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Mascherine solo in ospedale. Il parere di medici di famiglia, infettivologi e geriatri

Pazienti fragili, anziani, soggetti colpiti da malattie croniche o immunocompromessi: sono costoro i più esposti e che più sono stati a rischio in queste ultime stagioni; le misure di questi anni hanno tutelato questa enorme comunità di cittadini sensibili e costantemente sotto una minaccia incombente.

Cosa cambia

L’obbligo di mascherina negli ospedali è stato prorogato fino alla fine di questo mese, 30 aprile, da un’ordinanza ministeriale del 29 dicembre 2022. Ma in questi giorni potrebbero essere approvati dei cambiamenti: si sta infatti discutendo se passare ad un programma di protezione più morbido. Sui possibili scenari sono intervenuti i rappresentanti delle società scientifiche SIGOT – Società Italiana di Geriatria, Ospedale e Territorio, SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie, SIMIT – Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali.

Il medico di medicina generale

Il 30 aprile si conclude il termine previsto dal decreto per l’obbligo dell’uso di mascherine all’interno di strutture sanitarie, RSA e di altre strutture assistenziali – commenta il responsabile della società che raccoglie i Medici di Famiglia, il Prof. Claudio Cricelli, Presidente SIMGMolti si chiedono se sia opportuno che questo decreto prolunghi tale obbligo o se non sia arrivato il momento di sospenderlo definitivamente. Bisogna distinguere le situazioni: da una parte vi sono luoghi sensibili e critici dove si annida ancora un elevato rischio di contagio di Covid, in particolare per le persone anziane e vulnerabili; dall’altra, vi sono luoghi in cui tale divieto non ha più senso, perché il mondo intorno a questi ambienti è totalmente privo di qualsiasi protezione con le mascherine. Riteniamo quindi che sia opportuno mantenere ancora delle restrizioni nei luoghi dove realmente si concentrano le persone a più alto rischio, compresi alcuni settori specifici delle strutture ospedaliere e alcuni luoghi residenziali come le RSA dove l’ingresso esterno può portare il contagio da parte dei visitatori: in questi casi, la presenza della mascherina, soprattutto da parte degli ospiti, dovrebbe continuare ad essere consentita; in altri luoghi, c’è una tale circolazione libera che l’obbligo della mascherina non costituirebbe più un ostacolo alla diffusione del virus. Riteniamo tuttavia che ci sia un aspetto soggettivo nell’indossare la mascherina: a prescindere dalle indicazioni che verranno previste dalla legge, molte persone percepiscono soggettivamente il rischio del contagio e non si deve dissuadere chi ritiene legittimamente di indossare una mascherina a scopo protettivo in luoghi con un elevatissimo affollamento, come i mezzi pubblici, in cui la mascherina è consigliabile”.

I geriatri

In questi giorni si sta discutendo sull’opportunità dell’obbligo sull’uso dei dispositivi di protezione individuali all’interno delle strutture sanitarie – evidenzia il geriatra del San Giovanni Addolorata, Prof. Lorenzo Palleschi, Presidente eletto SIGOTCertamente le manifestazioni cliniche dell’infezione da SARS-CoV-2 sono attualmente radicalmente modificate rispetto a quanto avveniva nel recente passato; pertanto, attualmente le complicanze gravi dell’infezione da SARS-CoV-2 sono fortunatamente rare, grazie alla campagna di vaccinazione effettuata nel nostro Paese su larga scala. Tuttavia, i cosiddetti pazienti fragili, che hanno una ridotta capacità di risposta e reazione nei confronti di agenti perturbanti, sia esterni che interni, ossia i pazienti immunodeficienti, i pazienti oncoematologici, i pazienti affetti da gravi insufficienze d’organo come insufficienza renale o respiratoria, i pazienti in generale affetti da più patologie croniche contemporaneamente e i pazienti di età molto avanzata – per queste categorie sarebbe auspicabile un mantenimento di un livello di vigilanza alta, per cui soprattutto all’interno di strutture sanitarie per pazienti cronici e non autosufficienti come le RSA, nei luoghi di cura come le lungodegenze mediche post-acuzie, nei reparti ospedalieri come le unità operative di geriatria in cui sono maggiormente ricoverati queste categorie di pazienti fragili, potrebbe essere opportuno il mantenimento dell’obbligo dell’utilizzo dei dispositivi a tutela di questa particolare categoria di pazienti”.

Gli infettivologi

Le mascherine hanno avuto un ruolo cruciale soprattutto nei primi due anni di pandemia. Si tratta di uno strumento molto efficiente in rapporto qualità-prezzo, visti i costi molto bassi e i risultati efficaci: l’Rt infatti è stato mantenuto basso in rapporto all’uso sistematico delle mascherine – sottolinea da parte sua l’infettivologo, il Prof. Marco Falcone, Segretario SIMIT Oggi la situazione epidemiologica è diversa per numerose ragioni: vi è un’immunizzazione pressoché totale della popolazione tra vaccini e immunità naturale; la circolazione del virus rimane limitata; continuano a prevalere varianti che non provocano una malattia grave. Pertanto, non si ravvisa una necessità dell’uso obbligatorio di mascherine, che hanno un ruolo più limitato che in passato. Tuttavia, nei soggetti più fragili (immunodepressi, anziani) ancora adesso la mascherina è molto efficace per permettere una protezione di se stessi. Suggerisco quindi caldamente a chi abbia problemi di salute che provochino un maggior rischio infettivo di proteggersi con le mascherine indipendentemente dal Covid, perché la mascherina è uno strumento semplice, a basso costo e che garantisce il risultato. Mi aspetto un allentamento delle misure, con la scomparsa dell’obbligo di mascherina, ma bisogna continuare a consigliarne l’uso ai soggetti fragili affinché si proteggano da complicazioni gravi che possono essere generate non solo dal Covid ma da ogni microrganismo infettivo (virus, batteri, funghi, ecc.)”.

Per approfondire

InterACTIVE-HD 2.0: nuova piattaforma tecnologica per migliorare la vita dei pazienti in dialisi

Si stima che in Italia circa il 10% della popolazione soffra di una malattia renale cronica. Con sempre maggiore frequenza la patologia raggiunge un livello di gravità tale da richiedere il ricorso a terapie salvavita, i dati parlano di 50.000 pazienti sottoposti a trattamento dialitico nel nostro paese, con un incremento del 2% all’anno. Tra questi pazienti la mortalità dovuta a patologie cardiovascolari e 20 volte superiore a quella della popolazione generale, a causa di fattori di rischio legati alla grave insufficienza renale. In prospettiva futura è quindi fondamentale il ruolo della ricerca scientifica, chiamata allo sviluppo di nuove soluzioni, in grado di migliorare l’efficacia dei trattamenti dialitici.

