La prevenzione e la promozione della salute devono diventare assi strutturali delle politiche sanitarie per garantire la sostenibilità, l’equità e il carattere universalistico del Servizio Sanitario Nazionale. È questo il messaggio centrale lanciato dalla Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG)nel convegno “La salute al primo posto: un futuro che costruiamo insieme. Il ruolo dei parlamenti nazionali nella promozione della salute e del benessere dei cittadini in Italia e in Europa”, promosso dal Senatore Francesco Zaffini e svoltosi presso il Senato della Repubblica, alla presenza di numerose figure istituzionali nazionali ed europee.
Il contesto disegnato dall’OMS
Durante il convegno l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto il punto sullo stato di salute dei cittadini europei, presentato dal Direttore regionale OMS EuropaHans Henri Kluge. Il quadro illustrato ha evidenziato un aumento delle fragilità, una maggiore incidenza dei disturbi di salute mentale, l’emergere di bisogni assistenziali sempre più complessi e un ampliamento delle disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari.
Il MMG sarà sempre più chiamato a farsi carico di bisogni che vanno oltre la gestione clinica della malattia
In questo scenario, SIMG ha evidenziato come il Medico di Medicina Generale sarà sempre più chiamato a farsi carico di bisogni che vanno oltre la gestione clinica della malattia, includendo il supporto all’autogestione, l’accompagnamento nelle attività quotidiane e la prevenzione delle complicanze.
Il cambio di paradigma proposto da SIMG
«Il SSN potrà rimanere universalistico ed equo solo attraverso un deciso cambio di paradigma, che porti a considerare la prevenzione come un investimento strategico ad alto rendimento sanitario, sociale ed economico – ha sottolineato Alessandro Rossi, Presidente SIMG – Questo cambiamento presuppone il passaggio da un modello reattivo, centrato sulla gestione della malattia, a un modello fondato sulla proattività, sulla prevenzione personalizzata e sull’incremento di salute per ogni fascia di età. Questo percorso deve partire dalla medicina di famiglia, luogo in cui questi principi trovano applicazione concreta nella pratica quotidiana. La standardizzazione degli interventi non è più sufficiente a rispondere alla complessità dei bisogni di salute della popolazione: occorre invece evolvere verso modelli di prevenzione basati sulla conoscenza dell’individuo e sulla stratificazione del rischio».
L’importanza della sanità territoriale
Oggi si vive più a lungo, ma spesso con un numero sempre maggiore di anni in cattiva salute. Questo implica una crescente attenzione per le malattie croniche e per l’invecchiamento della popolazione, temi per i quali è fondamentale il ruolo della sanità territoriale.
Serviranno modelli organizzativi di prossimità, come le Case di Comunità e le Aggregazioni Funzionali Territoriali
«Un presidio territoriale forte e continuativo, con percorsi integrati e una relazione fiduciaria tra medico e paziente, permette di prevenire e gestire al meglio le cronicità – ha evidenziato Alessandro Rossi – La prevenzione, infatti, è un processo continuo, che richiede una forte integrazione tra servizi sanitari e sociali e percorsi assistenziali capaci di andare oltre la mera prescrizione farmacologica, con la programmazione di politiche ad hoc, a partire dagli screening e dalle campagne vaccinali. In questo senso, la medicina generale rappresenta l’unico presidio in grado di intercettare anche i determinanti sociali della salute, intervenendo nei contesti familiari e comunitari più fragili, dove l’isolamento sociale e la solitudine possono incidere profondamente sullo stato di salute delle persone. In questo processo, serviranno modelli organizzativi di prossimità, come le Case di Comunità e le Aggregazioni Funzionali Territoriali, capaci di adattarsi alle diverse realtà geografiche e di garantire continuità delle cure e integrazione multiprofessionale».
Il convegno al Senato alla presenza del Presidente La Russa e del Ministro Schillachi
I messaggi della SIMG sono stati presentati in un contesto istituzionale di alto livello, che ha visto la partecipazione, tra gli altri, del Presidente del SenatoIgnazio La Russa, del Ministro della SaluteOrazio Schillaci, oltre a rappresentanti delle istituzioni europee, delle Regioni, del Parlamento e delle principali società scientifiche. Un confronto che ha ribadito il ruolo centrale dei Parlamenti nazionali nella promozione della salute e del benessere dei cittadini, in una prospettiva europea e di lungo periodo.
L’intelligenza artificiale è già entrata negli ospedali europei: legge radiografie, supporta le diagnosi, dialoga con i pazienti e promette di alleggerire la pressione su sistemi sanitari sempre più sotto stress. Ma tra l’uso crescente delle tecnologie e la capacità di governarle, il passo è ancora lungo. A certificarlo è il primo grande report di OMS Europa sullo stato di preparazione dei sistemi sanitari all’AI, una fotografia nitida di opportunità reali e ritardi strutturali.
L’AI è una priorità per tutti, ma pochi sono davvero pronti
Il primo dato è emblematico: solo 4 Paesi su 50 (8%) hanno già adottato una strategia nazionale specifica sull’intelligenza artificiale in sanità. Altri 7 Stati (14%) dichiarano di essere in fase di sviluppo. La grande maggioranza si muove invece su piani più generici: 33 Paesi (66%) hanno una strategia nazionale sull’AI di tipo trasversale, mentre 17 Stati (34%) includono l’AI all’interno di strategie di sanità digitale senza un documento dedicato (Figura 1).
Secondo l’OMS, questa frammentazione rischia di rallentare l’implementazione e di creare incertezze normative, soprattutto in un settore delicato come la salute, dove sicurezza clinica, responsabilità e diritti dei pazienti non possono essere lasciati all’interpretazione.
L’intelligenza artificiale può migliorare le cure solo se chi lavora in sanità è in grado di comprenderla e usarla criticamente. Eppure i numeri raccontano un gap significativo. Solo il 24% dei Paesi (12 su 50) offre formazione sull’AI al personale sanitario già in servizio, mentre appena il 20% (10 su 50) ha introdotto contenuti sull’AI nei percorsi formativi universitari o pre-servizio (Figura 2).
Ancora più limitata è la creazione di nuove professionalità: solo il 42% degli Stati membri (21 su 50) ha istituito ruoli dedicati all’AI e alla data science nei sistemi sanitari. Un ritardo che, avverte il report, può tradursi in un uso acritico degli algoritmi o, al contrario, in una diffidenza che ne frena i benefici (Figura 2).
Il coinvolgimento degli stakeholder è diffuso ma sbilanciato. Il 72% dei Paesi (36 su 50) ha avviato consultazioni sull’uso dell’AI in sanità, prevalentemente tramite focus group e incontri tecnici.
L’accettabilità sociale dell’AI dipende dalla trasparenza
Tuttavia, solo il 42% ha coinvolto associazioni di pazienti e appena il 22% ha incluso il pubblico più ampio.
Un limite non secondario, perché – sottolinea l’OMS – l’accettabilità sociale dell’AI dipende dalla trasparenza e dalla possibilità per i cittadini di comprendere come vengono utilizzati i loro dati e come le decisioni algoritmiche incidono sulle cure.
Dove l’AI è già realtà
Nonostante le criticità, l’AI è già ampiamente utilizzata. Il 64% dei Paesi (32 su 50) impiega sistemi di diagnostica assistita, soprattutto in ambito radiologico. Il 50% utilizza chatbot per il supporto ai pazienti. Le priorità dichiarate sono chiare: il 98% degli Stati punta a migliorare la qualità delle cure, il 92% a ridurre la pressione sul personale sanitario e il 90% ad aumentare l’efficienza dei sistemi.
Tuttavia, solo poco più della metà dei Paesi che hanno individuato priorità chiare ha stanziato fondi dedicati, confermando uno scarto persistente tra visione strategica e investimenti concreti.
Italia: dall’uso sperimentale alla sanità territoriale aumentata dall’AI
Nel quadro europeo tracciato dall’OMS, l’Italia riflette luci e ombre di una trasformazione ancora in corso. Come molti Paesi dell’Europa meridionale, non figura tra quelli che hanno già adottato una strategia nazionale specifica sull’intelligenza artificiale in sanità, ma mostra un’attività crescente sul piano applicativo e progettuale.
