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Robotica in medicina: fra chirurgia e assistenza sanitaria

Robot in medicina: non un futuro fantascientifico ma una realtà già ampiamente diffusa nei nostri ospedali. Le tecnologie robotiche sono infatti usate da anni nell’ambito farmaceutico e chirurgico e stanno prendendo sempre più piede anche nel contesto assistenziale. Per capire che cosa sono e cosa ci possiamo aspettare dal futuro ne abbiamo parlato con Ottavio De Cobelli, Direttore del Programma Urologia e Trattamento mininvasivo della Prostata presso l’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo).

Nascita e ascesa di nuovi approcci chirurgici

Erano gli anni ’90 quando in Italia è arrivata quella che per l’epoca era la rivoluzione in ambito chirurgico: la laparoscopia. La nuova tecnica ha infatti permesso di limitare notevolmente l’invasività delle operazioni chirurgiche, migliorando il tasso di successo degli interventi e il decorso post operazione. È tutt’oggi largamente utilizzata sia in ambito terapeutico che diagnostico. A differenza che nella chirurgia tradizionale, infatti, con la laparoscopia le cicatrici operatorie sono più piccole, il ricovero ospedaliero più breve e c’è un minor rischio di infezioni post intervento. Ecco perché questo tipo di chirurgia mini invasiva si è negli anni consolidata, arrivando a essere la scelta d’elezione per numerosi tipi di interventi.

La chirurgia robotica, giunta in Italia nei primi anni 2000, ha costituito la nuova rivoluzione dopo la laparoscopia, aprendo nuove prospettive in termini di chirurgia mini invasiva

La chirurgia robotica, giunta in Italia nei primi anni Duemila, ha costituito la nuova rivoluzione dopo la laparoscopia, aprendo nuove prospettive in termini di chirurgia mini invasiva. Una relazione tecnico scientifica dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari riporta ad esempio come nel 2019 la chirurgia robotica abbia raggiunto 7 milioni di pazienti nel mondo, per un totale di più di un milione di interventi. A livello nazionale, nel 2019 sono stati eseguiti circa 23 mila interventi di questo tipo. La maggior parte di essi riguarda l’ambito urologico (68% circa della chirurgia robotica totale in Italia), vengono poi la chirurgia generale, ginecologica e la chirurgia toracica.

Di cosa parliamo quando parliamo di chirurgia robotica 

Il termine chirurgia robotica fa in realtà riferimento a uno strumento chirurgico robotizzato. “Si tratta di un carrello su cui sono montate quattro braccia che hanno al loro apice gli strumenti chirurgici”, spiega Ottavio De Cobelli, Direttore del Programma Urologia e Trattamento mininvasivo della Prostata dello Ieo. “Gli strumenti chirurgici vengono inseriti all’interno dell’addome attraverso piccolissimi fori e insieme a un sistema ottico che permette di avere un’immagine tridimensionale del campo operatorio. Il carrello viene mosso dal chirurgo attraverso una consolle e quattro pedali. In questo modo il chirurgo manovra a poca distanza gli strumenti per eseguire l’intervento chirurgico”.

Si tratta dunque di una sorta di braccio meccanico potenziato che aumenta l’abilità del medico nell’eseguire l’operazione. “Il chirurgo ha due mani e due occhi”, continua il dottor De Cobelli, “tramite l’utilizzo di tecnologia robotica si hanno quattro braccia meccaniche manovrabili con mani e piedi e una visione tridimensionale più accurata e precisa”.

È importante sottolineare dunque come il chirurgo rimanga l’artefice dell’operazione, di cui i bracci robotici sono solo l’estensione.

I vantaggi della chirurgia robotica

I vantaggi nell’utilizzo di questo tipo di strumenti in chirurgia sono molteplici. Prima di tutto, l’abilità operatoria del chirurgo è migliorata in termini di movimento e visione. Il movimento della mano di un chirurgico che manovra gli strumenti è limitato dall’articolazione del polso, del gomito e del braccio, oltre il quale non può andare in rotazione. “Il braccio robotico invece può muoversi a 360°, con movimenti impossibili da replicare dalla mano del chirurgo”, specifica De Cobelli.

Benefici in termine di visione perché, diversamente dalla chirurgia tradizionale, la vista è tridimensionale, come se si lavorasse immersi nell’addome del paziente. Per questo motivo la visione è anche più accurata rispetto a quella che può avere il chirurgo in un’operazione tradizionale.

La visione è anche più accurata rispetto a quella che può avere il chirurgo in un’operazione tradizionale

In più si lavora ad addome coperto, senza fare incisioni ma praticando solamente piccoli fori per permettere l’ingresso degli strumenti e dell’ottica. “Per creare una camera di lavoro, l’addome viene gonfiato con dei gas, permettendo una visione più precisa e meno sporca di sangue perché tutte le piccole vene che normalmente macchiano il campo operatorio non vengono incise. Da ciò risulta che il campo operatorio è più pulito e per questo la visione è migliore e gli organi molto più riconoscibili dal punto di vista dell’anatomia”, specifica il dottor De Cobelli.

“Un esempio pratico: nelle pelvi maschile e femminile gli spazi retrovescicali non sono facilmente visibili in chirurgia aperta ma sono perfettamente visibili in chirurgia robotica”.  Il vero vantaggio è dunque quello di poter praticare un intervento molto più preciso e molto più meticoloso, a prescindere dagli altri aspetti positivi come l’assenza di sangue e di incisioni. Ciò si traduce in un decorso post operatorio più rapido con una migliore ripresa anche della funzionalità degli organi operati.

La chirurgia robotica in Italia 

Stando a quanto riporta una relazione del 2017 del Ministero della Salute, in quell’anno erano attivi in Italia 76 robot chirurgici. Le stime dicono che ad oggi sono già quasi raddoppiati e se ne contano circa 150, suddivisi in maniera non omogenea nelle varie regioni. La Toscana e la Lombardia sono le regioni in cui queste strumentazioni sono più diffuse, anche perché qui si trovano alcuni centri che per primi hanno approfondito questa tecnologia dotandosi dei robot e iniziando a operare.

I numeri non potranno che crescere perché ci sono interventi, quali ad esempio quello di rimozione del tumore alla prostata, per cui la chirurgia robotica è ormai il metodo di elezione. In più, questa disciplina sta entrando sempre di più nella formazione dei nuovi chirurghi. Se anni fa i medici che volevano imparare a manovrare queste strumentazioni dovevano recarsi in poli attrezzati con i robot, magari all’estero, oggi la loro diffusione capillare negli ospedali italiani fa sì che sin da specializzandi i chirurghi possano iniziare a far pratica con queste strumentazioni.

Evoluzioni: fra miniaturizzazione e intelligenza artificiale

Parlando di prospettive future, l’evoluzione che si sta affacciando in Europa e già presente negli Stati Uniti è l’ulteriore miniaturizzazione del sistema di bracci meccanici, per permettere a tutti gli strumenti di entrare da una singola incisione nella cavità toracica anziché cinque. In questo modo si riducono in maniera ulteriore i rischi operatori e la convalescenza.

L’evoluzione che si sta affacciando in Europa e già presente negli Stati Uniti è l’ulteriore miniaturizzazione del sistema di bracci meccanici, per permettere a tutti gli strumenti di entrare da una singola incisione nella cavità toracica

Contemporaneamente, sta avanzando anche l’integrazione con l’intelligenza artificiale. Grazie a essa, è possibile infatti costruire modelli d’organo attraverso lo studio delle immagini da TAC o risonanza magnetica. Questi modelli sono tridimensionali e riportano in maniera precisa non solo l’anatomia degli organi, ma anche, ad esempio, la vascolarizzazione. Questo modello può essere ruotato, ingrandito e si può decidere di far risaltare la parte che più interessa al chirurgo. Cosa più importante, il modello può essere traslocato all’interno dello strumento visore del robot chirurgico in modo tale che il chirurgo veda l’organo del paziente e il modello tridimensionale sovrapposti. “In questo modo, il chirurgo è in grado di valutare meglio l’anatomia, di riconoscere ad esempio un tumore e di asportarlo preservando tutte le strutture vitali per l’organo. Parliamo di chirurgia guidata dall’intelligenza artificiale, ancora più avanzata di quella robotica ma che necessita di questi strumenti miniaturizzati, dei bracci e dei visori, per poter essere portata avanti”, precisa De Cobelli.

I robot per l’assistenza sanitaria

Non solo in sala operatoria, i robot stanno trovando impiego anche in altre branche della medicina, come l’assistenza al paziente o il servizio ospedaliero. Soprattutto dopo la pandemia da Covid-19 sono state implementate alcune tecnologie per far sì che strumenti robotici si occupino ad esempio della pulizia delle stanze e delle sale operatorie, limitando l’esposizione degli operatori e riducendo il rischio di contagio.

Alcuni robot, basati sull’intelligenza artificiale, sono poi in grado di identificare e distribuire le terapie ai pazienti, riducendo la pressione su medici e infermieri. Un grande problema della sanità, in Italia come all’estero, è la carenza cronica di personale. Uno studio pubblicato sul British Medical Journal indaga le aspettative di pazienti e operatori sanitari e l’accettabilità etica dell’integrazione dei robot umanoidi nell’assistenza infermieristica, riportando che lo sviluppo tecnologico nella robotica e nell’intelligenza artificiale può ridurre significativamente i costi e migliorare alcuni processi ospedalieri. Stando infatti al World Health Statistics Report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, al mondo sarebbero necessari circa 5,9 milioni di operatori sanitari in più tra infermieri e ostetriche per far fronte alle esigenze assistenziali di una popolazione sempre più anziana e in continua crescita.

L’evoluzione dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie basate sul 5G potrebbero portare all’elaborazione di robot sempre più autonomi nell’assistenza al paziente, riducendo i costi per i sistemi sanitari e risolvendo in parte alcune problematiche di carenza di personale

L’evoluzione sempre maggiore dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie basate sul 5G potrebbero dunque portare all’elaborazione di robot sempre più autonomi nell’assistenza al paziente, riducendo i costi per i sistemi sanitari e risolvendo in parte alcune problematiche di carenza di personale. Esistono ovviamente limiti di accettabilità etica per l’utilizzo di queste tecnologie ed è chiaro che l’impiego dei robot non può essere risolutivo di alcune problematiche che affliggono i nostri ospedali. Possono però fornire un valido supporto soprattutto in quelle mansioni che non necessitano della componente di cura che solo il contatto umano può dare.

