La cultura entra ufficialmente tra gli strumenti a supporto della salute. È stato approvato in Conferenza Stato-Regioni il Protocollo d’intesa tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute sulla cosiddetta “prescrizione dell’arte”, che riconosce alla fruizione culturale un ruolo attivo nel benessere delle persone e nel miglioramento della qualità della vita.
Il Protocollo mira a valorizzare e mettere a sistema le numerose iniziative già presenti sul territorio nazionale – dalle attività museali alla musica, dal teatro al cinema, fino ai parchi archeologici – con l’obiettivo di censire le esperienze esistenti e costruire modelli replicabili su scala più ampia. Tra gli ambiti di applicazione, particolare attenzione è rivolta alle persone con patologie neurodegenerative o che vivono stati depressivi, nella prospettiva della prescrizione sociale e culturale.
«La bellezza non solo cura, ma aiuta a combattere solitudine e sedentarietà»
«Finalmente, l’Italia si doterà di uno strumento che saprà riconoscere alla cultura anche la capacità di affiancarsi alle cure mediche come strumento terapeutico», ha dichiarato il Sottosegretario alla CulturaLucia Borgonzoni. «La bellezza non solo cura – ha sottolineato – ma aiuta a combattere solitudine e sedentarietà. Il mio auspicio è che anche nel nostro Paese si riescano ad avere ricadute sul sistema economico e sociale. Pensiamo alle stime condotte in Gran Bretagna dalla University College of London, secondo cui le attività dei musei coinvolti nella prescrizione di percorsi di arteterapia hanno portato a una riduzione del 37% dei tassi di consultazione dei medici di base e del 27% delle ammissioni ospedaliere. Si calcola che per 1 sterlina investita nelle arti in prescrizione ci sia stato un ritorno che varia da 4 a 11 sterline».
«Desidero ringraziare per la collaborazione e la sensibilità dimostrata al tema il Ministro Alessandro Giuli, il Ministro Orazio Schillaci e il Governatore Massimiliano Fedriga, in qualità di Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome».
Il Protocollo rappresenta il primo accordo formale in Italia tra Salute e Cultura e affida alle Regioni un ruolo chiave nell’attuazione territoriale delle politiche.
L’America ama raccontarsi attraverso le sue curve. Quelle della crescita economica, dei mercati, della tecnologia. Ma ce n’è un’altra, meno glamour, che attraversa il corpo del Paese come una linea di febbre: la curva della salute. Nel 2025 questa linea scende e sale insieme, come un respiro irregolare dopo una lunga corsa. Non è una buona notizia, non è una cattiva notizia. È una notizia americana.
Calano le morti per overdose e omicidi e la mortalità prematura, aumentano le malattie croniche e le disuguaglianze sociali
Secondo l’America’s Health Rankings Annual Report 2025, il più longevo e completo monitoraggio sullo stato di salute della popolazione statunitense stilato dalla United Health Foundation – fondazione filantropica senza scopo di lucro creata da UnitedHealth Group, uno dei più grandi gruppi sanitari e assicurativi al mondo – gli Stati Uniti stanno lentamente uscendo da alcune emergenze acute. Calano le morti per overdose e omicidi e diminuisce la mortalità prematura, mentre la popolazione sprofonda in una condizione più silenziosa e persistente: quella delle malattie croniche, delle disuguaglianze sociali e di un sistema sanitario sempre più costoso e sempre meno accessibile.
Droga e armi fanno meno male, ma non a tutti
Nel 2023 il tasso di mortalità per overdose da droga è diminuito del 3%, passando da 32,4 a 31,4 decessi ogni 100mila abitanti. In numeri assoluti significa circa 105mila morti, quasi 3mila in meno rispetto all’anno precedente. È il primo calo significativo dopo vent’anni di crescita quasi ininterrotta. La discesa è netta tra i giovani: -11% tra i 15 e i 24 anni, -10% tra i 25 e i 34. Ma l’illusione dura poco. Tra gli over 65 i decessi aumentano del 12%, e tra le persone nere crescono del 3%, confermando che anche le buone notizie, in America, non arrivano mai per tutti allo stesso modo (Figura 1).
Qualcosa di simile accade con la violenza armata. Nel 2023 i morti per armi da fuoco scendono del 3% (14 per 100mila abitanti), e gli omicidi calano del 13% rispetto al biennio 2020-2021. Eppure, il tasso resta più alto del 16% rispetto al periodo pre-pandemico, e il 55% dei suicidi continua a coinvolgere una pistola. A Washington DC, capitale federale, i morti per arma da fuoco aumentano addirittura del 45% in un solo anno. Il Paese che esporta democrazia non riesce ancora a disarmare se stesso.
Se la morte rallenta, però, la malattia accelera. Nel 2024 l’11,3% degli adulti americani convive con tre o più patologie croniche (Figura 2): artrite, diabete, depressione, malattie cardiovascolari, asma, tumori. È un aumento del 6% in un solo anno. Tra i giovani adulti (18-44 anni) l’incremento è del 17%. Tra chi guadagna meno di 25mila dollari l’anno, quasi una persona su quattro ha almeno tre malattie croniche. Tra i nativi americani la prevalenza è cinque volte superiore rispetto alla popolazione asiatica. L’America vive più a lungo, ma sempre più spesso lo fa male.
Sul fronte della salute mentale, il quadro è immobile. Il tasso di suicidi resta fermo a 14,7 morti ogni 100mila abitanti: oltre 49mila decessi in un anno. Dal 2009 a oggi l’aumento è stato del 23%. Nel frattempo 14,3 milioni di adulti dichiarano di aver seriamente pensato al suicidio nel 2024. La sofferenza non cresce più, ma non diminuisce. Si è stabilizzata come un rumore di fondo.
Tra le luci della prevenzione e la preoccupazione di perdere l’assicurazione sanitaria
Negli USA gli screening oncologici aumentano in modo deciso: +15% per il cancro al colon-retto, +15% complessivo per i principali test preventivi, +3% per le mammografie. I fornitori di servizi per la salute mentale crescono del 5%, arrivando a 363 ogni 100mila abitanti. L’inattività fisica scende del 10%, il fumo tradizionale continua a calare.
Fuori dagli ambulatori, la salute segue il reddito e l’aria
Ma ogni passo avanti ha il suo contrappasso. L’8% degli adulti rinuncia alle cure per motivi economici. La percentuale di persone senza assicurazione sanitaria risale all’8,2%. Le sigarette elettroniche aumentano, silenziose, del 4%.
