Negli ultimi mesi il Programma Nazionale di Health Technology Assessment (HTA) per i dispositivi medici 2026–2028 è entrato finalmente nella sua fase operativa, grazie allo sblocco di circa 13 milioni di euro del Fondo per il governo dei dispositivi medici. Il Fondo previsto dalla normativa italiana è alimentato da una quota annuale pari allo 0,75% del fatturato al netto IVA delle vendite al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) di dispositivi medici e grandi apparecchiature e ha l’obiettivo di sostenere la costruzione e il funzionamento di un sistema nazionale di governance dei dispositivi medici, di cui l’HTA costituisce un elemento centrale.
La vera novità, dunque, è che le risorse ora, ci sono
Con la disponibilità delle risorse, il Programma nazionale di HTA prevede la produzione di decine di valutazioni HTA già nel 2026, un piano rilevante di formazione professionale, lo sviluppo di una piattaforma nazionale di supporto, progetti di ricerca su real-world data e un rafforzato coinvolgimento degli stakeholder. Queste attività rappresentano un passo significativo verso un uso sistematico dell’HTA per supportare decisioni di politica sanitaria, appropriatezza clinica e innovazione tecnologica nel contesto del SSN.
Il Governo ha finalmente reso disponibili le risorse per il Piano nazionale HTA 2026–2028 sui dispositivi medici. Di che novità stiamo parlando?
«In realtà non si tratta di una novità in senso stretto, ma è una misura di cui si discute da tempo e solo ora diventa effettivamente operativa. Il percorso è stato lungo: prima la questione del payback, poi la complessa trafila autorizzativa che ha coinvolto MEF e Corte dei Conti e solo a gennaio 2026 siamo arrivati alla reale disponibilità del fondo. La vera novità, dunque, è che le risorse ora, ci sono».
Giandomenico Nollo
Qual è l’obiettivo principale di questo fondo?
«Da un lato, l’obiettivo è rendere finalmente operativo il Piano nazionale di HTA per i dispositivi medici e dall’altro, rafforzare in modo più generale la governance dei dispositivi medici, sia a livello nazionale sia regionale. In termini concreti, significa attivare in modo sistematico i meccanismi di valutazione delle numerose tecnologie innovative che ogni anno entrano sul mercato».
Cosa comporta, operativamente, sostenere il Piano nazionale HTA?
«Significa innanzitutto aumentare in modo significativo il numero di valutazioni: passare da pochi report all’anno a decine, idealmente 50 o 100. Significa anche investire seriamente sulla formazione. Servono competenze sia tra chi utilizza i report di HTA, ovvero i decisori, i clinici e i dirigenti, sia tra chi li produce, ovvero le Aziende o chi propone nuovi percorsi di valutazione. Senza questo investimento, l’HTA resta un esercizio teorico».
Quali sono state finora le principali criticità che hanno limitato l’uso sistematico dell’HTA sui dispositivi medici?
«La criticità principale è che l’HTA, a tutti gli effetti, è una tecnologia, quindi richiede tempo, competenze e risorse economiche. Un report di HTA ha un costo rilevante in termini di lavoro umano. Senza risorse dedicate, diventa impossibile chiedere a regioni, aziende sanitarie o enti pubblici di svolgere queste attività senza sottrarre energie ai loro compiti istituzionali».
Il finanziamento attuale è sufficiente a superare questi limiti?
«È un passaggio fondamentale, ma non basta da solo; va ricostruita anche una competenza che, di fatto, è stata azzerata dopo il 2014, soprattutto nell’ambito dell’hospital based HTA. Molti professionisti hanno abbandonato questi ruoli perché non vedevano prospettive di crescita. Oggi bisogna ricostruire quel capitale umano».
Senza risorse dedicate, diventa impossibile chiedere a regioni, aziende sanitarie o enti pubblici di svolgere queste attività senza sottrarre energie ai loro compiti istituzionali
Dal vostro punto di vista, serve anche un cambio di approccio organizzativo?
«Come SIHTA riteniamo che sia necessario valorizzare maggiormente il principio di sussidiarietà. Non siamo convinti che solo i centri di competenza pubblici possano sostenere in modo continuativo tutta la reportistica HTA, soprattutto per i dispositivi medici, che presentano una complessità superiore rispetto ai farmaci».
In che modo potrebbe funzionare questo approccio sussidiario?
«Un esempio potrebbe essere il coinvolgimento di enti terzi accreditati, anche di natura privatistica, un po’ come avviene con gli organismi notificati per la certificazione dei dispositivi medici. Si potrebbe immaginare che un report di HTA venga prodotto da un centro certificato e successivamente validato o accreditato dal sistema pubblico, ad esempio tramite Agenas».
Qual è il ruolo di SIHTA rispetto ad Agenas e al coordinamento europeo HTA?
«SIHTA è una società scientifica: il suo compito è stimolare lo sviluppo dell’HTA, vigilare sui metodi e contribuire al dibattito scientifico e di sistema. Agenas, invece, svolge un ruolo chiave di raccordo tra il programma nazionale HTA e il coordinamento europeo. Esiste anche una continuità operativa, visto che il responsabile HTA di Agenas è co-chair del Coordination Group europeo. SIHTA resta una terza parte, indipendente».
Ritiene che l’HTA debba evolvere anche dal punto di vista metodologico?
«Per i dispositivi medici servono modelli più dinamici. Guardiamo con interesse, per esempio, all’esperienza francese che utilizza maggiormente i real world data. Nei dispositivi medici le evidenze pubblicate sono spesso limitate non per mancanza di rigore, ma perché le tecnologie evolvono rapidamente, così come le indicazioni d’uso, soprattutto nell’ambito digitale e ICT».
Per i dispositivi medici servono modelli di HTA più dinamici, ad esempio basati sui real world data
Dal punto di vista delle imprese di dispositivi medici, cosa cambia con lo sblocco dei fondi?
«Ogni sistema di valutazione rappresenta sempre un equilibrio delicato. Da un lato, alzare l’asticella migliora l’appropriatezza, tutela i cittadini e valorizza l’innovazione di qualità. Dall’altro, se i processi non sono chiari, tempestivi e certi, si rischia di rallentare l’accesso al mercato. Finora la mancanza di risorse ha impedito una vera partenza del sistema».
Ora cosa si aspettano le aziende?
«Tempi certi e valutazioni rigorose sarebbero le prime cose, anche in conseguenza del fatto che i fondi derivano da un contributo diretto delle imprese, cioè lo 0,75% del fatturato nei confronti del SSN, quindi parliamo di un investimento consapevole. È normale che le aziende siano molto attente affinché questo investimento generi un circolo virtuoso: qualità, innovazione, crescita del sistema industriale nazionale ed europeo».
Ultimo tema importantissimo: la formazione…
«Le competenze vanno ricostruite e c’è una forte domanda sia da parte delle regioni sia delle aziende sanitarie. Come SIHTA stiamo già contribuendo con percorsi formativi, anche rivolti alle imprese, come le “pillole di HTA”. Ora Agenas è chiamata a fare un salto di scala con un programma nazionale strutturato. Come società scientifica, siamo pronti a dare il nostro supporto».
Le lesioni cutanee croniche rappresentano una sfida rilevante sia dal punto di vista clinico sia sotto il profilo socioeconomico. Esse, infatti, compromettono significativamente la qualità di vita dei pazienti, generando un impatto rilevante in termini di costi sanitari e sociosanitari legati alla gestione e al trattamento appropriato [Olsson et al., 2019; Erfurt-Berge et al., 2020].
L’origine multifattoriale di tali lesioni richiede un approccio complesso e articolato: la cura delle ferite implica l’impiego di diversi dispositivi medici, con conseguente variabilità nei consumi a livello regionale, e coinvolge numerose figure professionali con competenze differenziate. A complicare ulteriormente il quadro contribuisce la pluralità dei contesti assistenziali in cui queste ferite possono insorgere, e di conseguenza debbono essere gestite – dal domicilio all’ospedale, dalle RSA agli ambulatori, con differenti livelli di competenze – determinando una molteplicità di percorsi di presa in carico e di modelli organizzativi, che possono essere più o meno formalizzati.
Le lesioni cutanee croniche sono una sfida dal punto di vista sia clinico sia socioeconomico
Questa frammentazione si traduce spesso in una gestione altrettanto disomogenea del paziente, in cui l’assenza di protocolli condivisi porta a decisioni basate sulla discrezionalità del singolo professionista, alle prassi storicamente in essere e alle competenze individuali sviluppate. La selezione delle medicazioni – che vanno dagli alginati alle schiume di poliuretano, fino a soluzioni più avanzate come quelle con argento o la terapia a pressione negativa – dipende quindi da fattori che spesso possono essere lasciati alla soggettività, all’esperienza individuale, alla disponibilità di risorse dedicate, nonché alle caratteristiche cliniche del caso specifico.
Tale eterogeneità comporta rischi non trascurabili: da una parte può compromettere l’appropriatezza terapeutica, dall’altra ostacola la diffusione di buone pratiche, con effetti negativi su efficacia ed efficienza complessive del trattamento. A questo si aggiunge la difficoltà di tracciare e codificare in modo uniforme l’utilizzo dei dispositivi, con conseguenti limiti nella rendicontazione e nel monitoraggio degli esiti clinici. Le attuali codifiche, infatti, spesso non riflettono la complessità delle ferite croniche né il tempo e le risorse necessarie per il loro trattamento, rendendo difficile valutare il reale valore aggiunto delle tecnologie innovative impiegate nel wound care.
L’eterogeneità nella gestione può compromettere l’appropriatezza terapeutica e la diffusione di buone pratiche
Emerge chiaramente come la gestione delle lesioni croniche non sia solo un tema dal valore clinico, bensì debba essere gestita in una logica organizzativa, di standardizzazione di procedure e percorsi, oltre che sotto un profilo di tipo strategico. In tale contesto, ai fini di poter definire le azioni di ottimizzazione e miglioramento, nonché i gap attualmente esistenti, diviene prioritario comprendere le percezioni dei professionisti sanitari a vario titolo coinvolti nella gestione delle lesioni cutanee croniche, quale azione di definizione delle caratteristiche della tematica, come percorso iniziale, indispensabile per orientare le scelte, identificare le aree rilevanti di intervento e definire i criteri su cui basare i processi decisionali.