Covid-19: nuove sfide per la protezione dei soggetti fragili

In questi mesi le strategie di intervento contro il Covid-19, in primo luogo la vaccinazione, hanno avuto un impatto fondamentale nel ridurre le ospedalizzazioni e i decessi per Covid. Nonostante ciò, la circolazione del virus SARS-CoV-2 rimane alta anche nel nostro Paese e continuano ad essere necessarie misure di profilassi, in particolare dedicate ai soggetti fragili.

La vaccinazione rimane lo strumento principale per proteggere da infezioni, malattia grave e ospedalizzazioni e, in definitiva, per porre fine alla pandemia da Covid-19. Ma in alcune categorie di soggetti il vaccino può non essere sufficiente. Come si può, quindi, cercare di raggiungere il bisogno di protezione completa? Quali priorità deve darsi la sanità pubblica per disegnare nuovi percorsi di gestione dei soggetti fragili? E per iniziare, chi sono e quanti sono questi soggetti fragili?

La vaccinazione rimane lo strumento principale per proteggere da infezioni, malattia grave e ospedalizzazioni, ma in alcune categorie il vaccino può non essere sufficiente

La situazione è sempre in evoluzione, sia dal punto di vista scientifico e clinico, sia dal punto di vista logistico e organizzativo. Ad esempio, la fine dello stato di emergenza e la dismissione della struttura commissariale del Generale Figliuolo hanno portato con sé una serie di cambiamenti anche nella gestione di approvvigionamenti e forniture, e con la fine del 2022 alcune misure di gestione più “emergenziale” corrono il rischio di essere definitivamente archiviate. Ma le esigenze di accesso rapido e uniforme per i pazienti della sanità pubblica non verranno meno. Come si stanno preparando le Regioni per la gestione “ordinaria” di quanto necessario, dalle campagne di vaccinazione dedicate a tutta la popolazione all’acquisto di farmaci, vaccini e dispositivi per garantire la protezione anche dei soggetti più fragili?

Ne abbiamo parlato di recente in una Live dedicata, interpellando come ospiti Claudio M. Mastroianni, Professore Ordinario di Malattie Infettive, Università Sapienza Roma, nonché Presidente SIMIT (Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali), e Walter Ricciardi, Professore Ordinario di Igiene e Medicina Preventiva, Università Cattolica Sacro Cuore, Roma e Consigliere scientifico del Ministro della Salute per la pandemia da Covid-19.

Quando la vaccinazione non è sufficiente: chi sono i pazienti fragili e come proteggerli?

Claudio Mastroianni

“La vaccinazione rappresenta il cardine fondamentale per la prevenzione dell’infezione da Sars-Cov-2 – conferma il professor Mastroianni. – L’abbiamo sperimentato in questi anni, e ce ne rendiamo conto anche guardando che cosa avviene nei Paesi dove il tasso di vaccinazione è molto basso e dove il virus sta circolando ancora e facendo ancora molti danni. Però, avendo vaccinato milioni di persone, ci siamo resi conto nel corso del tempo che ci sono anche diverse categorie di soggetti, con vari gradi di immunocompromissione, in cui purtroppo il vaccino non dà quelle risposte adeguate che si riscontrano nel resto della popolazione. Si tratta, ad esempio, di malati oncoematologici in terapia immunosoppressiva, malati reumatologici in cura con farmaci biologici, malati con immunodeficienze congenite o acquisite, pazienti sottoposti a trapianti di organo solido, persone con deplezione dei linfociti B”.

Secondo il presidente SIMIT, è proprio in questa nuova fase della circolazione dell’infezione da Sars-Cov-2 che gli sforzi devono essere concentrati nel proteggere le persone fragili con le nuove “armi” che abbiamo a disposizione, non soltanto vaccini ma farmaci come gli anticorpi monoclonali, anche in profilassi pre-esposizione, secondo le indicazioni di Aifa.

È proprio in questa nuova fase della circolazione del virus che bisogna concentrare gli sforzi per proteggere le persone fragili con i nuovi strumenti che abbiamo a disposizione

Un’attenzione che conferma anche il professor Ricciardi: “Questo è un momento molto difficile per i governi responsabili, perché di fatto c’è una spinta enorme da parte dei cittadini e da parte di alcuni loro rappresentanti politici ad una cessazione di qualsiasi tipo di cautela, di prevenzione e di controllo, come se la pandemia fosse finita. E naturalmente le persone che pagano maggiormente le spese di questa diffusione sono proprio i soggetti fragili. In questo momento l’Italia è al terzo posto nel mondo per la mortalità da Covid-19 e al quarto posto per la diffusione del virus. Purtuttavia oggi assistiamo ad una forte sottovalutazione della situazione: al momento potrebbe andar bene allentare alcune misure, soprattutto all’aperto, ma smantellare completamente il sistema di prevenzione mi appare temerario, soprattutto in vista dell’autunno e del ritorno ad una maggiore frequentazione degli ambienti chiusi”.

La cultura della prevenzione e le nuove forme di profilassi

Nel nostro Paese la cultura della prevenzione stenta da sempre ad affermarsi, soprattutto nel caso della popolazione adulta. A parte qualche sacca di resistenza, in effetti verso i soggetti pediatrici, Covid a parte, c’è una maggiore consapevolezza dell’importanza della vaccinazione, mentre gli adulti sono scarsamente propensi a ricorrere alla prevenzione vaccinale. È un tema sul quale la SIMIT sta lavorando alacremente, coinvolgendo non solo i medici di medicina generale, che rappresentano spesso il primo contatto del paziente con il Servizio Sanitario Nazionale, ma anche con i medici specialisti, e in particolare quelli che hanno in carico le persone fragili: ad esempio ematologi, oncologi, reumatologi, specialisti dei centri trapianto, neurologi che seguono malati di sclerosi multipla in terapia con farmaci biologici, ecc.

Prosegue Mastroianni: “Nelle situazioni in cui non è possibile garantire con la vaccinazione un’adeguata protezione, è importante ricorrere a strategie alternative, come gli anticorpi monoclonali da utilizzare anche in profilassi pre-esposizione. Anche in questo caso è fondamentale una corretta informazione e diffusione a tutti i professionisti coinvolti: è importante sensibilizzare gli specialisti di riferimento sul fatto che questi pazienti fragili, oltre ad essere curati per la loro patologia, devono anche essere protetti nei confronti delle infezioni. E l’infezione da Sars-Cov-2 ne è un esempio molto significativo, perché proprio in questi pazienti la malattia si sviluppa in maniera più grave”.

È importante sensibilizzare gli specialisti di riferimento sul fatto che i pazienti fragili, oltre ad essere curati per la loro patologia, devono anche essere protetti nei confronti delle infezioni

Il ruolo dell’infettivologo può essere quello di “regista” o consulente per la somministrazione di determinate terapie particolari, come gli anticorpi monoclonali o alcuni farmaci antivirali, ma poi è lo specialista che ha in carico il soggetto fragile che deve stimolarlo in maniera proattiva rintracciandolo e invitandolo alla vaccinazione o alla profilassi pre-esposizione. Si tratta di una medicina di iniziativa ma anche di chiamata proattiva. “Questo è il punto cruciale che deve essere risolto – ribadisce Mastroianni: cercare di attuare percorsi virtuosi per identificare il paziente fragile e indirizzarlo alla vaccinazione o alla profilassi”.

Solo adottando un’ottica di integrazione tra le diverse discipline sarà possibile lavorare per risolvere questo problema, ragionando secondo un nuovo approccio che valorizzi il tema della prevenzione da attuarsi in forma attiva o in forma passiva, rispettivamente con vaccini e farmaci.

Vanno in questa direzione le raccomandazioni della SIMIT sull’uso di tixagevimab/cilgavimab (Evusheld) nella profilassi pre-esposizione dell’infezione da Sars-CoV-2. Come si legge in questo documento, “lo sviluppo di anticorpi monoclonali attivi contro il virus SARS-CoV-2 è stato reso possibile dall’analisi della produzione anticorpale di pazienti che avevano superato l’infezione e dalla selezione delle immunoglobuline in grado di determinare un effetto neutralizzante su colture virali”. In Italia i primi anticorpi monoclonali sono stati autorizzati da Aifa a novembre 2021, inizialmente a fini terapeutici e da ultimo, a partire dal febbraio 2022, anche come profilassi pre-esposizione. Secondo gli stessi report di Aifa però, ad oggi la prescrizione degli anticorpi monoclonali va piuttosto a rilento, soprattutto nel caso di quelli più nuovi e indicati per la profilassi pre-esposizione.

Conferma Mastroianni: “Sicuramente c’è da considerare l’approccio culturale, ma non possiamo trascurare l’esistenza di una problematica organizzativa legata anche alla prescrizione e alle indicazioni di Aifa. Uno dei limiti, sottolineato anche dalla SIMIT, riguarda la necessità, in base a quanto stabilito da Aifa, di dover effettuare la ricerca sierologica degli anticorpi contro Sars-Cov-2, che deve risultare negativa, prima di poter prescrivere questo farmaco ad un paziente. Ma noi sappiamo che queste persone, soprattutto i più fragili, alle volte, pur avendo un titolo anticorpale rilevabile, non hanno necessariamente attività neutralizzante. Quindi, se la possibilità di prescrivere questi farmaci fosse indipendente dal risultato del test sierologico, come avviene secondo raccomandazioni emesse da altri enti all’estero, credo che si potrebbe facilitare un maggiore utilizzo di questi farmaci. Dover eseguire prima il test sierologico non è sempre semplice, e inoltre non ha un valore predittivo in termini di protezione”.

Oltre lo stato di emergenza, verso una nuova normalità

Lo stato di emergenza è ufficialmente terminato il 31 marzo, così come l’attività commissariale del generale Figliuolo. Come si sta preparando la sanità pubblica, per gestire quanto serve in condizioni di nuova normalità? Terminata la gestione commissariale ed emergenziale toccherà alle Regioni occuparsi di farmaci, vaccini e dispositivi medici anche in termini di acquisti e approvvigionamento. Quali prospettive si aprono?

