Il presidente dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Roma e Provincia, Antonio Magi, ha delineato un ambizioso piano per il 2024, mirato a rivoluzionare e migliorare il sistema sanitario nella Regione Lazio e i servizi offerti dall’Ordine e dedicati ai medici. “Come Ordine dei Medici e Odontoiatri di Roma- spiega Magi all’agenzia Dire- siamo determinati a perseguire il miglioramento della qualità del lavoro dei nostri medici”.
“Questo – prosegue- include medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, specialisti ambulatoriali e ospedalieri pubblici e privati. Un aspetto chiave è la promozione del lavoro di squadra tra diverse professioni sanitarie, mantenendo il ruolo centrale del medico nella diagnosi e nella cura dei pazienti”.
Un punto cruciale del piano è la riduzione della burocrazia che attualmente grava sui medici. Magi sottolinea l’importanza di liberare i medici da compiti amministrativi superflui, permettendo loro di concentrarsi maggiormente sull’atto medico stesso.
Altrettanto importante è la questione della depenalizzazione dell’atto medico. “Ci stiamo concentrando sul confinare la responsabilità penale ai casi di dolo e colpa grave”, evidenzia Magi, sottolineando la necessità di un ambiente di lavoro più giusto e sereno per i professionisti sanitari riducendo il fenomeno della medicina difensiva sia positiva che negativa.
Un altro obiettivo significativo è quello di rivedere le politiche assicurative. L’Ordine propone l’adozione di tabelle di risarcimento definite e premi calmierati, per garantire che i medici siano adeguatamente coperti senza oneri finanziari eccessivi.
Per quanto riguarda la remunerazione, l’Ordine di Roma è deciso a promuovere tutte le iniziative tese a migliorare le retribuzioni dei medici, portandole a livello di quelle degli altri Paesi europei. “Vogliamo rendere il Servizio Sanitario Nazionale e il settore privato nuovamente attrattivi per i giovani medici, riducendo il fenomeno dell’emigrazione medica all’estero, coprendo le carenze di medici di medicina generale e di pediatria di libera scelta in alcune aree regionali e cittadine, aumentando le ore di specialistica ambulatoriale in tutta la Regione necessarie per ridurre liste d’attesa e per mettere a terra il PNRR e aumentare le assunzioni negli ospedali oggi molto spesso non più coperte dai concorsi messi in bando”.
Un altro aspetto fondamentale è il miglioramento del dialogo tra l’Ordine dei Medici, la Regione e le aziende sanitarie pubbliche e private. Questo potrebbe favorire una migliore collaborazione e coordinamento nel settore sanitario con reciproca soddisfazione.
Infine, Magi sottolinea l’importanza di garantire un servizio sanitario sicuro ed efficiente per tutti coloro che vivono in Italia. Ciò include la riduzione dei tempi di attesa attraverso l’aggiornamento delle apparecchiature e il miglioramento delle strutture di cura e un eccellente programma di aggiornamento professionale gratuito organizzato dall’Ordine.
In conclusione, il piano dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Roma e provincia per il 2024, anche con il miglioramento dei suoi servizi ormai in gran parte digitalizzati rappresenta una visione ambiziosa ma necessaria per il futuro anche con la conclusione del miglioramento strutturale già iniziato e perseguito nei 2 anni precedenti e da portare a termine. Con queste iniziative, Magi e il suo Consiglio mirano a creare per i cittadini e gli operatori un sistema sanitario migliore, efficiente e più equo per tutti ed anche un un Ente più presente e moderno che vada incontro alle esigenze della categoria
La Società Italiana d’Igiene (SItI) ha presentato il documento “Guida alle buone pratiche vaccinali”, contenente le indicazioni della Società scientifica per promuovere e garantire servizi vaccinali d’eccellenza in tutto il territorio italiano.
Il documento descrive l’”anatomia” e la “fisiologia” del Sistema vaccinale italiano, assegnando ai Dipartimenti di Prevenzione il ruolo di riferimento per la governance di sistema e declinando e i diversi punti di erogazione centrali e periferici con la definizione di principi operativi e relative azioni, utili a chiarire il ruolo e le responsabilità delle componenti del Sistema vaccinale italiano, compreso quello dei punti vaccinali di maggiore prossimità, come gli ambulatori dei medici di famiglia e le farmacie.
Nel contempo, si sottolineano i principi e i riferimenti scientifici e professionali per l’organizzazione, l’implementazione e la valutazione di servizi vaccinali di qualità che garantiscano l’efficientamento del sistema vaccinale italiano, il miglioramento dell’esperienza vaccinale dell’utenza e un complessivo miglioramento delle coperture vaccinali sul territorio nazionale.
“Le vaccinazioni hanno salvato e continueranno a salvare milioni di persone ogni anno in tutto il mondo, rappresentando senza dubbio il più efficace e sicuro strumento di prevenzione a nostra disposizione – afferma Roberta Siliquini, Presidente della Società Italiana d’Igiene – Il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (PNPV) garantisce un’offerta vaccinale di grande valore. Una delle più ampie, complete ed aggiornate del panorama della Sanità pubblica internazionale. Affinché questo diritto-opportunità sia concretamente ed agevolmente fruibile da tutti i cittadini è necessario che i diversi attori del sistema svolgano tutti la loro parte in un’armonica e coerente integrazione sotto la regia ed il coordinamento dei Dipartimenti di Prevenzione”.
L’anno della sanità si apre con diverse grandi incognite: prime fra tutte le contestazioni al decreto tariffe e al nomenclatore che regolano i laboratori di analisi, la specialistica ambulatoriale (appena rinviato al primo aprile 2024), gli ausili e le protesi. Resta ancora aperta anche la questione payback dispositivi medici che tiene in apprensione, da una parte, le Regioni che contano su quelle entrate per chiudere i bilanci e, dall’altra, i molti produttori che rischiano di fallire se dovranno pagare quanto stabilito. Il tutto è contornato da ricorsi giudiziari e contenziosi milionari che non accennano a placarsi.