È prioritario comprendere le percezioni dei professionisti sanitari coinvolti nella gestione delle lesioni cutanee croniche
Sulla scorta di queste premesse, il testo a seguire mostra i risultati di una indagine qualitativa svolta nell’ambito dell’attività di ricerca ULISSE, condotta dall’Università Carlo Cattaneo – LIUC, con il patrocinio di AISLeC (Associazione Infermieristica per lo Studio delle Lesioni Cutanee) e AIUC (Associazione Italiana Ulcere Cutanee), in collaborazione con Confindustria Dispositivi Medici. Nello specifico, l’obiettivo primario di tale attività è risultato essere quello di mappare e comprendere il punto di vista e il potenziale comportamento di alcune regioni italiane e dei principali stakeholder, in riferimento all’utilizzo delle differenti tecnologie sanitarie disponibili per l’utilizzo nell’ambito del wound care per il trattamento del paziente con lesione cutanea cronica (lesione vascolare, lesione da pressione o lesione a eziologia diabetica), nonché all’esistenza di percorsi di gestione di tali pazienti, identificando elementi qualificanti correlati all’utilizzo di dispositivi medici per il wound care, con il fine ultimo di fornire indicazioni utili ai processi di acquisto e di accesso al mercato. Questo approccio è finalizzato a ottimizzare gli esiti clinici e organizzativi, contribuendo al tempo stesso alla sostenibilità del sistema sanitario [Teisberg et al., 2020; Viana et al., 2024].
Materiali e Metodi
Per il raggiungimento dell’obiettivo sopra descritto, è stato condotto uno studio di natura qualitativa che ha previsto la predisposizione di una survey, somministrata online nel periodo tra luglio e novembre 2024, ai principali key-opinion leader del contesto wound care, specificatamente dedicati alla presa in carico e al trattamento del paziente con lesione vascolare, lesione da pressione o lesione a eziologia diabetica.
È stata condotta una survey sulle tipologie di medicazioni impiegate e sulle principali codifiche utilizzate
La survey intendeva, in primo luogo, rilevare sia le tipologie di medicazioni più comunemente impiegate nella pratica clinica per la gestione delle lesioni cutanee croniche, sia le principali codifiche utilizzate per la rendicontazione delle relative prestazioni sanitarie. Sulla base delle codifiche identificate, è stato chiesto ai professionisti di esprimere la propria percezione in merito al grado di adeguatezza e appropriatezza di tali codifiche nel contesto operativo di riferimento, nonché di indicare eventuali fattori ritenuti utili per migliorarne l’efficacia e l’accuratezza. Un ulteriore focus è stato posto sul regolamento europeo relativo alla tracciabilità dei dispositivi medici. In particolare, si è indagato il potenziale valore aggiunto derivante dall’introduzione di un campo note specifico in grado di riportare la diagnosi o il razionale clinico alla base dell’impiego di uno specifico dispositivo medico, al fine di facilitare il processo di tracciabilità lungo tutto il percorso assistenziale.
La parte finale della survey è stata dedicata alla mappatura dei percorsi attualmente in essere per la gestione del paziente con lesione cutanea cronica. Sono stati rilevati sia l’eventuale esistenza di linee guida aziendali o regionali, sia il livello di consapevolezza e le percezioni degli stakeholder in merito all’adozione di specifici PDT/PDTA regionali. È stata inoltre approfondita la figura professionale responsabile della prima valutazione del paziente e della successiva presa in carico, nonché la tipologia di strutture clinico-assistenziali deputate al trattamento delle lesioni cutanee croniche, con l’obiettivo di garantire un approccio integrato alla presa in carico, fondato su principi di equità di accesso ed efficienza organizzativa. Si è infine analizzata la modalità di approvvigionamento dei prodotti impiegati, distinguendo tra:
acquisto diretto da parte della struttura tramite gara o offerta autonoma;
acquisto diretto tramite gara regionale o aggregata;
fornitura da parte dell’ASL.
A conclusione del questionario, è stato chiesto ai professionisti di esprimere il proprio grado di accordo rispetto all’eventuale introduzione del teleconsulto e di tecnologie digitali, intese in senso ampio, a supporto della presa in carico e della gestione del paziente con lesioni cutanee croniche.
Risultati
Il campione di riferimento è costituito da 258 professionisti a vario titolo coinvolti nella gestione del paziente con lesione cutanea cronica e afferenti a diversi contesti regionali, con una più alta concentrazione di risposte pervenute da Regione Lombardia (19%), seguita da Regione Piemonte (13%) e Regione Friuli-Venezia Giulia (9%) – Tabella 1.
Contesto regionale di riferimento
N.
%
Lombardia
48
19
Piemonte
34
13
Friuli-Venezia Giulia
24
9
Toscana
21
8
Lazio
18
7
Sicilia
17
7
Emilia-Romagna
16
6
Liguria
15
6
Puglia
14
5
Veneto
12
5
Campania
11
4
Sardegna
8
3
Marche
7
3
Abruzzo
4
2
Calabria
3
1
Umbria
3
1
Basilicata
2
1
Trentino-Alto Adige
1
0,4
Totale
258
100
Tabella 1. Distribuzione del campione sulla base del contesto regionale di riferimento
La maggior parte dei rispondenti era rappresentata da infermieri (77%), mentre i farmacisti costituivano solo il 2% del totale (Figura 1).
Figura 1. Distribuzione del campione coinvolto, sulla base del ruolo professionale
I professionisti coinvolti hanno inoltre dichiarato che tra i pazienti con lesione cutanea cronica da loro presi in carico, la maggior parte presenta una lesione vascolare (46%) – Figura 2.
Figura 2. Rappresentazione grafica della distribuzione delle lesioni complessivamente trattate
Dopo avere profilato il campione di riferimento, l’analisi è proseguita con la definizione delle medicazioni maggiormente utilizzate ai fini del trattamento delle lesioni cutanee. In prima istanza,le risposte raccolte hanno evidenziato un uso diversificato delle medicazioni, selezionate in base alle caratteristiche delle lesioni e al contesto clinico. In generale, è stato rilevato un impiego prevalente di medicazioni contenenti argento e antisettici.
L’uso delle medicazioni è risultato diversificato, con prevalenza di medicazioni contenenti argento e antisettici
In particolare:
per le lesioni vascolari, sono state indicate principalmente medicazioni contenenti argento e antisettici (20%), seguite da alginati, in forma pura o combinata (12%) e da idrocolloidi (8%);
per le lesioni da pressione, risultano prevalenti le schiume di poliuretano e le medicazioni con argento e antisettici (13% ciascuna), seguite da alginati (11%) e idrocolloidi (11%);
per le lesioni a eziologia diabetica, sono state frequentemente impiegate medicazioni con argento e antisettici (16%), medicazioni idrofobiche per il controllo della carica batterica (12%), schiume di poliuretano (10%), alginati (8%) e terapia a pressione negativa (7%).
Un tema di rilievo emerso ha riguardato le codifiche utilizzate per la rendicontazione delle prestazioni dedicate al trattamento delle lesioni croniche.
Per le lesioni vascolari, la codifica maggiormente adottata è risultata essere “Altra irrigazione di ferita – Pulizia di ferita NAS” (15%), seguita dalla rimozione asportativa (15%) e non asportativa (9%) di ferita, infezione o ustione. I bendaggi con colla di zinco e le fasciature semplici hanno registrato percentuali pari al 20%.
Le lesioni da pressione sono state rendicontate prevalentemente con rimozione asportativa (14%) e non asportativa (13%), accompagnate da irrigazioni (14%) e bendaggi (11%). In Sardegna, Basilicata e Puglia, è emerso anche l’utilizzo della codifica “Aspirazione della cute e del tessuto sottocutaneo” (17%).
Per le lesioni a eziologia diabetica, si è osservato un uso frequente della rimozione asportativa (14%), della rimozione non asportativa (11%) e della fasciatura semplice (11%). In Regioni come Lombardia, Friuli-Venezia Giulia e Marche, si è registrato anche l’impiego di medicazioni avanzate, comprese quelle per ferite estese fino a 10 cm² (7%). Al contrario, in altre aree, come Calabria, Abruzzo e Toscana, si è osservato un predominio di medicazioni meno specializzate, come bendaggi adesivi elastici (15%).
Questa variabilità riflette potenziali differenze nelle risorse disponibili e nelle linee guida regionali per la gestione delle ferite croniche.
Questa variabilità riflette potenziali differenze nelle risorse disponibili e nelle linee guida regionali
In termini generali, i professionisti si sono dimostrati reticenti in riferimento al livello di adeguatezza delle codifiche attualmente disponibili, facendo registrare un valore medio pari a 2,29 su una scala da 1 (per niente adeguato) a 5 (molto adeguato). Per individuare possibili strategie di miglioramento, è stata condotta un’analisi dei criteri ritenuti rilevanti per una maggiore appropriatezza. Tra questi, è emersa l’importanza di stratificare le codifiche in base alla gravità clinica della lesione, alla sua estensione e alla sua profondità. La stratificazione multiparametrica (estensione + profondità/complicanze) ha ottenuto il punteggio medio più elevato (3,85±0,092), come mostra la Tabella 2.
