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Anaao chiede un tavolo con Ministero e Regioni su Emergenza-Urgenza

La Commissione Emergenza-Urgenza Anaao Assomed chiede un tavolo di lavoro permanente presso il Ministero della Salute e in ogni Regione sul sistema emergenza-urgenza per cercare soluzioni condivise che evitino il definitivo collasso del sistema.

Da anni Anaao Assomed denuncia ogni tipo di anomalie e violazioni a danno della tutela della salute, dei diritti dei medici e dei dirigenti sanitari nel mondo dell’Emergenza-Urgenza e dei Pronto Soccorso, contro cui gli stessi medici reagiscono con un incremento crescente di abbandono della professione pubblica, se non della stessa arte medica, la cosiddetta “great resignation”.

La recente nota del Garante della Privacy sulla tutela dei dati personali e della dignità in ambito sanitario, è la riprova del livello di disagio raggiunto: “le condizioni con cui operano i professionisti sanitari, specie nei pronto soccorso, non può costituire un ostacolo al pieno rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo specie in un contesto come quello sanitario in cui le fragilità sono più evidenti”.

Il benessere organizzativo e lavorativo che pure sarebbe garantito dalla legge, è in caduta libera, e la strada che noi lavoratori dell’emergenza percorriamo ogni giorno è una salita che pare inarrestabile.

L’Anaao Assomed ribadisce con forza la sua netta contrarietà:

  • al problema del “boarding”, quei malati nei Pronto Soccorso in attesa da giorni o settimane di un posto letto per essere ricoverati, persino morendo su una barella in totale solitudine, e le lunghe attese delle ambulanze impossibilitate ad accedere ai dipartimenti di emergenza a causa del sovraffollamento, una questione drammatica che però si è diffusa a macchia di leopardo, con la maggior parte delle regioni al collasso e poche che hanno saputo affrontare il problema, indice di una totale e vergognosa assenza di capacità gestionale in molte aziende.
  • alla carenza di posti letto, tagliati con l’accetta da anni anche a favore dei privati, spremendo i medici in servizio e i malati, privi di adeguati spazi vitali nei reparti con posti letto aggiuntivi in stanza o nei corridoi.
  • al Pronto Soccorso come zona di confine senza regole, una terra di nessuno in cui si consumano le carenze dell’assistenza sul territorio, l’incapacità organizzativa, gli errori della politica e i drammi sociali di un’umanità disperata che chiede solo un giusto ed equo diritto alle cure.
  • al sistema territoriale di emergenza sanitaria depauperato di ambulanze, personale medico e infermieristico.
  • alla resistenza verso riforme eque sul sistema delle assunzioni, favorendo invece modalità di reclutamento con modelli privatistici e assegnazioni illegittime a soggetti non credibili come le cooperative di servizi, in barba a sentenze e leggi, incluse le deroghe al codice appalti applicato con fittizi richiami a “urgenze” che sono in realtà inefficienze cronicizzate e lasciate a consolidare, omettendo controlli su responsabilità penali, incluse infiltrazioni mafiose (deroga all’art. 80 D.lgs 50/2016).
  • al confinamento dei medici dell’emergenza-urgenza a burattini di un sistema carente, emarginati in carriere misere senza spiragli di crescita professionale e culturale all’interno delle proprie aziende, sommersi in una gestione delirante dell’assistenza ai cittadini.
  • al rinvio e all’inadeguatezza di risorse economiche insufficienti per tutti i medici, per valorizzare le loro professionalità aggirando i loro disagi lavorativi in un impoverimento che spinge alla disaffezione: l’indennità di Pronto Soccorso cosi come strutturata è misera, e le risorse INAIL per le certificazioni obbligatorie sono state depauperate.
  • alle violenze, aggressioni fisiche e verbali, incluso il mondo sommerso delle proteste agli URP, un vile sottobosco che rivela soltanto la fragilità di un sistema che vuole spostare sul personale i propri misfatti, aizzando i cittadini al conflitto verso le professioni e alla delegittimazione delle competenze.

Cari politici e direttori della sanità, anche voi siete cittadini, e nei servizi di emergenza urgenza potrete pure capitare, ma solo affrontando immediatamente con competenza e giusto confronto una tale gravità di problemi si potrà trovare una via comune per salvare l’assistenza ai cittadini.

Infermieri: tra uomini e donne divario salariale del 24%

“Si dovrebbe considerare con più attenzione la carenza di personale e lo sforzo che a quello in servizio è richiesto per coprire tutte le necessità dei servizi e i bisogni di salute dei cittadini, considerando che le differenze di genere spesso incidono anche sul corretto andamento dei ritmi familiari e che comunque ci sono da colmare differenze, anche economiche, del tutto ingiustificate vista l’assoluta parità di formazione e tipologia di lavoro svolta”. Lo ha affermato Barbara Mangiacavalli, Presidente della Federazione delle professioni infermieristiche (Fnopi), nel corso di un’audizione alla Commissione Politiche dell’Unione Europea del Senato sulla “direttiva del parlamento europeo e del consiglio sulle norme riguardanti gli organismi per la parità nel settore della parità di trattamento e delle pari opportunità tra donne e uomini in materia di occupazione e impiego”.

