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Raccomandazioni sulla vaccinazione contro il Virus Respiratorio Sincinziale

In un momento di particolare diffusione delle sindromi influenzali – di cui si vede in questi giorni tutta l’importanza e impatto sulla salute della nostra popolazione – il Board del Calendario per la Vita ha ritenuto importante sottolineare il rilievo, oltre ai tradizionali vaccini contro influenza, COVID, pneumococco e pertosse, di nuovi strumenti di prevenzione finora non disponibili, rappresentati dai vaccini contro il Virus Respiratorio Sinciziale (VRS o RSV).

Questo virus, noto come causa di bronchioliti nei bambini piccoli, è anche molto rilevante per la salute degli anziani e degli adulti con malattie croniche, in cui determina spesso complicanze importanti quali polmoniti e bronchiti, ospedalizzazioni e morti. Si ricorda come nell’inverno dell’anno scorso (2022-2023) in Italia l’RSV abbia rappresentato nella popolazione ultrasessantacinquenne oltre il 21% delle sindromi respiratorie acute, contro il 38% del virus dell’influenza, il 21% di SARS-COV2 ed il 20% di tutti gli altri virus respiratori (dati RespiVirNet).

«I nuovi vaccini hanno dimostrato elevata efficacia contro le malattia da RSV, oltre l’80% nella prima stagione invernale, dopo la vaccinazione, sono sicuri, e proteggono anche nella seconda stagione fredda successiva alla singola dose – afferma Paolo Bonanni, Coordinatore scientifico del Board del Calendario per la Vita – Sulla base delle evidenze scientifiche, che abbiamo riportato nel nostro documento, raccomandiamo, dalla prossima stagione autunnale, l’utilizzo dei nuovi vaccini RSV nella popolazione dai 75 anni in su e negli ultra-sessantenni affetti da malattie croniche, che rendono l’infezione ancora più pericolosa per la salute».

«Auspichiamo – conclude Bonanni – che il Ministero della Salute si faccia parte attiva con il Governo affinché siano individuate le risorse necessarie alle Regioni per garantire l’offerta attiva di questa nuova fondamentale possibilità di prevenzione per la prossima stagione invernale 2024/2025».

Il Board del Calendario per la Vita è costituito da:

  • Società Italiana Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) – Presidente Roberta Siliquini
  • Società Italiana di Pediatria (SIP) – Presidente Annamaria Staiano
  • Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) – Presidente Antonio D’Avino
  • Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG)Segretario Generale Nazionale Silvestro Scotti
  • Coordinatore Scientifico Board del Calendario per la Vita: Paolo Bonanni

«Per salvare il SSN ci vuole un accordo tra i partiti. Ho il rimpianto di non averlo cercato…»

Come sta la sanità pubblica italiana? È questa la domanda con cui si apre questo 2024 con una Legge di Bilancio appena approvata e con il corredo del consueto duello verbale della politica: da una parte il Governo e la maggioranza soddisfatti per l’aumento di fondi e dall’altra le opposizioni (e non solo) che ne lamentano la carenza.

Per capire meglio la situazione e le prospettive dell’anno appena iniziato, rivolgiamo cinque domande a chi ha rivestito e riveste entrambe le posizioni (Governo o maggioranza e opposizione). Abbiamo cominciato dagli ex ministri della Salute con l’intervista a Beatrice Lorenzin. Oggi le 5 domande sono per Giulia Grillo, medico e Ministro della Salute dal 2018 al 2019.

1 – LE RIFORME

Il prossimo futuro vedrà la popolazione anziana diventare sempre più ampia, con l’aumento dei tassi di cronicità, di poli-patologici e di non autosufficienti. Basteranno PNRR, DM 77, telemedicina e fascicolo elettronico ad affrontare queste sfide?

Ci vuole una politica “adulta”, che riconosca al bene salute un ruolo di primo piano lontano dalle dinamiche riduttive e semplicistiche della contrapposizione politica

«Senza volontà politica non basterà nulla. Mi spiego. In Italia abbiamo una sanità fortemente regionalizzata con 20 servizi sanitari regionali diversi, con politiche regionali di diverso colore politico che negli anni cambiano e una politica centrale anche questa con un’alternanza di partiti al governo. Come si può pensare di affrontare cambiamenti epocali come quelli che propone la sanità senza una volontà politica chiara, esplicita, dichiarata e, possibilmente, frutto di un’alleanza strategica tra tutti i partiti attuali. Nessun partito può sottrarsi dall’affrontare questi temi ma proprio per questo la soluzione può esistere solo con la costruzione di una partnership politica fra tutte le forze in campo che indichi una direzione politica forte e duratura il cui orizzonte temporale non si esaurisca con la legislatura o con il governo di turno. Non si può immaginare di affrontare queste sfide affidandole alla propaganda elettorale di questo o quel partito, di questo o quel governo nazionale o regionale che sia. Ci vuole una politica “adulta”, che riconosca al bene salute e alle azioni mirate a mantenere in vita quel bene, un ruolo di primo piano lontano dalle dinamiche riduttive e semplicistiche della contrapposizione politica. I leader dei partiti dovrebbero sedersi attorno a un tavolo e dimostrare ai cittadini che, di fronte a temi come il diritto alla salute, alle cure tempestive, all’accesso ai servizi sanitari e sociali, sono in grado di fare uno sforzo, di andare oltre le beghe personali, individuando due o tre punti su cui agire in sinergia e in continuità negli anni e nelle amministrazioni centrali e periferiche. Questo per me è un modo serio di affrontare problemi seri. Di leggi ne abbiamo a bizzeffe, di piani, di patti, di progetti, di riforme, di soluzioni già pronte. Quello che ci vuole è un salto di qualità. So che è quasi fantascienza della politica quello che propongo ma lancio il guanto, nella speranza che qualcuno ai piani alti, e non, raccolga la sfida».

2 – IL DECLINO

I dati ci dicono che già oggi il nostro servizio sanitario nazionale non è più universalistico: il 50% delle visite specialistiche ambulatoriali sono pagate privatamente, così come il 33% degli accertamenti diagnostici ambulatoriali. Il 7% della popolazione rinuncia alle cure, addirittura il 24% tra gli anziani. E l’aspettativa di vita cala. Il SSN è ancora un nostro punto di forza?

«Vale la premessa di cui sopra. A questa voglio aggiungere, però, che esiste in Italia poca consapevolezza sia fra i cittadini, sia nella classe politica, di quanto pregiata, preziosa e difficilmente replicabile sia la nostra infrastruttura sanitaria pubblica, pur con tutte le sue lacune presenti e passate. Di quanto vada preservata e potenziata proprio per non disperdere un patrimonio di beni e servizi che ancora oggi assicurano cure gratuite o a basso costo accessibili a tutti sebbene, ripeto, con i limiti e le difficoltà ai più note. È chiaro che i costi di questi servizi sono destinati ad aumentare e così, fatta salva la premessa di cui sopra, dovrà aumentare di pari passo il finanziamento del SSN,  così come bisognerà recuperare risorse lavorando ancora sull’efficienza della spesa sanitaria. Ricordo a titolo di esempio che giace inutilizzato il piano di revisione del prontuario farmaceutico che avevamo elaborato durante il mio mandato con la preziosa collaborazione del Professor Garattini».

3 – I PRIVATI

Sanità privata convenzionata, sanità integrativa, sanità classificata, cooperative: tra privato e pubblico la competizione è corretta? 