L’Italia non ha ancora adottato una strategia specifica sull’AI in sanità, ma mostra un’attività crescente sul piano applicativo
Durante la pandemia da COVID-19, il Servizio sanitario nazionale ha sperimentato l’uso dell’AI per il triage dei pazienti, la previsione del deterioramento clinico e il supporto alla diagnostica per immagini, in particolare in ambito polmonare. Esperienze che hanno dimostrato come l’AI possa rappresentare un alleato concreto in contesti di forte pressione clinica e carenza di personale, in linea con quanto rilevato dal report OMS, secondo cui il 92% dei Paesi europei adotta l’AI per ridurre il carico sul personale sanitario e il 98% per migliorare la qualità delle cure.
Oggi, la sfida per l’Italia è fare un passo ulteriore: passare dalla sperimentazione frammentata a un’integrazione sistemica, capace di rafforzare la sanità territoriale e ridurre le disuguaglianze di accesso alle cure.
Il progetto MIA: l’AI al servizio della sanità territoriale
È in questa prospettiva che si colloca MIA (Medicina & Intelligenza Artificiale), il progetto promosso da Agenas, nato nell’ambito della Missione 6 “Salute” – Componente 1 del PNRR, Sub-investimento 1.2.2.4 Intelligenza artificiale.
L’AI non deve sostituire, ma supportare il personale sanitario
L’idea alla base è chiara: l’AI non deve sostituire medici e operatori sanitari, ma diventare uno strumento di supporto quotidiano, capace di semplificare le decisioni, valorizzare le competenze professionali e migliorare la qualità delle cure. Un approccio in linea con le indicazioni dell’OMS, che individua proprio nel supporto al personale sanitario una delle principali leve di valore dell’AI in sanità.
MIA nasce con un obiettivo preciso: ridurre le distanze, non solo tecnologiche ma anche territoriali e sociali, che ancora caratterizzano l’accesso alle cure. Se governata con responsabilità, l’intelligenza artificiale può contribuire a rendere più uniforme la qualità dell’assistenza, rafforzando quel modello di sanità di prossimità su cui punta il PNRR.
Dalla diagnosi alla prevenzione
Pensata come una piattaforma di facile utilizzo, MIA consente ai professionisti sanitari di interagire con l’intelligenza artificiale attraverso un’interfaccia intuitiva, ponendo quesiti clinici e ricevendo risposte basate su evidenze scientifiche validate e accompagnate da fonti verificabili.
MIA fornisce risposte basate su evidenze scientifiche validate e accompagnate da fonti verificabili
Il supporto si articola su tre fronti strategici. Il primo riguarda le attività diagnostiche di base, con suggerimenti su possibili quadri clinici, esami da prescrivere e percorsi terapeutici iniziali. Il secondo è la gestione delle cronicità, dove l’AI aiuta a monitorare i pazienti nel tempo, favorendo interventi più tempestivi e personalizzati. Il terzo ambito è quello della prevenzione, con strumenti che segnalano campagne attive, individuano i cittadini eleggibili per screening e vaccinazioni e suggeriscono azioni mirate in base ai fattori di rischio individuali.
Meno burocrazia, più tempo per la cura
I benefici attesi non sono solo tecnologici, ma organizzativi e clinici. MIA punta a ridurre il tempo dedicato alle attività ripetitive, migliorare l’appropriatezza delle prescrizioni e favorire una maggiore aderenza alle terapie. Un utilizzo più proattivo dei dati può contribuire anche a ridurre le ospedalizzazioni evitabili, migliorare la gestione delle comorbilità e rafforzare le politiche di prevenzione, aumentando l’adesione agli screening e la copertura vaccinale.
In un sistema sanitario alle prese con carenza di personale e aumento dei bisogni assistenziali, l’AI diventa così un moltiplicatore di capacità, non un sostituto del rapporto medico–paziente.
MIA rappresenta anche un banco di prova per la capacità della sanità pubblica italiana di governare l’innovazione, integrando tecnologie avanzate con regole chiare, formazione adeguata e una visione di lungo periodo.
Il successo dell’AI si misurerà nella sua capacità di rendere le cure più accessibili, eque e sostenibili
La sfida non è solo far funzionare gli algoritmi, ma costruire fiducia, garantire trasparenza e assicurare che l’uso dell’AI produca valore reale per professionisti e cittadini.
Perché il successo dell’intelligenza artificiale in sanità non si misurerà nella potenza dei sistemi, ma nella loro capacità di rendere le cure più accessibili, eque e sostenibili. E MIA, in questo percorso, prova a indicare una direzione possibile.
La vera sfida è governare l’innovazione
A livello europeo, comunque, il dato forse più allarmante riguarda le barriere all’adozione: l’86% dei Paesi indica l’incertezza legale come principale ostacolo, seguita dai costi (78%). Quasi tutti gli Stati (92%) chiedono regole chiare sulla responsabilità in caso di errori dell’AI e il 90% linee guida su trasparenza ed esplicabilità degli algoritmi.
L’86% dei Paesi indica l’incertezza legale come principale ostacolo all’AI
L’intelligenza artificiale non è più una questione tecnologica, ma una prova di maturità dei sistemi sanitari. L’Europa ha iniziato la corsa, ma per non restare intrappolata tra sperimentazioni isolate e diffidenze diffuse dovrà fare una scelta netta: investire in regole, persone e fiducia.
Perché in sanità, più che altrove, l’innovazione senza governance rischia di essere solo una promessa mancata.
Torino entra ufficialmente nell’élite mondiale della ginecologia oncologica. La European Society of Gynaecological Oncology (ESGO) ha conferito al presidio ospedaliero Sant’Anna – Città della Salute e della Scienza di Torino e al presidio ospedaliero Umberto I – AO Ordine Mauriziano di Torino l’accreditamento europeo come Centro di Formazione in Ginecologia Oncologica, riconoscendone la qualità clinica, scientifica e didattica.
Un riconoscimento di altissimo profilo che inserisce i due presidi torinesi tra i pochi centri al mondo abilitati alla formazione specialistica nel settore e che conferma il ruolo sempre più centrale della città nella cura e nella ricerca contro i tumori ginecologici.
L’accreditamento europeo come Centro di Formazione in Ginecologia Oncologica inserisce i due presidi torinesi tra i pochi centri al mondo abilitati alla formazione specialistica nel settore
Le evidenze scientifiche dimostrano che le donne con tumori ginecologici trattate da ginecologi oncologi in centri di riferimento hanno una sopravvivenza maggiore e una migliore qualità di vita. Il/La Ginecologo/a Oncologo/a è uno/a specialista in Ginecologia e Ostetricia con una formazione avanzata che garantisce una presa in carico completa – dalla diagnosi alla terapia, fino al follow-up – grazie ad un percorso formativo dedicato e multidisciplinare.
L’ESGO ha sviluppato un programma europeo di formazione in ginecologia oncologica che può essere erogato solo da centri accreditati, ovvero strutture in grado di soddisfarne tutti i requisiti. L’accreditamento è concesso solo a chi rispetta criteri particolarmente stringenti in termini di adeguata casistica oncologica, multidisciplinarietà e attività di ricerca comprovate. La verifica avviene attraverso una valutazione indipendente da parte di esperti internazionali ESGO, incaricati di certificare il rispetto degli standard formativi.
Alla visita torinese degli esperti del comitato di accreditamento ESGO, professor Pawel Knapp e dottor Andrej Cokan, hanno preso parte il professor Stefano Cosma, responsabile del percorso formativo all’ospedale Sant’Anna, e la professoressa Annamaria Ferrero, responsabile del percorso formativo all’ospedale Mauriziano Umberto I, insieme alla professoressa Chiara Benedetto, Past-President del Board and College Europeo di Ginecologia e Ostetricia e promotrice dell’iniziativa in collaborazione con il professor Paolo Fonio, Direttore del Dipartimento di Scienze Chirurgiche dell’Università di Torino, cui afferiscono i docenti del settore Ginecologia e Ostetricia. I valutatori hanno incontrato anche i tutor di ginecologia oncologica ed i rappresentanti delle altre specialità coinvolte nella gestione multidisciplinare delle pazienti, oltre a prendere visione delle attività cliniche, dei percorsi formativi, dei progetti di ricerca e delle strutture dedicate presenti nei due ospedali.
La rete formativa integrata garantisce un percorso completo di presa in carico della paziente oncologica, grazie alla presenza di unità specialistiche dedicate alla chirurgia oncologica e oncoplastica, alla radiodiagnostica avanzata, alla radioterapia e brachiterapia, alla chemioterapia, alla psico-oncologia ed alle cure palliative. Sono inoltre attivi ambulatori dedicati al follow-up oncologico, ai tumori ginecologici ereditari, alle tecniche di preservazione della fertilità ed alla procreazione medicalmente assistita nelle pazienti oncologiche, così come i percorsi per la gestione delle gravidanze in corso di tumore o successive alla malattia.