Stratificazione della codifica in base alle caratteristiche della lesione
Estensione
Complicanza
Profondità
Sia in base alla estensione in cm sia in base alla profondità e/o complicanza
Lombardia
2,7±0,159
3,74±0,144
3,26±0,157
3,7±0,132
Piemonte
3,4±0,306
3,6±0,34
3,5±0,307
3,6±0,34
Toscana
3,09±0,343
3,73±0,273
3,55±0,34
3,55±0,34
Sicilia
3,38±0,42
3,88±0,398
3,88±0,441
4,25±0,412
Liguria
3,75±0,479
4,25±0,479
4,25±0,479
4,5±0,5
Lazio
3,71±0,184
4±0,218
3,71±0,184
4±0
Campania
3,17±0,749
3,67±0,558
3,83±0,543
4,17±0,477
Emilia-Romagna
3,13±0,398
3,5±0,423
3,38±0,324
3,88±0,398
Friuli Venezia Giulia
3,1±0,233
3,5±0,224
3,4±0,221
3,9±0,277
Veneto
4
4,5±0,5
5
5
Sardegna
3,83±0,307
4,17±0,307
4,17±0,307
4,33±0,333
Puglia
3,33±0,882
3,67±0,882
3,67±0,882
4±1
Marche
3,25±0,479
3,75±0,479
3,5±0,289
3,5±0,289
Abruzzo
4
4±1
4,5±0,5
4±1
Calabria
4
4
4
4
Umbria
2±0,577
2,33±0,667
2,33±0,667
2,33±0,667
Trentino-Alto Adige
Non disponibile
Non disponibile
Non disponibile
Non disponibile
Basilicata
4
5
4
4
Intero campione ULISSE
3,2±0,097
3,74±0,09
3,59±0,091
3,85±0,092
p-value
0,219
0,564
0,175
0,262
Tabella 2. Definizione dei criteri maggiormente rilevanti a garanzia di una maggiore appropriatezza e adeguatezza delle codifiche attualmente disponibili
I professionisti hanno indicato ulteriori elementi di miglioramento, come la possibilità di stratificare le codifiche in base alle comorbilità del paziente, alla presenza di infezioni o di essudato, al “peso” assistenziale dell’assistito (livello di autonomia, presenza di caregiver, ecc.), nonché alla tipologia di bendaggio e, più in generale, alla tipologia di medicazione o di tecnologie avanzate utilizzate.
Sono state fatte delle proposte di miglioramento della codifica sulla base delle caratteristiche delle lesioni, dei pazienti e della medicazione
Proprio in riferimento a quest’ultimo punto, i professionisti dichiarano come l’utilizzo di tecnologie avanzate non abbia facilitato né reso complessa l’attuale modalità di codifica delle prestazioni (valore medio della domanda pari a 2,83±0,098). Le motivazioni di questa percezione sono riconducibili principalmente a due fattori: da una parte pesa la sostanziale assenza di codici specifici per medicazioni complesse, anche in considerazione del fatto che spesso non vi è congruenza tra i costi sostenuti e la tariffa di rimborso correlata; in secondo luogo si registra talvolta una scarsa conoscenza, da parte di alcuni professionisti coinvolti nei processi, con riferimento all’utilizzo appropriato delle tecnologie avanzate.
I professionisti hanno attribuito un valore medio di percezione pari a 3,73±0,075all’utilità dell’introduzione di un campo note dedicato alla diagnosi/razionale d’uso del dispositivo medico e un valore medio di percezione pari a 3,59±0,074 alla sua capacità di migliorare la tracciabilità. In entrambi i casi, non sono state riscontrate differenze statisticamente significative tra Regioni.
In ultima istanza gli stakeholder coinvolti hanno fornito un giudizio sui diversi elementi che potrebbero rendere complessa la gestione del paziente con lesione cutanea cronica, considerando:
la complessità della Classificazione Nazionale dei Dispositivi Medici (CND), ossia della classificazione italiana che suddivide i dispositivi medici in categorie omogenee di prodotti destinati a effettuare un intervento diagnostico e/o terapeutico simile;
la difficoltà nella rendicontazione delle prestazioni;
la disomogeneità nel percorso di trattamento;
l’assenza di una lista completa dei prodotti di medicazione a disposizione;
i budget messi a disposizione dall’ente ospedaliero o dalla struttura sanitaria.
Il fattore più critico nella gestione del paziente è stato la difficoltà di rendicontazione delle prestazioni
Da questo punto di vista, considerando una scala di valutazione variabile da 1 (aspetto meno complesso) a 5 (fattore ritenuto, invece, maggiormente complesso), si riscontra come il fattore più critico sia risultato essere la difficoltà di rendicontazione delle prestazioni, seguito dall’assenza di una lista completa dei dispositivi e dalla limitata disponibilità economica. La disomogeneità del percorso di trattamento è stata invece percepita come meno impattante.
Per quanto riguarda i percorsi assistenziali, la maggior parte dei rispondenti ha dichiarato la presenza, nel proprio contesto, di un percorso formalizzato per la gestione delle lesioni cutanee croniche. A partire da ciò, l’analisi ha identificato le indicazioni e le linee di indirizzo per la gestione delle lesioni nei diversi contesti regionali, focalizzandosi sulla presenza di istruzioni operative aziendali, protocolli aziendali e PDT/PDTA aziendali o regionali, come indicato nelle Tabelle 3, 4 e 5.
Lesione vascolare
Istruzioni operative aziendali
Protocolli aziendali
PDT/PDTA aziendali
PDT/PDTA regionali
Lombardia
Piemonte
Toscana
Sicilia
Liguria
Lazio
Campania
Emilia-Romagna
Friuli-Venezia Giulia
Veneto
Puglia
Marche
Abruzzo
Umbria
Basilicata
Tabella 3. Presenza (cella verde) o assenza (cella rossa) di strumenti ai fini della corretta gestione del paziente con lesione vascolare cronica
Tabella 5. Presenza (cella verde) o assenza (cella rossa) di strumenti ai fini della corretta gestione del paziente con lesione cronica a eziologia diabetica
L’analisi ha messo in luce una disparità tra le regioni italiane nella disponibilità di strumenti per la gestione delle lesioni cutanee croniche, rilevando come il loro utilizzo sia effettivamente ad appannaggio del singolo professionista. La mancanza di uniformità e di dettagli specifici suggerisce la necessità di ulteriori indagini e interventi per garantire che tutte le regioni dispongano degli strumenti necessari per una gestione efficace e standardizzata delle lesioni vascolari, da pressione e a eziologia diabetica. Tali differenze possono influenzare significativamente la qualità delle cure e l’esperienza del paziente, sottolineando l’importanza di una maggiore coerenza e di un approccio uniforme a livello nazionale.
La disponibilità e l’applicazione degli strumenti per la gestione del paziente sono risultate non uniformi
Tuttavia, l’applicazione effettiva degli strumenti (istruzioni operative, protocolli, PDT/PDTA) non è risultata uniforme. Le principali barriere all’implementazione sono state la carenza di formazione del personale (75%), le problematiche legate ai sistemi informativi regionali o locali (65%) e le criticità organizzative (60%). Dall’altro lato, però, i professionisti concordano nel riconoscere che la presenza di un PDT/PDTA regionale possa apportare benefici significativi, in particolare garantendo un approccio multidisciplinare, un accesso equo alle metodiche diagnostico-terapeutiche avanzate e una maggiore uniformità dei percorsi.
È stato inoltre sottolineato come tali strumenti possano favorire la continuità assistenziale, prevenire frammentazioni del percorso e ridurre il ricorso a servizi privati, soprattutto da parte dei pazienti con risorse economiche limitate.
I professionisti concordano nel riconoscere che la presenza di un PDT/PDTA regionale possa apportare benefici significativi
Focalizzando l’attenzione sul percorso attualmente erogato, si è riscontrato come il professionista sanitario che effettua solitamente la prima valutazione e/o la prima diagnosi sia prevalentemente il medico specialista per quanto concerne le lesioni vascolari (37%) e le lesioni a eziologia diabetica (49%), mentre per le lesioni da pressione prevalel’infermiere di assistenza domiciliare (32%). Dopo la prima valutazione, la gestione delle lesioni vascolari e diabetiche passa principalmente agli infermieri ambulatoriali, mentre le lesioni da pressione restano in capo agli infermieri domiciliari. La prescrizione dei medical device è risultata essere prevalentemente in carico al medico specialista.
Le strutture clinico-assistenziali deputate alla presa in carico sono state per lo più pubbliche (82%). Le lesioni vascolari e diabetiche sono state trattate principalmente in ospedali o ambulatori specialistici, mentre le lesioni da pressione sono state gestite prevalentemente in RSA, ambulatori territoriali e tramite assistenza domiciliare. Le Case di Comunità sono risultate coinvolte solo in alcune regioni (Toscana, Lombardia, Campania, Liguria).
Le strutture clinico-assistenziali deputate alla presa in carico sono state per lo più pubbliche (82%)
In merito all’approvvigionamento dei dispositivi, la modalità prevalente è risultata essere quella tramite ASL (61% per l’assistenza domiciliare, 41% per le strutture distrettuali), mentre l’acquisto tramite gara regionale/aggregata è stato dominante nelle strutture ospedaliere e nei centri di riferimento regionali. L’acquisto diretto autonomo è risultato marginale, con l’eccezione delle RSA (29%).
Infine, l’indagine ha esplorato le percezioni sull’utilizzo del teleconsulto e delle tecnologie digitali. Il 69% dei rispondenti ha dichiarato di non utilizzare il teleconsulto nella gestione delle lesioni. Il giudizio medio di utilità è stato moderato, sia in ambito domiciliare (3,65±0,148) sia ambulatoriale (3,56±0,163), senza variazioni significative tra regioni. I principali limiti individuati sono stati l’impossibilità di valutare direttamente la lesione, la scarsa qualità delle immagini e l’incompatibilità con i sistemi informatici ospedalieri. Tuttavia, i professionisti hanno espresso un accordo diffuso sul potenziale delle tecnologie digitali nel facilitare la comunicazione tra operatori e nel migliorare la continuità e l’efficienza assistenziale.
Conclusioni
Le percezioni raccolte dai professionisti coinvolti confermano l’importanza di una gestione strutturata e multidisciplinare delle lesioni cutanee croniche, supportata da protocolli chiari e condivisi, siano essi regionali o aziendali.