C’è un problema serissimo che il Governo, le Regioni e le parti sociali devono affrontare “prima di adesso”: si tratta dell’esodo del personale sanitario dal pubblico al privato

«Credo che la competizione sia nei fatti visto che si tratta di soggetti che erogano in molti casi gli stessi servizi alla medesima utenza. Si tratta di un argomento ampio che richiederebbe una lunga trattazione e che nei fatti è molto legato alle scelte politiche delle singole Regioni. Però, sottolineo, un problema serissimo che il Governo, le Regioni e le parti sociali devono affrontare “prima di adesso”: si tratta dell’esodo del personale sanitario dal pubblico al privato per i maggiori guadagni che questo offre. Poiché credo che nessun partito in Italia, da destra a sinistra, penserebbe mai di smantellare la sanità pubblica deliberatamente e, visto che nessun partito può ignorare quello che sta succedendo, è urgentissimo varare misure che inducano i sanitari a rimanere nel pubblico. Adeguamento degli stipendi alle medie europee, meccanismi incentivanti che prevedano accesso a percorsi formativi di alta qualità, incentivi per le aree sanitarie meno attrattive e per i territori più disagiati e così via. Le soluzioni non mancano ma, lo ripeto, vale la premessa di cui sopra. Una volontà politica forte dichiarata e possibilmente trasversale da parte di tutti i leader e dei loro partiti in modo da garantire nel tempo politiche di reale e tangibile impatto nella vita dei cittadini».

4 – LE SOLUZIONI

Per salvare realmente la sanità pubblica si deve immaginare un enorme aumento del finanziamento del SSN (e allora la domanda è come reperire le risorse?) o prendere atto che il sistema non è sostenibile e farlo diventare selettivo come prestazioni offerte e come partecipazione gratuita degli utenti?

«Come detto prima, si tratta solo di scelte politiche. Quali servizi erogare, a chi, con quali tempi di accesso, con quali finanziamenti, ecc… Sono tutte scelte politiche. I partiti dichiarino e si dichiarino, in maniera precisa e limpida ai cittadini, circa le loro intenzioni su questi e gli altri punti che riguardando la salute e la sanità. Ci vogliono soluzioni chiare e precise, non slogan da campagna elettorale, e ci vuole una volontà politica forte e duratura per realizzarle».

5 – I RIMPIANTI

Una cosa che farebbe se tornasse indietro nel tempo, ai mesi in cui era a Lungotevere Ripa…

«Fare il Ministro della Salute è un compito davvero complesso. So di avere fatto il massimo, operando in condizioni di ostilità alla mia azione che solo chi ha lavorato con me conosce. Ma alla fine cosa posso rimpiangere? Di aver pensato ad esempio di poter aiutare il servizio sanitario regionale più in difficoltà in Italia con un decreto ad hoc? Di poter finalmente riformare il percorso specialistico dei medici laureati? Di poter abbattere le liste d’attesa? Di poter efficientare la spesa farmaceutica? Di poter affidare le nomine pubbliche a strumenti di scelta trasparenti e meritocratici? Forse l’unico rimpianto che ho è quello di non aver cercato consenso alla mia azione politica anche negli altri partiti perché, come detto nella premessa a questa intervista, i grandi cambiamenti posso avvenire solo con lo sforzo e il consenso di tutti (o quasi) i partiti».

Intelligenza artificiale, il ruolo della tecno-vigilanza per la sanità e le prospettive dell’AI ACT

L’anno 2023 verrà ricordato come l’anno in cui l’intelligenza artificiale generativa è entrata nelle nostre vite. L’ha fatto prepotentemente, con varie piattaforme conversazionali, come ad esempio, ChatGPT di Open AI, ed altri strumenti di natural language processing (NLP) che si sono espansi rapidamente e largamente in moltissimi ambiti. Basti pensare che il solo ChatGPT al suo rilascio della versione Beta nel novembre 2022 a 5 giorni dal lancio aveva collezionato 5 milioni di utenti. Ed attualmente, in attesa del Chatbot GPT-4 Turbo, – la nuova versione super potente – annovera 180 milioni di utenti attivi al mese nel Mondo e non è l’unico software di AI, ve ne sono almeno una decina di pari livello.

Garantire sicurezza senza offuscare le opportunità che offre in diversi campi come quello medico sanitario

Appare chiaro che tutto il comparto dell’intelligenza artificiale ed in modo particolare la crescita del machine learning e, a maggior ragione, l’intelligenza artificiale generativa sia da regolamentare, anche alla luce di garanzie per la trasparenza delle fonti, per i diritti d’autore e per la protezione dei dati personali. Il tutto senza offuscare le opportunità che offre in diversi campi come quello medico sanitario. Per l’utilizzo delle AI in ambito medico sono da considerare fondamentali le prove di efficacia, affidabilità e sicurezza e non ultimi, gli aspetti etici.

La ratifica dell’accordo preliminare noto come Artificial Intelligence Act – AI ACT sulla regolamentazione dell’AI è avvenuta solo poche settimane fa, coinvolgendo il Consiglio UE e il Parlamento Europeo. È un primo passo che avvia una regolamentazione dell’intelligenza artificiale, anche quella generativa. È il primo accordo al mondo di questo genere, ma di fatto, è da intendersi come atto politico che tende a garantire i diritti fondamentali in Europa, tenendo anche in considerazione gli aspetti di sviluppo e innovazione del settore. Questo in attesa di un atto più ‘tecnico-legale’ che possa delineare i rischi che l’utilizzo dell’AI presuppone e, allo stesso tempo, possa anche cogliere le opportunità che questo nuovo strumento mette a disposizione in tanti ambiti così importanti come, ad esempio, quello della salute.

Parlando con TrendSanità, inquadra meglio il tema Federico Cabitza, professore associato di Interazione uomo-macchina e supporto decisionale all’Università di Milano-Bicocca e all’IRCCS Galeazzi – Sant’Ambrogio di Milano.

Con l’Artificial Intelligence ACT abbiamo un primo accordo con il Parlamento Europeo sulla regolamentazione dell’AI. Di fatto, il primo step verso una regolamentazione è stato fatto. Come vede questo primo passo?

Federico Cabitza

È importante attendere il testo finale dell’AI ACT, anche solo qualche parola diversa può introdurre falle nel regolamento

«Anche se sono felice che i triloghi (i negoziati informali cui prendono parte i rappresentanti di Parlamento, Consiglio e Commissione UE ndr) relativi a questo importante regolamento si siano chiusi con un accordo sostanziale su molti punti controversi, mi accodo a molti altri commentatori, e attendo anch’io di leggere il testo finale prima di esprimere una opinione definitiva. Questo testo sarà pronto solo tra qualche settimana e attenderlo non è una cautela inutile: bastano poche parole per introdurre falle (i cosiddetti loophole) e passaggi ambigui che possono rendere sostanzialmente inefficace un regolamento intero, si pensi, ad esempio all’importanza della definizione di sistema AI nel definire il perimetro di applicazione della legge stessa».

Quando, secondo lei, vi potrà essere una regolamentazione univoca mondiale dell’AI?