Fuori dagli ambulatori, la salute segue il reddito e l’aria. La disoccupazione risale al 4,6%, con un impatto sproporzionato sulle comunità nere e ispaniche. I senzatetto aumentano del 16% in un solo anno. E mentre cresce la produzione di energia rinnovabile, l’inquinamento atmosferico torna a salire: +13% di particolato fine rispetto ai livelli minimi della pandemia. Insomma, si vive di più, ma si respira peggio (Figura 3).
In mezzo a tutto questo, gli americani fanno una cosa sorprendente: si aiutano. Il volontariato cresce del 22% tra il 2021 e il 2023, con aumenti marcati tra le minoranze etniche e le fasce di reddito più basse. È forse il dato più politico del report: mentre lo stato arretra, la società prova a tenersi insieme con le mani nude.
Ecco, quindi, che l’istantanea che restituisce l’America’s Health Rankings Annual Report 2025 è quella di una nazione che non è in declino, ma nemmeno in guarigione. È un corpo enorme, complesso, che ha smesso di sanguinare ma continua ad accumulare infiammazioni. Ha imparato a sopravvivere alle crisi, non ancora a prevenirle. E come spesso accade nei romanzi americani migliori, il problema non è la fine del mondo, ma la fatica quotidiana di restare vivi — e di farlo insieme.
La malattia renale cronica rappresenta una sfida crescente per il Servizio sanitario nazionale, soprattutto nelle popolazioni più fragili e difficilmente intercettabili dai tradizionali percorsi di prevenzione. In ambito penitenziario, l’accesso tardivo alle cure e la complessità organizzativa della dialisi hanno storicamente determinato criticità cliniche, sociali ed economiche. L’esperienza avviata nel 2018 nel carcere di Opera, con l’attivazione di postazioni di emodialisi in loco, da parte dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano, offre un modello innovativo di presa in carico del paziente nefropatico detenuto, integrando appropriatezza terapeutica, sostenibilità dei costi e tutela del diritto alla salute e aprendo prospettive concrete per programmi strutturati di prevenzione e diagnosi precoce della malattia renale cronica.
Mario Cozzolino, Professore ordinario di Nefrologia, Università degli Studi di Milano, Direttore della Struttura Complessa di Nefrologia e Dialisi, ASST Santi Paolo e Carlo spiega a TrendSanità com’è strutturato il progetto delle postazioni di dialisi all’interno del carcere di Opera.
Mario Cozzolino
«Il progetto nasce formalmente nel giugno 2018, ma affonda le sue radici molto prima. Come Nefrologia e Dialisi dell’Ospedale San Paolo seguiamo da sempre i pazienti afferenti alla Medicina penitenziaria. A un certo punto, però è emersa la necessità di portare il trattamento dialitico direttamente all’interno del carcere di Opera. Abbiamo quindi attivato inizialmente una postazione di emodialisi, diventate poi due, per garantire il trattamento ai detenuti con insufficienza renale terminale. Non si tratta di una vera e propria dialisi domiciliare, perché il paziente non è autonomo, ma di una dialisi eseguita in carcere con la presenza di personale infermieristico dedicato e formato».
Dal punto di vista organizzativo e tecnologico, come funziona una seduta dialitica in carcere?
«Utilizziamo impianti di osmosi portatili per la depurazione dell’acqua, le stesse tecnologie impiegate in ospedale durante l’emergenza Covid o in situazioni straordinarie. In un ambiente dedicato sono presenti il rene artificiale, la poltrona con bilancia integrata e tutta la strumentazione necessaria per garantire standard di sicurezza e qualità sovrapponibili a quelli ospedalieri».
Quali sono i principali vantaggi di questa soluzione rispetto alla dialisi in ospedale?
«I vantaggi sono molteplici: il primo è che il paziente non deve uscire dalla struttura penitenziaria. Ogni trasferimento di un detenuto, soprattutto se ad alta sorveglianza o in regime di 41-bis, comporta l’impiego di due, tre o quattro agenti di polizia penitenziaria. Abbiamo stimato inoltre che, solo in termini di trasporti, il risparmio annuo per ogni paziente possa arrivare a circa 500mila euro. Con tre pazienti, parliamo di oltre 1,5 milioni di euro l’anno. A questo, si deve aggiungere un beneficio organizzativo per l’ospedale, che non deve assorbire ulteriori sedute dialitiche in un contesto già molto sotto pressione. C’è poi un tema di sicurezza: la gestione di pazienti detenuti in ambienti ospedalieri aperti pone criticità evidenti, anche in relazione alle normative antincendio e alla tutela degli altri pazienti presenti nella struttura ospedaliera».
Solo in termini di trasporti, il risparmio annuo per ogni paziente è calcolato in circa 500mila euro
Il progetto è destinato a crescere?
«È in corso una progettualità per arrivare, nel carcere di Opera, a tre postazioni di dialisi, che permetterebbero di trattare fino a 12 pazienti su quattro turni. Questo incremento consentirebbe di coprire circa la metà del fabbisogno dialitico dell’intera popolazione carceraria in Lombardia. Le stime attuali parlano di 20–25 detenuti in Lombardia che necessitano di dialisi cronica, un numero in progressivo aumento».
Perché i pazienti nefropatici in carcere stanno aumentando?
«L’invecchiamento della popolazione detenuta è un fattore importante, ma non l’unico. C’è anche una quota crescente di detenuti più giovani, spesso di origine straniera, che arrivano alla diagnosi di malattia renale cronica senza aver mai fatto prevenzione. A questo si aggiungono fattori di rischio come tossicodipendenze, abuso di farmaci, fumo e condizioni sociali fragili, che accelerano la progressione della malattia».
In un contesto complesso come quello penitenziario, quanto è realistico investire in prevenzione e diagnosi precoce della malattia renale cronica?
«È, non solo realistico, ma doveroso. Il diritto alla salute vale anche, e direi soprattutto, per la popolazione detenuta. Oggi abbiamo strumenti efficaci per rallentare la progressione della malattia renale cronica attraverso interventi nutrizionali e farmacologici. Così come facciamo nella popolazione generale, sarebbe possibile introdurre screening di primo livello anche in carcere con misurazione della pressione arteriosa ed esame delle urine, magari con cadenza annuale. In caso di alterazioni, si attiverebbe il secondo livello specialistico».
