Home Blog Page 261

Si può riparare il cervello?

È possibile riparare il cervello? Parliamo di approcci rigenerativi per le malattie neurodegenerative con Annalisa Buffo, vice direttrice del Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi (NICO), in occasione dell’UniStem Day 2023 del 10 marzo, l’evento sulla scienza e sulle cellule staminali rivolto agli studenti delle scuole superiori.

Ma a che punto sono questi studi e quali prospettive aprono?

Potremmo dire in fase ancora preliminare, ma molti ricercatori ci lavorano attivamente, dunque la prospettiva è di sviluppi molto concreti. Per spiegarmi meglio posso dare un’idea di quali sono i filoni principali della ricerca in questo ambito. I meccanismi di plasticità sono uno degli aspetti ancora oggi giorno più studiati nell’ambito della ricerca fondamentale nelle neuroscienze: si studiano i meccanismi cellulari e molecolari che sostengono questi fenomeni di rimodellamento del sistema nervoso e si cerca di capire quali sono i fattori fondamentali sui quali si può fare leva. Se si è capito per esempio che l’attività dei circuiti stessi è un fattore favorente la plasticità e il recupero di funzione, segue lo sviluppo di diversi tentativi di stimolazione non invasiva del cervello stesso che servono per aprire delle finestre di plasticità e permettere ai nostri circuiti di imparare delle nuove funzioni o di potenziarne alcune magari un po’ indebolite a causa dei danni.

Altri ambiti di ricerca, sempre nell’ambito della plasticità, mirano a discriminare i fattori essenziali e più potenti, nonché specifici, che potrebbero consentire di sviluppare dei trattamenti farmacologici per potenziare questa plasticità a partire dall’evidenza che viene dagli studi cosiddetti preclinici: dalla scoperta che lo stile di vita l’esercizio fisico volontario, ma anche la dieta e oggigiorno la scoperta che anche i microbi che abitano il nostro intestino sono in comunicazione con il cervello e in qualche maniera ne influenzano la capacità di funzionare bene e di modificarsi di fronte a cambiamenti ambientali. Ecco, la ricerca vuole provare a capire se ci sono dei fattori specifici e potenti e selettivi da usare per sviluppare dei trattamenti che favoriscano la plasticità in funzione della riparazione cerebrale.

Un altro filone di ricerca è più legato alla bioingegneria e all’elettronica. Immaginiamo la situazione di un paziente tetraplegico o paraplegico che ha subito un danno, come un incidente, e ha una lesione del midollo spinale per cui ha perso la possibilità di muovere i propri arti, per esempio inferiori, comandati dagli emisferi cerebrali. Gli approcci ingegneristici costruiscono dei ponti, che sono dei dispositivi che mettono in comunicazione gli emisferi, quindi la parte del cervello che è la sede della produzione dei comandi per l’esecuzione di movimenti volontari, con il midollo spinale, che invece è una porzione del sistema nervoso che comanda più direttamente la contrazione muscolare. Questi studi sono già stati applicati anche sull’uomo, ma non sono ancora delle terapie perché questo è avvenuto solo su alcuni casi molto selezionati.

La ricerca sulle cellule staminali è esplosa negli ultimi decenni

Il terzo filone è quello che nasce dallo studio delle cellule staminali. La ricerca in quest’ambito ha avuto un’esplosione negli ultimi decenni e ha permesso di capire innanzitutto che ci sono diversi tipi di cellule staminali, ma soprattutto ne ha decifrato un po’ le proprietà. Questo ha consentito, insieme agli studi sullo sviluppo del sistema nervoso, di identificare dei “trucchi” che permettono, in provetta, di partire da una cellula staminale embrionale umana che ha tante potenzialità, cioè può diventare tante cellule del nostro corpo e, grazie all’esposizione a fattori specifici, derivare da questa cellula particolari tipologie di neuroni umani. Questo tipo di ricerche ha anche permesso di sviluppare la tecnologia di riprogrammazione, per cui noi oggi a partire da una cellula somatica, da una cellula che costituisce per esempio il mio derma, possiamo ottenere delle cellule staminali che hanno il mio patrimonio genetico o il vostro, e derivare diversi tipi di cellule del nostro corpo, inclusi i neuroni.

La ricerca ha fatto ancora di più: oggi siamo in grado di trasformare direttamente una cellula della pelle in un neurone, sempre in provetta o nel cervello vivo in alcuni modelli sperimentali. Queste scoperte rappresentano una potenzialità straordinaria e la conoscenza delle proprietà staminali ha permesso nell’ambito delle malattie neurodegenerative e delle lesioni del sistema nervoso di sviluppare due approcci diversi.

In un primo approccio, le cellule staminali sono usate come vettori di sostanze prodotte spontaneamente da queste cellule, che hanno effetti benefici quando c’è un danno nel sistema nervoso

In un primo approccio, le cellule staminali, che sono dei progenitori di cellule nervose prodotte in provetta in maniera molto controllata e selezionata oppure di altri tipi di cellule staminali, per esempio le cellule mesenchimali, sono usate come vettori di una pletora di sostanze prodotte spontaneamente da queste cellule, che hanno effetti molto benefici quando c’è un danno nel sistema nervoso. Mi riferisco a studi che, dopo molta ricerca preclinica, sono ora passati alla clinica, con la possibilità di usare per esempio dei progenitori neurali umani e delle cellule mesenchimali per rallentare la progressione di certe malattie. Ad esempio per la sclerosi multipla è già stata studiata sull’uomo in studi clinici in fase iniziale con risultati promettenti.

La seconda modalità di utilizzo delle cellule staminali è a scopo di sostituzione cellulare sempre nell’ambito delle malattie neurodegenerative. Gli antesignani in questo senso sono stati gli studiosi del morbo di Parkinson, in particolare in Europa alcuni gruppi svedesi che hanno imparato nel corso del tempo, partendo da cellule staminali umane embrionali, a produrre quei neuroni che degenerano nel morbo di Parkinson, che sono neuroni che usano come neurotrasmettitore la dopamina; e hanno imparato ad produrli così bene che hanno potuto dimostrare che il trapianto di questi neuroni, in modelli animali della malattia, produce molti benefici e ricostruisce anche la circuiteria necessaria che era stata perduta. Ora, grazie a questi studi, sono avviati tre studi clinici che utilizzano neuroni umani dopaminergici prodotti in provetta per testare la loro capacità terapeutica in pazienti in soggetti colpiti dal Parkinson. Questi tre studi sono uno europeo (appena partito), uno statunitense e uno giapponese, perché quello che l’esperienza passata ha insegnato è che lo scambio, l’interazione tra laboratori diversi nel mondo può portare a definire delle applicazioni e strategie molto più efficaci rispetto al lavoro in isolamento dei diversi laboratori.