La professione infermieristica è caratterizzata da una prevalente presenza femminile: le donne (347.947 su quasi 460.000 iscritti agli ordini) rappresentano infatti il 76,5% dei professionisti della categoria. A livello europeo l’Italia si classifica ottava, ed è preceduta dalla Romania, tra i Paesi peggiori per quanto riguarda la retribuzione a favore delle donne nelle professioni sanitarie, con un divario salariale del 24% nei confronti degli uomini. I disallineamenti riguardano gli infermieri che operano all’interno di strutture non afferenti al Servizio Sanitario Nazionale.

La presidente della Fnopi ha illustrato poi alla Commissione una serie di proposte, che vanno dall’innovazione dei contratti di lavoro degli infermieri, per favorire la conciliazione tra vita privata e professionale, all’istituzione di servizi per l’infanzia e l’inserimento negli asili nido anche per i lavoratori in regime di libera professione. La Federazione chiede poi di garantire lo sviluppo economico e di carriera della professione, con la massima equità e parità di accesso e progressione tra generi, di ridurre il divario tra i differenti contratti di lavoro, di abbattere le differenze retributive all’interno dei differenti contratti tra pubblico e privato e di normalizzare il diritto al lavoro part time. Inoltre secondo la Fnpoi è necessaria una tutela legale d’ufficio e il supporto economico da parte delle aziende e dei datori di lavoro per la difesa dei professionisti oggetto di episodi di violenza, che nel caso degli infermieri riguardano per oltre il 75% le donne. Infine Mangiacavalli ha proposto di istituire l’ufficio del garante per i diritti sul lavoro all’interno di tutte le aziende pubbliche e private per la prevenzione e la tutela da episodi di discriminazione.

Consip, al via la gara per oltre 55mila dispositivi impiantabili di ultima generazione

Consip ha pubblicato la seconda edizione dell’Accordo quadro per la fornitura di 55.400 dispositivi impiantabili (pacemaker e defibrillatori, mono e bicamerali con relativi elettrocateteri e sistemi di introduzione, e loop recorder iniettabili).

L’obiettivo dell’iniziativa – che ha un valore complessivo stimato pari a circa 197 mln/€ e una durata di 12 mesi – è garantire alle strutture sanitarie pubbliche la fornitura di dispositivi di ultima generazione e rispondere alle attuali esigenze dei clinici in termini di funzionalità e condivisione dei dati, garantendo la rispondenza alle esigenze terapeutiche dei pazienti.

La gara prevede anche la fornitura di un sistema di monitoraggio remoto che consente il controllo a distanza di tutti i dispositivi impiantati, senza necessità del contatto diretto tra medico e paziente. I dati trasmessi mediante il monitoraggio remoto non riguardano solo i parametri elettrici del dispositivo, ma anche informazioni di carattere clinico, utili per una completa gestione a distanza del paziente. Il sistema offre numerosi vantaggi, sia per il paziente che per l’ospedale, tra cui sicuramente la riduzione del numero dei follow-up ambulatoriali, con conseguente abbattimento dei costi di trasporto e un maggior confort per il paziente, e la possibilità di controllo continuo del dispositivo che consente una maggiore rapidità nel riconoscimento di eventuali problemi, permettendo un’ottimizzazione dell’intervento medico.

Lo strumento dell’Accordo quadro – stipulato con tutti gli aggiudicatari che abbiano presentato una offerta valida – è stato scelto per garantire un’offerta ampia e flessibile di dispositivi innovativi e qualitativamente avanzati, da selezionare in base al criterio della “scelta clinica”, che consente di affidare la fornitura a qualsiasi operatore economico aggiudicatario in base alle esigenze specifiche del paziente.

Anche per questa seconda edizione dell’Accordo Quadro, Consip si è avvalsa del contributo della Associazione Italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione – AIAC, al fine di garantire l’appropriatezza clinica e tecnologica dei dispositivi, nel rispetto delle esigenze del paziente.

Come per le altre gare del settore sanitario, le commissioni giudicatrici saranno composte da medici esperti del settore, per riporre la più ampia attenzione alle esigenze del paziente e alla promozione di innovazione tecnologica e qualità. A tale proposito, si ricorda che le candidature al ruolo di commissario di gara in ambito sanitario sono sempre aperte e accessibili ai funzionari di Aziende sanitarie pubbliche, tramite l’apposito censimento pubblicato sul sito Consip.

Il termine per la presentazione delle offerte da parte delle imprese è fissato alle ore 16 del 21 marzo 2023.

Autonomia differenziata, Gimbe: “Colpo di grazia al SSN”

Non si placa il dibattito sul regionalismo asimmetrico, anche noto come autonomia differenziata. Ne discutiamo con Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE.

