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Salutequità su PNRR e Riforma assistenza territoriale: circa 2,3 miliardi necessari nel 2026 per garantire il personale, ma mancano coperture per 500 milioni

Nel 2026 serviranno circa 2,3 miliardi per il personale necessario a far partire le strutture previste dal PNRR che si stanno realizzando anche grazie alla sottoscrizione dei contratti istituzionali di sviluppo (CIS), e per mettere a terra la riforma collegata dell’assistenza sanitaria territoriale del SSN prevista dal DM 77.

Analizzando gli standard previsti dallo stesso DM servono circa altri 2mila medici, 20mila infermieri e oltre 30mila unità di personale tra altri dirigenti sanitari, altre professioni sanitarie, operatori sociosanitari e personale di supporto, anche considerando quello già in servizio nelle strutture esistenti, che comunque vanno riadeguate al nuovo modello.

Una sfida difficile con le attuali risorse a disposizione della Sanità, anche se l’operazione, secondo le tempistiche del PNRR, è da completarsi entro il 2026.

“Difficile perché le attuali coperture relative al personale sanitario per il 2026, anno in cui andrà a regime il PNRR e il DM 77, ad oggi si attestano a circa 1,7-1,8 miliardi di euro, a fronte di un costo complessivo che oscilla tra circa 2,1 e 2,3 miliardi. Vanno trovate ulteriori coperture per circa 500 milioni di euro, altrimenti il debito buono relativo alle nuove strutture territoriali previste dal PNRR si trasformerà in debito cattivo, cioè strutture vuote senza tutto il personale necessario – queste le dichiarazioni di Tonino Aceti, Presidente di Salutequità – e le coperture devono essere effettive e non solo basate su presunti e potenziali risparmi di spesa derivanti dall’applicazione della riforma territoriale. Sul punto l’Ufficio Parlamentare di Bilancio è stato chiaro”.

Rispetto alle strutture si dovranno realizzare – entro metà 2026 – 1430 Case di Comunità, 435 ospedali di comunità, invece 611 Centrali per la continuità assistenziale entro metà 2024.

Numeri che tengono conto dell’incremento di strutture previste dalle Regioni rispetto a quelle finanziate dal PNRR e sottoscritte nei CIS: 80 case di comunità in più (28 nel Lazio, 12 in Lombardia, 10 in Sicilia), 11 COT in più (7 in Campania), 35 Ospedali di comunità in più (7 in Puglia, 6 in Lombardia, 5 in Calabria e Veneto).

Circa l’80% (1121) delle Case della Comunità saranno oggetto di riconversioni e adeguamento di strutture esistenti; 310 quelle costruite ex novo (es. Lombardia 48, Campania 47, Puglia e Toscana 38, Veneto ed Emilia-Romagna 24). Circa una casa della comunità su 3 (484/1430) sarà spoke, ovvero garantirà presenza medica e infermieristica 6 giorni su 7, h 12 e potrebbe non prevedere servizi diagnostici di base, continuità assistenziale e punti prelievi (obbligatori invece nelle CdC hub che garantiscono presenza medica h 24, 7/7 e infermieristica almeno h 12 per 7/7). Sono presenti in particolare al sud: Sicilia (98), Campania (85), Puglia (65), Calabria (47).

Veneto, Lombardia, Piemonte, Umbria avranno solo CdC hub.

Gli ospedali di comunità edificati da zero saranno circa 1 su 5 (94/435). La prevalenza delle COT, 441, utilizzerà spazi disponibili esistenti e funzionali non oggetto di intervento.

Il focus è di Salutequità, Associazione per la valutazione della qualità delle politiche per la salute, che nella sua terza analisi “PNRR e cronicità: Assistenza territoriale e Personale sociosanitario” (la prima è stata su Sanità digitale e cronicità, la seconda su Cure mancate e percorsi diagnostici terapeutici assistenziali, PDTA, per la cronicità) accende un riflettore sulla riforma dell’assistenza territoriale delineata dalla Missione 6 del PNRR guardando a “contenitori e contenuti”.

“Non si può immaginare di realizzare un nuovo modello di sanità di prossimità omogenea nelle Regioni e capace di garantire maggiore equità di accesso, soprattutto per le persone con cronicità– ha continuato Tonino Aceti – senza considerare che per garantire l’assistenza non bastano solo le strutture o le reti informatiche e informative, ma servono i professionisti che le animano, le utilizzano in modo appropriato e le finalizzano al soddisfacimento dei bisogni di salute dei cittadini”.

