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Lea: via libera al nomenclatore tariffario. Le prime reazioni

È arrivato il via libera al “Decreto tariffe” per l’assistenza specialistica ambulatoriale e protesica del Servizio sanitario nazionale da parte della Conferenza Stato-Regioni. Il decreto rende pienamente effettivi i nuovi Livelli essenziali di assistenza (LEA), varati con il DPCM 12 gennaio 2017.

Orazio Schillaci

“Dopo sei anni finalmente è stata raggiunta l’intesa in Stato-Regioni sul decreto tariffe che consente la piena efficacia dei nuovi livelli essenziali di assistenza varati nel 2017. Un risultato di straordinaria importanza frutto dell’impegno del Governo e della collaborazione proficua con le Regioni. Il Dpcm del 2017, infatti, innova i nomenclatori della specialistica ambulatoriale e dell’assistenza protesica, introducendo prestazioni tecnologicamente avanzate ed escludendo prestazioni obsolete. Prestazioni che finora non è stato possibile erogare su tutto il territorio nazionale proprio in mancanza dell’adozione del decreto tariffe”.

È quanto ha dichiarato il ministro della Salute, Orazio Schillaci, dopo l’approvazione in Conferenza Stato-Regioni del decreto del Ministero della Salute, di concerto con il MEF, sulle tariffe dei nuovi Lea in attuazione del Dpcm 12 gennaio 2017.

Il provvedimento aggiorna le tariffe delle prestazioni di specialistica ambulatoriale e dell’assistenza protesica fermi rispettivamente al 1996 e al 1999 e valorizza quelle di nuovo inserimento. Le nuove tariffe entreranno in vigore dal 1° gennaio 2024 per quanto concerne l’assistenza specialistica ambulatoriale e dal 1° aprile 2024 per quanto concerne l’assistenza protesica.

“Tutti i cittadini, superando le disomogeneità assistenziali – aggiunge il ministro – potranno finalmente usufruire in ogni area della Nazione di prestazioni al passo con le acquisizioni medico scientifiche ormai consolidate, con effetti positivi anche in termini di contenimento della mobilità sanitaria”.

Tra le novità per la specialistica ambulatoriale l’erogazione omogenea su tutto il territorio delle prestazioni di procreazione medicalmente assistita incluse nei LEA; prestazioni per la diagnosi o il monitoraggio della celiachia e malattie rare; prestazioni indispensabili ad approfondimenti diagnostici strumentali di alta precisione nell’ambito della diagnostica per immagini in grado di consentire diagnosi più rapide ed affidabili; enteroscopia con microcamera ingeribile, screening neonatali. Viene introdotta la consulenza genetica per coloro che si sottopongono ad una indagine utile a confermare o a escludere un sospetto diagnostico, finalizzata anche a fornire il sostegno necessario ad affrontare situazioni spesso emotivamente difficili in relazione alle possibili implicazioni connesse alla comunicazione del risultato. Si aggiornano le prestazioni di radioterapia assicurando a tutti gli assistiti l’erogazione di prestazioni altamente innovative come la radioterapia stereotassica, adroterapia e radioterapia con braccio robotico.

Tra le prestazioni previste per l’assistenza protesica: ausili informatici e di comunicazione (inclusi i comunicatori oculari e le tastiere adattate per persone con gravissime disabilità); apparecchi acustici a tecnologia digitaleattrezzature domotiche e sensori di comando e controllo per ambienti (allarme e telesoccorso); posaterie e suppellettili adattati per le disabilità motorie, barella adattata per la doccia, scooter a quattro ruote, carrozzine con sistema di verticalizzazione, carrozzine per grandi e complesse disabilità, sollevatori fissi e per vasca da bagno, sistemi di sostegno nell’ambiente bagno (maniglioni e braccioli), carrelli servoscala per interni; arti artificiali a tecnologia avanzata e sistemi di riconoscimento vocale e di puntamento con lo sguardo.

Soddisfazione da parte dell’Osservatorio Malattie Rare. “Ora il via libera al Piano Nazionale Malattie Rare”

Il “Decreto Tariffe”, contenente il nomenclatore tariffario legato ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ha trovato l’intesa in Conferenza Stato -Regioni; un traguardo atteso dal 2017 e il cui mancato raggiungimento è stato più volte addotto come una limitazione per altri importanti provvedimenti.

Ilaria Ciancaleoni Bartoli

Osservatorio Malattie Rare accoglie con soddisfazione la notizia dell’approvazione del decreto, un atto che contribuirà a portare la sanità sempre più nella direzione di una maggiore equità tra le Regioni, garantendo ai cittadini le prestazioni e gli ausili di cui effettivamente hanno bisogno. Ci congratuliamo con il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, per aver ottenuto in poco più di sei mesi dall’insediamento, questo risultato, sempre sfuggito in passato – commenta Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttore di Osservatorio Malattie Rare – OMaR – Nei prossimi giorni, insieme alle associazioni di pazienti dell’Alleanza Malattie Rare e ai clinici, analizzeremo accuratamente le prestazioni inserite nei nuovi tariffari, per verificare che non ci siano inesattezze ed essere pronti a proporre integrazioni al prossimo aggiornamento che, ci auguriamo, avrà in futuro cadenza costante, come è stato promesso”.