Walter Ricciardi

Risponde il professor Ricciardi: “Dalla cessazione dello stato di emergenza e fino al 31 dicembre è subentrata una struttura, retta molto bene dal generale Petroni, in collaborazione con il Ministero della Salute e supervisionato dal dottor Giovanni Leonardi, Segretario generale del Ministero della Salute, che si sta occupando di garantire una transizione per quanto possibile morbida, cioè che non ci sia sperequazione negli approvvigionamenti e nella distribuzione. Non c’è dubbio che, in qualche modo, il venir meno della centralizzazione delle responsabilità di acquisizione e di distribuzione genera il fenomeno sempre presente in Italia, cioè quello della eterogeneità tra le Regioni e la diseguaglianza tra i cittadini. Di fatto in Italia niente è mai uguale nelle diverse Regioni: cambia l’approccio, cambia la modalità di gestione, cambiano le persone”.

Il Covid è un fenomeno complesso e deve essere affrontato con soluzioni articolate, non c’è un’unica soluzione

Come sottolineato dal consulente del Ministero della Salute, già la situazione del secondo booster della vaccinazione, la cosiddetta quarta dose, sta mettendo in evidenza queste differenze a livello regionale, con tassi di vaccinazione che oscillano anche di 10 volte tra la Regione più “virtuosa” e quella meno “virtuosa”. Una realtà molto complessa soprattutto per i cittadini e pazienti, che vengono penalizzati da scelte non uniformi sul territorio. “A meno di una riforma della Costituzione o di un accordo tra Stato e Regioni – prosegue Ricciardi – quello che possiamo prevedere è che ci sarà comunque un aumento della eterogeneità nei comportamenti tra le Regioni”.

Conclude Ricciardi: “Il Covid è un fenomeno complesso e deve essere affrontato con soluzioni articolate, non c’è un’unica soluzione. La vaccinazione sta sempre migliorando ed è il perno fondamentale però le cosiddette misure di sanità pubblica che richiedono determinati interventi per cercare di limitare la circolazione del virus devono essere messe in campo anche per proteggere i soggetti più fragili. Bisognerebbe sempre rendersi conto che la popolazione va tutelata nella sua interezza e soprattutto vanno tutelate le persone più fragili e che, spesso, hanno meno voce. Il decisore deve proteggere le vite dei soggetti fragili perché sappiamo che, con il nostro alto tasso di mortalità da Covid, la maggioranza dei decessi avviene proprio nella popolazione fragile”.

Una pillola su misura pronta in pochi secondi

I vantaggi della stampa in 3D sono noti da tempo: un procedimento molto semplice consente di stampare materiali ad altissima purezza, secondo le forme e le modalità desiderate. Ma la prima autorizzazione per un medicinale stampato in 3D è piuttosto recente: nel 2015 la Food And Drug Administration ha dato il via libera a un farmaco antiepilettico. Prodotti purissimi, personalizzati, in brevissimo tempo: la dose giusta al momento giusto.

Da allora, spiega la farmacologa Maria Pia Abbracchio, prorettrice vicaria con delega a Ricerca e Innovazione dell’Università degli Studi di Milano, sono stati fatti significativi passi avanti. E siamo appena all’inizio: le macchine arriveranno nelle farmacie e negli studi medici. Come? Innanzitutto andrà chiarito l’aspetto regolatorio, con misure che garantiscano costantemente la qualità del prodotto (manutenzione basata su Good manufacturing practice, Gmp); secondo step, la formazione del personale, che potrebbe essere autorizzato a usare la tecnologia solo apponendo la propria impronta digitale.

Come gestire il Long Covid

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Si calcola che il Long Covid colpisca tra il 10 e il 30% delle persone che hanno avuto l’infezione da SARS-CoV2, anche nella sua forma asintomatica. Riconosciuto ormai come un disturbo a sé, il Long Covid (o Pasc, come sarebbe più corretto chiamarlo, Post-acute sequelae of Covid-19) è caratterizzato da oltre 200 sintomi che si protraggono per diversi mesi dalla guarigione dal Covid-19.

Stanchezza cronica, difficoltà a concentrarsi e a ragionare, dolori muscolari, problemi respiratori e depressione sono tra le conseguenze più frequenti in chi soffre di questa “coda lunga”. Tra gli aspetti più infidi, il fatto che i sintomi siano aspecifici e dunque si possano confondere con altre patologie e che, nello stesso paziente, possano variare nel tempo.

Dopo i primi mesi in cui i clinici hanno sottovalutato quanto riportato dai pazienti, invitandoli a riposarsi e a riprendersi dal trauma, a poco a poco gli studi scientifici hanno dimostrato che i sintomi descritti erano tutt’altro che capricci o condizioni passeggere: “Dalle autopsie delle persone che hanno avuto il Covid, si è visto come questo virus vada ovunque nel nostro corpo. La verità è che non siamo in grado di prevedere le conseguenze che questo potrà avere tra vent’anni”.

Dalle autopsie delle persone che hanno avuto il Covid, si è visto come questo virus vada ovunque nel nostro corpo. La verità è che non siamo in grado di prevedere le conseguenze che questo potrà avere tra vent’anni

Agnese Codignola è una giornalista scientifica laureata in chimica e tecnologie farmaceutiche che ha appena pubblicato per Utet “Il lungo Covid: la prima indagine sulle conseguenze a lungo termine del virus” in cui ripercorre ciò che sappiamo del Long Covid, le analogie con le sequele lasciate da altre pandemie del passato e che cosa possiamo fare per fronteggiare al meglio questo compagno che starà con noi nei prossimi anni. Il volume è stato presentato all’ultimo Salone del Libro di Torino.

“Non è un disturbo legato alla gravità dell’infezione acuta da Covid, ma è una conseguenza probabilmente di tipo autoimmune che può manifestarsi in tanti modi diversi”, afferma la giornalista. Le ipotesi sul tavolo sono infatti quattro:

  • il Long Covid potrebbe essere la conseguenza di danni secondari provocati dall’infezione
  • la risposta a SARS-CoV2 potrebbe risvegliare altri virus già presenti nell’organismo
  • il sistema immunitario, profondamente sconvolto dall’aver avuto a che fare con un virus mai incontrato prima, potrebbe non riuscire più a tornare alla normalità;
  • nell’organismo potrebbero rimanere frammenti di genoma virale o di virus in quantità molto bassa (non rilevabile dai normali tamponi) che continuano però ad alimentare una risposta.

Un ambulatorio post-Covid19

Finora la gestione del Long Covid in Italia è stata lasciata alla buona volontà delle strutture sanitarie, alcune delle quali si sono organizzate in autonomia per rispondere ai bisogni dei pazienti. Al momento infatti non esistono indicazioni precise su come trattare chi presenta sintomi invalidanti dopo essere guarito dal Covid.

Patrizia Rovere-Querini

“Noi abbiamo attivato fin da subito un ambulatorio post-Covid19 – spiega Patrizia Rovere-Querini, direttrice del programma strategico di Integrazione Ospedale-Territorio e responsabile dell’hot spot Covid-19 dell’Irccs Ospedale San Raffaele – Nella primavera del 2020, non appena abbiamo registrato una lieve flessione delle ospedalizzazioni, abbiamo richiamato tutti i pazienti Covid che erano stati visitati in Pronto soccorso o ricoverati in reparto, per verificare come stessero”.

Con il passare delle settimane, l’attività si è concentrata solo sui pazienti ospedalizzati, a causa degli alti numeri. Il San Raffaele invitava a una visita di follow-up da effettuarsi entro un mese dalla dimissione. “Nella stessa mattinata venivano visti da un internista, facevano un ECG, un test del cammino, un eco polmone, veniva risistemata la terapia medica che spesso era stata cambiata durante il ricovero… Quando sono emersi i primi dati sulle conseguenze neurocognitive si è unito al gruppo un collega psichiatra e degli psicoterapeuti e abbiamo iniziato a fare un lavoro anche sul disturbo da stress post traumatico, l’ansia, l’insonnia e la depressione”, continua Rovere-Querini.

L’ospedale San Raffaele è stato tra i primi in Italia ad attivare sin da subito un ambulatorio post-Covid, che nel tempo si è evoluto e adattato al variare delle condizioni

La proposta era di ripetere la visita anche a tre e sei mesi, in modo da restituire al paziente l’equilibrio che aveva prima di ammalarsi. “Dai nostri dati ci risulta che il 75% dei dimessi ha effettuato almeno una visita e che il 60% ha aderito all’intero percorso”.

Tra i punti forti dell’ambulatorio, che è stato tra i primi a livello italiano, la flessibilità e la capacità di cambiare la strategia al variare delle condizioni: “Negli ultimi tempi ci sono pazienti che hanno avuto un Covid lieve sul territorio e che poi mostrano sequele – rileva Rovere-Querini – Abbiamo quindi aperto l’ambulatorio verso l’esterno: si può accedere su prenotazione, con l’impegnativa del proprio medico di famiglia che prescrive una visita internistica. Il professionista che prende in carico il paziente effettua quindi esami ad hoc”.

Il rapporto con il territorio è fondamentale: “I medici di medicina generale (Mmg) ci conoscono per via dell’hot spot Covid-19, un servizio dedicato ai pazienti Covid non gravi – spiega la referente del servizio – Durante il Covid abbiamo anche fatto una serie di incontri per conoscerci meglio e collaborare in un momento in cui i Pronto soccorso erano pieni. Abbiamo istituito un canale telefonico dedicato grazie al quale il Mmg che abbia un paziente fragile con Covid, può mettersi in contatto con noi. Entro 24 ore noi effettuiamo un controllo ed eseguiamo i vari esami strumentali, restituendogli delle informazioni sull’interessamento polmonare, sulla saturazione e così via. Nei nostri ambulatori abbiamo anche la possibilità di prescrivere terapie antivirali e somministrarle nel caso ci fosse la necessità della via endovenosa, come per il remdesivir”.

