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Andrea Montagnani è il nuovo Presidente Nazionale dei medici internisti FADOI

È Andrea Montagnani il nuovo Presidente Nazionale di FADOI, la Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti. Guiderà la Federazione nel triennio 2026-2028.

Andrea Montagnani, Direttore della UOC di Medicina Interna dell’Ospedale di Grosseto, internista di riconosciuta esperienza clinica e scientifica, già impegnato nei vertici della rete FADOI e attivo nella ricerca e nella formazione, assume l’incarico con un programma orientato all’innovazione organizzativa, al rafforzamento della medicina interna ospedaliera e all’integrazione tra ospedale e territorio.

«La medicina interna è il punto di equilibrio del sistema ospedaliero»

«È un onore assumere la guida di FADOI in una fase cruciale di trasformazione del Servizio Sanitario Nazionale», afferma Montagnani. «La medicina interna è il punto di equilibrio del sistema ospedaliero: intercetta la complessità clinica, garantisce continuità assistenziale e forma una rete di professionalità indispensabili per rispondere alle nuove sfide demografiche ed epidemiologiche. Il nostro impegno nei prossimi tre anni sarà potenziare questo ruolo, valorizzando competenze, ricerca e innovazione. E in questo senso desidero ringraziare il Presidente uscente Francesco Dentali per il lavoro svolto negli ultimi tre anni e per gli importanti traguardi raggiunti, che hanno consolidato la solidità scientifica e organizzativa della Società».

Il nostro impegno sarà valorizzare competenze, ricerca e innovazione

«Desidero – prosegue – congratularmi anche con Paola Gnerre, Neo-Presidente eletto, che mi affiancherà garantendo continuità e visione per il futuro. Un ringraziamento speciale poi a Dario Manfellotto, Past President, che continuerà a supportare la nuova squadra con esperienza e competenza».

«FADOI – prosegue Montagnani – è una comunità viva, che cresce attraverso confronto, impegno e capacità di trasformare le competenze in progetti concreti per la ricerca, la formazione e la pratica clinica».

Tra le priorità della nuova presidenza:

  • sostenere la centralità della medicina interna nella gestione dei pazienti complessi e polipatologici;
  • rafforzare la formazione continua, con particolare attenzione ai giovani internisti e allo sviluppo di competenze avanzate;
  • promuovere la ricerca clinica e il trasferimento delle evidenze nella pratica quotidiana;
  • sviluppare modelli di collaborazione ospedale-territorio, per migliorare la presa in carico dei pazienti cronici e ridurre inappropriatezza e ricoveri evitabili;
  • dialogare in modo costruttivo con le istituzioni, contribuendo alla definizione delle politiche sanitarie nazionali e regionali.

Dal Dr Google a ChatGPT Health: sanità in crisi, salute in chat?

Negli ultimi giorni, mentre il mondo mediatico celebrava la nascita di ChatGPT Health — nuova sezione dedicata alle domande di salute dentro l’universo di ChatGPT — è emersa con forza una domanda a cui nessuna AI può davvero rispondere: perché sempre più persone preferiscono rivolgersi a un algoritmo piuttosto che a un medico?

Una alternativa (pericolosa) alla mancanza di medici

La risposta non è semplice, ma una parte consistente si trova nelle pieghe di un sistema sanitario allo stremo. Negli Stati Uniti, la scadenza dei sussidi federali dell’Affordable Care Act (ACA) alla fine del 2025 ha spinto milioni di cittadini a riconsiderare la loro capacità di accedere a cure mediche tradizionali. Con premi che schizzano alle stelle e circa 12 milioni di persone a rischio di perdere la copertura sanitaria o vederla drasticamente ridotta, i cittadini si ritrovano a navigare in un sistema sempre più complesso e costoso.

Oltre 40 milioni di persone nel mondo utilizzano ChatGPT ogni giorno per questioni di salute

In questo vuoto, ChatGPT non è più solo un passatempo digitale: secondo un’indagine i cui risultati sono stati rilasciati da OpenAI e Axios a inizio gennaio, oltre 40 milioni di persone nel mondo utilizzano ChatGPT ogni giorno per questioni di salute, interrogandolo su sintomi, piani di assicurazione, costi per le cure private e persino strategie per gestire cure e visite. Negli USA, più in dettaglio, va per la maggiore interrogare l’algoritmo sul significato di alcuni sintomi a qualsiasi ora del giorno e della notte, così come ci si rivolge a lui per comprendere il “medichese” oltre che per cercare opportunità di trattamento per questo o quell’altro problema di salute (un po’ come si era soliti fare con “Dr Google”).

Motivi per cui viene usata l’AI su temi legati alla salute

«Il problema principale di questi strumenti è che si cerca di far passare il loro impiego, non regolamentato, come strumenti di informazione e non come strumenti in grado di fornire suggerimenti diagnostici. Ma il confine tra informazione e diagnosi è estremamente delicato. Che cosa significa, infatti, “fornire un’informazione” a un paziente? Il paziente chiede informazioni per ottenere indicazioni su un possibile trattamento o su una possibile diagnosi. Si può anche spiegare che lo strumento non deve essere usato per fare diagnosi, ma nella pratica le persone lo utilizzeranno proprio per questo», riflette in modo lucido Eugenio Santoro, Direttore dell’Unità per la Ricerca in Sanità e Terapie digitali all’Istituto Mario Negri di Milano.

La casa madre precisa che non è uno strumento di diagnosi o trattamento

Ad ogni modo, la casa madre descrive ChatGPT Health come uno spazio “disegnato per aiutare gli utenti a sentirsi più informati, preparati e sicuri nel navigare la propria salute” — con possibilità di collegare cartelle cliniche elettroniche e app di benessere come Apple Health o MyFitnessPal. Promette crittografia avanzata, conversazioni separate e protezione dei dati sensibili. Ma precisa anche che non è uno strumento di diagnosi o trattamento medico. Come a dire, mettiamo le mani avanti per delegare la responsabilità dell’uso dello strumento all’utente. Perché, di fatto, la scelta di condividere dati sanitari – quanti e quali – dipende solo dall’utente. 

Attenzione: non è un dispositivo medico

Ma sorge spontanea anche un’altra domanda: perché stiamo progressivamente abbandonando quel vecchio rituale di cercare su “Dr Google” risposte sanitarie generiche, per affidare la nostra salute a un’intelligenza artificiale che personalizza i consigli sulla base dei nostri dati?

Eugenio Santoro

In teoria, ChatGPT Health può aiutare a interpretare esami, prepararsi a una visita, capire i costi di assicurazione. In pratica, ci stiamo abituando a un confine pericolosamente labile tra informazione e diagnosi, tra orientamento pratico e sostituzione del medico. Anche se OpenAI insiste sul fatto che l’AI non debba sostituire il personale sanitario, nella realtà dei fatti è proprio questo che sta accadendo nella quotidianità. Specie per coloro che non hanno possibilità di accedere alle cure o di confrontarsi con un medico. Che, tradotto, significa negli USA per quanti non hanno l’assicurazione medica perché sono senza lavoro o la perderanno a causa delle discutibili politiche sanitarie messe in atto dalla politica trumpiana. Analogamente, anche in altri Paesi in cui l’accesso alla salute è un diritto garantito solo in base al censo, avremo sempre più persone che cercheranno di fare autodiagnosi e autocura interfacciandosi con un algoritmo.

«Non vogliono farlo passare come dispositivo medico perché giocano sul fatto che “fornisce solo informazioni”», evidenzia Santoro. Tuttavia, «anche se rimanesse uno strumento informativo, dovrebbe comunque essere coerente con l’AI Act europeo. E in alcuni aspetti non lo è, perché non essendo deterministico e non fornendo spiegazioni sul perché produce certi suggerimenti, potrebbe non ottenere il via libera nemmeno come strumento informativo. Quello che mi preoccupa è che questo strumento venga “venduto” come risposta a bisogni reali: abbiamo bisogno di assistenti, perché il sistema sanitario non riesce a rispondere a tutto».

Il rischio reale di prendere enormi cantonate

E il rischio di errore di fatto è altissimo. Giacché sappiamo che l’algoritmo risponde in modo tanto migliore quanto migliore è il “cibo” – cioè le informazioni – con cui viene “alimentato”. E così, è facile intuire quale mole e quale gravità di errori potranno uscire da questo confronto: la condivisione – magari parziale, magari non adeguata — di dati sanitari del paziente, l’algoritmo che restituisce una risposta con larga probabilità incompleta o viziata da quanto avrà “imparato” in modo stocastico in base ai dati con cui sarà venuto in contatto e un paziente che con difficoltà sarà in grado di leggere in modo critico l’output. Perché, seguendo il ragionamento, la mancanza di lavoro e quindi di assicurazioni che permettano l’accesso alla sanità è spesso direttamente proporzionale al livello di scolarità.

Ecco il cuore critico della questione: quando un sistema pubblico o privato non riesce a garantire assistenza accessibile e comprensibile, l’utenza si rivolge a strumenti che danno risposte rapide, personalizzate e, soprattutto, gratuite o a basso costo. L’AI diventa così la medicina di fatto di chi non può permettersi di aspettare un appuntamento, o semplicemente non ha chiaro come districarsi tra polizze, fatture e codici diagnostici.

L’AI diventa così la medicina di fatto di chi non può permettersi di aspettare un appuntamento

Ma come ogni cura fai-da-te, anche questa ha i suoi rischi. I modelli linguistici possono “prendere degli abbagli”— generare risposte convincenti ma inaccurate — soprattutto in ambiti delicati come la salute mentale o condizioni mediche complesse. Inoltre, non tutti gli algoritmi sono creati uguali, e fidarsi ciecamente di un’intelligenza che non è vincolata alla deontologia medica può trasformare curiosità in pericolo.

Come sottolinea Santoro: «Il rischio principale è che si dia ai cittadini la percezione di poter interagire con uno strumento che “sembra” fornire risposte corrette. Ma la letteratura scientifica mostra che, nella maggior parte dei casi, queste risposte non sono corrette. Per dimostrarne l’affidabilità servirebbero studi scientifici rigorosi. Studi che, ad oggi, non esistono».

Il nodo della privacy dei dati sanitari

Infine, resta la questione della privatizzazione dell’esperienza sanitaria: non stiamo solo scaricando risposte da una chat. Stiamo trasferendo le nostre paure, i nostri dati, le nostre vulnerabilità in spazi digitali controllati da aziende che, seppur etiche nelle promesse, rispondono a logiche di mercato prima che di cura.

