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Regolamenti Ue sui dispositivi medici: a che punto siamo?

Negli ultimi anni il settore dei dispositivi medici è stato al centro di molte novità e cambiamenti, non solo dovuti alla pandemia ma soprattutto in relazione all’entrata in vigore dei Regolamenti Ue n. 745 e 746 del 2017. Quali risultati sono già stati ottenuti e quali difficoltà stanno ancora riscontrando le aziende produttrici e le pubbliche amministrazioni che devono acquistare i dispositivi? Quali sono i prossimi passi previsti e in che tempistiche?

Il punto della situazione e gli ultimi aggiornamenti con le nostre esperte:

  • Fernanda GellonaFernanda Gellona
    Direttore Generale Confindustria Dispositivi Medici
  • Silvia StefanelliSilvia Stefanelli
    Avvocato Cassazionista, esperta in diritto sanitario

Conduce:

  • Angelica GiambellucaAngelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico

Cambiamenti climatici: una questione di sanità pubblica

Cambiamenti climatici: non solo questione di ambiente, ma anche, e tanto, di salute. Con quali conseguenze? Come invertire la tendenza? Ne parliamo con Marco Martuzzi, direttore del dipartimento di Ambiente e Salute dell’Istituto Superiore di Sanità.

Climate change e salute: a che punto siamo?

Marco Martuzzi

“Il quadro è preoccupante. Il cambiamento climatico ha un’evoluzione rapida. Da pochi giorni è uscito uno dei tanti aggiornamenti dei rapporti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) mostra che tutti i trend sono in peggioramento: le temperature medie, gli eventi estremi, il deterioramento dei cicli climatici. In base alle previsioni, sarà già molto difficile riuscire a centrare il target dell’accordo di Parigi, che punta a limitare l’aumento delle temperature a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali. Gli effetti sulla salute vanno di pari passo”.

IPCC 6

Quali sono gli effetti principali del cambiamento climatico sulla salute?

“Il cambiamento climatico non è uno di quegli agenti, come ad esempio l’inquinamento dell’aria, di cui è possibile quantificare piuttosto bene le conseguenze. Ha impatti diretti sulla salute, che sono le ondate di calore, gli eventi estremi o l’aumento di malattie trasmissibili portate da vettori il cui habitat è favorito, però c’è anche una ricaduta più importante di effetti indiretti legati al cambiamento sociale: a questi ultimi si possono ricondurre migrazioni, problemi di cibo ed energia. Gli effetti negativi sono già presenti e, in molte situazioni, drammatici.

Negli ultimi anni ho lavorato molto nella regione pacifica, dove molti Paesi stanno andando sott’acqua: si parla di perdere il luogo dove si vive.. In India la recente ondata di calore ha causato un’ecatombe e anche da noi si osservano migliaia di morti in eccesso durante le ondate di calore. La siccità che si è verificata soprattutto nel nord Italia avrà ripercussioni forti sulla disponibilità dell’acqua, ma anche sull’agricoltura e sulla produzione di energia”.

Cambiamento climatico

Cosa si sta facendo a livello di politiche sanitarie a livello internazionale e nel nostro Paese?

“Da qualche anno il settore sanitario ha preso consapevolezza del fatto che il cambiamento climatico è una questione sanitaria. Per molto tempo, infatti, se ne è discusso esclusivamente nell’ambito dell’ambiente. È stato un processo un po’ lungo e tuttora la presenza della componente sanitaria nel dibattito è meno intensa di quello che vorremmo. Nell’ultima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021, la Cop26, per la prima volta se ne è parlato abbastanza.

Solo da qualche anno il settore sanitario ha preso consapevolezza del fatto che il cambiamento climatico è una questione sanitaria

In concreto si tratta innanzitutto di sviluppare piani di prevenzione delle ondate di calore e degli eventi estremi. C’è poi una parte di preparazione e resilienza dei servizi sanitari, che andranno inesorabilmente incontro a un aumento di carico per gli effetti legati al clima, diretti e indiretti. Andiamo verso una maggiore diffusione anche delle malattie portate da vettori come le zecche”.

Con che tipo di approccio è meglio ragionare in questo contesto?

“Un tema importante è la questione dei co-benefici. Con questa espressione intendiamo il fatto che tantissime azioni che si intraprendono per mitigare il cambiamento climatico in numerosi campi, dall’energia ai trasporti all’ambiente urbano, portano benefici diretti come la riduzione delle emissioni di gas serra, ma quasi invariabilmente ne hanno anche altri di salute. Un esempio tipico è il trasporto: è ormai assodato che se miglioriamo la qualità dei trasporti soprattutto urbani limitando l’uso di veicoli a motore privati e potenziando i mezzi pubblici, si riducono le emissioni, e questo è un primo grande pro per la qualità dell’aria e i noti impatti sulla salute, ma così facendo si aumenta anche l’attività fisica, con benefici consistenti in termini di prevenzione delle malattie cardiovascolari, diminuisce il rumore, migliora la sicurezza poiché si verificano meno incidenti stradali.

C’è la questione dei co-benefici: tantissime azioni che si intraprendono per mitigare il cambiamento climatico in numerosi campi, dall’energia ai trasporti all’ambiente urbano, quasi invariabilmente hanno anche vantaggi di salute

Un altro rapporto da evidenziare è quello tra clima, agricoltura e alimentazione. L’agricoltura è uno dei settori responsabili di una quantità enorme di emissioni, anche perché gran parte della produzione agricola viene usata per la produzione di carne. Quindi, ridurre il consumo di carne avrebbe un impatto sulle emissioni, oltre a essere più sano, perché stime affidabili dimostrano che si eviterebbe anche un certo quantitativo di malattie.

Quello delle politiche dei co-benefici è un approccio che stiamo promuovendo attivamente anche con il Ministero della Salute in un’ottica di sensibilizzazione su un fronte che apre a opportunità davvero interessanti. Infine c’è ancora un altro aspetto da tenere in conto: l’impatto ambientale del settore sanitario”.

Come possiamo inquadrare l’argomento?

“Come da stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nei Paesi industrializzati come il nostro, la sanità è una grande macchina responsabile di consistenti emissioni clima-alteranti. Ci sono gli ospedali e le strutture sanitarie, dove si usa energia, si producono rifiuti e si mette in moto un flusso di materiali che raggiunge il 5-6% delle emissioni complessive.

La sanità, rendendosi sempre più attiva e presente nella questione del cambiamento climatico, può sistemare molte cose in casa propria, riducendo le emissioni, con benefici diretti, indiretti e anche politici, perché darebbe più forza a questo tipo di messaggio

È anche stato dimostrato che, nei Paesi in cui si sono messi a fare i conti e a guardare cosa potesse essere migliorato, come l’Inghilterra e alcuni Stati asiatici, con misure relativamente fattibili (uso di fonti energetiche rinnovabili e risparmio energetico, procurement sostenibile, razionalizzazione della gestione dei rifiuti) questo impatto si può ridurre parecchio. Il settore sanitario, rendendosi sempre più attivo e presente nella questione del cambiamento climatico, può sistemare molte cose in casa propria, riducendo le emissioni, con benefici diretti, indiretti e in un certo senso anche politici, perché darebbe più forza a questo tipo di messaggio.

In Italia è una questione abbastanza giovane. Ci sono esperienze di ospedali green e sostenibili a livello locale, dal basso, ma stiamo cercando di promuovere l’argomento e vedo che la sensibilità sul tema cresce in fretta, anche perché le notizie che ci arrivano tutti i giorni mostrano una situazione davvero preoccupante: è giusto agire in fretta”.

Sanità digitale: il momento è adesso

“Sanità digitale: ora serve un cambio di marcia”. Un messaggio significativo sin dal titolo, quello lanciato al convegno dell’Osservatorio Sanità Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, occasione per fare un punto complessivo sullo stato dell’arte e guardare al futuro con una certa dose di ottimismo che va sotto la sigla PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

È tempo di individuare la strada corretta per mettere a terra gli obiettivi definiti e attuare quel cambio di marcia ormai necessario per attuare l’evoluzione verso il modello della connected care.

osservatori 1

I numeri: la Sanità digitale vale 1,69 miliardi di euro

Nel 2021 la spesa per la Sanità digitale in Italia è cresciuta del 12,5% rispetto al 2020, toccando quota 1,69 miliardi di euro, pari all’1,3% della spesa sanitaria pubblica. Una crescita superiore a quella degli ultimi anni, ma non ancora sufficiente a imprimere il “cambio di marcia” necessario a colmare il ritardo accumulato. La tanto attesa trasformazione digitale potrebbe arrivare grazie agli investimenti previsti dal PNRR, che dedica a riforme e investimenti nel settore Salute l’intera Missione 6, con ben 15,63 miliardi di euro di risorse.

La pandemia ha influito decisamente sulla conoscenza e l’utilizzo del Fascicolo Sanitario Elettronico, spinto dalla necessità di scaricare Green Pass, referti dei tamponi e certificati vaccinali. Dalla rilevazione svolta in collaborazione con Doxapharma, emerge che il 55% dei cittadini ne ha sentito parlare almeno una volta (era il 38% nel 2021) e il 33% lo ha già utilizzato (il 12% nel 2021). Tra i pazienti cronici o con problematiche gravi – coinvolti nella ricerca svolta in collaborazione con AISC, Alleanza Malattie Rare, APMARR, FAND, FederASMA, Onconauti e ROPI – le percentuali di conoscenza e utilizzo dello strumento sono ancora più elevate: l’82% lo conosce e il 54% lo ha utilizzato (nel 2021 era il 37%).

Il 73% degli specialisti, il 79% dei MMG e il 57% degli infermieri utilizza App di messaggistica (come WhatsApp) per comunicare con i pazienti, che sono molto interessati al loro uso soprattutto per la rapidità con cui è possibile ricevere risposte

Il digitale è molto utilizzato dagli italiani per cercare informazioni in ambito salute: il 53% dei cittadini ha utilizzato Internet per identificare possibili diagnosi sulla base dei sintomi e il 42% per cercare informazioni su sintomi e patologie anche prima di una visita. Inoltre, il 73% di chi ha utilizzato Internet dichiara di prendere decisioni sulla salute basandosi sulle informazioni trovate online. Ma soprattutto, il digitale si è ormai affermato nella comunicazione tra professionista sanitario e paziente, come emerso dalla rilevazione svolta sui medici specialisti, in collaborazione con AME, ANMCO, FADOI, PKE e SIMFER, sui medici di medicina generale (MMG), grazie alla collaborazione con FIMMG, e sugli infermieri, in collaborazione con FNOPI. Il 73% degli specialisti, il 79% dei MMG e il 57% degli infermieri utilizza App di messaggistica (come WhatsApp) per comunicare con i pazienti, che sono molto interessati al loro uso soprattutto per la rapidità con cui è possibile ricevere risposte.