Dottor Cartabellotta, cosa pensa del Ddl sul ‘regionalismo asimmetrico’ rispetto alla possibilità di colmare l’annoso divario sanitario tra le Regioni italiane? [Formulo questa domanda utilizzando appositamente questo termine che è riportato nel Ddl…]

Nino Cartabellotta

Concedere alle Regioni maggiori autonomie in materia di “tutela della salute” darà inevitabilmente il colpo di grazia ai princìpi di equità e universalismo che caratterizzano il Dna del nostro Servizio sanitario nazionale. Aumenteranno le diseguaglianze regionali e verrà normativamente legittimato il divario tra Nord e Sud, in violazione del principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute.

Infatti, nonostante i livelli essenziali di assistenza (Lea) siano definiti dal 2001 e monitorati ogni anno dallo Stato, persistono inaccettabili diseguaglianze tra i diversi sistemi sanitari regionali. Peraltro, le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi (Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto) sono proprio quelle che erogano i migliori servizi sanitari e hanno maggiore capacità attrattiva sui pazienti del Centro-Sud, alimentando il fenomeno della “migrazione sanitaria”. Senza contare che alcune tra le maggiori autonomie richieste dalle tre Regioni rischiano di sovvertire l’organizzazione dei servizi sanitari, ostacolando il monitoraggio del Ministero della Salute. Tutto questo, in un momento storico in cui il Paese ha sottoscritto con l’Europa il Pnrr, il cui obiettivo trasversale è proprio quello di ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali.

Da cosa dipendono le enormi differenze tra i servizi sanitari regionali? È un problema di risorse? Di capacità amministrative? O altro?

Dopo la pandemia, la sanità è stata progressivamente rimessa all’angolo

Le Regioni del Centro-Sud, dopo la riforma del Titolo V del 2001, non sono state in grado di organizzare adeguatamente i propri servizi sanitari, generando al tempo stesso enormi buchi nei propri bilanci. Di conseguenza, fatta eccezione per la Basilicata, tutte le Regioni del Centro-Sud sono finite in Piano di rientro (e la maggior parte non sono ancora uscite) o addirittura commissariate (a oggi lo sono Molise e Calabria). D’altronde, le nostre analisi indipendenti documentano la grave crisi di sostenibilità del Ssn ben prima dello scoppio della pandemia. L’imponente definanziamento pubblico di circa 37 miliardi di euro nel decennio 2010-2019; l’incompiuta del Dpcm sui nuovi Lea che aveva ampliato prestazioni e servizi a carico del Ssn senza copertura finanziaria; gli sprechi e le inefficienze; l’espansione incontrollata delle assicurazioni. Oltre alla non sempre leale collaborazione Stato-Regioni e alle aspettative spesso irrealistiche di cittadini e pazienti. In questo contesto la pandemia Covid-19 ha confermato il cagionevole “stato di salute del Ssn” e se nel pieno dell’emergenza tutte le forze politiche convergevano sulla necessità di potenziare e rilanciare il Ssn, progressivamente la sanità è stata nuovamente messa all’angolo.

Pochi giorni fa, a margine della terza Giornata nazionale del personale sanitario, socio-sanitario, socio-assistenziale il ministro della Salute Orazio Schillaci, rispetto al rischio di disgregazione del Ssn con l’autonomia differenziata, ha dichiarato: “La sanità è regionale dal 2001, sono 22 anni che gran parte della sanità è affidata alle Regioni con un’offerta variabile da regione a regione. Il tema dell’autonomia differenziata è importante, ma credo che bisogna riconoscere al Ministero della Salute un ruolo guida. Chi lavora bene continua a farlo e chi magari lavora meno bene può trovare nel Ministero una guida”. Lei pensa possa coesistere una regia nazionale significativa della sanità con l’attuazione asimmetrica di ciò che dovrebbe trovare un’omogenea messa a terra sul territorio nazionale? Penso ad esempio alla sanità digitale di cui al Pnrr, al Fse ecc.

Le parole del ministro Schillaci sono ineccepibili, ma il “ruolo guida” del ministero della Salute è una chimera politica e organizzativa per tre ragioni. Innanzitutto, dopo la riforma costituzionale del Titolo V nel 2001 il ministero è stato profondamente indebolito sino, addirittura a scomparire tra i dicasteri dal 2008 al 2009.

In secondo luogo, al momento, i poteri dello Stato in ambito sanitario continuano a rimanere molto frammentati tra i vari dipartimenti del ministero della Salute e gli enti vigilati (Iss, Aifa, Agenas), spesso con sovrapposizioni di ruoli e funzioni non sempre sinergici e talora conflittuali.