Commenta Santoro: «OpenAI stessa non lo nasconde: questi sistemi saranno sviluppati per accedere — oggi negli Stati Uniti, domani forse anche in Europa — a cartelle cliniche, fascicoli sanitari elettronici, dati archiviati nei telefoni. È vero che i dati verrebbero caricati volontariamente dall’utente e non prelevati automaticamente. Ma il punto non è tanto come vengono acquisiti, quanto il fatto che il paziente affidi informazioni estremamente sensibili a questi sistemi. Anche se viene dichiarato che i dati sanitari non saranno usati per addestrare il modello, è una promessa piuttosto debole». Andremmo, insomma, verso «un contesto di privacy praticamente inesistente: io fornisco tutti i miei dati sanitari a un sistema che potrebbe usarli contro i miei stessi interessi. Non mi sembra una situazione rassicurante».

Resta da vedere se riusciremo davvero a difendere l’AI Act da pressioni esterne

In Europa, però, esiste l’AI Act come forma di tutela. Quindi una maggiore protezione normativa rispetto agli USA. Eppure, avverte il ricercatore del Mario Negri: «Resta da vedere se riusciremo davvero a difendere l’AI Act da pressioni esterne. Queste cose non accadono mai per caso: ci sono interessi economici enormi in gioco. Non a caso, l’annuncio di ChatGPT Health è arrivato il giorno dopo che la Food and Drug Administration statunitense ha di fatto deregolamentato gran parte dei sistemi di intelligenza artificiale, eliminando l’obbligo di approvazione come dispositivi medici. Questo spiega molto. Io vedo una scarsa attenzione alle conseguenze e ai pericoli, in controtendenza rispetto a quanto avviene in altri ambiti simili».

In un mondo in cui ogni clic può essere interpretato come sintomo o patologia, la promessa di una salute “a portata di chat” è innegabilmente attraente. E se da un lato ChatGPT Health può alleggerire il peso di domande semplici o burocratiche, dall’altro rischia di diventare l’ultima risorsa di chi non ha altra scelta. La domanda che resta, allora, non è se l’AI può “curare”, ma se noi stiamo curando la tecnologia invece della nostra sanità pubblica e privata.

Se l’AI diventa il medico di tutti, è forse perché il medico di nessuno è più accessibile di una sanità che in diversi Paesi non è un diritto che i cittadini possono pretendere?

La medicina di genere diventa prassi al Policlinico di Milano

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Con il decreto ministeriale del 13 giugno 2019, che ha dato attuazione alla Legge 3/2018, l’Italia è stata il primo Paese europeo a introdurre formalmente la prospettiva di genere nella pratica medica. Una scelta di sistema che ha tradotto in norma un principio chiave della medicina personalizzata: considerare in modo strutturato le differenze biologiche e sociali tra i sessi per garantire cure più appropriate ed efficaci.

Su questo terreno si colloca l’esperienza della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, che ha integrato la prospettiva di sesso e genere nel proprio sistema di qualità ISO 9001:2015, rendendo obbligatorio il riferimento alla letteratura scientifica di settore. Un approccio già operativo in tre PDTA: fragilità ossea (referente Dr.ssa Cristina Eller-Vainicher, Endocrinologa e Docente Università degli Studi di Milano), obesità (referente Prof.ssa Anna Ludovica Fracanzani, Direttrice Medicina a indirizzo metabolico e Docente Università degli Studi di Milano) ed epatocarcinoma (referente Prof. Massimo Iavarone, Gastroenterologo ed Epatologo e Docente Università degli Studi di Milano).

Ne parliamo con Matteo Stocco (Direttore generale del Policlinico di Milano), Roberta Gualtierotti (professoressa associata di Medicina Interna presso il Dipartimento di Fisiopatologia medico chirurgica e dei trapianti all’Università degli Studi di Milano e specialista di Medicina – Emostasi e Trombosi, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico Milano) e Silvana Castaldi (professoressa ordinario di Igiene Generale ed Applicata presso il Dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano e Responsabile della struttura Qualità del Policlinico di Milano).

La visione strategica

Matteo Stocco

Direttore Stocco, l’integrazione della medicina di genere nei PDTA è stata presentata come una leva per ottimizzare le risorse sanitarie e migliorare la qualità dei percorsi clinici. Quali cambiamenti organizzativi e gestionali avete predisposto a livello direttivo per rendere operativo questo approccio?

«Grazie alla professoressa Roberta Gualtierotti siamo molto attenti a rendere operativo ciò che il Ministero della Salute aveva già previsto nel 2019: la differenziazione dei PDTA per genere. Abbiamo avviato una revisione dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali in accordo con il Sistema Qualità aziendale, per garantire una presa in carico e una prosecuzione delle terapie attraverso PDTA più idonei, sia nell’ambito dell’area materno-infantile che nelle malattie rare. Su quest’ultimo punto siamo particolarmente orgogliosi: abbiamo oltre 14mila pazienti che arrivano da tutta Italia proprio perché siamo un Centro di riferimento su molte delle malattie rare approvate dal Ministero. Vorrei sottolineare due elementi che ritengo fondamentali. Il primo riguarda l’ultimo piano triennale HTA, dove viene citata come valutazione di performance del farmaco la cosiddetta “riduzione dell’incertezza”. Questa riduzione si basa proprio sulla differenziazione dell’applicazione dei farmaci per genere e aumenta, insieme con l’aderenza terapeutica, l’efficacia della terapia. Quindi anche dal punto di vista della valutazione dell’impatto terapeutico si sono fatti grandi passi avanti.

La revisione dei PDTA, differenziati per genere, vuole garantire percorsi più idonei e maggiore continuità terapeutica

Il secondo elemento riguarda il DM 77 del 2022 sulla valutazione multidimensionale del bisogno, fatto per la presa in carico predittiva e la stratificazione dei bisogni. In questo decreto vengono citati elementi abbastanza innovativi: le valutazioni sociali e la valutazione di genere. Quindi non è solo una problematica da affrontare a livello ospedaliero, ma lo è anche a livello territoriale e quindi di integrazione tra ospedale e territorio. Questa è una prospettiva che va ben oltre le mura del nostro ospedale».

Il Policlinico è in una fase di grande trasformazione infrastrutturale e organizzativa, con il nuovo monoblocco, il padiglione Sforza e le innovazioni tecnologiche come l’intelligenza artificiale nei percorsi clinici. Come state pensando di integrare la medicina di genere in questo contesto di rinnovamento strutturale e digitale, in modo tale che non sia un’aggiunta burocratica, ma un elemento organico e strategico del nuovo modello ospedaliero?

«Non stiamo aspettando l’apertura del nuovo padiglione Sforza: già adesso gli algoritmi di intelligenza artificiale che coadiuvano, per esempio, l’attività dei radiologi tengono in considerazione le differenziazioni di genere. Qui applichiamo ormai da oltre un anno l’AI generativa in pronto soccorso quando vengono fatte le diagnosi delle fratture multiple: già lì l’algoritmo tiene conto delle differenziazioni di genere. Inoltre, stiamo lavorando in maniera sperimentale anche ad assistenti virtuali di sala operatoria e assistenti in ambulatorio. Queste intelligenze artificiali, ascoltando le conversazioni, riescono a ridurre il volume dell’attività burocratica e a inserire ciò che ascoltano nel registro di sala operatoria, nei verbali e anche nei referti. Queste AI, che da noi si stanno alimentando non solo col tono della voce, ma anche con il timbro e le inflessioni dialettali, hanno bisogno di tutta una serie di informazioni e inoltre tengono conto anche delle differenze dei PDTA che abbiamo inserito nella nostra organizzazione. L’intelligenza artificiale è sicuramente un vantaggio: fa lavorare meglio e tiene conto di differenziazioni che magari il medico o gli infermieri non hanno immediatamente a disposizione. È un elemento strategico del nuovo modello ospedaliero, molto più strategico di quello che si possa immaginare».

C’è però ancora molta paura verso l’intelligenza artificiale…

«Ha centrato l’obiettivo: l’IA è pericolosa se non è governata. Può suggerirci, per dirla semplicemente, di prendere delle pastiglie senza che ce ne sia necessità. D’altro canto, bisogna anche pensare che, soprattutto sulla AI generativa, ma anche con l’utilizzo delle reti neuronali, spesso e volentieri, anche chi la usa non sa da dove abbia preso le informazioni che utilizza. Siamo arrivati a un punto di auto-crescita e auto-alimentazione che è veramente pericoloso. La famosa black box desta giustificata preoccupazione».

L’intelligenza artificiale può essere un vantaggio e un elemento strategico del nuovo modello ospedaliero, ma deve essere ben governata

Tornando alla medicina di genere, cosa manca ancora per rendere questo cambiamento culturale davvero pervasivo?

«Già nella formulazione dei trial è relativamente da poco tempo che si fanno differenziazioni di genere e dal 2019 non è passato molto tempo. Credo che vadano fatti degli sforzi più importanti, soprattutto nell’ambito medico. Va fatta una campagna di sensibilizzazione molto più approfondita di quella che si è fatta fino adesso».

E la formazione su questo tema?

«Noi qui la facciamo: abbiamo un ufficio formazione che offre oltre 600 corsi annui, e molti vengono fatti anche su questo tipo di tematiche. Come sempre, come in tutte le situazioni e in tutti gli ospedali, ma in tutte le realtà complesse, dove c’è qualcuno che ci mette l’impegno e ci crede, si riescono a fare grandi cose. Noi siamo tra gli ospedali che hanno la fortuna di avere un gruppo che lavora con convinzione in questo senso».

La ricerca e l’applicazione clinica

Roberta Gualtierotti

Professoressa Gualtierotti, come nasce operativamente la richiesta a ricercatori e clinici di includere le evidenze di genere nella stesura e revisione di PDTA e documenti?

«Questa richiesta si basa sul Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere del 2019, che prevede questo tipo di analisi come parte del rigore scientifico e della Good Clinical Practice. Insieme alla Professoressa Silvana Castaldi, responsabile del Sistema Qualità, abbiamo introdotto una richiesta a tutti i clinici e ricercatori che producono o rivedono documenti PDTA o altri documenti di qualità, per far sì che necessariamente valutino in letteratura le eventuali differenze di sesso e genere sull’argomento trattato».

Quali sono le sfide principali che state affrontando?

«C’è ancora molto da fare perché molto spesso non ci sono evidenze disponibili in letteratura sulle differenze di sesso biologico e genere, oppure i dati forniti non sono disaggregati. Quindi in questa fase stiamo osservando, raccogliendo dati e sensibilizzando i clinici e i ricercatori. Stiamo promuovendo corsi di formazione tenuti dagli stessi esperti di Policlinico che hanno già adottato un approccio di medicina di precisione in ottica di genere in diversi settori aperti a tutti i dipendenti. La raccolta di dati più completi, compresi gli indicatori di qualità specifici per ogni PDTA, ci fornirà informazioni dettagliate su quanto sia stata d’impatto questa modifica. Allo stesso tempo, sarà utile a identificare lacune di conoscenza scientifica da colmare con nuovi studi e attività di ricerca».

Come affrontate il problema della carenza di dati?