Il decreto, più volte sollecitato anche da tutto il mondo delle malattie rare, consentirà di aggiornare i vecchi tariffari, fermi al 1996 per la specialistica e al 1999 per la protesica e contribuirà a ridurre le differenze regionali nell’erogazione delle prestazioni e di quanto in esso contenuto. È fondamentale inoltre, secondo OMaR, che il nomenclatore della specialistica includa prestazioni tecnologicamente molto avanzate, anche nuove, e ne elimini alcune ormai totalmente sorpassate.

“Ora che questo enorme scoglio è stato finalmente superato – prosegue il Direttore di OMaR – ci sono tutti i presupposti per compiere altri due passi, semplici e di fatto pronti, anche questi attesi da troppo tempo. Alla Conferenza delle Regioni spetta ora, infatti, di dare il via libera al Piano Nazionale Malattie Rare, fortemente voluto dal Sottosegretario Marcello Gemmato, ma che da due mesi attende la calendarizzazione. Al Governo, invece, si chiede di compiere un altro passo, fino ad ora mancato proprio a causa della mancanza del Decreto Tariffe: l’aggiornamento per decreto della lista di patologie da ricercare attraverso lo screening neonatale. Nuovi LEA, aggiornamento dello screening e Piano Nazionale Malattie Rare sono tre delle più grandi necessità per il mondo delle persone con malattie rare, confidiamo nell’impegno e nella capacità fino ad oggi dimostrati dal Ministero, e in modo particolare dal Sottosegretario Gemmato, per vederle finalmente soddisfatte”.

Cittadinanzattiva: “Siamo contenti ma non ci accontentiamo: prosegue la battaglia per assicurare l’effettiva erogazione dei Lea a tutti i cittadini”

“Finalmente si è raggiunta l’intesa in Conferenza Stato-Regioni. Un risultato che attendevamo da anni e per il quale ci siamo battuti, insieme a tante organizzazioni di cittadini e di pazienti, per garantire l’entrata in vigore dei Lea del 2017, e gli ulteriori aggiornamenti previsti, e il diritto ad un accesso equo alle prestazioni sanitarie ai cittadini di ogni Regione”. A dichiararlo Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva che proprio sei giorni fa aveva inviato una diffida formale rivolta al Presidente del Consiglio dei Ministri nonché Presidente della Conferenza permanente Stato-Regioni e a tutti i Presidenti delle Regioni e delle Province autonome, affinché venisse convocata la Conferenza Stato-Regioni per l’intesa sul Decreto Tariffe.

“Tuttavia appare evidente, anche dal documento sottoscritto dalle Regioni a suggello dell’Intesa, che l’impegno per garantire i Lea in modo uniforme su tutto il territorio nazionale non è certo terminato: crediamo che le Regioni, oltre a richiedere giustamente che sia effettuato un monitoraggio per valutare l’impatto economico-finanziario che il Decreto avrà sui conti regionali, debbano impegnarsi a loro volta ad assicurare un monitoraggio permanente dell’adempienza sui Livelli essenziali di assistenza, e che le istituzioni tutte debbano essere consapevoli che l’aggiornamento dei Lea va reso una misura dinamica e costante e non un provvedimento “una tantum”. Restiamo perplessi inoltre dal fatto che le Regioni chiedano, come unica misura per assicurare le nuove prestazioni, il superamento del tetto di spesa su quelle effettuate in privato accreditato, e non anche un generale reinvestimento su tutti i settori della sanità pubblica, ad esempio per il rafforzamento delle risorse professionali.

Ci aspettiamo, infatti, che le istituzioni, centrale e territoriali, assumano come ottica condivisa per il futuro il rilancio del Servizio sanitario, la promozione della salute dei cittadini e il superamento delle disuguaglianze. Come cittadini, continueremo a valutare tutti gli aspetti legati all’erogazione dei Lea, per esempio le liste d’attesa e l’accesso effettivo alle prestazioni, la mobilità sanitaria, l’attenzione alla prevenzione, il rischio di desertificazione per i servizi e gli operatori della sanità pubblica”.

Appalti pubblici: una nuova piattaforma per mettere in comunicazione gli acquirenti pubblici dell’UE

Oggi la Commissione europea vara la Public Buyers Community Platform, una piattaforma innovativa progettata per facilitare la collaborazione e la condivisione delle conoscenze tra gli acquirenti pubblici in tutta Europa. La piattaforma è uno spazio digitale unico, in cui le varie parti interessate, tra cui enti pubblici, industrie, piccole e medie imprese e mondo accademico, possono scambiare le migliori pratiche, condividere esperienze e confrontarsi sui problemi.

L’obiettivo della piattaforma è incoraggiare la collaborazione e formare una comunità di acquirenti pubblici impegnati a migliorare l’efficienza e l’efficacia delle procedure di appalto pubblico. Appalti pubblici efficienti, moderni e ben gestiti possono contribuire a un’economia europea più innovativa, sostenibile e socialmente inclusiva. Stimolano inoltre l’occupazione, la crescita e gli investimenti, e migliorano la qualità dei servizi pubblici.

Il varo della Public Buyers Community Platform rappresenta un progresso significativo verso il raggiungimento dell’obiettivo della Commissione europea di promuovere trasparenza, equità e concorrenza negli appalti pubblici. La piattaforma fa seguito alla nascita dello spazio europeo di dati sugli appalti pubblici, che consente di condividere dati sulla preparazione delle gare d’appalto, sulle gare stesse e sul loro esito. La piattaforma, accessibile a tutti i professionisti degli appalti pubblici europei, dovrebbe migliorare la gestione degli appalti nell’UE. Per aderire alla piattaforma e iniziare a beneficiare delle conoscenze e delle esperienze della sua comunità, si rimanda al sito web della piattaforma.