Ancora, gli strumenti utilizzati per verificare l’erogazione dei Lea da parte delle Regioni sono di fatto “spuntati”: infatti, prima la “Griglia Lea” e dal 2020 il Nuovo Sistema di Garanzia configurano più strumenti di political agreement tra Governo e Regioni che mezzi per valutare adeguatamente la qualità dell’assistenza sanitaria erogata alle persone; infine, gli strumenti (piani di rientro, commissariamenti) messi in campo dal ministero per “riprendere” le Regioni del Centro-Sud hanno permesso di ottenere il riequilibrio finanziario quasi ovunque, ma non di facilitare la riorganizzazione dei servizi sanitari regionali, complice anche la lunga stagione dei tagli che ha colpito il Ssn. In definitiva, affinchè la “regia nazionale” possa realmente essere efficace serve un nuovo (e improbabile) patto politico finalizzato a potenziare gli strumenti di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni.

Il dado del Ddl autonomia differenziata però ormai è tratto. E le Regioni ad alto potenziale sanitario hanno già fatto richiesta di adesione. Quali azioni proporrebbe di mettere in campo per evitare pericolose derive che, a detta di molti, potrebbero esacerbare differenti livelli di accesso alla sanità a seconda delle regioni di residenza dei cittadini? In altre parole, come preservare equità ed universalismo del Ssn?

Il Ssn ormai da anni ha “tradito” equità e universalismo

Il Ssn ormai da anni ha “tradito” equità e universalismo, visto che si annoverano innumerevoli diseguaglianze nell’accesso ai servizi: da quelle regionali, con un gap ormai incolmabile tra Nord e Sud, a quelle tra aree urbane e rurali, sino alle diseguaglianze correlate al grado di istruzione, al reddito e al genere. A dispetto del principio fondante dell’universalismo, dunque, nei fatti oggi il Ssn garantisce una “salute diseguale. Con il report “Il Regionalismo differenziato in sanità” abbiamo già invitato il Governo a mettere da parte posizioni sbrigative e proposto in prima istanza di espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie.

In subordine, che l’eventuale attuazione del regionalismo differenziato in sanità venga gestita con estremo equilibrio, colmando innanzitutto il gap strutturale tra Nord e Sud del Paese, modificando i criteri di riparto del Fabbisogno Sanitario Nazionale e aumentando le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni.

È indispensabile salvaguardare la capacità di redistribuzione del reddito senza compromettere l’esercizio dei diritti costituzionali fondamentali, in particolare quello alla tutela della salute: altrimenti, la sanità rischia di diventare un bene pubblico per i residenti nelle Regioni più ricche e un bene di consumo per quelle più povere. Già oggi il Ssn eroga un’assistenza sanitaria “diseguale” e l’universalismo è ormai diventato “selettivo”.

Uno dei punti caldi e controversi del Ddl è quello sui controlli di rispetto dei Lep (che poi sarebbero i ben noti Lea della sanità), possibili ma non obbligatori. Il rischio di un pasticciaccio all’italiana è rilevante… lei che ne pensa?

Al momento la bozza del Ddl Calderoli fa riferimento solo alla definizione dei Lep e non alla loro esigibilità, che inevitabilmente richiede dei controlli da parte dello Stato. È un capitolo tutto da scrivere e, per ciò che riguarda la sanità, da riscrivere.

L’impatto socio-economico delle patologie oncologiche

Pensavamo che l’oncologia avesse, rispetto ad altre patologie che impattano pesantemente sulla qualità della vita, come la sclerosi multipla o l’artrite reumatoide, un costo prevalentemente a carico del SSN. Invece il questionario PROFFIT ci dice che la cosiddetta tossicità finanziaria è un problema anche italiano, per quanto sia diverso e prezioso il nostro SSN rispetto ad altre realtà come gli Stati Uniti.

È quanto emerso nel corso dell’evento “L’impatto socio-economico delle patologie oncologiche. Quali sfide e quali risposte in campo”, organizzato dall’Associazione Preziosa e ospitato dalla Regione Piemonte, a Torino.

Sedici domande, come ha illustrato Massimo Di Maio, Direttore del Dipartimento di Oncologia del Mauriziano, fotografano il disagio, lo misurano e soprattutto sondano le possibili cause: un questionario che sarebbe auspicabile fosse impiegato in studi prospettici non solo per fotografare ma anche come tentativo di correzione e di miglioramento.

Favo, nella persona del Presidente Nazionale, Francesco De Lorenzo, ha riportato dati importanti e drammatici: in Italia, il 70% dei cittadini colpiti da cancro manifesta difficoltà finanziarie rilevanti; il 65% sottolinea conseguenze sulla salute mentale (gravi nel 6,7); per il 30% la malattia ha influito negativamente sulla carriera in termini di mancato avanzamento, riduzione dell’orario da full time a part time, ricollocazione in altro ambito professionale e, nei casi più drammatici, perdita del lavoro.

Tra i pazienti oncologici la popolazione attiva diminuisce dal 51% al 39% a seguito della diagnosi, un dato che sottolinea la difficoltà a mantenere il lavoro.

Diventa cruciale il territorio, come sottolinea Mario Airoldi, Responsabile Area Ospedaliera della Rete Oncologica Piemonte e Valle D’Aosta, per limitare la tossicità, il MMG deve essere maggiormente coinvolto.