È emersa, inoltre, una diffusa richiesta di maggiore uniformità nei percorsi assistenziali e di un miglior accesso alle tecnologie avanzate, per facilitare la presa in carico dei pazienti complessi. In particolare, i risultati dell’indagine offrono spunti rilevanti su tre aree chiave: uso delle tecnologie, barriere organizzative e opportunità di miglioramento.
Uso delle tecnologie avanzate: i professionisti riconoscono il valore delle medicazioni avanzate, come quelle all’argento e i sistemi di terapia a pressione negativa, ritenendole strumenti fondamentali per il trattamento delle lesioni più complesse. Tuttavia, è stata segnalata la necessità di una formazione continua per garantirne un utilizzo appropriato e omogeneo. L’adozione di queste tecnologie risulta infatti disomogenea tra le diverse strutture, costituendo un ostacolo a una gestione uniforme ed efficace delle ferite.
Barriere organizzative: numerosi professionisti hanno evidenziato che la mancanza di protocolli standardizzati rappresenta una delle principali criticità nella gestione delle lesioni croniche. Questa frammentazione genera disomogeneità nei trattamenti e nella gestione delle risorse, alimentando le disparità tra regioni e aziende sanitarie.
Opportunità di miglioramento: è stato espresso ampio consenso sull’opportunità di migliorare la tracciabilità dei dispositivi medici tramite sistemi digitali, in grado di garantire maggiore trasparenza nei processi di approvvigionamento e nell’utilizzo clinico. L’integrazione di strumenti di teleconsulto e telemedicina è stata identificata come leva potenziale per ottimizzare la gestione a distanza dei pazienti con lesioni croniche, riducendo gli accessi in presenza e consentendo un monitoraggio più continuativo e costante.
In parallelo, emerge una chiara richiesta di supporto manageriale per rafforzare i processi decisionali legati all’acquisto e all’utilizzo dei dispositivi medici, promuovendo il coinvolgimento attivo degli specialisti nella scelta delle tecnologie, sulla base dell’efficacia clinica e dei bisogni specifici dei pazienti. Le percezioni raccolte, infatti, delineano una consapevolezza diffusa rispetto alle potenzialità offerte dalle tecnologie avanzate, ma anche una persistente esigenza di superare barriere organizzative, investendo in formazione e promuovendo la standardizzazione delle pratiche cliniche.
Questi insight suggeriscono che il successo di un sistema di gestione delle lesioni croniche si basi non solo sull’introduzione di tecnologie avanzate, ma anche sulla creazione di un ambiente organizzativo e formativo che ne favorisca l’applicazione efficace, nonché da un sistema di monitoraggio che supporti la corretta definizione delle prestazioni erogate sulla popolazione che esprime il fabbisogno.
Per gestire le lesioni croniche occorre agire su tecnologie avanzate, ambiente organizzativo e formativo e sistema di monitoraggio
Da questo punto di vista, l’attività presentata in queste pagine offre importanti implicazioni manageriali che riguardano, per lo più, la necessità di implementare un sistema di monitoraggio centralizzato per l’uso di dispositivi medici, favorendo così una maggiore trasparenza e un miglior controllo dei costi. La definizione di protocolli uniformi a livello nazionale consentirebbe di ottimizzare l’allocazione delle risorse, mentre il coinvolgimento attivo dei professionisti sanitari nel processo decisionale garantirebbe un uso più appropriato dei dispositivi, con benefici in termini di qualità dell’assistenza.
Infine, il monitoraggio continuo del consumo dei dispositivi e l’adozione sistematica di tecnologie avanzate, accompagnata da percorsi di formazione continua, rappresentano leve fondamentali per rispondere in modo più efficace ai bisogni di salute della popolazione con lesione cutanea cronica, ottimizzando il consumo di risorse tramite un uso appropriato dei dispositivi, contribuendo al miglioramento degli outcome clinici.
«È incredibile come ancora oggi tanti genitori scelgano di non vaccinare i figli contro l’Hpv, nonostante sia un vaccino sicuro ed efficace che previene addirittura un tipo di tumore». A dirlo è Valentina Grimaldi, pediatra di famiglia, consigliera Omceo Roma e coordinatrice della Commissione età evolutiva, commentando i recenti dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), secondo cui sette genitori su dieci ritengono questa forma di prevenzione non utile e per otto su dieci l’Hpv non è una malattia grave.
Il vaccino anti-Hpv, ricorda Grimaldi, «protegge da alcuni ceppi di Papilloma responsabili della maggior parte dei tumori che colpiscono il collo dell’utero, il pene, l’ano e la gola con un’efficacia molto alta (circa 90%), soprattutto se somministrato prima dell’età adulta». Eppure, secondo l’Iss, «appena metà della popolazione target, ossia ragazze e ragazzi sotto i 12 anni, è effettivamente protetta».
«È incredibile come ancora oggi tanti genitori scelgano di non vaccinare i figli contro l’Hpv, nonostante sia un vaccino sicuro ed efficace che previene addirittura un tipo di tumore»
Alla base della bassa adesione, «la disinformazione e i falsi miti», sottolinea la pediatra: «Molte persone non sanno bene cosa sia l’Hpv, come si trasmetta o quanto sia diffuso. Alcuni pensano che riguardi solo le donne o solo chi ha molti partner sessuali, quando in realtà quasi tutte le persone sessualmente attive vengono esposte all’Hpv almeno una volta nella vita».
Il tema è stato analizzato anche dal progetto europeo Perch, coordinato in Italia dall’Iss, che ha evidenziato dubbi sulla sicurezza del vaccino: il 40% dei genitori intervistati dichiara di temere effetti avversi. «Ci sono tanti miti da sfatare – afferma Grimaldi – come l’idea che il vaccino possa causare infertilità, un’affermazione totalmente priva di qualunque supporto scientifico». Centrale, secondo la pediatra, il ruolo del pediatra di famiglia, che «deve promuovere attivamente la vaccinazione, già prima degli 11 anni, spiegandone l’importanza e informando correttamente».
Tra i miti da sfatare l’idea che il vaccino anti-Hpv possa causare infertilità
“Attonito” rispetto ai dati Iss si dice anche Piero Valentini, pediatra e membro della Commissione età evolutiva Omceo Roma. «Siamo partiti da un vaccino bivalente che copriva circa il 70% dei tumori della cervice – spiega – oggi abbiamo un vaccino nonavalente che copre quasi la totalità dei ceppi causa di tumore». Il vaccino, aggiunge, protegge anche «nei confronti dei tumori dell’ano, oro-faringei, della vagina, della vulva e del pene». «Il vaccino anti-Hpv è stato il primo caso di un vaccino che previene la possibile insorgenza di un tumore», evidenzia Valentini, sottolineando la necessità di «aumentare la conoscenza dei dati».
Secondo l’Iss, il vaccino anti-Hpv potrebbe prevenire quasi tremila morti l’anno in Italia per tumori correlati all’infezione. Tuttavia persistono anche ostacoli organizzativi: il 70% degli intervistati segnala difficoltà nel raggiungere i centri vaccinali e sei su dieci non sanno che il vaccino è gratuito. I dati del ministero della Salute mostrano inoltre che nessuna regione ha raggiunto il 95% di copertura, con valori che vanno dal 77% della Lombardia al 23% della Sicilia.
Secondo l’Iss, il vaccino anti-Hpv potrebbe prevenire quasi tremila morti l’anno in Italia per tumori correlati all’infezione
«In alcuni territori ci sono ostacoli pratici e barriere culturali che riducono l’adesione – conclude Grimaldi – aumentare l’offerta vaccinale anche negli ambulatori dei pediatri può fare la differenza». Intanto la Commissione età evolutiva dell’Omceo Roma annuncia un prossimo approfondimento sul tema sul periodico Capitale Medica, con l’obiettivo di rafforzare la diffusione di informazione scientifica corretta.
Forte preoccupazione per l’impatto economico e industriale della direttiva europea sulle acque reflue urbane, che rischia di gravare in modo sproporzionato sull’industria farmaceutica. A lanciare nuovamente l’allarme sulla normativa in vigore da gennaio 2025, che rende insostenibili le norme di trattamento delle acque reflue per la rimozione dei microinquinanti, sono stati i rappresentanti delle associazioni delle industrie di settore Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria, e Michele Uda, Direttore Generale di Egualia, ascoltati dalla Commissione 4ª (Politiche dell’Unione Europea) del Senato, nell’ambito del ciclo di audizioni relative alla Legge di delegazione europea 2025.
In un contesto globale di forte concorrenza, tensioni geopolitiche e commerciali, aumento strutturale dei costi operativi del 30% rispetto al 2021, l’Europa ha già perso molto terreno rispetto agli altri grandi macrosistemi globali e sta attuando provvedimenti come la revisione della legislazione farmaceutica che aumenteranno il gap. La filiera dell’industria farmaceutica in Italia ribadisce la necessità di risolvere le criticità contenute nel sistema EPR (Responsabilità Estesa del Produttore) che – se introdotto senza modifiche – rischia di compromettere in maniera irreversibile la sostenibilità del comparto.
La filiera farmaceutica italiana segnala i rischi del sistema EPR (Responsabilità Estesa del Produttore) per la sostenibilità del settore
Recenti evidenze mostrano che la valutazione di impatto della Commissione ha sovrastimato l’impatto ambientale dei farmaci di 4 volte (dal 66% stimato dalla Commissione UE al 18%) e ha sottostimato i costi (che sarebbero invece superiori dalle 5 alle 10 volte): gli oneri aggiuntivi costituirebbero una tassa da circa 10 miliardi di euro l’anno per le aziende in Europa, anziché gli 1,2 miliardi della valutazione di impatto, che graveranno su soli due settori, farmaceutico e cosmetico, rischiando di acuire il fenomeno delle carenze di medicinali, in contraddizione con altre iniziative della stessa Unione Europea.