Mariano Corso

“Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sta giocando, anche nel settore sanitario, un ruolo rilevante per il rilancio del nostro Paese – afferma Mariano Corso, responsabile Scientifico dell’Osservatorio Sanità Digitale. In particolare, il potenziamento della Sanità territoriale, anche grazie allo sviluppo di servizi di Telemedicina, e la raccolta e valorizzazione dei dati in Sanità, soprattutto attraverso la diffusione del Fascicolo Sanitario Elettronico, rappresentano alcune delle principali sfide per i prossimi anni. Il PNRR rappresenta un’occasione epocale di rilancio perché assegna al settore della Sanità 15,63 miliardi di euro con investimenti sostanziali sulla digitalizzazione. Tuttavia, l’effettiva disponibilità e l’efficace messa a terra di queste risorse è tutt’altro che scontata. Lo sblocco di questi fondi da parte delle Istituzioni Europee è condizionato allo sviluppo in tempi rapidi di programmi e riforme la cui realizzazione non è semplice, soprattutto a causa della frammentazione della governance del sistema sanitario pubblico”.

Gli ambiti su cui investire

Dalla ricerca svolta in collaborazione con la Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso) sulle Direzioni Strategiche delle strutture sanitarie italiane, emerge che tra gli ambiti investimento previsti dal PNRR il 64% dei direttori ritiene molto rilevante lo sviluppo di soluzioni aziendali per garantire la raccolta del dato di cura del paziente, come la Cartella Clinica Elettronica: il 60% delle aziende sanitarie ha infatti intenzione di investire in questo ambito. A seguire, i sistemi per l’integrazione ospedale-territorio e in particolare la Telemedicina (rilevante per il 56% dei direttori e ambito di investimento previsto nel 2022 per il 58% delle aziende sanitarie), e le soluzioni che consentono l’integrazione con sistemi regionali e/o nazionali come il Fascicolo Sanitario Elettronico (ambito prioritario per il 47% dei direttori).

I direttori delle aziende sanitarie ritengono molto rilevante l’attuazione degli interventi identificati nelle linee di indirizzo del PNRR, ma il 46% di loro denuncia come ci sia a oggi ancora poca chiarezza su come utilizzare le risorse in gioco. Sarà quindi importante definire la strada corretta per mettere a terra gli obiettivi definiti e monitorare questa trasformazione verso il modello della connected care.

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Il Fascicolo Sanitario Elettronico aspetta il PNRR

Paolo Locatelli

Gli anni della pandemia hanno determinato una maggiore conoscenza e un più diffuso utilizzo del Fascicolo Sanitario Elettronico. “Se da un lato, il Fascicolo è stato attivato per tutti i cittadini e ha raggiunto ad oggi anche percentuali significative di utilizzo (il 33% dei cittadini e il 54% dei pazienti) – spiega Paolo Locatelli, responsabile scientifico dell’Osservatorio Sanità Digitale -, il livello di alimentazione dei documenti del nucleo minimo nella gran parte delle Regioni è ancora molto limitato”.

Secondo la rilevazione effettuata dal Ministero per l’innovazione tecnologica e transizione digitale, infatti, solo Emilia-Romagna, Lombardia, Toscana e Piemonte hanno una percentuale di alimentazione del FSE superiore al 50% (percentuale di documenti pubblicati e indicizzati sul FSE rispetto al totale delle prestazioni erogate dalle strutture sanitarie pubbliche negli ultimi due anni). Altre quattro Regioni (Campania, Liguria, Sicilia e Calabria) hanno invece livelli che non superano il 5%.

“Anche su questo fronte ci si aspetta nei prossimi anni un’evoluzione importante – continua Paolo Locatelli – dato che nell’ambito del PNRR le risorse per potenziare i FSE regionali non mancano, con 610 milioni di euro per l’adozione e utilizzo del FSE da parte delle Regioni, di cui 299,6 milioni per il potenziamento dell’infrastruttura digitale dei sistemi sanitari e 311,4 per aumentare le competenze digitali dei professionisti del sistema sanitario”.

Osservatori Sanità Digitale

Telemedicina: uso in calo dopo il boom Covid

Sin dai primi mesi della pandemia l’utilizzo dei servizi di Telemedicina è molto aumentato, perché ha facilitato la collaborazione tra i professionisti e garantito continuità di cura e assistenza ai pazienti. In assenza di strategie e investimenti specifici, tuttavia, parte di questo effetto rischia di svanire con il progressivo ritorno alla normalità. Nel 2021 l’utilizzo della Telemedicina da parte dei medici è calato significativamente, seppure ci si assesti su percentuali di utilizzo più elevate rispetto a quelle pre-pandemia.

Cristina Masella

“La riduzione nei livelli di utilizzo della Telemedicina da parte dei medici va colto come il segnale dell’esigenza di un’innovazione più strutturale, un passaggio a un modello nel quale questa non rappresenti più una soluzione di emergenza, ma un’opportunità per migliorare il sistema di cura – afferma Cristina Masella, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Sanità Digitale. Ad oggi questo cambiamento di modello deve ancora essere concretizzato: per medici e infermieri le attività di Telemedicina spesso costituiscono un’aggiunta in termini di tempo a quelle tradizionali”.

Nonostante questo, l’interesse rimane alto. Oltre la metà di medici e infermieri e l’80% dei pazienti vorrebbe utilizzare questi servizi anche in futuro. Le farmacie territoriali potrebbero avere un ruolo rilevante di spinta alla diffusione di questi servizi. L’indagine rivolta ai titolari/responsabili di farmacia, svolta in collaborazione con Doxapharma, ha fatto emergere che già nella metà dei casi offrono servizi di Tele-cardiologia e dichiarano interesse anche per l’erogazione di altri servizi di Telemedicina, come ad esempio la Tele-dermatologia (55% delle farmacie).

La comunicazione tra professionisti sanitari e pazienti

Chiara Sgarbossa

La pandemia ha spinto l’utilizzo di App di messaggistica istantanea, che hanno permesso una comunicazione veloce e diretta tra professionisti sanitari e paziente. “Oltre a problemi di sicurezza e privacy, l’utilizzo di questi strumenti può impattare negativamente sulle attività lavorative dei professionisti coinvolti, da cui spesso i pazienti si aspettano risposte immediate. – spiega Chiara Sgarbossa, direttrice dell’Osservatorio Sanità Digitale -. “Stentano ancora a diffondersi strumenti più appropriati, sicuri e dedicati all’attività professionale”.

Ad oggi, infatti, solo un professionista sanitario su tre utilizza piattaforme di comunicazione dedicate o certificate, sebbene l’interesse sia elevato soprattutto tra i medici (74% degli specialisti e 72% dei medici di medicina generale). La necessità di ricevere risposte veloci su un problema di salute rappresenta anche una delle motivazioni per cui i cittadini fanno ricorso alla ricerca di informazioni in ambito salute su Internet.

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Servono competenze per lo sviluppo della Sanità Digitale

Emanuele Lettieri

Il 38% delle Direzioni Strategiche delle aziende sanitarie indica la mancanza di competenze digitali come barriera all’innovazione. “La trasformazione dell’ecosistema salute non può prescindere dal fattore umano e, in particolare, dalla cultura e dalle competenze degli attori coinvolti, tra cui i professionisti sanitari – afferma Emanuele Lettieri, responsabile Scientifico dell’Osservatorio Sanità DigitalePer le aziende sanitarie è prioritario investire nella formazione del personale sanitario, soprattutto su ambiti come la Cartella Clinica Elettronica, privacy e sicurezza dei dati e Telemedicina, oltre alla formazione sugli strumenti informatici di base, necessaria per fornire ai professionisti una preparazione più completa”.

Guardando alle Digital Soft Skills, la competenza maggiormente presidiata dai professionisti sanitari è legata alla capacità di comunicare in modo efficace con i colleghi utilizzando strumenti digitali. Per i medici sono da sviluppare le competenze di eLeadership, relative alla gestione del cambiamento e alla valutazione dei risultati dei progetti, aspetti chiave nel processo di trasformazione digitale. Per gli infermieri, invece, è migliorabile l’efficacia della comunicazione attraverso strumenti digitali con i pazienti, che sarà ancora più cruciale per poter utilizzare strumenti di Telemedicina.

osservatori

La riforma del territorio e il ruolo della Telemedicina

Al termine della presentazione dei dati dell’Osservatorio, ha preso il via il dibattito con gli esperti. Una prima tavola rotonda è stata dedicata al tema della riforma della sanità territoriale e la telemedicina.

Il direttore generale dell’Unità di missione per l’attuazione del PNRR per la parte che riguarda la salute Stefano Lorusso ha sottolineato come un notevole spazio nell’ambito del Piano sia dedicato all’integrazione fra ospedale e territorio, che passa soprattutto attraverso le Case di Comunità, luogo di riferimento della prossimità, e le Centrali Operative Territoriali (Cot), segno dell’evoluzione del modello organizzativo. “Anche se ci sono ancora molti passi da compiere per definire in maniera più puntuale e contestualizzata rispetto alle diverse realtà, il PNRR indica la strada giusta”, ha affermato.

E sul FSE ha rimarcato l’ingente investimento di 311 milioni per aiutare le Regioni ad affrontare l’enorme processo di cambiamento organizzativo che comporta. “Ben 18 milioni serviranno per la formazione in termini di competenze manageriali, tecnico-professionali e digitali e sul lavoro sulle attitudini, che ritengo fondamentali”, ha dichiarato, ponendo anche l’accento su coloro che ha definito i “sacerdoti” di questo processo di trasformazione, i direttori di distretto.

A Giulio Siccardi dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) è toccato illustrare gli obiettivi della piattaforma nazionale di telemedicina e lo stato dell’arte: “Il PNRR non ci dà obiettivi di spesa ma fattuali. Sulla telemedicina l’obiettivo è duplice: entro il 2023 fare in modo che tutte le Regioni abbiano attivo un progetto di telemedicina ed entro la fine del 2025 che ci siano 200 mila persone assistite con telemedicina”.

Sulla telemedicina l’obiettivo è duplice: entro il 2023 fare in modo che tutte le Regioni abbiano attivo un progetto di telemedicina ed entro la fine del 2025 che ci siano 200 mila persone assistite con telemedicina

Come si sta procedendo? “Abbiamo diviso il problema in due parti. Una è la Piattaforma nazionale di telemedicina per cui abbiamo lanciato un avviso di partnership pubblico privato, la cui scadenza è prevista per il 6 giugno alle 12; in secondo luogo ci sono le piattaforme regionali per l’implementazione di servizi minimi di televisita, telemonitoraggio, teleconsulto e teleassistenza, in un’ottica di maggiore omogeneità tra le Regioni”.