Su queste basi e dalla sinergia tra medicina e ingegneria biomedica nasce nel 2021 InterACTIVE-HD 2.0, finanziato dal programma Interreg Italia Svizzera e vede tra i partner Politecnico di Milano – Polo di Lecco (capofila italiano) e Fondazione Politecnico di Milano, ASST Lariana, ASST Sette Laghi, ASST Alto Lario, Ente Ospedaliero Cantonale (capofila svizzero) e Kantonsspital Graubunden. Il progetto ha l’obiettivo di migliorare la qualità della vita del paziente dializzato, individuando percorsi di cura personalizzati che, condivisi su una piattaforma tecnologica, possano favorire la mobilità di chi e costretto a sottoporsi a tali terapie salvavita.

Se è vero, infatti, che l’emodialisi e una terapia che ha rivoluzionato la gestione clinica del paziente nefropatico, rimane pero una enorme variabilità di tolleranza al trattamento, che implica la necessita di personalizzare la terapia sul singolo individuo. La possibilità di usufruire di un trattamento omogeneo, condiviso su una piattaforma online, in centri di cura differenti rispetto a quella di riferimento, offrirà al paziente maggiore autonomia e la possibilità di spostarsi sul territorio per svago o lavoro.

Al progetto hanno aderito 150 pazienti in cura presso gli ospedali coinvolti. La prima fase della sperimentazione ha visto l’aggregazione dei dati delle cartelle cliniche dei pazienti a quelli forniti dalle macchine per dialisi, le informazioni raccolte da quest’ultime possono infatti fornire una chiave di lettura della peculiare risposta al trattamento di ogni singola persona in cura.

Grazie al supporto di un team multidisciplinare di ingegneri (Laboratorio Artificial Organs @LaBS guidato dalla prof.ssa Costantino e Team Innovazione in Sanita @DIG guidato dalla prof.ssa Masella) e attraverso l’elaborazione di algoritmi e modelli matematici avanzati, sono stati restituiti dati aggregati che costituiscono un prezioso strumento di supporto per l’individuazione di trattamenti mirati e personalizzati. Si tratta infatti di informazioni che consentono al medico di ottimizzare l’approccio terapeutico al paziente, migliorando soprattutto i disturbi e malesseri che spesso insorgono durante e dopo il trattamento dialitico.

“Con InterACTIVE-HD 2.0, tutto il partenariato ha contribuito allo sviluppo di una serie di strumenti, in termini di sistemi informativi, protocolli, modelli, algoritmi, che hanno consentito la creazione della piattaforma tecnologica per la gestione del dato clinico relativo al paziente in emodialisi presso i centri di confine – dichiara Maria Laura Costantino, docente del Politecnico di Milano -. Tale piattaforma ora in uso nei centri partecipanti al progetto potrà essere offerta anche ad altri centri che ritengono necessario preservare la qualità della vita dei pazienti in dialisi.

In particolare, la ricerca ha restituito dati interessanti sui rischi legati all’ipotensione intradialitica, una tra gli effetti collaterali piu complessi da gestire nel paziente sottoposto a terapia dialitica. Gli algoritmi elaborati durante il progetto permettono oggi di predire il rischio ipotensivo gia ad inizio seduta con una accuratezza del 98% offrendo ai medici strumenti di intervento più tempestivi ed efficaci.

Nello specifico gli studi, effettuati anche tramite l’utilizzo di dispositivi quali smart watch e magliette sensorizzate, hanno permesso di correlare il rischio ipotensivo con la variazione di parametri come la variabilità cardiaca, gli elettroliti e la qualità del sonno durante la notte precedente consentendo quindi approcci più adeguati nelle tempistiche e nella somministrazione della terapia.

“Da sempre i nefrologi mettono in atto strategie per ridurre/evitare gli episodi ipotensivi intradialitici – dichiara la Dott.ssa Carla Colturi, Direttore di Nefrologia e Dialisi – ASST Valtellina e Alto Lario – Tutto quanto abbiamo ora a disposizione non ci ha ancora consentito di azzerare la problematica. Confidiamo che lo studio InterReg, con i numerosissimi dati raccolti dai centri dialisi e con la loro elaborazione ad opera del Politecnico, ci possa offrire nuove indicazioni per la corretta gestione della seduta emodialitica e per la sicurezza dei nostri pazienti. Una dialisi senza complicanze è una dialisi sicura e che migliora la qualità della vita dei pazienti, e, senza complicanze, potrebbe anche permettere un avvicinamento al domicilio del paziente, soluzione più pratica specie in ambienti montani come il nostro.”

Il tema della domiciliazione risulta ancora molto controverso perché il paziente percepisce la propria fragilità. Da un questionario somministrato ad un campione di 45 pazienti in cura presso gli ospedali coinvolti nella ricerca, risulta infatti che il 65% di essi preferisca proseguire con la dialisi presso un centro ospedaliero o in un centro di assistenza in prossimità del proprio domicilio. Solo il 18% dei pazienti preferirebbe dializzare a casa e una percentuale ancora inferiore (2%) lo farebbe con il solo supporto di un famigliare. Tale preferenza sembra sia dovuta a un maggior senso di sicurezza offerto dagli ospedali e da centri affini, soprattutto in caso di imprevisti, oltre alla possibilità di condividere emotivamente l’esperienza con altri pazienti in cura. Soluzione ideale sembra quindi il potenziamento della rete dei centri di assistenza sul territorio.

Il poter usufruire di una piattaforma tecnologica su ampia base territoriale che agevoli la condivisione di protocolli per la gestione dei trattamenti dialitici tra diversi centri ospedalieri, consentirà l’adozione di un approccio paziente-specifico al trattamento, rispondendo appieno alle esigenze del paziente dialitico.

Il farmacista ospedaliero, perno del dialogo fra ospedale e territorio

Chi è il farmacista ospedaliero oggi? Quali competenze ha acquisito e di cosa si occupa nello scenario sanitario italiano? Come riesce ad affrontare e risolvere le criticità che si presentano nella gestione di problematiche terapeutiche sempre nuove? A queste domande intende rispondere il corso di alta formazione Masterpharm 23, evento formativo sviluppato in tre differenti moduli con il coordinamento scientifico di Francesco Cattel, direttore della struttura complessa di farmacia ospedaliera dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino. Il corso, giunto quest’anno alla seconda edizione, si sviluppa in eventi differenziati che hanno preso il via questa settimana a Torino con il modulo base-regionale per il Piemonte, per proseguire poi in giugno (modulo advanced-nazionale, 7-9 giugno) e si concludono a novembre (modulo international, 8-10 novembre), con il coinvolgimento di relatori, docenti ed esperti di settore all’interno di un approccio lavorativo dialogico e pratico.