“Se manca il necessario personale, adeguatamente formato e retribuito e con le necessarie e riconosciute responsabilità c’è il rischio dell’effetto boomerang, per i cittadini che, non trovando i servizi promessi e programmati, si vedranno costretti a ritornare negli ospedali questa volta però più fragili perché anch’essi sempre più vuoti di personale, quest’ultimo stremato dalle condizioni di lavoro”.

È ovvio che la prima necessità, arrivati a questo punto – spiega ancora il presidente di Salutequità – è di superare definitivamente il tetto di spesa del personale sanitario al fine di finanziare adeguatamente gli standard del personale che vanno anch’essi definiti e approvati velocemente, superare le attuali difficoltà di reclutamento e fare fronte al turn over crescente legato ai blocchi subiti dal sistema negli ultimi dieci anni sia nell’ambito territoriale che ospedaliero. Tutto questo secondo parametri di valorizzazione professionale, economica e di benessere organizzativo dei professionisti, fattori che contribuiscono a migliorare l’attrattività del lavoro del Servizio Sanitario Pubblico e una maggiore qualità dell’assistenza, altrimenti in serio rischio”.

I passi da compiere – ha concluso Aceti – sono chiari e vanno fatti subito a partire da questa Legge di Bilancio che purtroppo ad oggi dedica troppo poco spazio al capitale umano del nostro SSN, non si occupa di liste di attesa e recupero delle cure mancate, oltre al fatto di non aver previsto alcun finanziamento per l’aggiornamento e l’attuazione del Piano Nazionale della Cronicità, uno strumento fondamentale per far fronte alla presa in carico della cronicità nelle more della realizzazione del PNRR e del DM 77”.

I dati dell’analisi e le proposte dell’”Osservatorio permanente assistenza pazienti Non-Covid. Focus su cronicità” sono state presentate oggi nel corso di un incontro a porte chiuse con i rappresentanti della politica nazionale e i principali stakeholder del SSN, realizzato grazie al contributo non condizionato di UCB, Bristol Myers Squibb, Gruppo Menarini, Sanofi e Beigene.

Il report completo è disponibile cliccando qui

AIFA lancia una app per informazioni e notifiche sui farmaci

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha rilasciato l’applicazione per dispositivi mobili AIFA Medicinali, pensata come uno strumento pratico e immediato per accedere a informazioni e ricevere notifiche sui farmaci.

“L’iniziativa dell’Agenzia – afferma il Direttore Generale, Nicola Magrini – nasce da un’esigenza segnalata dalle stesse associazioni di persone con patologie croniche e invalidanti che ci hanno sollecitato a sviluppare una app per renderli maggiormente in grado di controllare meglio possibili carenze, avere a disposizione strumenti agili per consultare informazioni aggiornate sui farmaci, ricevere prime indicazioni  su ‘Cosa fare quando un farmaco è carente’, avvisi sulla loro disponibilità in commercio. Chiaramente la App AIFA Medicinali mette a disposizione vari strumenti di supporto per la consultazione agile e per favorire l’aderenza alle terapie mediante semplici promemoria che ricordano dosi, tempi, modalità di assunzione e scadenza del farmaco. Abbiamo anche in cantiere un’altra app per la prescrizione degli antibiotici più efficaci, sicuri e a minor rischio di sviluppare resistenze”.

Tra le diverse funzionalità, AIFA Medicinali consente di accedere direttamente alla Banca Dati dei farmaci di AIFA, effettuare ricerche dettagliate sulle singole confezioni, consultare il Foglio Illustrativo (FI) e il Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto (RCP), visualizzare e verificare lo stato di commercializzazione dei medicinali autorizzati in Italia.

L’app permette di salvare i medicinali tra i “Preferiti”, creare uno o più “armadietti” con i farmaci di utilizzo più frequente e impostare promemoria per l’assunzione dei medicinali, offrendo al paziente o a chi se ne prende cura un supporto nella corretta assunzione delle terapie.

Tramite l’app è possibile essere aggiornati su eventuali carenze dei farmaci di proprio interesse e tenere sotto controllo la scadenza delle confezioni, mediante il servizio di notifica.

L’app permette infine di inserire una o più tessere sanitarie per averle a disposizione in qualsiasi momento sul proprio dispositivo mobile.

Rilasciata in versione BETA, può essere scaricata gratuitamente dagli store ufficiali di Google e Apple accessibili direttamente dai dispositivi tramite le rispettive app Google Play Store e App Store.

Questa app è l’esempio di una collaborazione virtuosa tra le istituzioni e il mondo del volontariato” sottolinea Giovanni Battista Pesce, presidente della Associazione Italiana contro l’epilessia, anche a nome di ANFAS e FISH. “Essa rappresenta un importante segnale di attenzione concreta al tema delle patologie croniche”, conclude Pesce.