Questa conoscenza reciproca fa sì che oggi i Mmg sappiano di avere nel San Raffaele un punto di riferimento anche per quanto riguarda il Long Covid.

Il modello messo a punto al San Raffaele, che vede nell’internista il cardine dell’intera organizzazione, si è rivelato idoneo anche quando il Covid è mutato, lasciando spazio a varianti meno aggressive: “Adesso la malattia è completamente diversa – conferma Rovere-Querini – è molto più lieve e i pazienti ricoverati in ospedale sono molto fragili e spesso comorbidi. Il nostro è un ambulatorio internistico, più che infettivologico: qui sistemiamo infatti le conseguenze del virus, della terapia che l’infezione si è portata dietro, dell’ospedalizzazione e dell’allettamento che nel paziente spesso geriatrico può comportare sequele come per esempio la perdita di massa muscolare”.

L’organizzazione, ammette Rovere-Querini, non è stata semplice: “Tuttavia, noi siamo una grossa Medicina e abbiamo svolto in un primo momento questa attività a turno. I colleghi sono molto sensibili al problema e hanno messo volentieri a disposizione il proprio tempo. Più di recente è stato formalizzato un organico dedicato ed è stata assunta una nuova persona part time: oggi quindi questo servizio è possibile grazie a un misto tra risorse liberate da noi e risorse che ci sono state date in più dall’ospedale”.

Al momento dall’ambulatorio del San Raffaele passano in media 20-40 persone a settimana. “Abbiamo vissuto periodi in cui si arrivava anche a 80, adesso abbiamo una media di 6 pazienti al giorno”.

Il progetto del Ministero

Graziano Onder

Per cercare di fare chiarezza sulla situazione a livello nazionale, il Ministero della Salute ha avviato un progetto Ccm guidato dall’Istituto superiore di Sanità (Iss).

L’intento è nobile, ma i tempi non saranno brevi: “Abbiamo iniziato a dicembre 2021 e prevediamo di pubblicare una lista di buone pratiche e di indicazioni di comportamento entro la fine dell’anno”, commenta Graziano Onder, coordinatore del progetto e direttore del Dipartimento di Malattie cardiovascolari, endocrino-metaboliche e invecchiamento dell’Iss.

Durante la pandemia sono sorti sul territorio 120 Centri che si occupano di Long Covid, ma il loro comportamento è eterogeneo. Il Ministero ha avviato un progetto Ccm guidato dall’Istituto superiore di Sanità per il miglioramento delle conoscenze mediche, la mappatura della rete dei centri italiani e la definizione di linee guida terapeutiche

Siccome il Long Covid è una condizione nuova, sono sorti sul territorio molti Centri che se ne occupano, ma il loro comportamento è molto eterogeneo. Si va da esperienze ambulatoriali come quella del San Raffaele a strutture private che propongono check-up a pagamento. Spesso, poi, la distribuzione territoriale non è uniforme. “Abbiamo avviato un censimento delle strutture pubbliche che trattano il Long Covid, raggiungendo quota 120. Solo tre Regioni, al momento, ne sono sprovviste: Valle d’Aosta, Basilicata e Sardegna – spiega Onder – Prima di fornire indicazioni, infatti, è importante censire quello che già esiste, per poi provare a metterlo in rete”.

Una volta fotografata la situazione e fornite indicazioni standard, saranno le Regioni a dover individuare una rete di Centri di riferimento. “È comunque nostra intenzione condividere presto sul nostro portale la mappa dei Centri che hanno risposto al nostro appello, con tutte le indicazioni necessarie per contattarli, in modo da permettere al cittadino di sapere a chi rivolgersi”.

Le 120 strutture censite hanno risposto a un questionario diffuso online dall’Istituto superiore di sanità: “Abbiamo cercato di raggiungere tutti nel modo più capillare possibile, grazie alla collaborazione con le Regioni e le Società scientifiche. I 120 Centri assistono circa 5.000 pazienti ogni mese. Non possiamo dire se si tratta della totalità, ma sono senza dubbio un buon campione”. Ciascuno di questi, come già detto, si muove però in modo diverso: “Quello che abbiamo visto è che il modo di comportarsi di questi Centri è molto eterogeneo: alcuni hanno un solo specialista, altri sono multi-specialistici, alcuni si occupano in modo specifico di alcune complicanze, come quella cardiaca, altri invece hanno una visione più ampia. L’approccio diagnostico è dunque molto variabile”.

Per definire le buone pratiche, l’Iss ha istituito un tavolo di lavoro che coinvolge diversi specialisti (neurologi, infettivologi, geriatri, cardiologi, pneumologi, biologi, oltre ai pazienti) che proveranno a rispondere a varie domande sulla gestione e il trattamento del Long Covid.

“Da quello che stiamo producendo è evidente fin d’ora come sia necessario, vista l’elevata frequenza delle condizioni, rivalutare a distanza di 3-6 settimane tutti i pazienti che sono stati ospedalizzati per Covid. Questa è una raccomandazione che abbiamo già rilasciato e che è in linea con quanto dicono le principali istituzioni”.

In questo percorso, inoltre, si valorizzerà il ruolo del medico di medicina generale, “che deve essere la porta d’entrata al servizio, colui che rappresenta il punto di riferimento per il paziente”, afferma Onder.

L’impatto economico

Il Ministero della Salute ha definito alcune prestazioni essenziali per le persone con Long Covid, riconoscendo la condizione e destinando di conseguenza delle risorse. “Oltre agli esami strumentali ed ematici è importante il colloquio psicologico, soprattutto per le persone che sono state in rianimazione e terapia intensiva – sottolinea Onder – C’è poi la valutazione multidimensionale per le persone anziane, che, con le donne, sono tra le più colpite. Il Ministero quindi non solo ha finanziato il progetto che vede l’Iss come capofila, ma ha anche lanciato le basi per riconoscere questa malattia e gli esami essenziali per le persone con questa condizione”.

L’impatto economico delle persone che hanno avuto il Long Covid è notevole: per chi è stato ospedalizzate o in terapia intensiva la spesa sanitaria nei sei mesi successivi all’ospedalizzazione per Covid è di 4-5 volte superiore a quella dei non ospedalizzati

L’Iss ha svolto una valutazione con Ars Toscana sull’impatto economico delle persone che hanno avuto il Long Covid. “L’impatto è notevole: per le persone che sono state ospedalizzate o in terapia intensiva la spesa sanitaria nei sei mesi successivi all’ospedalizzazione per Covid è di 4-5 volte superiore a quella dei non ospedalizzati – rende noto Onder – Bisogna capire se questo è legato alle serie conseguenze di salute o al fatto che si tende a studiare molto questa condizione perché non la si conosce. Dunque in questa fase si sovradimensionano i volumi di prestazioni erogate per queste persone”.

Innovare la sanità con il digitale: un problema di norme

Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, la digitalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale è una delle priorità maggiormente enfatizzate. Interrogarsi sulla ricostituzione e la stabilità dei rapporti a livello istituzionale e personale nel settore della salute sotto la spinta irrefrenabile delle nuove tecnologie è oggi un imperativo, al cospetto degli scenari inediti che ci si prospettano. Sono queste le premesse del convegno “Innovare la sanità: verso un’assistenza tecnologica”, organizzato dalla Fondazione Cesifin “Alberto Predieri”, in cui sono stati affrontati i principali profili giuridici della digitalizzazione della sanità italiana.

FSE, protezione dei dati e competenze per attuare il PNRR

Assuntela Messina

“La digitalizzazione della sanità è senz’altro una delle frontiere più promettenti delle profonde trasformazioni in corso nella società, perché è capace di offrire benefici diretti ed evidenti in termini di miglioramento della qualità di vita delle persone – sostiene Assuntela Messina, sottosegretario di Stato al Ministero dell’innovazione tecnologica e la transizione digitale -. L’innovazione tecnologica, dai Big Data all’Intelligenza Artificiale, rappresenta una rivoluzione dei servizi sanitari sotto ogni punto di vista. Un’opportunità destinata a incrociare e caratterizzare il profondo processo di riforma della sanità più complesso e complessivo che abbiamo disegnato nel PNRR con l’evoluzione verso un modello di cura e assistenza ancora più incentrato sulla comunità e il territorio che, grazie al digitale, può guardare con più attenzione ai bisogni specifici della persona e generare risposte ancora più rapide ed efficaci”.

Sono stati fatti passi avanti importanti, a partire dal FSE: nell’ambito ambizioso del progetto di interconnettere e far comunicare tra loro i sistemi informativi del Servizio sanitario nazionale, svolgerà un ruolo di primo piano

La senatrice individua tre aspetti a cui è necessario dedicare il maggiore impegno affinché il processo sia inclusivo. Il primo, il rafforzamento delle infrastrutture e dei servizi: “Sono stati fatti passi avanti importanti, a partire dallo strumento più prezioso che è il Fascicolo Sanitario Elettronico, che nell’ambito ambizioso del progetto di interconnettere e far comunicare tra loro i sistemi informativi del Servizio sanitario nazionale svolgerà un ruolo di primo piano. Bisogna quindi promuovere ulteriori iniziative di aggiornamento del Fascicolo per arrivare a una piena omogeneità tra le Regioni. È fondamentale anche portare a compimento la realizzazione dell’Ecosistema dei dati sanitari, che dovrà garantire il coordinamento informatico e servizi omogenei sul territorio nazionale; questo sia per la prevenzione e per la promozione della ricerca, sia per rendere più efficace la programmazione sanitaria e verificare la qualità delle cure e dell’assistenza sanitaria”.

Il secondo aspetto è la sicurezza dei dati sanitari, in virtù della loro particolare delicatezza e sensibilità. “Si genera una costante tensione fra la necessità di un’istantanea circolazione per finalità di sanità pubblica, ricerca ed efficacia delle cure pur garantendo la massima protezione e riservatezza di questi dati che infatti l’Ordinamento protegge in maniera più intensa. Il tema assume carattere strategico nel nostro Paese non solo rispetto al dato sanitario e, a salvaguardia di tutti i dati della Pubblica Amministrazione, si stanno compiendo progressi evidenti come la Strategia di migrazione verso il cloud che si pone l’obiettivo di affrontare le tre sfide principali per la protezione dei dati: assicurare l’autonomia tecnologica del Paese, garantire il controllo sui dati e aumentare la resilienza dei servizi digitali. Il traguardo ribadito nel PNRR è accompagnare entro il 2026 circa il 75% delle Pubbliche Amministrazioni nella migrazione dei dati e delle applicazioni verso un ambiente cloud”.