Per approfondire

Terapie digitali: esperti network EIT Health, tecnologia in crescita ma mancano norme per farle decollare

Da un’App per la terapia cognitivo-comportamentale dell’insonnia cronica a un software digitale che monitora la pressione sanguigna e aiuta a gestire lo stile di vita dei pazienti con ipertensione, fino a una maglietta hi-tech per la tele-riabilitazione neuromotoria dei pazienti nel loro domicilio. Queste sono solo alcune terapie digitali (DTx) in via di sviluppo da start-up innovative italiane, che mostrano quanto questo nuovo settore della medicina sia vivace e in crescita. Tuttavia, nel nostro non esistono ancora norme specifiche in materia di autorizzazione e rimborso e né vi sono DTx commercializzati, usati o rimborsati. Per ridurre questo gap tra evoluzione tecnologica, normativa e pratica clinica, il partenariato italiano di EIT Health InnoStars ha recentemente pubblicato un Position Paper dal titolo “Terapie digitali: il panorama italiano e il contributo dei partner EIT Health per un contesto armonizzato. Il documento fotografa il panorama italiano nell’ambito a ottobre 2022 e indica la strada da seguire per favorire l’uso degli strumenti di salute digitale ed in particolar modo degli stessi DTx in Italia.

“Non si tratta solo di salute ma anche di una immensa opportunità economica in rapida espansione – dice Marco Aiello (membro del Supervisory Board – EIT Health InnoStars, ricercatore di Medical Imaging presso IRCCS Synlab SDN) -. Si stima che il mercato globale delle terapie digitali possa raggiungere i 9.4 miliardi di dollari entro il 2028. Altre ricerche stimano che la soglia dei 9 miliardi di dollari possa essere raggiunta già nel 2025 e che l’adozione delle terapie digitali da parte dei pazienti cresca di oltre 10 volte entro il 2023”. Il solo mercato europeo della terapeutica digitale è stato valutato a 503.48 milioni di dollari nel 2018 e si stima che raggiungerà i 2.3 miliardi di dollari entro il 2026.

Le terapie digitali in Italia

L’utilizzo dei DTx, definite come tecnologie che “offrono interventi terapeutici che sono guidati da programmi software di alta qualità, basati su evidenza scientifica”, rappresenta uno dei più promettenti strumenti di gestione di un modello di medicina sempre più di massa, che voglia mantenere alti livelli di qualità. I DTx in Italia sono allineati al Regolamento (UE) 2017/745 sui dispositivi medici. Ciò significa che i DTx devono fornire interventi terapeutici basati sull’evidenza per prevenire, gestire o curare un disturbo o una malattia medica. Come appunto il software per l’insonnia cronica, sviluppato da daVi Digital Medicine srl, in collaborazione con Cloud-R, Milano e l’Università di Verona; o la DTx contro l’ipertensione arteriosa, sviluppata da daVi Digital Medicine srl, in collaborazione con Polifarma Spa; o il dispositivo AuReha, sviluppato da DigitalRehab Ltd per la riabilitazione neuromotoria.

Per favorire il dibattito sul tema e formulare raccomandazioni utili allo sviluppo del settore, il partenariato italiano di EIT Health InnoStars, nell’ottobre dello scorso anno, ha tenuto una tavola rotonda con alcuni dei più importanti stakeholders nazionali. L’evento, intitolato “Digital Therapeutics: a che punto siamo?” ha visto tra i suoi partecipanti: Gennaro Piccialli, Direttore – CESTEV Università degli Studi di Napoli Federico II; Ferenc Pongracz, Regional Director – EIT Health InnoStars;  Marco Aiello, membro del Supervisory Board – EIT Health InnoStars; Chiara Maiorino, Ecosystem Lead per l’Italia – EIT Health InnoStars; Ilaria Leggeri, Head of Pubblic Affair – EIT Health;  Fidelia Cascini, Esperta di Sanità Digitale del Ministero italiano della salute; Giuseppe Recchia, Co-fondatore & CEO di daVi DigitalMedicine; Alberta Spreafico, Global Head of Digital Health Innovation & Strategy – Healthware Group e Sabrina Grigolo, paziente esperta Progetto EUPATI. Dall’analisi del contesto europeo ed italiano dei DTx e dal confronto tra gli intervenuti alla tavola rotonda, è emerso a seguire il Position Paper che indica la strada per favorire l’uso degli strumenti di salute digitale ed in particolar modo degli stessi DTx nel Paese. “I partner italiani della rete EIT Health – spiega Chiara Maiorino , Ecosystem Lead per l’Italia per EIT Health InnoStars – si propongono come piattaforma di connessione tra l’ecosistema italiano, operante in ambito sanitario, e quello europeo, mettendo a disposizione le proprie conoscenze”.