L’obiettivo del progetto su cui lavora il NICO è mettere a punto strategie per la riparazione di reti cerebrali complesse, come quelle colpite nella malattia di Huntington

Su questa applicazione delle cellule staminali lavoriamo anche noi al NICO. La malattia che ci interessa si chiama morbo di Huntington, una malattia a base genetica che porta alla degenerazione irreversibile di neuroni presenti negli emisferi in una porzione profonda del cervello che si chiama striato. In collaborazione con Elena Cattaneo dell’Università di Milano, all’interno di un grande consorzio europeo che include dieci gruppi di ricerca, noi studiamo, ancora in fase preclinica, se e come neuroni umani striatali riescono a sopravvivere se trapiantati nel modello animale di questa malattia, se si integrano con i circuiti preesistenti, perché anche questo non è scontato, e se ripristinano le funzioni che sono state perdute.

Nell’ambito delle malattie che colpiscono il sistema nervoso le strategie di sostituzione cellulare si stanno sviluppando, ma ci sono altri ambiti in cui sono molto più avanzate: il primo farmaco costituito da cellule staminali riconosciuto in Europa, che si chiama Holoclar, permette di eseguire dei trapianti di cornea a partire dal tessuto corneale prodotto in provetta da cellule umane derivate paziente-specifico. Questo farmaco è stato riconosciuto nel 2015 come primo farmaco cellulare europeo per applicazioni di sostituzione cellulare.

Ora l’obiettivo è di produrre in provetta neuroni umani con delle proprietà in più rispetto a quelle standard dei neuroni umani

Nel mondo dei danni al sistema nervoso non siamo ancora a quel livello, ma la ricerca evolve molto velocemente, per cui ci si può aspettare delle evoluzioni importanti nei prossimi anni. Per chiarire il concetto dell’evoluzione veloce di questi aspetti della ricerca, posso dire che mentre fino a 4/5 anni fa l’obiettivo principale di tutti i ricercatori che vogliono sviluppare degli approcci di sostituzione cellulare per curare i danni del sistema nervoso e quindi la perdita dei neuroni era produrre in provetta dei neuroni umani che fossero il più simili possibile a quelli veri, ora l’obiettivo è di produrre in provetta dei neuroni umani che possano avere delle proprietà in più rispetto a quelle standard dei neuroni umani.

Si lavora cioè per sviluppare delle cellule che, per esempio, possono essere modulabili nelle loro attività, perché un paziente che riceve un trapianto di queste cellule magari in una certa fase della malattia ha bisogno che i nuovi neuroni lavorino tarati sul “livello 10”, ma può accadere che, nella progressione della malattia o nell’invecchiamento del paziente, quei neuroni, per continuare a svolgere la funzione richiesta, debbano essere tarati sul “livello 20” o sul “livello 5”, e allora lo sforzo della ricerca, come in questo esempio, è quello di produrre dei neuroni che siano in qualche maniera migliori delle cellule vere, ovvero sotto il controllo degli operatori, per incrementarne o diminuirne il funzionamento secondo gli approcci innovativi dell’idea della medicina personalizzata.

Malattie rare e oncoematologiche, UNIAMO e FAVO: ok a mozione traguardo importante

La mozione presentata in Parlamento grazie al lavoro dell’Intergruppo Parlamentare Malattie Rare e Oncologiche e delle Federazioni UNIAMO e FAVO e AIL, è stata approvata all’unanimità, con particolare focus su diagnosi precoce, accesso ai farmaci e partecipazione delle associazioni di pazienti alla ricerca scientifica.

“Siamo felici che, grazie alla grande attenzione suscitata dalla nostra campagna #UNIAMOlaforze e al lavoro sinergico fra parlamentari e federazioni, siamo arrivati a questo traguardo” dichiara Annalisa Scopinaro, Presidente UNIAMO; “In questo mese tante le notizie positive, dai decreti attuativi per le sperimentazioni cliniche, al nulla osta del Comitato Nazionale al Piano Nazionale Malattie Rare, all’impegno al suo finanziamento, fino a questa mozione. Grazie anche al grande impegno del Sottosegretario con delega alle Malattie Rare, Marcello Gemmato”. 

Confrontando la mozione con i dieci punti che UNIAMO ha sostenuto durante tutta la campagna, si può facilmente constatare che siano stati tutti implementati, soddisfacendo così le aspettative dei pazienti sull’attenzione da prestare a queste specifiche tematiche.

“L’approvazione della mozione“, dichiara Francesco De Lorenzo, presidente FAVO, “ha un grandissimo significato perché tiene conto delle esigenze conseguenti alla rarità della malattia e del tumore e risponde alle aspettative delle due milioni di persone che vivono con una malattia rara e delle 900.000 che vivono con un tumore raro in Italia. La mozione in particolare riconosce il diritto per queste persone ad avere una diagnosi in tempi veloci e ad accedere ai farmaci tramite procedure di urgenza, superando ogni barriera di carattere legislativo, regolatorio e burocratico. Inoltre dalla mozione emerge la richiesta unanime del Parlamento italiano, in linea con quanto già deliberato dalla Commissione europea, a far partecipare le associazioni di pazienti più rappresentative alla ricerca scientifica”.

Ue, livelli arsenico ridotti nei prodotti alimentari per aumentare sicurezza alimentare e combattere il cancro

Oggi la Commissione ha adottato nuove norme per ridurre la presenza di arsenico nei prodotti alimentari. L’adozione di tenori massimi più bassi rappresenta un altro passo importante per conseguire gli obiettivi del piano europeo di lotta contro il cancro volti a limitare o eliminare il rischio cancerogeno associato alle sostanze chimiche negli alimenti. La decisione, basata su una relazione scientifica dell’EFSA del 2021, è stata adottata dopo che gli Stati membri erano stati invitati a monitorare la presenza di arsenico negli alimenti.