«Su questo tema stiamo lavorando con la Professoressa Castaldi per introdurre un ulteriore punto di controllo volto a verificare che la medicina di genere sia presa in considerazione già nella fase di progettazione degli studi clinici e successivamente anche nella ricerca preclinica. In assenza di questi presupposti metodologici, infatti, non è possibile generare dati adeguati e trasferibili alla pratica clinica.

Molto spesso mancano evidenze in letteratura su sesso e genere, o i dati non sono disaggregati

All’interno del Policlinico stiamo quindi promuovendo l’introduzione di una richiesta specifica rivolta ai ricercatori: non solo la disponibilità di dati disaggregati, ma anche la definizione di disegni di studio che integrino fin dall’inizio i principi della medicina di genere. Ciò include la considerazione delle differenze di sesso biologico negli studi su animali, cellule e tessuti, e anche delle differenze di genere negli studi sull’uomo.

Gli indicatori di questo percorso includeranno, tra gli altri, il numero di pubblicazioni scientifiche che riportano analisi stratificate per sesso e genere. Va infatti sottolineato che un numero crescente di riviste scientifiche richiede già questo tipo di analisi, rendendo tale approccio sempre più uno standard metodologico. Si tratta di un percorso di rigore scientifico nell’ambito della ricerca medico-scientifica che porta a una pratica clinica più appropriata ed equa».

Può farci esempi concreti di come la medicina di genere cambia la pratica clinica?

«Un esempio è il PDTA sull’epatocarcinoma sviluppato dal Professor Massimo Iavarone che già integra l’ottica di genere. Inoltre, negli ultimi anni è emersa in tutto il territorio nazionale una discrepanza significativa nella lista trapianti di fegato. Infatti, le donne sono inserite meno frequentemente in lista trapianti rispetto agli uomini, pur avendo l’indicazione clinica a farlo. Su questo sta lavorando un gruppo multidisciplinare di ricercatori che hanno proposto uno studio che valuterà le cause di queste discrepanze e permetterà di rivedere il PDTA inserendo tra gli indicatori anche la percentuale di soggetti di un sesso o degli altri inseriti in lista. La Dr.ssa Eloisa Franchi (Chirurgia generale – Trapianti di fegato), PI (Principal Investigator) dello studio, è stata premiata da Fondazione Cariplo nell’ambito del Bando Inequalities Research.

Ogni condizione deve avere indicatori specifici, perché le differenze di sesso biologico e di genere non sono uguali per tutte le malattie

Un altro esempio è il PDTA redatto dalla Dr.ssa Cristina Eller-Vainicher. Le fratture da fragilità non sono solo un problema femminile, ma colpiscono spesso anziani di sesso maschile con la necessità di creare percorsi dedicati a migliorare l’appropriatezza e l’efficacia della presa in carico di questi pazienti. Il monitoraggio si baserà sui dati relativi agli accessi, alle prestazioni e alla tipologia dei pazienti presi in carico prima e dopo l’applicazione del PDTA. Ogni condizione avrà indicatori specifici, perché le differenze di sesso biologico e di genere non sono uguali per tutte le malattie».

Che ruolo ha la formazione in questo processo di cambiamento culturale?

«Da almeno due anni portiamo avanti una serie di seminari chiamati “Gender Medicine Rounds”, dove i ricercatori che fanno parte del gruppo medicina di genere, in realtà aperto a tutti i ricercatori e clinici del Policlinico, condividono dati, progetti o percorsi implementati o in corso e discutono come vengono applicati i criteri delle differenze di sesso biologico e di genere nell’ambito di loro competenza. I seminari sono aperti a tutti coloro che sono interessati ad approfondire il tema».

Da due anni i “Gender Medicine Rounds” promuovono confronto interdisciplinare su sesso e genere nella pratica clinica

Come è stata recepita questa innovazione dal punto di vista clinico e manageriale?

«Questo processo ha visto il coinvolgimento dei tre Direttori, Sanitario, Scientifico e Generale, che hanno supportato la nostra proposta. In realtà si tratta dell’attuazione di una legge ministeriale, perché la legge del 2018 prevede che l’analisi di sesso e genere sia applicata in ambito medico per il rigore scientifico e la Good Clinical Practice. Stiamo finalmente mettendo in atto un processo che richiede l’impegno di tutti a diversi livelli, dalla preclinica alla clinica, dalla gestione del Sistema Qualità alla Dirigenza e all’Amministrazione. Richiede lo sforzo di raccogliere le informazioni su accessi e prestazioni, riportare eventuali discrepanze e poterle utilizzare per una medicina sempre più efficace ed equa, con il fine ultimo di migliorare la qualità delle cure e il benessere dei pazienti».

Il Sistema Qualità

Silvana Castaldi

Professoressa Castaldi, può illustrarci dal punto di vista tecnico il modello organizzativo concreto che avete adottato per integrare la medicina di genere nei PDTA?

«La Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano è una struttura certificata dal 2016 secondo la norma ISO 9001:2015. Sentita l’esigenza di arricchire il Sistema Qualità con la medicina di genere, abbiamo deciso con la Professoressa Gualtierotti, in accordo con la ISO 9001 nella versione 2015, di inserire in tutti i documenti un paragrafo che declini per quella particolare attività anche l’impatto sulla medicina di genere».

Come viene garantita concretamente l’implementazione di questi criteri?

«La gestione dei documenti di Sistema Qualità è declinata in un documento specifico. Questo documento è stato mandato in revisione ed è stato aggiunto il paragrafo “Medicina di genere” per ogni documento che abbia un impatto sulla medicina di genere. Quindi, per esempio, tutti i documenti (come istruzioni operative, procedure, protocolli e percorsi diagnostico-terapeutici) devono, necessariamente, avere un paragrafo dedicato alla medicina di genere. Tutti gli altri documenti che non hanno impatto sul paziente possono anche non averla.

Il Sistema Qualità integra la medicina di genere, inserendo l’analisi dell’impatto di genere in tutti i documenti principali relativi al paziente

Tutti i documenti, prima di essere pubblicati, vengono riletti dallo Staff Sistema Qualità e, nel caso non ci fosse questo paragrafo, prima della pubblicazione, viene richiesto all’estensore del documento. In particolare, i percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali devono avere degli indicatori e tra gli indicatori è richiesto alle strutture, ove possibile, che possano rendicontare l’impatto sulla medicina di genere».

Quali responsabilità operative sono state assegnate per garantire il monitoraggio?

«La frequenza di monitoraggio degli indicatori è definita dall’équipe assistenziale, quindi possono essere di tre mesi, di sei mesi, di quattro mesi o di un anno. Questa è una decisione del clinico che non riguarda noi del Sistema Qualità. Solamente a distanza di due o tre anni, quando il monitoraggio per noi sarà assestato, allora potremo chiedere dei cambiamenti. È ovvio che i PDTA che sono stati editati nell’ultimo trimestre e che hanno il paragrafo della medicina di genere non hanno ancora indicatori sulla medicina di genere perché sono i primi tre mesi in cui il PDTA è stato impostato, quindi glieli chiederemo nel 2027».

Questa innovazione si estenderà anche alla ricerca?

«Certo. In accordo con la professoressa Gualtierotti, noi abbiamo impostato la verifica dell’impatto dell’attività dell’ospedale sulla medicina di genere, ma proprio questa settimana [inizio di dicembre, n.d.a.] ho avuto una riunione con il Clinical Trial Center del Policlinico di Milano: anche tutta la ricerca no profit che parte dal nostro Ospedale avrà la richiesta di essere integrata con l’impatto sulla medicina di genere. Questo chiude il cerchio tra pratica clinica e ricerca scientifica».

Sanità, la manovra senza sorprese: dalla bozza alla legge, i numeri restano gli stessi

“E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure” cantava De Gregori. E qualcosa della bozza iniziale rimane anche nel testo approvato della Legge di Bilancio. Forse anche più di qualcosa. Perché, in buona sintesi, poco ci si è discostati tra le due versioni nei mesi di iter parlamentare. Almeno in tema di sanità.

Come a dire che a poco o nulla sono servite le migliaia di emendamenti presentati – apparsi e poi scomparsi – e le audizioni parlamentari dei portatori di interesse.

Sin da quando la prima bozza della Legge di Bilancio fu resa pubblica, il quadro appariva ben chiaro: la spesa sanitaria sarebbe aumentata, ma non abbastanza da modificare la traiettoria di un Servizio sanitario nazionale sotto pressione.

Con l’approvazione definitiva della legge lo scorso 30 dicembre, il confronto tra il testo iniziale e quello finale mostra che l’impianto non è stato stravolto. Le cifre annunciate restano, così come restano le criticità evidenziate fin dall’inizio.

Fondo sanitario nazionale: rimane l’aumento annunciato

Leggendo la prima bozza della manovra finanziaria si prendeva atto della previsione di un incremento complessivo di oltre 6 miliardi di euro per la sanità, concentrato soprattutto sul Fondo sanitario nazionale, con l’obiettivo di garantire una crescita progressiva delle risorse nel tempo. Aumento che in realtà era di solo 2,4 mld di euro, essendo la restante parte dell’aumento già previsto dalle manovre degli anni precedenti.

Ebbene, questa impostazione è stata confermata nel testo definitivo della Legge di Bilancio per il 2026.

Le cifre indicano un incremento del Fondo sanitario nazionale di 2.382,2 milioni di euro per quest’anno che, in aggiunta allo stanziamento precedente, porta a un ammontare di 142,9 miliardi di euro, poco meno dei 143,1 ipotizzati.

Il 2027 e il 2028 potranno beneficiare di un incremento di 2,63 miliardi di euro (inizialmente previsti 2,65) ciascuno, anche in questo caso poco al di sotto della cifra ipotizzata all’inizio dell’iter della manovra (2,65 miliardi).

La spesa sanitaria aumenta, ma resta insufficiente a coprire costi crescenti, inflazione e invecchiamento

Restano quindi le criticità già evidenziate sia nell’analisi asettica della bozza di legge sia nelle considerazioni degli analisti. Che, in sintesi, indicano un aumento reale della spesa sanitaria, ma non sufficiente a compensare l’aumento dei costi, l’inflazione sanitaria e l’invecchiamento della popolazione. La legge di Bilancio, insomma non concorre a correggere questo squilibrio.

In altri termini, “la manovra non basta”: la crescita della spesa non cambia la condizione strutturale del SSN, che resta in affanno sul fronte dell’offerta di servizi, delle liste d’attesa e della capacità di risposta ai bisogni sanitari.

Il testo definitivo, pur arricchito di dettagli attuativi, non smentisce questa valutazione. Manca quella svolta strutturale che tutta la filiera della salute richiedeva a gran voce e si attendeva. Il risultato è una continuità piena tra la diagnosi iniziale del testo di legge e l’esito finale: più risorse, ma senza un cambio di paradigma.