La rete formativa integrata garantisce un percorso completo di presa in carico della paziente oncologica
In qualità di centro universitario — primo in Italia ad aver ottenuto l’accreditamento europeo per la specializzazione in Ostetricia e Ginecologia — il polo torinese offre ai futuri sub-specialisti in ginecologia oncologica opportunità formative uniche. Tra queste: il REC – Research & Educational Center, primo centro europeo di simulazione clinico-chirurgica dedicato specificamente alla Ginecologia e Ostetricia, fondato nel 2012 dalla professoressa Chiara Benedetto; il corso permanente di chirurgia anatomica dissettiva FAST (Female Anatomical Surgery for Trainees), basato su un modello innovativo di training anatomico-chirurgico.
Accanto all’attività clinica e formativa, il gruppo universitario torinese è fortemente impegnato nella ricerca clinica e preclinica, con numerosi studi attivi nei campi della diagnosi precoce, dell’innovazione chirurgica e dei trattamenti medico-chirurgici personalizzati.
Con l’accreditamento ESGO il Sant’Anna e il Mauriziano Umberto I consolidano il proprio ruolo di riferimento nella lotta ai tumori ginecologici, ponendosi come modello di integrazione tra cura, formazione e ricerca.
“Il prestigioso riconoscimento della European Society of Gynaecological Oncology è motivo di particolare orgoglio per l’Università di Torino non solo perché conferma l’eccellenza delle nostre docenti e dei nostri docenti e il loro impegno lungimirante nel garantire una formazione avanzata di qualità, ma anche perché proietta il nostro Ateneo in una dimensione sempre più internazionale e competitiva: ricevere un accreditamento europeo in ambito formativo significa attrarre talenti, anche dall’estero, che sceglieranno di formarsi qui, contribuendo a costruire un ecosistema virtuoso in cui ricerca, formazione e pratica clinica si incontrano. È questa la chiave per generare sviluppo, innovazione e competitività per il territorio e migliorare la salute e la qualità della vita di tutte e tutti” dichiara Cristina Prandi, Magnifica Rettrice dell’Università di Torino.
Assistenza clinica, ricerca e didattica: questi i tre punti di forza che contraddistinguono i due ospedali
“Un grande riconoscimento aver ricevuto l’accreditamento ESGO quale Centro di Formazione in Ginecologia Oncologica, che conferma il ruolo a livello nazionale ed internazionale del nostro ospedale Sant’Anna nella cura e nella ricerca contro i tumori ginecologici. Assistenza clinica, ricerca e didattica: questi i tre punti di forza che contraddistinguono i nostri ospedali. Per questo voglio complimentarmi con i nostri professionisti che ogni giorno garantiscono al meglio una risposta appropriata al bisogno di salute di tutte le nostre pazienti” commenta Livio Tranchida, Direttore Generale dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino.
“Per il Mauriziano essere il primo ospedale in Piemonte, insieme al Sant’Anna, a conseguire questo accreditamento – commenta Franca Dall’Occo, Direttore Generale dell’AO Ordine Mauriziano di Torino – significa rafforzare una sanità pubblica che investe in tecnologie avanzate, in modelli organizzativi innovativi e in ricerca applicata, trasformando l’eccellenza professionale in valore concreto per le donne e per il territorio. All’interno della rete torinese e universitaria, il Mauriziano conferma la propria vocazione a essere un luogo in cui cura, formazione e innovazione procedono insieme, con un unico obiettivo: migliorare la qualità e gli esiti delle cure oncologiche ginecologiche”.
“L’accreditamento ESGO conferma l’eccellenza clinica, formativa e scientifica del nostro polo e rappresenta il risultato del lavoro di un’équipe altamente specializzata che ogni giorno, con entusiasmo, si adopera per garantire percorsi di cura di alta qualità alle pazienti” dichiara Stefano Cosma, Responsabile del Percorso formativo all’Ospedale Sant’Anna.
“Sono onorata dell’accreditamento ESGO per la formazione in Ginecologia Oncologica, perché non solo è un riconoscimento delle capacità formative delle Divisioni Universitarie di Torino, ma anche delle competenze nel prendersi cura delle pazienti affette da neoplasie ginecologiche” dichiara Annamaria Ferrero, Responsabile del Percorso formativo all’ospedale Mauriziano Umberto I.
“Questo riconoscimento europeo rappresenta un traguardo di grande valore per tutto il nostro settore. È il frutto di anni di investimenti mirati e di un impegno costante per offrire ai futuri ginecologi oncologi un percorso formativo sempre più strutturato, allineato agli standard internazionali, misurabile attraverso indicatori oggettivi e rafforzato da un’integrazione multidisciplinare reale. Siamo profondamente soddisfatti: l’esito della valutazione conferma che la strada intrapresa è quella giusta e stimola a proseguire con ancora maggiore determinazione” commenta Chiara Benedetto, Past-President del Board and College Europeo di Ginecologia e Ostetricia e Professoressa Emerita di Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Torino.
Dopo oltre dieci anni di discussioni e più di trenta proposte rimaste finora senza esito, il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge sul riconoscimento e la tutela dei caregiver familiari, dando avvio all’iter parlamentare con procedura d’urgenza. Un passaggio atteso da tempo, che prova a colmare un vuoto normativo che ha lasciato per anni senza tutele milioni di persone impegnate quotidianamente nell’assistenza a un familiare non autosufficiente. Al centro del provvedimento c’è la figura del caregiver convivente prevalente, ovvero chi presta assistenza in modo continuativo. Per la prima volta in Italia viene delineata una disciplina organica che prova a tenere insieme sostegno economico, diritti lavorativi e riconoscimento formale del ruolo, modulando le tutele in base all’intensità dell’impegno assistenziale.
Al centro del provvedimento c’è la figura del caregiver convivente prevalente
La misura più discussa è il contributo economico esentasse fino a 400 euro al mese, destinato ai caregiver conviventi con carichi assistenziali molto elevati, pari ad almeno 91 ore settimanali. L’accesso al beneficio è però subordinato a criteri reddituali stringenti: un reddito personale non superiore a 3.000 euro annui e un ISEE familiare inferiore a 15.000 euro. L’erogazione, prevista a partire dal 2027, sarà gestita dall’INPS con cadenza trimestrale o semestrale e l’importo effettivo dipenderà dal numero delle domande presentate.
Accanto al sostegno economico, il disegno di legge punta a rafforzare il riconoscimento del caregiver anche sul piano formale. Sono previste, tra le altre misure, il diritto al congedo parentale quando la persona assistita è un minore, la possibilità di usufruire di ferie e permessi solidali messi a disposizione dai colleghi e interventi specifici per i giovani caregiver e gli studenti. In questo ambito rientrano la compatibilità del servizio civile con l’attività di cura, l’esonero dalle tasse universitarie per gli studenti caregiver e il riconoscimento dell’esperienza assistenziale come credito nei percorsi formativi.
Altre novità del DDL
Tra le novità figura anche l’inserimento del nominativo del caregiver e dell’orario del carico assistenziale all’interno del Progetto di vita e del Piano assistenziale individualizzato della persona assistita. Una formalizzazione considerata essenziale per aprire, in prospettiva, l’accesso a tutele previdenziali e agevolazioni lavorative oggi ancora assenti.
Secondo molte associazioni e osservatori, tuttavia, il provvedimento, pur rappresentando un passo avanti, rischia di rimanere limitato nella platea dei beneficiari a causa dei requisiti economici e dell’elevato monte ore richiesto per accedere alle misure principali. Sul piano delle risorse, la Legge di Bilancio 2026 ha stanziato 257 milioni di euro annui per il triennio 2026-2028 per finanziare le nuove tutele. Per il 2026 è inoltre previsto un primo stanziamento di circa 1,15 milioni di euro destinato alla realizzazione della piattaforma INPS che gestirà le domande e le iscrizioni.
Il disegno di legge è un primo passo strutturato nel riconoscimento della cura familiare, ma resta aperto il confronto su come rafforzarlo e renderne le tutele più efficaci e inclusive
Il disegno di legge rappresenta comunque il primo tentativo strutturato di riconoscere e sostenere il lavoro di cura familiare. Resta ora aperto il confronto su come rafforzarne l’impianto, ampliare l’accesso alle misure previste e rendere le tutele davvero adeguate alla complessità e alla diffusione del fenomeno.