I pazienti nefropatici in carcere aumentano per invecchiamento, mancata prevenzione e fattori di rischio sociali
Chi dovrebbe farsi carico di questi programmi di prevenzione?
«Le nuove Linee guida italiane sulla malattia renale cronica sono state recentemente recepite dal Ministero della Salute e stiamo riorganizzando anche la rete nefrologica lombarda, quindi i programmi di prevenzione rimarrebbero a carico del sistema sanitario nazionale. Nel territorio il ruolo chiave è del medico di medicina generale; in carcere questo ruolo può essere svolto dal medico e dal personale sanitario penitenziario, con il supporto dello specialista nefrologo, quando necessario».
Oltre ai benefici clinici, quali ricadute ha la prevenzione in termini di costi e qualità di vita della persona ristretta?
«I benefici economici sono evidenti, ma ancora più rilevanti sono quelli sociali e di qualità di vita. La dialisi, per quanto oggi sia un trattamento molto più tollerabile rispetto al passato, resta una terapia impegnativa: quattro ore, tre volte alla settimana, con un impatto importante sulla vita quotidiana e con rischi cardiovascolari e infettivi. Ritardare l’ingresso in dialisi, o evitarlo del tutto, significa migliorare la qualità di vita del paziente e in questo caso della persona ristretta, e ridurre in modo significativo i costi diretti e indiretti per il Servizio sanitario».
Questo progetto rappresenta un cambio di paradigma nella gestione sanitaria dei detenuti. È un modello replicabile?
«Sì, e auspicabile. Dopo di noi, un’esperienza simile è partita a Napoli. In Europa esisteva già un precedente a Parigi. L’idea è che, a livello regionale o macroregionale, si individuino carceri e ospedali di riferimento in grado di garantire questi percorsi. Ma servono criteri clinici chiari: parliamo di pazienti stabili, che non necessitino della presenza costante del medico durante la seduta dialitica, come avviene nei centri ad assistenza limitata».
Questo modello richiede criteri clinici chiari e strutture di riferimento adeguate
E per quanto riguarda la dialisi peritoneale in carcere?
«Al momento la dialisi peritoneale non è ancora attiva, ma rappresenta una “progettualità nella progettualità”. La dialisi peritoneale è, per definizione, una dialisi domiciliare ed è oggi considerata il trattamento di prima scelta per molti pazienti. È una tecnica semplice, con minori rischi infettivi e cardiovascolari, che preserva la funzione renale residua. Il nodo principale in carcere è l’individuazione di un caregiver, che potrebbe essere un infermiere o personale formato ad hoc. Ed è un obiettivo raggiungibile».
Dal punto di vista economico, quali sono i vantaggi della dialisi peritoneale rispetto all’emodialisi?
«I dati della Società Italiana di Nefrologia mostrano un risparmio per la dialisi peritoneale che può arrivare fino al 50% rispetto all’emodialisi. Gran parte del vantaggio economico deriva dall’assenza dei costi di trasporto e dalla minore necessità di personale sanitario durante il trattamento».
Qual è oggi la principale criticità per lo sviluppo di questi modelli assistenziali?
Gli infermieri in carcere spesso trovano una dimensione professionale positiva, ma il sistema deve sostenerli
«La carenza di infermieri è un problema strutturale, legato non tanto al numero di iscritti ai corsi di laurea, quanto agli abbandoni e a condizioni economiche poco attrattive, soprattutto nelle grandi città come Milano. Servirebbero incentivi economici, percorsi di formazione avanzata, riconoscimento di competenze specialistiche. Alcuni infermieri che hanno iniziato a lavorare in carcere hanno trovato una dimensione professionale molto positiva, ma il sistema deve sostenerli».
Ultima domanda: chi ha finanziato il progetto di postazioni di dialisi come casa della comunità all’interno del carcere di Opera?
«Le opere strutturali sono state finanziate dall’amministrazione penitenziaria. Noi, come ASST Santi Paolo e Carlo, abbiamo fornito le apparecchiature e il materiale necessario per il trattamento dialitico».
«Le Life Sciences sono uno dei motori più dinamici dell’economia, dell’innovazione e dell’occupazione. Ma per continuare a crescere e competere servono persone, competenze e un sistema capace di valorizzare i talenti. È il momento di accelerare su formazione e orientamento, rafforzando le alleanze tra imprese, scuola, università e istituzioni soprattutto sulle discipline STEM, priorità strategica per il Paese». Lo dichiara Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria, in occasione della Settimana Italiana delle discipline STEM e in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella Scienza, l’11 febbraio.
In questo contesto, l’Italia può contare su un punto di forza spesso poco raccontato. Secondo dati Eurostat, la nostra Nazione è nella Top 10 dell’Ue per quota di donne sul totale dei laureati in discipline STEM e Life Sciences: la percentuale raggiunge il 40%, superiore a Francia (35%), Germania (29%) e Spagna (28%) e alla media europea del 34,6%. Non solo: l’Italia è anche il terzo Paese UE per numero complessivo di laureati in STEM e Life Sciences, collocandosi tra i leader europei sia per dimensione sia per presenza femminile. È fondamentale offrire opportunità di crescita in Italia a questi talenti perché scelgano di restare nella nostra Nazione e contribuire alla crescita e all’innovazione.
Occorre colmare il mismatch, ovvero il gap tra le competenze che le industrie cercano e quelle che il sistema scolastico fornisce
Occorre anzitutto colmare il gap tra le competenze che le imprese cercano e quelle che il sistema scolastico e universitario formano. È il cosiddetto mismatch, che nel comparto Life Sciences genera un costo di 1,8 miliardi di euro. Le aziende farmaceutiche lo sperimentano ogni giorno: l’88% fatica infatti a reperire competenze tecniche, soft skills e competenze manageriali. Un disallineamento che riflette la necessità di far crescere sempre di più il dialogo tra imprese e sistema formativo, per sviluppare competenze scientifiche e tecniche in linea con i trend dell’innovazione nell’industria. Infatti, se in Italia la crescita dei laureati STEM negli ultimi 20 anni è stata del 57%, è altrettanto vero che siamo già in una fase di importante trasformazione dell’innovazione e delle organizzazioni aziendali, che richiede un impegno comune per rispondere alle necessità delle filiere industriali. Intervenendo nella formazione fin dai primi anni di scuola, perché è lì che emergono divari nelle competenze scientifiche, con effetti che si trascinano poi nel mondo del lavoro.
