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La sanità alla prova dell’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale (AI) sta rivoluzionando il nostro quotidiano e anche in sanità le potenzialità sono enormi: si vedono all’orizzonte cambiamenti significativi nella diagnosi, nel trattamento e nella gestione delle malattie.

Questa tecnologia avanzata offre un potenziale immenso per migliorare l’efficienza e l’accuratezza delle pratiche mediche, consentendo una cura più personalizzata e tempestiva per i pazienti.

Nel contesto sanitario, l’AI è impiegata per analizzare enormi quantità di dati clinici e scientifici, contribuendo a identificare modelli e correlazioni al di là della portata umana.

Tuttavia, l’implementazione dell’AI in sanità pone sfide etiche e normative, come la gestione della privacy dei dati e la necessità di mantenere un equilibrio tra l’automazione e l’empatia umana. È essenziale sviluppare linee guida chiare per garantire un uso responsabile e sicuro di questa tecnologia innovativa, massimizzando i suoi benefici per il bene della salute pubblica.

A che punto siamo nel nostro Paese e in Europa? Quali strumenti devono essere messi in campo e quali nuove competenze e responsabilità saranno necessarie per i professionisti della sanità?

Ne parliamo con:

  • Umberto Nocco
    Presidente AIIC (Associazione italiana ingegneri clinici). Direttore SC Ingegneria Clinica, ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda (Milano)
  • Giandomenico Nollo
    Presidente SIHTA (Società Italiana di Health Technology Assessment). Professore di Bioingegneria, Università di Trento

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Disturbi del comportamento alimentare: Cittadinanzattiva sostiene la richiesta delle associazioni che oggi scendono in piazza

Cittadinanzattiva si unisce all’appello delle associazioni, fra cui Animenta, l’Unione degli Studenti Universitari e la Rete degli studenti medi, e di tanti professionisti sanitari, che oggi manifestano nelle piazze di 28 città per chiedere investimenti strutturali e l’inserimento nei nuovi Lea dei disturbi del comportamento alimentare come capitolo autonomo.

«Il Ministro della Salute Schillaci ha annunciato lo stanziamento di 10 milioni di euro da destinare alle Regioni, per i percorsi di cura per chi soffre di disturbi del comportamento alimentare. Un segnale di certo importante, ma temiamo davvero troppo poco rispetto ai bisogni di centinaia di migliaia di ragazze e di ragazzi, un numero in forte aumento e in età sempre più giovane, che spesso si scontrano con tempi lunghi per la prima diagnosi e con le successive cure integrate di cui necessitano, perchè centri specializzati e professionisti pubblici sono pochi e presenti solo in alcune zone di Italia», dichiara Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva che oggi aderisce ad alcune delle manifestazioni previste sul territorio nazionale.

I pazienti attualmente in cura sono circa 22 mila, ma quelli affetti da DCA si stima siano più di 3 milioni; solo nel 2023 si sono registrati quasi 4.000 decessi legati a queste patologie.  126 le strutture pubbliche censite nel 2023 dall’Istituto superiore di sanità, delle quali 63 nelle regioni del Nord con 20 strutture in Emilia Romagna e 15 in Lombardia mentre al Centro se ne trovano 23, di cui 8 nel Lazio e 6 in Umbria, e 40 sono distribuiti tra il Sud e le Isole, tra cui 12 in Campania e 7 in Sicilia.

«Nell’immediato chiediamo alle Regioni di agevolare la mobilità sanitaria di chi soffre di disturbi del comportamento alimentare e non trova al momento risposte sul proprio territorio, in attesa di misure ed investimenti duraturi per ampliare in tutta Italia il numero dei centri pubblici e ambulatori specializzati e dotarli del personale necessario. Per questo chiediamo che il Governo attuale faccia un passo più avanti con la previsione di investimenti strutturali e di lunga durata e, quanto prima, l’inserimento nei nuovi Lea delle patologie ricomprese sotto la voce DCA. Il nostro è un appello – conclude Mandorino – perché davvero si faccia tutto il possibile per venire incontro alle esigenze di cura di tante giovani persone che oggi combattono con patologie ancora poco conosciute e purtroppo spesso sottovalutate e stigmatizzate».

Oltre il 90% degli infermieri non è soddisfatto del proprio stipendio e si sente abbandonato

I risultati di un’indagine condotta da Nursing Up ha evidenziato che i professionisti italiani sono costantemente informati, spesso studiano fino in fondo le normative che li riguardano, tra diritti e doveri. Vogliono essere sempre più protagonisti del proprio presente e del proprio futuro, amano il percorso che hanno scelto, ne comprendono il valore, si sentono orgogliosi di indossare la propria divisa, la maggior parte di essi non rinnega affatto i sacrifici che caratterizzano il proprio vissuto quotidiano.

Tuttavia sono pienamente consapevoli che la sanità di cui fanno parte sta vivendo una profonda crisi, e non sono certo disposti ad accettare passivamente le iniquità. L’insoddisfazione serpeggia, tra coloro che hanno risposto alla survey, e li accomuna un malcontento generale.

Gli infermieri inoltre, seguono, con estrema attenzione le evoluzioni della politica sanitaria, e naturalmente confidano, più che mai in questo momento storico, che qualcosa possa finalmente cambiare. Sostengono le azioni di lotta e sollecitano il sindacato nella sua attività di denuncia quotidiana.  

«Abbiamo raccolto le loro testimonianze, ed è emerso in modo palese che oltre il 90% degli interventi si incentra sulla più delicata delle questioni, quella degli stipendi. Non sono per niente soddisfatti della propria retribuzione. Oltre il 90% degli intervistati, ritiene senza mezzi termini di non sentirsi valorizzato, addirittura non sono poche le testimonianze di chi, dopo oltre un decennio di attività sul campo, ancora giovane, sotto i 50 anni, avrebbe voglia di abbandonare il nostro SSN, e di passare volentieri alla libera professione». Così Antonio De Palma, Presidente nazionale del Nursing Up.