DDL caregiver, il PD boccia il testo: «Nessuna svolta, diritti insufficienti»
«L’approvazione in Consiglio dei ministri del DDL sui caregiver familiari non rappresenta affatto la svolta attesa da milioni di persone che ogni giorno si fanno carico, spesso da sole, dell’assistenza a una persona disabile o non autosufficiente – dichiara Ilenia Malavasi a TrendSanità. Di rivoluzionario, purtroppo, questo provvedimento non ha nulla.
Ilenia Malavasi
Parliamo infatti di un testo che arriva dopo mesi di annunci e di promesse, ma che, una volta in più, si presenta con risorse limitate a disposizione di platee molto ristrette e tutele largamente insufficienti. I caregiver vengono riconosciuti solo per le ore dedicate al lavoro di cura, con una semplificazione quasi offensiva rispetto al loro effettivo impegno. Viene riconosciuto, peraltro, un contributo economico solo per i caregiver conviventi che dedicano al lavoro di cura 91 ore settimanali per 400 euro massimo al mese: viene pertanto assegnato poco più di 1 euro/ora per un’attività di cura preziosa. Queste risorse, inoltre, potranno essere percepite solo con ISEE inferiore a 15.000 euro o con un reddito di lavoro di massimo 3.000 euro. In questo modo non si fa altro che delineare un destino confinato tra le mura domestiche, visto che requisiti così stringenti impediscono ai caregiver – che sono in gran parte donne – ogni possibilità di lavoro, anche occasionale, che consenta di raggiungere un reddito dignitoso e di poter costruire un progetto di vita autonomo. I caregiver, infine, non avranno tutti la stessa dignità e lo stesso riconoscimento, perché non avranno tutti la stessa valorizzazione e gli stessi diritti. Ci pare che disegno di legge della Ministra Locatelli racconti una società che non esiste, diversamente da una realtà che oggi è molto più articolata.
Secondo Malavasi, il ddl non riconosce il caregiver come perno del welfare, perché non garantisce diritti e tutele strutturali e propone una visione arretrata del ruolo
Non possiamo permettere un impianto così selettivo a priori, che non mette in campo diritti universali come l’ascolto, l’informazione, la formazione, il sollievo, demandando tutto questo alle Regioni, senza risorse dedicate, creando le condizioni per ulteriori disuguaglianze. Ma l’aspetto più grave di questo ddl è che non riconosce veramente il caregiver come soggetto centrale del sistema di welfare, – continua Malavasi – perché non viene garantito un insieme strutturale di diritti, servizi e protezioni sociali e previdenziali, ma mette in campo una visione sbagliata e retrograda: sembra quasi che la ministra Locatelli voglia il caregiver povero e dedito a un lavoro di cura che deve restare un fatto privato, da gestire tra le mura domestiche.
Questo intervento, dunque, si configura al massimo come una misura contro la povertà e non come un’azione a sostegno dell’attività di cura. La stessa Ministra, di fatto, ha riconosciuto il fallimento di questa iniziativa, ammettendo che si poteva fare di più. Queste parole sono la prova evidente che non siamo di fronte a una rivoluzione, ma a un compromesso al ribasso, che non risponde alla complessità e alla dimensione reale del fenomeno, ma nemmeno ai bisogni reali dei caregiver. Icaregiver familiari non chiedono azioni o bonus simbolici, riconoscimenti solo formali o la solita legge propagandistica. Hanno invece necessità di tutele vere, servizi territoriali adeguati, sollievo, sostegno psicologico, conciliazione tra lavoro e cura, diritti previdenziali e una legge giusta e universale. È ciò che come Partito Democratico abbiamo sempre sostenuto e per questo continueremo a batterci, affinché il Parlamento migliori radicalmente questo testo: occorrono più risorse, per garantire diritti a una platea più ampia e, soprattutto, una visione che metta davvero al centro la dignità delle persone e di chi se ne prende cura. Perché senza questo cambio di passo, il ddl caregiver sarà solo un’occasione mancata, l’ennesima».
Il punto di vista di Confad: riconoscimento dei caregiver, ma restano nodi aperti
«Accogliamo complessivamente con favore l’approvazione del disegno di legge – dichiara Alessandro Chiarini di Confad a TrendSanità. Si tratta di un passo nella direzione auspicata da anni, quella del riconoscimento del ruolo dei caregiver familiari, in particolare conviventi, e della costruzione di tutele per chi ogni giorno si dedica alla cura di un proprio congiunto con disabilità grave e non autosufficiente.
Alessandro Chiarini
Il testo approvato rappresenta un punto di partenza: per la prima volta è riconosciuta la figura del caregiver familiare convivente, storica battaglia di Confad, con tutele differenziate che tengono conto dell’intensità dell’impegno di accudimento e della condizione personale di chi presta cura. È un segnale atteso, che restituisce dignità e valore sociale a un lavoro spesso invisibile ma essenziale per il welfare informale. Ora è fondamentale che il percorso parlamentare prosegua in tempi certi, affinché la legge possa essere approvata entro i prossimi mesi.
La previsione di un Fondo con una dotazione a regime di 257 milioni di euro è decisamente superiore rispetto agli stanziamenti precedenti e rappresenta un segnale concreto di novità. Tuttavia, allo stesso tempo questi fondi non sono sufficienti per garantire risposte pienamente adeguate: servirà continuare a rafforzare le risorse e a coinvolgere le istituzioni territoriali per costruire una rete di sostegno reale, continuativa e accessibile. Con il fondo insufficiente, la soglia ISEE (15.000 euro) sarà inevitabilmente bassa ed escluderà persone che, pur rientrando nella platea, risultano “ricche” solo sulla carta.
Altra criticità è l’assenza della parte relativa alle tutele previdenziali
Continueremo a seguire con attenzione l’iter legislativo e a svolgere la nostra attività affinché la legge nasca dal dialogo con i caregiver familiari e tenga conto delle diverse realtà di cura che attraversano il Paese. Solo così potremo trasformare questo primo passo importante in una vera conquista di civiltà».
Le società scientifiche CReI (Collegio Reumatologi Italiani) e Simfer (Società italiana di Medicina fisica e riabilitativa) annunciano l’avvio di un Gruppo di lavoro intersocietario sulla fibromialgia indirizzato a condividere conoscenze, ricerche, pubblicazioni, statement comuni e percorsi formativi per i propri soci.
La recente inclusione di questa patologia nei nuovi LEA richiede a tutto il SSN un nuovo passo
Le basi di questa iniziativa sono state poste durante l’ultimo Congresso Simfer, in cui si è tenuto il simposio congiunto “Fibromialgia: dalla patogenesi alla riabilitazione”. Al simposio, moderato da Ernesto Andreoli (fisiatra e componente del Consiglio Direttivo Simfer, Coordinatore Attività congressuali ed aggiornamento professionale continuo) e da Daniela Marotto (Past-president CReI), hanno partecipato esperti delle due società scientifiche.
Daniela Marotto
Il Gruppo di lavoro è stato promosso da Luis Severino Martin Martin (Presidente), Crescenzio Bentivenga (Coordinatore scientifico) e Daniela Marotto per CReI e da Giovanni Iolascon (Presidente), Antimo Moretti (Tesoriere) ed Ernesto Andreoli (Consigliere) per Simfer ed è il primo network collaborativo tra professionisti della salute creato in Italia per supportare efficacemente i bisogni delle persone con fibromialgia.
«Ci è sembrato strategico e quasi naturale avviare una collaborazione sulla fibromialgia tra le due società maggiormente coinvolte nella gestione e presa in carico dei pazienti con questa patologia», ha dichiarato Daniela Marotto, «La recente inclusione di questa patologia nei nuovi LEA richiede a tutto il SSN un nuovo passo nei confronti dei pazienti e delle loro condizioni di salute. Crediamo che la stretta relazione tra reumatologi e fisiatri possa contribuire in modo sostanziale nella diffusione di conoscenze e capacità diagnostiche sulla patologia, e sulle opportunità di terapia e riabilitazione che sono offerte oggi ai cittadini del nostro Paese».