Di qui le richieste avanzate da Farmindustria ed Egualia al Governo perché continui a sostenere con forza in tutte le sedi disponibili – a partire da possibili emendamenti all’Omnibus ambientale recentemente presentato dalla Commissione UE – la necessità di sospendere l’applicazione della Direttiva per consentire un nuovo impact assessment entro la deadline del 31 dicembre 2028 per l’entrata in vigore dello schema di EPR.
Inoltre, in vista dell’entrata in vigore nazionale della direttiva nella sua attuale versione, i rappresentanti della filiera hanno chiesto con forza l’adozione di principi che salvaguardino l’accesso a medicinali e la competitività dell’industria farmaceutica, applicando le norme a tutti i produttori di sostanze microinquinanti perché contribuiscano in modo proporzionato alla loro rimozione, adottando un metodo di calcolo dei contributi concordato dagli organismi rappresentativi dell’industria e prevedendo l’istituzione di una sola organizzazione per l’adempimento della responsabilità del produttore per Stato membro, controllata dai produttori soggetti a EPR.
Il Servizio sanitario nazionale (SSN) “tiene”. È questa la narrazione rassicurante che da anni accompagna il dibattito pubblico. Ma i numeri del 21° Rapporto C.R.E.A. Sanità, presentato ieri, raccontano una storia molto diversa: il SSN non sta crollando, ma sta arretrando silenziosamente, scaricando crescenti quote di tutela sanitaria sulle famiglie, soprattutto su quelle più fragili. Siamo quindi di fronte a una narrazione rassicurante, che si scontra contro i numeri reali.
Oltre il 70% delle famiglie paga di tasca propria
Il dato simbolo è difficile da aggirare: oltre il 70% delle famiglie italiane sostiene oggi spese sanitarie out of pocket. Dal 1985 a oggi la quota di famiglie che ricorre alla spesa sanitaria privata è aumentata di 19,2 punti percentuali. Ma l’incremento è stato profondamente iniquo: tra le famiglie del quintile di consumo più basso l’aumento è stato di +25,9 punti, contro +8,1 di quelle più ricche. Altro che equità universale: il ricorso al privato cresce dove il pubblico non riesce più a garantire accesso tempestivo.
Sanità pubblica: il SSN regge perché pagano le famiglie
Possiamo allora ancora parlare di equità del Servizio sanitario nazionale? E quali potrebbero essere le priorità assolute per invertire questo trend nel breve-medio periodo? O siamo già oltre il punto di non ritorno?
Federico Spandonaro
Domande importanti a cui risponde per TrendSanità Federico Spandonaro, professore aggregato presso l’Università degli studi di Roma “Tor Vergata”, fondatore e Presidente del Comitato Scientifico di C.R.E.A. Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità: «Probabilmente il SSN ha in parte compensato una generalizzata crescita delle disuguaglianze che ha caratterizzato la recente storia della società italiana; ciò non di meno l’equità è un elemento fondante della tutela pubblica della salute e, come dimostra il Rapporto, le performance sono state tutt’altro che ottimali, mettendo in crisi una narrazione retorica che lo vorrebbe un campione di equità. La ragione è riconducibile al razionamento implicito che si è determinato negli anni, che è stato pagato prevalentemente dalle famiglie più fragili, vuoi in termini economici che (minori livelli) di istruzione. L’inversione, quindi passa per il “coraggio” politico di fare in modo che si definiscano le priorità di tutela e che vadano in favore dei più fragili: il tempo c’è ma non è infinito”.
La spesa privata cresce più del reddito
Il quadro descritto deve far riflettere soprattutto considerando altri dati: la spesa sanitaria privata rappresenta oggi il 24,2% della spesa sanitaria totale, pari a 43,3 miliardi di euro. E il peso sui bilanci familiari è in aumento: l’incidenza sui consumi è salita al 4,3%, ma raggiunge il 6,8% tra le famiglie meno istruite. Il tutto, purtroppo, con il consueto gradiente geografico: nel Centro e nel Mezzogiorno, la spesa sanitaria cresce più rapidamente del reddito disponibile, confermando che non si tratta di una scelta volontaria, ma di una necessità per accedere alle cure.
Il razionamento c’è, ma è implicito
Il Rapporto introduce di fatto un concetto politicamente scomodo: il razionamento delle cure è già in atto, ma avviene in modo implicito. Perché liste d’attesa, carenze di offerta e frammentazione organizzativa producono rinunce silenziose. Basti pensare che oggi 367 mila famiglie si impoveriscono direttamente a causa delle spese sanitarie. Sommando a queste quelle che rinunciano alle cure per motivi economici, si arriva a 1,25 milioni di famiglie, pari a 2,3 milioni di persone in condizioni di disagio economico sanitario.
Nel Centro e nel Mezzogiorno la spesa sanitaria cresce più rapidamente del reddito disponibile
Spese “catastrofiche”: oltre 2,3 milioni di famiglie coinvolte
Ancora più allarmante il fenomeno delle spese sanitarie “catastrofiche”: 2,3 milioni di famiglie spendono oltre il 40% della loro capacità di spesa per curarsi. Un dato cresciuto di +2,1 punti percentuali nell’ultimo decennio. Le principali cause sono farmaci, odontoiatria e assistenza alla non autosufficienza, con un impatto particolarmente grave su anziani soli, famiglie con figli e residenti nel Mezzogiorno.
L’Italia spende meno in spesa pubblica rispetto all’Europa
Cattive notizie anche sul fronte della spesa pubblica. L’Italia resta indietro rispetto ai Paesi europei. Infatti, oggi il finanziamento pubblico italiano copre il 74,3% della spesa sanitaria, contro una media di circa l’82% nei Paesi UE ante 1995. Ciò anche come risultato del fatto che dal 2001 al 2024, la crescita reale della spesa sanitaria pubblica italiana è stata inferiore di 1,9 punti percentuali annui rispetto ai principali partner europei, accumulando uno scostamento complessivo di –44,6%.
Niente privatizzazione galoppante, ma stagnazione economica
Il Rapporto smonta anche uno dei luoghi comuni più ricorrenti: non è in corso una privatizzazione recente e incontrollata del sistema. L’arretramento della copertura pubblica si è concentrato soprattutto negli anni ’90. Il vero fattore strutturale è la stagnazione economica italiana, che limita il rifinanziamento del SSN mentre i costi delle tecnologie sanitarie crescono più rapidamente del Pil.
Un SSN pensato per un Paese che non esiste più e iI “fai da te” delle famiglie come ammortizzatore sociale
Nel frattempo, i bisogni di salute sono radicalmente cambiati. Gli over 75 sono passati dal 4,7% della popolazione nel 1982 al 12,6% di oggi. I non autosufficienti sono circa 2,2 milioni e in costante aumento.
Eppure il SSN resta centrato su ospedale e acuzie.
La stagnazione economica italiana limita il rifinanziamento del SSN, mentre i costi delle tecnologie sanitarie crescono più rapidamente del Pil
Non sorprende che la soddisfazione dei cittadini sia elevata per farmacia e medicina generale, ma nettamente più bassa per assistenza domiciliare, residenziale e alla non autosufficienza.
L’assistenza di lungo periodo di fatto è sempre più demandata alle famiglie, che suppliscono con risorse proprie e con un vasto ricorso a badanti spesso non formate e non regolarizzate.
Tra i tanti temi messi in evidenza dal Rapporto c’è quindi quello dell’integrazione – o superamento dell’integrazione – tra sanità e sociale, rilevante soprattutto alla luce dell’invecchiamento e della crescita della non autosufficienza. Un problema che potrebbe essere dovuto a mancanza di risorse o… di coraggio nel ripensare il confine tra sanità e sociale? Afferma tranchant Spandonaro: «Direi che è una mancanza di consapevolezza sul fatto che è inaccettabile che sociale e sanitario siano regolati con criteri diversi (e a volte non coerenti), abbiano una governance che fa capo a enti e istituzioni diverse, con un frazionamento delle (comunque scarse) risorse che crea inefficienza».
La fotografia così è quella di un sistema informale che evita il collasso, ma al prezzo di nuove disuguaglianze e di una crescente tossicità finanziaria, soprattutto per anziani e nuclei fragili.
La vera scelta politica: tra verità e narrazioni consolatorie ciò che manca veramente è il coraggio
Il Rapporto quindi parla chiaro: le sole “manutenzioni” non bastano più. I margini per un grande rifinanziamento sono limitati – anche ipotizzando un riallineamento teorico di circa 30 miliardi di euro, difficili da reperire – e senza una revisione delle promesse fatte ai cittadini il razionamento resterà implicito e iniquo.
Ma allora che cosa si può fare? Visti anche i vincoli di finanza pubblica e i margini limitati di rifinanziamento – che sono stati ben evidenziati da una Legge di Bilancio al limite dell’austerity – quali interventi di efficientamento e riallocazione delle risorse sarebbero più urgenti per evitare che il razionamento implicito continui a scaricarsi sulle famiglie?
Anche in questo caso il presidente del Crea ha le idee chiare: «Ritengo che efficientamento ed equità vadano in parallelo: da una parte bisogna ripensare le modalità di erogazione del SSN sfruttando le nuove tecnologie (dalla telemedicina all’AI, e le nuove opportunità delle tecnologie sanitarie), e “personalizzando” l’intensità della risposta assistenziale sulla base delle caratteristiche non solo cliniche ma anche socio-economiche dei pazienti; anche la destinazione va ripensata, concentrando le risorse sui più fragili… avendo il coraggio di chiedere ai più abbienti di pagarsi le prestazioni a basso impatto economico: il convitato di pietra è il nostro sistema fiscale che non permette di determinare in modo credibile le “possibilità” economiche delle persone».
C.R.E.A. auspica una nuova fase per rifondare il SSN, passando da servizio a sistema di tutela della salute e dei bisogni emergenti
In altri termini, la sanità pubblica italiana non è al collasso. Ma è intrappolata in una grande finzione collettiva: quella di un sistema che “regge”, mentre in realtà arretra pezzo dopo pezzo, demandando alle famiglie ciò che non riesce più a garantire.