Gli infermieri inoltre chiedono meno turni massacranti, più spazio per la famiglia e i propri affetti. Non è solo economica quindi la ragione che spinge molti dei professionisti intervenuti al nostro dibattito a manifestare la palese intenzione di rassegnare le dimissioni dalla sanità pubblica. Per alcuni è solo un pensiero costante, per altri si profila già l’intenzione di agire.

«In particolare ci hanno colpito – continua De Palma – le dichiarazioni di una giovane infermiera di appena 38 anni, sono il sintomo evidente di un malcontento generale di cui Governo, Regioni, aziende sanitarie, dovrebbero tenere conto».  

«Abbiamo una eccellente formazione universitaria, mettiamo in gioco solide competenze, samo in grado di gestire elevate responsabilità». E ancora, parlando della media dello stipendio: «Non è assolutamente equiparata al carico fisico-emotivo a cui siamo sottoposti ogni giorno, all’approccio non solo scientifico, ma anche umano che sappiamo offrire ai pazienti. Il piatto della bilancia è decisamente disequilibrato tra responsabilità/autonomia professionale e una valorizzazione economico-contrattuale che attendiamo da tempo e che sembra non arrivare mai».

«Nursing Up denuncia da tempo l’acuirsi di un profondo senso di insoddisfazione emotiva da parte dei professionisti dell’assistenza – dice ancora De Palma – e la politica troppo spesso fa orecchie da mercante, ma dovrebbe invece tenere conto di quanto sta accadendo, dal momento che il clima di legittima sfiducia, rischia di continuare a sfociare in dimissioni volontarie dal SSN per passare alla libera professione, e poi in fughe all’estero o addirittura abbandono definitivo del mondo sanitario. Possiamo davvero permetterci tutto questo? I cittadini, soprattutto, possono davvero permettersi un servizio sanitario che perde pezzi costantemente, visto che di fatto gli infermieri e gli altri professionisti dell’assistenza rappresentano, numericamente e qualitativamente, lo scudo per la tutela della loro salute? Non dovremmo mai smettere di chiedercelo».

Predisposto il Piano Pandemico 2024-2028

Il Ministero della Salute ha predisposto una bozza di “Piano strategico operativo per la preparazione e risposta a una pandemia da patogeni a trasmissione respiratoria a maggiore potenziale pandemico”, il primo piano pandemico allargato a tutti i patogeni respiratori.

La bozza è al vaglio della competente Conferenza Permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano, e, all’eventuale esito positivo, verrà inviata alla Gazzetta Ufficiale per la pubblicazione. Il Piano si ispira alle più recenti raccomandazioni dell’OMS e dell’ECDC oltre che all’esperienza pandemica, e che è stato realizzato in collaborazione con gli istituti scientifici che si sono maggiormente distinti nella lotta alla pandemia, con gli enti competenti e i rappresentanti delle Regioni/PPAA.

Il Piano contiene ogni misura che potrebbe rendersi necessaria per proteggere i cittadini di fronte ad un’emergenza pandemica e, così come chiaramente descritto, ne prevede una modulazione, anche temporale, in base all’andamento epidemiologico, all’efficacia, e alle effettive necessità.

È opportuno anche sottolineare come il Piano, che rappresenta un’evoluzione rispetto a quello precedente, indirizzato alla prevenzione di una pandemia influenzale, potrà implementare, tra l’altro, misure concrete come il potenziamento dei Dipartimenti di Prevenzione, l’ampliamento della rete dei laboratori di microbiologia e virologia, il potenziamento della ricerca, soprattutto nei suoi aspetti traslazionali già nella prossima Conferenza Stato Regioni.

Test Medicina, Quici: «Rivedere modalità di accesso, ma senza numero chiuso rischiamo di avere migliaia di medici disoccupati»

La sentenza del TAR del Lazio, che ha annullato i provvedimenti che hanno disciplinato le prove di ammissione alle Facoltà di Medicina per l’anno accademico in corso, conferma la necessità di una riforma delle modalità di accesso ai corsi di laurea in Medicina. Tuttavia, un ampliamento sconsiderato del numero dei posti o, peggio, l’abolizione del numero chiuso, avrebbero come unico risultato la creazione di migliaia di giovani medici che, una volta concluso il percorso di studi, non avrebbero alcuna possibilità di lavorare. È questa la posizione del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED (a cui aderiscono le sigle ANPO-ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED) in merito al percorso di riforma dell’accesso a Medicina fortemente voluto dalla Ministra dell’Università Anna Maria Bernini.

«La carenza di medici specialisti nel Servizio sanitario nazionale è destinata ad essere superata nei prossimi due anni, quando l’aumento delle borse di specializzazione adottato dal 2019 produrrà i suoi effetti, mettendo a disposizione delle aziende sanitarie almeno 40.000 neo-specialisti, un numero superiore rispetto ai pensionamenti previsti – spiega Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED -. Ovviamente le Regioni e le aziende dovranno procedere celermente con concorsi ed assunzioni per riempire i buchi di organico, e occorrerà trovare un modo per incentivare i giovani a scegliere quelle specializzazioni meno richieste, a partire dal settore dell’emergenza; ma quel che è certo è che un ampliamento del numero dei posti alla Facoltà di Medicina sarebbe deleterio per il futuro dei ragazzi stessi, che verrebbero illusi da uno Stato incapace di garantire loro prima una formazione di qualità e poi un lavoro».