Giovanni Iolascon
«Come Simfer riteniamo che questa iniziativa intersocietaria sia puntuale, utile e appropriata», dichiara il presidente SimferGiovanni Iolascon, «poiché la fibromialgia rappresenta una condizione complessa che richiede un approccio globale, continuo e centrato sulla persona. Il fisiatra può definire i percorsi riabilitativi personalizzati e contribuisce in modo determinante all’inquadramento dei bisogni funzionali, alla gestione del dolore cronico, alla promozione dell’esercizio terapeutico adattato e all’educazione del paziente. La collaborazione strutturata con la reumatologia consente di superare modelli frammentati di intervento e di costruire percorsi condivisi, capaci di garantire appropriatezza, continuità e sostenibilità delle cure per le persone con fibromialgia».
Il Gruppo di lavoro CReI-Simfer si riunirà mensilmente con i seguenti obiettivi:
realizzare un aggiornamento continuo sulla patologie e sulle terapie più appropriate e avanzate;
monitorare la corretta applicazione sui territori regionali dei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza;
identificare le best practice intersocietarie per la gestione del malato fibromialgico;
fornire un contributo scientifico-professionale a istituzioni e agenzie nazionali e regionali per la corretta presa in carico del paziente fibromialgico;
da ultimo, è intendimento del gruppo di lavoro di realizzare sessioni congiunte dedicate alla fibromialgia all’interno dei propri congressi nazionali, offrendo così la possibilità a reumatologi e fisiatri di creare un ambito di lavoro congiunto di interscambio di conoscenze cliniche e terapeutiche.
La fibromialgia richiede un approccio globale, continuo e centrato sulla persona
La fibromialgia è una sindrome dolorosa cronica caratterizzata da dolore muscoloscheletrico diffuso, persistente e non spiegato da lesioni o infiammazioni evidenti. È spesso associata a affaticamento marcato, disturbi del sonno, rigidità, cefalea e alterazioni cognitive come difficoltà di concentrazione e memoria. Alla base vi è una disregolazione dei meccanismi di elaborazione del dolore a livello del sistema nervoso centrale, con una aumentata sensibilità agli stimoli. La diagnosi è clinica, basata sui sintomi e sull’esclusione di altre patologie. Il trattamento è multimodale, integra interventi farmacologici, riabilitativi, educativi e psicologici.
L’approvazione della Legge di Bilancio 2026 è un passaggio che segna alcune scelte importanti sul fronte della salute. Uno degli ambiti di interesse è la prevenzione, diagnosi precoce e presa in carico delle persone con malattie rare e croniche. Tra le novità più attese figurano l’istituzione di un fondo dedicato allo screening neonatale per la leucodistrofia metacromatica, l’avvio di programmi nazionali per fibromialgia, lupus eritematoso sistemico e sclerosi sistemica, oltre a un fondo pensato per sostenere i caregiver.
Nel quadro complessivo del rafforzamento del Servizio sanitario nazionale, che per il 2026 potrà contare su 142,9 miliardi di euro, la manovra stanzia 238 milioni di euro a partire dal prossimo anno per potenziare prevenzione e diagnosi precoce. Le risorse saranno indirizzate soprattutto allo sviluppo dei test genomici per la profilazione dei tumori, al miglioramento degli strumenti diagnostici per le malattie rare, alla sordità congenita e agli screening neonatali. Un investimento che guarda alla medicina di precisione e che punta a ridurre disuguaglianze territoriali ancora molto marcate.
Diagnostica avanzata e malattie rare: cosa cambia
Grazie a questo intervento normativo, i 238 milioni di euro stanziati consentiranno di finanziare o rafforzare una serie articolata di prestazioni. Tra queste rientrano l’estensione dello screening mammografico alle donne tra 45 e 49 anni e tra 70 e 74 anni, il potenziamento dello screening del colon-retto fino ai 74 anni, l’uso dei test genomici su biopsia liquida per individuare mutazioni specifiche nei tumori mammari avanzati, la profilazione genomica del carcinoma ovarico sieroso di alto grado e la prosecuzione dei programmi di prevenzione e monitoraggio del tumore polmonare.
Le risorse serviranno anche ad avviare programmi di screening nutrizionale precoce nei pazienti oncologici, a migliorare l’accesso ai test microbiologici rapidi e multiplex, a sviluppare le tecnologie di Next-Generation Sequencing per la diagnosi della sordità e la profilazione delle malattie rare. Non mancano interventi mirati su altre patologie ad alto impatto, come il Parkinson, le malattie oculari cronico-degenerative e, per la prima volta in modo strutturato, le patologie reumatologiche: fibromialgia, lupus eritematoso sistemico, sclerosi sistemica e artrite reumatoide di recente insorgenza.
Screening neonatali: un fondo dedicato per nuove sperimentazioni
Sul fronte degli screening neonatali, la Legge di Bilancio istituisce un fondo specifico, con una dotazione di 500 mila euro per ciascuno degli anni 2026 e 2027. Si tratta di risorse limitate, ma che rappresentano comunque un segnale politico e operativo per sostenere la sperimentazione, l’organizzazione e l’implementazione di nuovi test non ancora inclusi nel panel obbligatorio nazionale.
La Legge di Bilancio prevede un fondo dedicato agli screening neonatali, pari a 500 mila euro annui per il 2026 e il 2027
I finanziamenti saranno assegnati alle Regioni e alle Province autonome che presenteranno progetti dedicati all’avvio di nuovi screening neonatali. Oggi, in Italia, le patologie sottoposte a screening neonatale esteso su tutto il territorio nazionale sono 49, mentre molte altre dipendono dalle scelte e dalle capacità di investimento delle singole Regioni. Proprio per questo, le esperienze regionali giocano un ruolo decisivo. La Lombardia, ad esempio, dal gennaio 2026 amplierà il proprio pannello includendo l’Immunodeficienza Combinata Grave e l’adrenoleucodistrofia legata all’X, a conferma dell’importanza dei progetti pilota nel dimostrare l’efficacia e il valore degli screening prima della loro adozione stabile.
In questo scenario, il nuovo fondo potrà rappresentare un primo passo per ridurre le disuguaglianze territoriali e accelerare l’ingresso di nuove patologie nei programmi di screening neonatale, con ricadute concrete sulla diagnosi precoce e sulle prospettive di cura dei bambini e delle loro famiglie.
OMAR e UNIAMO: passi avanti su screening e diagnosi, restano criticità sui fondi
Roberta Venturi
«Abbiamo accolto con soddisfazione alcune delle novità introdotte da questa Legge – spiega a TrendSanità Roberta Venturi, responsabile delle relazioni istituzionali di Osservatorio Malattie Rare – soprattutto perché nei mesi passati la politica si è mostrata particolarmente attenta al dialogo con le società scientifiche, le associazioni di pazienti e la rappresentanza della società civile, anche attraverso il costante confronto con Osservatorio Malattie Rare. Si tratta di un dialogo trasversale, che però permette di costruire un rapporto di fiducia che consente di affiancare la politica nella comprensione di tematiche e dinamiche estremamente complesse, ma vitali per chi convive con una o più patologie rare, sia i pazienti che le loro famiglie».
«Per quanto riguarda gli screening neonatali – prosegue – si tratta di un segnale di apertura. Il Fondo è di modesta entità, ma è comunque una dimostrazione di interesse importante. Oggi sappiamo che lo screening neonatale è uno dei programmi di salute pubblica più efficace per prevenire morti precoci e disabilità gravi, e per migliorare significativamente la prognosi dei bambini che nascono con una patologia rara».
Alle regioni servono risorse dedicate e stabili, affinché lo screening sia quanto più esteso possibile ma soprattutto garantito su tutto il territorio nazionale
Il riconoscimento del ruolo della diagnostica genomica (in particolare i test NGS) per la sordità e le malattie rare è fondamentale, perché riconosce un bisogno forte di accedere su larga scala a una diagnosi rapida e precisa. Senza questo approccio non si può parlare di medicina personalizzata, tanto nell’ambito delle malattie rare quanto in quello oncologico.
«Ci sono però anche dei dati negativi – conclude Venturi – in particolare riguardo Fondo per i farmaci innovativi (disciplinato dall’articolo 1, commi da 281 a 292, della legge 30 dicembre 2024, n. 207), al quale finalmente possono accedere tutte le regioni, comprese quelle a statuto speciale come Sicilia e Sardegna, dove sappiamo essere presenti un alto numero di pazienti con malattie rare (basti pensare alla talassemia o alla miastenia gravis). Purtroppo però il Fondo è stato ridotto a decorrere dall’anno 2026 di 140 milioni di euro annui, questo significa che le risorse a disposizione delle regioni saranno di meno, a fronte invece di una maggiore disponibilità di terapie innovative recentemente approvate o di futura approvazione».