Stella Kyriakides, Commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “Oggi adottiamo nuove misure per ridurre ulteriormente il rischio di esposizione a un contaminante cancerogeno nella filiera alimentare. I cittadini vogliono sapere che gli alimenti che consumano sono sicuri e queste nuove norme sono un’ulteriore prova del fatto che le regole di sicurezza alimentare dell’UE rimangono le più rigorose al mondo.”

La misura riduce la concentrazione di arsenico inorganico consentita nel riso bianco e fissa nuovi limiti per l’arsenico in molti alimenti a base di riso, formule per lattanti, alimenti per la prima infanzia, succhi di frutta e nel sale.

Gli attuali tenori massimi di arsenico nei prodotti alimentari sono stati stabiliti nel 2015 sulla base di un parere dell’EFSA secondo cui l’arsenico inorganico può provocare il cancro della pelle, della vescica e dei polmoni.

L’arsenico è presente a basse concentrazioni nelle rocce, nel suolo e nelle acque sotterranee naturali, e gli alimenti e l’acqua potabile sono le principali vie di esposizione umana. Le emissioni industriali dovute all’estrazione e alla combustione di combustibili fossili, come anche l’uso di fertilizzanti, preservanti del legno, insetticidi o erbicidi che contengono il contaminante, possono contribuire a livelli più elevati di arsenico nell’ambiente. 

Ulteriori informazioni sono disponibili qui.

Proposta l’istituzione di un consorzio internazionale su migranti e tumori

Oggi, venerdì 3 marzo, al Centro Internazionale di Formazione dell’ILO (International Labour Organization), in Viale Maestri del Lavoro a Torino, si è svolto un workshop promosso dall’Università di Torino (Medicina del Lavoro) sull’ipotesi di istituire un consorzio internazionale sul tema migranti e tumori: International Consortia of Migrants and Cancer (ICMC). Numerosi studi scientifici evidenziano, infatti, un limitato accesso a prevenzione e cura del cancro tra le popolazioni migranti, con un aumento esponenziale dei rischi. 

Organizzato con Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Lombardi Comprehensive Cancer Center e Cancer Institute, il workshop ha ospitato tra i massimi esperti internazionali su tematiche relative alla salute nei fenomeni migratori. Obiettivo dell’iniziativa, a cui hanno partecipato il Rettore di UniTo Stefano Geuna e la senatrice Beatrice Lorenzin, già Ministro della Salute, è stato approfondire aspetti complessi in materia di epidemiologia dei tumori, la loro prevenzione e terapia. Tra i principali scopi dell’evento, vi sono l’identificazione di criticità e di opportunità legate alla ricerca su migranti e tumori e la promozione di una collaborazione tra i diversi partecipanti al workshop in merito a questioni non facilmente affrontabili con studi monocentrici.

La migrazione è un fenomeno globale e, dal 1975 a oggi, il numero di migranti è più che raddoppiato. Attualmente, si stima infatti che più di 280 milioni di persone vivano in Paesi diversi da quello di origine. Le popolazioni migranti si scontrano con numerose difficoltà economiche e socioculturali che possono influire sul loro stato di salute. A tal proposito, tra le patologie croniche di particolare rilievo vi sono le malattie neoplastiche.

Molti studi hanno fatto emergere un limitato accesso dei migranti alle attività di screening, diagnosi e trattamento delle patologie tumorali con un netto peggioramento degli outcome di salute. Nondimeno, le conseguenze socio-economiche del loro meno agevole accesso ai Sistemi Sanitari dei Paesi ospitanti hanno evidenziato fenomeni di diseguaglianza e, talvolta di discriminazione.

Si tratta di un tema fortemente attuale, ancor più in questi giorni in cui si è verificata una delle più drammatiche stragi nel Mar Mediterraneo. La nostra Università, riconosciuta come eccellenza internazionale in ambito medico e oncologico, è molto sensibile al diritto alla salute e all’accesso alle cure ed è disponibile alla costruzione di una rete internazionale che migliori la prevenzione e la terapia per i migranti. Il diritto alla salute e un diritto fondamentale e deve essere uguale per tutti”, dichiara il Rettore di UniTo Stefano Geuna.

Tumore del fegato, nuove linee guida dell’Iss

Pubblicate le nuove Linee Guida intersocietarie sull’epatocarcinoma, già adottate dall’Istituto Superiore di Sanità. Il documento è frutto del lavoro di dieci società scientifiche e di un’associazione dei pazienti, oltre che dei metodologi dell’Istituto Mario Negri di Milano, che hanno permesso di adottare il “metodo GRADE”, che analizza con il  massimo rigore le evidenze scientifiche disponibili. Attraverso le risposte a 20 quesiti clinici, supportate dalla letteratura scientifica internazionale, le Linee Guida definiscono con precisione il tipo di trattamento più adeguato per ogni paziente, in base allo stadio del tumore e alla patologia epatica sottostante.

Le Linee Guida sono state realizzate perseguendo tre obiettivi: migliorare e standardizzare la pratica clinica; offrire al paziente la possibilità della migliore cura sull’intero territorio nazionale; garantire un riferimento basato sulle migliori prove di efficacia. La presentazione delle Linee Guida avverrà giovedì 16 marzo nell’ambito del 55° Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato.

Queste nuove Linee Guide rappresentano un importante documento sulla gestione terapeutica dell’epatocarcinoma – sottolinea il Prof. Giuseppe Cabibbo, membro del Comitato Scientifico AISF e coautore del documento. Abbiamo affrontato lo studio del tumore primitivo del fegato dai suoi stadi iniziali fino a quelli più avanzati, analizzando in maniera completa e rigorosa i diversi approcci terapeutici possibili: le terapie radicali (trapianto, resezione, ablazione) e quelle locoregionali (transarteriose e radioterapiche) nei diversi stadi della malattia, da quelli precoci a quelli più avanzati, nonché la terapia sistemica per quei tumori che non hanno risposto alle terapie precedenti o che sono in uno stadio troppo avanzato per potere essere aggrediti con terapie potenzialmente curative o locoregionali. Naturalmente questo documento non può essere considerato un elemento statico, ma andrà ampliato negli argomenti analizzati (sorveglianza del paziente a rischio, diagnosi e stadiazione) ed aggiornato periodicamente alla luce dell’evoluzione della ricerca”.