«Siamo d’accordo – aggiunge Quici – sulla necessità di rivedere le modalità di accesso, prevedendo un esame che verifichi la conoscenza di materie di attinenza sanitaria; ma è al contempo fondamentale garantire, per assicurare il rispetto della meritocrazia, estrema trasparenza nel processo di selezione, ed evitare di far perdere troppo tempo, nel proprio percorso formativo, agli studenti che non dovessero risultare idonei. Quindi, occorrerebbe prevedere un numero di docenti adeguato e spazi universitari adatti a garantire un percorso formativo serio e qualitativamente elevato per tutti gli studenti, e ovviamente i relativi costi. Un problema, quest’ultimo, rilevante, che non vorremmo fosse superato trasformando Medicina in un corso di laurea online».

«Qualora tali aspetti non venissero tenuti in considerazione, ci troveremmo dinanzi ad una riforma dai toni esclusivamente elettorali, sorda alle reali necessità del nostro Servizio sanitario nazionale e della classe medica del prossimo futuro», conclude Quici.

Disturbi alimentari, perché il Movimento Lilla scende in piazza

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Sono quasi 4 milioni le persone in cura per Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA) in Italia. Di questi, 22mila sarebbero a rischio a causa del mancato rifinanziamento del Fondo nazionale per il contrasto ai disturbi dell’alimentazione. Decisione che ha spinto famiglie e addetti ai lavori a protestare: il 19 gennaio sono previste manifestazioni in molte città italiane.

Aurora Caporossi

La Legge di Bilancio approvata a fine 2021 ha destinato 15 milioni di euro per il 2022 e 10 per il 2023 per i DNA, una misura tampone che avrebbe dovuto garantire ossigeno alle Regioni fino all’entrata in vigore dei nuovi LEA, approvati nel 2017 e che diventeranno pienamente operativi entro il primo semestre di quest’anno. La Legge di Bilancio prevedeva infatti che fosse individuata, all’interno dei LEA, l’area dei DNA, sganciata da quella della salute mentale.

La progettualità finanziata scadrà il 31 ottobre 2024, data entro la quale molti servizi dovranno chiudere se non si troverà una soluzione. «L’istituzione del Fondo ha permesso di potenziare un pochino la rete sanitaria per il trattamento dei DNA – spiega a TrendSanità Aurora Caporossi, fondatrice dell’associazione Animenta -. In questi ultimi due anni sono state assunte circa 800 nuove risorse e sono stati aperti nuovi reparti per il trattamento dei DNA. Il problema è che molti di questi basavano la loro progettualità sulle risorse elargite dal Fondo e adesso si trovano a rischio chiusura, così come le persone che sono state assunte e che potrebbero essere licenziate in mancanza di un sostegno economico adeguato».

Un inizio

Sebbene sia stata una misura importante, il Fondo non ha cambiato la situazione dei DNA a livello nazionale, che spesso manca di progettualità proprio perché i Centri e i servizi sono privi di risorse strutturate.

«Il Fondo ha creato una maggiore sensibilità che a sua volta ha permesso la nascita di una rete di offerte nazionali e regionali, gettando le basi per l’individuazione delle buone pratiche tra i diversi servizi», evidenzia a Trendsanità Armando Cotugno, Responsabile dell’UOSD Disturbi e Comportamento Alimentare dell’Asl Roma1.

«Chiediamo che i DNA abbiano un budget autonomo all’interno dei LEA – aggiunge Caporossi -: in questo modo si riuscirebbe ad avere fondi vincolati e perenni, a prescindere dalla Legge di Bilancio e dal Governo».

Il Movimento Lilla, cioè la rete delle associazioni che si batte per ottenere più diritti chiede lo scorporo, come previsto dalla già citata Legge di Bilancio (priva del decreto attuativo per rendere possibile la trasformazione) e come accaduto in passato per l’autismo.

Il Fondo è stato importante, ma servono risorse vincolate e perenni, che garantiscano una vera progettualità e impongano standard minimi per la presa in carico

L’inserimento dei LEA, inoltre, obbligherebbe le Regioni a garantire uno standard minimo per la presa in carico di queste patologie. «Oggi i Centri si concentrano nel Centro-Nord e ci sono Regioni che ne sono completamente prive», ricorda Cotugno.

A livello nazionale i Centri sono 126 (122 appartengono al Servizio Sanitario Nazionale e i rimanenti al privato accreditato). A questi si aggiungono una serie di associazioni e strutture private riconosciute dal Ministero della Salute e in grado di erogare i servizi necessari per questo tipo di disturbi.

«Impensabile fare a meno del pubblico»

Si potrebbe pensare che se i servizi pubblici chiudono, sarà il privato a fare affari. «Non è così nel modo più assoluto – afferma a TrendSanità Maria Laura Ippolito, Presidente di FIDA (la Federazione Italiana Disturbi Alimentari) e del Centro Gapp di Alessandria -. I Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione sono patologie che richiedono tutti i livelli di cura ed è indispensabile una sinergia tra pubblico e privato». 

Maria Laura Ippolito

Secondo Ippolito, i cinque Centri privati che afferiscono alla FIDA si sono integrati da sempre con il pubblico e i suoi servizi: «Da parte nostra, l’aver attivato una rete associativa ci permette di accompagnare anche persone in difficoltà economica. Il pubblico, d’altra parte, può contare su di noi per esempio per la psicoterapia continuativa, un servizio che può avere difficoltà ad erogare. Negli anni è successo che fossimo noi a inviare al pubblico persone che avevano avuto un primo contatto con la nostra rete. Si tratta di una collaborazione bidirezionale proprio alla luce della complessità di questi disturbi».

Il mancato rifinanziamento del Fondo, quindi, pone problemi anche agli enti privati: «I DNA richiedono un’équipe integrata tra pubblico e privato sociale. È impensabile fare a meno del pubblico». 

Un esempio del perché? «Noi collaboriamo con il servizio di Psichiatria dell’ospedale di Alessandria, dove ci sono pochissimi psichiatri nonostante i concorsi. Le liste d’attesa sono lunghe e siamo in difficoltà a lavorare, senza la “sponda” del servizio pubblico».