Stando così le cose, in tema di sanità, e non solo, maggioranza e opposizione continuano tuttavia a scontrarsi su slogan e accuse reciproche. Chiediamo allora all’esperto che indicazioni operative si sente di dare oggi alla politica italiana – sia alla maggioranza, sia all’opposizione – per uscire dalle “narrazioni consolatorie” e costruire una sintesi condivisa capace di delineare nuove politiche sanitarie realmente orientate ai bisogni di salute dei cittadini. La chiosa di Spandonaro è diretta: «Abbiamo chiaramente scritto nel Rapporto che riteniamo sia non più procrastinabile l’inaugurazione di una nuova fase “costituente” per rifondare il SSN…passando da una logica di servizio ad una di sistema di tutela della salute e in generale dei bisogni emergenti».
Insomma, la vera scelta politica non è tra pubblico e privato. È tra continuare a coltivare narrazioni consolatorie o aprire finalmente un dibattito di verità su cosa il Ssn può e deve garantire in un Paese profondamente cambiato.
E come ricorda il Rapporto C.R.E.A. Sanità, senza coraggio politico, anche la sanità migliore è destinata a consumarsi in silenzio.
Pari dignità, riconoscimenti equilibrati e valorizzazione di tutte le professioni del comparto sanitario. È il messaggio portato da Diego Catania, presidente della FNO TSRM e PSTRP, nel corso dell’audizione presso la XII Commissione Affari sociali della Camera sul disegno di legge delega per la riforma delle professioni sanitarie.
Nel suo intervento, Catania ha sottolineato la necessità di evitare sperequazioni tra i diversi profili professionali del Servizio sanitario nazionale, chiedendo pari riconoscimenti sia sul piano sociale sia su quello economico, anche a sostegno dei professionisti che operano quotidianamente sul territorio.
Tra i temi affrontati, la revisione del sistema di formazione continua, con l’obiettivo di semplificare gli adempimenti per i professionisti e sostenere gli Ordini che erogano corsi ECM gratuiti, e la richiesta di una maggiore sburocratizzazione degli Ordini, rafforzandone il ruolo sussidiario.
Riforma delle professioni sanitare: formazione continua, sburocratizzazione ed equo compenso al centro delle proposte
Nel corso dell’audizione è stata inoltre ribadita l’urgenza di dare piena attuazione alla normativa sull’equo compenso per i liberi professionisti, insieme alla richiesta di attivare lauree magistrali a indirizzo clinico per le professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione, e di promuovere l’orientamento degli studenti verso questi percorsi formativi.
La Federazione ha infine sollecitato l’emanazione del regolamento sugli Ordini e sulle Federazioni nazionali, previsto dalla legge 3/2018, e la revisione della CCEPS per migliorarne il funzionamento.
Confermata la disponibilità della FNO TSRM e PSTRP a collaborare con il Parlamento nella definizione dei decreti attuativi, «per contribuire a un sistema sanitario più efficiente, attrattivo e in grado di rispondere ai nuovi bisogni di salute», ha concluso Catania.
La Legge di Bilancio 2026 segna un passaggio rilevante per la filiera della salute: nel corso dell’iter parlamentare, il Senato ha approvato un ordine del giorno che impegna il Governo a valutare il riconoscimento formale della logistica farmaceutica come attività essenziale, strategica e di interesse nazionale, parte integrante e indispensabile del sistema sanitario e produttivo, assicurando il suo pieno inserimento nelle politiche pubbliche in materia di salute, industria e sicurezza, anche in un’ottica di reshoring farmaceutico e di autonomia strategica nazionale.
Un impegno accolto con favore da LIPHE – l’associazione che rappresenta la logistica dei prodotti della salute, nata nell’ottobre 2025 dall’evoluzione di Assoram. «Un riconoscimento importante per un comparto che da sessant’anni garantisce la continuità delle cure e la sicurezza dei trattamenti», commenta il presidente Pierluigi Petrone, ringraziando i senatori firmatari dell’ordine del giorno (Murelli, Cantù, Minasi, Dreosto, Testor) per aver definito la logistica healthcare “il cuore operativo della filiera della salute”, un segmento ad altissimo valore tecnologico e regolatorio che unisce l’industria farmaceutica, le strutture sanitarie, le farmacie e i pazienti, garantendo la continuità delle cure e la sicurezza dei trattamenti.
La valorizzazione della logistica healthcare può rafforzare resilienza, innovazione e competitività del sistema salute italiano
«Ci battiamo da 60 anni – continua Petrone – per la piena valorizzazione della strategicità della logistica e del trasporto healthcare, da noi storicamente rappresentati. Dalla pandemia in poi il nostro lavoro si è intensificato viste le molteplici sfide che hanno messo a dura prova la tenuta dei sistemi sanitari nazionali.
Siamo molto soddisfatti che la nostra resistenza e resilienza, volte a garantire la tenuta del Sistema Salute in tempi di tempesta perfetta, ottengano la giusta considerazione anche in relazione ai costi strutturali elevati, aggravati da una compressione dei margini economici e da un eccesso di complessità burocratica e normativa che espongono al rischio di indebolire il comparto».
L’associazione evidenzia come il riconoscimento della logistica farmaceutica tra le infrastrutture critiche per la salute e la sicurezza del Paese potrebbe rappresentare un volano per lo sviluppo industriale e occupazionale, favorendo innovazione tecnologica, sostenibilità e competitività del sistema Italia in Europa.
«Quale modo migliore – conclude il Direttore Generale Mila De Iure – per iniziare il 2026 e il futuro prossimo con il vento in poppa».
La legge di bilancio interviene su alcuni punti chiave della governance farmaceutica, dal finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale al payback, fino alle modalità di acquisto dei farmaci off-patent. Misure che possono incidere sulla sostenibilità degli equivalenti e dei biosimilari e sulla continuità delle forniture, ma che non sciolgono tutti i nodi strutturali del sistema. Di questi temi parliamo con Stefano Collatina, presidente di Egualia.
Qual è la sua valutazione complessiva delle misure approvate con la nuova manovra finanziaria, e quali effetti concreti producono sul comparto dei farmaci equivalenti e biosimilari?
«Il giudizio complessivo è positivo, con un aumento delle risorse dedicate alla sanità: agli oltre sei miliardi di euro aggiuntivi rispetto al 2025, è prevista l’aggiunta di ulteriori 2,5. L’aumento del Fondo Sanitario Nazionale è un segnale importante perché va nella direzione delle esigenze di salute del Paese, dopo anni in cui il tema del finanziamento era stato messo in discussione. La manovra va nella direzione di sostenere il comparto.
Un elemento positivo è inoltre l’eliminazione di alcuni oneri ingiustificati, che da anni gravavano sul settore, come il payback dell’1,83% sui farmaci distribuiti dalle farmacie al pubblico. La sua cancellazione offre un po’ di “ossigeno” al comparto, soprattutto ai prodotti a basso prezzo.
Bene l’eliminazione di alcuni oneri ingiustificati e la rimodulazione delle procedure di acquisto, anche se ancora molto timida
Positivo anche un primo, seppur timido, accenno a una rimodulazione delle procedure di acquisto, con la possibilità, non l’obbligo, per le piattaforme regionali di introdurre lo strumento dell’accordo quadro. Oggi le gare si svolgono al massimo ribasso, con il rischio che un solo aggiudicatario, in un contesto produttivo instabile, comprometta la continuità delle forniture.
Un altro segnale positivo è l’aumento dello 0,3% del fondo per la spesa farmaceutica per gli acquisti diretti. Anche questa misura, sebbene non risolutiva, contribuisce ad alleviare il peso per le imprese, soprattutto quelle che operano su prodotti ospedalieri.
Aggiungo che dal periodo post-Covid in poi si è verificato un incremento importante dei costi di produzione, al quale non è seguito un allineamento dei prezzi: la conseguente riduzione della sostenibilità industriale ha fatto sì che diverse produzioni siano andate in difficoltà e poi siano state eliminate. Questo è uno dei temi alla base delle carenze di farmaci e della riduzione del numero di aziende produttrici, che abbiamo osservato».
In assenza di modifiche al payback nella manovra, quali conseguenze intravede per il sistema e per la continuità dell’offerta? Quale dovrebbe essere l’obiettivo concreto di una riforma per garantire la sostenibilità del comparto?
«Se il sistema resta invariato, con un payback del 16,5% su prodotti offerti in gara, il problema della sostenibilità non viene risolto. Ne consegue il rischio di scarsità di farmaci; già numerosi prodotti sono usciti dal mercato, anche in aree terapeutiche cruciali come l’oncologia. Il tema delle carenze è centrale; secondo il database di AIFA nell’area oncologica risultano oltre 100 prodotti in carenza. Un segnale macroscopico del fatto che, se non si risolve il mismatch tra costi di produzione e prezzi, agendo sui prodotti distribuiti in ospedale, si rischia la mancanza di farmaci essenziali.
Se non si risolve il mismatch tra costi di produzione e prezzi, agendo sui prodotti distribuiti in ospedale, si rischia la mancanza di farmaci essenziali
Inoltre l’effetto combinato del payback e delle gare al massimo ribasso si traduce in un esaurimento della concorrenza e in una maggiorazione dei prezzi dei prodotti, per il cui reperimento potrebbe essere necessario rivolgersi ad altri paesi. Il risultato è una situazione peggiore per tutti: meno prodotti disponibili e prezzi più elevati.
Una soluzione concreta potrebbe essere quella di escludere dal computo della diretta i farmaci che vanno a gara, che sono circa il 7% del totale, in quanto hanno già il prezzo più basso possibile. Quando il meccanismo del payback è stato introdotto, nel 2013, incideva sul fatturato per circa il 9%. Abbiamo rischiato di arrivate al 18%, solo grazie agli interventi dell’ultima legge di bilancio siamo arrivati a un 16,5%; sicuramente è un segnale ma la situazione non può perdurare, serve un cambio di rotta».
Quali principi guida ritiene indispensabili affinché il riordino della legislazione farmaceutica coniughi equità di accesso, sostenibilità economica e sviluppo industriale, evitando di penalizzare il comparto off-patent?
