistenza domiciliare integrata (ADI) negli over 65 – commenta Cartabellotta – i ritardi attuali sulle scadenze nazionali non sono particolarmente critici. Tuttavia, il raggiungimento degli obiettivi nazionali sull’ADI è condizionato da rilevanti differenze regionali, conseguenti sia al “punto di partenza” delle Regioni del Mezzogiorno, sia alle loro capacità di recuperare il gap con l’avvio del PNRR». In dettaglio, secondo quanto previsto dal Decreto del Ministero della Salute del 13 marzo 2023 per assistere almeno il 10% della popolazione over 65 in ADI, il PNRR ha l’obiettivo di aumentare le persone prese in carico dagli oltre 640 mila del dicembre 2019 a poco meno di 1,5 milioni nel 2026, per un incremento totale di oltre 808 mila assistiti. Rispetto ai target intermedi per raggiungere tale numero, la recente relazione dell’Agenas documenta che nel 2023 il target nazionale di 526 mila, previsto dal DM 13 marzo 2023, è stato superato (+1%).
«Tuttavia – spiega Cartabellotta – il dato nazionale è distorto dai risultati estremamente differenti raggiunti dalle Regioni. Infatti, rispetto ad una media nazionale del 101%, alcune Regioni fanno registrare incrementi molto rilevanti: Provincia autonoma di Trento (235%), Umbria (206%), Puglia (145%), Toscana (144%). Risultati che “compensano” quelli di altre Regioni: in particolare Sardegna (77%), Campania (62%) e, soprattutto, Sicilia che rimane fanalino di coda all’1%» (figura 1).
Risorse – La dotazione finanziaria della Missione 6 Salute, pari a circa € 15,6 miliardi, è rimasta invariata. La rimodulazione ha redistribuito € 750 milioni dalla Componente 2 alla Componente 1. In particolare, sono stati potenziati i nuovi progetti riferiti all’assistenza domiciliare (+ € 250 milioni) e alla telemedicina (+ € 500 milioni), con una riduzione (- € 750 milioni) che sarà compensata dalle risorse per progetti già in essere di edilizia sanitaria ex. art. 20.
Variazioni quantitative –La tabella 2 riporta tutte le variazioni quantitativa approvate dal piano di rimodulazione.
Riduzione di Case della Comunità (-312), Centrali Operative Territoriali (-120) e Ospedali di Comunità (-93) e interventi di antisismica (-25) secondo criteri di distribuzione regionale al momento non noti. «Se, come previsto dal piano di rimodulazione presentato dall’Italia, saranno espunte le strutture da realizzare ex novo – spiega Cartabellotta – ad essere penalizzate saranno le Regioni del Mezzogiorno la cui dotazione iniziale era esigua». Per garantire la realizzazione di tutte le strutture e di tutti gli interventi inizialmente programmati, è previsto l’utilizzo di fondi alternativi: “risorse da Accordo di Programma ex art. 20 L. 67/1988 ed eventuali risorse alternative, nonché le risorse addizionali del Fondo Opere Indifferibili, istituito per fronteggiare l’eccezionale aumento dei costi dei materiali da costruzione negli appalti pubblici, e risorse derivanti dai bilanci regionali/provinciali”. «Senza entrare nel merito di tecnicismi contabili né dell’entità dei fondi alternativi citati – precisa il Presidente – l’unica certezza è che tutto quanto espunto dal piano di rimodulazione potrà essere realizzato solo dopo giugno del 2026, data di scadenza ultima delle opere del PNRR».
Riduzione dei posti letto di terapia intensiva (-808) e semi-intensiva (-995), secondo criteri di distribuzione regionale al momento non noti. «Se da un lato il piano di rimodulazione indica la riduzione di 1.803 posti letto totali come “prudenziale” per l’aumento dei costi di realizzazione – spiega Cartabellotta – dall’altro non fa alcun riferimento alle risorse a cui attingere per realizzare i posti letto espunti, nonostante venga riportato che “Resta comunque ferma la programmazione definita dai Piani di riorganizzazione approvati dal Ministero con le Regioni e le Province Autonome”».
Aumento degli over 65 da prendere in carico in assistenza domiciliare (da almeno 800 mila a 842 mila) e dei pazienti assistiti in telemedicina (da almeno 200 mila a 300 mila).