L’epatocarcinoma è la tredicesima causa di morte in Italia, con circa 30 morti ogni giorno – sottolinea il Prof. Alessio Aghemo, Segretario AISF. A questi numeri vanno aggiunti anche i circa 20 morti al giorno per complicanze della cirrosi epatica, la malattia che è alla base della maggior parte dei casi di epatocarcinoma in Italia. L’HCC è una neoplasia che frequentemente compare in un fegato già danneggiato e, per questo motivo, la scelta del trattamento è complessa e deve per forza bilanciare aggressività, tollerabilità e sicurezza, in modo da non portare ad un ulteriore sofferenza del fegato danneggiato”.

La complessità del tumore e l’approccio multidisciplinare

Il tumore del fegato presenta specificità uniche in ambito oncologico, che hanno richiesto l’intervento di specialisti di diverse discipline. “Anzitutto, in oltre il 90% dei casi, l’epatocarcinoma si sviluppa nel contesto di un fegato cirrotico e, quindi, la prognosi di questi pazienti dipende non solo dallo stadio del tumore, ma anche dalla funzione epatica residua – spiega il Prof. Franco Trevisani, Ordinario di Medicina Interna Università Bologna e coautore del lavoro. Inoltre, la severità della cirrosi, insieme ad altre comorbidità, condiziona fortemente la scelta terapeutica. Parimenti, la prognosi è condizionata dai trattamenti per la patologia epatica sottostante (antivirali, azioni per migliorare lo stile di vita). Infine, la disponibilità di numerosi trattamenti (trapianto di fegato, resezione epatica, ablazione percutanea/laparoscopica, diversi tipi di trattamenti transarteriosi, radioterapia stereotassica e diversi tipi di terapie sistemiche, come farmaci a bersaglio molecolare e immunoterapia), adatti alle diverse fasi della neoplasia, rende indispensabile un approccio multidisciplinare che comprenda competenze epatologiche, oncologiche, chirurgiche, radiologiche e anatomo-patologiche. Questa multidisciplinarietà si è tradotta nel lavoro corale di 10 società scientifiche, coadiuvate da un’associazione dei pazienti, che ha permesso di mantenere uno stretto contatto con la realtà vista da una prospettiva diversa”.

In questo processo rimane centrale il ruolo dell’epatologo, tanto nella fase di prevenzione, quanto dopo la diagnosi, sia perché è lo specialista che meglio conosce le varie fasi di gestione della malattia, sia perché il paziente che va incontro a epatocarcinoma è quasi sempre affetto da malattia cronica di fegato – evidenzia la Prof.ssa Vincenza Calvaruso, componente del Comitato Scientifico AISF. L’epatologo deve intervenire rapidamente sulle patologie epatiche che ne sono all’origine: dati scientifici nazionali e internazionali dimostrano che i trattamenti per l’epatite C e per l’epatite B determinano una riduzione del rischio di comparsa del tumore; analogamente, anche lo stile di vita ha un peso rilevante, stante i benefici prodotti dall’interruzione dell’assunzione di alcol e da una correzione alimentare. Inoltre, a seguito delle campagne contro le epatiti virali, abbiamo riscontrato un aumento dei pazienti con epatocarcinoma ad eziologia non virale, che ci indicano la necessità di migliorare la prevenzione e riconoscere chi presenta un maggior rischio di tumore e, come tale, debba essere gestito”.

A guidare il progetto sono state AISF e l’Associazione Italiana Oncologia Medica (AIOM). Hanno fattivamente contribuito alla stesura di queste Linee Guida anche i delegati delle seguenti società scientifiche: Associazione Italiana Gastroenterologi Ospedalieri (AIGO), Associazione Italiana di Radiologia e Oncologia Medica (AIRO), Società Italiana di Chirurgia (SIC), Società Italiana di Gastroenterologia (SIGE), Società Italiana di Radiologia Medica ed Interventistica (SIRM) e Società Italiana Trapianti d’Organo (SITO), Associazione Chirurgia Epato-Bilio-Pancreatica (AICEP) e Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica (SIAPeC-IAP). Infine, un importante contributo culturale è venuto dai rappresentanti dell’Associazione dei Pazienti con epatite e malattie del fegato (EpaC) e dall’analisi dei risultati ottenuti con un’indagine (questionario) svolta presso gli iscritti a tale Associazione.

Fattori (Cergas): “Meglio la centralizzazione dell’autonomia differenziata”

L’autonomia differenziata potrebbe non rimanere al centro dell’agenda politica. Complici i diversi pesi dei componenti della coalizione di maggioranza. L’accurata analisi politica di Giovanni Fattore, professore di Politica e Management sanitario, dipartimento di Scienze sociali e politiche, Cergas-Sda Università Bocconi.

Professor Fattori, iniziamo con una domanda di ampio respiro. Quali sono le luci e le ombre del Ddl sull’autonomia differenziata dal punto di vista delle politiche sanitarie?

Bisogna fare una premessa sulle possibili aree oggetto dell’autonomia differenziata. La sanità è particolare perché ha già un forte livello di differenziazione tra le Regioni. È già materia di legislazione sia concorrente che regionale su alcuni aspetti fondamentali.

Esiste già uno spazio politico lasciato alle Regioni per identificare i propri modelli di assistenza e finanziamento interno delle aziende o di mix pubblico-privato. Siamo quindi in una situazione diversa ad esempio rispetto al tema della scuola, che è fortemente centralizzata.

L’autonomia differenziata parte dall’idea che ci siano i Lep (Livelli essenziali di prestazione), che per la sanità esistono già e si chiamano Lea (Livelli essenziali di assistenza); annunciati nel 1992, sviluppati nel 2001 e rivisti nel 2017.

Una seconda premessa importante riguarda il dibattito che ho potuto seguire fino ad ora sulle risorse. Un conto è se si parla di autonomia differenziata con un modello di finanziamento fortemente centralizzato in cui sostanzialmente le risorse sono raccolte dallo Stato e poi ridistribuite in base ai bisogni delle popolazioni dei diversi territori. Diverso il caso in cui si andasse nella direzione di un sistema di decentramento fiscale verso cui alcune Regioni sembrerebbero suggerire: risorse direttamente raccolte dai territori e poi un eventuale fondo di riequilibrio. Questa seconda ipotesi porterebbe a un cambiamento radicale che determinerebbe una differenziazione enorme tra le Regioni.

Quello del finanziamento è uno dei punti che farebbe davvero la differenza rispetto alla situazione attuale, non solo per la sanità ma anche per le altre materie concorrenti. Il bilancio dello Stato avrebbe minore gettito e quindi anche minori risorse per agire perequativamente in soccorso alle regioni più in difficoltà. Lei che ne pensa?