“Il corso nasce dalla considerazione che la farmacia ospedaliera ha avuto uno sviluppo enorme in questi ultimi vent’anni”, spiega Cattel, che abbiamo intervistato. “Negli anni ‘90 il farmacista ospedaliero era un professionista semi-nascosto, che gestiva il magazzino del farmaco nelle strutture di cura, mentre oggi quando riflettiamo sulle sue competenze attuali ci accorgiamo che vanno dall’oncologia alla ricerca, dalla logistica alla discussione dei casi clinici, dalla relazione con i pazienti per favorirne l’aderenza al contributo in termini di sostenibilità e sicurezza di terapie e di medical device. Abbiamo quindi sviluppato il programma di Masterpharm 2023 cercando di mettere sotto la lente l’insieme di tutte le vastissime responsabilità che oggi sono attribuite alla nostra professione. Il Corso intende proprio illustrare ed approfondire temi ed ambiti professionali, con un obiettivo preciso: cercare di mettere a confronto le migliori esperienze realizzate in Piemonte, in Italia ed all’estero, per farne tesoro ed utilizzarle come best practice operative”.

Chi è oggi il farmacista ospedaliero?

Il farmacista ospedaliero è un collante fra la parte clinico-sanitaria e quella gestionale amministrativa

Un collante, all’interno delle aziende ospedaliere e territoriali, fra la parte clinico-sanitaria e quella gestionale amministrativa. È una figura sanitaria che ha la capacità di dialogare con l’area medica e infermieristica ma allo stesso tempo, avendo attribuzioni di gestione del budget e di politiche di acquisto di beni e servizi sanitari, ha sviluppato anche competenze di tipo amministrativo e gestionale.

Cosa serve quindi per essere un buon farmacista ospedaliero?

Molta pazienza. Essendo una figura eclettica e avendo a che fare con vari profili professionali, serve la costanza di essere camaleontici per spaziare tra tematiche diverse e anche per adattare il proprio approccio e il proprio linguaggio agli interlocutori, che vanno dal primario alla dirigenza economico-finanziaria, agli infermieri, alla componente amministrativa.

Dove si impara?

Grazie all’esperienza sul campo. Il farmacista ospedaliero diventa un esperto di antimicrobial stewardship oppure di logistica non perché qualcuno glielo insegna all’università o durante la specializzazione, anche se adesso c’è qualche esperienza di master in tal senso. Ecco com’è nata la domanda: perché non provare queste attività a metterle in un corso? L’idea dietro Masterpharm è di fare un focus per vedere dove diamo arrivati negli ultimi venti-trent’anni.

Come sta cambiando il vostro lavoro con il PNRR e provvedimenti come il DM77?

Ci sono farmacisti che operano in aziende prevalentemente ospedaliere e altri in aziende prettamente territoriali. Quando parliamo di farmacia sul territorio pensiamo di solito alla farmacia di comunità, ma esistono colleghi del SSN che operano sul territorio, lo monitorano, aiutano a gestire le prescrizioni. Immagino che il farmacista si adatterà alla maggiore attenzione alla territorialità e alla cronicità del paziente con riguardo soprattutto alla continuità ospedale-territorio, perché sempre di più si andrà verso ospedali con centri prescrittivi specialistici che creano ricadute a livello territoriale: ci sarà sempre di più la necessità di migliorare questa comunicazione.

Quali sono i principali ostacoli che vi trovate ad affrontare nel quotidiano?

Serve puntare sull’informatizzazione e sulla condivisione di informazioni in tempo reale

Innanzitutto l’esigenza di trovare strumenti per migliorare la comunicazione tra figure sanitarie a livello multidisciplinare: farmacisti con medici, infermieri, tecnici di laboratorio, territorio. Sicuramente un’informatizzazione omogenea su un’intera Regione e l’uso di tecnologie che consentissero anche una condivisione alle parti cliniche non potrebbero che migliorare e facilitare la situazione, perché perdiamo molto tempo in passaggi che potrebbero essere evitati con un’accesso istantaneo alle informazioni che servono. Penso ad esempio a tecnologie che consentano un maggiore efficientamento degli stock di farmaci grazie a una migliore condivisione informatica: questo potrebbe facilitare la nostra quotidianità.

Più in generale quali spazi di miglioramento vede nella professione?

I giovani farmacisti ospedalieri dovrebbero disporre di borse di tirocinio durante la specializzazione, proprio come i medici

I farmacisti negli ospedali sono trattati dai colleghi medici alla pari e da loro sono aiutati e lodati. Di fatto, però, nell’ambito della formazione i nostri specializzandi non hanno gli stessi diritti dei medici, che hanno contratti e borse di studio pagate per tutto l’iter della specialità. I farmacisti ospedalieri sono stati riconosciuti come figura sanitaria a tutti gli effetti, non medica ma equiparata; eppure i nostri giovani, con la collaborazione e il sostegno delle direzioni di farmacia ospedaliera, faticano a ritagliarsi uno stipendio, quando anche loro danno supporto alla sanità. Sono pochi: non credo che per il Ministero della Salute comporterebbe un eccessivo dispendio economico il fatto che anche loro potessero disporre di borse di tirocinio come i medici.

Osservatorio “Appalti verdi”: monitoraggio civico 2023 per l’applicazione del Green public procurement

Anche quest’anno l’Osservatorio “Appalti verdi” di Legambiente e della Fondazione Ecosistemi realizza il suo consueto monitoraggio civico rispetto all’applicazione del GPP e dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) nelle gare di appalto pubbliche del 2022

Dal 2016 l’art.34 nel codice degli appalti rende obbligatoria la sua applicazione, come lo strumento di politica ambientale più potente ed efficace per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Unione europea e dagli impegni assunti dall’Italia per la crescita dell’economia circolare, la riduzione delle emissioni, il contrasto al cambiamento climatico, l’equità sociale e di genere. 

Come riportato nella lettera inviata alle Aziende Sanitarie dal Direttore Generale di Legambiente Giorgio Zampetti, è possibile compilare il questionario entro il 26/04/2023, usando la password che è stata inviata via PEC dall’Osservatorio, accendendo all’area riservata a questo link.