A proposito di Piattaforma di telemedicina e FSE, Agenas ha da poco pubblicato sul proprio sito il documento tecnico di Ministero della Salute Dipartimento per la Trasformazione Digitale e Agenas stessa che riassume i punti di contatto tra i due progetti.

Le scadenze: “Prevediamo di terminare la valutazione delle proposte che arriveranno per la Piattaforma nazionale di medicina entro settembre-ottobre con la scelta del soggetto e del progetto promotore, in modo da appaltare con la gara successiva entro la fine dell’anno. L’obiettivo che ci siamo posti è di attivare la Piattaforma nazionale entro la fine del 2023 – ha spiegato -. Parallelamente stiamo lavorando con il Dipartimento per la Trasformazione Digitale e il Ministero della Salute per individuare le linee guida per lo sviluppo dei servizi minimi in maniera uniforme su tutte le Regioni, grazie al supporto della Lombardia e della Puglia”.

Le due Regioni all’avanguardia hanno quindi portato le loro esperienze. Giovanni Gorgoni, direttore generale dell’Agenzia regionale strategica per la salute e il sociale (Aress) Puglia, ha presentato il progetto COReHealth (Centrale Operativa Regionale di Telemedicina delle cronicità e delle reti cliniche) istituito da Aress Puglia e Policlinico di Bari. Al centro una infrastruttura tecnologica in grado di far dialogare medico e paziente. Molte le criticità da superare, tra cui gli aspetti organizzativi, ma le prospettive di sviluppo sono molto buone e non a caso la Regione è tra le esperienze che guidano lo sviluppo dei piani nazionali.

Giovanni Delgrossi, dirigente dell’Unità Organizzativa Sistemi Informativi e Sanità Digitale della Direzione Generale Welfare, Regione Lombardia, ha spiegato come “l’azione della Regione è fortemente orientata a governare le risorse economiche e i modelli organizzativi e le progettualità per non perdere l’opportunità offerta dal PNRR per portare a sistema i servizi di sanità digitale. Il progetto è iniziato formalmente nel gennaio 2022 e intende molto velocemente dotare il territorio di strumenti, tecnologie e servizi digitali per applicare i nuovi modelli organizzativi della sanità territoriale: una vera sfida su un’area estesa come la nostra”.

Ma le scadenze sono a brevissimo: già a giugno è prevista la promozione dell’iniziativa a favore delle aziende che non hanno partecipato alla progettualità e le Case di Comunità avranno a disposizione le nuove tecnologie per gestire i nuovi modelli territoriali.

Ultimo caso studio, la Ausl di Ferrara, illustrato dalla direttrice generale Monica Calamai. L’Infermiere di famiglia e di comunità, la telemedicina, la presenza capillare sul territorio degli Ospedali di Comunità (Osco), le Case della salute nate nel territorio che diventeranno Case di comunità. Sono solo alcuni esempi di esperienze organizzative in sanità presenti in Emilia-Romagna e in particolare messe a punto dall’Ausl di Ferrara.

“Per una trasformazione digitale vera – commenta Calamai – non basta una implementazione ed adozione delle nuove tecnologie, ma è necessario un cambiamento della visione strategica all’interno dell’Azienda oltre che un pieno coinvolgimento di professionisti e operatori che vanno accompagnati nei processi di transizione sia organizzativa sia digitale. In provincia di Ferrara e, credo, non solo, se ne sente un bisogno profondo”.

La raccolta e valorizzazione dei dati in sanità: quali opportunità?

Piattaforma nazionale di telemedicina, FSE, Cartelle Cliniche digitalizzate. La sanità digitale significa dati e proprio a questi ultimi è stata dedicata la tavola rotonda conclusiva della presentazione dei dati dell’Osservatorio milanese.

“Durante la pandemia abbiamo imparato che i dati sono centrali in tutte le attività che svolgiamo – ha affermato il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro -. Abbiamo anche imparato, in una situazione straordinaria come quella che abbiamo vissuto, che nel giro di pochi giorni è stato possibile attivare un sistema nazionale che è diventato il monitoraggio settimanale con i dati corretti e aggiornati sull’andamento pandemico; un rapporto che è frutto di un lavoro capillare che parte dal singolo paziente o persona che fa il test per arrivare fino a livello del governo. È la testimonianza che si può fare. E sta funzionando”.

L’obiettivo non è raccogliere il maggior numero di dati possibile ma scegliere quelli rilevanti e utili per diventare informazioni

Un altro elemento appreso dalla pandemia, secondo Brusaferro, è entrare nel merito del dato: “Avere troppi dati non ci aiuta – ha dichiarato -. Il dato che dà l’informazione è quello rilevante e bisogna saperlo individuare: non funziona un pensiero tipo più dati ci sono e meglio è. Parallelamente, lo sapevamo già prima ma l’emergenza ha reso ancora più evidente che produrre un dato costa: serve capire quale valore produce rispetto alle capacità decisionali.”

Qualità e tempestività sono alcuni dei criteri fondamentali.

Interpellato su quale sia secondo lui la vera priorità per il SSN, Brusaferro ha risposto: “Il primo elemento è proprio la cultura del dato. Noi possiamo misurare tutti i fenomeni e misurarli è fondamentale per valutare e decidere. Secondo elemento: il dato non basta, deve diventare un’informazione. Qui si apre il tema di essere capaci di tradurre e rendere disponibile l’informazione per i destinatari per i quali è rilevante averla. Ed ecco il punto delle skills, che nel nostro Paese è un problema reale che riguarda tutti, i cittadini così come i professionisti. Un forte investimento in questo senso è necessario”.

“La sfida principale è l’omogeneità. E avere un punto unico per il  cittadino e il medico per poter accedere ai servizi online”, ha dichiarato Stefano Micocci, Project Manager CTO Sanità Digitale, Dipartimento per la Trasformazione Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. “Bisogna far crescere il FSE da sistema che mette a disposizione i dati (per altro in modo ancora incompleto) a volano per un uso evoluto del dato”.

Ruggero De Maria, direttore dell’Istituto di Patologia Generale dell’Università Cattolica di Roma e presidente Alleanza contro il Cancro, ha illustrato la particolare importanza che i Big Data rivestono in campo oncologico, citando anche il rilevo della Real World Evidence. A questo proposito, Alleanza contro il cancro ha lanciato nel 2020, in collaborazione con il Ministero della Salute, il progetto Health Big Data. L’orizzonte si amplia a livello europeo con l’iniziativa 1+ Million Genomes che punta a migliorare la prevenzione delle malattie, consentire trattamenti più personalizzati e sostenere la ricerca.

Sul fronte della condivisione dei dati, un ruolo lo giocherà anche la creazione dello Spazio europeo dei dati sanitari.

“In base alla mia esperienza, posso porre l’accento sul tema della governance strategica del dato, elemento che richiederebbe uno sforzo da parte di tutte le istituzioni e del governo centrale per evitare il rischio che oggi si corre di sovrapposizione di ruoli, attività e delle conseguenti responsabilità; ne deriverebbe anche una migliore allocazione delle risorse – ha dichiarato Renato Botti, direttore generale, IRCCS Istituto Giannina Gaslini -. Ad esempio, noi siamo coinvolti in alcun progetti di telemedicina a livello regionale e non sempre è chiaro cosa debba fare l’Azienda, cosa la Regione e cosa possa invece rientrare in un campo ancora più ampio. Un secondo punto è che ancora manca a monte una metrica comune: per alcuni dati non usiamo tutti gli stessi nomenclatori e lo stesso modo di categorizzare eventi e attività. Lo vediamo sul territorio, dove molte attività nelle diverse Regioni sono classificate e a volte anche remunerate in maniera diversa”.

Infine, Botti ha voluto porre l’accento sul tema del valore della Telemedicina, inteso dal punto di vista economico: “Serve dare un valore alle prestazioni, cosa che adesso non accade ad esempio per il teleconsulto, mentre la televisita è normata come seconda visita di controllo. Se, come si dice, you get what you pay, si tratta di un passo cardine per guidare questo passaggio”.

 

Fascicolo sanitario elettronico, attivo e funzionante in tutta Italia entro il 2026

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Entro il 2026 il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) dovrà essere regolarmente utilizzato da almeno l’85% dei medici di base in tutte le Regioni italiane e contenere tutti i dati sanitari più importanti di ogni paziente in formato digitale. Questo obiettivo, fissato dai progetti che stanno mettendo a frutto i fondi messi a disposizione per la digitalizzazione sanitaria dal PNRR, è diventato ancor più concreto nel febbraio 2022, quando è stata rilasciata la nuova versione della documentazione tecnica per l’interoperabilità tra i sistemi regionali dei fascicoli sanitari. Ed è proprio l’interoperabilità degli attuali sistemi informativi, formalmente attiva ma non sempre funzionante, ad essere uno snodo centrale e indispensabile per il corretto funzionamento del Fascicolo Sanitario Elettronico.

Un ulteriore passaggio è avvenuto inoltre nel mese di aprile 2022, quando in Conferenza Stato-Regioni sono state approvate le linee guida che “garantiranno l’omogeneità dell’applicazione su tutto il territorio nazionale” entro il 2026.

Il FSE, importante avamposto della sanità del futuro, digitalizzata e integrata, dovrà diventare un vero personal data account in grado di accompagnare con effettiva continuità il cittadino dalla culla alla tomba, raccogliendone i dati complessivi in formato realmente digitale e non solo attraverso l’upload di documentazione cartacea, come avviene al momento.

Inoltre, ogni Regione e Provincia Autonoma – secondo quanto già disposto dal DPCM n. 178 del 29/09/2015 – deve istituire il Fascicolo Sanitario Elettronico attraverso un’infrastruttura tecnologica capace di interoperare con le altre soluzioni regionali di FSE, esponendo opportuni servizi che consentono la realizzazione di una serie di processi interregionali. I servizi di interoperabilità nella nuova versione 2.2 consentono di eseguire le operazioni di ricerca, recupero, registrazione, cancellazione di documenti e trasferimento indice del FSE.

Le nuove linee guida

Tante Regioni, un unico database nazionale online per i dati sanitari. L’approvazione delle linee guida nella conferenza Stato-Regioni per il FSE sono un importante passo avanti nell’ottica di garantire che sul territorio nazionale il fascicolo sanitario elettronico venga usato in modo uniforme, senza pregiudicare la comunicazione e la condivisione dei dati fra le Regioni. Dai servizi, ai contenuti, all’architettura informatica fino alla governance, la linea di sviluppo dettata per questo strumento sarà unica e uniforme fra tutte le Regioni.