C’è chi dice che magari nel lunghissimo periodo questo assetto potrebbe essere di stimolo allo sviluppo economico delle Regioni svantaggiate. Ma la storia, anche di altri Paesi, ci insegna invece che si andrebbe accentuando la distanza tra Regioni ricche e Regioni povere in termini di reddito.

Del resto anche i Lea, dal 2001 a oggi, vigendo ancora una fiscalità diretta allo Stato che poi ridistribuisce alle Regioni in base alle diverse necessità, non ha creato un meccanismo virtuoso di traino delle Regioni svantaggiate da parte di quelle meglio organizzate in ambito sanitario…

È così. Secondo me ci sono due grandi determinanti, che collidono e si sovrappongono, per vedere il livello di performance delle diverse Regioni. Uno è il fatto che dove ci sono economie più forti e una situazione socio-economica più favorevole funzionano meglio anche i servizi pubblici come la sanità. Anche per effetto di travaso tra economia privata e pubblica.

Ci spiega meglio questo concetto?

In una Regione ad alto tasso di disoccupazione, la popolazione vede l’Asl come luogo che crea reddito prima che come luogo che eroga i servizi sanitari

Lo faccio con una parabola. In una Regione ad alto tasso di disoccupazione, come la Calabria, la spinta sul sistema politico non è solo quella di avere servizi di qualità, ma è tendenzialmente quella di usare la Pubblica amministrazione come occasione per produrre occupazione. Questo tende a peggiorare ad esempio il profilo dei meccanismi di reclutamento del personale. La popolazione locale vede la Asl, che magari è l’azienda più importante del territorio, come luogo che crea reddito prima ancora di un luogo che eroga i servizi sanitari. Questo distorce il meccanismo di reclutamento, che può generare ipertrofia nell’organico o equilibri sbagliati tra diverse figure professionali.

Veniamo al secondo determinante di cui accennava prima.

Le Regioni del Sud Italia, vuoi per la debolezza della politica vuoi per una tradizione di un’amministrazione pubblica debole, hanno servizi pubblici in generale di qualità ed efficienza minore che al Centro-Nord.

Un ulteriore effetto è prodotto dalla spesa privata. Se guardiamo alla distribuzione della spesa privata sul territorio, essa è più elevata nelle Regioni ricche dove ci sono anche i sistemi sanitari che funzionano meglio. Ciò significa che la spesa privata alleggerisce la pressione sul Ssn, che a sua volta riesce ad avere migliori performance.

Ma allora si salva qualcosa di questo Ddl sull’autonomia differenziata rispetto alla sanità?

La criticità finanziaria di cui parlavo, a mio avviso è quasi assoluta. Se vogliamo mantenere un Ssn, esso deve avere un finanziamento accentrato dove le risorse sono raccolte dallo Stato e ridistribuite al territorio in base a criteri quali la popolazione residente aggiustata per il tasso di invecchiamento e per alcuni indicatori di morbidità. Basti pensare che in Germania, che è un Paese fortemente decentrato basato sui Lander, il finanziamento segue proprio questo modello. Se agissimo in modo diverso, credo salterebbe l’idea di un sistema sanitario universale unico per tutti i cittadini.

Più complesso il discorso sul conferire poteri alle Regioni per lasciare autonomia nei modelli amministrativi, organizzativi e di finanziamento. Sotto questi aspetti bisogna considerare che il sistema è già abbastanza decentrato. Rispetto a questi argomenti sono meno critico. Che le Regioni possano sperimentare modelli di maggior autonomia ed essere libere di organizzare i servizi rispetto ai contesti locali a mio avviso è un aspetto positivo. Però a una doppia condizione. Che i Lea siano misurati meglio e che si riesca a fare un bilancio non solo di ordine economico-finanziario per garantire che le Regioni abbiano i conti in ordine, ma anche riuscire a garantire che esse diano le prestazioni previste dai Lep (o dai Lea).

Parliamo delle verifiche di rispetto dei Lep, facoltative e non obbligatorie.

Lo sforzo da parte di Agenas per monitorare i Lea deve essere ancora rafforzato

Negli ultimi anni c’è stato uno sforzo da parte di Agenas per monitorare i Lea. Ma questo deve essere rafforzato ulteriormente. E richiede sistemi informativi unici in tutto il Paese. Senza avere metriche per misurare, ad esempio le liste d’attesa, nello stesso modo e possibilmente con gli stessi software si rischia di avere dati non confrontabili tra loro.

La non obbligatorietà dei controlli mi vede totalmente contrario, anche perché in contraddizione con la legge 833/78 che nei primi due-tre articoli stabilisce degli obiettivi di equità territoriale per l’assistenza sanitaria pubblica. Lo Stato deve garantire al cittadino un’omogeneità di prestazione sul territorio. Che ciò si raggiunga applicando modelli diversi va bene. Altrimenti si va verso una situazione simil-americana, dove ci sono Stati che hanno più potere in ambito sanitario e altri che arrivano a non coprire tutta la popolazione perché hanno politiche molto restrittive e di austerità di bilancio pubblico.

Deve poi esistere la capacità sostitutiva dello Stato nel caso le Regioni non riescano a garantire i Lep. Questa capacità deve essere rafforzata. Se, ad esempio, la Campania non riesce a garantire la riabilitazione perché c’è un terzo dei posti letto previsti dallo standard nazionale, lo Stato centrale deve intervenire per limitare il potere politico locale nell’ottica di far prevalere il principio in base al quale il cittadino deve avere gli stessi diritti sul territorio nazionale.

Lo Stato deve poter inviare management adeguato sui territori

Lo Stato però non deve avere solo le risorse finanziarie, ma anche quelle reali. Che significa avere meccanismi tali per cui ad esempio, se la Regione Calabria performa male e perde soldi a seguito della migrazione sanitaria, lo Stato deve poter spostare management adeguato sul territorio. Una sorta di meccanismo incentivante in base al quale lo Stato invia direttori generali, amministrativi e sanitari delle aziende sanitarie da altre Regioni in cui hanno sviluppato capacità manageriali di un certo tipo. Non basta un Commissario che sostituisce la politica senza passare più dalla Giunta regionale.