Per scaricare l’app:

Google Play Store

App Store

Giornata Internazionale Persone con Disabilità, OMaR e AMR: attuazione Legge Delega grande occasione anche per i malati rari

Ricorre il 3 dicembre la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, ma le famiglie italiane non hanno molto da festeggiare. Perché sono molte, troppe, le criticità ancora da risolvere. In particolare, quelle che ricadono sulle famiglie in cui si convive con la disabilità grave e gravissima, spesso conseguenza di patologie rare e croniche. Nuclei in cui, in molti casi, i genitori o i fratelli e le sorelle, quelli che comunemente chiamiamo caregiver familiari, devono scegliere se lavorare o assistere a tempo pieno i loro congiunti, spesso con importanti ricadute sul piano economico. Perché una legge che riconoscere il ruolo dei caregiver in Italia non esiste e perché l’assistenza, sia sociale che sanitaria, soprattutto quella domiciliare, continua a rappresentare un elemento di diseguaglianza sociale nel nostro Paese.

Molte delle disabilità gravi sono determinate dal decorso e dall’esito di malattie rare, che sappiamo essere più di 10.000, con peculiarità molto diverse l’una dall’altra. Da parte delle associazioni ci sono molte attese e speranze riguardo all’attuazione della Legge Delega, che rappresenta per il Governo un’occasione davvero importante per avviare la revisione delle disposizioni in tema di disabilità – dichiara Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttrice dell’Osservatorio Malattie Rare – Questa Legge può rappresentare un passaggio fondamentale nella presa in carico olistica delle persone con disabilità, che devono e vogliono essere considerate e valutate in tutti i loro contesti, non solo quello sanitario, ma scolastico, lavorativo, sociale, familiare ed economico. Siamo a piena disposizione del Ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, perché crediamo fermamente che la collaborazione attiva tra stakeholder possa dare risultati straordinari, come d’altro canto è già avvenuto per l’approvazione del Testo Unico Malattie Rare (TUMR). In attesa di questa Legge, però, c’è qualcosa che si potrebbe fare da subito, già nella Legge di Bilancio: rifinanziare adeguatamente il Fondo di Solidarietà per le famiglie con malati rari affetti da disabilità gravissime, contenuto nel TUMR. Sarebbe un primo modo, concreto e immediato, per aiutare una fetta delle famiglie, quelle in maggiori difficoltà”.

Livelli essenziali di assistenza (LEA) e livelli essenziali di prestazioni (LEP) evidenziano una disparità nazionale che ad oggi non è più accettabile – afferma Fortunato Nicoletti a nome dell’Alleanza Malattie Rare (AMR), Tavolo tecnico permanente che riunisce oltre 340 associazioni di pazienti con malattie rare – Per le persone con malattia rara è fondamentale che vengano emanati i decreti attuativi necessari per rendere operativo il Testo Unico Malattie Rare. Ma le disparità regionali non riguardano solo questi aspetti, perché dietro alla malattia rara c’è una condizione di disagio, fisico, psichico, sociale, socio-assistenziale, economico: disabilità e fragilità che devono essere tutelate. La disabilità è una condizione che deve essere presa in carico in maniera globale ed è tempo che i provvedimenti ad essa dedicati siano ideati e concertati con chi li recepisce, quindi i malati e i caregiver. Per offrire una condizione di vita migliore, più dignitosa alle persone con malattie rare e alle loro famiglie”.

Caregiver, è tempo di una legge nazionale

Nonostante qualche tentativo sia stato fatto, ad oggi quello dei caregiver è uno degli ambiti in cui risulta più urgente intervenire a livello legislativo, per tutelare i circa 3 milioni di persone, per la maggior parte donne, che almeno nella metà dei casi hanno dovuto abbandonare l’attività lavorativa per dedicarsi all’attività di cura a tempo pieno [Fonte: Istat 2018].

L’Italia ha tempo fino a marzo per rispondere alla condanna ricevuta dal Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità per la mancanza di tutela giuridica dei caregiver. Mentre si attende la definizione di un quadro normativo nazionale, con la discussione parlamentare ferma dal 2016, le Regioni si muovono ciascuna secondo la propria sensibilità e le proprie disponibilità economiche, in alcuni casi scatenando anche il malcontento delle associazioni.

Legge Delega sulla Disabilità

La legge n. 227/2021, “Delega al Governo in materia di disabilità”, rinvia al Governo uno o più atti (decreti legislativi) per il riassetto delle disposizioni vigenti in materia di disabilità. Essa rappresenta l’attuazione di una delle riforme (riforma 1.1) previste dalla Missione 5 “Inclusione e Coesione” Componente 2 “Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e Terzo settore” del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). In particolare, essa richiama i principi contenuti nella Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dal Parlamento con la Legge 3 marzo 2009, n. 18, che mira a promuovere, proteggere e garantire il pieno e uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità.