Solo in questo modo sarà infatti possibile garantire alle istituzioni sanitarie dati realmente utili a fare programmazioni di spesa e di governo, ricerca utile a promuovere politiche di prevenzione e ad indirizzare la ricerca medica.

L’interoperabilità degli attuali sistemi informativi, formalmente attiva ma non sempre funzionante, ad essere uno snodo centrale e indispensabile

Ma quali sono le novità per i cittadini? Rispetto a ciò che già era stato previsto e suggerito, resta confermata la consultazione dei propri dati clinici, la prenotazione e il pagamento delle viste, ma si aggiunge l’accesso alla telemedicina. Vengono potenziati invece i servizi per medici di famiglia e farmacisti. Anche questi ultimi infatti potranno avere accesso al foglio informativo delle terapie prescritte e ai dati dei pazienti, mentre i clinici potranno comunicare fra loro tramite un sistema che mette in contatto i vari professionisti fra loro (specialisti e medici di base) per un supporto nel processo di cura, di presa in carico e di prevenzione primaria e secondaria.

Obiettivo semplificazione

Con l’obiettivo di semplificare l’interoperabilità dei sistemi regionali di FSE,

le modifiche normative intercorse nell’ambito della Legge di Bilancio del 2017 hanno introdotto l’Infrastruttura Nazionale per l’Interoperabilità (INI), progettata dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) e realizzata presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

L’INI ha il compito di garantire l’interoperabilità dei FSE regionali, l’identificazione dell’assistito attraverso l’allineamento con l’Anagrafe Nazionale degli Assistiti (ANA), l’interconnessione dei soggetti previsti per la trasmissione telematica dei dati per le regioni che ne fanno richiesta (entro il termine previsto), la gestione delle codifiche nazionali e regionali stabilite e rese disponibili dalle Amministrazioni e dagli enti che le detengono.

Grazie a questa piattaforma, il personale sanitario o l’assistito dovrebbero poter accedere a documenti del FSE riguardanti eventi clinici che si sono verificati in regioni o province autonome diverse da quella di residenza dell’assistito.

Ammodernare i sistemi informatici e rafforzare gli strumenti di raccolta, elaborazione e analisi dei dati sono interventi necessari per garantire la diffusione del FSE ed erogare LEA uniformi in tutto il Paese

Essa, inoltre, ha il compito di assicurare il trasferimento dei FSE in capo a Regioni o Province Autonome diverse in caso di cambio di residenza dell’assistito.

Le nuove specifiche tecniche pubblicate di recente sul portale nazionale del FSE riguardano proprio l’interoperabilità tra i sistemi regionali di FSE nella versione 2.2.

Le specifiche sono il risultato del lavoro congiunto dell’Agenzia per l’Italia Digitale e del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), in accordo con il Dipartimento per la Trasformazione digitale e Sogei e sono elaborate in linea con il Decreto-Legge del 19 maggio 2020, n. 34 e la successiva normativa sul Fascicolo Sanitario Elettronico. In particolare, si possono ravvisare due documenti distinti: il “Framework e dataset dei servizi base”, che mira a definire i principi, i processi, i servizi e i dataset dell’interoperabilità dei FSE regionali con l’Infrastruttura Nazionale per l’Interoperabilità,  e l’“Affinity Domain Italia”, che ha come obiettivo definire Affinity Domain di riferimento per l’interoperabilità dei sistemi di Fascicolo Sanitario Elettronico tra le Regioni e Province Autonome italiane attraverso l’Infrastruttura Nazionale per l’Interoperabilità

L’aggiornamento tecnologico digitale come sfida necessaria per una sanità più efficiente

Le nuove indicazioni sull’interoperabilità tra i vari sistemi regionali s’inseriscono nel più ampio progetto di rinnovamento dei sistemi digitali, parte integrante della missione salute il cui totale ammonta a € 15,63 mld di euro, ossia l’8,16% dell’importo totale del PNRR.

In particolare, ammodernare i sistemi informatici, rafforzare gli strumenti di raccolta, elaborazione e analisi dei dati sono tutti interventi necessari per garantire la diffusione del Fascicolo Sanitario Elettronico ed erogare Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) uniformi in tutto il Paese.

Un sistema sanitario più tecnologico e digitale che, secondo quanto riportato dal portale dedicato Italiadomani del PNNR, consentirà:

  • un fascicolo sanitario elettronico diffuso in tutta Italia per avere i dati a disposizione in qualsiasi momento
  • cartelle cliniche digitali
  • la creazione di un archivio centrale per i dati dei pazienti
  • una sanità più efficiente e in grado di avere dati di previsione
  • informazioni sullo stato di salute sempre aggiornate digitalmente

La mancanza di integrazione fra sistema pubblico e privato

Fascicolo sanitario elettronico

“La vera novità è la creazione di una repository a livello nazionale dove tutte le strutture sanitarie pubbliche, a partire dai medici di medicina generale, dovranno procedere all’inserimento dei dati digitali dei pazienti: dai referti, agli esami prescritti fino alle ricette emesse”, ha spiegato Enrica Massella Ducci Terri, responsabile dei progetti per la transizione al Digitale dell’Agenzia per l’Italia Digitale.

Questa banca dati sarà a diposizione sia di tutti i clinici che avranno a che fare con il paziente, potendo accedere alla storia medica completa dei soggetti, sia in forma anonima degli organi preposti alla programmazione delle spese sanitarie.

“Mentre per le strutture pubbliche ci saranno supporti economici in grado di supportare questa transizione digitale, per le strutture private non è ancora stata approvato uno stanziamento, motivo per cui al momento c’è solo una indicazione ad adeguarsi”, ha detto la dottoressa Massella, precisando come il database verrà presumibilmente aggiornato solo dalle strutture pubbliche che verranno finanziate con i fondi europei per questo adeguamento.

Nello specifico, la spesa prevista per il potenziamento del Fascicolo Sanitario Elettronico e il processo di digitalizzazione della sanità ammonta complessivamente a 1,67 miliardi.

Covid-19: nuove sfide e scenari di prevenzione nel soggetto fragile

Le strategie di intervento contro il Covid-19, in primo luogo la vaccinazione, hanno avuto un impatto fondamentale nel ridurre le ospedalizzazioni e i decessi per Covid. Nonostante ciò, la circolazione del virus SARS-CoV-2 rimane alta anche nel nostro Paese e continuano ad essere necessarie misure di profilassi, in particolare dedicate ai soggetti fragili.
Quali strategie di prevenzione devono essere riservate ai soggetti fragili, e come possono essere identificati e raggiunti questi pazienti? Quali percorsi devono essere disegnati, dentro e fuori l’ospedale? Come sta evolvendo lo stato d’emergenza e quali sfide si aprono a livello centrale per definire le priorità di sanità pubblica?

Ne parliamo con:

  • Claudio-MastroianniClaudio M. Mastroianni
    Professore Ordinario di Malattie Infettive, Università Sapienza Roma. Presidente SIMIT (Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali)
  • Walter RicciardiWalter Ricciardi
    Professore Ordinario di Igiene e Medicina Preventiva, Università Cattolica Sacro Cuore, Roma. Consigliere scientifico del Ministro della Salute per la pandemia da coronavirus

Conduce:

  • Rossella IannoneRossella Iannone
    Direttrice TrendSanità

La stampa 3D al servizio della salute

In quanti modi le stampanti 3D stanno rivoluzionando la sanità? Se da un lato la stampa di protesi è ormai prassi consolidata, nuove prospettive si aprono per la stampa dei farmaci e dei tessuti e degli organi. Quali opportunità? Il punto con due centri all’avanguardia.

Organ-on-a-chip: dispositivi medici?

Giovanni Vozzi

Stampa 3D e salute: un passo avanti potrebbe segnarlo il nuovo regolamento sui Dispositivi medici (Mdr). A spiegare perché, Giovanni Vozzi, docente di Bioingegneria e direttore del Biofabrication Lab presso il centro di ricerca E. Piaggio dell’Università di Pisa, un polo di eccellenza del settore: “Sui dispositivi biomedicali in genere ci sono due aspetti che vanno considerati: innanzitutto la tecnologia avanza molto più rapidamente di quanto possa legiferare il legislatore. Stavolta, a differenza che nelle norme precedenti in tema di dispositivi medici, si prevede che quest’ultimo si debba interfacciare con chi sviluppa la tecnologia per capire cosa c’è dietro e trovare effettivamente metodi per la corretta standardizzazione e certificazione delle tecnologie”.

Finora spesso non venivano tenute in considerazione le caratteristiche dei dispositivi medici ed era difficile anche la classificazione degli stessi, soprattutto da quando ce ne sono che includono i farmaci, come ad esempio uno stent a rilascio controllato. “In concreto, cos’abbiamo davanti? Un dispositivo medico? Un medicinale? – si domanda l’esperto -. A seconda delle ipotesi cambiano i metodi di certificazione e le altre normative.  Ora che si sta sviluppando la rigenerazione dei tessuti, questi cosa sono? Si tratta di strutture polimeriche che vanno a costituire una sorta di protesi; viste come singole cellule possono essere assimilate a un farmaco, ma messe tutte insieme diventano un organo: allora entra in gioco un’altra normativa”.

Va tenuto in conto anche un altro fattore. “La Comunità Europea invita, laddove possibile, alla riduzione della sperimentazione animale. Questo innanzitutto perché l’animale non è un uomo: ha un metabolismo similare ma differente e pertanto serve cercare sistemi che permettano di valutare l’efficacia e la sicurezza dei dispositivi medici con metodi cosiddetti alternativi. Si cerca quindi di usare sistemi basati su cellule umane che consentano di ottenere dei risultati il più possibile simili a quelli dell’organismo umano. Il legislatore si impegna quindi a cercare di capire, laddove ci siano delle lacune, come colmarle. Altrimenti si rischia che tutta una serie di dispositivi medici nuovi non possano uscire sul mercato”.