«Questo lo escluderei, anche se è presumibile che le regolamentazioni avranno diversi punti in comune, così come qualche elemento di sostanziale e irriducibile differenza. È abbastanza naturale che le normative di diverse parti del mondo siano diverse, influenzate come sono da differenti approcci economici, culturali e politici. Raggiungere un accordo su scala globale richiederebbe un’estesa collaborazione internazionale e il superamento di notevoli differenze normative e di interesse locale; una cosa che non riusciamo a raggiungere nemmeno riguardo alla emergenza più grave che possiamo immaginare: il cambiamento climatico e la riduzione dell’impiego di combustibili fossili. Potremo però raggiungere una certa uniformità attraverso il riferimento congiunto a standard internazionali comuni che normano applicazioni specifiche in determinati settori come la sanità e i dispositivi medici; ma una regolamentazione globale unificata è un obiettivo remoto e di cui non penso che abbiamo davvero bisogno».

Come influenza l’ambito sanitario questa regolamentazione, in Europa?

«Le regolamentazioni sono complementari e con un certo livello di sovrapposizione. La regolamentazione nel settore sanitario, come ad esempio l’MDR, è più orientata a garantire la sicurezza e l’efficacia dei dispositivi medici basati sull’AI; il GDPR e il regolamento UE sull’intelligenza artificiale (AI ACT), invece, enfatizzano, rispettivamente, la protezione dei dati personali e la trasparenza e il rispetto dei diritti fondamentali quando si usano sistemi di AI. D’altro canto, sia il regolamento sulla AI che l’MDR danno disposizioni in merito alla classificazione dei rischi, alla valutazione della conformità e alla vigilanza del mercato. Entrambi i regolamenti richiedono che i dispositivi medici basati sull’AI siano sottoposti a rigorose valutazioni prima di essere immessi sul mercato e che siano monitorati per la loro sicurezza ed efficacia durante tutto il loro ciclo di vita.  Ciò richiede ai produttori e agli operatori del settore sanitario di comprendere entrambi i regolamenti e di assicurarsi che i loro prodotti e pratiche siano conformi ad entrambi i regolamenti. Concretamente, questo richiederà un’attenta pianificazione e un processo di graduale adeguamento, relativo soprattutto alla documentazione, ai processi di valutazione del rischio (i cosiddetti impact assessment), e ai meccanismi di monitoraggio e segnalazione. Se ne è parlato recentemente ad un convegno organizzato da uno spin-off dell’Università di Milano-Bicocca, Red Open, che si occupa proprio di valutazione di impatto secondo il GDPR e l’AI ACT».

I dispositivi medici e quindi anche le AI come devono essere classificati?  Quali classi di rischio? E la sicurezza in termini di privacy?

I dispositivi medici che integrano una qualche forma di AI devono basarsi su studi clinici scrupolosi

«I dispositivi medici che integrano una qualche forma di AI sono semplicemente software as medical device; devono quindi essere classificati secondo il rischio che presentano per i pazienti in una scala che varia da “basso rischio” ad “alto rischio” (ad esempio, nell’UE da Classe I a Classe III). La mia opinione personale è che sistemi che sono sviluppati per influenzare (positivamente) la pratica medica e per farlo con un impatto non trascurabile (altrimenti sarebbero del tutto accessori e i loro costi non sarebbero giustificati) debbano essere classificati almeno in classe IIa e IIb, cioè, richiedere una certificazione da organismi notificati e la raccolta di prove di efficacia derivanti da studi clinici progettati e condotti in modo scrupoloso. La privacy è un’altra questione, che richiede una serie di verifiche molto diverse, relative anche alla cybersicurezza e la raccolta di consensi informati, ma ovviamente entrambe le cose sono necessarie per la tutela di tutti i diritti degli assistiti».

Parliamo di etica nell’intelligenza artificiale… cosa ne pensa?

«Etica è una parola astratta e che a mio parere è spesso citata a sproposito: sembra assumere che, se non ci fosse, gli operatori di mercato sarebbero ben disposti a passare sopra i diritti delle persone pur di perseguire il proprio profitto. Per governare il mercato non ci si appella solitamente all’etica degli operatori, ma al fatto che tutti devono rispettare le leggi; piuttosto, trovo strano che non si sia soliti invocare l’etica per tutte le altre pratiche capitalistiche e liberiste che non riguardano lo sviluppo di sistemi software di particolare efficacia. Ciò detto, garantire l’equità, la trasparenza, la responsabilità e il rispetto della privacy nell’uso delle tecnologie digitali, compresa l’AI, è certamente importante, ma per questo ci sono le leggi, il Codice civile, quello penale, il GDPR e a breve, anche il regolamento sull’uso della AI (che comunque non sarà pienamente applicato prima di 2-3 anni). Ognuno di noi deve usare le tecnologie in maniera responsabile e consapevole dei rischi che corre e che può far correre agli altri. È etica questo? Se lo è, allora ritengo che non si sia mai parlato di altro negli ultimi duemila anni, ed è inutile riscoprirla oggi quando si parla di AI».

Il termine tecno-vigilanza, da lei coniato, che cosa vuole intendere, chi la dovrebbe garantire?

«Il termine ‘tecno-vigilanza’ riguarda il monitoraggio continuo della sicurezza, dell’efficacia e della qualità dei dispositivi medici, inclusi quelli basati sulla AI, e del loro impatto sulla pratica medica. Questa sorveglianza dovrebbe essere garantita dai produttori, dalle autorità sanitarie nazionali e dalle agenzie regolatorie (come l’EMA in Europa). Da diversi anni ne promuovo l’idea perché ritengo sia fondamentale avere un approccio tecno-vigilante per identificare e gestire i rischi che emergono dall’uso di tali dispositivi, e per assicurare che i benefici superino i rischi potenziali in ogni momento dal loro rilascio sul mercato, esattamente come si fa con i farmaci. Per chi ne vuol sapere di più consiglio il lavoro che ho scritto con un vero esperto della materia, il britannico Hugh Harvey, nel 2018 Algorithms are the new drugs? Reflections for a culture of impact assessment and vigilance».

Accanto al tema della tecno–vigilanza, ancora pochi giorni fa, la Commissione Europea ha presentato la proposta per lo spazio europeo dei dati sanitari. Possiamo correlare anche questo passo ad un discorso di tecno-vigilanza in termini di scurezza e di privacy?

«Sì certo. La proposta della Commissione Europea per lo spazio europeo dei dati sanitari è un passaggio molto importante per migliorare lo scambio e l’accesso ai dati sanitari nell’UE. Per questo motivo ritengo che promuova l’innovazione ‘buona’, cioè quella volta a migliorare i servizi sanitari e la qualità della vita dei pazienti. Tale proposta richiede però dei meccanismi rigorosi di sicurezza per tutelare il diritto alla riservatezza dei pazienti. In questo quadro, penso che un approccio tecno-vigilante sia essenziale per assicurare che le infrastrutture tecnologiche e i processi di scambio dati siano, e rimangano, sicuri in quanto riconosce che non evolvono solo le tecnologie buone, ma anche gli strumenti in mano di chi vuole violare la sicurezza dei dati per scopi illeciti (ad esempio i cybercriminali nel caso dei ransomware). Quindi la proposta a cui fa riferimento rappresenta un progresso significativo nella gestione dei dati sanitari in Europa, ma introduce anche importanti sfide in termini di sicurezza e protezione dei dati che solo una tecno-vigilanza matura può aiutare a superare».