«Farmindustria e le imprese del settore» – spiega Cattani – «investono da tempo in percorsi concreti per avvicinare i giovani alle professioni del futuro, dall’orientamento scolastico fino alla formazione tecnica e universitaria». Le aziende sono le prime per attività di formazione e l’Associazione ha, tra le esperienze più significative, il progetto di alternanza scuola – lavoro, il Campus ITS Pharma Academy che ha formato, con il contributo delle imprese, 250 giovani in 5 anni, oltre 50 collaborazioni con le università. E il Protocollo con MUR e CRUI, siglato con il Ministro Bernini per rafforzare il modello di collaborazione pubblico-privato, favorendo la formazione di professionalità altamente qualificate e specializzate, in particolare nelle discipline STEM, attraverso la promozione della partecipazione delle imprese alle attività formative universitarie, post-universitarie (scuole di specializzazione, master e dottorati industriali) e alla didattica integrativa.
«Non possiamo restare a guardare mentre altri Paesi accelerano, servono scelte coraggiose per sostenere ricerca, competenze e innovazione»
L’industria farmaceutica crede molto nei giovani, come dimostra anche l’aumento dell’occupazione under 35 del 21% in 5 anni nelle imprese. Ma la competizione non si gioca solo sul piano nazionale. «L’innovazione corre velocemente e gli equilibri mondiali stanno cambiando. Oggi la Cina avvia il 28% dei trial clinici globali, contro appena il 3% di 10 anni fa. L’Europa deve recuperare terreno con politiche più attrattive e una visione industriale chiara. Non possiamo restare a guardare mentre altri Paesi accelerano. Come dimostra l’azione del Governo italiano, servono scelte coraggiose per sostenere ricerca, competenze e innovazione», conclude Cattani.
L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e l’Organizzazione Nazionale Antidoping (NADO Italia) hanno sottoscritto un protocollo d’intesa finalizzato a fornire agli atleti e al personale di supporto informazioni accessibili e aggiornate sui medicinali che contengono sostanze proibite secondo la Lista delle sostanze e dei metodi vietati dalla World Anti-Doping Agency (WADA).
Grazie all’accordo, AIFA mette a disposizione di NADO Italia le informazioni contenute nella propria banca dati dei farmaci, utilizzabili per la realizzazione di una piattaforma dedicata. L’Agenzia condividerà inoltre con regolarità gli aggiornamenti della banca dati, garantendo che atleti e team possano consultare dati sempre aggiornati e gestire con maggiore consapevolezza l’uso dei medicinali.
«È interesse di AIFA promuovere un uso corretto, responsabile e consapevole dei medicinali, anche tra gli atleti che partecipano a competizioni sportive»
«È interesse di AIFA promuovere un uso corretto, responsabile e consapevole dei medicinali, anche tra gli atleti che partecipano a competizioni sportive – afferma Isabella Marta, dirigente dell’Area Autorizzazione Medicinali dell’AIFA – Siamo lieti di supportare NADO Italia con la nostra banca dati, a beneficio degli atleti e dei loro team, in particolare in occasione di manifestazioni di rilievo internazionale come i Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina».
La collaborazione si inserisce nell’attività annuale di AIFA di fornire al Ministero della Salute l’elenco dei medicinali autorizzati in Italia contenenti sostanze vietate, sulla base del quale viene predisposto il decreto ministeriale di aggiornamento della lista dei farmaci e principi attivi proibiti. La banca dati “AIFA medicinali” indica chiaramente per ciascun farmaco se contiene sostanze dopanti e riporta il relativo pittogramma, anche sull’etichetta.
Offrendo informazioni chiare e aggiornate agli atleti e al loro staff si tutela l’atleta “pulito”, prevenendo casi di doping involontario
«Il protocollo con AIFA rafforza il nostro impegno a garantire strumenti immediati per la verifica della presenza di sostanze proibite nei farmaci – commenta la dottoressa Alessia Di Gianfrancesco, direttore generale di NADO Italia – In questo modo possiamo tutelare l’atleta “pulito” e prevenire casi di doping involontario, offrendo informazioni chiare e aggiornate sia agli atleti sia al loro staff».
La psichiatria sta esplorando nuove traiettorie terapeutiche che vanno oltre gli psicofarmaci tradizionali, intercettando molecole nate in altri ambiti e riscoprendo, con cautela scientifica, sostanze a lungo considerate off-limits. Dagli agonisti del recettore GLP-1, già utilizzati in ambito metabolico, fino alle microdosi di psichedelici come psilocibina e LSD, le evidenze emergenti aprono scenari promettenti ma ancora lontani dalla pratica clinica. A fare il punto sono Matteo Balestrieri e Claudio Mencacci, co-presidenti della Società Italiana di Neuro Psico Farmacologia (SINPF), che analizzano per TrendSanità risultati, limiti e prospettive regolatorie di queste nuove opzioni terapeutiche.
L’efficacia dei farmaci GLP-1 in campo psichiatrico
I nuovi farmaci metabolici sviluppati per l’obesità e il diabete stanno mostrando effetti promettenti anche nel trattamento dei disturbi psichiatrici. Si tratta degli agonisti del recettore del peptide-1 glucagone-simile (GLP-1) – come semaglutide, liraglutide e tirzepatide – che si sono rivelati in grado di contrastare l’aumento di peso spesso associato all’assunzione di psicofarmaci, un effetto che può compromettere l’aderenza alle cure. Studi recenti pubblicati su JAMA Psychiatry e BMC Psychiatry, presentati anche all’ultimo Congresso della SINPF, evidenziano come i GLP-1 possano contribuire non solo a proteggere il corpo dei pazienti, ma anche a ridurre il rischio di depressione e disturbo bipolare.
Ancora nessuna approvazione regolatoria per i GLP-1 nei disturbi psichiatrici, ma crescono evidenze su umore, dipendenze e funzioni cognitive
Come riporta l’articolo pubblicato su JAMA Psychiatry, i ricercatori dell’Ospedale Universitario della Charité di Berlino hanno dimostrato che semaglutide può aiutare a superare uno dei maggiori ostacoli della psicosi, cioè l’aumento di peso indotto dai farmaci. Questo effetto porta i pazienti a interrompere le cure o a sviluppare gravi complicanze metaboliche. Spiega Matteo Balestrieri, già professore di psichiatria all’Università di Udine e co-presidente SIMPF: «I risultati dello studio mostrano che l’uso di semaglutide in pazienti in terapia antipsicotica ha portato a una riduzione media del peso corporeo dell’8% in sole 24 settimane, mentre l’uso di liraglutide a una riduzione di circa il 5%. Un risultato straordinario se confrontato con la stabilità del peso osservata nel gruppo trattato con metformina, lo standard attuale».