Personale sanitario: più assunzioni, stesso perimetro

Uno degli assi portanti della manovra sarebbe stato quello sugli interventi per il personale sanitario, fatto di nuove assunzioni e misure per rendere più attrattivo il lavoro nel Ssn. Anche se pareva mancasse una riforma complessiva delle regole di spesa.

È stata infatti confermata la spesa massima annuale di 450 milioni di euro per l’assunzione straordinaria di personale a tempo indeterminato per rimpinguare le file di medici e infermieri del SSN. Si spera così di far fronte alle liste d’attesa spesso in tilt, e a garantire il rispetto delle altre voci dei LEA (Livelli essenziali di assistenza), tra gli ospedali e le famigerate Case di Comunità di PNRR memoria.

La Manovra prevede aumenti delle indennità sanitarie: 412 milioni per medici e veterinari, 480 per infermieri, 13,5 per dirigenti e 208 per operatori socio-sanitari

La nuova Manovra conferma anche la previsione dell’aumento dell’indennità di specificità sanitaria, che arriva a 412 milioni per medici e veterinari e 480 milioni per gli infermieri. Parliamo di valori annui a partire da quest’anno. Sono invece 13,5 i milioni a disposizione per le indennità dei dirigenti sanitari e 208 quelli destinati agli operatori socio-sanitari.

Farmaceutica: i tetti di spesa diventano uno dei cardini

Confermata anche la revisione dei tetti di spesa per la farmaceutica, certamente uno degli elementi più concreti della manovra nonché uno dei capitoli più strutturati, pensati per rendere più sostenibile la spesa e ridurre le tensioni tra Stato, Regioni e imprese.

Qui il passaggio dalla bozza alla legge è quasi lineare: ciò che era previsto viene approvato, senza arretramenti.

Quindi il tetto di spesa complessivo viene aumentato dal 15,3% al 15,55%, cioè di 350 milioni di euro aggiuntivi, che saranno utilizzabili per gli acquisti diretti e per la spesa convenzionata.

Nel primo caso la spesa per i farmaci comprati direttamente da ospedali e ASL è aumentata dello 0,30%, mentre il tetto per i medicinali che i cittadini pagano con ricetta SSN cresce dello 0,05%. Il rovescio della medaglia però è la riduzione del Fondo per i farmaci innovativi di 140 milioni di euro annui, passando così da 1,3 a 1,16 miliardi annui già a partire dal 2026.

Dispositivi medici: +0,2% per tetto di spesa

Buone notizie per il comparto dei dispostivi medici. Da quest’anno il tetto di spesa viene aumentato dello 0,2%, arrivando al 4,6% del Fondo sanitario nazionale, pari a 280 milioni di euro annui, senza novità sul fronte delle regole vigenti in tema di suddivisione del tetto tra le diverse Regioni.

Assente tanto nel testo di legge licenziato dal Parlamento quanto nella sua bozza iniziale qualsiasi riferimento al tema del payback di settore.

Prevenzione: una voce presente, ma (purtroppo) marginale

Nella bozza della Legge di Bilancio, la prevenzione era citata come un’area di intervento che avrebbe potuto essere anche significativa, ma con un peso relativo del tipo “piuma”.

Il testo definitivo della legge mantiene la prevenzione tra le priorità, ma depotenzia – se possibile – la portata degli interventi tagliandone le gambe ancor prima dell’inizio della corsa.

Dei circa 690 milioni di euro previsti, di cui 486 per la prevenzione sanitaria, 120 per le campagne vaccinali e 80 per la salute mentale, ne rimangono circa 565 complessivi. Di cui 238 sono sparpagliati in una miriade di attività, nella migliore tradizione italiana dei finanziamenti a pioggia che non accontentano né scontentano nessuno.

E, quindi, dal potenziamento dello screening mammografico per il tumore alla mammella, all’estensione di test genomici su campioni di biopsia liquida necessari per l’individuazione delle mutazioni di ESR1 nei casi di carcinoma mammario. Dal potenziamento dello screening per il tumore del colon-retto, alla profilazione genomica HRD del carcinoma sieroso di alto grado dell’ovaio in stadio avanzato. Passando per l’incremento del finanziamento per il concorso al rimborso alle regioni per l’acquisto di vaccini del calendario nazionale vaccinale, per il potenziamento dei test di Next-Generation Sequencing (Ngs) per la profilazione delle malattie rare, per programmi di diagnosi precoce e la presa in carico tempestiva delle persone con Parkinson e terminando con un programma nazionale per prevenzione e cura delle patologie reumatologiche.

A questi 238 milioni se ne aggiungono altri 247 per un altro, non meglio identificato, potenziamento della prevenzione e ancora 80 milioni per il Piano nazionale per la Salute mentale nel 2026, che saliranno a 85 milioni nel 2027 e a 90 nel 2028.

Privato accreditato e liste d’attesa: continuità operativa

Sin dalla prima bozza di testo di legge era chiaro come la manovra puntasse anche a ridurre le liste d’attesa, facendo leva su una maggiore flessibilità nell’utilizzo delle strutture accreditate e su prestazioni aggiuntive.

Il testo definitivo conferma questa impostazione, mantenendo l’aumento dell’1% della quota di spesa per l’acquisto da parte del SSN di prestazioni, beni e servizi erogati dal privato accreditato.

La legge non va oltre la bozza anche per quanto riguarda l’aumento da 50 a 70 milioni di euro destinati all’Ospedale Bambino Gesù.

Farmacia dei servizi: salto di qualità

Una nota speciale merita il capitolo delle farmacie. Atteso, ma non palesato sin da subito, il riconoscimento del loro ruolo in seno alla sanità nazionale. Ma il testo finale accoglie uno dei primi emendamenti, che va anche oltre le aspettative: le farmacie – private convenzionate o pubbliche – sono riconosciute come parte integrante del Ssn, come erogatrici di prestazioni sanitarie.

E, con un colpo di scopa dell’ultimo momento che ha rimosso la necessità di essere accreditate come fornitori della sanità pubblica, le farmacie potranno beneficiare di 50 milioni di euro all’anno per i servizi erogati per conto del SSN. Il che, tradotto, significa che alle farmacie sarà rimborsato un corrispettivo per ogni prestazione erogata. Corrispettivo che potrà variare a seconda del tipo di servizio sarà regolato da accordi regionali tra ministero della Salute e le singole Regioni.

La Legge di Bilancio sulla sanità è coerente con se stessa. Quello che prometteva nella bozza, lo mantiene nella legge. Ma proprio questa coerenza racconta il limite dell’intervento: la crescita delle risorse non diventa riforma, e la prudenza contabile prevale sull’ambizione di sistema.

Il SSN riceve ossigeno, ma non cambia passo.

Le prime linee guida per la comunicazione social in ortopedia

Negli ultimi anni i social media sono diventati un canale sempre più utilizzato anche per la comunicazione nell’ambito della salute e della medicina. E in ortopedia la comunicazione da parte di specialisti, rispetto a tecniche e risultati di intervento, soprattutto di tipo protesico, è cresciuta in maniera considerevole.

In seguito all’aumento dei messaggi sui social media, spesso incompleti, ambigui o eccessivamente “promozionali” la SIOT, Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, ha deciso di intraprendere un lavoro in collaborazione con uno studio legale per chiarire quali siano i limiti della comunicazione medico-paziente sulle piattaforme digitali. Non per un rifiuto ideologico dei nuovi canali, quanto per il rischio concreto che messaggi parziali o costruiti in modo ambiguo producano confusione, pubblicità ingannevole e concorrenza scorretta tra professionisti.

La SIOT chiarisce i limiti della comunicazione medico-paziente sui social per evitare messaggi ambigui e ingannevoli

Sono state quindi messe a punto le Linee Guida in materia di comunicazione sui social media, specifiche per la comunicazione in ortopedia attraverso i social media, con l’obiettivo di tutelare pazienti e professionisti e di stabilire buone pratiche per una comunicazione corretta.  

Di questo tema abbiamo parlato con Fabrizio Rivera, Direttore S.C. Ortopedia e Traumatologia. SS. Annunziata, Ospedale di Savigliano (CN), co-Autore delle linee guida e socio SIOT.

 Come nasce l’idea di lavorare su linee guida dedicate ai social media?

Fabrizio Rivera


«La spinta è stata il proliferare esponenziale di messaggi promozionali su alcune piattaforme social, da parte di colleghi ortopedici. È diventato un fenomeno molto visibile, con molti contenuti che promuovono tecniche chirurgiche o trattamenti medici, spesso in modo accattivante. Come SIOT abbiamo il compito di tutelare sia i pazienti, che non devono ricevere informazioni false o ingannevoli e non devono essere esposti a messaggi che omettono rischi e complicanze, sia i colleghi che comunicano in modo corretto ma che rischiano di essere messi sullo stesso piano di chi non segue le regole etiche e pubblicitarie, e di subire così un danno reputazionale e professionale.

Il lavoro è frutto di un percorso strutturato, in collaborazione con uno studio legale, che ha permesso di analizzare e comprendere la legislazione che regola la comunicazione medico-paziente sui social. Esiste una ampia serie di norme e regole riguardanti la pubblicità sanitaria e comparativa, i codici autodisciplinari e la deontologia medica. Abbiamo raccolto e analizzato questo corpo di regole per capire quali siano i limiti reali, oggi. Questi risultano ancora poco definiti; il confine tra informazione corretta e messaggio promozionale fuorviante è spesso sottile, e questo rende difficile anche un eventuale intervento sanzionatorio. Da qui la necessità delle linee guida».

Quali problemi sono stati individuati nei contenuti social degli ortopedici?

«Un punto fondamentale delle norme pubblicitarie in ambito medico è che, quando si descrive una terapia o una tecnica, bisogna indicare anche complicanze ed effetti collaterali. È un obbligo chiaro nella normativa sulla pubblicità sanitaria. Ma sui social media questo accade raramente.

Il confine tra informazione corretta e messaggio promozionale fuorviante è spesso sottile

Si vedono continuamente colleghi che mostrano il lato positivo di un intervento di protesi o l’efficacia di una procedura, però senza chiarire rischi e possibili complicanze; il messaggio può essere formalmente vero, ma suggerire un’idea sbagliata. Per esempio: affermare che una certa tecnica di protesi di ginocchio permette un recupero veloce, senza perdite di sangue e senza recidere tendini e muscoli può essere d’effetto per il paziente. Ma si tratta di caratteristiche comuni agli interventi standard: non esiste una protesi d’anca o di ginocchio in cui si recidano capsula, tendini o si attraversino muscoli, come il messaggio lascerebbe intendere. Si tratta quindi di un messaggio ambiguo, che induce a pensare che quella tecnica sia “migliore” rispetto a quelle di altri specialisti, che comporti meno rischi di insuccesso o un miglior risultato a lungo termine, e genera confusione.