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Hospice in Lombardia,  Federazione Cure Palliative e Uneba: «Fondi insufficienti, rischiamo la chiusura»

«Gli hospice sono in sofferenza per mancanza di fondi, così il sistema sociosanitario rischia di implodere» a lanciare l’allarme sulla difficoltà in cui versano le strutture di accoglienza residenziale per i malati inguaribili in Lombardia è Luca Moroni, coordinatore regionale della Federazione Cure Palliative e della Commissione Cure Palliative di Uneba (Unione Nazionale Istituzioni e Iniziative di Assistenza Sociale).

I numeri parlano da soli: dal 2010 ad oggi la tariffa giornaliera identificata da Regione Lombardia per sostenere i costi del ricovero in hospice è stata incrementata di soli 16 euro, cioè del 6,2%, a fronte di un’inflazione del 34% (indicatori ISTAT). Si prospetta quindi un problema di sostenibilità nel breve-medio termine, anche perché molti dei fattori che compongono le spese sanitarie sono aumentati a un ritmo ancora più elevato del tasso di inflazione.

Gli hospice costituiscono un tassello indispensabile del sistema sociosanitario regionale. Se venisse meno il loro operato gli altri servizi ne risentirebbero pesantemente: ospedali, pronto soccorso, cure domiciliari e medicina generale sarebbero ulteriormente sottoposti a una pressione crescente senza per altro poter rispondere a bisogni che richiedono interventi specifici.

L’assistenza in hospice è gratuita, pazienti e famigliari non sono tenuti a pagare una retta poiché l’intero onere ricade sul Fondo Sanitario Nazionale e sulla generosità dei donatori. «La condizione di sofferenza e di fragilità che caratterizza gli utenti degli hospice è alla base della scelta che qualifica il nostro Sistema – prosegue Moroni – ma che mette in capo al decisore politico e alla pubblica amministrazione, a livello nazionale e regionale, la piena responsabilità di intervenire periodicamente per adeguare la remunerazione delle prestazioni in coerenza con l’aumento dei costi».

Oggi la tariffa definita da Regione Lombardia è di 280,6 euro al giorno, ma quanto costa in realtà una giornata in hospice? Per rispondere Luca Moroni cita due studi promossi dal Ministero della Salute. Il primo, del 2010, che rilevava già nel 2008 un costo medio per giornata di degenza di 297 euro, il secondo, affidato alla Federazione di Cure Palliative, che identificava il costo medio in 328 euro.

«Attualizzando tali valutazioni ai costi odierni – sottolinea Moroni – emerge che il costo medio effettivo della giornata di degenza in hospice è nettamente superiore alla tariffa riconosciuta dalle delibere regionali. Chi si fa carico oggi della differenza tra il costo e la tariffa regionale sono i cittadini che sostengono sia le realtà del Terzo Settore che gli hospice negli ospedali pubblici con le loro cospicue donazioni liberali. Con questo scenario non è più possibile assicurare sostenibilità, stabilità e la necessaria crescita del settore».

A quasi 14 anni dalla legge 38 che sancisce anche in Italia il diritto alle cure palliative, in Lombardia sono disponibili 820 posti letto distribuiti in 75 hospice cui si aggiungono 112 unità di cure domiciliari. Il trend in questi anni è stato positivo e la crescita importante, anche se queste cure restano ancora accessibili quasi solo ai malati di tumore e sono frequentemente attivate troppo tardi.

«Assicurare le cure palliative per i malati alla fine della vita e per i pazienti cronici complessi – afferma Moroni -, ancora di più in uno scenario in cui il fabbisogno aumenta in seguito all’invecchiamento progressivo della popolazione, costituisce un dovere etico e un traguardo di civiltà che il nostro Paese sta faticosamente raggiungendo, seppure in modo disomogeneo. Gli importanti risultati ottenuti in alcune regioni rischiano però di essere vanificati da una politica di riduzione della spesa poco lungimirante».

Un recente sondaggio di IPSOS, promosso da VIDAS e da Federazione Cure Palliative (FCP), dimostra che oggi i cittadini italiani conoscono bene il valore, le finalità e le modalità di erogazione delle cure palliative. Gli Italiani hanno quindi piena consapevolezza del loro diritto a cure specifiche nel momento del bisogno.

«Mentre sarebbe necessario spingere e incoraggiare gli hospice e gli enti erogatori a promuovere la formazione e le consulenze in ospedale e nelle strutture per anziani, rischiamo invece che chiudano per l’impossibilità di fare fronte ai costi. Questa possibilità è concreta se non viene compresa dalle istituzioni – conclude Moroni – e un passo indietro del genere, in questo settore, in questa fase storica, sarebbe difficilmente comprensibile e ancora meno accettabile».

Da CIMO-FESMED la ricetta per fermare la fuga dei medici ospedalieri

Quali sono le priorità su cui lavorare nel 2024 per tentare di frenare nei prossimi tre anni la fuga dei medici ospedalieri dal Servizio sanitario nazionale? Depenalizzazione dell’atto medico, eliminazione del tetto alla spesa per il personale sanitario e valorizzazione dell’indennità di specificità medica e sanitaria. Sono questi, secondo il sindacato di categoria Federazione CIMO-FESMED (a cui aderiscono le sigle ANPO-ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED), i tre punti nodali che consentirebbero ai medici di lavorare con più tranquillità e ottenendo maggiori riconoscimenti. Per evitare, nei prossimi tre anni, il fallimento del SSN occorre infatti rendere il lavoro nella sanità pubblica nuovamente attrattivo sia per i medici specializzandi che per i tanti professionisti che sono tentati di abbandonare il pubblico per lavorare nel privato o all’estero.

«Chiediamo innanzitutto la chiusura rapida dei lavori della Commissione Nordio istituita per le problematiche relative alla responsabilità professionale dei medici – ha dichiarato in una nota Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED -. Si tratta di un tema urgente e di estrema importanza, decisivo per le rivendicazioni sindacali, perché il timore di contenziosi, che nel 90% dei casi si risolvono in un nulla di fatto, rende impossibile ai professionisti lavorare con serenità. Dall’altra parte, la preoccupazione del medico porta ad una crescita esponenziale del ricorso alla medicina difensiva, che ogni anno costa allo Stato oltre 10 miliardi di euro».

«In secondo luogo – ha spiegato ancora Quici – occorrerebbe eliminare l’odioso tetto alla spesa per il personale sanitario, introdotto nel 2004 e mai più modificato se non marginalmente. Tale intervento cancellerebbe l’alibi adottato da più Regioni secondo le quali la causa delle mancate assunzioni e valorizzazioni del personale sarebbe proprio tale limite di spesa, che viene aggirato pagando a peso d’oro il lavoro a cottimo delle cooperative. In realtà i dati ci mostrano che nel 2022 il tetto è stato lievemente superato solo dall’Emilia Romagna, mentre complessivamente le altre Regioni avrebbero potuto spendere 2,6 miliardi di euro in più. Per questo l’eliminazione del tetto avverrebbe praticamente a costo zero, ma responsabilizzerebbe maggiormente le Regioni, costringendole a spendere le risorse a disposizione per il personale sanitario».