Aggiunge Claudio Mencacci, psichiatra, direttore emerito del dipartimento di Neuroscienze dell’Ospedale Fatebenefratelli Sacco di Milano e co-presidente SINPF: «Per la prima volta abbiamo uno strumento efficace non solo per curare la mente, ma anche per proteggere il corpo dei pazienti psichiatrici, riducendo drasticamente il rischio di diabete e malattie cardiovascolari correlate alla terapia. I GLP-1 agiscono sui centri della sazietà nel cervello, contrastando l’iperfagia (fame eccessiva) spesso causata dagli psicofarmaci».
Evidenze crescenti per alcuni utilizzi
Claudio Mencacci e Matteo Balestrieri
Nell’articolo di BMC Psychiatry si illustrano i risultati dello studio condotto dalla Seoul National University Biomedical Informatics. Gli scienziati hanno indagato sul nesso genetico tra il recettore GLP-1 e i disturbi psichiatrici. «I risultati parlano chiaro: una maggiore attività genetica del recettore GLP-1 è associata a una riduzione del rischio di depressione maggiore e disturbo bipolare. – afferma Balestrieri – È la prima prova genetica che suggerisce come il sistema GLP-1 non regoli solo l’insulina, ma influenzi direttamente i circuiti della regolazione affettiva, confermando così il ruolo potenziale degli agonisti GLP-1 nel trattamento della depressione e dei disturbi da uso eccessivo di alimenti e di alcol».
Per arrivare a un effettivo utilizzo degli agonisti GLP-1 in psichiatria ci vorrà ancora tempo. Spiega Mencacci: «Allo stato attuale non è ancora all’orizzonte l’approvazione da enti regolatori con indicazione per disturbi psichiatrici. Vi sono evidenze crescenti su alcune dimensioni psichiche quali funzioni cognitive, su dipendenza alcol e umore».
Il microdosing di alcuni psichedelici, studi in corso
Promette sviluppi interessanti anche il “microdosing”, l’utilizzo cioè di dosi sub-percettive di sostanze psichedeliche come LSD e psilocibina, per il trattamento di diversi disturbi psichiatrici. Evidenze scientifiche mostrano che anche solo pochi microgrammi di questi due principi potrebbero aiutare in determinati disturbi mentali. Dopo averli banditi per circa mezzo secolo perché ritenuti ad alto rischio, gli psichedelici sono tornati al centro dell’interesse scientifico. E, a detta degli esperti, mostrano un enorme potenziale terapeutico. Tra gli psichedelici, la ketamina viene già ampiamente utilizzata per la depressione resistente e un suo derivato (esketamina) è prescritto anche in Italia per questa tipologia di disturbo.
Vanno compresi bene i meccanismi d’azione e gli effetti collaterali: per l’introduzione di questo tipo di farmaci ci vorrà tempo
Spiega Mencacci: «Su queste terapie è in corso uno studio italiano autorizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e condotto nella Clinica Psichiatrica dell’Università di Chieti diretta da professor Giovanni Martinotti. Stiamo attendendo i risultati di questa indagine. L’accesso al mercato è ancora di là da venire, ma sappiamo che in altri Paesi, in particolare in Canada, le possibilità di accesso si sono realizzate. Sicuramente avremo beneficio anche dagli studi fatti in UK, ricerche che potrebbero spianare la strada. Il tema, sicuramente delicato perché coinvolge sostanze come psilocibina e LSD, è di definire in maniera molto attenta il dosaggio, la cosiddetta microdose. Vanno compresi bene i meccanismi d’azione e gli effetti collaterali. Per l’introduzione di questo tipo di farmaci ci vorrà tempo».
Prosegue Mencacci: «Gli studi più recenti indicano che microdosi di psilocibina e LSD, pari a circa il 5-10% di una dose standard, siano in grado di “resettare” i circuiti neurali coinvolti in patologie come la depressione maggiore e il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), favorendo la crescita di spine dendritiche, i mattoni neurali dell’apprendimento e della memoria, e migliorando la connettività sinaptica».
Al di là dei risultati promettenti, ci vuole cautela. «Il microdosing deve rimanere un atto medico controllato – specificano i presidenti SINPF – che richiede un monitoraggio attento per escludere rischi a lungo termine. La nostra missione è garantire che l’innovazione non prescinda mai dalla sicurezza del paziente. La SINPF si impegna a guidare questa transizione, promuovendo una formazione specifica per gli psichiatri italiani e collaborando con le autorità regolatrici per trasformare la ricerca d’avanguardia in pratica clinica sicura e accessibile».
Quando medicina e diritto si incontrano o si scontrano, ne scaturisce un confronto serrato, a tratti vivace e ricco di spunti. Quando però il dialogo funziona si apre uno spaccato di realtà a tratti molto complessa ma anche istruttiva, soprattutto per i non addetti ai lavori.
È quanto è accaduto al convegno organizzato da S.I.S.O. ETS, in collaborazione con Avvidasa, associazione di avvocati esperti in responsabilità sanitaria, e APMO – Associazione pazienti malattie oculari, tenutosi venerdì 6 febbraio presso l’auditorium della Lumsa. L’incontro, moderato dall’avvocato Michele Allamprese, segretario APMO e socio Avvidasa, ha riunito professionisti della medicina, dell’avvocatura e della magistratura, arricchito dal saluto istituzionale della dottoressa Antonella Giammaria, capo Dipartimento per gli Affari di Giustizia del Ministero della Giustizia, a nome del ministro Carlo Nordio.
Complicanze cliniche, medicina difensiva e responsabilità professionale
La prima parte dei lavori è stata dedicata agli aspetti clinici delle complicanze in ambito oculistico. Il professor Teresio Avitabile, presidente S.I.S.O. ETS e ordinario di Malattie dell’apparato visivo all’Università di Catania, insieme al professor Cristoforo Pomara, ordinario di Medicina legale nello stesso ateneo, ha approfondito il tema della medicina difensiva e le preoccupazioni dei sanitari rispetto al rischio di contenzioso giudiziario.