Lo stesso vale per termini, ormai ultra-inflazionati, come “mini-invasivo” senza descrivere la normalità dell’intervento, facendo intendere di eseguire piccole incisioni che possono portare grandi vantaggi; ciò potrebbe portare il paziente spesso già fragile, spaventato o in cerca di soluzioni immediate, a scegliere sulla base di percezioni distorte».

Qual è l’orientamento della SIOT rispetto all’uso dei social media?

«La Società sconsiglia fortemente l’utilizzo di piattaforme social che non trasmettono contenuti scientifici. Esistono ambienti più professionali, come LinkedIn, dove la comunicazione ha un’impostazione più scientifica, è più normata e avviene soprattutto tra colleghi. In quel contesto il rischio di messaggi ambigui verso il grande pubblico è minore. Al contrario, piattaforme come Instagram, YouTube, TikTok o Facebook sono canali non scientifici, dove i contenuti medici si mescolano con comunicazioni poco affidabili e quindi più difficili da interpretare correttamente».

Oltre all’uso delle piattaforme, quali sono gli altri punti chiave delle linee guida?

«Le linee guida richiamano diversi aspetti: evitare pubblicità comparativa e messaggi denigratori o ingannevoli; rispettare principi generali come buon costume e l’inclusività; non violare i diritti altrui; proteggere i dati personali dei pazienti. L’uso di immagini o video di pazienti, anche con il loro consenso, è un tema critico: il paziente spesso non ha piena consapevolezza di come quel materiale possa essere usato e diffuso. Quindi la tutela della privacy è fondamentale.

Grande attenzione a correttezza, completezza e chiarezza, includendo complicanze ed effetti collaterali senza autoreferenzialità

Sul piano del contenuto, molta attenzione è stata data ai principi di correttezza, completezza e chiarezza nel descrivere procedure e risultati, che dovrebbero sempre includere complicanze ed effetti collaterali, senza presentare implicitamente la propria tecnica come superiore a quelle dei colleghi».

Come sono state accolte queste linee guida e quali saranno i prossimi passi operativi?

«Il progetto è stato presentato durante il Congresso nazionale SIOT 2025 di Roma ed è stato accolto molto favorevolmente, segno che se ne sentiva l’esigenza. D’altra parte, la Società Scientifica aveva ricevuto diverse sollecitazioni da parte di soci per lavorare su questo tema. Il documento è stato pubblicato sul sito della società e prossimamente lo sarà sul Giornale italiano di Ortopedia e Traumatologia. Nel concreto, verrà istituita una commissione incaricata di valutare le segnalazioni sui contenuti social; in caso di violazioni il responsabile sarà segnalato all’Ordine dei Medici competente. La società non ha mezzi legali diretti per sanzionare al di fuori degli strumenti interni, ma agisce con il fine di promuovere un comportamento più corretto e calmierare il fenomeno dei messaggi non conformi in tutto l’ambiente ortopedico».

Sanità, territori e nuove fragilità: il terzo settore come sensore del cambiamento

Negli ultimi anni, il terzo settore è emerso come un pilastro sempre più centrale nell’ecosistema sanitario italiano, non solo come espressione di solidarietà, ma come partner strategico del sistema pubblico. Secondo recenti analisi, sono quasi 13mila le organizzazioni non profit attive in ambito sanitario, con oltre 103mila dipendenti e centinaia di migliaia di volontari impegnati quotidianamente.

Di fronte a sfide come la povertà sanitaria, l’invecchiamento delle popolazioni e la crescente complessità delle cure territoriali, le organizzazioni non profit stanno assumendo un ruolo sempre più strutturato e integrato nella co-progettazione con le istituzioni pubbliche.

In questo panorama, la domanda non è più se il terzo settore faccia la differenza, ma come e quanto contribuisca effettivamente a migliorare gli esiti per i pazienti, a rendere più efficienti i percorsi di cura e a ridurre le disuguaglianze. È su queste evidenze che si gioca la sua legittimazione come attore strategico nella sanità del futuro.

A TrendSanità approfondiamo il tema con Carla Collicelli, sociologa, già Direttore Generale del CENSIS, esperta in welfare, salute e sanità e Senior Expert di ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile).

Carla Collicelli

Nel dibattito attuale si parla spesso del terzo settore come partner strategico del sistema salute. Quali sono, a suo avviso, le evidenze concrete anche in termini di outcome per i pazienti, efficacia dei percorsi di cura e riduzione delle disuguaglianze, che giustifichino questo cambio di ruolo rispetto al passato?

«Già il fatto che oggi disponiamo di dati è un indicatore importante. L’Istat realizza periodicamente indagini quantitative e qualitative che ci permettono di misurare il peso del terzo settore in Italia. Storicamente il suo ruolo è sempre stato significativo, ma operava spesso sottotraccia e con scarso riconoscimento. Oggi sappiamo che il terzo settore è un pilastro del nostro welfare, in particolare nelle politiche sociali, ma non solo: rappresenta il primo supporto alla famiglia e alle comunità. Questo è legato anche alla natura “familistica” del welfare italiano, in cui molti bisogni venivano dati per scontato come responsabilità delle famiglie. Ma questa capacità familiare si è ridotta: pensiamo solo alle donne, che oggi lavorano molto più che in passato. In questo contesto il terzo settore diventa il punto di riferimento quando il sistema pubblico non arriva o arriva in modo tardivo o inadeguato. Ecco perché oggi sta ricevendo maggiore visibilità e riconoscimento, anche se in modo disomogeneo tra territori».

Quali modelli di integrazione tra Servizio Sanitario Nazionale e organizzazioni del terzo settore ritiene più efficaci? E quali rischi di frammentazione intravede?

«Il terzo settore è cruciale nelle aree di intervento “di confine” tra sociale e sanitario: per esempio, la presa in carico dopo dimissioni da ricoveri o terapie importanti, dove il SSN è ancora carente. Lo stesso vale per l’assistenza continuativa a non autosufficienti, disabili o prima infanzia: oggi meno del 10% degli anziani che avrebbero diritto all’assistenza domiciliare la ricevono attraverso i canali pubblici.

Il terzo settore è cruciale nelle aree di intervento “di confine” tra sociale e sanitario

In questo vuoto operano una rete fittissima di associazioni, sia di patologia sia territoriali, che offrono orientamento e spesso servizi diretti. Questa funzione sanitaria si intreccia con compiti più sociali di competenza dei comuni: prevenzione del disagio psichico, spazi di aggregazione, prevenzione della devianza minorile. Tutti ambiti che richiedono integrazione, ma dove il rischio di frammentazione è sempre dietro l’angolo».

Affrontiamo il tema della sostenibilità finanziaria e dei possibili limiti etici del ricorso al volontariato: dal punto di vista economico, il terzo settore è sostenibile?

«Il terzo settore offre servizi a basso costo proprio perché utilizza molto volontariato, ed è quindi sostenibile sul piano economico. Tuttavia, quando gli oneri diventano troppo gravosi è necessario integrare con finanziamenti pubblici e forme di collaborazione e delega. Questo ormai avviene in molte realtà territoriali. Ma la sostenibilità va intesa in senso più ampio, come propone l’Agenda ONU e come noi in ASviS sottolineiamo: significa chiedersi se l’azione del terzo settore previene l’aggravamento di situazioni critiche e riduce esclusione e marginalità. Il terzo settore, radicato nei territori, conosce i fattori di rischio e interviene precocemente: è spesso un “sensore” che individua disagi prima che esplodano. Questo è un contributo fondamentale alla sostenibilità complessiva del sistema».

Radicato nei territori, il terzo settore conosce i fattori di rischio e interviene precocemente: è spesso un “sensore” che individua disagi prima che esplodano

Un tema molto discusso negli ultimi anni riguarda l’innovazione digitale, soprattutto in relazione al PNRR e alla domiciliarità. Che ruolo può giocare il terzo settore nelle trasformazioni digitali che riguardano le persone più fragili?

«Anche il terzo settore è coinvolto nella transizione digitale, ma con un approccio peculiare: mantiene al centro la persona umana e la dimensione relazionale della cura. Le tecnologie sono utili quando realmente migliorano assistenza e monitoraggio, ma possono creare rischi: disinformazione, manipolazione, isolamento sociale, uso scorretto dell’IA. Il terzo settore richiama quindi ai principi etici della cura e alla necessità di non perdere il valore della relazione terapeutica.

Detto ciò, molte realtà hanno già utilizzato efficacemente strumenti digitali: ricordo cooperative che, durante la pandemia, hanno attivato servizi telefonici o online per monitorare anziani soli. Oggi la tecnologia consente interventi più rapidi e accurati. Nella componente più tecnica della sanità, come robotica e chirurgia avanzata, il terzo settore non è protagonista, ma riconosce il valore di queste innovazioni. L’importante è “cavalcare” questa trasformazione senza subirne gli effetti negativi».

Guardando al futuro, quali nuovi indicatori sui determinanti sociali della salute dovrebbero essere utilizzati per inquadrare meglio il contributo del terzo settore?

«Negli ultimi decenni abbiamo fatto molta strada. Prima si consideravano quasi esclusivamente cause organiche, genetiche o comportamentali. Oggi sappiamo che i determinanti sociali della salute sono moltissimi: la crisi climatica, l’inquinamento, l’organizzazione delle città, i trasporti, la disponibilità di spazi verdi, le relazioni sociali, le condizioni del lavoro o la sicurezza nelle scuole. Il terzo settore ha fatto da apripista, cercando, da sempre, di collocare patologie e disagi dentro questo contesto più ampio. Ora questo approccio viene riconosciuto anche dalle istituzioni. Da qui la crescita di strumenti come co-programmazione, co-progettazione e amministrazione condivisa, che permettono di integrare pubblico, privato e terzo settore per affrontare in modo sistemico i fattori che influenzano la salute».

Il terzo settore affronta la transizione digitale mantenendo al centro la persona e le relazioni di cura

Vorrebbe aggiungere un’ultima considerazione per completare il quadro?

«Vorrei richiamare il concetto di paradigma relazionale, sviluppato da un gruppo di esperti di cui faccio parte, chiamato “Piano B”. L’idea è semplice, ma rivoluzionaria: la salute e il welfare non possono essere compresi mettendo al centro un individuo isolato. Tutto si gioca nella qualità delle relazioni: tra paziente e operatore, tra servizi pubblici e privati, tra discipline diverse. Il paradigma relazionale si contrappone ai modelli troppo tecnicistici del biomedico, a quelli economicistici centrati solo sui costi, e a quelli burocratici costruiti in silos. Si integra invece con la prospettiva One Health e Global Health: la nostra salute dipende da ciò che accade nel mondo interconnesso in cui viviamo, come il Covid ci ha insegnato».