I dati raccolti saranno utilizzati dall’Osservatorio Appalti Verdi per l’elaborazione del Rapporto annuale sullo stato di applicazione dei Criteri ambientali minimi in vigore, giunto alla sua VI Edizione, analizzare i punti di forza e le criticità, raccogliere suggerimenti sulle attività da sviluppare. Inoltre, per l’Amministrazione che risponde sarà organizzata una formazione, per la quale riceverete un invito a iscrivervi nei prossimi giorni, in cui verranno presentate le attività dell’Osservatorio Appalti Verdi di quest’anno. Sarà l’occasione per approfondire i concetti del GPP alla luce del DNSH ed i principali aspetti applicativi del CAM del LavanoloAffidamento del servizio di lavaggio industriale e noleggio di tessili e materasseria (approvato con DM 9 dicembre 2020 in GURI n. 2 del 4/01/2021), nonché del CAM per le forniture e il noleggio dei prodotti tessili (approvato con DM 30 giugno2021 in GURI n. 167 del 14/07/2021), con un focus specifico sulla nuova previsione relativa a camici, DM e DPI  riutilizzabili in ambito sanitario.

Sul sito www.appaltiverdi.net potete trovare tutte le ultime notizie dell’Osservatorio. Nella LIVE Green procurement in sanità: gli appalti verdi in Italia e in Europa e nell’ebook A caccia di dati sugli appalti sostenibili in sanità sono illustrati i risultati del monitoraggio dello scorso anno.

Il VI Rapporto dell’Osservatorio Appalti verdi, sarà presentato a Roma, presso il Wegil, in occasione del Forum Compraverde (17 e 18 maggio 2023) organizzato dalla Fondazione Ecosistemi, a cui parteciperanno istituzioni, amministrazioni locali, università, imprese e organizzazioni del Terzo settore. 

Per eventuali dubbi o difficoltà nella compilazione dell’indagine potete rivolgervi a: 
Marco Mancini – info@appaltiverdi.netm.mancini@legambiente.it  

Per approfondire

La filiera health alla prova dei 20 Sistemi Sanitari Regionali

La filiera farmaceutica è una dei settori più rilevanti di un Paese, non solo per le implicazioni di carattere economico e occupazionale ma soprattutto per il ruolo sociale essenziale. In questa catena, la distribuzione dei farmaci presenta alcune peculiarità che ne accrescono la complessità: regolamentazione più stringente; servizio di pubblica utilità, che impone di garantire la reperibilità dei farmaci in commercio, la tempestività delle consegne e un’attenta gestione delle scorte; le caratteristiche intrinseche dei prodotti e la massima attenzione alla sicurezza, garantita con un sistema di tracciabilità che permette anche la pronta identificazione di prodotti contraffatti o provenienti da canali illegali.

La catena è fatta di numerosi anelli. Quando non “dialogano”, si creano disservizi a valle a danno del cittadino-paziente, come ad esempio carenze temporanee di determinati prodotti. Nel tempo, associazioni di settore quali Assoram hanno segnalato come, oltre a prepararsi a emergenze come la pandemia e il caro energia, per far sì che la catena non si spezzi sia necessario ragionare con un linguaggio omogeneo rispetto all’Europa e, già prima, con un linguaggio comune anziché con venti diversi linguaggi regionali. Non è però questa la direzione in cui stiamo andando, anzi, perché il 2023 è l’anno dell’autonomia differenziata. È questo il problema principale? Quali altre possibili chiavi di lettura?

Ne parliamo con:

  • Mila De Iure
    Direttore Generale Assoram
  • Carlo Riccini
    Vicedirettore Generale, Centro Studi e Piccola Industria di Farmindustria

Conduce:

  • Adriana Riccomagno
    Giornalista professionista in ambito sanitario

Real World Evidence: i dati che fanno risparmiare la sanità e riducono le liste d’attesa

È di oltre 4.000 euro la spesa per la gestione di un paziente con problemi cardiologici di fibrillazione atriale che si sottopone alla procedura di ablazione transcatetere, contro gli oltre 5.000 euro di chi non utilizza questa tecnologia. Inoltre, nei tre anni successivi alla procedura di ablazione si riducono significativamente i ricoveri per eventi cardiovascolari con evidente impatto sulla riduzione dei costi nella cura di questi pazienti. Infine, il tasso di mortalità è significativamente ridotto nei pazienti che ricevono l’ablazione rispetto a coloro che vengono trattati solamente con farmaci. Queste sono solo alcune delle evidenze che emergono da uno studio sulla real world evidence presentato oggi a Roma e svolto da Clicon, società benefit che si occupa di health economics in collaborazione con il professor De Ponti, Past president Aiac, Associazione italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione, con il contributo incondizionato di Confindustria Dispositivi Medici.

“Questo studio – ha dichiarato Nicola Barni, presidente di Assobiomedicali di Confindustria Dispositivi Medici – dimostra che la tecnologia genera risparmi e quando ben utilizzata contribuisce a un SSN sostenibile. Misurare l’innovazione in base al costo della singola prestazione non ha senso, è necessario piuttosto focalizzarsi sul processo. E la metodologia usata della real world evidence è assolutamente replicabile. L’obiettivo è una programmazione efficiente ed efficace del sistema sanitario attraverso la costruzione di un procurement innovativo in grando di valutare l’impatto dei processi e della tecnologia sull’intero percorso di cura del paziente. In tutto questo – prosegue Barni – l’Hta può avere un ruolo fondamentale. Valorizzando le informazioni che si hanno, si potrebbero utilizzare le tecnologie a disposizione in modo più appropriato, facendo risparmiare al servizio sanitario, decongestionando gli ospedali e riducendo le liste d’attesa. Si creerebbe così un ecosistema che permetterebbe di prendere decisioni di politica sanitaria quali la revisione dei percorsi assistenziali, la revisione dei DRG e LEA, l’investimento nella prevenzione e l’implementazione del value based procurement”.

Lo studio “Evaluation of the Impact of Catheter Ablation Procedure on Outcomes and Economic Burden in Patients with Atrial Fibrillation: Real-World Data from Italian Administrative Databases” è stato pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Healthcare. Nell’analisi viene preso in considerazione l’impatto economico e sanitario della procedura di ablazione transcatetere per i pazienti con fibrillazione atriale. Si basa sull’analisi dei real world data, ovvero su dati e informazioni reali relativi allo stato di salute dei pazienti e ai servizi sanitari erogati che sono generalmente accessibili attraverso il database delle strutture sanitarie, le SDO o il fascicolo sanitario elettronico. Quest’analisi permette una valutazione mirata e appropriata dei processi di cura e della tecnologia a disposizione, ponendo le basi anche per una programmazione efficiente ed efficace del sistema sanitario e della salute del cittadino.