«In primo luogo il riconoscimento del ruolo strategico dei farmaci equivalenti e biosimilari nella sostenibilità della spesa sanitaria. Questo dovrebbe essere il principio ispiratore di tutte le azioni regolatorie. L’Italia ha una penetrazione degli equivalenti intorno al 30%, contro una media europea del 60%. È un dato che deve far riflettere, perché dove l’uso degli equivalenti è maggiore si genera anche un maggiore risparmio.
L’Italia ha una penetrazione degli equivalenti intorno al 30%, contro una media europea del 60%. È un dato che deve far riflettere
Per quanto riguarda i biosimilari, la penetrazione è tra le più alte in Europa, ma esiste un problema di sostenibilità degli investimenti futuri. Secondo alcune ricerche, tra cui quella condotta da IQVIA, il 75% dei biologici in scadenza di brevetto entro il 2032 non avranno un biosimilare corrispondente. Questo “biosimilar void” è un campanello d’allarme, perché sviluppare biosimilari nelle attuali condizioni industriali è sempre più rischioso.
Il Testo Unico di riordino della farmaceutica dovrebbe favorire la concorrenza, la stabilità del mercato e il rafforzamento della filiera nazionale. Accanto alla revisione di payback e gare, è fondamentale introdurre gare multi-aggiudicatario obbligatorie, che garantiscano continuità delle forniture, e politiche industriali capaci di rafforzare le catene di approvvigionamento, oggi fortemente dipendenti da India e Cina, dove le componenti della filiera sono state spostate per una attenzione esasperata ai prezzi».
Secondo l’ultimo Rapporto Egualia – Nomisma, il gap tra costi di produzione in aumento e prezzi bloccati sta erodendo i margini delle Aziende: quali modelli di prezzo/rimborso potrebbero bilanciare sostenibilità industriale ed equità di accesso?
«Ribadisco che, per quanto riguarda i farmaci ospedalieri e al netto della eliminazione del payback per i farmaci che vanno a gara, un modello di acquisto multi-aggiudicatario è assolutamente da privilegiare.
Alcune produzioni andrebbero protette, aumentando i prezzi di riferimento dei farmaci critici per renderli sostenibili
L’altro aspetto centrale è legato ai prezzi dei farmaci attualmente venduti a prezzi molto bassi; un esempio emblematico riguarda la metformina, il cui prezzo al pubblico – per una confezione da 30 compresse – è di circa 1,50 euro. Il ricavo per l’industria è del 58%, quindi pochi centesimi a compressa che certamente non compensano i costi di blister, foglietto illustrativo, confezione e logistica, aggiunti a quello del principio attivo. Se la metformina dovesse uscire dal mercato, il prodotto sostitutivo costerebbe tre o quattro volte di più. Lo stesso vale per molecole come furosemide. È evidente che alcune produzioni andrebbero protette, aumentando i prezzi di riferimento dei farmaci critici per renderli sostenibili.
Questo si collega al Critical Medicine Act, quell’insieme di regole europee che tende a riportare le produzioni strategiche all’interno dell’Europa. Ma il reshoring richiede investimenti: sarebbe impensabile produrre in Europa con gli stessi costi di India e Cina. Servono politiche industriali e incentivi; il Critical Medicines Actdimostra che questo tema è ormai consolidato in un percorso normativo europeo».
Alla luce della debolezza dei margini e della crescente competizione globale, quale dovrebbe essere una strategia industriale nazionale credibile per rendere l’Italia un Paese attrattivo per gli investimenti nella produzione di farmaci equivalenti e biosimilari?
«L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa e ha una qualità produttiva molto elevata, con costi complessivamente accettabili; il rapporto tra costi di produzione e qualità del prodotto è molto favorevole.
Per rendere il sistema attrattivo servono però regole certe, tempi certi e una forte semplificazione burocratica. Nel Global Attractiveness Indexl’Italia è penalizzata soprattutto dalla burocrazia e dall’incertezza nei contenziosi legali. Se si rimuovono questi vincoli, l’Italia resta un Paese estremamente competitivo dal punto di vista manifatturiero, in linea con la Germania».
Tra le novità principali: un quadro nazionale unitario, il rafforzamento del ruolo pubblico dei Dipartimenti di Salute Mentale, l’integrazione concreta tra ospedale e territorio, percorsi strutturati per i pazienti autori di reato e risorse economiche specifiche per sostenere i servizi.
Il PANSM rafforza l’integrazione ospedale-territorio e i percorsi di cura personalizzati
Le risorse sono già stanziate: la legge di bilancio 2026 prevede 80 milioni di euro per il 2026, 85 milioni per il 2027 e 90 milioni per il 2028, destinati alle azioni di prevenzione, diagnosi, cura e assistenza indicate nel Piano. A questi si aggiungono 30 milioni annui per l’assunzione di personale sanitario e sociosanitario, con l’obiettivo di rafforzare la presenza sul territorio e sostenere concretamente i servizi di salute mentale.
Positive le reazioni delle categorie professionali coinvolte nell’attuazione del PANSM
Guido Di Sciascio
Spiega Guido Di Sciascio, Presidente SIP (Società Italiana di Psichiatria) a TrendSanità: «Accogliamo con favore l’approvazione del PANSM 2025–2030. È un passaggio atteso e significativo, che consente finalmente al nostro Paese di dotarsi di un quadro strategico aggiornato e condiviso dopo oltre un decennio. Il Piano offre una visione unitaria e moderna dell’assistenza, riconosce la salute mentale come componente essenziale della salute globale e pone le basi per rafforzare l’integrazione tra servizi e garantire percorsi di cura più continui, equi e centrati sulla persona».
Non mancano però le criticità. «La vera sfida, ora, è l’attuazione – chiarisce Di Sciascio – Il Piano potrà colmare ritardi storici solo a condizione che venga applicato in modo coerente e omogeneo su tutto il territorio nazionale. Il rischio, come spesso accaduto in passato, è che indicazioni programmatiche condivise restino disomogenee nella loro traduzione pratica. Per questo è fondamentale rafforzare i servizi e sostenere il lavoro quotidiano dei professionisti, affinché i principi enunciati possano diventare cambiamenti concreti e misurabili».
Il PANSM introduce per la prima volta uno stanziamento dedicato e strutturato alla salute mentale
Le risorse economiche per sostenere i progetti del PANSM sono un aspetto fondamentale per il loro successo. Commenta Di Sciascio: «Il PANSM introduce per la prima volta uno stanziamento dedicato e strutturato alla salute mentale: parliamo di 260 milioni di euro in tre anni, un fatto senza precedenti nella storia recente del nostro Paese. Non era mai accaduto che la salute mentale trovasse una collocazione così esplicita all’interno della legge di bilancio, e questo rappresenta un segnale politico e istituzionale di grande rilevanza. Detto questo, le risorse previste costituiscono un primo passo importante, ma non possono da sole colmare il divario accumulato in oltre vent’anni di progressivo impoverimento dei servizi. Per rafforzare davvero il servizio pubblico sarà fondamentale che questi finanziamenti si traducano in interventi concreti su personale, organizzazione e rete dei servizi, e che l’impegno economico venga reso stabile e coerente con gli obiettivi indicati dal Piano».
Ed è quindi ora di mettersi al lavoro. Quello che è urgente fare è chiaro. «Presa in carico precoce, attenzione ai bisogni delle giovani generazioni e personalizzazione degli interventi – spiega Di Sciascio – Centrale è il ruolo dei Dipartimenti di Salute Mentale come perno di una rete integrata sanitaria e sociale. Come Società Scientifica siamo pronti a sostenere questo percorso, mettendo a disposizione competenze cliniche, formative e di ricerca, affinché il Piano possa tradursi in un miglioramento reale della qualità delle cure e della tutela dei diritti delle persone con disturbi mentali e delle loro famiglie».
Le valutazioni dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura
Tradurre il piano nella pratica clinica e organizzativa è ora compito dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), riunitisi recentemente a Bergamo per fare il punto sulle nuove prospettive e le future attività.
Emi Bondi
Spiega Emi Bondi, presidente Coordinamento Nazionale SPDC: «Negli ultimi anni si è parlato molto di salute mentale come di un’emergenza montante che ha colpito gruppi diversi di popolazione. Tra questi, in particolare, adolescenti, in merito a un maggior bisogno di cure, al rischio suicidario e a una risposta da parte dei servizi spesso inadeguata; utilizzatori di nuove sostanze d’abuso, che rappresentano un fattore di incremento delle emergenze comportamentali, degli accessi in pronto soccorso e della psicopatologia. E poi migranti, come area di soggetti esposta a specifici fattori di stress che richiedono assistenza dedicata nell’area della salute mentale; soggetti autori di reato nelle carceri e nei percorsi psichiatrico-forensi, con la necessità di garantire specifici percorsi di cura che assicurino salute e sicurezza. Infine anziani, con particolare riferimento a soggetti fragili, soli e non autosufficienti».
Psicologi componente essenziale del Servizio Sanitario Nazionale
Il PANSM arriva alla fine di un lungo percorso di confronto, un lavoro che ha coinvolto anche il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP), i coordinamenti territoriali e i gruppi di lavoro dedicati.
Con il nuovo Piano viene rafforzato il ruolo della psicologia come componente essenziale del Servizio Sanitario Nazionale.
Maria Antonietta Gulino
Il commento del CNOP, nelle parole della presidente Maria Antonietta Gulino a TrendSanità, è positivo: «Esprimiamo soddisfazione per il nuovo Piano, il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha fatto bene a investire nell’ambito della salute mentale, dimostrando di avere a cuore questa emergenza».
Tra gli aspetti che il CNOP considera più significativi nel PANSM figurano la definizione più attenta della funzione dello psicologo nei consultori, il riconoscimento della Psicologia di Assistenza Primaria come servizio di prossimità nei Distretti sanitari e nelle Case della Comunità, e il ruolo delle Scuole di Specializzazione pubbliche.