Serve interazione tra istruzione, ricerca e innovazione

Le azioni di promozione dei DTx devono partire da una approfondita conoscenza della materia, cui deve far fronte un processo autorizzativo a livello normativo, informato a questa stessa conoscenza ed alle più avanzate evidenze scientifiche. “L’interazione tra istruzione, ricerca e innovazione è essenziale – rimarca Aiello -. La dialettica tra queste tre realtà, a cui si aggiunge il mondo dei pazienti e degli enti regolatori è stato il punto di riferimento della tavola rotonda” . Aggiunge Salvatore Panico, professore ordinario di Medicina Interna presso la Scuola di Medicina dell’Università Federico II di Napoli“I DTx come i farmaci devono seguire un percorso di validazione che permetta di conoscere la loro efficacia e la loro sicurezza”. Il punto – chiarisce Panico – è che “dall’analisi della letteratura scientifica è chiaro che siamo ancora in una fase iniziale di costituzione di un corpo di conoscenza utilizzabile in maniera diffusa”. La chiarezza terminologica così come l’istruzione sull’uso dei Dtx, a livello non solo di operatori sanitari, ma dei pazienti stessi, pure è risultato essere un obiettivo essenziale.  Il Position Paper rimarca inoltre il notevole spettro di applicazioni di questi sistemi che ne dovrebbe giustificare la considerazione anche per il rimborso da parte del Servizio Sanitario Nazionale. “Attualmente – ricorda Oscar Mayora, a capo del Digital Health Lab presso Fondazione Bruno Kessler – i sistemi sanitari hanno serie difficoltà nel fornire numerosi servizi. La diffusione dei DTx potrebbe consentire l’uso di applicazioni per fornire supporto di base ai pazienti con bassi o moderati livelli di rischio e per liberare i professionisti sanitari per occuparsi di quei pazienti che necessitano di maggiore assistenza, come per esempio nel caso della psicologica oncologica”.

EIT Health

EIT Health è una delle nove Knowledge Innovation Community (KIC) dell’istituto europeo di innovazione e tecnologia (EIT), un organismo dell’UE e un partenariato istituzionalizzato nell’ambito del terzo pilastro di Horizon Europe. Istituita nel 2015 per affrontare le sfide sociali di “salute, cambiamento demografico e benessere” all’interno dell’UE, EIT Health conta 150 organizzazioni e istituzioni partner del mondo accademico, aziendale, della ricerca e dell’assistenza sanitaria, che lavorano in sinergia per promuovere l’innovazione in ambito sanitario e quindi la salute e il benessere dei cittadini europei.

In Italia, EIT Health è rappresentato da otto associate e core partner, tra istituzioni accademiche, centri di ricerca e aziende (Università degli Studi di Napoli Federico II, Università degli Studi di Torino, Istituto Italiano di Tecnologia, Synlab Italia, Synlab SDN, BioCheckUp, Fondazione Bruno Kessler e ART- ER) e quattro network partners (Life Science District , Bioindustry Park Silvano Fumero, Value Services e AdvicePharma Group) che contribuiscono all’implementazione dei progetti di innovazione, education e creazione d’impresa in ambito sanitario, promossi da EIT Health.

EIT Health InnoStars

EIT Health InnoStars è una delle otto aree geografiche di EIT Health. Copre metà dell’Europa, tra cui Ungheria, Italia, Polonia e Portogallo, nonché altre regioni incluse nel programma di innovazione regionale dell’EIT: Croazia, Cechia, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia e Romania. Riunisce 25 partner principali e associati provenienti dalla ricerca, dal mondo accademico e dal business.

Per approfondire

Fiaso lancia una borsa di studio intitolata a Francesco Ripa di Meana

Una borsa di studio intitolata a Francesco Ripa di Meana per giovani manager che si siano distinti per la promozione e l’implementazione di esperienze di management innovative in sanità. A bandirla è la Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso), di cui Ripa di Meana è stato socio fondatore e per tre volte Presidente, in occasione del trigesimo della sua scomparsa.

L’iniziativa si rivolge a manager e aspiranti manager della sanità e intende stimolare la riflessione sul ruolo del management nella promozione dell’innovazione come strumento privilegiato per affrontare contesti complessi e garantire risposte adeguate, in termini di qualità e sicurezza, ai bisogni dei cittadini, nel rispetto delle esigenze di sostenibilità complessiva del sistema. 

Al vincitore della borsa di studio sarà data la possibilità di frequentare gratuitamente l’Osservatorio sul management degli acquisti e dei contratti in sanità, organizzato da Cergas – Sda Bocconi, partner dell’iniziativa.

Francesco Ripa di Meana si è spento a 72 anni il 19 marzo scorso. Medico specializzato in medicina del lavoro e manager, è stato Presidente di Fiaso dal 2006 al 2009, dal 2014 al 2017 e poi ancora dal 2018 al 2021. Nel corso dei suoi mandati ha orientato la Federazione alla promozione e diffusione della cultura manageriale, mettendo a disposizione del Servizio sanitario nazionale e del Paese la ricca e articolata esperienza e riflessione del management della sanità italiana su temi quali le garanzie di accesso per i cittadini a servizi di qualità, la governance e la sostenibilità del Ssn, il valore e la cura del capitale umano, il riconoscimento delle nuove competenze e figure professionali, oltre che il ruolo e l’autonomia del management e la formazione manageriale, con particolare attenzione per il middle management. È stato direttore generale di diverse Aziende sanitarie e ospedaliere, come la Asl di Viterbo, l’Azienda Usl di Piacenza, l’Azienda Usl di Bologna, l’Ircss Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna e gli IFO Istituto Regina Elena-Istituto San Gallicano. A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta aveva lavorato come medico in Mozambico e come project manager in ambito sanitario per la Cooperazione italiana in Brasile. Nel 2018 ha promosso la prima Convention del management della sanità italiana, organizzata per il ventennale di Fiaso, durante la quale aveva rivendicato il ruolo e il contributo delle Aziende sanitarie a garanzia della tutela del diritto alla salute.