Concluso l’iter di approvazione della Legge Delega, si apre ora una fase importante e allo stesso tempo molto delicata: la sua attuazione, attraverso l’emanazione di uno o più decreti legislativi, necessari per dare luogo alla revisione e al riordino delle disposizioni in tema di disabilità.

Testo Unico Malattie Rare (TUMR) 

Il Testo Unico Malattie Rare (TUMR, Legge 175/21), fortemente voluto dal precedente Intergruppo Parlamentare per le Malattie Rare e approvato in maniera trasversale. In vigore dallo scorso 12 dicembre, ad oggi rimane, di fatto, inattuato poiché solo uno dei cinque atti necessari per l’applicazione è stato prodotto, nonostante i termini fissati siano scaduti. Gli atti che mancano, allo stato attuale, per una concreta attuazione del TUMR sono: un decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, di concerto con il Ministro della Salute e del Ministro dell’Economia e delle Finanze, per l’istituzione del Fondo di Solidarietà per le persone affette da malattie rare; un accordo, di competenza della Conferenza Stato-Regioni, relativo all’approvazione del secondo Piano Nazionale Malattie Rare e al riordino della Rete; un secondo accordo, anche questo di competenza della Conferenza Stato-Regioni, concernente l’informazione sulle malattie rare; un regolamento del Ministro della Salute, di concerto con il Ministro dell’Università e della Ricerca, per la definizione dei criteri e delle modalità di attuazione degli incentivi fiscali in favore dei soggetti, pubblici o privati, che si occupano di ricerca finalizzata allo sviluppo di protocolli terapeutici sulle malattie rare o nella produzione dei farmaci orfani. Il Fondo di Solidarietà, in particolare, sarebbe un aiuto immediato per le famiglie in maggiori difficoltà. Attualmente ha una dotazione di un solo milione di euro ma, vista l’imminente Legge di Bilancio per il 2023, si auspica un rifinanziamento che possa renderlo realmente incisivo.

Per la Corte Costituzionale l’obbligo vaccinale Covid è legittimo

L’obbligo del vaccino anti Covid introdotto dal governo Draghi nel 2021 per alcune categorie professionali e gli over 50 è legittimo.

A confermarlo la Corte Costituzionale, che ha ritenuto inammissibili e non fondate le questioni poste da cinque uffici giudiziari. La Consulta ha in particolare ritenuto inammissibile, per ragioni processuali, la questione relativa alla impossibilità, per gli esercenti le professioni sanitarie che non abbiamo adempiuto all’obbligo vaccinale, di svolgere l’attività lavorativa, quando non implichi contatti interpersonali.

Sono state ritenute invece non irragionevoli, né sproporzionate, le scelte del legislatore adottate in periodo pandemico sull’obbligo vaccinale del personale sanitario. Non fondate, infine, sono state ritenute le questioni proposte con riferimento alla previsione che esclude, in caso di inadempimento dell’obbligo vaccinale e per il tempo della sospensione, la corresponsione di un assegno a carico del datore di lavoro per chi sia stato sospeso; e ciò, sia per il personale sanitario, sia per il personale scolastico.

È quanto rende noto l’Ufficio comunicazione e stampa della Corte costituzionale, in attesa del deposito delle sentenze.

Anelli (Fnomceo): “Riconosciute le ragioni della scienza”

“Un grande riconoscimento per i vaccini, considerati strumenti fondamentali per combattere la pandemia, al punto che la Consulta approva le decisioni del Governo di introdurre l’obbligo, considerandole come non irragionevoli né sproporzionate”.

Così il presidente della FNOMCeO, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli, commenta, “a caldo”, le decisioni della Consulta in merito all’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari.

“Le ragioni della scienza sulla efficacia dei vaccini per la protezione della popolazione sono state riconosciute – continua Anelli – così come sono state testimoniate dalla adesione della stragrande maggioranza degli italiani, che si sono sottoposti alla vaccinazione, e dai 470000 medici e odontoiatri italiani che hanno adempiuto all’obbligo vaccinale: il 99,2%, ossia la quasi totalità”.

Per approfondire

Le cure palliative in 100 domande e risposte

Il termine “palliativo” è sinonimo di inutile? Che cosa si intende per “fine vita”? Che cos’è un Hospice? Come redigere le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT)? Quali sono gli errori più comuni degli operatori nella comunicazione con il malato?