Annalisa Scopinaro
Anche UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare valuta positivamente l’attenzione riservata dalla Legge di Bilancio 2026 agli screening neonatali e alle malattie rare. In particolare, è accolta con favore l’istituzione di un Fondo specifico da 500 mila euro per il 2026 e il 2027, destinato a consentire alle Regioni di avviare progetti pilota per l’ampliamento del panel di screening neonatale esteso, superando almeno in parte le lunghe tempistiche legate all’aggiornamento dei LEA. Positiva anche l’attenzione dedicata alla leucodistrofia metacromatica, oggi esclusa dai LEA e inserita nel panel SNE solo in poche Regioni, così come il rafforzamento dell’utilizzo dei test di Next-Generation Sequencing per la profilazione delle malattie rare.
Resta ora essenziale la necessità di procedere rapidamente con i decreti attuativi, per evitare nuove disuguaglianze territoriali e garantire il diritto allo screening per tutti i bambini.
«I Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) non coincidono con i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), né sul piano normativo né su quello sostanziale. La scelta del Governo di equipararli, forzando l’interpretazione di una sentenza della Corte Costituzionale, ha il chiaro obiettivo di accelerare l’attuazione dell’autonomia differenziata, destinata ancor più ad essere un moltiplicatore di diseguaglianze. I LEP sanitari devono essere definiti al pari di tutte le altre materie per non cristallizzare per legge differenze regionali già oggi inaccettabili, indebolire ulteriormente le Regioni del Mezzogiorno e gravare quelle del Nord con un eccesso di mobilità sanitaria».
È questo il messaggio centrale portato dal Presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta, nel corso dell’audizione odierna presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato, nell’ambito dell’esame del Disegno di Legge delega n. 1623 per la determinazione dei LEP.
Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP)
I LEP sono l’insieme delle prestazioni e dei servizi che lo Stato deve garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, per assicurare i diritti civili e sociali fondamentali delle persone indipendentemente dalla Regione o dal Comune di residenza.
I LEP riguardano tutti i diritti civili e sociali, ma sono stati definiti solo parzialmente
I LEP sono previsti dall’articolo 117 della Costituzione, che attribuisce allo Stato la competenza esclusiva nel determinarli, anche se molte funzioni sono svolte da Regioni ed enti locali.
I LEP riguardano tutti i diritti civili e sociali, ad esempio: servizi sociali, istruzione, tutela della salute, trasporto pubblico locale, politiche abitative, servizi per l’inclusione sociale e lavorativa. Ad oggi i LEP non sono stati definiti se non in maniera parziale e solo in alcuni ambiti.
Le diseguaglianze regionali
In sanità qualsiasi discussione sui LEP non può prescindere da una valutazione delle attuali diseguaglianze regionali nell’erogazione dei LEA, ovvero le prestazioni e i servizi che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o con il pagamento di un ticket. Il monitoraggio ufficiale del Ministero della Salute tramite gli indicatori del Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) fotografa profonde differenze tra le Regioni.
Nel 2023 ben 8 Regioni risultano non adempienti ai LEA
Nel 2023 (ultimo anno disponibile) ben 8 Regioni risultano non adempienti ai LEA non raggiungendo la soglia minima di 60 punti su 100 in almeno una delle tre macro-aree: prevenzione, distrettuale e ospedaliera. Inoltre, sommando i punteggi ottenuti nelle tre macro-aree, a fronte di un punteggio medio di 226 punti su 300, esistono divari molto marcati: Veneto e Toscana superano i 280 punti, mentre altre Regioni non raggiungono i 200 punti, in particolare nel Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise, Sicilia) e in Valle d’Aosta (Tabella 1).
Infine, in ciascuna macro-area, il divario tra le Regioni con le migliori performance e quelle in maggiore difficoltà supera i 40 punti, arrivando in alcune aree a scarti ancora maggiori, con criticità soprattutto sull’assistenza territoriale e sulla prevenzione, concentrate specialmente al Sud (Tabella 2).
«Tenendo conto che il NSG fornisce solo un quadro generale sull’adempimento dei LEA – ha evidenziato Cartabellotta – ma non misura l’effettiva qualità dell’assistenza erogata né tantomeno l’effettiva esigibilità del diritto costituzionale alla tutela della salute, l’entità delle diseguaglianze regionali e territoriali è largamente sottostimata».
Salute e autonomia differenziata: una linea rossa già segnalata da GIMBE
Il DDL 1623 è uno step fondamentale per l’attuazione dell’autonomia differenziata. Nel suo intervento, il Presidente ha ricordato come, già durante l’iter legislativo della riforma, la Fondazione GIMBE avesse richiesto di espungere la tutela della salute dall’elenco delle materie trasferibili alle Regioni, perché destinata a legittimare normativamente i divari tra Nord e Sud, concretizzando un’inaccettabile violazione del principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nell’esercitare il diritto alla tutela della salute.
LEP = LEA: una forzatura giuridica per accelerare l’iter legislativo
Il DDL 1623 propone di escludere la tutela della salute dalle materie per cui determinare i LEP, sostenendo – sulla base della sentenza n. 192/2024 della Corte Costituzionale – che in sanità i LEA assolvano già a tale funzione. Una tesi che, secondo la Fondazione GIMBE, consegue a una lettura forzata della giurisprudenza costituzionale, funzionale solo ad accelerare l’attuazione dell’autonomia differenziata. «Nella sentenza n. 192/2024 – ha spiegato Cartabellotta – il riferimento ai LEA ha natura meramente esemplificativa, ma non equipara formalmente i LEP sanitari ai LEA, né supera la distinzione terminologica tra i due concetti, perché farlo significherebbe confondere il principio sancito dai LEP con lo strumento operativo rappresentato dai LEA».
I LEP sono un vincolo costituzionale, i LEA lo strumento
I LEP rappresentano infatti un vincolo costituzionale: la soglia minima uniforme di prestazioni necessarie a rendere effettivi i diritti fondamentali su tutto il territorio nazionale. I LEA, invece, costituiscono lo strumento: un elenco dettagliato di prestazioni sanitarie con cui perseguire il fine costituzionale dell’uniforme esigibilità del diritto alla tutela della salute.
LEA invece che LEP: definire diritti formali, ma non esigibili per mancanza di risorse
Un altro nodo centrale è quello del finanziamento perché i LEA non vengono direttamente finanziati. «Il Fabbisogno Sanitario Nazionale (FSN) – ha spiegato Cartabellotta – viene ripartito alle Regioni in base alla popolazione residente, in parte pesata per età. Per finanziare i LEP sanitari, invece, le risorse pubbliche dovrebbero coprire i costi necessari per garantirli in modo uniforme su tutto il territorio nazionale». Tuttavia, oggi nessuno è in grado di quantificare in tempi brevi il costo necessario per assicurare in tutto il Paese, ad esempio, pronto soccorso non affollati, tempi di attesa ragionevoli per esami e visite specialistiche o una rete territoriale funzionante.
Con l’attuale livello di sottofinanziamento del SSN, le risorse sarebbero insufficienti per rendere i LEP realmente esigibili dai cittadini
«E allora – ha commentato il Presidente – vista l’impossibilità di finanziare i costi effettivi dei LEP sanitari con l’attuale disponibilità di risorse, l’Esecutivo rinuncia a definirli e imbocca la scorciatoia di equipararli ai LEA, con il solo scopo di accelerare l’autonomia differenziata. Una scorciatoia che renderebbe giuridicamente accettabili le diseguaglianze regionali nell’esigibilità del diritto alla tutela della salute».
Le conseguenze per i cittadini
«In molte aree del Paese – ha spiegato Cartabellotta – già oggi i cittadini non riescono a ottenere servizi e prestazioni sanitarie essenziali in tempi adeguati e sono spesso costretti a spostarsi in altre Regioni per curarsi. E senza la definizione dei LEP sanitari, l’autonomia differenziata non solo non ridurrà questi divari, ma li enfatizzerà, rendendoli strutturali e legittimati giuridicamente».