Questo spostamento di risorse reali nelle Regioni in difficoltà, nell’ambito del Pnrr, lo stanno facendo le società di consulenza. Che mandano economisti e ingegneri gestionali ad aiutare i funzionari regionali a far rispettare tempistiche e procedure previste per riuscire a ottenere i finanziamenti del Pnrr. Occorre naturalmente far crescere nuove capacità interne alla Pubblica amministrazione.

Quali scenari si aprirebbero qualora le richieste di autonomia differenziata avanzate da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna trovassero accoglimento?

Anche rispetto alle dichiarazioni fatte da Bonaccini, il Partito Democratico tenderebbe a sfilarsi. Con un governo di questo tipo, non forzerebbe sul favorire l’autonomia differenziata. L’alleanza che si era creata tra Centrodestra e Centrosinistra nelle Regioni del Nord non credo possa reggere.

Sta dicendo che anche altre Regioni passerebbero al Centrodestra?

Siamo in una situazione in cui tutte le Regioni, eccetto Puglia, Campania, Toscana ed Emilia-Romagna, hanno un governo di Centrodestra. In più il governo nazionale è anch’esso di Centrodestra.

Il tema dell’autonomia differenziata è dirompente all’interno di questa coalizione.

Se da un lato per cercare di recuperare terreno la Lega sembra rilanciare l’idea dell’autonomia e del decentramento, mi viene da dire che per sua storia invece Fratelli d’Italia è sul versante opposto. Basato com’è come partito sull’unità nazionale, non sembra sensibile alle tematiche legate all’autonomia differenziata.

Credo che il processo del Ddl sia stato volutamente accelerato prima delle recenti elezioni amministrative regionali perché questo garantiva ulteriormente il successo della coalizione di Centrodestra. Però non vedo facile all’interno del governo una strategia che guarda all’autonomia differenziata.

14° Rapporto AIFA sulla sorveglianza dei vaccini anti-Covid

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha pubblicato il quattordicesimo Rapporto sulla sorveglianza dei vaccini anti-COVID-19. I dati raccolti e analizzati riguardano le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza (RNF) nei due anni di campagna vaccinale, dal 27 dicembre 2020 al 26 dicembre 2022, per i cinque vaccini in uso.

Nel periodo considerato sono pervenute 140.595 segnalazioni su un totale di 144.354.770 di dosi somministrate (tasso di segnalazione di 97 ogni 100.000 dosi), di cui l’81,3% (n. 114.290) riferite a eventi non gravi, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari.

Le segnalazioni gravi corrispondono al 18,7% del totale (n. 26.305), con un tasso di 18 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate.

Nei due anni di campagna vaccinale Comirnaty è stato il vaccino più utilizzato in Italia (66,7%), seguito da Spikevax (23,8%), Vaxzevria (8,4%), Jcovden (1,1%) e Nuvaxovid (0,03%). Le segnalazioni per tipologia di vaccino sono invece così distribuite: Comirnaty 66,2%, Vaxzevria 17,3%, Spikevax 15,1%, Jcovden 1,3%, Nuvaxovid 0,1%.

Per tutti i vaccini gli eventi avversi più segnalati, perlopiù non gravi e già risolti al momento della segnalazione, sono febbre, stanchezza, cefalea, dolori muscolari/articolari, dolore in sede di iniezione, brividi e nausea, senza differenze significative fra i due sessi. Alla vaccinovigilanza di genere e all’analisi per sesso delle segnalazioni di sospette reazioni avverse da vaccino anti-COVID-19 è dedicato un approfondimento.

Non si osservano variazioni significative nell’andamento delle segnalazioni relative alla fascia pediatrica (5-16 anni).

In considerazione dell’andamento sostanzialmente stabile delle segnalazioni e in linea con l’approccio delle varie Agenzie regolatorie a livello europeo, d’ora in poi i dati sulle segnalazioni di sospette reazioni avverse ai vaccini anti-COVID-19 confluiranno nel Rapporto sulla sorveglianza post-marketing di tutti i vaccini, pubblicato annualmente dall’AIFA.

Piattaforma Nazionale di Telemedicina: conclusa la procedura per l’affidamento della concessione

Si è conclusa la procedura svolta da AGENAS – in qualità di soggetto attuatore – in merito alle proposte di Partnership Pubblico Privato per l’affidamento in concessione per la “Progettazione, realizzazione e gestione dei Servizi abilitanti della Piattaforma nazionale di Telemedicina PNRR” – Missione 6 Componente 1 subinvestimento 1.2.3 “Telemedicina”.

La gara telematica attivata in data 12 ottobre 2022 ha visto quale soggetto aggiudicatario il costituendo Raggruppamento Temporaneo di Impresa (RTI) Engineering Ingegneria Informatica S.p.A. e Almaviva S.p.A. a fronte del corrispettivo complessivo della concessione decennale valorizzato in € 234.992.510,00 oltre i.v.a. ove dovuta unitamente agli eventuali oneri per l’attivazione dell’assetto transitorio.

La gara è stata esperita con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa (OEPV), miglior rapporto qualità/prezzo ai sensi dell’art. 95 comma 10 bis del Codice, e ha visto la collaborazione dell’ANAC per la vigilanza preventiva-collaborativa finalizzata a verificare la conformità degli atti di gara alla normativa di settore, nonché all’individuazione di clausole e condizioni idonee a prevenire tentativi di infiltrazione criminale.

Si ricorda che la proposta dell’RTI, rispetto la progettazione, realizzazione e gestione dei Servizi Abilitanti della Piattaforma Nazionale di Telemedicina, garantirà la interoperabilità con le componenti comuni, condivise con l’architettura applicativa del FSE 2.0 e con l’Ecosistema dei Dati Sanitari (“EDS”) con l’obiettivo di:

  • favorire l’implementazione omogenea dei percorsi di telemedicina su tutto il territorio nazionale facilitando la presa in carico, acuta e cronica, da parte delle cure territoriali, favorendo la deospedalizzazione e potenziando qualità e sicurezza delle cure di prossimità;
  • colmare il divario tra le disparità territoriali e offrire maggiore integrazione tra i servizi sanitari regionali e le piattaforme nazionali attraverso soluzioni innovative, codifiche e standard terminologici condivisi a livello nazionale;
  • migliorare la qualità clinica e l’accessibilità ai servizi sanitari dei pazienti su tutto il territorio nazionale;
  • dotare i professionisti sanitari di nuovi strumenti validati al fine di operare efficacemente in ogni processo sia individuale che multi-disciplinare;
  • facilitare la programmazione, il governo e lo sviluppo della sanità digitale.