La stampa 3D si può usare per testare le terapie sulle cellule del paziente e avviare sin dall’inizio la cura con un farmaco a cui si sa che il paziente stesso risponderà

Ad esempio, com’è ormai noto, la stampa 3D si può usare per testare le terapie sulle cellule del paziente e avviare sin dall’inizio la cura con un farmaco a cui si sa che il paziente stesso risponderà. “In Italia è un po’ parlare di fantamedicina perché queste tecniche di stampa tessuti per l’ottimizzazione della terapia in un’ottica di medicina personalizzata non sono ancora presenti – precisa Vozzi -. In realtà, a mancare non sono le competenze, ma i laboratori dedicati a sviluppare questi modelli in vitro. Altri paesi lo stanno già facendo. In America quella di creare “human on a chip” è una prassi ormai quasi consolidata e anche a livello di imprese determinate cose potrebbero essere già sviluppate. Ad esempio un collega ha messo su l’azienda Poietis in Francia, che sviluppa modelli di pelle con e senza peli che vengono usati da L’Oréal per testare cosmetici testandoli su tessuti quanto più possibile simili all’uomo anziché sugli animali. L’immissione sul mercato di farmaci o di principi attivi già testati su questo tipo di modelli ridurrebbe anche l’ipotesi di dover ritirare il medicinale dal commercio per reazioni avverse”.

Poi c’è il grande pro: la versatilità. “Poiché con la stampa 3D la coltura dei tessuti permette di creare copie infinite su cui andare a cambiare i parametri: soggetto giovane, anziano, di mezza età, bambino, oppure si può simulare una patologia. Così si ottiene una simulazione più veritiera della risposta del farmaco e ritagliare meglio i tipo di popolazione su cui, ad esempio, è possibile ottenere una risposta migliore da un certo farmaco”.

Anche se guardiamo al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il tema principe di questi mesi, ci rendiamo conto di come sia molto focalizzato sulla medicina di precisione e personalizzata. “È vero che all’inizio ci sarà un investimento, ma il ritorno è notevole: se riesco a proporre una medicina personalizzata, la persona sta meglio, torna meno in ospedale, torna prima ad una vita normale e resta produttiva ambito lavorativo e così via – sostiene il professore -. Il discorso è quindi di cercare di incentivare le strutture a farlo. Anche la pandemia da Covid-19 dovrebbe aver dimostrato che è proprio l’uso di nuove tecniche di testing ad aver consentito la messa in commercio in tempi molto rapidi dei vaccini”.

Cosa serve per arrivarci? “C’è bisogno di un salto in avanti a livello ministeriale e di riorganizzazione sanitaria. Non di tagli ma di riorganizzazione e investimento in strutture o per la creazione di centri anche condivisi tra diversi ospedali della stessa provincia o regione che mettano in comune i laboratori che vadano a sviluppare questi modelli per i pazienti”.

Voi cosa fate? “Noi facciamo i “pezzettini” degli “human on a chip” e negli ultimi tempi, in particolare, stiamo focalizzando le nostre ricerche sul microbiota intestinale, che prima era considerato un agglomerato di organismi e batteri interno all’intestino, ma in realtà è un organo vero e proprio. Variazioni nel microbiota possono indurre o accelerare molte patologie, dalla schizofrenia all’autismo al “social impairment”. È ormai dimostrato come alterazioni nel microbiota promuovono lo sviluppo di osteoporosi o disturbi a livello cardiaco o metabolico”.

Ma non bisogna pensare che da domani siamo in grado di stampare organi interi: prima di poter stampare un organo da trapianto servirà capire bene come avviene lo sviluppo angiogenetico

Cosa abbiamo dimenticato? “Non bisogna pensare che da domani siamo in grado di stampare organi interi. Uno dei limiti principali è capire come costruire la rete vascolare: finché si tratta di un cubo da un centimetro per lato o di un parallelepipedo da un centimetro per uno per due, questa si riesce a controllare, ma se penso a un fegato è tutto più complesso. Va anche tenuto conto del fatto che dove si crea una vascolarizzazione, se non c’è un suo controllo possono attivarsi delle masse tumorali. Prima di poter stampare un organo da trapianto servirà capire bene come avviene lo sviluppo angiogenetico”.

A Novara si stampano… articolazioni su chip

Tra le numerose realtà impegnate nella stampa di organi su chip c’è il Centro di ricerca sulle malattie autoimmuni e Allergiche dell’Università del Piemonte Orientale (UPO), a Novara. Il polo Ipazia dell’Ateneo ha infatti ottenuto un maxi-finanziamento europeo da sei milioni di euro dal fondo Horizon 2020 per lo studio Flamin-Go – che sta per infiammazione che se ne va -, che coinvolge quattordici partner internazionali tra cui l’Istituto di nanotecnologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr Nanotec) di Lecce, la Queen Mary University di Londra, il Max Planck Institute e aziende high-tech come Regenhu, la società svizzera specializzata nelle tecnologie di bioprinting che ha installato ad Novara la stampante 3D di tessuti di ultima generazione.

Lia Rimondini

“Uno degli ambiti più semplici è la stampa della cartilagine – spiega Lia Rimondini, direttrice del dipartimento di Scienze della Salute dell’Upo -. Da questo punto di vista siamo già piuttosto preparati perché stiamo concludendo un progetto europeo fiananziato da una call H2020, denominato Restore, in cui abbiamo sviluppato tecnologie per la stampa di proto-tessuti ingegnerizzati che contengono delle cellule pluripotenti (iPS) che poi sono differenziate i differenziarle in cartilagine. Questi proto-tessuti contengono oltre alle cellule e alla matrice extra-cellulare anche farmaci immunomodulatori, antinfiammatori e  antibiotici rilasciati da sistemi nanometrici. La prospettiva è di poter usare cellule del paziente espanse e un cocktail di farmaci nell’ottica di una medicina di precisione centrata sulle specifiche esigenze del paziente”.

Il progetto europeo Flamin-Go ha permesso al centro l’acquisizione di due grosse strumentazioni: la stampante 3D e un secondo strumento da 1 milione di euro che serve per tipizzare l’infiltrato infiammatorio nei pazienti su biopsie. Servirà in parallelo per analizzare il tessuto cresciuto sui chip.

Annalisa Chiocchetti

“Ma la nuova stampante di recentissima generazione ci permetterà di aprire anche altre strade, compresa la stampa 3D dei farmaci in collaborazione con la nostra Farmacia ospedaliera che è molto all’avanguardia – commenta Annalisa Chiocchetti, direttrice del Laboratorio di Immunomica -. Chi ha prodotto la stampante ha già dimostrato che è fattibile stampare compresse costituite da numerosi farmaci che vengono rilasciati in momenti diversi dalla giornata. Questa è una prospettiva molto interessante per pazienti neurologici o con disfagia, ma anche in un’ottica di compliance per chi deve assumere schemi terapeutici complessi e che potrà quindi assumere un’unica che compressa che rilascia al momento giusto il farmaco giusto. È un’opzione percorribile e sarebbe un grosso salto in avanti per i pazienti”.

Come siete arrivati a coordinare questo progetto internazionale? “Il Centro di ricerca sulle malattie autoimmuni e allergiche è stato inaugurato nel 2018 grazie a un finanziamento ricevuto dalla Regione Piemonte, ma era necessario reperire fondi di funzionamento – afferma Chiocchetti -. Per individuare la call più adatta ho trascorso un periodo come visiting professor nel Regno Unito in un grosso centro dedicato alla reumatologia e in particolare all’artrite reumatoide. Alla fine ne ho trovata una sul fronte degli organ-on-a-chip. Il punto è che tra i tanti farmaci anche di precisione che sono stati sviluppati per l’artrite reumatoide, non esiste ancora la possibilità di prevedere quali saranno efficaci su quel preciso paziente. Questo è fondamentale perché individuare precocemente il farmaco appropriato, significa fermare il progredire della malattia. Di solito però si dà un farmaco di prima linea, cui risponde il 30-40%; se il paziente non risponde, allora si cambia farmaco passando alla seconda o terza o anche quarta linea: spesso ci vogliono anche uno o due annui per individuare il farmaco giusto, ma trattandosi di una malattia evolutiva nel tempo necessario a individuare la molecola che funziona la malattia progredisce con danni permanenti”.

I ricercatori a questo punto si sono chiesti: perché non creare su chip un’articolazione (che è composta da tanti tessuti diversi) e replicarla in tanti chip su cui testare simultaneamente sin dalla diagnosi, i farmaci a disposizione e verificare a che farmaco quel paziente risponde meglio?

“Il tessuto bersaglio dell’artrite reumatoide è la sinovia, un piccolo tessuto facilmente biopsiabile – racconta l’esperta -. Ma non sembrava sufficiente costruire un organ-on-a-chip della sinovia: serve un vaso in cui scorrono le cellule del sangue del paziente e l’osso, per ricostruire in piccolo quello che c’è da studiare. Inoltre va  tenuto conto anche del fatto che tutti questi tessuti in vivo hanno una conformazione spaziale e quindi il chip avrà anche una struttura, detta attuatore, il cui obiettivo è dare pressione in alcuni punti, simulando il movimento. Un ulteriore aspetto è che non si tratta solo di capire come coltivare le cellule ma anche in cosa coltivarle, cioè la matrice”.

Il progetto è concepito come un gioco di costruzioni, dove ogni tessuto è un mattoncino. Saranno creati separatamente un vaso, una sinovia e l’unità osso-cartilaginea e poi i pezzi saranno messi tutti insieme una volta che funzionano da soli

Come procederete quindi? “Il progetto è stato concepito come un gioco di costruzioni, dove ogni tessuto è un mattoncino. Faremo separatamente un vaso, una sinovia e l’unità osso-cartilaginea e poi metteremo i pezzi tutti insieme una volta che funzionano da soli. Adesso siamo all’inizio del secondo anno del progetto. I primi due saranno dedicati a formare i singoli mattoncini: un centro si occupa di produrre la parte vascolare, due, tra cui il nostro, quella sinoviale, e un altro l’osso e la cartilagine. Anche la parte ingegneristica di fabbricazione del chip è importante: i primi otto mesi sono passati a progettare come costruirlo. Inoltre, un punto chiave è individuare come fare per mantenere la coltura viva in una prospettiva in cui ci sono cellule con tempi diversi di sopravvivenza in vitro e con terreni diversi”.

Ma la parte più complessa sarà alla fine del secondo anno, con l’inizio dell’assemblaggio. Per ora ciascuno sta cercando di far stare bene le singole parti ma il momento delicato, che dovrebbe iniziare nel 2023, sarà unire i diversi mattoncini per farli funzionare.

Le potenzialità ci sono e sono ancora tutte da scoprire: “Il nostro centro è concepito con una struttura su due piani, con torri laterali: una è dedicata alla clinica, in particolare in ambito di reumatologia e allergologia, e idealmente da quando il nostro progetto darà i suoi frutti si potranno fare le biopsie – dichiara Rimondini -. Il secondo piano è dedicato alla ricerca con diverse strumentazioni all’avanguardia dedicate alla medicina di precisione e al primo c’è un incubatore d’impresa”.