“Con la borsa di studio vogliamo investire in un giovane talento, a partire dall’esempio di un manager appassionato e visionario come Ripa di Meana, che ha attraversato, sapendole interpretare, varie stagioni del Ssn – dichiara Giovanni Migliore, Presidente di Fiaso -. Un modo per ricordarlo, rendendo merito alla sua grande eredità, umana e professionale, e alla sua attenzione costante e tenace al contributo del management alla sanità pubblica del Paese, che è stata uno dei tratti distintivi di tutta la sua vita”.

La borsa di studio sarà regolata da un bando di prossima pubblicazione a cura della Federazione.

A caccia di dati sugli appalti sostenibili in sanità

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Nell’autunno scorso, la giornalista di TrendSanità Adriana Riccomagno ha sottoposto alla Berlin Science Week il progetto di un’indagine sul tema della disponibilità di dati sugli appalti pubblici sostenibili in Europa: la base di partenza per conoscere la situazione e poter prendere di conseguenza decisioni in un’ottica di maggiore sostenibilità. La proposta è stata accolta con il Journalism Grant della Berlin Science Week ed è diventata un ebook. Nel frattempo l’argomento è diventato ancora più caldo, visto che proprio poche settimane fa la Commissione ha annunciato un piano per costruire uno spazio europeo di dati sugli appalti pubblici.

Nell’ebook emerge come in Europa siano attive numerose realtà che, a vario titolo, si impegnano per favorire una maggiore sostenibilità negli appalti pubblici: associazioni, Ong, consorzi interuniversitari. Alcune di esse (in particolare Consip, Osservatorio Appalti Verdi e Sapiens Network) hanno accettato di fornire i dati a loro disposizione e di condividere le proprie riflessioni su quali siano al momento le maggiori criticità del settore e in che modo ritengano che sia possibile adoperarsi per superarle. Si evince anche come nei Paesi nordici probabilmente la sensibilità sia maggiore, ma il nostro Paese si ponga in una posizione d’avanguardia nel settore con i Criteri Ambientali Minimi (Cam): l’Europa stessa sembra voler andare in questa direzione.

SIP: giusta la stretta sui pediatri a gettone, ma occorre una strategia di uscita

La “stretta” decisa dal governo sul ricorso ai Pediatri a gettone è giusta e condivisibile, ma occorre trovare una “strategia di uscita” per garantire la sopravvivenza di molti reparti di Pediatria.

L’appello arriva dalla Società Italiana di Pediatria, che sottolinea come l’aumento progressivo dell’età media dei Pediatri e del numero di pensionamenti, sia nel territorio che in ospedale, e il numero crescente di pediatri che scelgono di lasciare l’ospedale per dedicarsi al territorio o all’attività privata, stiano mettendo a rischio il funzionamento stesso di molte strutture ospedaliere di Pediatria e di Punti Nascita, nei quali non si riesce più ad assicurare la continuità dell’assistenza. Proprio per tale ragione numerose realtà, per tamponare l’emergenza personale, sinora hanno fatto ricorso ai medici gettonisti, con poco controllo su professionalità e competenza degli operatori ed a discapito della sicurezza delle cure.  

Un fenomeno certamente da contrastare, prevedendo però adeguate contromisure, senza le quali ben 65 Pediatrie di tutta Italia rischierebbero la paralisi.

Quali le proposte avanzate dalla Società Italiana di Pediatria?

La razionalizzazione delle piccole Strutture Ospedaliere di Pediatria (ormai quasi esclusivamente dedicate ad una attività ambulatoriale di “emergenza”, spesso in condizioni di estrema precarietà assistenziale e strettamente collegate al mantenimento di Punti Nascita substandard) può rappresentare un primo intervento, ma non in grado, da sola, di dare una risposta efficace e duratura.

Altro provvedimento utile per tamponare la criticità della situazione può essere rappresentato dal ricorso all’attività aggiuntiva (con remunerazioni orarie sovrapponibili a quelle riservate ai gettonisti) da parte di specialisti dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, superando il limite dell’appartenenza alla stessa Azienda e favorendo una disponibilità su base regionale (ed eventualmente anche extraregionale).

Nella consapevolezza di come sia però necessaria una strategia di cambiamento di più ampio respiro, la Società Italiana di Pediatria propone che, almeno fino al superamento della situazione di emergenza, sia modificata la modalità di accesso al mondo del lavoro dei giovani Pediatri e degli specializzandi dell’ultimo biennio del percorso formativo, strutturando un rapporto di lavoro che preveda lo svolgimento dell’attività assistenziale da parte di ciascun professionista sia in Ospedale che sul Territorio. Questa modalità, da considerare obbligatoria per tutti i nuovi Pediatri assunti dal SSN, potrebbe essere estesa, su base opzionale, anche a coloro che già prestano servizio, sia come pediatri ospedalieri che come pediatri di libera scelta. Un modello organizzativo di questo tipo potrebbe ridurre il fenomeno della “fuga” dagli ospedali e, al tempo stesso, consentire una migliore copertura territoriale anche nelle aree geografiche più svantaggiate. Sarà necessario declinare meglio le modalità di strutturazione dei diversi contratti di lavoro e definire gli aspetti economici, ma il superamento del rapporto di esclusività appare il passaggio fondamentale sul quale costruire i nuovi modelli operativi dell’assistenza pediatrica e neonatologica nel nostro Paese.