Tutte le informazioni relative alla procedura sono disponibili cliccando qui

Il ritiro sociale volontario tra i giovani in Italia

L’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-Ifc) ha condotto il primo studio nazionale volto a fornire una stima quantitativa dell’isolamento volontario nella popolazione adolescente: è il fenomeno dei cosiddetti “Hikikomori”, termine giapponese che in italiano si può tradurre come “ritirati sociali” e che indica la tendenza, nei giovani o giovanissimi, di smettere di uscire di casa, di frequentare scuola e amici, per chiudersi nelle proprie stanze e limitare al minimo i rapporti con l’esterno, mantenendo i contatti prevalentemente attraverso Internet. Il fenomeno, relativamente al quale risultavano finora pochi dati analitici, è ora oggetto di uno studio promosso dal Gruppo Abele in collaborazione con l’Università della Strada, volto a definire una prima stima quantitativa attendibile: il report integrale è disponibile sul sito web della onlus cliccando qui.

La ricerca ha preso le mosse dallo studio ESPAD®Italia (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs, condotto annualmente dal Cnr-Ifc rispetto al consumo di sostanze psicoattive), coinvolgendo un campione di oltre 12.000 studenti rappresentativo della popolazione studentesca italiana fra i 15 e i 19 anni.

I ragazzi sono stati intervistati attraverso un apposito set di domande volte a intercettare sia i comportamenti che le loro cause percepite: i risultati si basano sull’autovalutazione dei partecipanti stessi. “Il 2,1% del campione attribuisce a sé stesso la definizione di Hikikomori: proiettando il dato sulla popolazione studentesca* 15-19enne a livello nazionale, si può quindi stimare che circa 54.000 studenti italiani di scuola superiore si identifichino in una situazione di ritiro sociale”, afferma Sabrina Molinaro, ricercatrice del Cnr-Ifc. “Questo dato appare confermato dalle risposte sui periodi di ritiro effettivo: il 18,7% degli intervistati afferma, infatti, di non essere uscito per un tempo significativo, escludendo i periodi di lockdown, e di questi l’8,2% non è uscito per un tempo da 1 a 6 mesi e oltre: in quest’area si collocano sia le situazioni più gravi (oltre 6 mesi di chiusura), sia quelle a maggiore rischio (da 3 a 6 mesi). Le proiezioni ci parlano di circa l’1,7% degli studenti totali (44.000 ragazzi a livello nazionale) che si possono definire Hikikomori, mentre il 2,6% (67.000 giovani) sarebbero a rischio grave di diventarlo”.

L’età che si rivela maggiormente a rischio per la scelta di ritiro è quella che va dai 15 ai 17 anni, con un’incubazione delle cause del comportamento di auto-reclusione già nel periodo della scuola media. Le differenze di genere si rivelano nella percezione del ritiro – i maschi sono la maggioranza fra i ritirati effettivi, ma le femmine si attribuiscono più facilmente la definizione di Hikikomori – così come nell’utilizzo del tempo, con le ragazze più propense al sonno, alla lettura e alla tv, mentre i ragazzi al gaming online.
Fra le cause dell’isolamento, assume un peso determinante il senso di inadeguatezza rispetto ai compagni: “L’aver subito episodi di bullismo, contrariamente a quanto si possa ritenere, non è fra le ragioni più frequenti della scelta. Mentre si evince una fatica diffusa nei rapporti coi coetanei, caratterizzati da frustrazione e auto-svalutazione”, aggiunge Sonia Cerrai (Cnr-Ifc). “Un altro dato parzialmente sorprendente riguarda la reazione delle famiglie: più di un intervistato su 4, fra coloro che si definiscono ritirati, dichiara infatti che i genitori avrebbero accettato la cosa apparentemente senza porsi domande. Il dato è simile quando si parla degli insegnanti”.

Di fronte ai dati emersi, il Gruppo Abele intende stimolare una riflessione approfondita, anche attraverso un seminario per operatori, educatori e insegnanti, che verrà realizzato a Torino il 5 maggio prossimo. Prosegue intanto con un intervento educativo sperimentale, iniziato nel 2020. Spiega Milena Primavera, responsabile del percorso: “Il progetto Nove ¾ – vincitore di un premio dell’Accademia dei Lincei che ha finanziato anche lo studio in oggetto – si è fatto finora carico di una quarantina fra ragazzi e ragazze le cui famiglie non trovavano risposta alla chiusura e all’isolamento dei loro figli. Per loro si è attivato un affiancamento a domicilio, con la possibilità di frequentare un centro laboratoriale dedicato, dove si svolgono attività individuali o in piccolo gruppo con “maestri di mestiere” a partire dagli interessi espressi dai ragazzi. Ai genitori è offerto, in parallelo, un sostegno psicologico volto ad acquisire maggiori strumenti per gestire le difficoltà dei figli. Una prima sperimentazione, in rete con il sistema scolastico e i servizi socio-sanitari, per tentare di accompagnare i ragazzi isolati dal mondo a un diverso progetto di vita”.

Med-PaLM sarà il ChatGPT della sanità?

0

Lo stanno sviluppando i ricercatori di Google e DeepMind, la società di Intelligenza Artificiale che fa capo ad Alphabet, la casa madre dell’azienda californiana. Med-PaLM, il primo software di intelligenza artificiale generativa dedicato all’ambito sanitario, è già atteso come il nuovo ChatGPT della medicina.

Le caratteristiche sono le stesse del programma di intelligenza artificiale creato da OpenAI, nata come organizzazione senza scopo di lucro fondata a San Francisco nel 2015 da Elon Musk con l’intento iniziale di occuparsi di ricerca e sviluppo di Intelligenza Artificiale. Il software che è stato creato e chiamato ChatGPT è ora in grado di rispondere a quesiti di ogni genere, fornire spiegazioni e risolvere problemi logico-matematici, nonché scrivere canzoni, fare i compiti di scuola e mettere insieme ricerche universitarie, abilità per cui di recente si è già attirato diverse critiche.