“La mia ambizione – dice Chiocchetti – è far partire una startup che produca anche per l’ospedale e per le aziende farmaceutiche articolazioni su chip”.

Distribuzione diretta e per conto: il ruolo delle farmacie di comunità

A inizio anno, la Camera ha avviato un’indagine conoscitiva in materia di “distribuzione diretta (DD)” dei farmaci per il tramite delle strutture sanitarie pubbliche e di “distribuzione per conto (DPC)” per il tramite delle farmacie convenzionate con il Servizio sanitario nazionale. Il punto della questione è capire se la distribuzione diretta generi quel risparmio per cui è stata pensata o se, a fronte dei vantaggi dovuti agli sconti sugli acquisti dei farmaci, vi siano poi una quantità di costi indiretti tali da annullare qualsiasi beneficio economico.

L’erogazione diretta dei farmaci, nelle sue diverse forme organizzative descritte nel DL 347/2001 convertito con legge 405/01, è una modalità di erogazione di farmaci acquistati direttamente dal sistema sanitario tramite le procedure ad evidenza pubblica che consentono l’acquisto al prezzo più conveniente a fronte di quantitativi predeterminati, derivanti da una determinata programmazione dei fabbisogni. Il Servizio sanitario regionale acquista i farmaci con procedure centralizzate la cui base d’asta è rappresentata o dal prezzo massimo di cessione al SSN (comprensivo delle scontistiche obbligatorie e negoziate) o da un benchmark con le stazioni appaltanti di altre Regioni.

In audizione alla Camera si stanno alternando gli attori di questo sistema, da Farmindustria a SIFO, dalla FOFI a Federfarma, dalle Regioni agli economisti sanitari

Ad oggi in audizione alla Camera si stanno alternando gli attori di questo sistema, da Farmindustria a SIFO (Società Italiana di Farmacia Ospedaliera), dalla FOFI (Federazione Ordini Farmacisti Italiani) a Federfarma, l’associazione che rappresenta i farmacisti di comunità e a cui diversi di questi attori guardano (non tutti) per trovare una soluzione al problema.

Se per Massimo Scaccabarozzi (Farmindustria) le terapie prescrivibili dal MMG dovrebbero essere tutte disponibili e contabilizzate sul territorio, per Letizia Moratti, intervenuta quale vice coordinatrice della commissione Salute della Conferenza delle Regioni, la questione non è se tenere in vita entrambi i canali (diretta e per conto) ma come remunerare le farmacie di comunità in modo che la distribuzione dei farmaci sia fatta soprattutto sul territorio. Per SIFO, al contrario, la distribuzione diretta può continuare rafforzando il rapporto con il territorio (menzionano ospedali e case di comunità, home delivery, ma non farmacie territoriali) e pare in linea con il rapporto approvato in Conferenza Stato Regioni a metà dello scorso marzo, rapporto che sarebbe stato presentato proprio in audizione alla camera.

In questo documento la DPC viene ridimensionata nel suo ruolo di possibile sostituta della DD, per una serie di ragioni, tra cui quella che afferma come la DD consenta di assistere con maggiore qualità il paziente in termini di conoscenza complessiva dei farmaci, di farmacovigilanza, di controllo della capacità del paziente di seguire la terapia prescritta e di un rapporto continuo aderenza terapeutica; nella convenzionata e DPC, al contrario, il paziente è libero di recarsi presso qualsiasi farmacia e quindi viene meno la possibilità di creare un rapporto di continuità dell’erogazione dei farmaci, tra una stessa farmacia e uno stesso cittadino. E questo compromette anche il monitoraggio della corretta aderenza terapeutica, perché il paziente può ritirare il farmaco in farmacie diverse. Per le regioni, quindi, la DPC può essere solo complementare alla distribuzione diretta, perché per sua natura non è una attività che possa essere permanentemente garantita.

Che cosa ne pensa Federfarma? Ne abbiamo parlato con Roberto Tobia, segretario nazionale.

Segretario, che cosa pensa di questa indagine sulla DD e DPC?

Qualsiasi indagine che cerchi soluzioni per i pazienti e i cittadini è ben accetta, tanto più che in questo caso viene svolta in un ambito molto istituzionale, come la Camera.  Venendo al contenuto in senso stretto, stiamo parlando di un tema che tiene banco da diversi anni.

Io credo che il meccanismo delle gare che si fanno per la Diretta sia da rivedere perché, in realtà, a fronte al presunto risparmio che deriva dalla minor spesa per i farmaci, esistono costi sommersi che caricano la struttura pubblica e non rendono più conveniente questo canale di distribuzione.

Nelle gare per la distribuzione diretta devono essere evitati costi sommersi che potrebbero inficiare la minor spesa per l’acquisto dei farmaci

La gestione delle gare, l’assunzione del personale addetto ai magazzini, le problematiche relative ai furti dei farmaci che continuano a esserci – e non sono pochi – la necessità di fornire al paziente una quantità di farmaco per terapie per sei mesi, sono tutti costi. Per non parlare degli sprechi: capita che il paziente inizi la terapia (di sei mesi) con un farmaco, e poi debba interromperla perché ha cambiato trattamento o perché è venuto a mancare: dove finiscono i farmaci rimasti? Questo è uno spreco, e quindi un costo.

Sa quante persone incontriamo noi ogni giorno in farmacia con sacchetti pieni di farmaci costosi e di cui non sanno che farsene? Chiedono a noi di smaltirli, ma noi non siamo tenuti a smaltire farmaci che non sono distribuiti nel nostro canale. La Asl dovrebbe farlo. E pagare per smaltirli. Altri costi.

A conti fatti quindi, per lei, la DD genera più costi che risparmi?

Tutti questi costi indiretti di cui ho parlato credo che di fatto annullino lo sconto iniziale che si ottiene in gara. È un risparmio solo di tipo contabile, nella realtà dei fatti i costi sono più alti.

Senza parlare dei disagi procurati alle famiglie che devono andare in ospedale a ritirare il farmaco, e che invece potrebbero trovarlo comodamente sotto casa. Parliamo di soggetti ammalati che spesso non hanno aiuti. In molti casi, si devono percorrere anche 100 km per arrivare al primo presidio sanitario per avere il farmaco. Come vede, non parliamo solo di costi economici, ma anche di costi sociali e umani considerevoli.

La DPC quindi per voi potrebbe essere la soluzione?

Io credo che tutti quei farmaci che non necessitano un controllo ospedaliero possano passare alla DPC. In questo modo da noi, in farmacia, arriverebbero solo le quantità richieste (non per sei mesi!). E già questo è un risparmio.

La remunerazione della DPC si attesta mediamente sui 5 euro a pezzo: se ci mettiamo a calcolare la spesa per i costi indiretti cui ho accennato, vedrete che a conti fatti si risparmia di più passando la DD in farmacia.

I risparmi che la farmacia può procurare al sistema sono superiore ai costi.

Le farmacie di comunità svolgono un ruolo chiave sul territorio, così come è emerso nelle fasi iniziali della pandemia da Covid

Le faccio un esempio per rendere più chiaro il tema: nelle scorse settimane c’è stata la problematica sulla distribuzione del farmaco anti COVID-19, paxlovid, che va somministrato entro cinque giorni dal riscontro della positività. Le persone dovevano ritirarlo in ospedale. Ma i vari giri burocratici erano tali che spesso si arrivava ad ottenere il farmaco oltre i cinque giorni in cui andrebbe assunto. Così, abbiamo deciso di rispondere alla richiesta di AIFA, permettendone la distribuzione gratuita attraverso le farmacie di comunità. Abbiamo dimostrato come la farmacia del territorio può rispondere in tempi brevi e dare soluzioni molto pratiche. E allora, se la farmacia può risolvere questi problemi, perché non renderla davvero un pilastro del SSN?

Possiamo essere attori importanti, insieme ai medici di medicina generali, ai pediatri di libera scelta e alle strutture sanitarie territoriali. Lo abbiamo già dimostrato con la pandemia, quando con apposita ordinanza della Protezione Civile, molti farmaci distribuiti negli ospedali sono passati dalle farmacie: la DD in quel periodo è molto diminuita, in alcuni casi è sparita, e la Protezione Civile ha permesso, con un’apposita ordinanza, di ritirare i farmaci ospedalieri direttamente in farmacia.

A cosa crede siano dovute le resistenze nel passare la DD alla DPC?

Non credo sia una questione di controllo o di aderenza terapeutica, perché semmai in farmacia è possibile fare queste due cose molto meglio. Tutti i farmaci sono tracciati e tracciabili, cosa che non si può dire avvenga sempre nella rete generale del SSN. Per quanto riguarda l’aderenza, io so se il paziente ha completato il farmaco nel momento in cui torna a comprare un’altra confezione, perché so quanto dura quella confezione. Il tema è sul tavolo da molto tempo, la pandemia ha solo accelerato la questione. Non so a quale decisione arriverà la Camera, noi siamo a disposizione.

Fascicolo sanitario elettronico e telemedicina al servizio delle malattie rare

Per le persone affette da malattie rare, la digitalizzazione è fondamentale. L’attesa è grande, così come le aspettative. Tanto più che c’è di mezzo un progetto mastodontico che ha l’innovazione tra i cardini principali e va sotto il nome di Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. È questo il messaggio emerso durante il webinar intitolato “Fascicolo sanitario elettronico e telemedicina: potenzialità e opportunità”, organizzato dal Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità e Uniamo Federazione Italiana Malattie Rare. Occasione per guardare al futuro dell’assistenza come dovrebbe essere fra pochi anni.

Annalisa Scopinaro

“Il tema di questo 39° Meeting Scientifico Online Malattie Rare: buone pratiche ed azioni è particolarmente centrato, perché Fascicolo sanitario elettronico e telemedicina sono due pezzetti fondamentali per le persone con malattie rare – ha spiegato la presidente di Uniamo Annalisa Scopinaro -. Il Fascicolo esteso a livello nazionale, lo è per la fatica che abbiamo fatto negli anni nel portarci dietro la documentazione clinica: a un certo punto hanno iniziato a crescere i fascicoli regionali, ma non sono sufficienti, perché ci dobbiamo spesso spostare da una regione all’altra. La telemedicina ci consentirà di poter fare visite e teleconsulti anche a distanza: di nuovo qualcosa che ha un’enorme importanza per chi è affetto da una malattia rara, che spesso ha il centro di riferimento molto distante dal luogo in cui risiede”.