Avitabile ha sottolineato la necessità di criteri chiari e condivisi: «Non serve impunità, ma regole chiare per tutti, non solo per i medici. È fondamentale capire il confine tra cause umane e cause naturali. Il paziente va risarcito se il medico ha sbagliato, ma chi lo stabilisce? È centrale il ruolo del consulente tecnico del giudice, che deve avere conoscenze specifiche e pratiche e le competenze necessarie». Segue immediata la replica di Pomara, che ha richiamato il bisogno di distinguere «la colpa dalla fatalità con un criterio di buonsenso» e ha ribadito l’importanza del confronto tra discipline. «Il tribunale deve avvalersi di un albo di consulenti preparati. Quando scatta il risarcimento paga l’azienda sanitaria e questo rischia di sottrarre fondi all’assistenza alimentando la medicina difensiva.
La medicina non ha superato la sua fallibilità e resta difficile stabilire criteri per la valutazione del danno. Il compito del medico legale è fare da ponte tra legge e medicina
Pomara ha evidenziato anche il valore della documentazione clinica: «La cartella clinica è un atto pubblico, l’unica testimonianza del medico. Se è ben compilata diventa un atto difensivo e dimostra completezza dell’atto medico». Il confronto è proseguito con l’analisi di un caso pratico di complicanza clinica oftalmologica illustrato dalla dottoressa Sarah Nalin e dall’avvocato Simone Grimaldi, con la partecipazione del medico legale Matteo Perilli, mentre Riccardo Cornaghi, Affinity Manager di Marsh Spa, ha affrontato il tema delle coperture assicurative nella responsabilità sanitaria in oftalmologia e si è soffermato sul nodo delle coperture e sulla ripartizione delle spese legali in caso di contenzioso. Nalin ha ribadito la necessità di affiancare il giudice con competenze adeguate: «Accanto al giudice deve esserci un medico legale competente o un collegio di esperti, non semplicemente chi conosce la materia in modo generico».
Nesso causale, danno e prospettive future del dialogo interdisciplinare
La seconda sessione ha approfondito gli aspetti giuridici con gli interventi del magistrato Giacomo Travaglino, già presidente della Terza Sezione della Corte di Cassazione, e di Alberto Cisterna, sostituto procuratore presso la Procura generale della Corte di Cassazione, che hanno chiarito i punti chiave relativi al nesso di causalità e alla quantificazione del danno.
Travaglino ha evidenziato «la difficoltà di comunicazione tra medicina e giurisprudenza» e ha ricordato come «la responsabilità medica nella storia sia sempre stata un pendolo oscillante». Ha sottolineato anche l’importanza della relazione con il paziente: «Serve dedicare più tempo alla comunicazione e sviluppare competenze relazionali». L’ultimo intervento, quello di Alberto Cisterna, è stato dedicato alle conseguenze risarcitorie dell’adattamento alla cecità: «Esistono diverse forme di risarcimento, anche legate alle conseguenze che l’errore ha sulla vita del paziente. È necessario mantenere elevati standard delle consulenze tecnico-legali ed evitare diserzioni. Fare il consulente per il tribunale è complesso, ma fondamentale».
A chiudere i lavori è stata l’avvocato Caterina Cristina Bressan, presidente di Avvidasa che ha evidenziato il messaggio che emerge da quanto discusso. «Alla luce del ruolo essenziale dell’alta specializzazione dei CTU, Avvidasa si propone di avviare una condivisione sistematica dei dati sulle esperienze di ciascun socio con i CTU dei diversi fori. L’obiettivo è mettere in comune le esperienze per individuare quei consulenti meritevoli di essere nominati più spesso dai giudici e, al contrario, evidenziare i casi in cui il lavoro risulta più superficiale – spiega Bressan. L’attività dei CTU, infatti, si riflette direttamente sulla bontà e sulla solidità delle sentenze, delle pronunce definitive dei giudici che si basano sulle loro relazioni, essendo gli ausiliari tecnici del magistrato. Questo impegno era già presente tra le priorità, dell’Associazione ma ora verrà portato avanti con ancora maggiore convinzione, soprattutto in un ambito altamente specialistico come quello dell’oculistica, dove è fondamentale che il collegio peritale sappia esattamente ciò che fa».
Al termine dell’incontro, i presidenti di S.I.S.O. ETS e Avvidasa hanno annunciato l’intenzione di rendere l’appuntamento periodico per rafforzare il dialogo tra tutti gli attori coinvolti nel contenzioso sanitario in oftalmologia e promuovere una cultura condivisa della responsabilità.
Favorire il contributo delle persone con diabete alla società attraverso il lavoro, valorizzarle in quanto risorsa grazie a un comportamento proattivo che migliori la gestione delle malattie e riduca le complicanze, e allo stesso tempo promuovere la cultura della prevenzione in ambito lavorativo. Sono questi gli obiettivi dell’accordo siglato tra Fand – Associazione italiana diabetici e Assimprenditori, grazie alla firma nei giorni scorsi di un protocollo d’intesa. L’accordo permetterà alle due organizzazioni di lavorare insieme per mettere in campo iniziative volte alla prevenzione, al miglioramento delle condizioni delle persone con diabete sul lavoro e al contrasto allo stigma nei confronti di chi vive con questa malattia.
L’obiettivo è aiutare le persone con diabete a diventare consapevoli della propria condizione e a svolgere normalmente la propria vita lavorativa
In Italia le persone con diabete sono circa 4 milioni, e si stima che un ulteriore milione sia affetto dalla malattia senza che sia mai stata diagnosticata. Nel 2020 si sono registrati circa 20 mila decessi in più rispetto al 2019 con menzione di diabete in causa iniziale o nelle cause multiple, per complessivi 97 mila decessi, undici ogni ora. Il diabete è una malattia asintomatica e viene scoperta spesso casualmente durante controlli per altro motivo o quando insorgono sintomi e complicanze. La diagnosi tardiva, purtroppo, conduce molto frequentemente al cosiddetto “danno d’organo”, spesso irreversibile: il 98% delle amputazioni degli arti inferiori di origine non traumatica è causata dal diabete. Tuttavia, una persona con diabete avendo piena consapevolezza e corretta gestione della propria patologia può essere in grado di svolgere una vita perfettamente normale, inclusa la vita lavorativa, ritardando o non manifestando affatto le complicanze.