I Centri abbattono la mortalità

Con 3.128 decessi nel 2022 i DNA sono la seconda causa di morte tra gli adolescenti dopo gli incidenti stradali. «Ci si focalizza molto sulla mortalità, com’è giusto che sia. Bisogna però ricordare che questa è direttamente proporzionale alla carenza dei servizi – chiosa Cotugno –. Laddove questi ci sono, il rischio di mortalità si abbatte. Noi in 15 anni abbiamo avuto un solo decesso».

Armando Cotugno

A volte tuttavia avere il Centro vicino non basta: «Anche dove esiste un servizio si fa fatica a dare una risposta adeguata – prosegue Cotugno -. Esiste una criticità epidemiologica non solo in Italia, ma in tutta Europa e negli USA. Questi Paesi scontano un ritardo nell’organizzazione dei servizi DNA». 

Il Covid ha fatto aumentare le richieste di presa in carico 30-40% a livello nazionale. «Nel nostro Centro l’incremento è stato del 280% e questa domanda può essere gestita solo con team multiprofessionali, la cui istituzione era uno degli obiettivi del fondo».

L’Asl di Roma1, con un bacino di oltre un milione di persone, ha circa 150 persone in lista d’attesa.

«È poi assolutamente necessario che ci sia un Piano dedicato, specifico per questi pazienti e costruito in base all’età e allo stadio di malattia – prosegue il Responsabile dell’UOSD Disturbi e Comportamento Alimentare dell’Asl Roma1 -. In passato i pazienti venivano seguiti da un solo professionista: dietista, psicologo, psichiatra, nutrizionista o medico internista. L’identificare i DNA nei LEA deriva anche dalla necessità di integrare tutti questi interventi».

Che cosa succede adesso

Le Associazioni del Movimento Lilla manifesteranno in molte città italiane il 19 gennaio, per chiedere di non dimenticare chi soffre di Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione e per invitare il Governo a inserire i DNA nei nuovi LEA.

In assenza di indicazioni, la responsabilità dell’accesso ai servizi resta in capo alle Regioni: alcune, come l’Emilia Romagna, hanno affermato di non aver intenzione di chiudere nessun Centro, sopperendo con fondi propri alle mancanze nazionali. In una nota l’assessore alle Politiche per la salute, Raffaele Donini ha commentato che «lo Stato non può abbandonare questi cittadini lasciando completamente sulle spalle delle Regioni l’onere delle cure».

Il Governo sta cercando di correre ai ripari: il Fondo potrebbe essere rifinanziato per 10 milioni di euro grazie a un emendamento inserito nel Milleproroghe

In questi giorni, anche a causa delle proteste che si sono levate da più parti, il Governo sta cercando di correre ai ripari: il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha detto di essere al lavoro per reperire le risorse necessarie almeno per il 2024. Se riuscirà nell’impresa, il Fondo potrebbe essere rifinanziato grazie a un emendamento inserito nel Milleproroghe.

Mercoledì, rispondendo al Question Time alla Camera su un’interrogazione del PD, Schillaci – puntualizzando come al momento le Regioni e le Province Autonome abbiano impegnato solo il 59% del finanziamento e speso appena il 3% – ha detto di aver deciso di mettere a disposizione del Fondo straordinario per i DNA 10 milioni di euro per il 2024.

«Quello che serve, al di là dell’investimento, è una visione comune a livello di Paese, una progettualità e una struttura nel trattamento dei DNA perché purtroppo interventi spot di questo tipo non garantiscono una continuità – conclude Aurora Caporossi -. Come realtà associative ci muoveremo insieme per chiedere una risposta concreta e tutelare il diritto alla salute e all’accesso alle cure».

Infezioni ospedaliere, giù del 20% e mortalità in terapia intensiva tornata ai livelli pre-pandemici

È stato diffuso il report definitivo della IX edizione 2022-2023 del Progetto SPIN-UTI – Sorveglianza attiva Prospettica delle Infezioni Nosocomiali nelle Unità di Terapia Intensiva, a cura del Gruppo Italiano Studio Igiene Ospedaliera (GISIO) della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità pubblica (SItI). Il periodo di riferimento della raccolta dati va da Ottobre 2022 a Luglio 2023, mentre è in corso di preparazione il report relativo all’intero anno 2023. Nel corso dell’ultima edizione, la sorveglianza ha incluso quasi 4000 pazienti ricoverati in 51 UTI su tutto il territorio nazionale.

La rete SPIN-UTI è coordinata da Antonella Agodi che ha partecipato, a partire dalla prima edizione (2006-2007) del Progetto SPIN-UTI, alla stesura e alla revisione dei protocolli europei di sorveglianza delle Infezioni Correlate all’Assistenza (ICA) nelle Unità di Terapia Intensiva (UTI), fino alla versione più recente del protocollo HAI-Net ICU dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), al fine di contribuire alla sorveglianza a livello europeo e di migliorare la qualità dell’assistenza nelle UTI in un contesto multicentrico.

Il protocollo SPIN-UTI prevede una sorveglianza di livello 2 – patient-based – per un confronto avanzato dei tassi di infezione stratificati per rischio fra le UTI, benchmarking, quale misura della qualità dell’assistenza in termini di controllo delle infezioni.

«Gli indicatori del rischio di ICA mostrano che, dopo il picco del 24,5% osservato nella scorsa edizione 2020-2021 durante la pandemia COVID-19, l’incidenza di pazienti infetti diminuisce al 19,5% nel 2022-2023. Tuttavia, il rischio di ICA, valutato in termini di tasso di incidenza, è in aumento significativo da 17,1 ICA per 1000 giorni di degenza del 2006-2007 a 25,4 ICA dell’edizione 2022-2023 – afferma la Agodi -. La mortalità in UTI diminuisce e ritorna ai livelli pre-pandemici, 27,7% nel 2022-2023, rispetto al picco del 42,3% osservato durante la pandemia COVID-19. Da evidenziare, comunque, un significativo trend in aumento nel tempo della gravità delle condizioni dei pazienti al momento del ricovero nelle UTI misurata dal SAPS II».