100 domande sulle cure palliative

Le risposte ai quesiti più importanti su questo argomento sono raccolte nel nuovo libro “100 domande sulle Cure Palliative” (SEEd Medical Publishers) di Anna Maria De Santi, sociologa, prima ricercatrice, responsabile dell’Unità di Neuroscienze Sociali del Dipartimento di Neuroscienze dell’Istituto Superiore di Sanità, e Italo Penco, medico, direttore sanitario del Centro di Cure Palliative Fondazione Sanità e Ricerca di Roma, Past President della Società Italiana di Cure Palliative (SICP).

Perché le “100 domande”

Nel nostro Paese si rende necessario avviare un cambiamento culturale in grado di coinvolgere non solo gli operatori, ma anche tutti coloro che devono iniziare a fare i conti con l’aumento delle malattie croniche e il “tanto temuto fine vita”.

La salute, fino alla fine, dovrebbe essere accompagnata da cure appropriate centrate non sulla malattia ma sulla persona, sulla sua famiglia e sul suo contesto di vita, su relazioni terapeutiche sincere basate su comunicazioni empatiche ed efficaci, su valutazioni “personali” e sul controllo dei sintomi che causano sofferenza. Questo approccio corrisponde alle Cure Palliative.

Il volume, che fa parte della collana SEEd “100 domande”, costituisce una formula efficace che risponde all’esigenza di far conoscere a tutti, compresi gli operatori sanitari, le basi delle Cure Palliative, ancora oggi poco diffuse e non pienamente applicate.

Sebbene le Cure Palliative rappresentino l’approccio di cura più adatto per migliorare la qualità di vita non solo ma in particolare alla fine della vita, non molti le conoscono ancora nella giusta forma, sia a livello nazionale che internazionale.

Il libro, che si compone di cinque sezioni (Aspetti generali, Gestione della sofferenza, Consapevolezza, Relazione di Cura, Comunicazione), permette a chiunque lo desideri di acquisire una migliore conoscenza della materia e ai professionisti sanitari impegnati in strutture non specialistiche in Cure Palliative di trovare risposte ai quesiti che spesso si pongono o che gli vengono posti da pazienti e familiari.

Il testo, che affronta la tematica in modo chiaro e semplice, è di facile lettura e offre un orientamento “pratico” verso la comprensione dei bisogni fisici, sociali, spirituali e psicologici della persona malata e della sua famiglia e nei confronti dell’adozione – anche precoce – di un appropriato percorso di cura che consenta il raggiungimento di una migliore qualità di vita.

Per rendere più operativo il volume, si è chiesto agli operatori che lavorano nelle Cure Palliative di indicare le domande che più spesso vengono rivolte dai pazienti e familiari durante la malattia

Per rendere maggiormente operativo il volume, si è chiesto agli operatori che quotidianamente lavorano nelle Cure Palliative di indicare le domande che più spesso vengono rivolte dai pazienti e familiari nel corso della malattia (e tra operatori stessi).

Si auspica che, anche grazie a questo libro, sia possibile contribuire a creare una cultura capace di accogliere meglio le Cure Palliative nel nostro Paese e consentire una maggiore sensibilità verso questo tipo di cure orientate alla condivisione delle responsabilità e delle scelte della persona.

Serve un cambio culturale

Italo Penco

L’idea del volume è nata da un’esigenza sentita: “Lavorando in questo settore, ciascuno per la propria parte, ci siamo resi conto che l’argomento non viene trattato nella maniera giusta, non solo con i cittadini ma anche a livello di operatori sanitari – spiega Penco -. I cittadini dovrebbero esserne informati perché la Legge 38/2010 sancisce il diritto delle persone a non soffrire, un diritto che si può esplicare se lo si conosce, mentre di solito se ne viene a conoscenza solo quando ci si trova in una condizione difficile, ad esempio quando c’è un parente malato. Dal canto loro, gli operatori faticano a comprendere le Cure Palliative per due tipi di problemi.

Il primo è di ordine formativo, perché nelle università, nel percorso che porta alla laurea queste non vengono insegnate: ciò significa che un qualsiasi operatore che non intraprenderà questo specifico indirizzo, non avrà conoscenze in materia. Il secondo è un problema culturale, collegato al fatto che anche tra i professionisti c’è una difficoltà a gestire il momento del fine vita: da chi ha studiato per imparare a salvare vite, viene vissuto un po’ come una sconfitta personale. Si tratta invece di un evento che inevitabilmente avviene, che può essere affrontato in un modo meno doloroso sia per il paziente che per i famigliari e anche per gli operatori sanitari”.