«Infine ma non da ultimo – ha aggiunto Quici – in attesa di firmare il contratto scaduto nel lontano 2021, chiediamo ancora una volta di far uscire il personale sanitario dalla pubblica amministrazione e di valorizzarlo economicamente attraverso l’aumento dell’indennità di specificità medica e sanitaria, in modo da avvicinare gli stipendi italiani alla media europea. La legge di bilancio è stata un fallimento perché le risorse stanziate per i rinnovi dei contratti, quale atto dovuto, non sono assolutamente sufficienti a raggiungere tale scopo: gli aumenti previsti sono infatti inferiori al tasso inflattivo, e in ogni caso dopo il Covid ci aspettavamo un adeguato riconoscimento che è venuto meno a causa di mance elargite a Regioni e privato con la promessa della riduzione dei tempi di attesa. Riduzione che non si verificherà mai senza un vero rilancio del SSN».

«Si tratta di tre richieste ben note al Governo, a cui è stato chiesto un impegno serio che porti in tempi rapidi al raggiungimento di questi obiettivi ambiziosi ma non impossibili. Se tuttavia dalle parole non si passerà rapidamente ai fatti, proseguiremo convintamente la mobilitazione avviata negli scorsi mesi», ha concluso il Presidente CIMO-FESMED. 

Rocco Bellantone è il nuovo presidente dell’ISS 

Rocco Bellantone è stato nominato presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) con decreto del Presidente del Consiglio del 19 dicembre 2023, su proposta del Ministro della Salute. 

“Rivolgo al professor Bellantone i migliori auguri di buon lavoro – ha dichiarato in una nota il Ministro della Salute Orazio Schillaci – certo che proseguirà l’impegno, già avviato in qualità di Commissario dell’Istituto, per una continua crescita e valorizzazione dell’Istituto superiore di Sanità al fianco del Ministero della Salute, delle Regioni e dell’intero Servizio Sanitario Nazionale”.

A settembre Bellantone, ex preside della facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Roma e professore ordinario di Chirurgia generale nello stesso ateneo, era stato nominato commissario straordinario dell’ISS.

“Ho avuto modo in questi mesi di apprezzare il bagaglio umano e professionale di tutte le componenti dell’Istituto da quelle della ricerca a quelle amministrative e tecniche ed è mia intenzione camminare insieme a loro per valorizzare e potenziare il suo ruolo di supporto al Servizio Sanitario Nazionale – ha commentato il diretto interessato in una nota diffusa a fine mattinata -. Mi auguro, perciò, di poter collaborare con tutte le istituzioni, da quelle politiche a quelle sanitarie alle Università, per promuovere modelli di prevenzione e di tutela della salute in grado di assicurare la sostenibilità di un sistema sanitario solidale, per il quale serve il sostegno di tutti, cittadini compresi”.

Ai nastri di partenza il protocollo d’intesa GIMBE-FISM

La Fondazione GIMBE e la Federazione delle Società Medico-Scientifiche Italiane (FISM) hanno siglato un protocollo d’intesa col quale prendono il via numerose attività. GIMBE e FISM collaboreranno reciprocamente, nell’ambito delle proprie competenze istituzionali, con l’obiettivo di:

  • Fornire ai referenti FISM per le politiche sanitarie la conoscenza degli strumenti di finanziamento, programmazione e valutazione dei servizi sanitari
  • Realizzare uno statement da presentare agli stati generali delle società scientifiche
  • Pubblicare report indipendenti su temi di interesse comune: ricerca clinica, competence professionale, fabbisogno di specialisti, multidisciplinarietà
  • Promuovere attività destinate ai giovani delle società scientifiche affiliate a FISM
  • Collaborare con le società affiliate alla FISM per garantire:
    • formazione degli affiliati, grazie al programma GIMBEducation standard metodologici per l’elaborazione di linee guida e buone pratiche, secondo quanto previsto dal Sistema Nazionale Linee Guida nuove opportunità ai giovani professionisti sanitari, grazie al programma GIMBE4young

«L’accordo tra FISM e GIMBE – commenta Loreto Gesualdo, Presidente FISM – si concentrerà sulla cooperazione per sviluppare la conoscenza tra le società scientifiche degli strumenti di finanziamento, programmazione e valutazione dei servizi sanitari, finalizzati al miglioramento della qualità dell’assistenza. L’obiettivo è la creazione di report indipendenti su temi di reciproco interesse e la promozione di attività destinate in particolare a giovani specialisti. Inoltre, vogliamo facilitare iniziative multidisciplinari ed applicare standard metodologici per l’elaborazione di linee guida per la pratica clinica. Tutto ciò è finalizzato alla salvaguardia del Servizio Sanitario Nazionale e alla tutela della salute dei cittadini».

«Siamo fiduciosi – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – che in un momento particolarmente critico per il Servizio Sanitario Nazionale, dalla collaborazione tra GIMBE e le società scientifiche affiliate a FISM possano emergere soluzioni innovative per rivalutare il ruolo della ricerca clinica, per definire gli standard assistenziali più appropriati tramite linee guida e buone pratiche, per mettere a punto strumenti per valutare la competence professionale e stimare il fabbisogno di specialisti».

Acufeni, tra protesi, AI e psicologia: la risposta dei professionisti sanitari

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Alla scoperta delle professioni sanitarie della Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP

L’acufene o “tinnitus” è la percezione di un evento sonoro non presente nell’ambiente, ma generato all’interno dell’apparato uditivo o delle strutture anatomiche circostanti. Negli USA sono più di 50 milioni le persone con acufene, soprattutto adulti (circa il 10%), con un impatto significativo sulla qualità di vita. In Italia sarebbero più di 6 milioni.

Vediamo quindi le principali caratteristiche cliniche del disturbo, l’armamentario terapeutico disponibile per lo specialista, ma soprattutto l’attività dei Tecnici audiometristi e Tecnici audioprotesisti, professionisti che afferiscono alla Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP.

Lo facciamo insieme a Pietro Cino, Presidente della Commissione di albo nazionale dei Tecnici audiometristi e a Massimo Sitzia, Vicepresidente della Commissione di albo nazionale degli audioprotesisti e docente di Audioprotesi all’Università Tor Vergata di Roma e presso l’Università di Siena che ne hanno parlato a TrendSanità.

Acufene e calo dell’udito

L’acufene può essere percepito come un rumore proveniente da dentro o fuori la testa

Massimo Sitzia

Secondo le Linee guida pratiche per l’acufene dell’American Academy of Otolaryngology – Head and Neck Surgery, l’acufene può essere monolaterale o bilaterale e può essere percepito come proveniente da dentro o fuori la testa. Spesso è associato a ipoacusia neurosensoriale e può variare dal ronzio al fruscio o pulsazioni o altri rumori. La maggior parte dei soggetti accusa acufeni poco severi, ma per alcuni è un disturbo che può comportare ansia, depressione e scarsa qualità di vita, in particolare in presenza di un acufene fastidioso e persistente (durata di 6 mesi o più). È il sintomo di un’ampia gamma di disturbi (uditivi e non), dalle malattie dell’orecchio medio (otosclerosi o disfunzione della tuba di Eustachio), alle patologie cocleari (sindrome di Ménière) o del nervo uditivo, fino alle anomalie vascolari e l’ipertensione endocranica. 