A livello nazionale, nell’ambito delle azioni previste nel Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza (PNCAR) 2017-2020 per la sorveglianza delle ICA, la rete SPIN-UTI è stata inclusa tra le sorveglianze da rendere stabili e in grado di fornire dati omogenei, rappresentativi, tempestivi e adeguati.

L’edizione SPIN-UTI 2022-2023 è stata realizzata dall’Unità operativa Università degli Studi di Catania, Dipartimento “GF Ingrassia”, nell’ambito del programma CCM-Ministero della Salute 2019, con il progetto “Sostegno alla sorveglianza delle infezioni correlate all’assistenza anche a supporto del PNCAR”, ente attuatore l’Istituto Superiore di Sanità, Coordinatore scientifico Fortunato D’Ancona. Nell’ambito di tale progetto CCM, è stata predisposta una piattaforma dotata di elevati standard di sicurezza per la raccolta dei dati della sorveglianza, i cui data manager sono Martina Barchitta e Andrea Maugeri.

Nella piattaforma vengono messi a disposizione, oltre al protocollo operativo e agli strumenti di rilevazione dei dati, anche un pacchetto formativo a supporto del personale addetto alla sorveglianza. 

Salute, digitale e intelligenza artificiale: chi c’è al volante?

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Il digitale e l’intelligenza artificiale per comprendere meglio le malattie e come curarle. Ma chi è al volante? È questa la domanda che riecheggiava nell’auditorium del Ministero della Salute durante il seguito e partecipato evento Digital Health by Design – Dati e Intelligenza Artificiale del 15 gennaio. «Dobbiamo restare noi coloro che guidano la macchina.  La tecnologia, come l’intelligenza artificiale, è da abbracciare con entusiasmo tenendo presente però le coordinate» perché, specie nel campo medico, «non possiamo affidare alla macchina la gestione della salute di una persona» per dirla con le parole di monsignor Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Ma non sono stati solo i temi etici a monopolizzare la giornata. La salute del futuro, i dati sanitari e le nuove tecnologie digitali hanno posto ulteriori argomenti sul tavolo organizzato da Culture con il Parlamento Europeo e la Commissione Europea, il patrocinio della ASL Roma 2 e di Rome Technopole, e hanno delineato un’agenda 2024-2026 che mira ad una nuova visione della salute globale.

La popolazione italiana sta invecchiando: dobbiamo allungare la speranza di vita sana

«Una giornata di confronto costruttivo sulla digitalizzazione dei dati sanitari e lo sviluppo di algoritmi di intelligenza artificialeha commentato Felicia Pelagalli, Direttore di Culture – come sappiamo, la popolazione italiana sta invecchiando sempre più con un conseguente incremento delle multi-cronicità e dello stato di fragilità. Si allunga il tempo della vita, e questa è una buona notizia, ma, purtroppo, rischia di durare di più anche il tempo della malattia. Nella fascia di età sopra i 75 anni solo il 28,6% risulta in buona salute secondo i dati Istat. Dobbiamo allungare la speranza di vita sana».

Oltre 250 persone connesse e 90 in presenza hanno seguito i lavori delle molteplici personalità del mondo dei dati e dell’Intelligenza artificiale in sanità che sono intervenute al Summit aperto da un saluto del Ministro della Salute, Orazio Schillaci, che ha illustrato i programmi riferiti al PNRR che vedono la digitalizzazione come elemento essenziale per costruire un sistema sanitario equo e centrato sui bisogni delle persone.

Schillaci: «Digitalizzazione e l’intelligenza artificiale rivestono un ruolo fondamentale nel sistema di raccolta e nell’analisi dei dati e sono strategici per una programmazione sanitaria efficace»

«I tre perni della digitalizzazione su cui il Ministero sta lavorando – ha scritto Schillaci nel suo messaggio – sono telemedicina, potenziamento del fascicolo sanitario elettronico (FSE 2.0) e digitalizzazione degli ospedali. Dove la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale rivestono un ruolo fondamentale nel sistema di raccolta e nell’analisi dei dati e sono strategici per una programmazione sanitaria efficace, per la promozione della ricerca e la prevenzione delle malattie. La collaborazione tra le istituzioni diventa fondamentale per elaborare nuovi modelli di servizio e nello stabilire linee guida chiare per l’utilizzo dei dati sanitari e nella progettazione di algoritmi di intelligenza artificiale. L’evento Digital Health by Design – Dati e Intelligenza Artificiale – ha concluso Orazio Schillaci -costituisce un’opportunità per costruire un confronto costruttivo dove la governance e le regolamentazioni devono essere nostre alleate del processo di cambiamento, affiancando e agevolando la transizione digitale in sanità a livello regionale e nazionale».

«Il Servizio sanitario nazionale, così come è organizzato oggi – ha dichiarato Giorgio Casati, Direttore generale di ASL Roma2 – appare formato da diverse isole, spesso non in coordinamento fra loro e dove il paziente appare spaesato. Il PNRR, e il DM 77 in particolare, offrono delle opportunità nuove, soprattutto grazie all’introduzione della sanità digitale e dell’IA, ma il rischio è che si introducano solo nuovi strumenti nell’attuale modo di funzionare del sistema, senza una visione complessiva necessaria».