“La gestione del follow-up è un altro costo che il paziente spesso subisce, come per la diagnostica – ha sottolineato -. Il accesso è il CAS che compie un qualcosa di unico in Italia con l’assegnazione del codice 048 per cui tutti gli accertamenti vengono effettuati senza un esborso da parte del paziente, semplicemente sulla base di un sospetto di tumore, sono indagini molto costose, ma se il paziente segue il percorso CAS i costi non sono caricati”.

Per il prof. Claudio Jommi, Ordinario dell’Università del Piemonte Orientale, oggi stiamo assistendo ad uno scivolamento silenzioso verso la spesa privata nel percorso del paziente, le risorse sono scarse e vanno gestite al meglio.

Visione integrata nella gestione dei percorsi, integrata nella componente sanitaria e sociale, un approccio non a silos nella gestione delle risorse e allocare le giuste risorse ai tre componenti del welfare: previdenza, assistenza e sanità.

Le evidenze riportate dai pazienti sono sempre più importanti, devono entrare sempre di più nel processo di valutazione dei benefici, delle problematiche di accesso e della patologia.

Le soluzioni proposte da Franco Ripa della Direzione Sanità Regione Piemonte, sono l’appropriatezza, la semplificazione e una buona comunicazione.

Laura Patrucco, Paziente Esperto Eupati e Patient Advocate Associazione Preziosa, ed Eugenia Caggese, Associazione Oncologica Bergamasca ODV, hanno sottolineato il tema importante del diritto all’oblio per i pazienti sopravviventi.

La lotta contro il cancro, hanno spiegato, non è uguale per tutti a causa delle disuguaglianze socio economiche diverse anche da regione a regione.

Per la patient advocacy il binomio salute e lavoro dovrebbe essere all’ordine del giorno oltre al concetto di cura e malattia, quindi diventa corretto parlare di riabilitazione oncologica integrata dei pazienti dopo la guarigione dalla malattia, se considerata come una parentesi di momentanea difficoltà.

La molecola NGF per limitare i danni cerebrali

L’Istituto di farmacologia traslazionale del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ift) di Roma, ha sviluppato un trattamento innovativo basato sull’inoculazione della molecola Nerve Growth Factor (NGF) per via nasale, che potrebbe ridurre gli effetti dei traumi cerebrali ed evitare anche il manifestarsi di disabilità di tipo motorio. 

La sperimentazione, i cui risultati sono pubblicati sul British Journal of Pharmacology, si inserisce in un contesto di cura nel quale è necessario agire con la massima tempestività: è noto, infatti, che in conseguenza di un trauma cerebrale (lesione primaria) si possono verificare in breve tempo una successione di eventi molecolari e biochimici tali da peggiorare ulteriormente il danno. “Sappiamo che queste lesioni possono attivare una serie di conseguenze a cascata quali ischemie (per un ridotto apporto di sangue), ipossie (per carenza di ossigeno) e neuroinfiammazioni, che acutizzano la gravità e aumentano l’estensione della lesione, con esiti spesso permanenti e invalidanti. Il nostro studio nasce quindi dalla necessità di prevenire, o limitare, alcuni di questi meccanismi che determinano l’insorgenza di danni secondari”, spiega Marzia Soligo del Cnr-Ift, autrice della ricerca.

Nello studio, i trattamenti hanno previsto la somministrazione di NGF umano su modelli murini e, a partire dal giorno seguente la fine del ciclo terapeutico, sono stati valutati l’insorgenza di sintomi di disabilità motoria e lo sviluppo di fenomeni di neuroinfiammazione.  “Abbiamo potuto constatare che questa molecola, messa a disposizione da Dompé farmaceutici, inoculata immediatamente dopo il trauma cerebrale, riesce a limitare e prevenire lo sviluppo di danni secondari responsabili della progressione generalizzata del danno cerebrale, come le disabilità di tipo motorio, sia nella zona di impatto (corteccia parietale) che in altre aree del cervello, quali l’ipotalamo. Sappiamo che le lesioni cerebrali traumatiche (TBI), che rappresentano uno dei maggiori problemi nel campo della neurologia, causano ogni anno in Europa circa 1,5 milioni di ricoveri e le popolazioni pediatriche e adolescenziali risultano essere ad alto rischio. Nell’ambito del progetto, inoltre, è in corso di svolgimento il primo studio clinico autorizzato in Italia che prevede l’uso di NGF veicolato al cervello tramite somministrazione intranasale in bambini con esiti di TBI grave. Benché questo trattamento sia applicato a pazienti con traumi cronici – cioè a distanza di mesi dal trauma – l’aspettativa è che questi dati preclinici possano aprire all’esplorazione degli effetti del trattamento precoce con NGF, da associare alle cure primarie per coloro che hanno appena subito una lesione cerebrale grave”, conclude Luigi Manni, ricercatore del Cnr-Ift e primo autore della ricerca.