Già oggi, infatti, conclude la Società Italiana di Pediatria, non vi sono i medici specialisti in Pediatria necessari per mantenere l’attuale sistema organizzativo, realizzatosi nel nostro Paese a partire dal 1980, che prevede una assistenza pediatrica territoriale distinta e non integrata con quella ospedaliera. Il gap già esistente è destinato ad aumentare nei prossimi 3-4 anni, nonostante la riduzione della natalità e l’aumento del numero dei contratti per le scuole di specializzazione, per il numero elevato di pensionamenti tra i pediatri di famiglia e di dimissioni volontarie tra i pediatri ospedalieri.

Per approfondire

Telethon lancia un nuovo modello contrattuale per i ricercatori

Maggiori tutele e un percorso di carriera definito sin dalla laurea: Fondazione Telethon ETS lancia per i propri ricercatori e il proprio personale tecnico un nuovo, moderno, Contratto Collettivo Nazionale Aziendale di Lavoro. Il contrattoha l’ambizione di aprire la strada a tutti gli enti scientifici privati non industriali su scala nazionale e coniuga i diritti del lavoratore con la flessibilità necessaria a chi si dedica alla ricerca, riconoscendone il valore professionale e le mansioni svolte.

L’Accordo, che supera i contratti precari e atipici nel mondo dei ricercatori, è stato realizzato in collaborazione con la FIR CISL e pienamente appoggiato dalle Istituzioni di riferimento. A renderne possibile il varo è stato il DL. 148/2011 “Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità”, fortemente voluto dall’allora Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che permette di realizzare “specifiche intese finalizzate alla maggiore occupazione di natura subordinata e alla qualità dei contratti di lavoro”.

Con il nuovo contratto vengono garantiti i vantaggi del lavoro subordinato come la previsione di un salario minimo coerente con i livelli di inquadramento definiti nell’accordo e che caratterizzano il percorso di carriera dei ricercatori. Inoltre, lavoro flessibile pari a 40 ore settimanali; tutele garantite dalla Gestione Inps Lavoro Dipendente, quali malattia, maternità, paternità e congedi (tutte cumulabili ai fini della pensione); riconoscimento del Trattamento di fine rapporto; quattro settimane di ferie retribuite all’anno; welfare aziendale e assicurazione sanitaria

Telethon, che dalla ricerca trae nutrimento per adempiere alla propria missione, si è impegnata per garantire ai propri ricercatori un contratto di riferimento che restituisse dignità a questo tipo di impiego e superasse nello stesso tempo le problematiche legate alla natura stessa di un lavoro definito dal singolo progetto di ricerca e strettamente correlato alla durata del finanziamento dello stesso. 

“Proprio la mancanza di tutele e la mancata definizione di un percorso certo di carriera spiega il Presidente di Fondazione Telethon Luca di Montezemolo influiscono sulla scelta dei ricercatori di recarsi all’estero. Attraverso questo contratto possiamo invece offrire una valida opzione ai giovani per restare nel nostro Paese, e attrarre anche talenti internazionali. Il nostro augurio è che questo modello possa diventare un punto di riferimento anche per altri enti di ricerca scientifica privati non industriali”.

Il cammino iniziato nel 2019 e portato avanti con il pieno appoggio del Sindacato Nazionale e delle Istituzioni arriva oggi al suo primo traguardo con la presentazione del nuovo Accordo Collettivo Nazionale per i Ricercatori di Fondazione Telethon – aggiunge Francesca Pasinelli, Direttore Generale di Fondazione TelethonSiamo molto orgogliosi di annunciare il compimento di un percorso in cui abbiamo creduto fortemente e al quale abbiamo dedicato grande impegno, a tutela di chi sceglie una professione così strategica per la collettività, cioè contribuire all’avanzamento della conoscenza in ambito biomedico. Oltre alla conciliazione vita-lavoro per ricercatrici e ricercatori, l’accordo prevede prestazioni di welfare aziendale di cui divengono beneficiari anche i familiari, in linea con le previsioni normative. Crediamo che offrire le migliori condizioni di lavoro sia essenziale per valorizzare e attrarre questi talenti di cui spesso si lamenta la fuga verso altri Paesi.”

Nel 2021 ogni medico ha perso in media 3.500 euro: il ginepraio dei fondi contrattuali

I medici ospedalieri lavorano più del dovuto, guadagnano meno di quel che spetterebbe loro e non fanno carriera. Sono queste le conclusioni che è possibile trarre analizzando il Conto annuale 2021, pubblicato da poco, e i dati forniti dalle aziende sanitarie relativi ai fondi contrattuali. Un’analisi, condotta dal sindacato CIMO-FESMED, da cui emerge chiaramente il mancato rispetto del contratto collettivo nazionale di lavoro, la mancata attribuzione degli incarichi dirigenziali, il ricorso eccessivo agli straordinari in sostituzione delle prestazioni aggiuntive per colmare le sempre maggiori carenze di organico e un utilizzo improprio dei fondi.

Su 225 aziende sanitarie, oltre l’86% ha fornito informazioni complete. Parliamo dunque di una solida base dati da cui emerge subito che l’entità del residuo dei tre fondi contrattuali della dirigenza medica e sanitaria ammonta, su 192 aziende, a 389,7 milioni di euro, cifra che supera i 455 milioni se il dato è proiettato a tutte e 225 le aziende. Parliamo di un tesoretto, derivante dal non completo utilizzo dei tre fondi contrattuali, che deve essere integralmente riversato nelle buste paga dei professionisti nel corso dell’anno successivo. Purtroppo questo non avviene: dall’indagine emerge infatti che gran parte dei residui del 2021 non sono stati ancora erogati dalle aziende; anzi, nei bilanci continuano a comparire ingenti residui relativi anche agli anni precedenti, che dunque non sono stati ancora distribuiti ai medici.