Fa il punto su questo, e su molto altro, Federico Spandonaro, professore aggregato presso l’Università degli studi di Roma “Tor Vergata” e Presidente del Comitato Scientifico di C.R.E.A. Sanità, che ai microfoni di TrendSanità spiega: «Decreto tariffe e nomenclatore sono da rifare, non si può avere una tariffa di 22 euro per una visita. Manca un monitoraggio continuo e la tecnologia e i prezzi corrono veloci. Il payback sui dispositivi medici ha una struttura del tetto molto debole perché monitora solo una parte dei dispositivi e questo crea numerosi contenziosi. Per il futuro bisogna pensare ad una gestione diversa. Questa mi pare evidente che non funzioni. Infine, per migliorare l’early access dei farmaci guardiamo ai modelli europei di Francia e Germania: ecco come funzionano».
Resta alto e sostanzialmente stabile rispetto alla scorsa settimana il numero di casi di sindromi simil-influenzali (ILI) in Italia. Nella 52° settimana del 2023, infatti, l’incidenza è pari al 17,5 casi per mille assistiti (17,7 nella settimana precedente, dato aggiornato a seguito dei ritardi di notifica). Lo affermano i bollettini della sorveglianza RespiVirNet pubblicati il 5 gennaio.
“L’incidenza delle sindromi simil influenzali si mantiene alta, spinta dai diversi virus circolanti in questo periodo – commenta Anna Teresa Palamara, che dirige il dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità -. L’analisi dei campioni positivi mostra che i virus influenzali sono ormai prevalenti, anche se rimane una quota rilevante di SARS-CoV-2 e di virus respiratorio sinciziale, che provoca bronchioliti soprattutto nei più piccoli. Sebbene sia impossibile prevedere esattamente quando si arriverà al picco dei casi, è ipotizzabile una circolazione sostenuta anche nelle prossime settimane, facilitata dalla riapertura delle scuole. Si raccomanda pertanto, oltre alle vaccinazioni per i soggetti per cui sono raccomandate, una sana prudenza nei comportamenti, da osservare soprattutto se si hanno sintomi respiratori e se si è in presenza di bambini molto piccoli, persone anziane o con fragilità. Si raccomanda inoltre di non assumere antibiotici, inutili in caso di infezioni virali, se non su indicazione del proprio medico, e di recarsi al pronto soccorso solo se strettamente necessario”.
Sorveglianza epidemiologica
Nella 52° settimana del 2023 l’incidenza è pari a 17,5 casi per mille assistiti (17,7 nella settimana precedente). Si sottolinea che a tale aumento concorrono diversi virus respiratori e non solo quelli dell’influenza, sebbene la circolazione di questi ultimi sia in aumento (maggiori dettagli nel Rapporto Virologico 2023-52).
L’incidenza è in lieve aumento solo nei bambini al di sotto dei cinque anni, in cui è pari a 48,7 casi per mille assistiti (47,5 nella settimana precedente), stabile negli adulti e anziani.
Tutte le Regioni/PPAA, tra quelle che hanno attivato la sorveglianza, registrano un livello di incidenza delle sindromi simil-influenzali sopra la soglia basale, tranne la PA di Bolzano. In cinque Regioni/PPAA è stata raggiunta la soglia di intensità “molto alta” dell’incidenza (Friuli-Venezia Giulia, Toscana, Umbria, Abruzzo, Campania).
Sorveglianza virologica
Durante la settimana 52/2023, la percentuale dei campioni risultati positivi all’influenza sul totale dei campioni analizzati risulta pari al 37,5%, in ulteriore aumento rispetto alla settimana precedente (33,5%).
Tra i virus influenzali, quelli di tipo A risultano largamente prevalenti (99%) rispetto ai virus di tipo B e appartengono per la maggior parte al sottotipo H1N1pdm09.
Tra i campioni risultati positivi, il 22% era positivo per SARS-CoV-2, l’11% per RSV, il 37% per influenza A, mentre i rimanenti sono risultati positivi per altri virus respiratori.
La sorveglianza
La sorveglianza RespiVirNet è il Sistema di Sorveglianza Integrata (epidemiologica e virologica) dei casi di sindromi simil-influenzali e dei virus respiratori (prima InfluNet). RespiVirNet si basa sui medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e laboratori di riferimento regionale per i virus respiratori. La sorveglianza è coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità con il sostegno del Ministero della Salute. RespiVirNet si articola nella sorveglianza epidemiologica (che ha l’obiettivo di determinare l’inizio, la durata e intensità dell’epidemia stagionale), e nella sorveglianza virologica (che ha come obiettivo il monitoraggio della circolazione dei diversi virus respiratori). La raccolta e l’elaborazione dei dati è effettuata dall’ISS che provvede all’elaborazione a livello nazionale e produce un rapporto settimanale epidemiologico e uno virologico. Le indagini virologiche sui campioni biologici raccolti vengono eseguite dai Laboratori facenti parte della Rete RespiVirNet (prima InfluNet) e dal Centro Nazionale per l’Influenza (NIC) dell’ISS.
Come sta la sanità pubblica italiana? È questa la domanda con cui si apre questo 2024 con una Legge di Bilancio appena approvata e con il corredo del consueto duello verbale della politica: da una parte il Governo e la maggioranza soddisfatti per l’aumento di fondi e dall’altra le opposizioni (e non solo) che ne lamentano la carenza.
Per capire meglio la situazione e le prospettive dell’anno appena iniziato, rivolgiamo cinque domande a chi ha rivestito e riveste entrambe le posizioni (Governo o maggioranza e opposizione). Cominciamo dagli ex ministri della Salute che hanno vissuto dentro e fuori da queste dinamiche. Le prime 5 domande di oggi sono per Beatrice Lorenzin, senatrice del Partito Democratico e responsabile del dicastero dal 2013 al 2018.
1 – Le riforme
Il prossimo futuro vedrà la popolazione anziana diventare sempre più ampia, con l’aumento dei tassi di cronicità, di poli-patologici e di non autosufficienti. Basteranno PNRR, DM 77, telemedicina e fascicolo elettronico ad affrontare queste sfide?