AGENAS e la battuta d’arresto sulla AI da parte del Garante per la protezione dei dati personali

In materia di Intelligenza artificiale, e ripensando ai diversi richiami al coordinamento tra le istituzioni, è stato significativo l’intervento del direttore generale di AGENAS, Domenico Mantoan, che ha reso noto che la piattaforma di intelligenza artificiale a supporto dell’assistenza sanitaria primaria, prevista nell’ambito della missione 6,  ha subito una battuta di arresto, prima dell’avvio della procedura di dialogo competitivo della lettera di invito ‘Valutazione delle offerte finali ed aggiudicazione della procedura, a seguito della comunicazione del Garante per la protezione dei dati personali, sulla mancanza di una legge nazionale per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Mantoan ha proseguito sottolineando l’importanza degli investimenti sulla telemedicina e sull’intelligenza artificiale e ha esortato il Garante a costruire, nel rispetto dei reciproci ruoli, i percorsi strategici, in questo ambito, che permettano all’Italia di non rimanere indietro rispetto all’Europa ed affinché si strutturi un leale rapporto di collaborazione tra le istituzioni.

Mentre, a proposito della piattaforma nazionale di telemedicina, di direttore di AGENAS ha rammentato che «quello che stiamo facendo è un investimento superiore, un sistema che a livello centrale permette di usare i dati sanitari, non solo per la cura, ma anche per la programmazione. L’investimento sta continuando e il nostro è stato un lavoro in collaborazione con l’ANAC che ci ha dato un supporto straordinario».

Inoltre, come ribadito da Alice Borghini, dirigente dell’Organizzazione dei modelli sanitari territoriali di AGENAS, il 2024 sarà l’anno della messa a punto della piattaforma nazionale di telemedicina: «Nel corso dell’anno – ha spiegato Borghini – ci sarà una integrazione delle piattaforme regionali e si costituirà l’infrastruttura nazionale di telemedicina. Sarà il primo step per far sì che il sistema sia funzionale. Il 2024 sarà l’anno in cui tutti gli investimenti saranno messi insieme e inizieranno a parlarsi».

Il 2024 sarà l’anno della messa a punto della piattaforma nazionale di telemedicina

«Dopo questo appuntamento – hanno suggerito ancora Casati e Pelagalli – sarebbe necessario e opportuno aprire ulteriori occasioni di confronto, o tavoli di lavoro: sulla governance dei dati sanitari e lo sviluppo dell’IA e sui nuovi modelli digitali di servizio sanitario. La telemedicina non può essere intesa soltanto come una modalità diversa di lavoro, ma uno strumento per entrare in relazione con il paziente in maniera differente, più vicina».

Un tema basilare per lo sviluppo della digital health è stato individuato da molti esperti con la qualità dei dati, che non dovrebbero limitarsi all’età o al luogo di residenza, ma essere estesi per esempio, al titolo di studio, al tipo di lavoro e alla condizione economica, il tutto in stretta ottemperanza al regolamento europeo GDPR. I dati del censimento potrebbero essere utilmente collegati a quelli sanitari per avere l’opportunità di identificare dei profili di persone con determinate caratteristiche di vita su cui è opportuno concentrare l’attenzione e l’azione della prevenzione dell’azienda sanitaria. Tutto questo, ovviamente, può essere trattato anche attraverso sistemi di intelligenza artificiale che aiutino a leggere e interpretare un volume importante, quasi eccessivo, di informazioni e di dati.

«L’accesso ai dati sanitari è di fondamentale importanza per garantire l’innovazione nei sistemi sanitari europei – ha sottolineato Marco Marsella, direttore del settore digitale, EU4Health della Direzione generale salute della Commissione Europea –. È fondamentale perché attraverso l’accesso si possono costruire nuove tecnologie, ma anche avviare dei workflow per il trattamento, ad esempio, nei pazienti con malattie croniche. Oppure, per il miglioramento della diagnosi, è possibile introdurre elementi di intelligenza artificiale nello screening e soprattutto adattare i trattamenti alle necessità dei pazienti, verso la medicina personalizzata».

«Se guardiamo alle attuali barriere che si frappongono oggi alla realizzazione dell’EHDS – l’European Health Data Space, il primo spazio europeo dei dati sanitari – possiamo individuare altrettante sfide per il settore della ricerca, della formazione e della innovazione – ha asserito Alessandra Petrucci, Rettrice dell’Università degli Studi di Firenze –. Tra queste, la privacy nella raccolta e condivisione dei dati sanitari; la sicurezza informatica; barriere normative; diversità dei Sistemi Sanitari; l’interoperabilità dei Sistemi Informatici. L’EHDS ha il potenziale per rivoluzionare la ricerca sanitaria in Europa, fornendo ai ricercatori strumenti e risorse preziose per esplorare nuove frontiere nella comprensione e nel trattamento delle malattie, migliorando così la salute e il benessere della popolazione».

Sul livello di digitalizzazione in Italia si è espresso in maniera positiva Paolo Colli Franzone, presidente dell’Istituto per il Management Innovazione in sanità IMIS, ma non senza notare come i medici vorrebbero essere maggiormente coinvolti nel processo di innovazione: «Spendiamo poco – spiega – in tecnologie informatiche sanitarie rispetto ad altri Paesi ma, tutto sommato, ne abbiamo tante nelle strutture sanitarie. Anche l’intelligenza artificiale è diffusa come per esempio nella radiologia per immagini».

A livello locale, ad esempio, le aziende sanitarie si stanno già muovendo con esperienze sul campo per agevolare la lettura dei dati e individuare così gli eventuali segnali di allerta: «Nella Asl Roma 2 – ha evidenziato Casati – abbiamo creato una prima banca dati degli assistiti. Stiamo per sottoscrivere un accordo con il Campidoglio per valutare la possibilità, nel rispetto della normativa sulla privacy, di poter mettere insieme i dati della Asl e del Comune sulla popolazione, per fare analisi più approfondite. Abbiamo già realizzato un modello di telemedicina presso l’Ospedale di Rebibbia e un modello di Ospedale virtuale, riconosciuto e premiato anche da AGENAS».