“100 domande sulle cure palliative” è un libro per tutti. “Il volume non ha la pretesa di fornire competenze, ma di dare ai malati, ai famigliari e agli operatori una risposta semplice alle domande più frequenti che vengono poste quando i professionisti delle Cure Palliative prendono in carico – precisa l’autore -. Il nostro auspicio è che  possa essere d’aiuto anche quando ci si trova di fronte a delle scelte, come rappresentato sulla copertina: è il caso in cui il malato si trovi a decidere se puntare alla sopravvivenza il più a lungo possibile a ogni costo, quindi anche sottoponendosi a una terapia molto aggressiva, o a preferire una migliore qualità della vita, senza sottoporsi a cure sproporzionate che potrebbero rendere più complesso il percorso. Questi sono aspetti su cui serve una maggiore consapevolezza anche da parte dei medici. È inoltre carente l’integrazione specialisti-territorio: se fosse garantita con maggiore continuità, di certo ne beneficerebbe il paziente”.

Di solito se ne parla in relazione al fine vita, ma in una concezione più moderna si punta sulle Cure Palliative precoci, che si impostano già dal momento della diagnosi

Sulle Cure Palliative grava anche un fraintendimento: “Normalmente si parla di Cure Palliative al momento del fine vita, invece oggi, nella concezione più moderna, si spinge per la concezione di Cure Palliative precoci, che si impostano già dal momento della diagnosi: una diagnosi infausta non significa che essere per forza vicino al fine vita. Per esempio si possono impostare delle Cure Palliative durante la chemio e, se questa dà buoni frutti, quando non servono più vengono interrotte. Può non essere necessaria quindi la presa in carico da parte dell’equipe di Cure Palliative e il palliativista può dare un contributo anche in forma di consulenza”.

Anna De Santi

Poi c’è il grande tema della comunicazione: del resto, la Legge 219/2017 sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento chiarisce che il tempo della comunicazione è tempo di cura. Afferma De Santi: “La letteratura, oltre all’esperienza, ci sta mettendo davanti le evidenze sul fatto che se si comunica bene si cambia la qualità di vita delle persone, gli operatori stessi ci guadagnano nel rapporto con i pazienti e i famigliari hanno un bagaglio che li aiuterà ad affrontare meglio il lutto. Serve un cambio culturale”.

L’importanza della formazione

“La formazione ha fatto salti notevoli: nel 2021 è stata istituita e quest’anno è partita la Scuola di specializzazione in Medicina e Cure Palliative – afferma Penco -. Un obiettivo importante raggiunto, che si aggiunge al precedente: nel 2019, da parte dei presidi delle Facoltà di Medicina e chirurgia e delle altre professioni sanitarie, sono stati raccomandati crediti formativi specifici in Cure Palliative nel percorso pre laurea. Questo significa che tutti gli studenti che raggiungono la laurea dovrebbero aver dedicato alcune ore a questa disciplina. In realtà a oggi solo il 40% delle università inserisce opportunità di questo genere per ottenere crediti formativi: è un punto che deve essere ulteriormente sviluppato per far sì che tutti i professionisti sappiano avere un approccio palliativo. Questa è ormai una definizione ufficiale. Si tratta di poter erogare assistenza avendo bene in mente i principi delle cure palliative e la possibilità di indirizzare i malati, quando necessario, verso servizi più specifici come l’Hospice o le unità di Cure Palliative domiciliari”.

Per chi desidera approfondire ulteriormente, c’è poi la possibilità dei Master di I e II livello in Cure Palliative.

La formazione deve coinvolgere tutte le figure che stanno a contatto con il malato, dal medico di famiglia ai volontari

Ma la formazione è fondamentale non solo per i professionisti sanitari: deve coinvolgere tutte le figure che stanno a contatto con il malato, come ad esempio i volontari. “Il nostro libro nasce proprio con questo spirito, proprio per essere fruito dal paziente al medico di base al volontario – aggiunge De Santi -. L’ISS fornisce corsi di formazione di qualità a tutte le strutture che formeranno volontari e operatori, ma rimane comunque l’esigenza di sensibilizzare a 360 gradi sul tema delle Cure Palliative. Questo vale in particolare per i medici, che a volte in ospedale vedono i colleghi che hanno una sensibilità sull’argomento come se fossero quasi degli imbonitori. Bisogna cominciare a fare public engagement e dare esempi di buone pratiche a chi ancora non ha una preparazione specifica per aiutarlo a comprendere un modello che la nostra società non ha ancora culturalmente preparato. Abbiamo il problema dei ritmi di lavoro sempre più incessanti, il Covid ha creato tanta confusione e questa aziendalizzazione, che conta tanto sull’efficienza, deve cominciare a dare spazio, tempo e modo alla qualità della relazione. Qualcosa sta cominciando a cambiare, ma sono cambiamenti lenti, e oltre al livello strutturale sono convinta che giochi un ruolo importante la base: è un movimento che parte anche dal singolo. Ecco perché abbiamo proposto un volume semplice, che aiuti chiunque lo desideri a capire”.