Uno strumento digitale per rispondere ai dubbi delle pazienti con tumore al seno metastatico

A volte manca il tempo, altre forse il coraggio, mentre rispondere a un interrogativo è fondamentale per aiutare una paziente. Per questo è nata “PerTeNoicisiamo”, una app voluta dall’Associazione “Tumore al Seno Metastatico Noicisiamo” APS, dedicata alle pazienti che convivono con un carcinoma mammario al quarto stadio (o metastatico). È un nuovo strumento di comunicazione tra pazienti e professionisti sanitari, e vuole rispondere al bisogno di informazioni mirate e chiarimenti sulla cura della patologia. Le domande di queste pazienti devono ricevere risposte affidabili.

Spesso manca tempo o coraggio, ma rispondere è fondamentale; per questo è nata la app “PerTeNoicisiamo”

L’iniziativa dell’Associazione è realizzata, grazie ad un contributo di Susan G. Komen Italia – APS, con la collaborazione del Collegio Italiano dei Primari di Oncologia Medina (CIPOMO), oltre alla Struttura Complessa di Medicina Legale e Risk Management dell’Azienda USL di Modena, con l’Oncologia Clinica Sperimentale di Senologia dell’Istituto Nazionale dei Tumori Irccs Fondazione Pascale di Napoli, e con il patrocinio della Società Italiana di Psico-oncologia (SIPO).

La app (web e mobile) è lo strumento, e a renderla speciale sono i diversi “sportelli virtuali” attivati, tra cui: “Le domande che non ho fatto” (in collaborazione con CIPOMO), “Diritti & Tutele” (con l’AUSL di Modena), “Studi clinici” (con Irccs Fondazione Pascale di Napoli) e “LoPsicOncologoinRete” (con il patrocinio di SIPO).

Sottolinea Marina La Norcia, Presidente di Noicisiamo: «Sono stati fatti grandi passi avanti nelle tecnologie e nelle cure farmacologiche, ma la presa in carico della paziente oggi è ancora troppo breve. Questa app e i servizi nascono da un bisogno reale che come associazione riscontriamo ogni giorno: quello di ascolto, dialogo e informazioni puntuali. Le pazienti ci riportano un senso di abbandono e di solitudine dettato, a volte, dal poco tempo che può essere loro dedicato. Il nostro obiettivo è cercare di accogliere questo bisogno».

«La comunicazione è parte del processo di cura, e la paziente è il punto di partenza .– prosegue La Norcia – Queste donne vivono un percorso faticoso e accidentato, fatto di visite, esami diagnostici e terapie. Una paziente è costretta a confrontarsi con le proprie fragilità. Per i loro dubbi. Queste donne vanno su internet in cerca di risposte, e rischiano di trovare informazioni non corrette. Oppure si confrontano tra di loro in chat in gruppi chiusi. Ma in tale contesto manca la presa in carico da parte del medico specialista. In queste situazioni sono invece necessarie figure autorevoli ed esperte, capaci di rispondere alle loro domande. Nel progetto PerTeNoicisiamo sono gli oncologi del CIPOMO a rispondere ai dubbi delle donne. Stiamo organizzando incontri presso i Poli Oncologici per far conoscere la nostra iniziativa, supportati dagli oncologi. Al momento abbiamo 50 pazienti che hanno iniziato il percorso con la app di PerTeNoicisiamo, e in un solo mese 15 pazienti si sono iscritte a Noicisiamo per accedere a progetto».

Nonostante i progressi nelle cure, la presa in carico delle pazienti è ancora troppo breve

L’associazione Noicisiamo, che fa da intermediario tra i pazienti e i professionisti sanitari, riceve le richieste e le indirizza in modo anonimo ai gruppi di lavoro. Le risposte vengono recapitate sempre tramite la app, e una loro versione generalizzata può essere consultata anche dagli altri pazienti. Ciascun professionista coinvolto mette a disposizione le proprie competenze e il proprio tempo in modo completamente gratuito.

Un orientamento prezioso per le pazienti

Il servizio fornito da PerTeNoicisiamo non intende in alcun modo fornire “secondi pareri” o consulenze mediche, né risponde a urgenze che richiedono interventi medici tempestivi. Anzi, va esattamente nella direzione opposta, aiutando le pazienti a orientarsi tra le informazioni e indirizzandole, quando necessario, ai propri medici di riferimento.

La app non fornisce consulenze mediche né gestisce urgenze, ma aiuta le pazienti a orientarsi e rivolgersi ai propri medici

Chiarisce Carlo Aschele, Direttore SC Oncologia ASL5 Liguria, Coordinatore Regionale CIPOMO Liguria e coordinatore del gruppo di lavoro CIPOMO dedicato a questo progetto: «È indubbio che, soprattutto tra i pazienti che convivono a lungo con un tumore “cronico”, esista un bisogno non ancora sempre soddisfatto di umanizzazione della presa in carico. E vediamo spesso pazienti alla ricerca di secondi pareri che non riguardano solo le scelte terapeutiche in senso tecnico, ma che sono soprattutto espressione di un bisogno di chiarimenti, rassicurazioni o spiegazioni più approfondite».

«I tempi purtroppo ristretti che noi medici oncologici possiamo dedicare alle visite – prosegue Aschele – e una comunicazione medico-paziente non sempre efficace sono i due fattori cruciali che possono generare dispendi inutili di risorse ed energie, per i pazienti in primis, ma anche per il sistema sanitario. Abbiamo chiamato il nostro servizio “Le domande che non ho fatto” proprio per fornire uno spazio sicuro dove portare quei dubbi che, magari per un problema di tempo, non è stato possibile esprimere durante la visita e che restano come tarli nella mente, incidendo sullo stato di ansia e quindi sulla qualità di vita delle pazienti».

Gli altri sportelli virtuali del progetto

Una paziente non va lasciata sola nemmeno quando ha bisogno di informazioni sui propri diritti. Il progetto prevede anche lo sportello virtuale “Diritti & Tutele”. Spiega Maria Cristina Davolio, Direttrice della Struttura Complessa di Medicina legale e Risk Management dell’Azienda USL di Modena: «Dal 2015, presso la AUSL di Modena, abbiamo lanciato un progetto di umanizzazione per migliorare l’accesso ai servizi socio-assistenziali, fondamentali per chi vive una condizione di disabilità. L’iniziativa di uno sportello virtuale di medicina legale tramite la app PerTeNoicisiamo è “figlia” di questa nostra lunga esperienza, perché sappiamo che troppo spesso i pazienti arrivano a conoscere i propri diritti quando è ormai tardi: o per le loro condizioni di salute, o perché sono scaduti i termini burocratici per accedervi. Il tempo e la comunicazione, anche in questo caso, sono elementi chiave della qualità di vita troppo spesso sottovalutati».

Spesso i pazienti scoprono i propri diritti troppo tardi; tempo e comunicazione restano fondamentali

C’è poi tutta la questione delle informazioni sugli studi clinici.  «L’Italia rappresenta un’eccellenza nella ricerca oncologica, ma le pazienti con tumore al seno metastatico che accedono agli studi clinici sono ancora poche – sottolinea Michelino De Laurentiis, Direttore Dipartimento Corp-S Assistenziale e di ricerca dei percorsi oncologici del distretto toracico, Istituto Nazionale Tumori IRCCS “Fondazione G. Pascale” di Napoli  – Sarebbe auspicabile che le Reti Oncologiche Regionali mettessero a sistema le informazioni sui trial per facilitare l’accesso a chi può beneficiarne. Con questa iniziativa vogliamo contribuire con un primo tassello a rispondere a un bisogno di informazione molto sentito dalle pazienti con carcinoma mammario al quarto stadio, che non trova ancora una risposta nel Sistema Sanitario».

Nel progetto non poteva mancare la voce delle pazienti. «Quando ricevi la diagnosi, soprattutto se, come nel mio caso, si è metastatici ab inizio, è molto difficile avere la lucidità per mettere insieme tutti i pezzi: gli aspetti burocratici, le informazioni sugli stili di vita, su quello che puoi o non puoi fare, sugli effetti avversi che puoi aspettarti, sugli studi clinici – afferma Simona, paziente e membro del Comitato Pazienti di NoiCisiamo – Non tutti i centri le forniscono e si ha la sensazione di essere smarriti. Manca, in particolare, un’informazione che colga i bisogni di chi non ha la prospettiva della guarigione, ma dovrà convivere con il cancro. I servizi presenti nella app PerTeNoicisiamo – conclude – nascono dalla nostra esperienza diretta e speriamo che possano essere utili a tante donne con questa neoplasia».

Dentro e fuori il carcere: dove nasce davvero il cambiamento

Da oltre 30 anni l’associazione Incontro e Presenza entra negli istituti penitenziari con un’idea semplice: mettere al centro le persone, non il loro passato e promuovere una cultura di accoglienza e integrazione dei detenuti. Un lavoro quotidiano fatto di ascolto, piccoli aiuti materiali e percorsi di reinserimento, ma soprattutto di relazioni che resistono al tempo e alle distanze. In un sistema che fatica a offrire opportunità reali, le realtà di volontariato costruiscono legami, restituiscono dignità e accompagnano chi vive la detenzione verso un futuro possibile.

TrendSanità ha intervistato Claudio Santarelli, del Consiglio direttivo dell’associazione, che racconta sfide, intuizioni e trasformazioni che nascono dall’incontro diretto con chi sta pagando una pena e apre uno sguardo su ciò che la società potrebbe e dovrebbe imparare da queste esperienze.

Claudio Santarelli

Come e perché nasce l’associazione?

«La nostra storia comincia a Milano, nel 1986 da un gruppo di volontari, tra cui volontari ma anche persone che avevano avuto esperienze detentive legate al terrorismo e ne erano uscite. Una volta concluso il loro percorso, hanno deciso di fondare un’associazione di questo tipo. Da allora ci occupiamo di chi vive la realtà della detenzione, cercando un incontro reale con le persone recluse e con i loro bisogni. È un impegno che negli anni si è radicato soprattutto sul territorio milanese. Siamo presenti nella Casa Circondariale di San Vittore, nella Casa di Reclusione di Opera, nella II Casa di Reclusione di Bollate e nella Casa Circondariale di Bergamo.

L’aspetto principale del nostro lavoro è il colloquio con le persone detenute. Entriamo in carcere per instaurare un rapporto costante, più che per fare “educazione”, un termine che non amo. Preferisco parlare di relazione. Oltre a questo realizziamo progetti vari, a seconda delle disponibilità economiche e dei partner che ci sostengono: dal vestiario all’inserimento lavorativo e culturale, fino all’aiuto nel trovare un impiego. Attraverso una convenzione con il Banco Alimentare della Lombardia, ad esempio, riusciamo a portare generi alimentari alle persone più fragili all’interno dell’ambiente carcerario.