Approfondendo ulteriormente l’analisi dei tre fondi, emerge un ulteriore elemento di riflessione. Sono ben 105 le aziende che hanno registrato, nel corso del 2021, un disavanzo del proprio fondo di risultato (sistema premiante) e/o di disagio (retribuzione straordinari, turni festivi, notturni, ecc.) pari, complessivamente, a oltre 116 milioni di euro.

Le cause del disavanzo possono essere molteplici: un numero eccessivo di turni e disponibilità rispetto alla reale capienza dei fondi che regolamentano il lavoro dei medici o il ricorso al lavoro straordinario al posto delle prestazioni aggiuntive per sopperire alla carenza di personale, che consente alle aziende di risparmiare risorse proprie sottraendo risorse al fondo dei medici e sanitari per completare le ore di assistenza. In altre parole, il lavoro aggiuntivo dei medici è finanziato non con risorse aziendali aggiuntive, ma con i fondi degli stessi medici. 

Tuttavia il saldo negativo di questi due fondi è compensato da parte dei residui del fondo destinato agli incarichi dei professionisti. Sarà forse questo il motivo per il quale gli incarichi professionali non vengono attribuiti? La progressione di carriera dei medici sarà forse impedita per poter garantire alle aziende la possibilità di utilizzare il fondo di posizione per eliminare i saldi negativi degli altri fondi?

Ecco perché il trasferimento delle risorse da un fondo all’altro è fortemente contrastato da CIMO-FESMED; infatti senza queste acrobazie contabili i residui del 2021 ammonterebbero ad un totale di 578 milioni di euro.

Risultato finale: ciascun dirigente medico, sanitario e veterinario nel 2021 ha perso mediamente tra i 3.566 e i 4.480 euro, ovvero dai 297 ai 373 euro mensili, a cui si aggiungono, ovviamente, i residui non ancora distribuiti degli anni precedenti. Ad esempio, nel 2020, la perdita pro capite mensile oscilla tra i 235 e i 316 euro. Cifre che superano di parecchio quanto previsto dall’aumento del prossimo rinnovo contrattuale.

«Sono numeri impietosi, che fanno luce su come i fondi contrattuali della dirigenza medica e sanitaria siano oramai un ginepraio – commenta Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED (che riunisce le sigle ANPO, ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED) -. Per questo, nelle trattative in corso presso l’Aran per il rinnovo del CCNL 2019-2021, stiamo insistendo affinché il contratto sia realmente esigibile, obbligando le Aziende ad affidare gli incarichi ai medici e ad utilizzare i fondi in maniera corretta. Se i vincoli di bilancio limitano l’aumento delle retribuzioni, non accettiamo che i nostri diritti vengano negati da contratti resi volutamente non esigibili».

Per approfondire

DEF 2023, Gimbe: preoccupanti segnali di definanziamento alla sanità

Lo scorso 11 aprile il Consiglio dei Ministri ha approvato il Documento di Economia e Finanza (DEF) 2023 che certifica per l’anno 2022 una spesa sanitaria di € 131.103 milioni, inferiore di quasi € 3 milioni rispetto ai € 133.998 milioni previsti dall’ultima Nota di Aggiornamento DEF 2022.

«Rispetto alle previsioni di spesa sanitaria sino al 2026 – afferma Nino Cartabellotta Presidente della Fondazione GIMBE – il DEF 2023 certifica l’assenza di un cambio di rotta post-pandemia ignorando il pessimo “stato di salute” del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), i cui princìpi fondamentali di universalità, uguaglianza ed equità sono minati da criticità che compromettono il diritto costituzionale alla tutela della salute. Interminabili liste di attesa costringono a ricorrere al privato, aumentano la spesa out-of-pocket e impoveriscono le famiglie, sino alla rinuncia alle cure; diseguaglianze regionali e locali nell’offerta di servizi e prestazioni determinano migrazione sanitaria, inaccessibilità alle innovazioni, sino alla riduzione dell’aspettativa di vita».

Vengono di seguito riportate le analisi indipendenti della Fondazione GIMBE sulle previsioni di spesa sanitaria per l’anno 2023 e per il triennio 2024-2026.

2023. Il rapporto spesa sanitaria/PIL nel 2023 scende a 6,7% rispetto al 6,9% del 2022, anche se in termini assoluti la previsione di spesa sanitaria è di € 136.043 milioni, ovvero € 4.319 milioni in più rispetto al 2022 (+3,8%). «Tuttavia il roboante incremento di oltre quattro miliardi di euro nel 2023 – precisa Cartabellotta – è solo apparente: sia perché oltre due terzi (67%) costituiscono un mero spostamento al 2023 della spesa sanitaria prevista nel 2022 per il rinnovo contrattuale del personale dirigente, sia per l’erosione del potere di acquisto visto che secondo l’ISTAT ad oggi l’inflazione acquisita per il 2023 si attesta a +5%, un valore superiore all’aumento della spesa sanitaria che, invece, si ferma a +3,8%».