“Tutto questo senza evitare anche argomenti critici come la sedazione palliativa e il suicidio medicalmente assistito: sono temi su cui è importante fare chiarezza perché, fermo restando che ci possono essere idee diverse, c’è chi punta a creare confusione per il proprio tornaconto”, dice Penco.

“Pur avendo precisato che il fine vita non è l’unico campo di applicazione delle Cure Palliative, rifletto su come ci siano tanti professionisti che aiutano la nascita, dal ginecologo all’ostetrica, ma non ci sono molte persone preparate a gestire il momento della fine – conclude De Santi -: è necessario metterci molta più attenzione”.

Agenas e Aiop presentano il rapporto sulla qualità degli outcome clinici negli ospedali italiani

Agenas e Aiop presentano il Rapporto sulla Qualità degli Outcome clinici negli Ospedali Italiani, un documento che propone una valutazione comparativa delle strutture ospedaliere, elaborata sulla base del livello di aderenza agli standard quantitativi e qualitativi disponibili.

L’impostazione di fondo è il confronto tra le strutture di diritto pubblico e le strutture di diritto privato del Servizio Sanitario Nazionale rispetto a una selezione di indicatori core del Programma Nazionale Esiti (PNE) di Agenas.

Il risultato è una fotografia della qualità offerta dal nostro Servizio Sanitario Nazionale, considerando la natura giuridica delle strutture e valutando l’eterogeneità interna a ciascun comparto, sia a livello nazionale sia a livello interregionale e intra-regionale.

Secondo il Rapporto Agenas-Aiop, nell’area cardiocircolatoria, il 47% delle strutture di diritto pubblico e il 65% di quelle di diritto privato riportano un grado alto o molto alto di aderenza agli standard di qualità, contro, rispettivamente, il 15% e il 13% che presentano performance inferiori all’atteso.

L’area del sistema nervoso mostra risultati sostanzialmente analoghi, ma con una proporzione più alta di strutture di natura giuridica pubblica con livelli di qualità bassa o molto bassa: circa una struttura su cinque, contro una struttura su dieci di diritto privato.

Nell’area respiratoria la divaricazione è ancora più ampia: livelli alti o molto alti di qualità sono raggiunti dal 14% delle strutture di diritto pubblico e dal 56% delle strutture di diritto privato, mentre il 52% delle strutture pubbliche e il 28% di quelle private riportano una qualità bassa o molto bassa.

Nell’area osteomuscolare, le strutture di diritto privato con performance alta o molto alta sono proporzionalmente di più (73% vs 47%), mentre quelle con qualità bassa o molto bassa sono proporzionalmente di meno (17% vs 32%).

Più sovrapponibili i risultati per le aree di chirurgia generale e di chirurgia oncologica, dove le strutture di diritto privato soffrono soprattutto di ridotti volumi di attività.

Diversamente dalle altre aree cliniche valutate, nell’area gravidanza e partole strutture pubbliche sono per il 47% di qualità alta o molto alta e per il 32% di qualità bassa o molto bassa; quelle private di qualità superiore all’atteso sono invece il 24%, mentre il 54% risulta avere una performance substandard.

“L’area gravidanza e parto – spiega Barbara Cittadini, Presidente nazionale di Aiop, l’Associazione italiana ospedalità privata – è la sola nella quale sono le strutture di diritto pubblico ad ottenere una valutazione migliore. Il dato è essenzialmente dovuto alla propensione al parto chirurgico delle strutture di diritto privato, un fenomeno di natura culturale (che coinvolge professionisti e gestanti) che stiamo affrontando.

“La variabilità – dichiara Cittadini – è il dato che emerge con maggiore forza dal Rapporto Agenas-Aiop. Anche se le strutture di diritto privato presentano – complessivamente e nella maggior parte delle aree cliniche valutate – una performance analoga o superiore rispetto a quelle di diritto pubblico, l’eterogeneità qualitativa coinvolge le une e le altre e vede ospedali della stessa natura giuridica, che operano in un medesimo contesto epidemiologico e territoriale, rispondere in modo diverso a bisogni di salute analoghi. Se, infatti, consideriamo la Regione Campania – la Regione che storicamente presenta un ricorso critico al parto cesareo – è di diritto privato sia la struttura con più alte proporzioni sia la struttura con proporzioni più basse.