“Per l’analisi si è scelta una patologia a grande impatto – ha dichiarato Roberto De Ponti, Past President AIAC-Associazione italiana aritmia e cardiostimolazione -, sia per la salute sia per quanto riguarda l’aspetto economico: la fibrillazione atriale è, infatti, l’aritmia più comune, con una prevalenza del 3% nella popolazione generale, che va oltre il 10% per i pazienti anziani. Dallo studio emerge inoltre che l’ablazione transcatetere è associata a una riduzione significativa nell’uso di farmaci antiaritmici nei 3 anni successivi all’ablazione, oltre che a una significativa diminuzione della spesa sanitaria totale, principalmente correlata alla riduzione delle ospedalizzazioni dopo l’ablazione. Paradossalmente, però, la procedura di ablazione transcatetere di fibrillazione atriale è sottoutilizzata in Italia rispetto agli altri Paesi europei ed è necessario quindi ripensare il processo di cura di questi pazienti”.

Osservazioni brevi pediatriche, opportunità ‘riduci-ricoveri’, ma le Regioni del Sud arrancano

Quando un bimbo arriva in Pronto Soccorso e necessita di essere trattenuto nella struttura ospedaliera per approfondimenti relativi al suo caso, non sempre è necessario un ricovero. Esiste infatti la possibilità di un percorso alternativo, rappresentato dall’Osservazione Breve Intensiva (Obi che nel caso della pediatria assume la denominazione di Obip), un’area specifica degli ospedali utilizzata per diagnosticare o curare una situazione medica, in un periodo di tempo ben definito, generalmente inferiore a 24 /48 ore. 

Rendere concreta questa possibilità significa rispettare le esigenze del bambino e della sua famiglia, ma anche al contempo ridurre i costi per il Servizio Sanitario Nazionale. Eppure,  a nove anni da una Consensus Meeting della Simeup, Società Italiana di Medicina di Emergenza Urgenza Pediatrica, che ha definito gli standard strutturali e organizzativi della Obip, e soprattutto a quasi quattro anni dall’Accordo Stato-Regioni,  (numero 143 del 1° agosto 2019) che ha approvato le Linee di Indirizzo Nazionali sul Triage Intraospedaliero, sul Sovraffollamento dei Pronto Soccorso, ed, in particolare, sulla Osservazione Breve Intensiva,  la situazione è in stallo soprattutto al Sud.

“Le Regioni avrebbero dovuto promuovere entro 6 mesi i contenuti dell’accordo e il Ministero della Salute avrebbe dovuto creare entro tre mesi un tavolo di lavoro per determinare i costi assistenziali standard delle Obip e le modalità di retribuzione: sono trascorsi più di 3 anni ma non abbiamo notizie di queste attività mentre dalle informazioni raccolte dalla Pediatria italiana non poche Regioni sono in ritardo”, afferma Luciano Pinto, responsabile della Commissione Nazionale Pronto Soccorso e Obi della Simeup.

I risultati dell’indagine

Secondo un’analisi condotta da Simeup, Sip (Società Italiana di Pediatria) e Sipo (Società Italiana di pediatria Ospedaliera) che presenta alcuni dati preliminari su 16 Regioni, raccolti da gennaio 2022 a gennaio 2023, e pubblicata su Italian Journal of Pediatrics il 21 marzo sono 180 le Obip attivate su 252 ospedali complessivamente censiti, con differenze significative tra le varie arie geografiche dell’Italia. In particolare, nelle Regioni del Nord le Obip sono attive nel 95,5% degli ospedali censiti; nel Centro nell’88%, mentre nel Sud e isole appena il 35% degli ospedali riesce a offrire questa possibilità ai bambini e alle loro famiglie.

 “Il ritardo nell’attivazione delle Obip – sottolinea Stefania Zampogna, Presidente Simeup – costringe i bambini e ragazzi e le loro famiglie ad affrontare un ricovero inutilmente prolungato, e riduce la disponibilità di posti letto nei periodi critici, come la stagione invernale. È essenziale che si corregga rapidamente il divario tra le Regioni”. 

“Dopo un ritardo su cui ha giocato un ruolo certamente anche l’emergenza Covid – conclude la professoressa Annamaria Staiano, Presidente della Sip – è ora di riprendere a lavorare su questo tema, perché l’assistenza fornita a bambini e ragazzi nel nostro Paese sia omogenea su tutto il territorio nazionale e rispettosa di tutto quanto è possibile fare per non trattenerli in ospedale più del dovuto, se il loro caso lo consente”.

Nanomateriali: sostenibilità ambientale e impatto sulla salute

Al fine di fornire nuovi strumenti in grado di misurare il rischio associato ai nanomateriali, l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, in collaborazione con 10 gruppi Europei ed un gruppo Cinese, ha ideato una piattaforma metodologica integrata che avrà il compito di validare una vasta gamma di nanomateriali prima del passaggio alla produzione su larga scala.

Lo sviluppo di nanomateriali occupa una rilevanza crescente nella produzione industriale globale. Grazie alle loro caratteristiche chimico-fisiche, infatti, questi materiali sono estremamente competitivi in diversi settori e contesti applicativi come quello dell’elettronica, dell’energia, della biomedicina e dell’alimentare. Tuttavia, la loro flessibilità e la capacità di interazione con molti substrati hanno generato numerosi interrogativi sul loro possibile impatto sulla salute umana, animale e sulla ricaduta ambientale. Negli ultimi dieci anni sono stati effettuati molti studi per determinarne l’effetto su differenti matrici biologiche e ambientali. Nonostante le molte pubblicazioni, i dati emersi si sono mostrati spesso frammentari, poco organici e controversi.

Da queste evidenze è scaturita l’idea progettuale POTENTIAL – Platform Optimisation To Enable NanomaTerIAL safety assessment for rapid commercialisation – finanziata dall’Unione Europea, all’interno di un bando sulla sostenibilità digitale –Horizon Europe, Digital Emerging. Lo sviluppo della piattaforma, avviato il primo gennaio 2023 e di durata quadriennale, sarà coordinato dall’Istituto Mario Negri.