Le occasioni per un reale reinserimento sono poche. C’è ancora una cultura che non permette un rapporto normale con chi ha vissuto la detenzione

Molte volte l’aiuto diventa ancora più concreto. L’Associazione, e a volte singoli volontari, si fanno carico del sostegno economico di chi non ha risorse. Può trattarsi di piccoli sussidi, vestiti o alimenti, un modo per non lasciare sole persone che vivono condizioni di forte marginalità. Accanto all’aspetto materiale c’è poi quello umano. Offriamo sostegno morale e psicologico, aiutiamo nell’orientamento al lavoro e nella conoscenza dei servizi pubblici disponibili. Quando emergono situazioni particolarmente gravi, indichiamo percorsi protetti come comunità alloggio o strutture ospedaliere».

Quali sono le sfide che affrontate in tema di reinserimento sociale, lavoro, accoglienza?

«La sfida più grande è muoversi in una struttura culturale rigida. Le occasioni per un reale reinserimento sono poche. C’è ancora una cultura che non permette un rapporto normale con chi ha vissuto la detenzione. Anche noi come associazione abbiamo assunto una persona detenuta, ma con grande difficoltà. Poi c’è la burocrazia che non aiuta, ma la problematicità più grande è la scarsa cultura che ancora c’è da parte delle imprese e degli enti pubblici conta per il 70%.

Fate anche formazione?

«Sì, ma principalmente per i volontari. La formazione per le persone detenute è più complessa: l’abbiamo fatta insieme ad altre realtà. Ad esempio a Bollate, con una fondazione che si occupa di motocicli. Abbiamo formato cinque persone per tre anni consecutivi e alla fine alcune hanno trovato lavoro. Ma lo facciamo sempre insieme ad altre strutture».

Secondo lei c’è un aspetto del sistema penitenziario di cui non si parla abbastanza o per niente?

«Sì. Il primo aspetto è l’idea che la presenza su un territorio di un istituto penitenziario aumenti i problemi di sicurezza. È esattamente il contrario. Se un comune ha una struttura penitenziaria, in genere c’è più sicurezza, perché c’è una maggiore presenza delle forze dell’ordine. L’altra grande questione riguarda le misure alternative: molti soggetti, anche in fase definitiva, potrebbero stare fuori se ci fosse un controllo adeguato. Avere più misure alternative non significa “aprire le celle” e basta, significa ridurre i costi. Lo diciamo da trent’anni. Un soggetto fuori che lavora costa meno di un soggetto dentro che non fa nulla».

Contrariamente a quanto si crede, la presenza di un carcere in un territorio aumenta la sicurezza locale grazie alla maggiore presenza di forze dell’ordine

Quando parla della sicurezza del comune, perché ci sono resistenze da parte delle comunità ad accogliere un carcere?

«Dagli anni ’90 i progetti di giustizia penitenziaria non sono mai stati portati avanti fino in fondo. Qualcosa è stato costruito, come Bollate, ma molto è rimasto fermo. A volte basterebbe costruire un carcere nuovo e dismettere in modo intelligente la struttura precedente. Il caso di San Vittore è emblematico. È un istituto del ’700, inadeguato per una città come Milano e anche per la vita stessa del quartiere. Potrebbe diventare un museo o altro e al suo posto si potrebbe costruire una struttura moderna. Le strutture moderne migliorano costi e vivibilità. Lo stesso discorso vale per i tribunali. Un tribunale moderno è più funzionale e aiuta di più, rispetto a edifici dell’Ottocento».

Quindi, tornando agli aspetti di cui non si parla abbastanza, oltre alla sicurezza?

«Il problema è la mentalità. C’è ancora l’idea che “ho più sicurezza se li metto tutti dentro”, ma non è così. La sicurezza si ha con un controllo sul percorso riabilitativo, non con l’isolamento. È come dire che gli studenti sono più “sicuri” se li teniamo tutto il giorno in aula, è assurdo. Gli studenti hanno bisogno di fare attività e vedere il mondo fuori. L’isolamento totale è un concetto ottocentesco. È anche vero che stiamo vivendo una riforma che ha provato a smussare certe rigidità, ma stiamo ancora dentro un impianto che nasce nell’Ottocento. La riforma ha aiutato, ma ora il percorso si è fermato».

Qual è la domanda che le persone detenute rivolgono più spesso ai vostri volontari?

«La domanda classica è “come fai a entrare qui dentro?”. Non in senso logistico, ma umano, cioè “come fai ad avere un rapporto con noi?”. Poi chiedono la continuità della relazione. Ci sono tante richieste pratiche, certo, ma il bisogno più forte è quello di mantenere una relazione stabile, non qualcosa di spot. La relazione, anche quando è difficile, è ciò che conta di più».

Cosa pensa della sanità penitenziaria?

«Nella sanità penitenziaria siamo alla paradossale. Invece di avere un polo sanitario interno di buon livello – e non costerebbe molto – si procede spesso nell’improvvisazione. Ci sono persone che potrebbero essere aiutate meglio in un ambiente stabile. Penso a chi ha dipendenze o problemi medici, ma, nella maggior parte dei casi, la situazione è drammatica, poiché mancano cure adeguate e spesso anche i farmaci».

Se si lavora sulla riabilitazione, non c’è rischio. Le case di accoglienza di Don Alessio a Roma lo dimostrano, sono strutture aperte

Secondo lei il problema più grave è l’indifferenza verso queste tematiche o la semplificazione del tipo “Hai commesso un reato, devi stare in galera”?

«C’è molta semplificazione. Ho tenuto recentemente un corso a studenti universitari che sono rimasti colpiti perché avevano un’idea completamente diversa della detenzione. Come gliel’ho scardinata? Dicendo che sono una persona normale, che ha ragione per fare ciò che fa, ma che non ha paura. Loro avevano paura. Pensavano che parlare con le persone detenute significasse esporsi al pericolo. Ma non è così. Il pericolo è un’altra cosa, è ciò che può accadere fuori.

La paura è amplificata da una narrazione che non corrisponde alla realtà, ed è paradossale avere paura dentro un sistema pieno di agenti di Polizia Penitenziaria. Quanto all’indifferenza, non ce n’è più che in altri ambiti, l’idea di base è sempre quella che se devo “costruire il mio”, non guardo quello degli altri».

Cure palliative, un diritto ancora diseguale: la SICP richiama l’Italia alle sue responsabilità

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A più di dieci anni dall’entrata in vigore della Legge 38 del 2010, la rete italiana di cure palliative presenta ancora significative disomogeneità nell’accesso e nella presa in carico, con performance lontane dagli standard delineati da Agenas e dagli obiettivi fissati anche dalla Legge 197 del 2022. Le segnalazioni tardive, la prevalenza di attivazioni provenienti dagli ospedali per acuti e l’elevata quota di decessi in setting non appropriati indicano criticità strutturali e organizzative che limitano l’effettiva esigibilità del diritto. Al Congresso SICP del 2025, la comunità scientifica ha richiamato l’urgenza di potenziare formazione, continuità assistenziale e reti territoriali pediatrico-adulte come condizioni necessarie per una vera integrazione delle cure palliative nel sistema sanitario nazionale. Ripercorriamo i temi di discussione con Gianpaolo Fortini, Presidente della Società Italiana di Cure Palliative.

Gianpaolo Fortini

Dottor Fortini, che cosa sono, innanzitutto, le cure palliative?

«Le cure palliative consistono in un insieme di interventi clinici, psicologici, spirituali, assistenziali e sociali rivolti soprattutto al malato, ma con uno sguardo ampio anche verso la famiglia e alla rete di supporto. L’obiettivo è prendersi cura della persona in maniera globale, non solo dal punto di vista medico».

E che cosa non sono?

«Non sono limitate esclusivamente al fine vita, come spesso si crede. Le cure palliative sono un’opzione terapeutica e un diritto del cittadino, esercitabile anche 12–24 mesi prima dell’episodio finale atteso nella storia naturale della malattia. Ed è importante chiarire che non si tratta di eutanasia. Le cure palliative mirano a offrire la miglior qualità di vita possibile, accompagnando la persona e prendendosi cura di lei fino all’ultimo istante».

Dove si erogano le cure palliative?

«La legge 38 del 2010, insieme ai LEA del 2017, definisce i diversi setting: in hospice (setting residenziale), al domicilio, tramite unità di cure palliative domiciliari o cure palliative di base sotto la responsabilità del medico di medicina generale, in ambulatori e day-hospice, in ospedale, anche nei reparti per acuti e nei pronto soccorso e nel territorio, come in RSA e in Case di Comunità. Le cure palliative sono un diritto esigibile anche in ambiente ospedaliero: un paziente ricoverato con bisogni palliativi deve poter accedere a una presa in carico adeguata».

Secondo il monitoraggio Agenas esistono forti disomogeneità territoriali: il Sud ha meno hospice e meno unità domiciliari. Quanto, questa distribuzione diseguale, compromette il diritto sancito dalla Legge 38 e cosa proponete, come SICP, per ridurre le disparità?

«I dati mostrano una forte insufficienza: solo un quarto del bisogno palliativo pediatrico è soddisfatto. Nell’adulto siamo poco sopra un terzo. A ciò si aggiunge che l’indicatore OMS del bisogno è 560 adulti ogni 100mila, mentre Agenas ne considera 335 ogni 100mila come target minimo per coprire il 90% del fabbisogno, obiettivo da raggiungere entro il 2028 come da legge 197 del 2022. Tuttavia, il numero delle prese in carico non basta a valutare la performance della rete: bisogna considerare anche quando e da dove arrivano le segnalazioni. Oggi abbiamo tre grandi criticità.

Le cure palliative sono un’opzione terapeutica e un diritto del cittadino. E non si tratta di eutanasia

La prima riguarda le segnalazioni tardive: in hospice il paziente arriva con una media di nove giorni di sopravvivenza. A domicilio con 35–40 giorni. Questi numeri descrivono quindi il fine vita e non le cure palliative come dovrebbero essere erogate. La seconda criticità riguarda le segnalazioni che arrivano dagli ospedali, non dal territorio: significa che la transizione verso la fase palliativa non viene intercettata in tempo, e spesso passa attraverso un episodio acuto (pronto soccorso o ricovero), segno di una mancata continuità di cura. Infine, l’ultima criticità riguarda il luogo del decesso: la maggior parte dei pazienti che avrebbero bisogno di cure palliative muore negli ospedali per acuti, non in hospice né a domicilio. Due persone con gli stessi bisogni e diritti non ricevono lo stesso tipo di assistenza».

    E per quanto riguarda il settore pediatrico? Quali priorità strategiche suggerisce per rafforzare la rete?

    «Sarebbe necessario un impegno diretto delle Regioni. Gli standard esistono già, così come diverse risorse: spesso però non vengono strutturate in modo organico. Occorrerebbe accreditare formalmente le reti pediatriche, ottimizzare le risorse già presenti e ridurre le aree in cui l’assistenza pediatrica è assente o frammentata».