Adottare uno stile di vita corretto, continuare a informarsi e formarsi, superare lo stigma che spesso accompagna il diabete, senza paura di comunicare la propria condizione, ma rendendo consapevoli anche coloro che appartengono alla propria cerchia familiare, lavorativa e sociale, sono i presupposti per ridurre l’incidenza del diabete nella nostra società, sia in termini di aumento della qualità di vita e cura sia in termini economici. Secondo il sistema di sorveglianza PASSI promosso dal Ministero della Salute, il 70% delle persone con diabete è in eccesso ponderale, il 48% è sedentario, il 22% fuma e oltre il 90% non consuma le cinque porzioni giornaliere di frutta e verdura raccomandate: fondamentale è quindi sensibilizzare e promuovere i sani stili di vita, anche in ambito lavorativo.
Manuela Bertaggia
«L’accordo fra le due organizzazioni, di cui siamo fieri, ha l’obiettivo di permettere alle persone con diabete di avere piena consapevolezza della propria malattia, attraverso una serena e corretta gestione, per favorire la loro capacità di dare pieno contribuito allo sviluppo della nostra società, sia in termini di qualità di vita che di capacità produttiva» – dichiara Manuela Bertaggia, Presidente Fand – «L’obiettivo è, inoltre, quello di ridurre le complicanze e l’impatto socio-economico del diabete adottando un comportamento proattivo sia da parte delle persone con diabete che da parte delle persone legate alla loro sfera familiare, sociale, lavorativa. Vogliamo promuovere in ambito lavorativo una cultura che consideri la persona con diabete come una risorsa e non come un problema, e allo stesso tempo, una riduzione, attraverso una migliore gestione del diabete, i giorni persi per malattia e/o ricoveri ospedalieri, diminuendo così i costi a carico della collettività e aumentando la produttività nei luoghi di lavoro. Infine, le azioni messe in campo consentiranno di prevenire, in generale, l’insorgenza del diabete nella popolazione attraverso la promozione del corretto stile di vita, creando la cultura di una sana alimentazione accompagnata dalla giusta attività fisica».
«Il protocollo firmato fra Assimprenditori e FAND è il suggello di una visione comune sul fronte del diabete e promette di ottenere notevoli risultati in questa guerra dilagante» – dichiara Giuseppe Samà, Presidente di Assimprenditori – «Solo facendo fronte comune, ciascuno con le proprie competenze, si potrà disporre di quella forza necessaria a contrastare efficacemente la pandemia diabetica. Imprese e FAND affiancate: un sodalizio vincente. La strada è tracciata. Ancora grazie a FAND e alla sua presidente Manuela Bertaggia».
In un contesto segnato da instabilità geopolitica, riallocazione delle supply chain e crescente complessità operativa, la logistica healthcare continua a rafforzare il proprio ruolo strategico. I dati presentati dall’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano in collaborazione con il Consorzio Dafne restituiscono l’immagine di un settore che cresce più della media, ma che lo fa con margini contenuti, chiamato a ripensare il proprio modello evolvendo da funzione prevalentemente operativa a leva abilitante per la continuità dei servizi sanitari.
Luci e ombre del settore nell’analisi dell’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano in collaborazione con il Consorzio Dafne
Tra il 2020 e il 2024 il fatturato degli operatori logistici attivi nell’healthcare ha registrato una crescita complessiva stabile, meno volatile rispetto alla logistica nel suo complesso. Nel solo 2024 l’incremento si è attestato al +1,7%, confermando una traiettoria positiva ma più moderata rispetto agli anni precedenti. A fronte di questa crescita, però, la redditività resta sotto pressione: secondo i dati dell’Osservatorio Contract Logistics, la marginalità media (EBITDA/fatturato) si ferma intorno al 3%, circa tre punti percentuali in meno rispetto alla media della contract logistics italiana. Un differenziale negativo che riguarda anche i vettori, seppur in misura più contenuta.
Il quadro cambia se si guarda ai distributori intermedi, che nel 2024 raggiungono un fatturato complessivo di 16,5 miliardi di euro, in significativa crescita sull’anno precedente.
Incertezza strutturale e investimenti che non si fermano
Il filo conduttore dell’edizione 2025 dell’Osservatorio è stato l’incertezza, una condizione ormai strutturale che attraversa l’intera filiera healthcare. Un tema che emerge con forza anche dalle parole di Damiano Frosi, Direttore dell’Osservatorio Contract Logistics, raccolte da TrendSanità a margine dell’evento.
«Incertezza è proprio la parola chiave che citano i manager della logistica da qualche anno e in particolare nel 2025, perché ci sono tante tensioni geopolitiche che arrivano anche a toccare la filiera healthcare».
Le pressioni internazionali, il riposizionamento delle supply chain, il dibattito sul ruolo dell’industria farmaceutica europea e i costi crescenti – dalla manodopera all’energia – non hanno però frenato gli investimenti. Al contrario, gli operatori logistici stanno continuando a rafforzare infrastrutture e capacità tecnologiche.
Un capitolo centrale della ricerca è dedicato alla logistica ospedaliera, sempre più rilevante per le strutture sanitarie pubbliche. Dal 2009 al 2024 sono stati individuati 285 contratti di servizi logistici stipulati con ospedali pubblici, per un valore complessivo di 766 milioni di euro. Un mercato fortemente polarizzato: il 9% dei contratti, stipulati a livello di Aree Vaste, concentra il 63% del valore complessivo.
«Le strutture sanitarie si stanno approcciando alla logistica vedendola sempre come più strategica», spiega Martina Coslovich, Responsabile del Tavolo di Lavoro Logistics HealthCare dell’Osservatorio. «Il loro approccio all’outsourcing sta cambiando, diventando più complesso e strutturato».
Le strutture sanitarie si stanno approcciando alla logistica vedendola sempre come più strategica
Il dato più significativo infatti riguarda la tipologia di servizi affidati in outsourcing. Se storicamente la gestione del magazzino ospedaliero rappresentava quasi la metà dei contratti, negli ultimi due anni cresce in modo marcato la logistica integrata, che passa dall’8% storico al 18% del totale.
Alla base di questa evoluzione c’è la consapevolezza che la logistica non è più un servizio ancillare, ma una componente critica del funzionamento ospedaliero. La sfida, sottolinea Coslovich, è la sincronizzazione tra flussi logistici e clinici, che richiede integrazione dei sistemi informativi, revisione dei processi e modelli di governance più maturi.