C’è bisogno di creare un percorso condiviso insieme alle parti sociali che, dopo mesi di agitazione, non sono mai state convocate
«Diciamo che le risorse senza riforme sono semplicemente un tampone all’emergenza, ma le riforme senza risorse, purtroppo, non si possono attuare – spiega Lorenzin a TrendSanità –. In questa fase non abbiamo né riforme, né risorse, quindi è ora che Governo e maggioranza si diano una mossa. Nella discussione sul bilancio ho proposto di fare un nuovo patto della salute, perché qui c’è bisogno di creare un percorso condiviso insieme alle parti sociali che, dopo mesi di agitazione, non sono mai state convocate. Servirebbe un tavolo istituzionale e permanente con le Regioni, le società scientifiche e i ministeri competenti per mettere in moto un nuovo patto della salute che sia in grado di affrontare questo momento a 360 gradi. Non soltanto tamponare una emergenza dopo l’altra. Pensiamo all’invecchiamento della popolazione italiana: non basta ripensare la sanità se non riorganizziamo anche gli altri aspetti della società. Dall’urbanistica ai trasporti, dal peso del welfare sui giovani ai modelli di lavoro. A questo va aggiunto un ripensamento sulla prevenzione, perché bisogna invecchiare bene puntando a ridurre cronicità e poli-patologie. Ma tutto questo, tornando alla domanda iniziale, non si può fare, e nemmeno immaginare, se il fondo sanitario scende in previsione al 6,2% del Pil, se il peso dell’inflazione non viene considerato, e se non si appianano i debiti delle Regioni».
2 – Il declino
I dati ci dicono che già oggi il nostro servizio sanitario nazionale non è più universalistico: il 50% delle visite specialistiche ambulatoriali sono pagate privatamente, così come il 33% degli accertamenti diagnostici ambulatoriali. Il 7% della popolazione rinuncia alle cure, addirittura il 24% tra gli anziani. E l’aspettativa di vita cala. Il SSN è ancora un nostro punto di forza?
«Leggere la sanità con le statistiche che segnalano i limiti e le carenze non può essere un alibi per smontare la sanità pubblica. Se noi ci rassegniamo, andiamo incontro a un destino inevitabile. Ma tutto può essere cambiato e trasformato, perché il nostro Servizio Sanitario Nazionale, nonostante gli scossoni che ha ricevuto e continua a ricevere, è una macchina complessa con delle fondamenta solide costituite dal grande livello dei professionisti e del personale sanitario e dall’altissima qualità del nostro ciclo di formazione. Per questo l’emergenza attuale sul nostro personale rischia di essere più grave di quello che si immagina. È sulle persone che cammina il SSN. Un ritardo nell’adeguamento delle strutture o nella disponibilità di un farmaco lo puoi recuperare. Se crolla il livello del capitale umano crei un danno che non si recupera più. E a questo punto il declino è inevitabile».
3 – I privati
Sanità privata convenzionata, sanità integrativa, sanità classificata, cooperative: tra privato e pubblico la competizione è corretta?
«Innanzitutto, non c’è competizione, c’è un sistema che agisce su due livelli ma che non è integrato in modo corretto. Tutti i cittadini pagano la sanità pubblica con le proprie tasse. Allora Ministero e Regioni devono decidere chi fa cosa e in quale percentuale. Anche a questo servirebbe un nuovo patto della salute. Il privato è fatto di tante cose: c’è il privato no-profit, c’è il privato convenzionato e c’è il privato-privato. Il tema è un’integrazione guidata che ristabilisca gli ambiti di competenza. L’altro tema è garantire il funzionamento del Servizio Sanitario Nazionale. Se viene finanziato adeguatamente, se ha risorse, strumenti giuridici e un management adeguato non avrà problemi. E il privato farà quello che viene deciso dallo Stato».
4 – Le soluzioni
Per salvare realmente la sanità pubblica si deve immaginare un enorme aumento del finanziamento del SSN (e allora la domanda è come reperire le risorse?) o prendere atto che il sistema non è sostenibile e farlo diventare selettivo come prestazioni offerte e come partecipazione gratuita degli utenti?
Il Titolo Quinto della Costituzione, cioè il regionalismo della sanità, è la fonte del 90% dei problemi del sistema sanitario
«Ma no – ribadisce seccamente l’ex ministro – io penso che ragionare in questo modo sia oggettivamente la fine del sistema universalistico. I cittadini già contribuiscono in base al reddito con la tassazione progressiva al finanziamento del SSN. Possiamo immaginare che qualcuno possa dare qualcosa in più rispetto al reddito e in proporzione al suo carico famigliare, ma ricordiamoci che in Italia si può garantire l’accesso a terapie che in altri Paesi costano milioni di euro. E di fronte a questo non puoi pensare di fare distinguo rispetto al reddito perché non c’è nessuna assicurazione che ti protegge da questo tipo di patologia. Diverso è il ragionamento necessario sul tema dell’appropriatezza delle prestazioni e delle prescrizioni. Se mi si dice che i 40 miliardi di spesa “out of pocket” siano tutta spesa appropriata, io penso che non sia così. Penso che la maggior parte di questa spesa non sia appropriata e il fatto di non riuscire a veicolare queste risorse verso il SSN sia una forma di incapacità e di mancanza di volontà, perché si potrebbe fare. Con quei 40 miliardi ci potremmo avvicinare al livello di finanziamento della Germania. Noi dobbiamo fare in modo che ci sia un coordinamento, un’organizzazione, una programmazione sanitaria più mirata, che si lavori meglio sulla prevenzione, che si riporti l’intramoenia nel pubblico. Poi bisogna risolvere i nodi non risolti del Titolo Quinto della Costituzione, cioè il regionalismo della sanità, che è la fonte del 90% dei problemi del sistema sanitario. E, accanto a questo, c’è sempre il tema del finanziamento: non ci sono scorciatoie o soluzioni facili».
5 – I rimpianti
Una cosa che farebbe se tornasse indietro nel tempo, ai mesi in cui era a Lungotevere Ripa…
«Ho fatto le mie battaglie, e le ho combattute tutte fino alla fine, esponendomi anche a livello personale. L’unica cosa che per me è un rammarico, perché avevo avviato il tavolo apposito, è non essere riuscita a portare a casa il nuovo piano nazionale per la salute mentale. È una priorità e la pandemia da Covid-19 lo ha dimostrato. Spero che lo possa fare questo Governo e il Ministro Orazio Schillaci, perché alla fine non bisogna ricominciare tutto da capo quando finisce un governo, su certi temi ci vuole continuità» conclude Lorenzin.