La ricerca è stata sviluppata nell’ambito di un progetto di medicina traslazionale finanziato dal Ministero della Salute che, oltre ai ricercatori del Cnr-Ift Marzia Soligo e Luigi Manni, ha visto il coinvolgimento di ricercatori clinici della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma, guidati dal professor Antonio Chiaretti.

Costi energetici nelle Aziende Sanitarie pubbliche tra il 2021 e il 2022

In considerazione del progressivo aumento del costo delle risorse energetiche in tutta Europa, incremento ancor più rilevante a seguito dallo scoppio del conflitto in Ucraina e dalla spirale inflazionistica tuttora in corso, AGENAS ha effettuato un’analisi dell’andamento dei costi energetici nelle Aziende Sanitarie Pubbliche, confrontando i dati 2022 e 2021 delle Regioni e Province Autonome di Trento e Bolzano.

Lo scopo del documento è quantificare, tramite l’analisi dei conti economici delle Regioni e delle Province Autonome, l’andamento dei costi energetici nei bilanci, fornendo una rappresentazione sintetica sia a livello complessivo nazionale sia di confronto tra le regioni e le Province Autonome. Il lavoro si inserisce tra le iniziative a supporto nel Ministero della salute, delle Regioni e Province Autonome di Trento e Bolzano ed esula da valutazioni su politiche regionali di efficientamento energetico o su variabili di contesto che possano aver influenzato l’andamento rappresentato, trattandosi essenzialmente di una fotografia dei dati registrati nei conti economici degli anni di riferimento.

Si ricorda, infine, che il legislatore ha previsto per l’anno 2022 finanziamenti per gli enti del Servizio Sanitario Nazionale al fine di contrastare gli effetti dell’aumento dei prezzi delle fonti energetiche.

I dati

La spesa per l’energia nelle aziende sanitarie, che nel 2021 in Italia ha avuto un’incidenza media di 1,3% sul totale dei costi di produzione, ha raggiunto a fine 2022 una media di 2,3%, impattando negativamente sui bilanci di aziende sanitarie e regioni. A livello nazionale, la spesa sanitaria relativa ai costi energetici di tutte le Regioni e Province Autonome per l’anno 2022 è aumentata complessivamente di 1.415.612.935 euro, corrispondente ad un aumento medio pro-capite di 23,98 euro.

La voce “Utenze elettricità”, che rappresenta il 52,3% della spesa complessiva nel 2022, ha subito un aumento, rispetto all’anno precedente, di 822.411.776,09 € (+96,2%); la voce “Riscaldamento”, che corrisponde al 36,3% della spesa, nello stesso periodo ha subito un aumento di 508.839.115,33 € (+77,5%); la voce “Altre utenze”, che rappresenta l’11,4% della spesa complessiva, registra invece un aumento nel 2022 di 84.362.043,09 € (+30,1%).

Malattie rare, UNIAMO: serve percorso unitario in Parlamento

Negli ultimi anni per i malati rari sono stati fatti passi in avanti, segno di una aumentata sensibilità, ma non è ancora abbastanza. La fusione tra i due intergruppi parlamentari sulle malattie rare, uno creato dal senatore Orfeo Mazzella e dall’onorevole Elisabetta Gardini (FdI) e l’altro dall’onorevole Maria Elena Boschi (IV) si è realizzata. Da sempre Uniamo – Federazione Italiana Malattie Rare e FAVO – Federazione Italiana Delle Associazioni Di Volontariato In Oncologia si sono fatti promotori, auspicando un maggior dialogo tra le varie forze politiche così da portare avanti un percorso puntuale e che porti a dei risultati tangibili per i pazienti con malattia rara e onco ematologica.

La notizia è stata divulgata durante il convegno organizzato dal Comitato nazionale Malattie rare, Uniamo (Federazione italiana malattie rare) e Istituto Superiore di SANITÀ (Iss), a Palazzo Giustiniani a Roma.

Uniamo – Federazione Italiana Malattie Rare e FAVO Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia ringraziano l’Onorevole Mazzella per aver perseguito con determinazione il percorso di unificazione, e le Onorevoli Boschi e Gardini per aver aderito con convinzione all’appello. Fondamentale, in questo Intergruppo che vediamo riunificato, la collaborazione in via prioritaria con i rappresentanti dei pazienti, raccolti nelle due Federazioni che da anni operano a livello istituzionale per la tutela delle rispettive comunità. Una comunione che è dettata anche dalla Legge 175/2021, che parla di malattie rare e tumori rari. 