2024-2026. Nel triennio 2024-2026, a fronte di una crescita media annua del PIL nominale del 3,6%, il DEF 2023 stima quella della spesa sanitaria allo 0,6%. Il rapporto spesa sanitaria/PIL si riduce dal 6,7% del 2023 al 6,3% nel 2024 al 6,2% nel 2025-2026. Rispetto al 2023, in termini assoluti la spesa sanitaria nel 2024 scende a € 132.737 milioni (-2,4%), per poi risalire nel 2025 a € 135.034 milioni (+1,7%) e a € 138.399 (+2,5%) nel 2026. «È del tutto evidente – spiega Cartabellotta – che il risibile aumento medio della spesa sanitaria dello 0,6% nel triennio 2024-2026 non coprirà nemmeno l’aumento dei prezzi, sia per l’erosione dovuta all’inflazione, sia perché l’indice dei prezzi del settore sanitario è superiore all’indice generale di quelli al consumo. In altri termini, le previsioni del DEF 2023 sulla spesa sanitaria 2024-2026 certificano evidenti segnali di definanziamento: in particolare il 2024, ben lungi dall’essere l’anno del rilancio, fa segnare un -2,4% che dissolve ogni speranza di nuove risorse per la sanità nella prossima Legge di Bilancio».

Complessivamente le stime del DEF 2023 confermano che la sanità rimane la cenerentola dell’agenda politica per almeno tre ragioni. Innanzitutto, il rapporto spesa sanitaria/PIL scende dal 6,9% del 2022 al 6,2% nel 2026, un valore inferiore a quello del 2019 (6,4%), confermando che dalla pandemia non è stato tratto alcun insegnamento; in secondo luogo, nel triennio 2024-2026 il DEF stima una crescita media annua del PIL nominale del 3,6%, a fronte dello 0,6% di quella della spesa sanitaria; infine, il DEF 2023 non fa alcun cenno alle risorse necessarie per abolire gradualmente il tetto di spesa per il personale sanitario e per approvare il cd. “decreto tariffe” sulle prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale e di protesica: due priorità assolute per rilanciare le politiche del capitale umano e garantire a tutti i “nuovi” Livelli Essenziali di Assistenza e l’accesso alle innovazioni. «Programmi e numeri del DEF 2023 – continua il Presidente – confermano che, in linea con quanto accaduto negli ultimi 15 anni, la sanità pubblica non rappresenta una priorità politica neppure per l’attuale Esecutivo. La sanità rimane un bancomat per la facile aggredibilità della spesa pubblica e nei rari casi di crescita economica i benefici per il SSN non sono mai proporzionali, rendendo impossibile rilanciare il finanziamento pubblico».

«Il Piano di Rilancio del SSN recentemente elaborato dalla Fondazione GIMBE – conclude Cartabellotta –rileva l’inderogabile necessità di aumentare il finanziamento pubblico per la sanità in maniera consistente e stabile, allineandolo entro il 2030 alla media dei paesi europei, al fine di garantire l’erogazione uniforme dei LEA, l’accesso equo alle innovazioni e il rilancio delle politiche del personale sanitario. Considerato che nel 2021 il gap con la media dei paesi europei era di quasi € 12 miliardi, il DEF 2023 non ha affatto posto le basi per colmarlo. Al contrario prosegue con la strategia di definanziamento pubblico della sanità che aumenterà la distanza dalla media dei paesi europei e porterà al collasso del SSN, compromettendo definitivamente il diritto costituzionale alla tutela della salute delle persone».

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PA: sì agli elogi sul sito web, ma attenzione alla privacy

L’uso del pennarello nero o del bianchetto non rappresenta una modalità efficace per rendere anonimi i dati personali degli utenti che vengono pubblicati on line. Anche nella pubblicazione dei feedback positivi sulla loro attività, le amministrazioni pubbliche devono tener presente la disciplina privacy, specialmente quando si tratta di dati sanitari.

È quanto sottolinea il Garante per la protezione dei dati personali al termine di una istruttoria che ha portato una sanzione di 50mila euro per l’Azienda sanitaria locale di Bari.

A seguito di una segnalazione giunta all’Autorità, è emerso infatti che la Asl, nel corso di sei anni, ha diffuso informazioni sullo stato di salute di centinaia di interessati all’interno di una sezione del sito istituzionale, denominata “Parlano bene di noi” e dedicata a raccogliere gli elogi ricevuti da utenti e associazioni.

Lo scopo era dunque quello di informare sul miglioramento dei rapporti con i cittadini, ma nei documenti consultabili on line (copie scansionate degli appositi moduli di ringraziamento, e-mail e lettere) erano presenti dati anagrafici e di contatto degli assistiti e numerose informazioni relative allo stato di salute dei soggetti che avevano presentato l’elogio, come dettagli clinici degli interventi o delle prestazioni ricevute, diagnosi, anamnesi. In alcuni elogi pubblicati, i riferimenti erano stati cancellati, in modo approssimativo, con il tratto di un pennarello nero, che non impediva di leggere le parti oscurate e da cui era possibile identificare gli autori.

Nel sanzionare la struttura, il Garante ha ricordato che la disciplina privacy impedisce la diffusione delle informazioni sullo stato di salute e che tali dati possono essere comunicati a un soggetto diverso dall’interessato solo sulla base di un idoneo presupposto giuridico o su indicazione dell’interessato stesso.

L’Autorità, ha inoltre osservato che la procedura di cancellazione manuale con pennarello o con bianchetto, per sua natura imprecisa e non definitiva, non può essere definita idonea a rendere anonime le informazioni personali degli interessati, né può definirsi una procedura di “pseudonimizzazione”, anche se eseguita in modo efficace, quanto piuttosto una semplice procedura manuale di oscuramento delle generalità degli interessati.