È stata approvata il 29 dicembre con 200 voti favorevoli, 112 contrari e 3 astenuti la Legge di Bilancio. Venerdì sera la Camera ha espresso parere positivo sul documento licenziato dal Senato la settimana prima. Per quanto riguarda la sanità, è previsto un incremento del Fondo sanitario nazionale di 3 miliardi per il 2024, 4 per il 2025 e 4,2 miliardi dal 2026. È stata stralciata la modifica al calcolo delle pensioni del personale sanitario, che sarebbe dovuto entrare in vigore dal 1° gennaio. Non si è più discusso dell’innalzamento dell’età pensionabile dei camici bianchi a 72 anni (invece degli attuali 70): dopo averla proposta, le proteste sono state talmente numerose e veementi da non far proseguire oltre la discussione.
Come si divide la “torta”
Le priorità del Ministero sono di ridurre le liste d’attesa e valorizzare il personale sanitario: 2,4 miliardi dei 3 aggiuntivi previsti per il 2024 saranno destinati al rinnovo contrattuale del personale del Servizio Sanitario Nazionale. Per quanto riguarda le liste d’attesa, tre sono gli interventi previsti dalla Manovra: aumentare la tariffa oraria per le prestazioni aggiuntive di medici e infermieri (costo: 280 milioni); rifinanziare i piani operativi per l’abbattimento delle liste d’attesa (per un valore di 520 milioni) e aggiornare il tetto di spesa per gli acquisti di prestazioni sanitarie da privati accreditati per l’assistenza specialistica ambulatoriale e per quella ospedaliera. Il limite di spesa è incrementato dell’1% per il 2024, del 3 per il ‘25 e del 4% dal 2026. “Abbiamo posto le basi per modernizzare e rendere ancora più efficiente il nostro Servizio Sanitario Nazionale che è, e resta, pubblico e universalistico”, ha commentato in una nota il ministro della Salute Orazio Schillaci. Per quanto riguarda l’assistenza territoriale, 250 milioni di euro saranno destinati al reclutamento del personale, ma solo a partire dal 2025 (la cifra salirà a 350 milioni di euro dal 2026).
Cosa è stato finanziato
Demenze, cure palliative e diagnosi genetica per le malattie rare sono tra gli ambiti finanziati dalla Manovra. Il Fondo per l’Alzheimer e le demenze è stato incrementato di 4,9 milioni per il 2024 e di 15 milioni per ciascuno degli anni 2025 e 2026. Katia Pinto, Presidente della Federazione Alzheimer Italia, in una nota ha commentato: “Accogliamo la notizia con sollievo e soddisfazione. È un grande passo avanti rispetto al testo iniziale della Manovra che non prevedeva alcuna dotazione economica, ma si tratta solo di una goccia, seppur preziosa, nel mare dei bisogni di un milione e mezzo di famiglie che nel nostro Paese convivono con la demenza. Chiediamo che questa riconferma sia solo il primo di una serie di nuovi passi verso la costruzione di un Paese in grado di dare risposte concrete e di non lasciare sole le famiglie davanti alla diagnosi e a un percorso di vita molto difficile”.
Demenze, cure palliative e diagnosi genetica per le malattie rare sono tra gli ambiti finanziati dalla Manovra
Dal 2024, inoltre, cresce di 10 milioni annui il Fondo vincolato per le cure palliative per la piena realizzazione della legge 38/2010. Infine, è stato istituito presso il Ministero della Salute un Fondo per i test Next-Generation Sequencing con una dotazione di 1 milione di euro per il 2024. Queste risorse serviranno per il potenziamento dei test di profilazione genomica nelle malattie rare o nei casi sospetti.
Questo fondo era più che mai necessario poiché è rimasto escluso dai nuovi LEA il sequenziamento dell’esoma, che permette di diagnosticare patologie rare e complesse, soprattutto in ambito pediatrico. Il fondo dovrebbe quindi permettere equità di accesso a queste tecniche innovative per tutti e non solo per chi abita in Regioni in grado di erogare queste prestazioni extra-LEA. I “nuovi” LEA entreranno infatti in vigore dal 1° aprile 2024, a 7 anni dalla loro approvazione. Inizialmente previsti (per la parte che riguarda la specialistica ambulatoriale) per il 1° gennaio, sono stati posticipati di un trimestre (unendosi alla prostetica) per permettere alle Regioni l’adeguamento del tariffario.
Che cosa non va…
L’aggiornamento delle tariffe è una buona notizia, ma da più parti si lamenta l’eccessiva lentezza, a fronte di una tecnologia che corre veloce. Lentezza che mette in difficoltà anche le aziende produttrici, che solo per la protesica hanno chiesto allo Stato un risarcimento di 130 milioni di euro. E poi c’è il nodo dei decreti attuativi: nel nostro Paese spesso, fatta la legge, ci si “dimentica” di approvare le norme che la renderebbero pienamente operativa. Per quanto riguarda il neo Fondo per il sequenziamento genetico per le malattie rare, per esempio, il ministero della Salute, con quello dell’Economia, dovrà stabilire i criteri di ripartizione entro 60 giorni, oltre a mettere nero su bianco le indicazioni su come spendere queste risorse e come monitorare le spese.
Nel nostro Paese spesso, fatta la legge, ci si “dimentica” di approvare le norme che la renderebbero pienamente operativa
A inizio dicembre l’oblio oncologico è diventato legge: anche in questo caso i pazienti attendevano da anni il riconoscimento di questo diritto. Tuttavia, per avere regole chiare occorrerà aspettare sei mesi per i decreti attuativi. Nel frattempo, il rischio caos è dietro l’angolo, poiché la legge impone l’immediata cessazione della raccolta di informazioni da parte di istituti bancari, finanziari e assicurativi sui tumori guariti da oltre 10 anni, senza fornire però uno standard.
I grandi incompiuti…
Una legge che rimane monca proprio perché mancano i decreti attuativi è la Bianco-Gelli sulla responsabilità medica: a sei anni dalla sua approvazione, quindi, non è pienamente operativa. Un altro capitolo aperto riguarda lo screening neonatale esteso (SNE), che serve per la diagnosi precoce di una rosa di malattie rare. Dal 2016 una legge prevede l’inserimento dello SNE nei LEA, ma manca l’aggiornamento del panel nazionale con la lista delle malattie.