Differimenti temporali. Sono relativi a due target (tabella 3):
Attivazione delle Centrali Operative Territoriali dal 30 giugno 2024 al 31 dicembre 2024 (+ 6 mesi).
Installazione delle grandi apparecchiature dal 31 dicembre 2024 al 30 giugno 2026 (+ 18 mesi).
«Un differimento temporale – commenta il Presidente – motivato da criticità minori, quali lo smaltimento delle vecchie apparecchiature e l’adeguamento dei locali, che inevitabilmente condizionerà l’esigibilità delle prestazioni diagnostiche con apparecchiature più moderne ed efficienti, in un periodo storico caratterizzato da tempi di attesa già estremamente lunghi».
DL PNRR
L’articolo 1 dirotta circa 1,2 miliardi di euro destinati all’ammodernamento degli ospedali dal Piano Nazionale per gli investimenti complementari – il co-finanziamento del PNRR garantito dall’Italia – ai fondi generici per l’edilizia sanitaria (ex. art. 20). «Anche se potrebbe sembrare solo una “mossa contabile” – commenta il Presidente – nei fatti lo spostamento di risorse non avviene tra “vasi comunicanti” e gli interventi espunti sono rimandati a data da destinarsi perché non dovranno più rispettare la scadenza del giugno 2026 fissate dal PNRR». In particolare, si tratta dell’investimento denominato “Verso un ospedale sicuro e sostenibile” che ha l’obiettivo di migliorare la sicurezza degli ospedali per adeguarli alle norme antisismiche, «tenendo conto – spiega Cartabellotta – del loro ruolo strategico in caso di disastro, visto che gli ospedali se da un lato svolgono la fondamentale funzione di soccorso, sono particolarmente a rischio in caso di evento sismico perché ospitano un elevato numero di persone la cui messa in sicurezza è condizionata dalle inabilità individuali».
«Dopo aver “messo a terra” – commenta il Presidente – la Missione Salute del PNRR, il rispetto delle scadenze future sarà condizionato dalle criticità di attuazione della riforma dell’assistenza territoriale nei 21 servizi sanitari regionali. In particolare, il ruolo dei medici di famiglia e la grave carenza infermieri, figure chiave nella riorganizzazione dell’assistenza territoriale, oltre alle differenze regionali che non pongono tutte le Regioni sulla stessa linea di partenza per raggiungere gli obiettivi del PNRR e che, inevitabilmente, rischiano di essere amplificate dall’autonomia differenziata».
Riguardo l’imponente carenza di personale infermieristico utile riportare tre dati. Innanzitutto, nel 2021 il numero di infermieri in Italia è pari a 6,2 per 1.000 abitanti, rispetto ad una media OCSE di 9,9, con rilevanti differenze regionali. Una carenza che stride con il fabbisogno di infermieri di comunità/di famiglia stimato da Agenas per attuare la riforma dell’assistenza territoriale: tra 19.450 a 26.850. In secondo luogo, la scarsa attrattività della professione infermieristica conseguente a vari fattori: limitate prospettive di carriera, problemi organizzativi e di sicurezza sul lavoro e, ovviamente, aspetti economici, visto che la retribuzione dei nostri infermieri è ben al di sotto della media OCSE (€ 35.030 vs € 44.250 a dicembre 2021). Inoltre, negli ultimi 20 anni il potere di acquisto dei loro stipendi si è ridotto sia nel periodo 2000-2019 (-1,5%), sia nel periodo 2019-2021 (-1%), più che in ogni altro paese OCSE.
«La Missione Salute del PNRR – conclude Cartabellotta – è indubbiamente una grande opportunità per potenziare il SSN, ma solo nell’ambito di un rilancio complessivo della sanità pubblica. Ovvero, non può essere la “stampella” per sostenere un SSN claudicante. E, se da un lato la sua attuazione deve essere sostenuta da coraggiose azioni politiche, rinviare le scadenze e rimodulare al ribasso gli obiettivi del PNRR senza chiarire la distribuzione regionale dei “tagli”, l’entità e la disponibilità delle risorse necessarie e la definizione di nuove scadenze per quanto rimasto fuori dal piano di rimodulazione, indebolisce ulteriormente il potenziale impatto del PNRR sul rilancio del SSN».