A questo proposito Messina ricorda anche come, a inizio anno, sia stato anno avviato il Polo strategico nazionale, l’infrastruttura destinata a ospitare i dati e servizi di tutte le amministrazioni centrali, Aziende sanitarie locali e delle principali amministrazioni locali. Nella primavera è stata attivata anche la piattaforma PA digitale 2026, con cui Comuni, scuole, Asl e aziende ospedaliere potranno chiedere l’accesso ai fondi (lo stanziamento è di un miliardo di euro) da usare come incentivo per migrare dati, sistemi e applicazioni verso servizi cloud sicuri e qualificati. “Nel frattempo come Ministero della Transizione Digitale abbiamo colmato un grande vuoto istituendo l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, un’autorità unica dove prima ve n’erano ben 23, per garantire i sistemi da attacchi avendo finalmente una visione unitaria sulla sicurezza informatica“.

Terza priorità: il fattore umano. “Non può esserci transizione digitale se le persone non sono messe in condizione di vivere pienamente nella comunità digitalizzata cui ci stiamo avvicinando”.

Soluzione: formazione permanente.

Se la digitalizzazione pone un problema di tenuta costituzionale

Ginevra Cerrina Feroni

Nella sua relazione, Ginevra Cerrina Feroni, vice Presidente Garante per la Protezione dei Dati Personali e vice Presidente della Fondazione Cesifin, ha preso in considerazione alcuni aspetti giuridici della digitalizzazione della sanità. Tra questi, la tendenza alla cura fai-da-te: “Da una ricerca dell’Osservatorio Sanità Digitale della School of Management del Politecnico di Milano è emerso come Internet rappresenti la fonte principale usata di cittadini per cercare informazioni sanitarie. È un fenomeno inevitabile, agevolato anche dall’incredibile quantità di informazioni e studi scientifici pubblicati sulle riviste internazionali disponibili in rete, come abbiamo constatato durante la pandemia. Si tratta di un fenomeno preoccupante non solo per i medici, ma anche in ottica di privacy: le informazioni che un utente può immettere in rete cercando soluzioni su un caso concreto si traducono in dati particolarmente sensibili che invece devono essere protetti. Si crea una sorta di paradosso: la normativa è pervasa dall’obiettivo della miglior tutela del paziente, che, a volte, senza pensare alle conseguenze, rivela informazioni sulla propria salute consegnandole nelle mani della rete”.

Anche la telemedicina non è esente da problemi di privacy: “In base a quanto richiesto (televisita, teleconsulto o telemonitoraggio), il paziente darà informazioni sulla propria salute, condividerà referti di esami, fornirà dettagli sulle terapie prescritte e, per fissare un consulto online, anche i dati della carta di credito. Ecco perché il tema di una vera infrastruttura nazionale di garanzia diventa importante”, spiega l’esperta. “Mi piace pensare che il protagonista di questa grande storia che si sta aprendo sia il malato, cui la telemedicina offre soluzioni tecnologiche anche quando fisicamente non è possibile e diventa quindi un ausilio fondamentale: si tratta di un aiuto da un uomo da parte di un altro uomo, senza pensare ovviamente che questa dimensione possa sostituire il contatto umano. L’idea è quindi di prendersi cura del paziente e dei suoi dati, del corpo fisico ma anche di quello digitale”.

La centralizzazione di questi processi a livello nazionale, che svuota e depotenzia i sistemi regionali, sta avvenendo a Costituzione invariata, in via amministrativa e talvolta in via tecnica: il rischio è un arresto sotto il profilo della tenuta costituzionale nel pieno dell’attuazione del PNRR

Cerrina Feroni pone l’accento su un’ulteriore questione: “La fortissima centralizzazione di questi processi a livello nazionale, che personalmente considero positiva, sta avvenendo a Costituzione invariata, in via amministrativa e talvolta in via tecnica. Stanno cambiando le coordinate dei rapporti fra centro e periferia, ma una riflessione in questi termini non è ancora stata fatta; a mio modo di vedere andrà fatta con molto coraggio e laicamente, perché il rischio è che nel pieno dell’attuazione del PNRR, che va verso una centralizzazione che svuota e depotenzia i sistemi regionali, ci possa essere un arresto sotto il profilo della tenuta costituzionale”.

La digitalizzazione del SSN nel PNRR

A fare il punto su digitalizzazione e PNRR è Luca Monteferrante, Consigliere di Stato e Capo dell’Ufficio Legislativo del Ministero della Salute. “È senza dubbio un tema costituzionale – commenta -. Ci siamo trovati nella contingenza e urgenza di normare al limite tra praeter legem (“oltre la legge”) e contra legem (letteralmente “contro legge”) a causa della novità assoluta di quanto accaduto, non solo nel nostro Paese ma in chiave planetaria”.

Il punto più critico è il rapporto fra tra centro e periferia, in particolare alla luce della riforma del Titolo V: “La salute è l’ambito in cui il regionalismo ha raggiunto l’espressione più avanzata e al contempo problematica perché ha chiamato in causa l’altro vero tema, il principio di uguaglianza, che ha reso non più dilazionabile l’intervento a volte praeter, se non contra legem, per colmare una divaricazione non più sostenibile”.

L’evoluzione c’è e si vede: il riferimento è alla previsione per le Regioni di adottare entro 90 giorni piani di adeguamento per la sanità digitale, in un’ottica di uniformità. Qualora queste non procedano, è previsto l’intervento sostitutivo, un vero intervento del sistema per garantire il principio di uguaglianza. “Anche dal punto di vista normativo si apre una nuova stagione, perché, anche se non viene detto esplicitamente, il tema dell’uniformità in materia di sanità digitale di fatto ha assunto la dignità di Lea”.

Il sistema, quando parliamo di digitalizzazione, va verso una spinta e convinta adesione a un’idea datacentrica: il dato sanitario campeggia come snodo cruciale in termini di completezza, sicurezza e razionalità delle decisioni

Un altro argomento sul tavolo è quello della medicina predittiva e dell’Intelligenza Artificiale. “Il sistema in generale, quando parliamo di digitalizzazione, oggi va verso una spinta e convinta adesione a un’idea datacentrica: il dato sanitario campeggia come vero snodo cruciale in termini di completezza, sicurezza e razionalità delle decisioni”.

La piena disponibilità dei dati è infatti fondamentale non solo per la diagnosi e la cura, ma anche per la possibilità di anticipare i trend dei bisogni sanitari in chiave di policy e allocazione delle risorse. Correlato il nodo della cybersicurezza.

“Un altro obiettivo del PNRR per la digitalizzazione dei dati è il potenziamento del Nuovo Sistema Informativo Sanitario, già rilanciato da un Patto per la salute con una cabina di regia che prevedeva il coinvolgimento delle Regioni, ma nel corso della pandemia abbiamo riscontrato l’impatto del problema del flusso di dati fra Regioni e Ministero – dichiara Monteferrante -. Non sempre ingenti risorse finanziarie come quelle stanziate durante la pandemia hanno un ritorno dalla periferia verso il centro in termini di informazioni. Ad esempio, in fase emergenziale uno dei dati più complicati da gestire a livello centrale era che non fossimo in grado di sapere quanti specializzandi e altri operatori fossero stati reclutati a livello locale: un vulnus non tollerabile, perché ne va di mezzo la corretta ed efficiente allocazione delle risorse, che sono limitate e quindi particolarmente preziose”.

Altri spunti: la ricetta dematerializzata e la riforma degli IRCCS, che, insieme al DM 71, è uno dei capisaldi della riforma del PNRR, la Piattaforma nazionale di telemedicina e i dati dei FSE che insieme confluiranno nell’Ecosistema dei dati sanitari, utile soprattutto per la programmazione sanitaria.

“Mi piace ricordare Max Weber e la gabbia d’acciaio: l’informazione, se non adeguatamente governata – quindi il tema della formazione – può rappresentare una gabbia che rischia di soffocare il rapporto fra paziente e medico – conclude Monteferrante -. La digitalizzazione va pertanto governata con prudenza e sapienza; non bisogna mai dimenticare, nella valorizzazione di quello che la tecnologia ci offre, la finalità di cura e la centralità del paziente”.

 

Cronicità e territorio: quando la sanità pubblica va incontro al cittadino

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In conseguenza della pandemia da Covid-19 la sanità territoriale è a una svolta: anche grazie ai fondi del Pnrr, il momento è quello giusto per riformare un settore che riveste un ruolo chiave nell’assistenza ai pazienti, soprattutto nel caso di patologie croniche. Ma già negli anni scorsi nella sanità territoriale sono state portate avanti delle esperienze positive di nuovi modelli di gestione integrata tra ospedale e territorio, con risvolti significativi non solo sull’organizzazione ma anche sugli esiti di salute dei pazienti. Queste esperienze, sviluppate in maniera autonoma in alcune Regioni, potranno costituire un modello anche per altre realtà? Quali sono i risultati finora raggiunti e quali prospettive si aprono per il futuro? In quale direzione è necessario muoversi per cogliere appieno le opportunità delineate dai progetti e dai fondi del Pnrr?

Ne parliamo con Stefano Palcic, Dirigente Farmacista della Struttura Complessa Assistenza Farmaceutica presso l’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina (ASUGI), e con Laura Poggi, Responsabile Settore Assistenza Farmaceutica, Integrativa e Protesica della Regione Piemonte.

Integrazione tra territorio, università e ospedale

La Regione Friuli Venezia Giulia, con la sua legge di riforma dell’assetto istituzionale e organizzativo del Servizio Sanitario Regionale, ha istituito due Aziende Sanitarie Universitarie Integrate nei territori di Trieste e Udine con la peculiarità di integrare nella stessa Azienda il territorio, l’ospedale (inteso come Azienda ospedaliera o universitaria) e l’università. Un modello che costituisce un unicum nel panorama italiano.