Da anni le associazioni di pazienti e gli esperti chiedono un intervento sul tema, che permetterebbe a tutti di accedere allo screening, limitando le disuguaglianze regionali esistenti. Quest’autunno, dopo il decesso di un neonato veneto con la SMA (l’atrofia muscolare spinale) che non aveva avuto accesso allo screening, il Ministero della Salute ha promesso l’aggiornamento del panel dello SNE entro i primi giorni di gennaio.
Il grande incompiuto del 2024 riguarda il mancato finanziamento del Centro EBRI di Roma, un’eccellenza internazionale per la ricerca sul cervello
Entrando nel merito della Manovra, il grande incompiuto del 2024 riguarda il mancato finanziamento del Centro EBRI di Roma, un’eccellenza internazionale per la ricerca sul cervello fondato dal premio Nobel Rita Levi Montalcini che dal 2012 riceve un finanziamento statale di un milione di euro all’anno che nell’ultimo decennio è stato approvato ogni triennio.
La Legge di Bilancio 2024 non prevede il rinnovo delle risorse. “Il mancato rinnovo del contributo all’EBRI determina l’impossibilità di proseguire le ricerche e di sostenere i costi strutturali e la implementazione e manutenzione dei laboratori e delle sofisticate apparecchiature, costi che non possono essere coperti dai finanziamenti, in larga parte internazionali, per progetti di ricerca competitivi vinti dalle ricercatrici e dai ricercatori dell’EBRI”, si legge nel comunicato diramato dall’istituto a fine anno.
E poi c’è il capitolo dei diritti civili: dall’aborto farmacologico al suicidio assistito, il Governo sceglie di lasciar decidere le Regioni, senza fornire indicazioni chiare in merito. Il 2024 sarà invece l’anno della discussione in Senato della legge che istituisce il reato universale per la maternità surrogata. Il disegno è già stato approvato alla Camera l’estate scorsa. In questi mesi, tuttavia, la Corte costituzionale e la Corte europea per i diritti dell’uomo hanno ricordato che l’Italia non può rifiutarsi di riconoscere i bambini nati con questa tecnica. Sebbene in Senato la maggioranza abbia i numeri per approvare la legge, dunque, la partita resta aperta.
Nuovi LEA partiti già vecchi, decreto tariffe in ritardo di 6 anni e, addirittura, nomenclatore dell’assistenza protesica con un solo aggiornamento dal 1999. Tra aziende a rischio fallimento, ricorsi al TAR, slittamenti e cause milionarie allo Stato i pazienti vengono lasciati spesso fuori dalle tutele previste dalla sanità pubblica. Scelte sulla qualità della vita o sulle prospettive di successo di una terapia vitale costringono chi può a pagare di tasca propria. E per gli altri non c’è nessuna risposta.
«Il vizio di fondo è la mancanza di un aggiornamento costante dei LEA. I cosiddetti “nuovi” Livelli Essenziali di Assistenza sono senza dubbio un fatto positivo. Ma sono stati emanati nel 2017, mentre il decreto tariffe ha dovuto attendere 6 anni. Quindi erano un diritto sostanzialmente non esigibile dai cittadini e dai pazienti» spiega a TrendSanitàValeria Fava, responsabile del coordinamento delle politiche della salute di Cittadinanzattiva.
Qualcosa si è mosso ultimamente?
«Ora abbiamo finalmente anche le tariffe e l’aggiornamento su varie patologie e prestazioni, sulla diagnostica specialistica, sul nomenclatore di protesi e ausili. Sono stati tolti quelli che sono di fatto considerati obsoleti e inseriti quelli più nuovi come, ad esempio, quelli sulla comunicazione per i pazienti che hanno difficoltà uditive o di apprendimento. Ma visti i ritardi di questi anni la grande incognita è già per il presente e per il prossimo futuro».
Cosa la preoccupa?
«Ausili, prestazioni, protesi, tecnologie e tariffe sono in continua evoluzione e richiedono un costante aggiornamento come dicono le norme e il buon senso. Ma è un percorso che non riesce ad andare a regime. La Commissione LEA è stata rinnovata a luglio 2023 ma non è, di fatto, ancora operativa. E già dovrebbe essere al lavoro per colmare i sei anni di ritardo accumulati, aggiornare tariffe e prestazioni obsolete…».
Un esempio di prestazione da aggiornare? i test genomici per il tumore al seno sono fondamentali
E intanto tecnologia e costi vanno avanti…
«Parliamo tutti i giorni di sanità digitale, di innovazione. È necessario rispondere a questa velocità, e non è un vezzo per seguire una moda, ma è per rispondere al principio di una sanità pubblica realmente accessibile. Le aziende che lavorano su questa evoluzione sono messe in crisi da questi ritardi. Quelle che non falliscono per le tariffe obsolete, a cui sono state vincolate per anni, si chiedono perché investire e lavorare per inventare nuovi ausili, nuovi strumenti e nuovi presidi da offrire ai pazienti italiani se non verranno messi a disposizione in tempi utili. Consideriamo anche lo stallo in cui siamo con il payback dei dispositivi medici, sulla farmaceutica, infatti, ci sono meno problemi perché quelli sono colossi da decine di miliardi di euro. Ma su dispositivi medici e protesica spesso ci troviamo di fronte a piccole realtà che rischiano di andare a gambe all’aria. Così, chi può, preferisce rivolgersi ai mercati esteri dove non subisce questi ritardi. Mentre i pazienti o i portatori di disabilità che hanno bisogno di questi ausili o di prestazioni aggiornate possono solo andare sul canale privato».
Le norme prevedono anche un coinvolgimento di associazioni come la vostra nell’aggiornamento.
«Sì, c’è un dato recente che dice che dal 2019 ad oggi sono state presentate oltre 350 richieste di aggiornamento. E lei sa che le richieste di aggiornamento possono venire da società scientifiche, da aziende produttrici e anche dalle associazioni. Oltre il 60% è stato presentato dalle associazioni, quindi c’è già nei fatti un bisogno forte e concreto di adeguare questi strumenti e queste prestazioni».