L’Intelligenza Artificiale esce dalla fase sperimentale
Uno dei principali fattori abilitanti di questa trasformazione è l’Intelligenza Artificiale, ormai adottata da oltre la metà delle aziende committenti e da quasi il 60% dei fornitori di servizi logistici. Secondo l’Osservatorio, il 71% delle aziende healthcare dichiara oggi di utilizzare soluzioni di AI su processi specifici, prevalentemente verticali, una quota destinata a crescere ulteriormente nei prossimi cinque anni.
L’AI in logistica healthcare punta più alla qualità dei processi e al servizio che al risparmio
Le applicazioni sono ancora concentrate soprattutto “in ufficio”, a supporto delle attività operative e decisionali, mentre l’adozione “sul campo” resta più limitata. Ma ciò che colpisce è il cambio di prospettiva sugli obiettivi: non più solo efficienza e riduzione dei costi, ma soprattutto qualità dei processi (36%) e livello di servizio (32%).
Come sottolinea Marco Melacini, Direttore Scientifico dell’Osservatorio, l’AI sta diventando un abilitatore concreto della collaborazione lungo la filiera, superando la fase di sperimentazione e orientandosi verso un impatto tangibile sulla continuità operativa.
Serializzazione dei medicinali: dalla compliance alla leva di trasformazione della filiera
Tra i temi affrontati nel corso dell’evento, la serializzazione dei medicinali segna una discontinuità rilevante per la logistica healthcare, approfondita nella sessione pomeridiana a cura del Consorzio Dafne. Il passaggio al modello europeo di anticontraffazione supera infatti il sistema del Bollino Farmaceutico e introduce l’identificazione univoca di ogni confezione tramite DataMatrix e dispositivi anti-manomissione, con impatti diretti su processi e responsabilità lungo l’intera filiera.
Come spiega Daniele Marazzi, consigliere delegato del Consorzio Dafne, l’Italia si trova oggi in una fase cruciale di transizione: «La serializzazione sta arrivando anche in Italia, che è nel pieno del percorso verso la piena efficacia del regolamento anticontraffazione europeo, con un periodo di stabilizzazione che ci porterà a un pieno adeguamento entro febbraio 2027».
La serializzazione può diventare un’occasione per ripensare modelli organizzativi e processi logistici
Per accompagnare questo percorso, il Consorzio Dafne ha pubblicato il white paper «Gli impatti della Serializzazione sull’ecosistema Salute italiano», frutto di un intenso lavoro di confronto all’interno del Gruppo di Lavoro Serializzazione, con oltre 270 manager della filiera. L’obiettivo non è solo supportare l’adeguamento normativo, ma stimolare una lettura più ampia del cambiamento in atto.
Come sottolineato da Marazzi, «guardando oltre il mero adempimento», la serializzazione può diventare un’occasione per ripensare modelli organizzativi e processi logistici, aprendo a innovazioni capaci di migliorare efficacia, sicurezza e – in prospettiva – anche l’efficienza di segmenti della filiera rimasti a lungo invariati. In questo senso, il 2027 non rappresenta solo una scadenza regolatoria, ma un banco di prova per la maturità digitale e collaborativa del sistema salute italiano.
Regioni e sindacati compiono un primo passo per fermare l’emorragia di professionisti dal Servizio sanitario nazionale. L’ANAAO ASSOMED e la Federazione CIMO-FESMED hanno aderito al “Protocollo Sanità”, elaborato congiuntamente dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e dalle organizzazioni sindacali del comparto e della dirigenza sanitaria. Un documento che individua le azioni necessarie per rendere di nuovo attrattivo il lavoro nella sanità pubblica e invertire il trend di dimissioni e migrazione verso il privato e l’estero.
«Il Protocollo contiene misure che da tempo riteniamo indispensabili per migliorare le condizioni di lavoro e le retribuzioni dei medici dipendenti del SSN – dichiarano Pierino Di Silverio, Segretario ANAAO ASSOMED, e Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED – Ora è fondamentale che questi impegni non restino sulla carta, ma vengano recepiti anche nel CCNL 2025-2027, le cui trattative, secondo le Regioni, dovrebbero svolgersi nel corso del 2026».
«Il Protocollo contiene misure per migliorare le condizioni di lavoro e le retribuzioni dei medici dipendenti del SSN»
«Dopo il via libera del Consiglio dei Ministri di ieri all’ipotesi di CCNL 2022-2024, auspichiamo una rapida convocazione dell’Aran per la firma definitiva del contratto in modo da assicurare l’adeguamento delle retribuzioni e, quindi, una immediata pubblicazione, da parte delle Regioni, dell’atto di indirizzo per aprire il tavolo del triennio successivo, senza attendere la chiusura del contratto del comparto e senza prevedere arretramenti rispetto ai risultati già ottenuti, soprattutto sul piano normativo».
ANAAO e CIMO-FESMED hanno anche chiesto l’apertura di un tavolo di confronto con il Ministero della Salute e la Conferenza delle Regioni per definire la futura collocazione contrattuale del personale sanitario. «È arrivato il momento – sottolineano Di Silverio e Quici – di discutere i nostri contratti con chi ha la reale responsabilità dell’organizzazione del lavoro e della definizione degli obiettivi della sanità pubblica: Ministero e Regioni».
Tra gli interventi previsti dal Protocollo figurano:
il miglioramento delle condizioni di lavoro attraverso modelli organizzativi più flessibili, capaci di favorire la conciliazione tra vita professionale e privata, riportando il lavoro straordinario e le prestazioni aggiuntive alla loro funzione originaria;
la valorizzazione economica del personale sanitario, adeguando le retribuzioni ai livelli europei anche tramite il superamento dei tetti di spesa;
la garanzia di reali percorsi di crescita professionale, regolamentando in modo più efficace l’affidamento delle strutture complesse al personale universitario e tutelando le opportunità di carriera del personale ospedaliero;
il rafforzamento delle relazioni sindacali per assicurare un’applicazione uniforme dei contratti nazionali su tutto il territorio;
la revisione e semplificazione dei profili professionali, nel rispetto dei ruoli e delle competenze;
il coinvolgimento attivo dei professionisti nella governance dei progetti di digitalizzazione;
l’istituzione di un confronto permanente tra la Conferenza delle Regioni e le organizzazioni sindacali.