“Credo che la caratteristica distintiva di questo Intergruppo Malattie Rare e Oncologiche sia il fatto di essere nato da una sinergia potente fra rappresentanti parlamentari e rappresentanti delle Associazioni”, dichiara Annalisa Scopinaro, Presidente di UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare, “Dobbiamo partire dai bisogni per cercare le soluzioni politiche. Questo collegamento sarà fondamentale per lavorare insieme sulle tematiche prioritarie per le nostre comunità di persone con malattie rare e onco ematologiche”

La ricerca al servizio delle malattie rare

A pochi giorni dalla Giornata Mondiale delle Malattie Rare, Fondazione Telethon ha annunciato i 35 vincitori del primo round del bando aperto a ricercatori attivi sull’intero territorio nazionale, che vede un totale di 5 milioni e 270mila euro assegnati, raccolti grazie alla generosità dei donatori italiani: nuova linfa per la ricerca al servizio delle malattie rare.

Ne parliamo con la professoressa Enrica Boda del Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi (NICO) – Università di Torino, tra i tre vincitori in Piemonte del bando, che studierà la microcefalia primaria autosomica recessiva 17 (MCPH17), una microcefalia congenita causata da mutazioni nel gene CIT. I pazienti che raggiungono le età più avanzate mostrano epilessia e disabilità intellettiva. Il team di ricerca guidato da Boda – nella foto con i due dottorandi Maryam Ardakani e Martino Bonato – si propone di indagare il contributo delle alterazioni della sostanza bianca nella patologia e proporre una nuova opzione terapeutica per i pazienti con MCPH17.

Quanto e perché è importante l’impegno della ricerca sulle malattie genetiche rare?

La maggior parte delle malattie genetiche rare sono “orfane” di conoscenza e di trattamenti

Le patologie rare sono malattie che colpiscono meno di una persona ogni 2.000, prese singolarmente non sono statisticamente rilevanti e sono perciò spesso trascurate dai grandi investimenti pubblici e delle industrie farmaceutiche, che si concentrano invece sulle patologie più diffuse nella popolazione. La maggior parte delle malattie genetiche rare sono quindi “orfane” di conoscenza e di trattamenti. Sostenere la ricerca biomedica sulle malattie genetiche rare è fondamentale per eseguire diagnosi corrette, capire le basi patogenetiche di queste malattie e sviluppare trattamenti e cure che in questo momento non sono disponibili.

Qual è a suo parere la situazione della ricerca in Italia? È sufficientemente sostenuta?

La ricerca in generale, e in particolare la ricerca di base, è finanziata poco e in modo discontinuo dallo Stato

In ambito accademico e nei centri di ricerca pubblici, la ricerca in generale, e in particolare la ricerca di base, è finanziata poco e in modo discontinuo dallo Stato. L’insufficienza del finanziamento pubblico è inasprita dai costi della ricerca, che sono aumentati molto negli ultimi 10 anni, sia in relazione ai costi di nuove tecnologie – che non ci si può esimere da utilizzare se si vuole essere competitivi nel proprio campo e puntare davvero a dare delle risposte ai quesiti scientifici che sono ancora aperti – sia in relazione alla doverosa necessità di retribuire in modo dignitoso e adeguato le persone che lavorano nei nostri laboratori. 

Detto questo, almeno in alcuni campi, come quello delle patologie genetiche rare o della ricerca in campo oncologico, in Italia esistono charities che sostengono in modo determinante e continuo la ricerca biomedica e la traslazione delle conoscenze prodotte nei laboratori in un miglioramento delle capacità diagnostiche e di cura. Penso ad esempio a Telethon, alla Fondazione Veronesi o ad AIRC, ma anche ad associazioni e fondazioni più piccole che si basano su donazioni di privati. L’impegno di queste realtà non si esaurisce solo nel finanziamento della ricerca, ma si estende anche alla collaborazione con le Istituzioni, com’è avvenuto ad esempio per la stesura del Piano Nazionale Malattie Rare, che è stato approvato recentemente.

Com’è nato e in cosa consiste il progetto con cui ha vinto il bando Telethon?

Il progetto che riceverà il finanziamento Telethon nasce da uno studio che portiamo avanti da alcuni anni in collaborazione con il gruppo di ricerca del Prof. Ferdinando Di Cunto, che è stato il primo ricercatore a Torino a studiare il ruolo delle proteine codificate da CIT, il gene le cui mutazioni sono associate ad una patologia del neurosviluppo, la microcefalia primaria autosomica recessiva 17 o microcefalia 17 (MCPH17). A seconda del tipo di mutazione, i pazienti mostrano alterazioni neuroanatomiche che possono risultare in mortalità precoce, un grado variabile di disabilità intellettiva e, in una frazione dei pazienti, in epilessia.

In questo momento, non esiste cura per i pazienti MCPH17 e le uniche strategie di trattamento proposto si basano sulla fisioterapia, la terapia del linguaggio e la terapia occupazionale. Si dà per scontato che la MCPH17 e le sue manifestazioni siano attribuibili unicamente ad una mancata produzione di neuroni durante lo sviluppo in utero, ultimato il quale “non ci sia più nulla da fare” per correggere i difetti neuroanatomici o favorire un più corretto sviluppo dei circuiti nervosi. Coerentemente con questa idea, fino ad ora la ricerca sulla MCPH17 si è concentrata esclusivamente sui difetti dei precursori neuronali e dei neuroni associati alle mutazioni del gene CIT.