Facciamo degli esempi concreti.
«I test genomici per il tumore al seno sono dei test che vengono fatti per le donne con una diagnosi precoce di tumore al seno. Consentono di individuare la possibilità di evitare la chemioterapia e facendo una terapia ormonale. Questo è un elemento decisivo per una donna. Non solo sulla qualità della vita, ma anche sul sistema, perché la chemioterapia ha un costo assolutamente più impattante sul sistema e su tutte le sue ricadute».
In attesa dell’inserimento nei LEA lo Stato ha dovuto finanziare questi test a parte?
«Esatto. I ritardi di cui parlavamo hanno comportato che, meritoriamente, nella Legge di Bilancio 2021 siano stati stanziati dei fondi, 20 milioni di euro, da erogare alle Regioni per permettere loro di far accedere le donne a questo tipo di test. Ora dalle nostre rilevazioni sappiamo che le Regioni virtuose accedono ai fondi e fanno accedere le donne. Per le altre Regioni è rimasto tutto fermo con il risultato che, finché questo non diventerà uno stanziamento strutturale, avremo sempre una situazione di disuguaglianze d’accesso. Questo è un esempio, diciamo emblematico, ma ce ne sono tanti altri. Sono strumenti di sanità pubblica che dovrebbero entrare nella pratica clinica e dovrebbero essere garantiti nei LEA e quindi a tutti i cittadini italiani e, invece, sono spesso vincolati a risorse considerate straordinarie. Poi devi sperare che vengano rinnovate, ma non si può ragionare ogni volta in modo così discontinuo. Rendiamo strutturale quello che i clinici e gli esperti dicono essere un’innovazione che porta vantaggi al cittadino e, lo sottolineo, anche a tutto il servizio sanitario. Perché far guadagnare anni di vita e di salute alle persone ha un impatto su tutta la società».
C’è anche un tema di giustizia?
«Assolutamente, perché se io so che questo test lo fanno in un centro privato e io mi voglio salvare la pelle, sinceramente se me lo posso permettere, e purtroppo devo dirlo, solo se me lo posso permettere, me lo vado a pagare. Lei si immagina di fronte alla scelta tra la vita e la morte o per la speranza di una qualità di vita migliore. Sono scelte che nessuno dovrebbe ritrovarsi a fare in un sistema pubblico e universalistico».
Che tipo di interlocuzione vi aspettate dal Ministero?
«Noi quello che possiamo fare è essere il solito pungolo nei confronti delle istituzioni. Sul decreto tariffe abbiamo fatto una diffida al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Presidente della Stato-Regioni. Noi ci impegneremo in questo senso, vigilando, chiedendo l’aggiornamento, ponendo anche a volte delle azioni forti e dirompenti di carattere giudiziario e quindi con delle diffide a procedere. Questo è quello che noi continueremo a fare a tutela, ad esempio, dei pazienti cronici e dei pazienti rari. Pensi alla fibromialgia che è una patologia che si conosce da 100 anni ma che ancora non viene riconosciuta, non è nemmeno nella nuova versione dei LEA e quindi queste persone non hanno il diritto ad avere delle prestazioni gratuite perché non hanno un codice di esenzione relativo e quindi si pagano tutte le prestazioni e hanno anche difficoltà a chiedere l’invalidità civile».
Il 31 dicembre si è tenuta una seduta straordinaria in Conferenza Stato-Regioni per concedere qualche mese in più per l’applicazione del nuovo tariffario per le prestazioni di specialistica ambulatoriale contenute nei nuovi LEA.
“Il nuovo anno vedrà finalmente la piena entrata in vigore del decreto tariffe che abbiamo adottato dopo sei lunghi anni di attesa mettendo a disposizione di tutti i cittadini prestazioni all’avanguardia”, ha dichiarato in una nota il ministro della Salute Orazio Schillaci.
TrendSanità aveva affrontato il tema a inizio dicembre, raccogliendo il punto di vista di alcuni esperti.
È un quadro preoccupante quello che emerge da un’indagine di FADOI e che ha coinvolto un campione rappresentativo di medici a livello nazionale: quasi la metà dei camici bianchi desidera lasciare il SSN prime del tempo e il 38,7% dei non pensionabili pensa di abbandonare il pubblico. Circa il 70% degli ospedalieri, invece, vede ancora nel SSN un baluardo del diritto alla salute, che mette le ragioni assistenziali davanti a quelle economiche. Solo il 9,8% pensa che gli straordinari meglio retribuiti possano risolvere il problema delle liste di attesa, che per il 41,2% si affronta assumendo personale.
Quasi la metà pensa di appendere in anticipo il camice bianco al chiodo, soprattutto per evitare presenti e futuri tagli alle loro pensioni, ma anche per i carichi di lavoro eccessivi. Ma a preoccupare è soprattutto quel terzo abbondante di loro che se tornasse indietro non sceglierebbe più di iscriversi a medicina e quel 12 e passa per cento che addirittura oggi pensa di cambiare proprio mestiere. Mentre l’idea di pagare meglio gli straordinari, come previsto dalla manovra è la ricetta idonea a tagliare le liste d’attesa per a mala pena un dottore su dieci.
A sondare l’umore dei nostri medici, sempre più tentati di dire addio al servizio pubblico, è la survey condotta da FADOI, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, su un campione rappresentativo di camici bianchi di tutte le regioni italiane. Medici d’esperienza, con alle spalle in oltre la metà dei casi molti anni di carriera, con appena il 30% del campione che lavora da meno di 10 anni nel SSN.
L’idea di tagliare in anticipo il traguardo della pensione sta passando per la testa del 46,15% di loro. Una percentuale così alta che se pure nel 10% dei casi si trasformasse in realtà significherebbe la fuoriuscita anticipata dai nostri ospedali di decine di migliaia di professionisti. A spingere il 57,14% dei medici al pensionamento anticipato è la paura di subire un taglio alla propria pensione, magari con misure retroattive come quelle introdotte nella manovra, anche se poi alleggerite con un successivo emendamento. Per il 30,95% la causa sarebbero gli eccessivi carichi di lavoro, mentre la bassa retribuzione motiva solo il 2,38% e la voglia di chiudere la carriera all’estero il 9,53%.