Stefano Palcic

“Anche nell’area farmaceutica si è riproposta questa peculiarità – sottolinea Stefano Palcic – Pertanto, pur mantenendo le strutture territoriali e ospedaliere, il nostro lavoro avviene molto più a stretto contatto con gli uni e con gli altri, condividendo esigenze e problematiche a 360°. La prescrizione e l’accesso ad un farmaco diventano così non solo una questione che deve gestire il territorio, ma che viene affrontata a tutti i livelli dell’azienda e assume l’importanza di una vera tematica di sanità pubblica. Con l’obiettivo finale di raggiungere il bene del paziente e garantire l’innovazione e la sostenibilità del sistema”.

La necessità di una forte attenzione alla prossimità e all’assistenza territoriale è emersa in particolare negli anni dell’emergenza Covid e viene in questi mesi ancora ribadita dai progetti di riforma della sanità territoriale. “In questo senso l’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina (ASUGI) può rappresentare una sorta di organizzazione ‘pilota’, anche in ottica attuale di Pnrr e sviluppo del territorio – conferma Palcic. Già da molti anni sono infatti attivi un Centro cardiologico territoriale e alcuni Centri diabetologici territoriali. Nel suo atto aziendale, l’ASUGI aveva già previsto la presenza degli specialisti della cronicità sul territorio, dedicati alla gestione, ad esempio, di diabete, pneumologia o cardiologia. E questo ha favorito, anche in ottica Covid, una buona gestione. Ad esempio, per il ritiro dei farmaci, il cittadino ha avuto la possibilità di non recarsi in ospedale ma, trattandosi della stessa Azienda sanitaria, ha potuto recarsi presso il distretto più vicino a casa, evitando, soprattutto nei momenti più difficili dell’emergenza Covid, l’accesso all’ospedale”.

Sempre nell’ottica di andare incontro al cittadino, è prevista in ASUGI la creazione di un Dipartimento della Specialistica Territoriale al cui interno si troveranno le principali aree di cronicità, come cardiologia, diabete, pneumologia e, nel futuro, alcuni aspetti di oncologia o di reumatologia; cioè tutte quelle branche che possono avere un’interfaccia territoriale, in linea con quanto si sta delineando con il Pnrr e con le Case di Comunità.

Un altro punto di forza del modello di ASUGI è costituito dall’estesa integrazione con la medicina generale, che viene resa partecipe attraverso un interscambio molto dinamico. “E i benefici si sono potuti osservare anche recentemente – sottolinea Palcic – per la gestione dei farmaci come i NAO o gli antidiabetici o quelli per la BPCO, la cui prescrizione è uscita dal Piano terapeutico ed è stata ampliata agli mmg: in questi casi è necessaria, e si è instaurata davvero, una intensa collaborazione tra lo specialista territoriale e il medico di medicina generale per la presa in carico del paziente. È importante costruire un modello in cui il mmg non è lasciato solo ma fa parte di tutta l’organizzazione, nel rispetto dei ruoli, e interagisce con lo specialista e con la farmaceutica in maniera collaborativa, con risultati ottimali per tutti. Quando si va tutti in una stessa direzione, gli obiettivi si possono raggiungere prima”.

Il modello di gestione integrato ospedale/territorio può aiutare a migliorare l’appropriatezza terapeutica e l’aderenza terapeutica in molti ambiti, come ad esempio la prevenzione cardiovascolare secondaria o altri aspetti della cronicità

Il modello di gestione integrato ospedale/territorio può aiutare a migliorare l’appropriatezza terapeutica e l’aderenza terapeutica in molti ambiti, come ad esempio la prevenzione cardiovascolare secondaria o altri aspetti della cronicità. In questo senso, il dottor Palcic sottolinea la grande attenzione di ASUGI verso gli studi di real world: “L’obiettivo è generare evidenze che possano essere utili ai decisori e ai clinici per allocare al meglio le risorse, garantendo allo stesso tempo le migliori risposte per i cittadini. Negli anni abbiamo condotto diversi studi di real world per verificare i risultati di questo modello sugli outcome clinici dei pazienti, considerando attentamente l’aderenza al trattamento e l’importanza della scelta terapeutica a 360° e valutando non solo il costo del farmaco sostenuto dal sistema sanitario ma tutti i costi generati da una determinata scelta terapeutica. Questa valutazione si è resa possibile proprio perché il modello triestino porta a un continuo interscambio tra la farmaceutica, il medico di medicina generale e lo specialista”.

“È fondamentale avere una visione complessiva con l’obiettivo di allocare le risorse stanziate alla Regione per la farmaceutica nelle terapie che dimostrano outcome migliori per i pazienti, magari disinvestendo da altre terapie che non presentano quel vantaggio significativo. È quasi un imperativo etico”, conclude Palcic.

Conoscere il territorio per migliorare l’organizzazione

Il Piemonte è l’unica Regione in Italia ad aver autorizzato la prescrizione dei farmaci solitamente prescritti da dermatologi e reumatologi ospedalieri anche agli specialisti ambulatoriali. Un’opzione importante, che può avere ricadute significative sui percorsi e sui risultati dei pazienti, anche nell’ottica dello sviluppo dell’assistenza territoriale e del Pnrr. Nelle parole della dottoressa Laura Poggi, Responsabile Settore Assistenza Farmaceutica, Integrativa e Protesica della Regione Piemonte, la motivazione di questa scelta: “Come Regione abbiamo deciso di dare questa autorizzazione dopo un’attenta valutazione delle esigenze dei nostri pazienti sul territorio: infatti alcune Asl della Regione non sono adeguatamente coperte da specialisti ospedalieri. C’era dunque il rischio che i pazienti residenti in alcune zone potessero riscontrare delle difficoltà nella prescrizione e nell’accesso a questi farmaci, pertanto è stato deciso di aprire la prescrizione anche agli specialisti ambulatoriali”.

Una scelta che non dipende dalla tipologia di paziente, intesa come valutazione clinica della malattia, quanto piuttosto dalla disponibilità sul territorio degli specialisti, anche se può essere maggiormente a favore dei soggetti con patologie croniche, che necessitano di terapie di lunga durata.

Il nostro obiettivo deve essere di garantire al paziente la possibilità di accesso vicina al domicilio

“Il punto chiave – commenta la dottoressa Poggi – è garantire ai pazienti un accesso semplice e agevole alla prestazione. Dal punto di vista del paziente, quello che cambia non è se l’ambulatorio a cui deve rivolgersi appartiene alla Asl o all’ospedale; quello che fa la differenza è invece la vicinanza e la comodità con le quali riesce a raggiungerlo, da solo o con qualche familiare. A questo aspetto, come Regione, dobbiamo prestare la massima attenzione nelle scelte di politica sanitaria: il nostro obiettivo deve essere di garantire al paziente la possibilità di accesso vicina al domicilio”.

In quest’ottica, e anche in relazione a quanto previsto dal Pnrr e dalla riforma della sanità territoriale attualmente in corso, l’ampliamento della prescrizione verso il territorio potrà avvenire in futuro anche per altri farmaci, a seconda delle necessità che emergeranno. “Come è già avvenuto anche per i farmaci per il trattamento della BPCO, la cui prescrizione è già stata autorizzata in diversi centri ambulatoriali e territoriali”, conferma Poggi.

Spazio europeo per i dati sanitari: un progetto ambizioso per rivoluzionare la sanità in Ue

Lo scorso 3 maggio la Commissione europea ha lanciato la proposta di regolamento sulla definizione dello Spazio europeo per i dati sanitari. Tra gli obiettivi da raggiungere, un Fascicolo sanitario elettronico europeo, un’Autorità per la sanità digitale in ogni Stato membro, un quadro giuridico per l’uso delle informazioni contenute nei dati sanitari nelle attività di ricerca, innovazione e sanità pubblica.

Se tutto sarà implementato, previsti anche oltre 10 miliardi di risparmi in 10 anni tra miglioramento dell’accesso alla salute e nuove politiche sanitarie. Ma l’iter legislativo prevede ora la discussione nel Parlamento europeo e poi il vaglio del Consiglio. Secondo le stime più ottimistiche l’attuazione di queste novità negli Stati membri non avverrà prima del 2026. Proprio in linea con la completa attuazione delle misure previste dal Pnrr, che fa della sanità digitale uno dei principali pilastri.

Approfondiamo questo argomento insieme all’Avvocato Vincenzo Salvatore, Leader Focus Team Healthcare and Life sciences di BonelliErede.

Perché è così difficile introdurre la cybersicurezza in sanità

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Nonostante i passi in avanti degli ultimi anni nell’ambito digitale, informatica e sanità hanno ancora una relazione complicata. La forte spinta all’innovazione, favorita anche dai fondi del Pnrr che stanno iniziando ad arrivare, da sola non basta per superare i tanti ostacoli che si frappongono lungo il percorso.

Alberto Ronchi

“Da quando è nata, nel 2003, Aisis vuole coinvolgere tutti gli informatici che lavorano nella sanità, sia pubblica sia privata, e disseminare conoscenza specifica dell’ambiente sanitario”. Alberto Ronchi è il presidente dell’Associazione italiana Sistemi informativi in sanità, oltre che direttore dei sistemi informativi all’Istituto Auxologico di Milano.

L’impegno di Aisis ha iniziato a dare i suoi frutti, contribuendo a diffondere una maggiore consapevolezza in chi, pur avendo un ruolo strettamente tecnico, è inserito in un ambiente, quello sanitario, governato da regole ben precise.

In particolare, l’ambito della sicurezza è fondamentale. Fino a qualche anno fa, si tendeva a pensare che soltanto i computer dovessero essere collegati in rete. Oggi quasi tutti i dispositivi medici presenti in ospedale lo sono: se questo permette una gestione più fluida dei dati, che possono essere scambiati in tempo reale, rende allo stesso tempo l’intero sistema più vulnerabile.