Tuttavia, in uno studio che abbiamo recentemente pubblicato su Nature Communications, abbiamo osservato alterazioni significative anche in cellule non neuronali, e in particolare negli oligodendrociti, le cellule che producono la mielina intorno gli assoni dei neuroni, nel cervello di pazienti MCPH17 e di modelli della patologia.

Abbiamo anche dimostrato che le disfunzioni degli oligodendrociti sono indipendenti dai difetti neuronali e possono contribuire di per sé al difetto cognitivo in topi modello della malattia. Ancora più recentemente, abbiamo anche scoperto che, nonostante non corregga la microcefalia, un trattamento in epoca post-natale con un farmaco anti-ossidante è in grado di correggere almeno in parte le disfunzioni degli oligodendrociti e di ridurre significativamente le manifestazioni epilettiche e i difetti motori nel modello animale della MCPH17.

Quali sono le sue finalità? Quali prospettive apre?

L’obiettivo ultimo è quello di proporre una strategia di trattamento per i pazienti MCPH17

Sulla base di questi risultati, con il finanziamento di Telethon, ci proponiamo di testare una combinazione di approcci sperimentali e farmacologici mirati a correggere le disfunzioni degli oligodendrociti, con l’obiettivo di sostenere la maturazione e la funzione dei circuiti nervosi nei modelli animali di MCPH17. L’obiettivo ultimo è quello di proporre una strategia di trattamento per i pazienti MCPH17. Oltre al gruppo del Prof. Di Cunto, che lavora presso il nostro stesso Istituto, in questo progetto collaboreremo con il gruppo della Dott.ssa Eleonora Vannini dell’Istituto di Neuroscienze del CNR di Pisa.

Qual è il suo augurio per la Giornata delle Malattie Rare?

Il mio augurio è quello che, ad ogni livello – dai cittadini ai policy maker – si estenda la comprensione che la ricerca e i suoi risultati sono un patrimonio collettivo, che deve essere promosso e sostenuto per allargare l’accesso alla diagnosi, alla cura e a una migliore qualità della vita per tutte le persone, con malattie rare e non.

EMA lancia un progetto pilota per dare consulenza scientifica su dispositivi medici ad alto rischio

L’EMA ha avviato un progetto pilota per fornire consulenza scientifica sulla strategia di sviluppo clinico prevista e proposte di indagine clinica per alcuni dispositivi medici ad alto rischio (tutti i dispositivi di classe III e i dispositivi attivi di classe IIb destinati a somministrare e/o rimuovere uno o più medicinali).

A partire da oggi, i produttori possono inviare la loro manifestazione di interesse a far parte del progetto pilota sulla consulenza scientifica che sarà fornita dai gruppi di esperti di dispositivi medici.

I gruppi di esperti forniranno consulenza gratuita a dieci candidati selezionati sulla loro strategia di sviluppo clinico e/o proposte di indagine clinica. Il progetto pilota durerà circa un anno e contribuirà a stabilire un’efficiente procedura di consulenza scientifica. La consulenza scientifica è uno strumento fondamentale per promuovere l’innovazione e un accesso più rapido dei pazienti a dispositivi più sicuri ed efficaci.

Il progetto pilota darà la priorità a determinati tipi di dispositivi medici:
• dispositivi a beneficio di un piccolo gruppo di pazienti nel trattamento o nella diagnosi di una malattia o condizione, come i dispositivi destinati al trattamento di una condizione rara, noti come “dispositivi orfani” e i dispositivi per uso pediatrico;
• dispositivi per le condizioni mediche che mettono in pericolo la vita o causano una compromissione permanente di una funzione corporea e per le quali le attuali alternative mediche sono insufficienti o comportano rischi significativi;
• nuovi dispositivi con un possibile grande impatto clinico o sulla salute.

Maggiori informazioni sul processo e sui criteri di selezione sono disponibili sul sito web dell’EMA.
Le prime cinque candidature saranno selezionate ad aprile. Le piccole e medie imprese sono fortemente incoraggiate a presentare le loro lettere di interesse.
Una volta completato il progetto pilota, l’EMA valuterà il processo e l’esperienza del richiedente e degli esperti e terrà un incontro con le parti interessate per discutere i potenziali miglioramenti.

Maggiori informazioni sui gruppi di esperti di dispositivi medici e sui pareri scientifici

I gruppi di esperti sui dispositivi medici forniscono opinioni e pareri sulla valutazione clinica condotta dagli organismi notificati nell’ambito della certificazione di alcuni dispositivi medici ad alto rischio e della diagnostica dei dispositivi medici in vitro.
L’EMA ha assunto il coordinamento dei gruppi di esperti in dispositivi medici il 1° marzo 2022 nell’ambito del suo mandato esteso sulla preparazione alle crisi e la gestione dei medicinali e dei dispositivi medici ai sensi del regolamento (UE) 2022/123.