Avviene che le aziende sanitarie vengano anche premiate dallo stesso soggetto regolatore come esperienze innovative e poi non vengano chiamate, per caso, al tavolo dove quelle cose vengono decise

Ma soprattutto, va rafforzato sin dall’inizio del progetto il dialogo tra ente centrale, Regioni e aziende sanitarie locali per far sì che non accada quanto Paolo Petralia, Direttore generale ASL4 Liguria e vicepresidente vicario di FIASO, ha affermato: «Io sono medico. E come qualunque altro professionista di una scienza empirica è normale che si impari da chi ci ha preceduto e si trasferisca quello che si sta facendo a quelli che seguiranno, è una cosa scontata. Nel nostro agire quotidiano in sanità, però, questo rischia di non esser sempre vero. Perché noi facciamo le cose e poi non riusciamo a dare continuità di valore: perché nella governance multilivello in cui il nostro Paese avvolge le dimensioni centrali, nazionali, regionali, locali della sanità, spesso ci si perde. E avviene che le aziende sanitarie vengano anche premiate dallo stesso soggetto regolatore come esperienze innovative, avanzate, come sperimentazioni utili al sistema e poi non vengano chiamate, per caso, al tavolo dove quelle cose vengono decise».

«Cellule primarie umane per studiare nuovi vaccini. Così ho vinto tra i ricercatori under 40»

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«La mia proposta mira principalmente a mettere a punto un metodo in vitro integrato che possa consentire di valutare la qualità di un vaccino intesa come la capacità di un vaccino di istruire adeguatamente il nostro sistema immunitario e di conseguenza di proteggerci. Questo tipo di studio potrebbe trovare un’applicazione per la valutazione di candidati vaccinali ma, sicuramente, potrebbe avere un uso ancora più ampio in quelli che sono i controlli di qualità ai quali ogni singolo lotto di vaccino deve essere sottoposto prima della sua immissione in commercio». Sono queste le potenzialità dell’utilizzo delle cellule primarie umane nelle parole di Marilena Paola Etna, ricercatrice del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS).

Il metodo potrebbe migliorare la valutazione della qualità dei nuovi vaccini e la sicurezza di quelli in produzione

Marilena Paola Etna

È stata lei a vincere la quarta edizione di “Realizziamo il sogno dei nostri giovani ricercatori – concorso dell’Istituto Superiore di Sanità per gli under 40 che destina i fondi raccolti alla realizzazione del progetto vincitore – con la proposta di un metodo alternativo alla sperimentazione animale per la produzione di vaccini. Il processo di selezione per l’Edizione 2023 è stato completato lo scorso ottobre e, tra le 19 proposte giunte, è stata premiata quella della dottoressa Etna, dal titolo “A biomimetic in vitro model for the immunogenicity assessment of vaccines for human use: exploitation of Peripheral Blood Mononuclear Cell/Muscle Cell cross-talk and innate immune signature for the evaluation of aluminum adjuvanted- and mRNA-based formulations“.

Il progetto si concentra sulla creazione di un metodo alternativo alla sperimentazione animale per valutare la capacità dei vaccini umani, inclusi quelli a mRNA, di stimolare la risposta immunitaria. Lo studio prevede lo sviluppo di un modello sperimentale in vitro basato su cellule primarie umane muscolari e del sistema immunitario, replicando il contesto biologico in cui vengono somministrati i vaccini intramuscolari. Le cellule primarie umane sono cellule ottenute direttamente da tessuti umani, come opposto alle cellule che sono state coltivate in laboratorio. Le cellule primarie umane, dunque, conservano le caratteristiche e le funzioni fisiologiche proprie del loro contesto biologico originale.

La dottoressa Etna ne ha parlato a TrendSanità. Com’è nata l’idea di utilizzare cellule primarie umane rispetto ai modelli animali?

Il Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità ha una lunga esperienza nell’esecuzione di studi che impiegano cellule primarie umane

«Questa scelta viene dal fatto che, sebbene i modelli animali siano stati utilissimi fino ad ora, hanno dei limiti nel riprodurre fedelmente alcuni fenomeni biologici che avvengono nel nostro organismo. Le cellule primarie umane sicuramente rappresentano un buon compromesso da investigare e adattare, quando possibile, a specifici quesiti biologici».

Quali sono i principali vantaggi e benefici dell’utilizzo di questa alternativa rispetto ai metodi tradizionali che coinvolgono gli animali?

«Sebbene utilissimi sotto tanti punti di vista, come già detto precedentemente, i metodi che coinvolgono l’impiego di modelli animali si scontrano innanzitutto con questioni di natura etica. Esiste infatti una Direttiva Europea del 2010 (2010/63/EU) che invita tutti gli Stati Membri ad un uso consapevole degli animali impiegati per scopi scientifici e a sostituire, laddove possibile, i metodi animali con delle alternative in vitro scientificamente valide. Basti pensare che circa 10 milioni di animali vengono impiegati ogni anno per lo sviluppo, la produzione e la valutazione della qualità dei farmaci. Inoltre, i test condotti con metodiche animali sono spesso molto costosi e forniscono risultati variabili se confrontati con una metodica in vitro. Infine, bisogna sempre tenere a mente che esistono delle differenze biologiche tra specie diverse e che quindi lo sviluppo di metodi alternativi a quelli animali consentirebbe di testare un farmaco destinato all’uomo in un contesto biologico più simile basato sull’impiego di cellule umane.»

Come seleziona le cellule primarie umane da utilizzare nei suoi studi? Ne seleziona dei tipi specifici? Se sì, per quale ragione?