La proposta GIMBE
La Fondazione GIMBE ha ribadito la necessità di definire i LEP sanitari, perché l’equiparazione tra LEA e LEP non poggia su solide basi giuridiche e tecniche e si fonda su una interpretazione forzata della sentenza della Corte costituzionale n. 192/2024 volta ad accelerare l’attuazione dell’autonomia differenziata. «Con questa scorciatoia – ha concluso Cartabellotta – il rischio concreto è di proclamare nuovi diritti senza le risorse per garantirli. Infatti, qualora definiti, i LEP sanitari dovrebbero essere finanziati, ma con l’attuale livello di sottofinanziamento del SSN le risorse sarebbero largamente insufficienti per renderli realmente esigibili dai cittadini. Ma soprattutto questa scelta legittimerebbe normativamente la mancata esigibilità del diritto alla tutela della salute, trasformando l’autonomia differenziata in un moltiplicatore di diseguaglianze. Con ulteriore indebolimento delle Regioni del Mezzogiorno ed effetti boomerang per le Regioni del Nord, che non potranno più gestire l’ulteriore incremento di mobilità sanitaria».
L’innovazione tecnologica in campo medico richiede percorsi clinici sicuri ma rapidi, capaci di portare dispositivi medici promettenti dal laboratorio al paziente. Gli Early Feasibility Studies (EFS) rappresentano uno strumento chiave in questo processo: indagini cliniche molto precoci condotte su dispositivi non ancora definitivi, che consentono di raccogliere dati essenziali per arrivare al design finale, garantendo al contempo sicurezza secondo standard internazionali (ISO 14155) e normative europee.
Il progetto HEU-EFS – Harmonised Approach for Early Feasibility Studies of Medical Devices in the European Union, coordinato dall’Università Bocconi e finanziato dalla Commissione europea nell’ambito di Horizon Europe Innovative Health Initiative Joint Undertaking, mira a sviluppare un approccio armonizzato agli EFS nell’UE. Grazie alla collaborazione tra 22 partner internazionali, tra cui industria, ospedali, società scientifiche e associazioni di pazienti, agenzie di HTA e CRO, il progetto ha elaborato raccomandazioni, template e metriche per rendere più efficaci e sicuri gli studi clinici precoci, con l’obiettivo di accelerare l’accesso dei pazienti a tecnologie innovative e promuovere la competitività del mercato unico europeo.
Durante la LIVE, gli esperti hanno discusso i risultati finora raggiunti e le prospettive future del progetto, approfondendo il ruolo degli EFS come leva strategica per l’innovazione e la sostenibilità del settore dei dispositivi medici in Europa.
Ospiti:
Giuditta Callea SDA Bocconi School of Management, Principal Investigator HEU-EFS
Marta Bragagnolo Global Heart Hub, Partner HEU-EFS
Guido Beccagutti Direttore Generale, Confindustria Dispositivi Medici
Il Servizio sanitario nazionale si prepara a cambiare assetto. Con un disegno di legge delega, il Governo punta a riorganizzare e rafforzare l’assistenza territoriale e ospedaliera, avviando una revisione profonda del modello organizzativo del sistema.
L’obiettivo è rafforzare il diritto alla salute previsto dall’articolo 32 della Costituzione, mettendo al centro equità, continuità delle cure e umanizzazione dell’assistenza, in linea con il valore della persona richiamato dall’articolo 2 della Carta.
La delega prevede l’adozione, entro il 31 dicembre 2026, di uno o più decreti legislativi chiamati ad aggiornare e integrare l’impianto del decreto legislativo 502 del 1992. I testi saranno predisposti dal Ministro della Salute, di concerto con il Ministero dell’Economia e con gli altri dicasteri competenti, previa intesa in Conferenza Stato-Regioni e dopo il passaggio parlamentare per l’espressione dei pareri. È inoltre prevista la possibilità di intervenire con correttivi entro diciotto mesi dall’entrata in vigore dei decreti.
Integrazione ospedale-territorio e nuova rete delle strutture
Uno dei pilastri della riforma riguarda il rafforzamento del legame tra ospedale e territorio. In questa direzione va l’aggiornamento degli standard dell’assistenza territoriale definiti dal DM 77 del 2022, insieme all’introduzione di modelli organizzativi integrati, criteri omogenei per la gestione dell’emergenza e del trasporto secondario e percorsi di carriera più coordinati per i professionisti sanitari.
Il disegno di legge interviene anche sulla classificazione delle strutture ospedaliere, rivedendo quanto previsto dal DM 70 del 2015. Accanto agli ospedali di base, di primo e di secondo livello, vengono introdotti gli ospedali di terzo livello, identificati come strutture di eccellenza a rilevanza nazionale e sovranazionale. Rientrano in questa categoria anche realtà gestite da enti privati non profit o religiosi. La loro individuazione avverrà sulla base di criteri nazionali omogenei, che tengono conto della complessità dei casi trattati, degli standard di qualità, della mobilità interregionale, dell’attività di ricerca e del contributo alla formazione, con risorse dedicate per le funzioni di rilievo nazionale. Accanto a queste strutture, il testo introduce anche gli ospedali elettivi, dedicati all’assistenza per acuti ma privi di pronto soccorso, collegati in modo strutturato alla rete dell’emergenza-urgenza e sottoposti a requisiti minimi di sicurezza e qualità definiti a livello nazionale.
Reti assistenziali, appropriatezza e presa in carico
La riforma tocca anche il dimensionamento delle unità operative complesse, che dovrà essere calibrato sul bacino di utenza, e prevede l’attivazione di nuove reti assistenziali tempo-dipendenti, specialistiche e di riferimento nazionale. L’obiettivo dichiarato è garantire risposte di prossimità per i bisogni di salute a bassa e media complessità, riducendo il ricorso alla mobilità sanitaria.
Ampio spazio è dedicato all’appropriatezza dell’offerta ospedaliera, attraverso la definizione di standard minimi per le attività di ricovero, in coerenza con il modello degli ospedali di comunità. Viene inoltre riconosciuto un ruolo strutturale alle buone pratiche clinico-assistenziali e organizzative, anche sotto il profilo del loro valore giuridico.
Sul fronte dell’assistenza territoriale, la delega prevede standard specifici per la presa in carico delle persone non autosufficienti, in particolare nei servizi residenziali e semiresidenziali. L’attenzione è rivolta alla continuità assistenziale, alla multidimensionalità dei bisogni e alla promozione della domiciliarità, compreso l’accesso al farmaco. Un’attenzione analoga è riservata alle persone con patologie croniche complesse e in fase avanzata, con un aggiornamento degli standard per le cure palliative, modulati in base all’intensità, alla durata e al setting assistenziale.
Il testo valorizza anche la bioetica clinica come elemento strutturale delle aziende sanitarie, promuovendo modelli organizzativi centrati sulla persona e sull’umanizzazione delle cure. Viene rafforzata l’integrazione tra interventi sanitari e socio-assistenziali e aggiornata la disciplina dei servizi di salute mentale, neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, dipendenze patologiche e sanità penitenziaria, nel rispetto dell’autonomia regionale ma con l’obiettivo di migliorare qualità e appropriatezza dell’assistenza.
Digitalizzazione, medici di base e sostenibilità finanziaria
Un capitolo rilevante è dedicato alla digitalizzazione. La riforma punta a garantire qualità e interoperabilità dei sistemi informativi sanitari, un coordinamento nazionale più efficace, l’integrazione con i sistemi di sanità elettronica e l’adesione a programmi di sanità predittiva, personalizzata e di prossimità, anche attraverso l’Ecosistema Dati Sanitari. È prevista infine una revisione organica della disciplina dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, per rafforzarne il ruolo all’interno dell’assistenza territoriale.
Sul piano finanziario, il disegno di legge ribadisce il principio della neutralità finanziaria. I decreti attuativi dovranno indicare eventuali nuovi oneri e le relative coperture e non potranno entrare in vigore in assenza delle risorse necessarie. In mancanza di nuove coperture, le amministrazioni saranno chiamate a operare con le risorse già disponibili. È infine prevista una clausola di salvaguardia per l’applicazione della riforma nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome, nel rispetto delle competenze statutarie.
Riforma SSN: i commenti di FNOPI, CIMO-FESMED e FNO TSRM E PSTRP
Barbara Mangiacavalli
«Il disegno di legge delega al governo per l’adozione di misure in materia di riorganizzazione e potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera va certamente nella direzione auspicata di una revisione del modello organizzativo del Servizio Sanitario Nazionale, ma deve prevedere, sin dalla sua strutturazione iniziale, una centralità dei servizi di infermieristica territoriale, che costituiscono uno snodo cruciale per pazienti e cittadini, favorendo un approccio proattivo alla promozione della salute e alla gestione delle patologie». La FNOPI (Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche) commenta così il passaggio in Consiglio dei Ministri dello schema di disegno di legge.