“Oltre ad essere un’opportunità molto importante per poter collaborare con centri di ricerca europei di eccellenza – spiega Luisa Diomede, responsabile del Laboratorio di Patologia Umana in Organismi Modello del Mario Negri – il progetto ci permetterà di colmare quelle lacune che spesso hanno limitato la validazione della sostenibilità dei nanomateriali ad uso industriale e biomedico. Disporre infatti degli strumenti necessari, delle risorse economiche e di un arco temporale adeguato, sarà fondamentale per rendere la nostra piattaforma ottimale per soddisfare le necessità dell’industria e le richieste degli enti regolatori”.

“È infatti importante sottolineare che – conclude Paolo Bigini, capo del Laboratorio di Nanobiologia – la nostra filosofia sarà quella di sviluppare, per ogni materiale che testeremo, una strategia analitica che combini l’attendibilità e il rigore scientifico con la flessibilità, la facilità d’utilizzo e di condivisione e, non ultimo, di contenere i costi.”

Nei giorni 7 e 8 febbraio, è stata organizzata, presso l’Istituto Mario Negri, la prima riunione del progetto che ha visto la partecipazione di tutti i partners, del funzionario incaricato della Comunità Europea e di un comitato consultivo.

Malattie reumatologiche: artrite reumatoide costa 3 miliardi all’anno

In Italia l’artrite reumatoide costa ogni anno alla collettività oltre 3 miliardi di euro, tra spese dirette e indirette. Si tratta di una delle più temute e dolorose malattie reumatologiche, con remissione possibile in circa il 50% dei casi. Per raggiungere questo obiettivo è fondamentale però contare sulla diagnosi precoce e su un intervento terapeutico rapido. Purtroppo, sia per l’artrite che per altre patologie gravi, questo non sempre avviene. Infatti, solo il 18% dei pazienti ha potuto dare un nome alla sua malattia entro i primi tre mesi dalla manifestazione dei sintomi. È quanto sostiene la Società Italiana di Reumatologia (SIR), riunita in una conferenza stampa oggi a Roma per parlare di individuazione delle patologie e aderenza alle cure.

“Le diagnosi tardive colpiscono addirittura 1 milione di italiani – afferma Gian Domenico Sebastiani, Presidente SIR –. I pazienti aspettano anche 7 anni per scoprire di soffrire di artrite psoriasica o fibromialgia, 5 per la spondilite anchilosante, 3 per la sclerosi sistemica e 2 per l’artrite reumatoide. Sono tempi troppo lunghi, che causano un peggioramento dei sintomi e rendono più difficile il recupero e la cura. È necessario fare corretta informazione perché i malati non sottovalutino i dolori e offrire ai medici di medicina generale gli strumenti adatti a riconoscere la malattia reumatologica e a indirizzare la persona dallo specialista. In Italia i pazienti sono 5,4 milioni, quindi una persona su dieci. Sono numeri molto alti, che rendono evidente la necessità di un intervento. Molti di loro presentano sintomi invalidanti, con danni articolari e conseguenti disabilità. Oggi i farmaci permettono di fermare la progressione delle patologie, con un buon recupero delle funzionalità e una ripresa soddisfacente della propria vita professionale e personale: questo però richiede un intervento tempestivo, già a partire dai primi sintomi. Negli ultimi vent’anni i passi avanti nella ricerca ci hanno consentito di offrire soluzioni terapeutiche innovative, con minori o assenti effetti collaterali e un ridotto impatto sulle abitudini quotidiane. Purtroppo non sempre l’individuazione della malattia è semplice, perché i sintomi sono spesso riconducibili ad altre patologie. Per questo è fondamentale investire in aggiornamenti e formazione per tutti gli specialisti, dai medici di medicina generale agli stessi reumatologi, che devono essere in grado di prendere in carico anche il paziente con caratteristiche meno comuni.”

“Molte patologie presentano difficoltà e dolori che rendono difficile lo svolgimento delle attività quotidiane: gli studi dimostrano che il 57% dei malati reumatologici necessita di aiuto nella vita di tutti i giorni – sottolinea Ennio Lubrano di Scorpaniello, Vicepresidente SIR –. Esistono complicanze che possono anche essere fatali, come quelle a carico dei polmoni e del cuore. Per questo coinvolgere le persone in attività informative è fondamentale: come SIR svolgiamo continue attività di divulgazione sia verso i clinici che verso i cittadini, perché possano da un lato maturare consapevolezza dell’importanza di rivolgersi al proprio medico curante, dall’altro riconoscere in tempi ridotti i sintomi e indirizzare il paziente a uno specialista in grado di inserirlo rapidamente in un programma di cura. Nel 2021 abbiamo lanciato la campagna ‘Diagnosi precoce’, che con la distribuzione di 200mila opuscoli, attività social e corsi di aggiornamento rivolti a farmacisti, ci ha permesso di raggiungere milioni di malati e caregiver. Oggi proseguiamo con talk show e videoclip che ci permettono di mantenere un dialogo con loro e di rispondere a dubbi e perplessità.”

“Se la diagnosi precoce è il primo passo per giungere a una guarigione o alla stabilizzazione dei sintomi, l’aderenza alle terapie è fondamentale per permettere il raggiungimento di una buona qualità di vita e scongiurare un peggioramento – aggiungono Silvia Tonolo, Presidente ANMAR Associazione Nazionale Malati Reumatologici e Roberto Messina, Presidente Senior Italia FederAnziani –. Nel post Covid si è registrata una maggiore discontinuità nelle cure: la causa principale sono le lunghe liste di attesa per le visite specialistiche. I pazienti, una volta notato un miglioramento nei sintomi e impossibilitati a mettersi in contatto con il reumatologo, sempre più spesso decidono di interrompere le cure. Questo causa per prima cosa il peggioramento della malattia, con ricomparsa dei dolori, in seconda battuta serie difficoltà per il medico nel definire una terapia personalizzata efficace. Un altro fattore scatenante è la paura delle possibili reazioni avverse. Come associazione cerchiamo di fare informazione verso i malati, sollecitandoli a una maggiore conoscenza delle terapie, a non prendere iniziative autonome e ad attendere il consiglio del medico, ma è fondamentale che le istituzioni facciano da capofila, perché la mancata aderenza nelle patologie croniche può portare anche alla morte.”