Anche chi non è in età di pensione nel 38,71% dei casi sta pensando di lasciare il servizio pubblico. Il 21,82 % per andare nel privato, il 4,55% all’estero, mentre un preoccupante 12,33% di scoraggiati pensa di cambiare del tutto attività.
Uno scoramento che trova conferma nel 36,43% che alle condizioni attuali tornando indietro nel tempo non sceglierebbe più di fare il medico.
I perché dei camici bianchi
Però le motivazioni di chi si sente ancora legato al servizio pubblico restano forti, con il 59,2% che motiva la sua scelta con la coscienza di voler garantire a tutti il diritto alla salute, seguito dal 17,46% che percepisce ancora come un valore la sicurezza del posto di lavoro, mentre per il 13,66% a non sciogliere il legame con il SSN è il fatto che le esigenze assistenziali nel pubblico vengano prima delle ragioni economiche. Un altro 9,68% da invece come motivazione la qualità dei nostri ospedali, che resta ancora alta.
L’indagine punta poi ad analizzare le criticità nei reparti di Medicina interna, quelli che in media assorbono circa il 50% di tutti i ricoveri ospedalieri. Per il 52,55% il problema numero uno resta la carenza di personale medico e infermieristico, soprattutto se rapportato alla intensità di cura medio-alta dei reparti di medicina interna, ancora classificati come reparti a bassa intensità di cura. La scarsa valorizzazione del medico di medicina interna nell’organizzazione del lavoro ospedaliero è invece segnalata dal 30,91%. La scarsa o mancata integrazione tra ospedale e servizi territoriali è indicata da un altro 9,27%, mentre per il 7,27% l’elemento di maggiore criticità è la carenza di posti letto nei reparti di Medicina. Anche questa frutto della classificazione degli stessi reparti come “a bassa intensità di cura”.
Quasi un plebiscito per l’utilizzo degli specializzandi a copertura dei vuoti in pianta organica con solo il 21,25% che pensa possano mettere a rischio la qualità dell’assistenza. Per il 56,36% è invece utile purché svolgano le loro attività affiancati da un tutor, mentre per il 22,39% servono, ma sarebbe utile semplificare la burocrazia che ancora vincola il loro utilizzo negli ospedali al parere delle Università.
Non convince l’idea che straordinari meglio pagati accorcino le liste di attesa, che è contenuta nella manovra economica, giudicata efficace solo dal 9,87% degli intervistati, mentre per il 41,18% serve assumere personale, per il 19,92% organizzare meglio le attività in modo da garantire un utilizzo più esteso sia delle apparecchiature diagnostiche che delle risorse umane. A parere del 27,70% andrebbe invece ridotta l’inappropriatezza prescrittiva, mentre appena l’1,33% ricorrerebbe al privato convenzionato per tagliare le liste di attesa.
“L’indagine rivela, forse a sorpresa per chi non conosce a fondo la realtà medica, che per continuare a tenere legati i medici al servizio pubblico non sono tanto le più alte retribuzioni, che pur andrebbero almeno avvicinate a quelle europee, quanto piuttosto il miglioramento delle condizioni di lavoro e di carriera, oltre che la garanzia del rispetto dei diritti pensionistici acquisiti – afferma il Presidente di FADOI, Francesco Dentali – Certo, preoccupa quel 40% che pensa di lasciare il servizio pubblico, ma sono gli stessi medici nelle loro risposte a indicare la via della rinascita: un SSN che torni a garantire a tutti il diritto alla salute, apponendo le esigenze assistenziali davanti a quelle economiche, indicate da oltre il 70% dei medici come elemento che ancora li lega al pubblico”.
“Quanto una buona riorganizzazione possa incidere positivamente nel motivare i medici lo dimostrano le criticità emerse riguardo le medicine interne che assorbono una parte notevole di tutti i ricoveri – sottolinea a sua volta il Presidente della Fondazione FADOI, Dario Manfellotto – Nei nostri reparti basterebbe superare una anacronistica e vetusta classificazione ministeriale, che con il codice 26 li definisce ancora a bassa intensità di cura, quando basta scorrere l’elenco delle cartelle cliniche per capire che i nostri sono pazienti complessi necessitano di alti livelli di assistenza. Un problema che sembra di natura burocratico-amministrativa ma che in realtà si traduce in una sotto-dotazione sia in termini di organico che di tecnologia”, conclude Manfellotto, che chiede di “ridefinire gli standard di personale sanitario ancora vincolati a un vecchio decreto emesso da Donat Cattin”.
In Italia non sono ancora arrivate, ma è questione di tempo. Da questa primavera in Parlamento esiste un intergruppo dedicato alla sanità digitale e alle terapie digitali: queste ultime saranno una delle sfide dei prossimi anni.
Secondo il report di monitoraggio delle terapie digitali (DTx) che è stato presentato nel mese di ottobre in Senato, emerge come nei soli Stati Uniti il valore del mercato delle DTx abbia superato i 2 miliardi di dollari. Dei quasi 300 studi clinici registrati a livello globale sulle terapie digitali, la maggior parte (69%) riguarda lo sviluppo di applicazioni per lo smartphone, ma una parte significativa è orientata allo sviluppo di videogiochi (7,5%) e di sistemi di realtà virtuale (2,4%).
Mentre l’Italia attende di capire quale sarà il quadro normativo nel quale inserire le DTx, esiste anche nel nostro Paese una fiorente ricerca e sviluppo di videogiochi da utilizzare in ambito clinico e sanitario.
Coinvolgere i pazienti
“Per raggiungere l’obiettivo, è importante riuscire a bilanciare la componente scientifica con quella del coinvolgimento dell’utente – afferma a TrendSanità Fabio Viola, game designer che ha realizzato anche videogame utilizzati in ambito sanitario -. È poi importante mantenere i presidi intermedi: medici o infermieri che possano aiutare le persone a muoversi all’interno di questi mondi. Per questo sarebbe importante introdurre una formazione minima in questo senso all’interno dei corsi di laurea sanitari”.