«Dal momento della nascita fino agli ultimi momenti di vita, al pronto soccorso come nell’assistenza domiciliare, gli infermieri sono sempre presenti e centrali, assicurando anche una serie di prestazioni non intercettate dai DRG in uso», spiega in una nota la FNOPI. «La nuova figura dell’infermiere di famiglia e comunità ha cambiato il paradigma dell’assistenza territoriale – dichiara la presidente nazionale, Barbara Mangiacavalli. L’importanza del ruolo dell’infermiere, peraltro ribadita dal ministro Schillaci, apre la strada ad una modifica del testo approvato. Si auspica, pertanto, che Governo e Parlamento colgano l’occasione per valorizzare il ruolo dell’assistenza infermieristica territoriale, quale elemento imprescindibile per garantire equità, umanizzazione e appropriatezza delle cure», conclude Mangiacavalli.
CIMO-FESMED: «Con ospedali spezzettati rischio caos per i pazienti»
Per il Presidente Guido Quici lo schema di riforma del Servizio sanitario nazionale approvato dal Consiglio dei Ministri solleva forti perplessità nel sindacato. Le linee guida del disegno di legge delega sono estremamente generiche, ma alcune scelte appaiono già chiaramente critiche. In particolare, l’istituzione degli “ospedali elettivi” – strutture per acuti prive di Pronto soccorso – rischia di creare una rete ospedaliera frammentata, con presidi incompleti e un inevitabile aumento dei trasferimenti di pazienti.
Guido Quici
«In un contesto dove i Pronto soccorso sono presi d’assalto, la trasformazione di importanti strutture sanitarie in ospedali elettivi senza Pronto soccorso determinerà un ridimensionamento importante delle strutture d’emergenza a cui i cittadini potranno rivolgersi – dichiara Quici. Al contempo, l’inevitabile potenziamento delle branche mediche e chirurgiche di elezione negli ospedali elettivi potrebbe comportare un contestuale ridimensionamento degli ospedali con Pronto soccorso, dove dunque rimarranno solo attività residuali legate all’emergenza-urgenza. In sintesi, avremo ospedali dedicati quasi solo all’emergenza, impoveriti di reparti d’elezione, e altri concentrati sulle attività programmate. Il risultato sarà un continuo rimbalzo dei pazienti: chi arriva in Pronto soccorso verrà stabilizzato e poi trasferito altrove per le cure definitive, sempre che ci sia un posto letto disponibile. È una logica che aumenta i rischi clinici e complica l’assistenza». Preoccupano inoltre i vincoli finanziari. «Si parla di neutralità economica dei decreti attuativi, ma per finanziare ospedali di terzo livello e grandi tecnologie serviranno risorse. Se non ci sono nuovi fondi, è evidente che si taglierà altrove. E a pagare sarà, come sempre, l’anello più debole del sistema e quindi proprio quegli ospedali con Pronto soccorso abbandonati dai medici e presi d’assalto dai pazienti».
«Il SSN ha bisogno di una riorganizzazione seria e di una reale integrazione tra ospedale e territorio – conclude Quici –. Non possiamo permetterci un’altra riforma sbagliata. Per questo la Federazione CIMO-FESMED seguirà con la massima attenzione l’iter legislativo e valuterà ogni iniziativa necessaria per difendere la qualità dell’assistenza ai cittadini».
FNO TSRM e PSTRP: «Bene la legge delega, ora nei decreti servono ruoli chiari e risorse per tutte le professioni sanitarie»
Così commenta Diego Catania, Presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione, della prevenzione all’indomani dell’approvazione del DDL sul riordino dell’assistenza territoriale e ospedaliera all’interno del Consiglio dei Ministri di ieri. «Il nostro giudizio definitivo, però, dipenderà da come i decreti attuativi renderanno effettivo il protagonismo di tutte le professioni sanitarie nei nuovi modelli organizzativi».
Diego Catania
Secondo la FNO TSRM e PSTRP il DDL non può limitarsi a ridisegnare mappe e funzioni. «Per rispondere efficacemente alla crescente fragilità di una popolazione che invecchia, occorrono investimenti robusti su tutto il territorio nazionale che passano attraverso l’incremento del personale sanitario. Per fare ciò, tante delle nostre professioni dedicate alla fragilità devono essere più attrattive, con riconoscimenti economici e valorizzazione delle proprie competenze, comprese le potenzialità della telemedicina e delle tecnologie digitali», prosegue Catania.
«La Federazione nazionale è pronta a mettere a disposizione del Governo e del Parlamento il proprio contributo tecnico per redigere decreti attuativi finalizzati a rendere la legge delega sulla riforma del SSN uno strumento atto a ridurre le disuguaglianze, attraverso il potenziamento dell’integrazione ospedale-territorio».
Con lo sblocco delle risorse del Fondo per il governo dei dispositivi medici, per un importo complessivo di circa 13 milioni di euro, entra nella fase pienamente operativa il Programma Nazionale di Health Technology Assessment per i dispositivi medici (PNHTA-DM) 2026-2028.
Il Fondo, istituito per sostenere la costruzione e il funzionamento di un sistema nazionale di governance dei dispositivi medici, di cui l’HTA costituisce una componente essenziale, è alimentato annualmente da una quota pari allo 0,75% del fatturato al netto IVA derivante dalla vendita al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) di dispositivi medici e grandi apparecchiature, ai sensi dell’articolo 15 della legge 53/2021 e degli articoli 28 del DLGS 137/2022 e 24 del DLGS 138/2022. Un terzo delle risorse è vincolato alle attività attribuite ad AGENAS, che svolge un ruolo centrale nell’attuazione del Programma.
Il Fondo è stato istituito per sostenere la costruzione e il funzionamento di un sistema nazionale di governance dei dispositivi medici
L’avvio del PNHTA 2023-2025 ha subìto uno slittamento rispetto al cronoprogramma originario, in relazione all’effettiva disponibilità delle risorse, divenute tali solo a fine esercizio 2025 a seguito dei ricorsi amministrativi presentati contro il decreto interministeriale di attuazione del Fondo. Nel frattempo, AGENAS ha completato tutte le attività preparatorie, consentendo oggi l’avvio immediato del PNHTA-DM 2026-2028, che ha ottenuto l’Intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni nel dicembre 2025.
Il Programma prevede un insieme articolato di interventi strategici, tra cui:
la produzione di 50-100 valutazioni HTA nel corso del 2026 su dispositivi medici a elevato impatto clinico, organizzativo ed economico, anche grazie all’ampliamento dell’Albo dei Centri Collaborativi e all’attivazione di Accordi Quadro. Particolare attenzione sarà dedicata alle piattaforme di intelligenza artificiale e alle terapie digitali, sempre più presenti sul mercato;
l’implementazione sistematica dei processi di appraisal e la formulazione di raccomandazioni a supporto delle decisioni di policy e procurement;
la formazione di base degli utilizzatori delle valutazioni HTA, con l’avvio su scala nazionale dei percorsi formativi – dopo le esperienze pilota che hanno coinvolto 60 partecipanti in due edizioni – e l’obiettivo di coinvolgere fino a 1.500 operatori ogni anno;
la formazione avanzata e il capacity building, attraverso il finanziamento di percorsi universitari selezionati, con l’assegnazione di circa 250 borse di studio per corsi di perfezionamento e 50 borse di studio per master universitari di II livello;
lo sviluppo e la messa in esercizio della piattaforma informatica nazionale di supporto al PNHTA;
l’avvio di progetti di ricerca per la generazione di evidenze, con particolare riferimento a real-world data, esiti clinici e modelli di procurement basati sul valore;
il rafforzamento delle attività di comunicazione, informazione e coinvolgimento degli stakeholder, anche attraverso la Rete dei Portatori di Interesse del PNHTA e l’organizzazione di InfoDay territoriali rivolti a Regioni, Aziende sanitarie e altri attori del sistema, a supporto dell’implementazione operativa del Programma a livello regionale e aziendale;
il consolidamento delle azioni di trasparenza e comunicazione a sostegno dell’adozione delle raccomandazioni derivanti dai documenti di HTA.