Terapie e trattamenti

L’anamnesi e la diagnosi iniziano con dei questionari di valutazione

Il primo passo è eseguire un’anamnesi mirata e un esame obiettivo durante la valutazione iniziale. Poi, segue una valutazione audiologica completa che considera le difficoltà uditive e indica le prime strategie di gestione. “È importante evidenziare che la persona con acufene – ci dice Cino – deve essere valutata da un’équipe multidisciplinare che comprende non solo il medico otorino o audiologo, ma anche il tecnico audiometrista, il tecnico audioprotesista, lo psicologo e lo psichiatra, soprattutto in caso comorbidità di carattere cognitivo comportamentale della dimensione psichica. Il nostro ruolo, quello dei Tecnici audiometristi, è cruciale, in particolare nella fase di valutazione, per inquadrare l’acufene, per la misura e la valutazione della funzione uditiva e del sistema vestibolare, nonché per la riabilitazione dell’handicap conseguente alle malattie del sistema uditivo e vestibolare”. 

Pietro Cino

“Come prima fase – spiega il Presidente – si somministrano all’assistito dei questionari di valutazione proprio per capire qual è l’impatto emotivo dell’acufene sulla persona, come ad esempio il Tinnitus handicap Inventory. Si dice che gli acufeni non si possano curare, che non ci sono delle terapie efficaci. In parte è vero, ma ciò che conta è inquadrare bene la situazione e solo allora si potrà consigliare il tipo di terapia specifica. Ad esempio, se la persona oltre l’acufene presenta una comorbilità di carattere psichico, è chiaro in quel caso prediligere una terapia di carattere cognitivo comportamentale, cioè trattamenti che, avvalendosi di specifiche tecniche, condizionano la persona assistita a pensare che l’acufene sia un rumore o un suono neutro. Viviamo quotidianamente circondati da suoni di ogni tipo, quindi è necessario differenziare i suoni importanti (il linguaggio, i segnali di allarme) da quelli neutri, attività che il cervello fa già in automatico. Resta però necessario eseguire un’acufenometria, un test audiometrico, per valutare la frequenza e l’intensità dell’acufene per identificare la cura più appropriata, anche perché l’acufene è un disturbo soggettivo. Potremmo definirlo un’allucinazione sensoriale sonora, come quelle visive (si pensi al miraggio nel deserto), cioè un suono che si percepisce ma che non è prodotto da una sorgente sonora esterna. Spesso poi è anche presente un disturbo uditivo, pertanto risulta mandatorio eseguire un’audiometria, tuttora esame cardine per la valutazione uditiva”.

Quando serve la protesi

L’acufene può essere precursore di diverse patologie che devono essere diagnosticate

“L’acufene è un sintomo – ci dice Sitzia – e come tale va individuato e misurato attraverso un’attività clinica che può fare solamente il medico. L’acufene può essere precursore di diverse patologie che devono essere diagnosticate. Dal punto di vista audioprotesico, fatta salva la premessa, l’audioprotesista può concorrere insieme all’equipe multidisciplinare a migliorare la qualità della vita del soggetto acufenopatico attraverso l’utilizzo della tecnologia protesica e di mascheramento in diverse modalità. Le analisi effettuate a monte sono fondamentali nel determinare l’approccio più corretto e quindi la strategia più appropriata a ridurne gli effetti. Spesso l’acufene coesiste ad un abbassamento della capacità uditiva, in tali circostanze il disturbo acquisisce un maggior rilievo in quanto l’incapacità di ascoltare contribuisce a ridurre l’effetto mascherante del rumore ambiente sull’acufene stesso. In tali situazioni spesso è sufficiente un ripristino quantitativo e qualitativo del deficit uditivo per consentire un corretto mascheramento del disturbo”.

Il dispositivo protesico, correttamente impostato, può migliorare l’ascolto e le attività di vigilanza ambientale e pertanto, concorrere nel distrarre l’attenzione dall’acufene, riducendone gli effetti psicoacustici e psicosomatici – continua il professionista sanitario –. In altre possibili circostanze, invece, il fenomeno potrebbe subire un effetto migliorativo attraverso la tecnica di erogazione di segnali in controfase, tale approccio è reso possibile attraverso dispositivi capaci di produrre un ‘arricchimento sonoro’ generando diverse tipologie di rumore (rumore bianco, rumore rosa, rumore marrone) capaci di impegnare lo spettro di frequenze che coinvolge l’acufene e porsi nei confronti dello stesso, appunto in controfase, negativizzandone gli effetti.

Altra strategia riguarda la possibilità di intervenire sui processi distrattivi ed emotivi attraverso l’ascolto di suoni campionati da contesti sonori reali (rumore della pioggia, del mare, ecc.) o attraverso le sonorità frattali che somministrate sottosoglia in modalità dicotica a spettro di frequenza variabile, possono favorire i processi distrattivi. Un’altra possibilità è rappresentata dalla ‘Notch Terapy’ utile nel trattamento degli acufeni tonali, funzione che può essere programmata su alcuni dispositivi permettendo attraverso l’attivazione di un filtro notch di creare un vuoto di stimolo sonoro in corrispondenza della frequenza del tinnitus. Certamente ogni possibile strategia deve essere il risultato di scelte, analisi e verifiche di pertinenza dell’intera equipe multidisciplinare che ha in carico la persona assistita affetta da acufeni”.

Strategie di cura

“Sono fondamentalmente tre gli approcci terapeutici negli acufeni – ci dice ancora Cino –. La terapia protesica, la terapia cognitivo-comportamentale, che mira a ridurre il disagio emotivo associato agli acufeni e a modificare le reazioni negative della persona, e la riabilitazione uditiva, che si rivolge a chi non tollera le protesi e ha anche una ridotta capacità uditiva. Questo tipo di intervento consiste nel potenziare le altre modalità percettive, come la lettura labiale, l’interpretazione dei gesti e delle espressioni facciali, e altre tecniche per affrontare le situazioni di difficoltà comunicativa in particolari ambienti difficili da un punto di vista acustico. Quando i pazienti anziani mi dicono che per sentire devono tenere la televisione molto alta e che, quando ci sono altre persone che parlano non riescono a capire nulla, il consiglio è quello di utilizzare cuffie wireless; oppure quando l’assistito è angosciato la notte perché l’acufene non lo fa dormire, gli suggerisco di coprire l’acufene con un suono più gradevole, suoni tranquillizzanti come il rumore di un ruscello, musica rilassante, ecc…”.

Acufeni e nuove tecnologie

Le nuove tecnologie stanno rivoluzionando l’audiologia soprattutto nell’ambito del processamento dei segnali elettrofisiologici prodotti dal tronco encefalico in risposta a uno stimolo sonoro

“Le nuove tecnologie – prosegue il presidente albo tecnici audiometristi – stanno rivoluzionando l’audiologia soprattutto nell’ambito del processamento dei segnali elettrofisiologici prodotti dal tronco encefalico in risposta a uno stimolo sonoro (Auditory Brainstem Response). In passato era difficile misurarli a causa delle interferenze elettromagnetiche rispetto alla strumentazione. Sono segnali a bassa intensità, pertanto molto spesso risentono dell’interferenza dei campi elettromagnetici circostanti. Anche una banale presa elettrica può generare un campo elettromagnetico e quindi interferire con la registrazione. Oggi, grazie agli algoritmi di intelligenza artificiale si è in grado di ‘ripulire’ il segnale dalle interferenze circostanti, dagli altri segnali elettrofisiologici tipici dell’attività del tronco encefalico e quindi fare una valutazione molto più rapida e affidabile, più specifica in frequenza, ma soprattutto oggettiva rispetto alla soggettività del classico esame audiometrico tonale, che rappresenta ancora tutt’oggi l’esame cardine per la funzionalità dell’udito. Certo, l’acufene è soggettivo, non facile da misurare, ce ne sono di diversi tipi e con diverse frequenze e intensità e spesso la persona ha difficoltà a descriverlo. L’introduzione dell’AI in audiologia ci permetterà in un futuro molto prossimo di utilizzare test oggettivi di misurazione del nostro udito e, perché no, di oggettivazione anche degli acufeni”.