Per approfondire

DAE RespondER, l’app salvavita in caso di arresto cardiaco

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Un riconoscimento importante per la sanità dell’Emilia-Romagna, “la prima regione in Italia ad investire in un’applicazione per velocizzare i soccorsi in caso di arresto cardiaco”, puntualizza l’assessore alle Politiche per la salute, Raffaele Donini. Mai come in casi del genere, infatti, intervenire in modo tempestivo significa salvare vite umane. “Ragione per cui ringrazio le migliaia di volontari che partecipano al programma e invito tutti gli emiliano-romagnoli a scaricare l’app per entrare a far parte di questa rete”, incalza l’assessore Donini.

L’applicazione a cui rimanda Donini è DAE RespondER (promossa dalla Regione, progettata dall’Azienda Usl di Bologna con il supporto della Fondazione del Monte, sviluppata dal Sistema 118, attiva dal 2017 e del tutto integrata con le Centrali Operative 118), che permette di accorciare i tempi di intervento e fornisce una mappatura regionale dei defibrillatori sul territorio.

L’app riesce a precedere i servizi di emergenza medica e prestare i primi soccorsi in caso di arresto cardiaco in oltre il 13% delle situazioni

Il riconoscimento è giunto da uno studio, condotto dai professionisti del sistema 118 della Regione Emilia-Romagna e pubblicato da Resuscitation, rivista scientifica internazionale, dedicato proprio all’app DAE RespondER, che attesta come questa riesca a precedere i servizi di emergenza medica e prestare i primi soccorsi in caso di arresto cardiaco in oltre il 13% delle situazioni.

Nel dettaglio, l’indagine ha preso in esame 1.074 casi in cui almeno un primo soccorritore occasionale si è reso disponibile ad intervenire. Nel 13,4% delle situazioni, i primi soccorritori sono riusciti a raggiungere il paziente prima dei servizi di emergenza medica, ponendosi nella condizione di cominciare le manovre di rianimazione cardiopolmonare in 67 occasioni. Nel 4% dei casi, invece, i soccorritori, oltre ad essere giunti prima dei mezzi di soccorso, hanno portato con loro un defibrillatore e sono riusciti ad analizzare il ritmo cardiaco; un dato questo particolarmente positivo perché superiore alla media mondiale (che è inferiore al 3%). Nello 0,9% dei casi, infine, i primi soccorritori occasionali sono riusciti anche ad erogare la scarica elettrica salvavita per ripristinare il normale ritmo cardiaco.

Tornando alle parole dell’assessore alle Politiche per la salute della Regione Emilia-Romagna, è opportuno precisare che ad oggi sono oltre 16mila i volontari che hanno scaricato l’applicazione (è gratuita, per iscriversi ci vogliono pochi minuti e non occorrono pre-requisiti), pronti a intervenire tempestivamente sull’intero territorio regionale.

Secondo le Linee guida dell’European Resuscitation Council pubblicate nel 2021, infatti, in caso di arresto cardiaco impiegare il defibrillatore entro 3/5 minuti dall’inizio dell’evento cardiovascolare può aumentare le possibilità di sopravvivenza dal 50 al 70% (invece, per ogni minuto che passa senza soccorsi, tali percentuali si riducono circa del 10%). Ciò, appunto, è realtà nella regione amministrata da Stefano Bonaccini (qui ogni anno oltre 4mila persone sono vittime di un arresto cardiaco) grazie a questa app di accesso pubblico alla defibrillazione.

Ma non finisce qui. A breve DAE RespondER compirà un nuovo step: la Centrale operativa 118 Emilia Est, che comprende Bologna, Ferrara e Modena, ne consentirà l’attivazione anche per situazioni di sospetto arresto cardiaco nelle abitazioni private. Poiché la maggior parte di questi eventi avviene proprio a domicilio, ci si attende che tale evoluzione ampli ulteriormente gli effetti del sistema.

Come funziona l’app DAE RespondER e come può evolversi

L’applicazione ha un’esperienza d’uso molto intuitiva: nel momento in cui la Centrale Operativa del 118 identifica un sospetto caso di arresto cardiaco, allerta attraverso l’app i volontari che hanno fornito la loro disponibilità ad intervenire in quel settore, e individua la posizione del defibrillatore più vicino.

Giunto sul posto, il volontario può cominciare a prestare le eventuali manovre di rianimazione cardiopolmonare, usare il defibrillatore (l’app consente infatti di localizzare il defibrillatore semiautomatico esterno più vicino, così da recuperarlo e portarlo dove si trova la persona colpita) ed eventualmente erogare le scarica elettrica salvavita. Sempre mediante l’applicazione è possibile effettuare una chiamata di emergenza al 118, inviando in modo automatico le coordinate per una localizzazione più veloce.

Entrando nell’aspetto tecnico, “DAE RespondER è una tecnologia basata su prodotti open source integrati con sistemi GIS (sistemi informatici geografici studiati per la gestione del territorio). L’intento era di ottenere un prodotto multipiattaforma e quindi compatibile con i principali sistemi operativi e browser”. A parlare è Donatella Del Giudice, ingegnere dell’Ausl di Bologna, Dipartimento di Emergenza, responsabile del programma Centro regionale 118 Emilia-Romagna. “Le tecnologie di geolocalizzazione e mappatura sono fondamentali per un sistema davvero efficace. L’applicazione infatti è composta di due funzioni distinte ma integrate. La prima è la mappatura dei defibrillatori, corredata da una serie di informazioni utili alla loro reperibilità, compresa una icona differenziata per identificare più rapidamente i DAE disponibili in funzione dell’orario di consultazione. La seconda, l’allertamento dei DAE RespondER, grazie alla integrazione con le Centrali Operative 118 della Regione Emilia-Romagna consente di notificare una emergenza in corso e, per chi accetta di intervenire, la possibilità di essere visualizzati in real-time da parte degli operatori 118 sulla cartografia della Centrale Operativa 118”.

Già oggi, l’applicazione risponde a molteplici, utili funzioni. Ma si guarda avanti. A questo proposito, Del Giudice spiega: “I nostri progetti sono sempre in evoluzione con l’obiettivo di un continuo miglioramento. Nel caso dell’app stiamo lavorando per poter verificare, anche con l’applicazione chiusa, la posizione dei DAE RespondER e quindi inviare degli allertamenti più mirati. Ciò comporterà una modifica tecnologica sostanziale e quindi tanto lavoro di sviluppo e di test, ma ci permetterà un notevole salto qualitativo”.