    Come si possono quindi rafforzare le équipe di cure palliative sul territorio? Quali interventi servono?

    Le università devono insegnare l’approccio palliativo, cioè la capacità di cogliere i segnali di graduale e inarrestabile peggioramento

    «Sono fondamentali tre livelli di formazione nelle scuole di specializzazione; dal 2013 esiste la disciplina di cure palliative con 10 equipollenze e dal 2021 è attiva la Scuola di Specializzazione in Medicina e Cure Palliative. Inoltre, vi è la Formazione ECM per gli operatori che già lavorano nelle reti e Master di I e II livello per medici, infermieri, psicologi, che approfondiscono la disciplina. A tutto questo però manca ancora una vera formazione universitaria di base: oggi un medico può laurearsi senza aver mai visto una persona morire e questo allontana la medicina dalla realtà e che non tutte le malattie sono guaribili. Le università devono insegnare anche “l’approccio palliativo”, cioè la capacità di cogliere i segnali che indicano un peggioramento graduale delle condizioni».

    Quali sono le priorità del Congresso SICP di quest’anno a Riccione?

    «Il Congresso è stato ripensato e ha dedica ampio spazio a aspetti clinici, organizzazione dei servizi, ricerca e formazione, area psicosociale e questioni etiche. In apertura sono stati premiati quattro giovani ricercatori, con supporto economico e metodologico della Società. È un segnale importante per valorizzare la nuova generazione di professionisti. Inoltre sono state invitate varie società scientifiche e la collaborazione con gli infermieri è ritenuta strategica: le cure palliative; infatti, non si fanno senza di loro».

    Quando una frattura racconta più di una caduta: la Campagna SIOT contro la violenza domestica

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    Contusioni che si ripetono, fratture incompatibili con la dinamica raccontata, ferite che arrivano tardi in Pronto Soccorso. Spesso il corpo parla più chiaramente delle parole. È da questa consapevolezza che nasce la Campagna nazionale della Commissione Pari Opportunità della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT), pensata per formare ortopedici e traumatologi al riconoscimento dei segnali della violenza domestica tra i pazienti che arrivano nei Pronto Soccorso, in particolare donne, ma anche bambini e anziani.

    I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. Ogni anno in Italia una quota rilevante di traumi apparentemente accidentali ha in realtà origine violenta. Si stima che il 30% delle lesioni sia riconducibile a episodi di violenza. Secondo i dati ISTAT, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subìto nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale; il 20,2%, pari a oltre 4 milioni di donne, ha vissuto violenza fisica, fatta di minacce, spintoni, schiaffi, calci, pugni, morsi o colpi con oggetti. Meno frequenti ma presenti anche le forme più gravi come strangolamenti, ustioni o minacce con armi.

    Ogni anno in Italia una quota rilevante di traumi apparentemente accidentali ha in realtà origine violenta

    In questo quadro, la Intimate Partner Violence rappresenta uno dei capitoli più rilevanti della violenza fisica, insieme al maltrattamento degli anziani, alla violenza giovanile e alla sindrome del bambino scosso. Una vera e propria emergenza sanitaria e sociale. Nondimeno, nonostante la frequenza con cui la traumatologia muscoloscheletrica intercetta questi casi, solo una minima percentuale di pazienti con lesioni sospette è interrogata sull’origine delle ferite e appena il 14% riceve un accompagnamento adeguato. Allo stesso tempo, pochi professionisti dichiarano di sentirsi realmente preparati a riconoscere e gestire i segnali della violenza. Mancano tempo, privacy, protocolli condivisi e formazione specifica.

    La Campagna SIOT nasce per colmare questo vuoto e per rafforzare uno sguardo che tenga insieme competenza clinica e responsabilità umana. Anche attraverso strumenti nuovi: da dicembre 2025, nei Pronto Soccorso italiani comparirà un poster con l’immagine di una donna che mostra un punto rosso sul palmo della mano, segnale silenzioso di richiesta di aiuto per chi non può o non riesce a parlare.

    Affrontiamo l’argomento con la dottoressa Erika Maria Viola, coordinatrice della Commissione Pari Opportunità SIOT e direttrice dell’UOC di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale di Cremona, per capire perché il ruolo dell’ortopedico può diventare decisivo nell’intercettare la violenza domestica e trasformare una frattura in un’occasione di salvezza.

    Erika Maria Viola

    Quali sono gli indicatori clinici più utili per riconoscere una possibile violenza domestica? E perché, nonostante questi strumenti, sono ancora pochi gli ortopedici che riescono a individuarla?

    «Gli indicatori clinici esistono e sono ben codificati. Derivano da lavori scientifici condivisi a livello internazionale tra radiologi, ortopedici e medici dell’emergenza. Ci sono basi scientifiche solide, anche se questi indicatori restano strettamente confidenziali. Non possono essere resi pubblici proprio per preservarne l’efficacia come strumenti di identificazione della violenza domestica. Sono molto utili nella pratica clinica quotidiana. Può capitare, ad esempio, di visitare una donna che riferisce un colpo alla testa e di dover prendere una decisione clinica, ma anche di proporre alla paziente di togliere maglioni, calze, stivali, per verificare la presenza di ecchimosi o altre lesioni. Ma non si tratta solo di osservare, questi strumenti servono soprattutto per approcciare la persona nel modo migliore possibile».

    La traumatologia è uno dei reparti più esposti all’intercettazione della violenza domestica, eppure solo una bassa percentuale di donne riesce poi a ricevere assistenza. Da cosa dipende questa difficoltà?

    «La percentuale bassa è legata soprattutto al fatto che, inizialmente, molte donne non riferiscono un’anamnesi corretta. I meccanismi raccontati sono spesso cadute dalle scale, colpi accidentali, mani chiuse nella porta, sportelli del portabagagli finiti sulla testa. In realtà, dietro a queste spiegazioni si nascondono lesioni che raccontano tutt’altro. Quando una donna decide di chiedere aiuto e di dire finalmente di essere stata percossa, spesso c’è già stata un’escalation di violenza. Si parte da uno schiaffo, poi arrivano percosse, torsioni degli arti, colpi con oggetti, fino a episodi gravissimi, come essere scagliate contro le pareti di casa, l’induzione al suicidio, l’uso di armi bianche o da fuoco. Il nostro obiettivo, invece, è intercettarla prima, quando ancora non ha il coraggio di dire apertamente che è stata percossa, affiancarla e aiutarla fin dall’inizio degli episodi».

    Il ruolo dell’ortopedico può diventare decisivo nell’intercettare la violenza domestica e trasformare una frattura in un’occasione di salvezza

    Dal punto di vista dei clinici esistono anche difficoltà concrete: mancanza di tempo, problemi di privacy, carichi burocratici, formazione non sempre adeguata. Come si possono superare questi ostacoli?

    «Mantenendo viva l’attenzione e offrendo ai professionisti un supporto adeguato. È quello che fa il corso che SIOT propone ai medici che operano nei Pronto Soccorso, negli ospedali e anche negli studi privati, perché la vittima di violenza domestica può essere intercettata ovunque. Il corso aiuta prima di tutto ad accettare quella “brutta notizia”, a riconoscere che ciò che sospettiamo può essere reale, che non siamo eccessivamente sospettosi ma che esistono dati concreti. Poi ci sostiene nel fermarci davvero e nel dire “sì, mi occupo di questa persona.” Siamo professionisti, ma anche persone. Magari restiamo sotto shock come medici, ma in quei momenti è importante scavalcare l’urgenza apparente, fermarsi e approfondire, gli altri possono aspettare. Mi occupo di lei, perché se la guardo negli occhi, io che l’ho intercettata, forse posso davvero fare qualcosa di buono».

    Tra le iniziative più recenti c’è la campagna del “punto rosso”, che sarà esposto nei Pronto Soccorso. Come nasce e quale percorso si immagina per le persone intercettate e per gli operatori sanitari?

    «Il segnale del punto rosso nasce dal Black Dot utilizzato durante il lockdown. In quel periodo molte donne, attraverso il web, usavano questo sistema per chiedere aiuto. Erano chiuse in casa con quello che, in senso lato, possiamo chiamare il carnefice. È stato un periodo particolarmente buio. Il Black Dot è diventato rosso perché gli episodi di violenza domestica sono aumentati o forse sono semplicemente emersi di più. In ogni caso, vanno interrotti quando sono ancora episodi iniziali. Il percorso che proponiamo riguarda la nostra parte, come fare bene il nostro lavoro. Se ognuno mette un tassello fatto bene lungo il cammino di quella persona, quella persona può uscire dalla spirale della violenza. Insegniamo come sospettare la violenza domestica, come accertarla, come documentarla anche dal punto di vista fotografico in modo inconfutabile».

    Da dicembre 2025, nei Pronto Soccorso italiani sarà affisso un poster con il simbolo del punto rosso sul palmo della mano, segnale silenzioso di richiesta di aiuto

    E nei casi più complessi, ad esempio con barriere linguistiche o disabilità?

    «Abbiamo previsto strumenti anche per queste situazioni. Nell’attesa di un interprete, o quando ci troviamo davanti a persone sorde, ci avvaliamo di filmati in lingua dei segni italiana e internazionale che permettono di comunicare messaggi fondamentali: “aspetta qui”, “sei in un posto sicuro”, “ci occuperemo di te”, “sta arrivando un interprete”. Spesso queste donne arrivano senza cellulare, magari con i figli a casa con il partner. È uno scenario molto delicato. Più strumenti abbiamo per rassicurarle, meglio è».

    Dopo l’individuazione, come prosegue la presa in carico?

    «Quando l’anamnesi veritiera emerge, se emerge, perché talvolta possiamo anche sbagliarci, si attiva una rete precisa. Nel nostro Vademecum sono indicati tutti i riferimenti utili per ogni situazione. Ci sono i casi in cui la segnalazione all’autorità giudiziaria è obbligatoria, ad esempio quando sono coinvolti minori, anche se la violenza è lieve. Questo è fondamentale saperlo. Poi ci sono i percorsi di supporto, di sostegno, di rifugio, fino ai passaggi con la magistratura. L’obiettivo è che l’ortopedico o il traumatologo non manchi neanche un passo del percorso che deve compiere».

    Il progetto guarda anche ad altre forme di violenza, come quelle su anziani e persone con disabilità?

    «Sì. Stiamo lavorando anche su altri due moduli: il bambino e l’anziano. Gli anziani, in particolare, sono spesso vittime di quello che gli americani chiamano neglect. Se percepiscono una pensione di invalidità o un accompagnamento, sono lasciati in un angolo di casa perché rappresentano un reddito, ma non sono curati come meriterebbero. È un tema enorme, soprattutto in una società che invecchia sempre di più. Ci stiamo lavorando e speriamo di poter tornare presto su questo argomento con nuovi strumenti e nuove proposte».