Protesi sempre più “intelligenti”

“Il passaggio tecnologico più rilevante – ci dice il vicepresidente della commissione di albo dei Tecnici audioprotesisti – è avvenuto in concomitanza di una diversa modalità di elaborazione del segnale da parte dei presidi acustici. Da circa un ventennio si è passati da una modalità di processamento analogico a una di tipo digitale. Per comprenderne i notevoli vantaggi, è necessario conoscere alcune specifiche caratteristiche che possono assumere i deficit uditivi. Spesso l’abbassamento della capacità uditiva non coinvolge tutte le sonorità udite dal nostro organo sensoriale, caratterizzando curve audiometriche la cui morfologia non ha un andamento costante che coinvolge tutte le frequenze udite nella stessa misura. Attualmente, gli obiettivi prefissati nel cercare la migliore ottimizzazione del campo dinamico uditivo residuato sono di creare la migliore condizione di udibilità rispetto alle tre soglie di riferimento (soglia di minima udibilità, soglia di comoda udibilità e soglia del fastidio).

L’attuale tecnologia protesica ci consente, attraverso particolari metodiche di fitting (open set), di centrare il deficit uditivo in termini amplificativi/equalizzativi in maniera diversa in funzione del diverso livello d’ascolto per ogni frequenza e in funzione delle tre soglie di riferimento. Tale metodica, consente in molti casi di ricreare una dinamica uditiva simile a quella della persona normo udente. Il tutto attraverso un’elaborazione del segnale secondo logiche di espansione e compressione dello stesso e per ogni singola frequenza analizzata. È innegabile che oggi tali vantaggi possano essere garantiti grazie esclusivamente alla tecnologia digitale, sommata alla costante e crescente preparazione degli audioprotesisti, capaci di attuare procedure complesse di fitting e misurare in tempo reale gli effetti attraverso i numerosi test di audiologia. I precedenti sistemi analogici, non consentivano elaborazioni del segnale così complesse e, spesso, i risultati in alcune forme di ipoacusia, erano carenti e si alternavano a fenomeni di intollerabilità del presidio acustico in condizioni ambientali sfavorevoli, ove presenti rumori”. 

I rischi del “fai da te”

“Il cittadino non deve pensare che la tecnologia faccia tutto da sola – prosegue Sitzia – e che la soluzione sia nell’acquisto del prodotto. La soluzione è relazionarsi a un professionista competente che sappia scegliere il dispositivo più idoneo. Acquistare, pertanto, un apparecchio on line su internet è una follia, espone il cittadino al rischio che quel dispositivo non soddisfi le esigenze specifiche sia da un punto di vista audiologico che extra-audiologico. Le esigenze audiologiche permettono di progettare e scegliere un dispositivo in funzione della capacità uditiva residuata dopo che sia stata adeguatamente misurata secondo parametri quantitativi e qualitativi. Le seconde, le extra audiologiche, riguardano lo stile di vita della persona, pertanto, se l’assistito vive in ambienti silenziosi o in presenza di rumori di lieve intensità, corre il rischio di acquistare una protesi sovradimensionata rispetto alle personali esigenze, investendo di più rispetto a quanto effettivamente necessario. Di fatto verrebbero a mancare i criteri di ‘appropriatezza’ rispetto all’effettiva necessità tecnologica e rispetto al percorso riabilitativo necessario per una mancata consulenza specialistica.

La consulenza specialistica, quindi, è dirimente al fine di ottenere il miglior risultato applicativo nel tempo e per garantire un miglioramento della capacità d’ascolto e quindi della qualità della vita. Solo attraverso un percorso concordato e programmato con l’operatore sanitario, si raggiungerà il massimo risultato ottenibile dal trattamento protesico, creando le condizioni più favorevoli oltre alla possibilità di monitorare la permanenza dei risultati attraverso le visite di controllo necessarie e la possibile revisione dei parametri psicoelettroacustici nel tempo. L’audioprotesista è, infatti, quella figura sanitaria di garanzia nel processo protesico riabilitativo, grazie a competenze specifiche che assume attraverso la formazione universitaria e il continuo aggiornamento, oltre all’osservanza di tutte le norme che regolano la professione”.

L’AI nel trattamento degli acufeni

Tecnologia e intelligenza artificiale possono aiutare il professionista sanitario ma non possono sostituirlo in tutto

“Sicuramente le protesi diventeranno sempre più performanti e avremo a disposizione anche ulteriori sviluppi dell’intelligenza artificiale, ma si ritiene – prosegue Sitzia – che non possa sostituirsi all’intelligenza umana. Il nostro cervello cresce più velocemente di qualsiasi tipo di intelligenza artificiale e i software di applicazione delle protesi non possono sostituirsi all’intelligenza umana, in quanto agiscono attraverso parametri matematici. Ad esempio, il software di un dispositivo digitale potrebbe fornire un’indicazione amplificativa e di correzione a una determinata frequenza quando, in realtà, gli accertamenti audiologici la collocano in un’area a risposta cocleare inefficiente, il software questo non può saperlo. È l’audioprotesista che comprende se quella partizione d’ascolto è un settore frequenziale definito ‘dead area’. Stimolare un’area cocleare morta, potrebbe causare una distorsione del segnale e peggiorare l’ascolto su tutte le altre frequenze (segnale fuori set). Un software non è in grado di intervenire autonomamente in tali contesti. Valutazioni cliniche complesse resteranno sempre a carico del professionista sanitario che, se pur facilitato dalla tecnologia, non potrà rinunciare alla personale intellettualità/capacità affidandosi totalmente ad una macchina”.

La telemedicina al servizio delle prestazioni trasfusionali: origine e pilastri delle linee guida

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Continuità, uniformità e ascolto dei pazienti. Sono queste le parole chiave che stanno alla base delle Linee guida per l’erogazione di prestazioni trasfusionali in telemedicina approvate a fine ottobre 2023 e redatte da un apposito gruppo di lavoro coordinato dal Centro Nazionale Sangue (CNS). Costituiscono un documento di indirizzo volto a fornire una serie di indicazioni uniformi circa le prestazioni in telemedicina applicate alle attività assistenziali di medicina trasfusionale, nonché alle attività di produzione e qualificazione biologica del sangue e degli emocomponenti per coprire l’intero processo trasfusionale.

Continuità, uniformità e ascolto dei pazienti. Sono queste le parole chiave che stanno alla base delle Linee guida

L’emanazione di queste Linee guida risponde alla necessità di un adeguamento normativo, “ma rappresenta anche una risposta alla crescente e rapida evoluzione tecnologica informatizzata, che da tempo caratterizza molte attività trasfusionali”, spiegano a TrendSanità la dottoressa Simonetta Pupella, responsabile dell’area tecnico-sanitaria e sistemi ispettivi del CNS e le dottoresse Ursula La Rocca e Nadia Lopez, che nel CNS hanno seguito con Pupella i lavori delle Linee guida, la cui stesura ha richiesto circa un anno di lavoro. 