Nonostante i passi in avanti degli ultimi anni nell’ambito digitale, informatica e sanità hanno ancora una relazione complicata

Negli ultimi anni, gli attacchi informatici alla sanità sono cresciuti, anche perché sono più accessibili di altri. “Oggi è ancora difficile avere una figura dedicata alla cybersicurezza – afferma Ronchi – Molti non ne sentono la necessità e spesso la parte di security viene assimilata a quella infrastrutturale. È chiaro che in ambienti molto complessi una figura che si occupi di security in modo trasversale sarebbe invece utile”. È il Ciso, Chief Information Security Officer, un ruolo che porta con sé un problema di costo (è un manager) e di governance: “Dovrebbe essere una figura trasversale e come tale si dovrebbe inserire tra le due figure classiche in ambito informatico, il responsabile delle infrastrutture e quello delle applicazioni”, commenta Ronchi.

L’esperto sottolinea l’importanza di un approccio risk-based: “È utopistico pensare di poter sistemare tutto – rileva – Come suggerito da linee guida internazionali, occorre effettuare una valutazione basata sul rischio. In questo senso il Ciso potrebbe essere una figura indipendente che aiuta il risk manager”.

(Manca) la normativa

“In base al nostro osservatorio, al momento la figura che si occupa di cybersecurity non è separata da chi segue i sistemi informativi. La maggior parte delle aziende, inoltre, si protegge basandosi su prodotti e non sulla valutazione del rischio: installare antivirus, antimalware e firewall è utile, ma da solo non basta più”. Per l’esperto, poi, oggi le valutazioni sui bisogni non partono dall’analisi dei rischi della singola struttura: “Spesso ci si fa guidare dai fornitori, dal mercato, dagli analisti, dalle notizie che si leggono… Da un paio di anni Aisis cerca di diffondere anche questo tipo di cultura. Ad oggi, tuttavia, non saprei citare delle aziende sanitarie che stiano mettendo in pratica questa modalità. Siamo ancora un po’ indietro da questo punto di vista”.

Al momento la figura che si occupa di cybersecurity non è separata da chi segue i sistemi informativi

Per Ronchi, tuttavia, è solo questione di tempo: “Sono convinto che gli investimenti ci saranno, visto che è nata l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e visto il focus sulla sanità digitale previsto dal Pnrr”.

In questo momento, a differenza di quanto avviene per la privacy, la cybersicurezza non è ancora normata. “Credo che presto lo sarà – afferma Ronchi – Esistono direttive a livello europeo come Nis e Nis2 che forniscono indicazioni. Lo fanno per le cosiddette infrastrutture critiche, ma se riuscissimo già a proteggere quelle sarebbe ottimo. L’Agenzia per la cybersecurity nazionale è nata anche per vigilare e portare avanti l’attuazione di queste indicazioni minime almeno per le aziende strategiche, per portare tutti allo stesso livello”.

La sanità territoriale

Il Pnrr porta con sé un altro elemento cardine: la sanità territoriale. Le sfide sul piatto sono molte e quella sulla cybersicurezza non fa eccezione. Recentemente Agenas ha prorogato i termini del bando per ricevere proposte di partnership pubblico-privata per le reti di prossimità, la telemedicina e l’assistenza sanitaria territoriale. “Si stanno gettando adesso le basi: tra qualche tempo sapremo chi saranno i partner – afferma Ronchi – Dal punto di vista della cybersecurity, non è ancora chiaro se ci sarà un sistema unico per tutti o un backbone nazionale a cui si agganceranno le Regioni”.

Ci sono strategie che permetterebbero di limitare i danni e proteggere meglio i sistemi informatici in sanità?

Di una cosa il presidente Aisis è sicuro: “Questo sistema sarà molto capillare perché dovrà essere raggiungibile dappertutto, da tutti i device, avrà parti di App… Tecnicamente, come dicono gli esperti di sicurezza, questo significa ampliare di molto la superficie d’attacco. L’aumento del rischio va quindi segmentato e gestito. Spero vengano adottate policy davvero molto stringenti per evitare che questa aumentata superficie d’attacco faciliti le intrusioni”. Oggi si parla molto di zero trust policy, una strategia che richiede convalide continue per ogni interazione digitale. Ottimo per la sicurezza, meno per il risvolto pratico, soprattutto in ambito sanitario.

Il nodo dell’ingegneria clinica

Ci sono strategie che permetterebbero di limitare i danni e proteggere meglio i sistemi informatici in sanità? “Innanzitutto si potrebbe utilizzare di più il cloud – prosegue Ronchi – In questo modo si demanderebbe la sicurezza ad aziende più strutturate. Parallelamente, occorrerebbe rivolgersi a realtà che si occupano di cybersecurity, esternalizzando il maggior numero di attività possibile. Tenere in casa gli esperti è sempre più difficile: se sono davvero bravi se ne vanno, altrimenti rischiano di soffrire di ‘obsolescenza’ e quindi non essere sempre aggiornati”.

La terza priorità individuata da Ronchi è culturale: “Bisogna andare verso una gestione basata sui rischi e non pretendere di investire tutto subito”. Infine, “gestire meglio tutto quello che è ingegneria clinica, ancora poco attenta alla cybersecurity”.

Oggi è infatti impensabile avere dispositivi medici non collegati in rete. Farlo, però, significa rendere vulnerabili questi strumenti, che raccolgono dati anagrafici e sensibili sui pazienti. In quanto medical device, questi dispositivi sono sottoposti a una normativa stringente e qualunque piccola modifica rischia di far perdere loro la certificazione del fabbricante.

Gianluca Giaconia

“L’ingegneria clinica purtroppo è indietro da questo punto di vista – ammette Gianluca Giaconia, membro del Consiglio direttivo e del Comitato ICT dell’Associazione italiana ingegneri clinici (Aiic) – Chi produce un software puro si è già posto da almeno 20 anni il problema della cybersicurezza e ha assimilato la privacy by default e quella by design. Oggi infatti tutti i software che arrivano sul mercato prevedono regole di complessità della password, la scomposizione dei dati anagrafici da quelli clinici e sistemi che fanno andare in standby il software se non c’è nessuno loggato. Tutto questo è ormai assodato nell’ambito dell’information technology. Nel nostro mondo non ancora”.

E per capire la complessità che cela questa affermazione, Giaconia, che è anche Direttore dell’Uoc di Ingegneria Clinica – HTA dell’Azienda ospedaliera dei colli Monaldi-Cotugno-CTO di Napoli, fa un esempio pratico: “Qualche tempo fa abbiamo dovuto installare un modulo per la firma digitale su qualsiasi postazione dove si potesse fare refertazione – racconta – Abbiamo chiamato chi ci aveva fornito le workstation legate per esempio alle tac, alle risonanze magnetiche, alle pet, e un fabbricante in particolare ci ha dato risposta netta: non era possibile installare software di terze parti, pena la perdita della certificazione”. La modifica del medical device, per quanto banale, non è quindi semplice da gestire. E la certificazione, al momento, è gestita completamente dal fabbricante.

E quindi nella pratica?

Un altro esempio riguarda l’applicazione dei vari regolamenti ai device medicali. “Per la privacy, i dati di una centrale di monitoraggio per la terapia intensiva non devono essere leggibili da terzi – spiega Giaconia – Dati personali e tracciati non devono per esempio essere accessibili a chi passa in un corridoio”. Come suggerisce il nome, la centrale monitora costantemente i ricoverati e, se registra qualche anomalia, suona in modo che il personale sanitario possa correre al letto del paziente e verificare che cosa non vada. È impensabile che a un dispositivo del genere siano applicate le regole che si usano per esempio per il computer di un amministrativo. “La centrale non può andare in standby dopo un minuto che non viene utilizzata, e, alla sua eventuale riattivazione, non deve essere chiesta una password per poter vedere i tracciati in tempo reale. Il monitor al letto del paziente in terapia intensiva non va in standby e così la centrale di monitoraggio. Il defibrillatore non può chiedere una password quando viene acceso: se l’operatore non la conosce, chi ne avrebbe bisogno muore. Per questo, bisogna prevedere una serie di eccezioni infinite, si tratta di un lavoro certosino e affatto banale”.

Nella pratica, è necessario pensare non solo alle misure informatiche, ma anche a quelle organizzative

L’invito di Giaconia è di pensare non solo alle misure informatiche, ma anche a quelle organizzative: se la centrale di monitoraggio deve essere protetta rispetto a terzi, si potrà fare in modo che i dati non siano leggibili da chi passa nel corridoio. I nomi e cognomi delle persone possono essere sostituiti dalle iniziali. “È necessario inventare strategie diverse rispetto a quelle già previste da molti anni nei sistemi informativi”.

Anche per l’ingegnere clinico la territorializzazione della sanità comporta problemi non banali. “È chiaro che la distribuzione di device sul territorio che devono trasmettere i dati del paziente aumenta il rischio di attacco e la vulnerabilità del sistema – afferma – In questo caso, come ingegneri clinici abbiamo le armi smussate: dovrebbe intervenire la cultura tecnologica, progettando il device domiciliare in modo che abbia già requisiti assimilabili a un sistema informatico. Per esempio la trasmissione cifrata o la possibilità di fare degli aggiornamenti”.

Il sistema, insomma, deve nascere già protetto. “Se questo avviene resta poi la responsabilità legata alla gestione: come ingegneri clinici dobbiamo capire che probabilmente in futuro saranno rilasciati periodicamente degli aggiornamenti sulla sicurezza e noi dovremo gestire anche il livello di aggiornamento software dei singoli device”.

A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento di complessità: quello della responsabilità. Se chi si occupa di information technology infatti è esposto a malfunzionamenti ai sistemi, disagi e furti di dati, gli ingegneri clinici hanno un rischio collegato al funzionamento dell’apparecchiatura.

Esiste una norma tecnica molto dettagliata, che differenzia safety e security: della prima si occupano gli ingegneri clinici, della seconda gli informatici

“Esiste una norma tecnica, molto dettagliata, che differenzia tra safety e security. Della prima si occupano gli ingegneri clinici, della seconda gli informatici”.

Anche qui, un esempio può aiutare: “Credo che negli anni le pompe infusionali siano stati i device più attaccati – premette Giaconia – Se un attacco compromette il funzionamento di una pompa infusionale alla quale è legato un farmaco salvavita, questo può portare alla morte del paziente”.