Allo stato attuale è possibile geolocalizzare e censire, direttamente tramite l’app, un nuovo defibrillatore. “Ma vorremmo implementare la possibilità, per i referenti dei DAE, di aggiornare le informazioni di censimento, in particolare le date di scadenza delle piastre e delle batterie, per avere una mappatura tempestivamente aggiornata e quindi il più possibile affidabile. Infine l’applicazione è già predisposta per allertare la popolazione laica in modo differenziato e quindi si potrebbe ipotizzare di avvisare segmenti particolari di essa (ad esempio, le forze dell’ordine) anche in casi emergenziali diversi dall’arresto cardiaco”, chiarisce l’ingegnere dell’Ausl di Bologna.

Sistema innovativo con più sotto-progetti

App salvavita in caso di arresto cardiaco. “Parliamo di uno strumento intuitivo. Al contrario, sarebbe stata di ostacolo per la diffusione su larga scala, e ciò è stato uno dei primi punti di attenzione perché era impensabile dover dare una sorta di libretto di istruzioni a ciascuno”, riprende Del Giudice, evidenziando poi l’utilità “di aver aperto un canale di dialogo per tenere costantemente aggiornata e gestire i feedback della comunità dei DAE RespondER. Rispondo io a tutte le mail che riceviamo, perché ritengo importante, in un progetto del genere, monitorare di continuo l’andamento sul campo”.

Cinque anni fa il 118 Emilia-Romagna è stato finalista nella categoria “Servizi al cittadino” nell’ambito del premio Innovazione digitale in sanità della School of Management del Politecnico di Milano, votato come miglior caso dalla giuria popolare per il progetto basato sull’uso dell’app DAE RespondER.

Le tecnologie digitali possono migliorare i servizi ai pazienti

Cristina Masella, responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità aveva affermato che strumenti di questo tipo “sono casi di successo di come le tecnologie digitali possono migliorare i servizi ai pazienti. Nonché i processi aziendali, ridurre i tempi di attesa e gli sprechi e facilitare il lavoro del personale medico e amministrativo”. Ad ulteriore dimostrazione di una soluzione innovativa.

“Non si tratta di una semplice app stand-alone, c’è tutto un sistema dietro, sia tecnologico sia operativo, con il quale occorre lavorare in sinergia. Possiamo anzi dire che il sistema è composto da più sotto-progetti, di cui l’applicazione è solo uno degli ingranaggi. Abbiamo lavorato due anni per avere un primo prodotto affidabile e flessibile. Poi abbiamo continuato a tenerlo aggiornato e a modificarlo facendo tesoro dell’esperienza sul campo. Il progetto era molto sfidante e ci ha messo di fronte a molteplici aspetti critici (o punti di attenzione): in primis quelli tecnologici dovuti agli smartphone, con i loro sistemi operativi e firmware estremamente differenziati nel mondo Android e particolarmente rigidi nel mondo iOS. Abbiamo poi dovuto allinearci con gli aspetti operativi e la mutevole casistica del sistema di emergenza e, quindi, ottimizzare l’integrazione con il software delle Centrali Operative 118. Infine, il requisito di realizzare un sistema complesso ma nel contempo usabile da chiunque”, tratteggia l’ingegnere dell’Ausl di Bologna.

L’app è a disposizione, a titolo gratuito, tramite il Portale del Riuso del Software, delle amministrazioni e dei sistemi 118 che se ne vogliono dotare

È bene evidenziare che DAE RespondER prevede un registro regionale unico dei defibrillatori, nato nel 2012, che rientra nei sotto-progetti sopracitati e costituisce il cuore del sistema. È la stessa Del Giudice a dettagliarlo: “In breve tempo abbiamo definito quali fossero le informazioni necessarie per una gestione, omogenea, completa ed organizzata di una mappatura che fosse anche aggiornata nel tempo. Al di là dell’aspetto di sviluppo informatico del data base, è stato necessario creare una organizzazione di persone che, in modo continuativo, si occupassero di gestire le validazioni delle informazioni, rispondere alle richieste di chiarimenti, raccogliere le informazioni mancanti, seguire le scadenze. È stato quindi sviluppato un portale di gestione dedicato a questo scopo che, ad esempio, invia in automatico delle mail di promemoria all’avvicinarsi delle scadenze, ed è stato messo a disposizione delle risorse territoriali che si occupano dei progetti di defibrillazione precoce nelle varie provincie della Regione. Il prodotto che abbiamo sviluppato, nel suo complesso di applicazione per smartphone e di portale di gestione del Registro dei DAE, è stato inserito sul “Portale del Riuso del Software” e quindi è a disposizione, a titolo gratuito, delle amministrazioni e dei sistemi 118 che se ne vogliono dotare”.

Formazione BLSD e giornate di orientamento per i giovanissimi

Un sistema che guarda al domani, quello sviluppato dal Sistema 118 Emilia-Romagna, forte del supporto dei centri di formazione dei corsi BLSD (“Basic Life Support and Defibrillation”, finalizzati all’apprendimento delle manovre per intervenire in modo tempestivo ed efficace in soccorso di un adulto o bambino in arresto cardiaco); centri che, a conclusione di ogni corso, invitano i partecipanti a scaricare l’app. “Ricordo però che non è obbligatorio avere una certificazione per registrarsi all’applicazione e rendersi disponibili a portare un DAE, ed eventualmente utilizzarlo sotto la guida dell’operatore 118, anche in videochiamata. Chiunque può farlo, ma è evidente che avere un percorso formativo rende le persone più consapevoli e meno timorose di mettersi in gioco (la maggior parte di coloro che sono registrati, infatti, sono anche certificati)”, precisa Del Giudice.

Rimarcando, infine, l’importanza di formare i volontari fin da giovanissimi. “L’idea che per avere dei DAE RespondER del domani era necessario formarli da piccoli ci ha aperto uno scenario interessantissimo. Abbiamo rimaneggiato un paio di progetti precedenti, aggiornandoli in modo che fossero fruibili tramite i visori di Virtual Reality (l’uso della Realtà virtuale permette di “catturare” completamente l’attenzione dell’utilizzatore, anche se per pochissimi minuti, e quindi il messaggio formativo passa in modo molto più efficace), con un qualsiasi smartphone e una spesa contenuta, per creare un sistema di formazione più attrattivo per le giovani generazioni. Abbiamo quindi realizzato due app, disponibili gratuitamente sugli store. La prima è rivolta ai più piccoli e con una storia di animaletti nel bosco introduce alcuni concetti di primo soccorso e li invita a collaborare alla rianimazione battendo le mani. La seconda è rivolta ai ragazzi più grandi e, presentando degli scenari più realistici, introduce una serie di nozioni più tecniche sulla rianimazione cardio-polmonare e propone dei quiz per auto-valutarsi”.