Il programma sarà in grado di mettere a confronto tutti i dati delle ultime ricerche mediche su un determinato problema

Med-PaLM è ancora in fase di sviluppo e viene progettato per essere in grado di rispondere ai quesiti sulla salute con un grado di precisione verosimilmente paragonabile a quella di un essere umano competente in materia. In che modo? Il programma sarà capace di mettere a confronto tutti i dati delle ultime ricerche mediche su un determinato problema. Un fatto che naturalmente non potrà che aprire interrogativi di tipo etico, filosofico ma anche scientifico su quanto sia opportuno che l’intelligenza artificiale possa affiancarsi alla figura del medico o a quella di un giornalista scientifico. Il programma sembrerebbe essere già in grado di redigere un articolo di carattere scientifico in modo accurato e non riconoscibile come prodotto da una macchina, partendo dalle ultime ricerche pubblicate.

Abbiamo commentato questa notizia e le sue implicazioni insieme a Chiara Sgarbossa, dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano.

Un falso problema di fiducia

Se proviamo chiedere a ChatGPT, il prototipo di OpenAI al quale il nuovo software a tema medico Med-PaLM di Google si ispira, se possiamo fidarci di lui, la risposta dice già molto: “In quanto modello linguistico non sono in grado di avere convinzioni o intenzioni, quindi non ci si può fidare o diffidare di me – risponde il software -. Sono semplicemente uno strumento in grado di fornire informazioni e risposte utili in base ai dati utilizzati per addestrarmi. È importante verificare tutte le informazioni che fornisco attraverso fonti indipendenti”.

Si aprono diversi interrogativi sull’uso dell’AI come possibile fonte di profitti

I fondatori di OpenAI, d’altro canto, hanno dichiarato che la speranza è che l’intelligenza artificiale possa portare solo benefici a tutta l’umanità.

Accanto al motivo filantropico però si aprono diversi interrogativi sull’uso dell’AI come possibile fonte di profitti. In pochi anni dalla sua creazione, OpenAI ha già attirato su di sé un finanziamento da 1 miliardo di dollari da Microsoft, dimostrando di aver aperto un campo su cui è bene non farsi trovare impreparati. Tanto da spingere le aziende tech concorrenti, come Google, ad accettare la sfida creando a loro volta un proprio software.

L’automazione, se applicata in ambito aziendale, potrebbe essere infatti in grado di sostituire le risorse umane nello svolgimento di diversi lavori, anche quelli più creativi come la produzione di un testo, o artistiche come la scrittura di un brano musicale. Secondo i sostenitori di questo settore di sviluppo fare ricerca in questo ambito è indispensabile per risolvere problemi multidisciplinari che attualmente sono insormontabili e hanno a che fare con le politiche ambientali e la ricerca medica. Al momento però sembra non porsi alcun vero problema di fiducia in quanto resta implicito che questi software, per ora, non sono in alcun modo in grado di sostituirsi al giudizio umano ma ne rappresentano un mero braccio armato virtuale.

Modelli linguistici di grandi dimensioni

Mentre ChatGPT si configura come un software dalle abilità generiche, Med-PaLM punta a diventare un chatbot operante in un modello linguistico di grandi dimensioni (LLM) ma ristretto al solo campo medico-sanitario. Un programma che potrebbe essere utile a generare risposte che incrociano una miriade di dati prodotti dalla ricerca medico-scientifica più recente e dalla letteratura. In altre parole, numeri e informazioni semplici, estrapolati da database incredibilmente vasti e complessi.

La capacità di generare un livello di interazione quasi umano, che ha fatto finora la fortuna di Chat GPT, non sembra essere l’obiettivo di Google e DeepMind, che stanno invece sviluppando Med-PaLM per operare all’interno di parametri più ristretti.

Secondo gli sviluppatori, il programma potrebbe essere presto in grado di avere un ruolo nella clinica

Il software sarà programmato per dare risposte su sette diversi set di dati, fra cui risposte a domande professionali su esami medici, su risultati di ricerche scientifiche e sulle domande dei consumatori su questioni mediche. Quest’ultimo set è stato perfezionato utilizzando le domande sulle condizioni mediche e i relativi sintomi che si trovano online.

I ricercatori che lo stanno sviluppando hanno fatto sapere che, se perfezionato, il programma potrebbe essere presto in grado di avere un ruolo nella clinica, andando a supportare i medici stessi nelle decisioni diagnostiche con una più vasta scala di dati a disposizione.

Al momento, le prestazioni sembrano incoraggianti, ma senz’altro restano inferiori a quelle dei medici, di cui sicuramente il software non può prendere il posto, essendo solamente un eventuale supporto in più.

Cosa ne pensano i medici: l’indagine del Politecnico

Chiara Sgarbossa

Affinché queste soluzioni possano avere un impatto concreto sul miglioramento dell’assistenza sanitaria, sarà necessario proseguire nell’addestramento di Med-PaLM e nella generazione di evidenze sempre più solide che dimostrino la sua attendibilità di risposta”, ha commentato Sgarbossa.

“Oltre a questo, bisognerà comprendere, con un approccio multidisciplinare che consideri anche temi etici e legali, oltre che sanitari, in quali contesti i professionisti sanitari potranno far leva su questi strumenti per essere supportati nelle decisioni – ha poi aggiunto –. Ritengo, infatti, che sistemi di Intelligenza Artificiale possano essere un valido alleato del medico nella pratica clinica, per velocizzare alcune scelte e per ridurre potenziali errori. Non si tratta di soluzioni che possano sostituire il medico e che possano essere utilizzate in autonomia da parte del paziente, soprattutto quando deve prendere decisioni sulla propria salute”.

I medici hanno un’opinione più favorevole sull’utilizzo di soluzioni di AI per fornire consigli sulla prevenzione e gli stili di vita

Nell’ambito dell’ultima ricerca, l’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano ha rilevato la percezione dei medici specialisti rispetto all’utilizzo di chatbot da parte dei pazienti. Ecco i risultati: “I medici hanno generalmente un’opinione più favorevole rispetto all’utilizzo di queste soluzioni per fornire consigli sulla prevenzione e gli stili di vita (57%) e per chiedere informazioni sull’assunzione di farmaci e terapie (48%) – ha spiegato Sgarbossa –. Al contrario, nel caso delle soluzioni che suggeriscono una diagnosi al paziente in base ai sintomi, il 53% dei medici specialisti valuta un impatto negativo o molto negativo: si tratta di un ambito visto con maggiore diffidenza da parte dei professionisti, per un potenziale utilizzo scorretto che il paziente potrebbe farne e sulle relative conseguenze sulla sua salute e sicurezza”.