Prosegue Gulino: «Lo psicologo di Assistenza Primaria è un nuovo servizio per il cittadino. È un intervento di prevenzione e prossimità a contatto con la persona. Grazie a un intervento precoce si vuole evitare anche abusi o uso inappropriato degli psicofarmaci da parte delle persone. Il Servizio psicologico di base esiste già in diverse Regioni con risultati molto soddisfacenti, ma ci auguriamo che si estenda a tutto il territorio nazionale. Quanto ai Consultori, dopo le novità introdotte dalla riforma Cartabia, va ricordato che gli psicologi lavorano per accompagnare lo sviluppo del bambino o del ragazzo minorenne, sostenendo anche i genitori. Lo psicologo del consultorio deve poter favorire percorsi di cura e non valutare da un punto di vista peritale (obiettivi specifici degli psicologi forensi)». L’attività professionale del perito, infatti, è quella di fornire un parere tecnico-valutativi in sede legale.
Psicologia e prevenzione precoce diventano centrali per rispondere ai bisogni della comunità
«Scuole di specializzazione pubbliche: è un bene che siano state incluse nel PANSM. – commenta ancora Gulino – Abbiamo fatto un lavoro positivo con il professor Alberto Siracusano, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e coordinatore del tavolo tecnico sulla salute mentale insieme al dottor Giuseppe Nicolo (coordinatore vicario)».
Non poteva mancare un accenno alle risorse economiche necessarie. «Il Piano è finanziato per i prossimi anni. Ci attendiamo che l’attività degli psicologi del territorio sia accompagnata da risorse continuative e adeguate per affrontare l’emergenza psicologica e intervenire precocemente su ogni fascia della popolazione, bambini, giovani, adulti e anziani» è l’augurio della Presidente del CNOP.
In questa intervista Francesco Longo, Associate Professor of Public and Health Care Management al Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università Bocconi di Milano, analizza senza sconti il DDL: dagli ospedali di terzo livello al rischio di un assetto “ibrido” destinato a non reggere, fino al vero banco di prova della riforma, che non è tanto normativo o finanziario quanto culturale e organizzativo. Un’analisi che sposta il fuoco dalle leggi alla capacità del SSN di trasformare davvero innovazione e investimenti in servizi funzionanti per i cittadini.
Il DDL di riordino del Servizio Sanitario Nazionale propone una revisione ampia del modello organizzativo dell’assistenza territoriale e ospedaliera. Nel suo complesso, che giudizio dà di questo impianto di riforma e quale visione di SSN emerge, secondo lei, dal testo della delega?
«Nel complesso mi sembra un testo che, allo stadio attuale, è molto ricco di principi generali, per lo più condivisibili. Sono principi che ribadiscono quanto già affermato nei recenti impianti normativi e programmatori, dal PNRR al DM 77, fino alla legge nazionale sulla prossimità. Da questo punto di vista, il DDL conferma una certa stabilità valoriale del sistema.
Il testo definisce bene i fini, ma non chiarisce gli strumenti
Dal punto di vista delle scelte di policy, però, il testo è ancora largamente inespresso: definisce bene i fini, ma non chiarisce gli strumenti. È quindi, potenzialmente, un buon impianto, ma non è ancora chiaro dove voglia realmente puntare. Dice poco sulle decisioni operative e su come intenda tradurre quei principi in cambiamenti concreti dell’organizzazione del SSN».
Il DDL introduce per la prima volta la categoria degli “ospedali di terzo livello”, strutture di eccellenza con bacino nazionale e sovranazionale. È già possibile immaginare che tipo di ospedali saranno e quale ruolo giocheranno nella futura architettura del SSN?
«Questo è l’unico elemento che appare come una vera novità, anche se in realtà il tema degli ospedali articolati su più livelli è presente da sempre nella normativa sanitaria. L’introduzione esplicita degli ospedali di terzo livello riporta però alla luce una contraddizione politica e istituzionale molto forte.
Da un lato, infatti, l’attuale governo ha firmato l’intesa sull’autonomia differenziata con cinque Regioni; dall’altro, immagina di sottrarre alle Regioni alcuni dei più grandi ospedali del Paese, trasformandoli in strutture di riferimento nazionale. Le due cose non possono convivere: o vale l’autonomia differenziata, o vale l’accentramento dei grandi ospedali. Una “via di mezzo” non esiste.
Il vero pericolo sarebbe creare una sorta di ippogrifo istituzionale: ospedali finanziati dallo Stato e altri finanziati dalle Regioni
I sistemi istituzionali hanno bisogno di coerenza interna. Possono funzionare modelli accentrati, come quello inglese, o modelli decentrati, come quello svedese o spagnolo, ma non modelli ibridi e contraddittori. Annunciare, a pochi mesi di distanza, due opzioni opposte significa prima o poi dover scegliere da che parte stare.
Il vero pericolo sarebbe creare un sistema “mezzo e mezzo”, una sorta di ippogrifo istituzionale: ospedali finanziati dallo Stato e altri finanziati dalle Regioni, con due committenti diversi che attingono alla stessa fonte finanziaria. Questo produrrebbe una competizione assurda tra committenti, non tra produttori, e il sistema semplicemente non reggerebbe».
Uno degli obiettivi dichiarati della delega è rafforzare l’integrazione tra ospedale e territorio e migliorare l’accesso alle cure. Secondo lei le misure proposte sono realmente in grado di migliorare l’accesso alla salute per tutti i cittadini, inclusi quelli che vivono in aree rurali, marginali o remote, o esiste il rischio che le disuguaglianze territoriali restino irrisolte?
«Non credo che questo sia il vero nodo del problema. Anche oggi, e a maggior ragione in futuro, gli ospedali di terzo livello dovrebbero occuparsi esclusivamente di alte specialità. Questo non penalizza il cittadino che vive in una valle o in un’area interna per quanto riguarda i bisogni di base.
Anzi, per le alte specialità l’accentramento è necessario, perché in medicina volume ed esiti sono strettamente correlati.
Il tema delle aree decentrate si affronta con telemedicina, modelli hub and spoke ed educazione sanitaria dei cittadini
Il tema delle aree decentrate è strutturale e prescinde dagli assetti istituzionali di cui discute questo DDL. Oggi si affronta combinando tre soluzioni tecniche: un uso massiccio della telemedicina; modelli hub and spoke, in cui il momento super-specialistico è concentrato e il follow-up è vicino a casa; e una maggiore educazione sanitaria dei cittadini, soprattutto di quelli meno istruiti, per aiutarli a capire quando è giusto curarsi localmente e quando è necessario spostarsi.
Oggi convivono due distorsioni: i cittadini più colti tendono ad andare nei grandi centrianche quando non serve; quelli meno colti, che vivono nelle aree interne, spesso non ci vanno neppure quando sarebbe necessario. Ma questo non dipende dall’assetto istituzionale: dipende dagli esiti della medicina e dalla cultura sanitaria».
Quali sono, a suo avviso, le proposte più interessanti contenute nel DDL e per quali ragioni? Tra queste, quali ritiene abbiano maggiori probabilità di essere effettivamente attuate nei prossimi anni e perché, anche alla luce dei vincoli istituzionali, organizzativi e finanziari?
«I temi che il decreto pone sono tutti assolutamente reali e rilevanti: presa in carico dei cronici, integrazione ospedale-territorio, continuità assistenziale. Il punto è che su ciascuno di questi temi gli strumenti esistono già.
Sono contenuti nel DM 77, sono stati finanziati con il PNRR: case della comunità, telemedicina, piattaforme digitali. L’hardware è già stato acquistato. Quello che manca è un forte investimento sul software: sulla cultura degli operatori, sui modelli di servizio, sulla capacità di ridisegnare i processi.
Le tecnologie ci sono già, ma non vengono usate fino in fondo
Lo capiamo bene con un esempio concreto: il 40% degli italiani è cronico, e dopo i 55 anni una persona su due. La cronicità dura in media 28 anni e comporta controlli periodici. Nell’80% dei casi, dalle visite di controllo emerge che va tutto bene. Oggi però facciamo comunque una visita in presenza solo per dire “va tutto bene”: una visita inutile.
Occorre un cambio radicale del modello di servizio: multicanalità, telefonate, televisite, messaggi. Dire al paziente che non c’è bisogno di vedersi è spesso la cosa che desidera di più. Le tecnologie ci sono già, ma non vengono usate fino in fondo».
Il provvedimento richiama esplicitamente la neutralità finanziaria e subordina molte misure alla disponibilità di risorse aggiuntive. Alla luce di questa clausola, dobbiamo attenderci che una parte significativa delle innovazioni previste resti sulla carta, oppure intravede margini concreti per una realizzazione progressiva ed efficace del riordino del SSN?
«Non riesco a immaginare molto di più di quanto già previsto dal DM 77: il Piano assistenziale individuale, il back office che prenota per il cittadino, l’integrazione dei servizi. È tutto già scritto, finanziato e in gran parte costruito.
Il DDL rischia di essere una sovrastruttura che serve soprattutto a istituzionalizzare e rendere visibile ciò che già esiste, ma che è ancora “parcheggiato in garage”. È come un pacco arrivato per corrispondenza: ce l’abbiamo, ma non l’abbiamo ancora aperto.
Le leggi, da sole, non cambiano i comportamenti: lo fanno le culture
Le leggi, da sole, non cambiano i comportamenti: lo fanno le culture. Se il decreto saprà attivare processi di change management, di service redesign, di trasformazione culturale – soprattutto nel middle management sanitario – allora potrà funzionare. Se invece si limiterà a ribadire ciò che già c’è, non servirà a molto perché quel lavoro è già stato fatto.
Il vero nodo non è solo istituzionale. Se davvero si volesse creare una rete di ospedali nazionali, sarebbe un cambiamento costituzionale, perché toglierebbe alle Regioni il governo delle loro strutture più importanti. Sarà la storia a dirci quale anima prevarrà. Ma senza una scelta chiara e coerente, il rischio è che il riordino resti incompiuto».