«Sicuramente si tratta di una scelta dettata dalla specifica funzione e possibile ruolo che ciascun tipo cellulare può giocare nel contesto del quesito biologico che mi pongo. Trattandosi di una proposta che vuole valutare se un vaccino stimola la risposta immunitaria, sicuramente la componente immunologica è fondamentale e viene garantita dall’impiego di alcune cellule del nostro sangue (cellule mononucleate del sangue periferico) che isoliamo a partire dagli scarti della lavorazione delle sacche di piastrine. L’estensione poi ad altre cellule primarie, come in questo caso, deve essere valutata sicuramente in via preventiva con degli esperimenti mirati che dimostrino innanzitutto la responsività di queste cellule al nostro stimolo e successivamente il significato biologico che tale risposta ha».

Le cellule primarie umane migliorano la rappresentatività dei risultati?

Abbiamo diverse idee per il prossimo futuro che vorremmo esplorare spostandoci un po’ dal contesto vaccini, ma rimanendo sempre nell’ambito delle malattie infettive

«Sicuramente se adeguatamente sfruttate, possono consentire di riprodurre in maniera molto molto fedele le risposte fisiologiche dell’uomo inserendole ad esempio in sistemi più complessi come sistemi 3D o sistemi microfisiologici avanzati. Con questo non voglio dire che le cellule primarie sono la risposta a tutto, ma sicuramente possono essere una risorsa preziosissima.»

Ci sono delle differenze significative tra le risposte biologiche del modello animale rispetto a quelle delle cellule primarie umane?

«In assoluto ci sono delle differenze tra specie diverse, dipende sempre dal fenomeno che stiamo andando ad analizzare».

Qual è la durata di questo studio? Come mai ha pensato di focalizzarsi proprio sui vaccini?

«Lo studio ha una durata di due anni e spero che possa costituire solo l’inizio di una serie di studi volti a identificare metodi alternativi in vitro per studiare le proprietà dei vaccini. Ho deciso di focalizzarmi sui vaccini perché da molti anni ormai nel gruppo in cui lavoro ci interessiamo sia di studi di interazione tra ospite e patogeno che di analizzare la risposta di possibili candidati vaccinali e di allestire sistemi in vitro per valutarne la loro proprietà in termini di sicurezza ed efficacia».

Ha in mente altri progetti che prevedano l’utilizzo delle cellule primarie umane?

«La maggior parte dell’attività che svolgiamo all’interno del nostro gruppo prevede l’impiego di cellule primarie e abbiamo diverse idee per il prossimo futuro che vorremmo esplorare. Spostandoci un po’ dal contesto vaccini, ma rimanendo sempre nell’ambito delle malattie infettive sicuramente ci piacerebbe poter studiare i meccanismi con cui i patogeni interagiscono con il nostro sistema immunitario e con il nostro organismo in sistemi sempre più vicini alla fisiologia umana e che mimino quindi in maniera più fedele gli eventi che avvengono nel nostro organismo».

Ci sono dei limiti nell’utilizzo delle cellule primarie umane come alternativa ai metodi animali? Se sì, come si possono superare?

Ci possono essere questioni di natura etica, ma anche sulla sperimentazione animale va adottata cautela e responsabilità

«Il limite principale che vedo potrebbe essere dovuto alla loro disponibilità o semplicità di approvvigionamento e a possibili questioni di natura etica che potrebbero richiedere un’autorizzazione per il loro utilizzo. Ma, ovviamente, anche l’impiego di animali a scopi scientifici richiede un iter autorizzativo e una valutazione attenta da parte di una commissione di esperti. Quindi sotto questo punto di vista possiamo considerare che ci sono alcune limitazioni comuni. Dal punto di vista scientifico, le cellule primarie come dicevo costituiscono un patrimonio da capitalizzare per investigare meccanismi fisiologici. Ovviamente, affinché vi possa essere una sostituzione del metodo animale, il metodo in vitro deve dimostrare di essere scientificamente solido e di ricapitolare con elevata accuratezza ciò che avviene in vivo».

Approvvigionamenti sanitari, accordo tra Consip e Confindustria Dispositivi Medici

Consip S.p.A. e Confindustria Dispositivi Medici hanno sottoscritto un accordo di collaborazione con l’obiettivo di individuare nel mercato delle imprese, anche del settore sanitario, le migliori opportunità di approvvigionamento per le pubbliche amministrazioni, nel più ampio interesse del Paese.

L’iniziativa nasce dalla convinzione che confronto e condivisione delle rispettive conoscenze ed esperienze in materia di public procurement – nonché lo sviluppo congiunto di analisi, studi e ricerche nelle tematiche di comune interesse – possano rendere più efficace e incisivo lo svolgimento delle rispettive funzioni istituzionali e rafforzare la consapevolezza delle amministrazioni e delle imprese sulla rilevanza degli appalti in sanità come leva strategica per il perseguimento di obiettivi di politica sociale, industriale e ambientale.

Una sinergia istituzionale tra due soggetti che, ciascuno nel proprio ruolo, sono al centro del sistema. Da un lato, Consip S.p.A. che – in qualità di centrale di committenza nazionale – gestisce ogni anno circa 26 miliardi di euro, corrispondenti a oltre l’1,3% del PIL italiano, con più di 500mila contratti stipulati tra 140mila imprese e 13.500 amministrazioni. Dall’altro, Confindustria Dispositivi Medici, Federazione nazionale delle imprese di produzione e distribuzione operanti nel settore dei dispositivi medici e dei dispositivi medico-diagnostici in vitro, organizzate in associazioni di settore in funzione della merceologia rappresentata.

Tra gli obiettivi dell’accordo – siglato tra Consip S.p.A., nella persona dell’Amministratore Delegato Marco Mizzau, e Confindustria Dispositivi Medici, rappresentata dal Direttore Generale Fernanda Gellona – vi sono quindi: partecipazione e coinvolgimento delle imprese del settore sanitario nella domanda pubblica; confronti ed analisi circa l’evoluzione e le prospettive delle esigenze di acquisto in sanità; diffusione della conoscenza sul nuovo Codice dei contratti e sugli appalti di innovazione.