L’emanazione di queste linee guida si è resa indispensabile a seguito del Decreto legge del 24 marzo 2022 n. 24, convertito in Legge del 19 maggio 2022 n. 52 (“Disposizioni urgenti per il superamento delle misure di contrasto alla diffusione dell’epidemia da Covid-19, in conseguenza della cessazione dello stato di emergenza e altre disposizioni in materia sanitaria”), che all’interno dell’articolo 10-bis include le prestazioni sanitarie relative alle attività trasfusionali nell’elenco delle prestazioni in cui applicare la telemedicina.

Coinvolte società scientifiche e associazioni

Il documento è frutto dell’ampia e tangibile collaborazione di un gruppo multidisciplinare di professionisti

“La realizzazione del documento – continuano Pupella, La Rocca e Lopez – è frutto dell’ampia e tangibile collaborazione di un gruppo multidisciplinare di professionisti istituito dal Centro Nazionale Sangue, con il coinvolgimento del Ministero della Salute (Direzione generale della digitalizzazione, del sistema informativo sanitario e della statistica e Direzione generale della prevenzione sanitaria), di alcune Regioni e del mondo associativo, degli esperti delle società scientifiche di settore, dell’Ingegneria Clinica e del Centro nazionale per la telemedicina e le nuove tecnologie assistenziali dell’Istituto Superiore di Sanità”.

Effetto Covid-19 sulla sanità digitale: il nuovo ecosistema healthcare

L’uso di strumenti digitali nel settore sanitario ha registrato un’impennata a seguito dell’emergenza Covid-19; i sistemi sanitari, infatti, ne hanno implementato l’utilizzo sia per la gestione pandemica sia per il supporto dei servizi sanitari. Ciò ha consentito una riduzione della possibilità di trasmissione del virus, garantendo continuità assistenziale. “Sebbene i servizi di telemedicina abbiamo iniziato a diffondersi prima del 2020 – precisano le tre esperte – la situazione emergenziale ha richiesto rapidi cambi organizzativi e l’adozione di nuove tecnologie. Se da un lato ciò ha testimoniato efficace capacità di adattamento da parte del sistema, dall’altro è essenziale che il progresso venga mantenuto e reso omogeneo sul territorio nazionale”. 

Continuità e uniformità sono, dunque, le leve del documento di Linee guida per l’erogazione di prestazioni trasfusionali in telemedicina che “rappresenta anche una risposta alle esigenze della rete trasfusionale, che da anni si interfaccia con strumenti e tecnologie proprie della telemedicina, fornendo una definizione standardizzata a processi già esistenti, e incontrando, ad oggi, feedback favorevoli da parte dei professionisti coinvolti”.

Lo sviluppo dell’e-health (in particolare della telemedicina, che ha numerose applicazioni nella pratica assistenziale quotidiana) e più in generale dei servizi della sanità digitale permetteranno di definire un nuovo disegno strutturale e organizzativo delle attività trasfusionali, facilitando l’integrazione tra assistenza territoriale e ospedaliera e favorendo un ammodernamento tecnologico a supporto dei processi trasfusionali.

Ad esempio, vanno in questa direzione le attività già implementate presso il Servizio Trasfusionale della Usl Umbria 2, che ha attivato diversi percorsi di consulenza a distanza, come la telemedicina per le trasfusioni domiciliari, la donazione del cordone e il monitoraggio di pazienti con anemia cronica o che necessitano di salasso terapia.

E-health nell’attività trasfusionale tra presente e futuro

Non solo prestazioni trasfusionali in telemedicina. La sanità digitale nell’attività trasfusionale può infatti articolarsi in sette momenti assistenziali che interessano, sia in autonomia sia in collaborazione, differenti figure professionali, congiuntamente al paziente e al donatore: la televisita, il teleconsulto, la teleconsulenza medico-sanitaria, la teleassistenza, la telerefertazione, il triage telematico, la validazione telematica

Gli strumenti disponibili consentiranno sempre più di ricollocare utilmente sul territorio parte delle specifiche attività cliniche

“Gli strumenti disponibili consentiranno sempre più di ricollocare utilmente sul territorio parte delle specifiche attività cliniche, oggi erogate nelle strutture trasfusionali ospedaliere, rappresentando elementi utili per la sperimentazione e adozione delle soluzioni indicate”, ammettono le dottoresse Pupella, La Rocca e Lopez

Soluzioni tecnologiche avanzate in ambito sanitario la cui introduzione – proseguono – “consente sia la definizione di nuove modalità di gestione organizzativa dei servizi erogati, promuovendo una nuova routine lavorativa, sia il monitoraggio dei pazienti in tempo reale, attraverso un contatto diretto con il medico e migliorando l’accesso alle cure”.

La sanità digitale applicata all’ambito trasfusionale non è esente però da alcune criticità, in particolare relative alla qualità tecnica e clinica delle prestazioni a distanza in termini di sicurezza informatica, privacy e responsabilità. Da qui l’auspicio che “le aziende del Servizio Sanitario Nazionale migliorino i propri investimenti in strumenti, quali piattaforme di videoconferenza e sistemi di supporto decisionale di gruppo, per consentire al personale e ai team di operare da remoto, collaborando virtualmente nella pratica clinica”. Nei fatti: la telemedicina quale risorsa preziosa per una nuova definizione dei servizi del SSN.

“Ciò nonostante – concludono Pupella, La Rocca e Lopez – è bene precisare che la tecnologia applicata al settore sanitario non consiste in una risposta alla carenza di personale. Piuttosto, deve rappresentare uno strumento per un approccio organizzativo innovativo e qualitativamente superiore, dei cui vantaggi possa beneficiare l’intero sistema, dal personale ai pazienti”.

Sicurezza ospedali: «Bene il piano straordinario, aziende pronte a un tavolo di confronto sulle regole»

«La risoluzione presentata dal presidente della commissione Sanità del Senato, Francesco Zaffini, per l’elaborazione di un piano straordinario e urgente per la messa in sicurezza del patrimonio sanitario pubblico va nella giusta direzione per affrontare le rilevanti criticità, soprattutto in tema di antincendio, cui le aziende sanitarie devono far fronte. È quello che come FIASO abbiamo richiesto, autodenunciando all’indomani della tragedia dell’incendio all’ospedale di Tivoli, la difficoltà delle aziende sanitarie nei percorsi di attuazione della normativa». Così il presidente della FIASO Giovanni Migliore commenta la risoluzione, a prima firma del senatore Francesco Zaffini (FdI), all’esame della commissione Affari sociali, sanità del Senato.

«Le aziende sanitarie e ospedaliere sono pronte ad aprire un tavolo di confronto sulle regole», aggiunge il presidente Migliore, che spiega: «Quello che molto spesso frena questi interventi di messa in sicurezza sono le criticità procedurali legate all’utilizzo delle risorse, come ad esempio quelle dell’articolo 20 della legge del 1988».

La risoluzione richiama il “metodo PNRR” che stabilisce scadenze e tempi di attuazione molto precisi, il presidente Migliore si spinge oltre e richiama il “metodo del ponte Morandi”: «Abbiamo affrontato – spiega – in occasione della ricostruzione del ponte di Genova una grande prova, dimostrando come sia possibile nel nostro Paese eseguire una grande opera pubblica con tempi e risorse certe, possiamo farlo anche per la messa in sicurezza e la ricostruzione degli ospedali e delle strutture sanitarie pubbliche».