Da alcuni anni le associazioni di ingegneri clinici e responsabili dei sistemi informativi interagiscono per cercare di ovviare insieme anche ai problemi di sicurezza: “Abbiamo una collaborazione fruttuosa: entrambi i mondi sono consapevoli della necessità di fare le cose insieme – commenta Giaconia – I problemi maggiori, tuttavia, si riscontrano a livello aziendale, quando tutto si gioca sulla relazione personale tra il direttore dell’ingegneria clinica e quello dei sistemi informativi”. Se vanno d’accordo, anche la struttura funzionerà bene. Laddove questo non succeda, servirà “la lungimiranza del direttore generale, oppure la presenza di una struttura di coordinamento che si occupi della mediazione tra quelli che sono gli ambiti, i limiti e le responsabilità delle due figure. Chiaramente servirebbe però che tutto questo fosse sistematico e strutturato e non frutto dell’iniziativa personale e della buona volontà dei singoli”.

L’arte del ricercare: creatività nell’arte e nella scienza

La creatività è una capacità individuale, potenzialmente presente nei campi più disparati, che consiste nel cogliere i rapporti fra cose o idee in modo nuovo o nel formulare intuizioni non previste dagli schemi di pensiero abituali o tradizionali. Ma qual è la natura del processo creativo? Esistono diversi tipi di creatività? Quali sono le basi neuronali della creatività? In definitiva, qual è il rapporto tra creatività, arte e scienza?

Il tema è stato affrontato da Fabio Benfenati, coordinatore di un gruppo di ricerca presso il dipartimento di Neuroscienze e neurotecnologie dell’Istituto italiano di tecnologia e presso il dipartimento di Medicina sperimentale dell’Università di Genova, ospite dell’Accademia delle Scienze di Torino come vincitore del Premio Herlitzka 2020 per gli studi nel campo della neurofisiologia umana.

Fabio Benfenati

Nella conferenza, il professore ha citato come premesse la lettura de La visione dall’interno. Arte e cervello di Semir Zeki e una tavola rotonda sul tema organizzata dalla Bogliasco Foundation: “Si tratta di campi ritenuti molto differenti, che vengono implementati in ambienti molto diversi, ma se andiamo a vedere in profondità le motivazioni e meccanismi che guidano e alimentano la ricerca artistica e quella scientifica troviamo molte aree condivise”.

Si evince già dalle definizioni presenti nei dizionari e nelle enciclopedie, ad esempio: “Creatività è un termine che indica genericamente l’arte o la capacità cognitiva della mente di creare e inventare”.

“Creatività significa innovazione, dare vita a qualcosa che prima non esisteva – spiega Benfenati -. Spesso parliamo di talento o di genio e Arthur Schopenhauer ne ha dato una bellissima definizione: Il talento coglie un bersaglio che nessun altro riesce a colpire; il genio coglie un bersaglio che nessun altro riesce a vedere. La creatività è quindi un momento di rottura col precedente”.

Inoltre, l’atto creativo coinvolge tutti gli aspetti dell’attività umana: “Nonostante normalmente la associamo all’arte e alla scienza, la creatività è una caratteristica costante della vita degli esseri umani: c’è negli affari, trova grande spazio nell’insegnamento (e anzi ciascuno si augurerebbe di incontrare un insegnante capace di cambiargli la vita), nella capacità quotidiana anche molto concreta di risolvere problemi. L’umorismo è una forma molto importante di creatività e questa si ritrova anche nelle relazioni interpersonali”.

Le basi neurologiche della creatività

“Se, essendo scienziati, vogliamo andare più a fondo e indagarne le basi, possiamo dire che lo sviluppo della creatività nel corso dell’evoluzione è parallelo a quello della corteccia associativa, quella zona di corteccia che non ha rapporti diretti con il corpo e il mondo esterno, ma è una zona intima di rielaborazione e processamento delle informazioni”, dice Benfenati.

La creatività è un’attività corale del cervello, senza una sede cerebrale precisa o un singolo circuito neuronale

“Parlando di corteccia associativa, dobbiamo inquadrare la creatività come attività corale di tutte le diverse aree della corteccia: non c’è una precisa area della creatività, ma ce ne sono di multiple e molto simili nel cervello dell’artista e del ricercatore che vengono chiamati a svolgere un compito creativo”, precisa.

creatività

La creatività, inoltre, implica flessibilità cognitiva: “La nostra capacità concettuale è estremamente importante”. A questo proposito, Benfenati fa riferimento agli studi nel campo della memoria di Rodrigo Quian-Quiroga, professore di bioingegneria e direttore del Centre for Systems Neuroscience dell’Università di Leicester. “Lo studioso ha rilevato che la memoria umana non ha una grande capacità, se paragonata a quelle dei computer, ma è dotata di una caratteristica unica e fondamentale: la capacità di generalizzare, cioè di estrarre concetti da esperienze diverse per poi usarle nel futuro”.

Ecco quindi in sintesi le basi neurologiche della creatività:

  • La creatività è una proprietà emergente del sistema nervoso centrale, aumenta con la sua complessità
  • Lo sviluppo della creatività lungo l’evoluzione è parallela allo sviluppo della corteccia associativa
  • Non vi è una sede cerebrale precisa o un singolo circuito neuronale. La creatività emerge dall’attività di ampie aree della corteccia associativa (spazio di lavoro globale) dove è rappresentata con un notevole grado di ridondanza
  • Malattie neurologiche come Parkinson e ictus non alterano l’espressione della creatività
  • La creatività implica flessibilità cognitive, generalizzazioni e ricche associazioni
  • L’intuizione creativa è un momento di discontinuità, di non-linearità, un conflitto momentaneo fra percezione e cognizione

La creatività è esclusivamente umana?

Anche se siamo soliti pensare alla creatività come atto esclusivamente umano, ci sono casi come quello di Congo, lo scimpanzé pittore degli anni ’50, apprezzato da Picasso e Dalì, che dimostrano come non sia in realtà appannaggio del genere umano. “Ma, al di là di situazioni eccezionali come quella, la creatività è molto diffusa anche tra altri animali inferiori”, sostiene Benfenati.

Alcuni esempi: la cinciallegra che in Inghilterra ha scoperto come bucare la pellicola di plastica sulla bottiglia del latte, novità presto diffusa sia a Londra che nei paesi limitrofi; o le scimmie giapponesi che hanno intuito che immergerle nelle acque del fiume fosse il modo più semplice per togliere la sabbia dalle patate. Il punto centrale non è infatti l’innovazione in sé, ma la trasmissione dell’innovazione che porta a un vantaggio per la specie.

La creatività nell’arte e nella scienza

La creatività nell’arte e nella scienza sono mosse da finalità profondamente diverse, sottolinea l’esperto: “L’artista cerca di mettere in atto il proprio sentire interiore e ai fruitori tocca cercare di ricostruire il mondo interiore dell’artista dall’opera d’arte, mentre l’obiettivo della ricerca è svelare qualcosa che esiste già nel mondo o nell’universo, ma in un linguaggio non facilmente comprensibile: noi cerchiamo la chiave per riuscire a decifrare questi aspetti. Ma, nonostante ciò, le due attività non sono in realtà lontane come sembrano”.

“Lo scienziato non studia la natura perché sia utile farlo. La studia perché ne ricava piacere; e ne ricava piacere perché è bella” – Henri Poincaré

I punti in comune fra arte e scienza:

  • Si pongono domande non ovvie
  • Necessitano di talento e genialità
  • Fanno avanzare la conoscenza
  • Sperimentano ed esplorano
  • Espandono la nostra percezione
  • Producono emozioni e generano bellezza e armonia
  • Vengono stimolate dal progresso scientifico e tecnologico
  • Soddisfano un impulso “interiore (non sono “lavori”)

Pensatori del passato, come Francois Jacob, premio Nobel per la Medicina nel 1965, sono riusciti a inquadrare il senso di questa affinità: La scienza in biologia non si propone di spiegare l’ignoto con ciò che è noto, come in certe dimostrazioni matematiche. Essa mira a giustificare ciò che si osserva con le proprietà di ciò che si immagina, a spiegare il visibile con l’invisibile, ed evolve con l’evoluzione dell’invisibile, con il ricorso a nuove strutture nascoste, a nuove proprietà ipotetiche.

C’è di più: gli artisti, e in questo i pittori sono maestri, sono in realtà degli scienziati inconsapevoli, che sanno sfruttare meccanismi connaturati alla nostra percezione; così come d’altro canto gli scienziati sono, nel momento magico della scoperta, in realtà degli artisti, pur senza saperlo. Un esempio: l’arte cinetica e la percezione del movimento.

Giacomo Balla
“Dinamismo di un cane al guinzaglio” di Giacomo Balla

Nell’ultima parte della conferenza, Benfenati è passato a illustrare come la scienza influenza l’arte e viceversa. Un esempio del primo tipo di influsso arriva con Vasilij Vasil’evič Kandinskij, che dipinse il primo quadro astratto avendo in mente la teoria della relatività e la celeberrima equazione di Einstein E = mc2, riflettendo cioè su come la materia, che siamo abituati a immaginare con una forma, si possa trasformare in energia. Di contro, c’è la cronofotografia, base dell’odierno motion capture: Étienne-Jules Marey (1830-1904), medico fisiologo francese, inventò il cronofotografo per portare avanti i suoi studi sul movimento degli uccelli, dei cavalli e soprattutto dell’uomo.

Quando la scienza avrà messo tutto in ordine, toccherà agli artisti mischiare daccapo le carte. – Ennio Flaiano

Infine, ha spiegato Benfenati citando Einstein, c’è un momento in cui i due campi si toccano: Raggiunto un alto livello di competenza tecnica, la scienza e l’arte tendono a fondersi nell’estetica, nella plasticità e nella forma: i più grandi scienziati sono sempre anche degli artisti.

Come sta la nostra salute

Gianni Tognoni è un medico esperto di epidemiologia clinica e comunitaria; è stato per quarant’anni il responsabile della ricerca clinica dell’Istituto Mario Negri.

Al Salone del Libro di Torino ha presentato il volume “La nostra salute“, pubblicato da Edizioni Gruppo Abele, un viaggio tra i cambiamenti che hanno interessato il nostro Servizio Sanitario Nazionale e un vademecum per rimettere al centro i bisogni di salute dei pazienti. Un “promemoria controcorrente per il dopo pandemia“.