Il modello italiano di telemedicina e il PNRR

Francesco Gabbrielli

“È un periodo particolare per la sanità italiana rispetto alle innovazioni digitali – ha spiegato Francesco Gabbrielli, direttore del Centro nazionale per la telemedicina e le nuove tecnologie assistenziali dell’Istituto Superiore di Sanità -. Il punto centrale è l’approccio più corretto dal punto di vista tecnico e scientifico: nessuna tecnologia da sola serve e basta a risolvere i problemi, ma è il modo in cui la usiamo che li risolve. Il modo migliore per le tecnologie digitali, che hanno bisogno di programmazione, è partire dalle esigenze dei pazienti e dei professionisti: non è nemmeno il paziente in sé il centro, ma la relazione tra paziente e professionista. Questo concetto deve ancora farsi veramente strada e soprattutto nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale, che è e sarà ancora per un bel po’ di tempo regolato da una serie di normative che provengono dai tempi in cui i computer non esistevano: questa mentalità non la troviamo trasposta nelle norme che regolano la vita del SSN. Molto si sta facendo ma la strada è lunga”.

Gabbrielli ha quindi illustrato l’attività del Centro nazionale per la telemedicina e le nuove tecnologie assistenziali, fondato nel 2017, sottolineando che il nostro Paese comincia a essere tenuto in considerazione anche all’estero in materia di telemedicina. Tre le linee di sviluppo che guidano il lavoro del Centro e definiscono il modello italiano di telemedicina:

  1. Consulting per governance & progetti, che si concretizza nel supporto a istituzioni nazionali, regionali e locali; design e coordinamento di progetti locali; supporto a organizzazioni di pazienti e partnership per ricerca e sviluppo
  2. Definizione dei pilastri nazionali: cybersecurity, studi sull’aggiornamento normativo, metodo di valutazione economica, best practice e linee guida sanitarie
  3. Creare una comunità professionale: tools per condividere esperienze, metodo di valutazione e audit, divulgazione, formazione di sanitari e gestori

“Il modello italiano di telemedicina è importante perché il nostro sistema sanitario ha caratteristiche particolari, che vogliamo mantenere perché sono un valore sociale ma anche poter far rimanere sostenibile dal punto di vista organizzativo ed economico”, ha spiegato Gabbrielli.

Il modello viene promosso e valorizzato con collaborazioni e partnership a livello nazionale e internazionale: il Centro aderisce infatti all’International Society for Telemedicine and Health (Isfteh) e al Digital Health Advisory Group for Europe (Dhage).

Le attività del Centro sono molteplici.

 

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“Siamo lavorando per costruire un sistema molto solido, che duri nel tempo”, ha affermato Gabbrielli. “Quello che stiamo vivendo si può definire un’onda globale. La telemedicina non è qualcosa che possiamo decidere o meno di avere. Sta avvenendo comunque. Abbiamo quindi due scelte: o ce la facciamo dare da altri e la subiamo, oppure lavoriamo per creare una nostra strada per la digitalizzazione della sanità, che non è solo digitalizzazione dell’atto medico ma di tutta l’organizzazione della sanità”.

 

telemedicina 2

 

L’esperto è quindi passato ad analizzare il tema della telemedicina alla luce del PNRR, che prevede una vera e propria rivoluzione nel sistema della sanità territoriale. “In parte il Piano prevede la creazione di edifici, che andranno popolati con personale qualificato, ma nell’ottica di erogare prestazioni a domicilio è importante concentrarci su cosa c’è nelle freccette: non sono persone che si spostano, ma telecomunicazioni – ha affermato Gabbrielli -. Questo comporta un impatto notevole sulla revisione dei processi di lavoro. Il punto più difficile dei prossimi tre o quattro anni, infatti, non saranno le tecnologie digitali e nemmeno l’evoluzione della mentalità delle persone, perché l’emergenza Covid ci ha insegnato come questa può svilupparsi rapidamente laddove le cose funzionano; ma la revisione dei processi di lavoro nella nostra sanità digitale”.

 

 

Ma i passi avanti sono già in atto. L’esempio scelto da Gabbrielli è quello della teleriabilitazione: le indicazioni nazionali del novembre 2021, frutto per la parte tecnica del lavoro del Centro nazionale per la telemedicina e le nuove tecnologie assistenziali, aprono infatti a opportunità completamente nuove per il SSN. In base a esse, le prestazioni di teleriabilitazione possono essere fruite da qualsiasi luogo assistenziale e/o educativo in cui si trova il paziente: strutture sanitarie, comunità residenziali, contesti comunitari, residenze sanitarie o sociosanitarie, scuole, luoghi di lavoro basati sulla comunità, istituti penitenziari, istituti di formazione, domicilio, case-famiglia e università. Per alcuni di essi è inoltre possibile la fruizione in mobilità, ovvero da luoghi non ordinariamente prestabiliti per la riabilitazione.

Un altro tema toccato da Gabbrielli è la piattaforma nazionale di telemedicina: “Sarà una  specie di Netflix della telemedicina, grazie alla quale aziende sanitarie, regioni e territori che ne hanno diritto potranno collegarsi e fruire di servizi software. Ad esempio, se hanno necessità di un sistema per fare una televisita, la piattaforma lo renderà disponibile. Questo non vuol dire che ci dovrà essere un unico software per tutte le regioni, intanto perché la piattaforma copre solo alcune attività; e poi ogni azienda e professionista potrà usare quello che ritiene opportuno, purché tutti i sistemi siano interoperabili a livello di dati. Quindi finalmente si arriva all’interoperabilità e all’interoperabilità con il FSE che viene sottoposto tramite il PNRR a una reingegnerizzazione per la parte di utilizzo clinico, una richiesta su cui ci siamo sempre impegnati e che ora viene recepita dalle istituzioni e speriamo venga attuata”.

Se il software è finanziato da ente privato esterno alla struttura sanitaria pubblica, come si può risolvere il problema della privacy dei pazienti? Gabbrielli ha risposto così alla domanda posta da un utente: “Usando già in fase progettuale le norme del General Data Protection Regulation (Gdpr): se le usa come linea guida quando costruisce il software, non ci saranno problemi. Il problema c’è se si costruisce la piattaforma e solo dopo si va a vedere il Gdpr”.

È possibile fare consulenze genetiche in telemedicina? “Sì e abbiamo un gruppo che si sta dedicando a questo aspetto. Basta saperle fare”.

La spinta dall’Europa e il Fascicolo che avremo

Claudia Biffoli

La seconda parte del webinar è stata dedicata al Fascicolo sanitario elettronico. “La digitalizzazione dei sistemi sanitari è una parte fondamentale della strategia della Commissione europea per responsabilizzare i cittadini e costruire una società più in salute – ha spiegato Claudia Biffoli, direttrice Ufficio 4, Direzione generale della digitalizzazione, del sistema informativo sanitario e della statistica del Ministero della Salute -. In questo contesto, la Commissione ha stabilito le priorità per trasformare digitalmente il sistema sanitario in un mercato unico digitale e mettere i cittadini dell’Unione europea al centro di esso”.

I cittadini devono essere in grado di accedere e condividere i propri dati ovunque nell’Unione europea, e ne va rimarcata l’importanza per la promozione della ricerca, la prevenzione delle malattie, l’assistenza personalizzata e l’accessibilità degli strumenti digitali per un’assistenza centrata sulla persona

I dati sono ormai riconosciuti come un fattore chiave per la trasformazione digitale del settore sanitario. “I cittadini devono essere in grado di accedere e condividere i propri dati ovunque nell’Unione europea, e ne va rimarcata l’importanza per la promozione della ricerca, la prevenzione delle malattie, l’assistenza personalizzata e l’accessibilità degli strumenti digitali per un’assistenza centrata sulla persona – ha sostenuto l’esperta -. La Commissione ha inoltre evidenziato il valore che rappresenta il cosiddetto “uso secondario dei dati sanitari”: per  la ricerca scientifica e l’innovazione, per l’attività di definizione delle politiche e di regolamentazione”.

Al fine di garantire che l’Unione europea consegua gli obiettivi di una trasformazione digitale conforme ai propri valori, gli Stati membri hanno concordato l’11 maggio 2022 un mandato negoziale relativo al programma strategico per il 2030, dal titolo Percorso per il decennio digitale. Tra gli indicatori di digitalizzazione da raggiungere è previsto il 100% di disponibilità dei FSE per tutti i cittadini dell’Unione.

Fatta questa premessa, l’esperta è scesa nel dettaglio della definizione del FSE: è l’insieme dei dati e documenti digitali di tipo sanitario e sociosanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi. Il FSE ha due finalità: di cura e secondarie (governo e ricerca).

È stato istituito nel 2012, i primi contenuti nazionali sono stati definiti nel 2015 con due documenti obbligatori a livello nazionale (profilo sanitario sintetico e referto di laboratorio), ma solo nel 2017 è stata definita l’interoperabilità. Nel 2020 è arrivata la novità dell’apertura dei fascicoli per legge: prima era necessario il consenso.

Gli attori che contribuiscono al FSE sono numerosi: le Regioni gestiscono i FSE e sono responsabili per le informazioni; il Ministero dell’Economia e Finanza con Sogei gestiscono INI, il sistema di interoperabilità che consente la circolarità dei documenti tra fascicoli di regioni diverse e il Ministero della Salute è responsabile di definire i contenuti del FSE che devono valere su tutto il territorio nazionale.

Uno dei grandi problemi del FSE finora, ha spiegato Biffoli, è l’alimentazione non uniforme e anche i servizi offerti sono disomogenei.

 

FSE

servizi FSE

 

Anche la ricerca condotta dall’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano ha evidenziato che al momento il FSE è ancora poco conosciuto: non è al momento un punto di riferimento per i cittadini per le informazioni di salute. Il Fascicolo è infatti risultato come conosciuto dal 73% dei pazienti cronici o con gravi problemi di salute e usato dal 37%, mentre solo il 38% degli assistiti lo conosce e il 12% lo usa. Sebbene cresca la propensione dei cittadini a usare i canali digitali rispetto ai problemi di salute e malattie (69%), rispetto a farmaci e terapie (65%) e per cercare di formulare una propria diagnosi sulla base dei sintomi (62%), il FSE non rappresenta a oggi un punto di riferimento per acquisire tali informazioni.

Il Fascicolo sanitario elettronico può però trovare la sua grande occasione nel PNRR.