L’alfabetizzazione digitale imposta dal Covid ha contribuito ad abbattere molte delle barriere culturali caratterizzanti il nostro Paese. Tuttavia, per garantire l’equità di accesso a tutti, è importante prevedere una forma di accompagnamento per chi non è ancora a proprio agio nell’utilizzo di questo linguaggio.
“Io mi occupo di tecniche di coinvolgimento e mi è successo di essere chiamato a partecipare a progetti legati al benessere o all’ambito medicale – prosegue Viola -. Il lavoro avviene ovviamente in team multidisciplinari. L’area della salute è particolarmente interessante perché stimola la contaminazione di mondi molto diversi”.
Tra le esperienze sviluppate in Italia, quella di Brave Potions, un progetto dedicato ai bambini: “Mi chiesero una consulenza su come migliorare gli aspetti di coinvolgimento per ridurre le paure dei bimbi durante una visita medica. Di fatto si trattava di un’App scaricabile dai piccoli pazienti che potevano scegliere il supereroe da impersonare. L’aspetto interessante era che lo studio medico o l’ospedale si poteva abbonare e ricevere dei kit fisici e digitali:in questo modo, quando il bambino o la bambina entrava nello studio, trovava uno storytelling legato al suo personaggio, perché il medico sapeva chi stava per entrare. La visita si concludeva con la consegna di una figurina che sbloccava contenuti aggiuntivi grazie a un qr-code”.
Un altro utilizzo di questi strumenti riguarda l’alfabetizzazione su un tema: è quanto si proponeva il progetto RESTORE, finanziato grazie ai fondi europei Horizon 2020. “In questo caso il focus era sulle CAR-T – ricorda Viola – e l’intenzione era utilizzare il videogioco come strumento di sensibilizzazione sulle nuove terapie, ma più in generale su cosa significhi essere colpiti per esempio dalla leucemia. Si tratta di un gioco, ma al suo interno si trovano veri diari clinici e cartelle cliniche reali”.
Il gaming come welfare pubblico
Il passaggio successivo, per gli esperti, è dimostrare come il gaming possa essere considerato anche una forma di welfare pubblico. “Non è l’associazione primaria che ci viene in mente quando pensiamo a un videogioco, che oggi ha un carattere ancora prevalentemente commerciale, di intrattenimento e ludico, però ci sono una serie di progetti che negli anni hanno generato dei paper mostrando come su vari livelli motivazionali e a volte anche su varie patologie il videogioco stia intervenendo per migliorare gli outcome”, afferma Viola.
Un esempio celeberrimo è Endevor RX, che è stato il primo videogioco utilizzato come puro strumento medicale e approvato nel 2020 dalla FDA per il trattamento della sindrome dell’attenzione, diventando quindi una terapia digitale, da utilizzare dietro prescrizione medica.
Esistono paper che dimostrano che su vari livelli motivazionali e a volte anche su alcune patologie il videogioco migliora gli outcome
La ricerca in quest’ambito è florida e a breve vedranno la luce videogame per trattare l’insonnia, alcune forme di irritazione del colon, alcuni sintomi associati alle chemioterapie, o alcune forme di dipendenze.
“Ci sono poi casi nei quali il videogioco è usato per il benessere o per stimolare l’adesione a protocolli medici – rileva il game designer – Un forte tasso di coinvolgimento e delle ‘spinte gentili‘ possono favorire certi comportamenti su alcune classi di pazienti. Pensiamo per esempio ai videogiochi che portano gli utenti fuori di casa spingendoli a camminare e andando contro quello che sembra essere lo stereotipo del videogame che ti tiene chiuso in casa”.
Un Minecraft personalizzato
Un altro esempio di videogame sviluppato in Italia è StomyCraft, un gioco pensato per i bambini stomizzati.
“L’idea è nata nel 2021 all’interno dell’associazione FAIS che si occupa di queste tematiche – spiega Nicola Caione, responsabile all’interno del gruppo dei progetti di innovazione e ideatore di StomyCraft – Da uno studio di mercato abbiamo capito che potevamo personalizzare Minecraft rendendolo adatto al nostro target”.
Minecraft è un videogioco di avventura tra i più diffusi al mondo: FAIS si è rivolta a esperti che hanno modificato i personaggi, aggiungendo il sacchetto che caratterizza la persona stomizzata.
“Serve per creare consapevolezza della situazione e far sì che il bimbo possa fare una vita normale (sconfiggere il drago o costruire il castello), tenendo conto della sua condizione”. L’altra modifica riguarda infatti una barra aggiuntiva che indica il livello di riempimento del sacchetto: accanto a quella che misura i livelli di energia, infatti, questa serve per gestire al meglio l’alimentazione: “Ci sono alcuni cibi che vanno bene, mentre altri possono dare dei problemi. In questo modo il bambino impara a distinguerli e capisce come comportarsi anche nella vita reale”.
Il target di questa versione del gioco sono i bambini tra i 6 e i 13 anni e la diffusione del gioco è filtrata: “Il videogame è su un server controllato da noi: non può giocarci chiunque”, afferma Caione. Questo per ridurre la possibilità di cyberbullismo e perché a breve partirà uno studio scientifico in collaborazione con gli ospedali pediatrici Gaslini di Genova e Meyer di Firenze volto proprio a indagare i benefici del gioco.
“L’obiettivo è capire se questo approccio gamificato migliora la capacità del bambino di fare self care, quindi di curarsi da solo, se accresce la sua accettazione e la sua qualità della vita – spiega Caione -. Ci sono degli studi sul self care dei pazienti che però non riguardano l’utilizzo del gioco”.
Il 2024 per il progetto, che ha vinto diversi riconoscimenti nell’ambito dell’innovazione digitale, sarà l’anno del test sul campo: “Dobbiamo farlo provare alle famiglie, abbiamo contatti con le associazioni pazienti di bambini che hanno queste patologie dell’apparato digerente ed è importante allargare il bacino – ricorda Caione – In questo momento stiamo accettando le richieste anche di bambini non stomizzati: da una parte dobbiamo far provare il gioco per scoprirne i bug, dall’altra è utile per chi, pur non avendo questo problema, ha un compagno o un amico stomizzato. Spesso il sacchetto è nascosto dai vestiti e la disabilità diventa invisibile: nel gioco tutto è vissuto in modo molto naturale”.