 

FSE PNRR

 

L’investimento 1.3.1. punta al potenziamento del FSE al fine di garantirne la diffusione, l’omogeneità e l’accessibilità su tutto il territorio nazionale da parte degli assistiti e degli operatori sanitari. L’obiettivo dell’intervento è favorire lo sviluppo di un FSE omogeneo attraverso una trasformazione tecnologica dei sistemi informativi a livello nazionale e regionale, per:

  • garantire un single access point ai servizi sanitari per cittadini e pazienti
  • garantire una fonte unica di informazioni per i professionisti sanitari che dettagli la storia clinica del paziente
  • garantire che le Aziende sanitarie, le Regioni e il Ministero della Salute abbiano a disposizione strumenti per effettuare analisi dei dati per migliorare la cura e la prevenzione

Due gli interventi previsti in quest’ottica per un investimento totale di 810, 4 milioni di euro.

  1. Creazione di un repository centrale. L’obiettivo è la creazione di un’architettura che garantisca omogeneità e accessibilità sia per i pazienti che gli operatori sanitari su tutto il territorio nazionale. Il budget è di 200 milioni di euro
  2. Alimentazione del FSE, con un budget di 610,4 milioni di euro

Biffoli è quindi passata a illustrare il percorso da svolgere: “Le linee strategiche per il FSE si articolano in quattro direttrici di azione: servizi, contenuti, architettura e governance”.

Nella parte dei servizi rientrano:

  • Semplificare e uniformare l’accesso e l’uso dei servizi del SSN per cittadini e operatori sanitari
  • Integrare e condividere dati clinici tra professionisti e strutture sanitarie
  • Supportare una sempre maggiore qualità e personalizzazione delle cure

Quanto ai contenuti, saranno presenti:

  • dati identificativi e amministrativi (inclusi prenotazioni, libretto sanitario, esenzioni ecc.)
  • dati clinici e documenti prodotti nelle attività di prevenzione, diagnosi e cura
  • dati del Profilo sanitario sintetico (Patient summary)
  • dati di refertazione per ogni branca
  • dati clinici derivanti da episodi di ricovero
  • dati di emergenza-urgenza (118, pronto soccorso)
  • dati provenienti da Cartelle cliniche
  • dati del Dossier farmaceutico
  • dati di vaccinazione
  • dati acquisiti durante campagne di screening
  • dati delle prescrizioni elettroniche, gestiti dal sistema TS
  • dati clinici e vitali acquisiti dai sistemi di Telemedicina
  • Patient Generated Health Data

Infine, Biffoli è passata a illustrare i prossimi passi in programma per il 2022/23:

  • Messa a punto del supporto normativo e regolamentare per l’attuazione dei requisiti minimi
  • Adozione delle Linee Guida per l’attuazione del FSE
  • Predisposizione del piano di adozione da parte di ciascuna Regione
  • Suddivisione su base regionale dei fondi necessari all’investimento
  • Avvio delle attività regionali e delle Aziende sanitarie
  • Predisposizione del Repository centrale (Ecosistema Dati Sanitari) che raccoglierà i dati degli eventi clinici e consentirà di monitorare in piena trasparenza l’avanzamento del progetto
  • Innalzamento della capacità di utilizzo di strumenti digitali da parte degli operatori sanitari attraverso importanti campagne di formazione, anche con il supporto della Commissione europea (Dg Reform)
  • Messa a punto del supporto normativo e regolamentare per l’attuazione dei requisiti a regime

Dopo cosa c’è? Altro. L’estensione al privato e la creazione di uno Spazio europeo dei dati sanitari. La digitalizzazione non si ferma.

Dal Congresso europeo di farmacia ospedaliera la fotografia di una professione che sta cambiando

Se c’è una professione per la quale la pandemia ha tracciato un solco fra prima e dopo, è la farmacia ospedaliera: i farmacisti ospedalieri hanno finalmente assistito al riconoscimento del loro ruolo come snodo fondamentale dell’assistenza, punto di riferimento per l’approvvigionamento dei medicinali – e non solo – durante l’emergenza.

Piera Polidori

L’occasione per mettere a confronto le esperienze e guardare al futuro è stato il 26° Convegno annuale della European Association of Hospital Pharmacy (Eahp), recentemente concluso, a Vienna. Significativo sin dal titolo “Ruoli che cambiano in un mondo che cambia”: “Nel corso del periodo del Covid-19 i farmacisti ospedalieri hanno vissuto una particolare stagione professionale. Da un lato infatti l’emergenza pandemica ha mostrato quanto la nostra professione sia stata nevralgica e importante, sia per i vaccini, che per i presidi, che per la gestione dei farmaci. Dall’altro lato, tutto questo ci ha offerto un’inedita visibilità, perché anche i media oltre alla società ed ai cittadini, si sono accorti più che mai nel passato di quanto la nostra professione sia importante e sostanziale per la stessa qualità dei servizi sanitari”, spiega Piera Polidori, Presidente del Collegio dei Sindaci della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera (Sifo) e componente italiana del board Eahp, che a Vienna ha ricevuto un nuovo prestigioso incarico: è stata infatti inserita come componente esperto in rappresentanza di Eahp nel gruppo di lavoro della European Medicine Agency (Ema) sulle carenze del farmaco, tema su cui anche Sifo in Italia è particolarmente attiva. “Ecco spiegato il titolo dell’evento di quest’anno: dobbiamo interpretare un nuovo ruolo in un mondo che sta cambiando a velocità vertiginosa. Il convegno Eahp ha voluto mettere a fuoco questa considerazione, offrendo ai partecipanti strumenti e metodi per interpretare al meglio questa nostra nuova condizione professionale di protagonisti finalmente riconosciuti della sanità per aver garantito la continuità e la qualità delle cure. Ma non è tutto: ad esempio come Eahp durante l’emergenza abbiamo prodotto un sistema informatico che aiutava a stabilire il quantitativo di farmaci necessari tenendo conto dell’andamento epidemiologico del Covid, che è stato fondamentale nel periodo clou”.

Quali sono i principali temi emersi durante l’evento?

L’Eahp ha condiviso la revisione degli European Statements dell’Hospital Pharmacy, documento di riferimento della professione realizzato nel 2014 e oggi soggetto a un processo di revisione in cui sono coinvolte a partire da Vienna non solo le Associazioni nazionali di farmacia ospedaliera, ma anche oltre trenta soggetti “laici”, tra cui associazioni di pazienti ed altre società scientifiche.

Tra gli altri progetti rilevanti in atto, vale la pena citare la revisione della legislazione sulla gestione di sangue, tessuti e cellule, l’apertura a iscrizioni di realtà associative non-europee e l’attenzione continua al mondo degli studenti, con specifici ‘Students science awards’ che, sviluppati già negli anni, che hanno proprio l’obiettivo di introdurre, in collaborazione con la European Pharmacutical Students Association (Epsa), i giovani professionisti in una visione di collaborazione internazionale.

È stata molto interessante, inoltre, la sessione in cui si è parlato di intelligenza artificiale, algoritmi e strumenti decisionali di supporto che, insieme alla tecnologia informatica, rappresentano la nuova sfida per affrontare al meglio il futuro della nostra professione.

Va sottolineata l’importanza dell’avvio degli Special Interest Group (Sig), team collaborativi multiprofessionali in cui farmacisti ospedalieri, medici, infermieri, pazienti e partner possono contribuire a creare una cultura specifica rispondendo a particolari quesiti

Da ultimo sottolineo l’importanza enorme dell’avvio degli Special Interest Group (Sig), gruppi collaborativi multiprofessionali, dove farmacisti ospedalieri, ma anche medici, infermieri, pazienti e vari partner possono contribuire a creare una cultura specifica rispondendo a particolari quesiti.

In concreto di cosa si tratta?

Sono sei gruppi di lavoro europei che da subito, anche con il coinvolgimento Sifo, si sono messi a lavorare su ambiti specifici: medicinali pericolosi (il cui primo report è stato già presentato proprio a Vienna); indagine sugli errori nelle unità di terapia intensiva; management delle automazioni ospedaliere (in termini di sicurezza ed efficienza delle cure); uso e gestione delle siringhe pre-riempite (prefilled); grado di preparazione alla gestione per le terapie geniche; eliminazione dei danni evitabili (altro progetto che punta sulla safety e sul management del rischio).

Avendo l’obiettivo di sviluppare una rete collaborativa, ciascun gruppo esprime al meglio proprio il valore basilare che come associazione europea intendiamo portare avanti: il futuro si costruisce attraverso reti professionali che siano in grado di affrontare insieme criticità presenti nel quotidiano di chi opera in sanità.

Quali ricadute sul panorama nazionale?

I contenuti ed i temi sviluppati dall’Eahp presentano lo stadio più avanzato di ciò che la nostra professione sta affrontando sullo scenario internazionale. Come realtà italiana della farmacia ospedaliera possiamo di certo interagire intensamente con i contenuti e con i progetti emersi, ad esempio partecipando attivamente alle survey proposte dai sei Special Interest Group e anche – ma questa è un’attività ormai tradizionale e consolidata – continuando a ospitare all’interno del Congresso Sifo la Sessione internazionale che anche quest’anno ha il fondamentale supporto della presidenza.

Eahp sta portando a termine un progetto internazionale di accreditamento omogeneo degli eventi formativi

Inoltre possiamo spingere verso un sempre maggiore coinvolgimento dei giovani nell’invio di poster e abstract come strumento per confrontare le proprie progettualità con i colleghi europei. Infine, ricordo che Eahp sta portando a termine un progetto internazionale di accreditamento omogeneo degli eventi formativi. L’obiettivo è che tutti i colleghi che partecipano ad eventi sovranazionali si vedano riconosciuti i crediti formativi all’interno del proprio Paese di appartenenza. Anche questa sarà un’iniziativa capace di positive ricadute anche per i farmacisti ospedalieri del nostro Paese.

Come valuta il nuovo regolamento che rafforza l’Agenzia Europea del Farmaco (Ema)?

L’Agenzia sta mettendo in atto diverse iniziative in questo senso e sono convinta che troverà il modo per essere più forte e incisiva: ha compreso l’importanza del suo ruolo come ente sovranazionale e la necessità che alcune attività siano centralizzate a livello europeo. Ad esempio il problema della carenza dei farmaci non è di un singolo stato, ma di tutta Europa.

Così la realtà aumentata entra in sala operatoria

Così la realtà aumentata entra in sala operatoria: si può creare una vera e propria ‘bacheca’ digitale con le informazioni necessarie, come le immagini radiologiche del paziente. Occhiali e visori intelligenti che permettono di visualizzare contenuti digitali sovrapposti al campo visivo del chirurgo e del suo team: un’opportunità utile soprattutto nel campo della chirurgia mininvasiva.

Ne parliamo con Corrado Calì, ricercatore del Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi (Nico) e docente di Anatomia umana del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino e co-fondatore della startup Intravides insieme a Matteo Cavalieri, Luca Damiani e Daniya Boges.