“Il Rapporto – prosegue Cittadini – rappresenta un nuovo, importante contributo di Agenas alla realizzazione di una fotografia che ha come obiettivo quello di fornire indicazioni utili a programmare i servizi sanitari e a governare il cambiamento, nella consapevolezza – comune e condivisa con Aiop – che un sistema sanitario universalistico deve poter assicurare livelli di appropriatezza, efficacia, sicurezza adeguati e omogenei su tutto il territorio nazionale, a prescindere dalla natura giuridica delle strutture ospedaliere.

“Abbiamo voluto realizzare questo lavoro – continua la Presidente di Aiop – con l’Agenzia tecnico-scientifica che più di tutte è deputata a misurare la qualità delle performance delle strutture ospedaliere italiane. Questo dimostra che le strutture di diritto privato del SSN non temono la valutazione e non sfuggono alla comparazione ma, al contrario, hanno bisogno di dati scientificamente validati per conoscere il livello di qualità che offriamo ai nostri pazienti. Conoscenza, questa, che ci consente di identificare i punti di forza da potenziare e le criticità da superare in un’ottica di miglioramento continuo.

“Aiop – sia nello sforzo interno di mettere a disposizione dei propri associati tutti gli strumenti utili per rendere più efficiente e più efficace il proprio contributo alla salute pubblica, sia nel dialogo costante con i decisori politici – mette al primo posto le evidenze, unico baluardo per orientare la gestione e la riforma del sistema sanitario secondo criteri oggettivi” conclude Cittadini.

CIMO-FESMED: «MES ultima spiaggia per salvare il Servizio sanitario nazionale»

Mentre si pensa al limite per l’obbligo di pos, al ponte sullo Stretto e allo stralcio delle cartelle esattoriali, nel mondo reale c’è una mamma che è costretta a chiedere un prestito in banca per poter curare in un centro privato la figlia, affetta da una rara malattia neurologica, perché negli ospedali pubblici le liste d’attesa sono troppo lunghe. Nel 2021, secondo la Ragioneria dello Stato, gli italiani hanno speso di tasca propria (out of pocket) la cifra record di 37 miliardi per curarsi privatamente. Una cifra destinata a crescere per far fronte al costante peggioramento del Servizio sanitario nazionale, vittima di anni di tagli e razionalizzazioni bipartisan che hanno ridotto drasticamente l’offerta di salute. Le conseguenze del Covid, ora, rischiano di essere la spinta finale per far precipitare la sanità pubblica nel baratro.

In questo scenario, allora, il sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED (che riunisce le sigle ANPO-ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED e che aderisce a CIDA) ritiene un errore non richiedere i 37 miliardi previsti dal Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), l’ultimo appiglio a cui il Servizio sanitario nazionale può aggrapparsi prima di sprofondare.

Si tratta certamente di ulteriore debito, da contrarre, tra l’altro, in un momento di crisi bellica, energetica, climatica ed economica. Ma se il Governo crede nella sanità pubblica, intende investirvi e salvarla, segnando una vera discontinuità rispetto alle precedenti amministrazioni, dovrebbe mostrare coraggio e richiedere il MES. Dovrebbe quindi seguire l’esempio di quella mamma che ha chiesto un prestito in banca per curare la figlia e, similmente, indebitarsi per poter curare un Servizio sanitario nazionale gravemente malato. Altrimenti, saranno sempre di più i cittadini costretti a ricorrere alle banche per potersi curare o che, tristemente, rinunceranno alle cure.

In Gazzetta Ufficiale il decreto istitutivo dell’Ordine dei Fisioterapisti

“La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto n. 183 firmato dal Ministro Roberto Speranza ed annunciato l’8 settembre scorso in occasione della Giornata mondiale della fisioterapia, segna l’effettiva istituzione dell’Ordine professionale dei Fisioterapisti e della relativa Federazione degli Ordini. I settantamila fisioterapisti italiani finalmente avranno un Ordine in cui riconoscersi, confrontarsi e trovare nuovi spunti e stimoli per rendere la professione sempre più determinante e con un chiaro valore aggiunto per il sistema salute”: lo ha dichiarato Piero Ferrante, primo presidente della nuova Federazione alla luce della pubblicazione del “Regolamento recante istituzione degli Ordini territoriali della professione sanitaria di fisioterapista e della Federazione nazionale degli Ordini della professione sanitaria di fisioterapista”.

Ha proseguito Ferrante: “I trascorsi 60 anni di storia professionale, di cui l’AIFI è stata scuola e luogo di crescita, hanno permesso alla professione di crescere con solide basi culturali e scientifiche, fino a diventare la terza professione sanitaria nel Paese, dopo medici e infermieri, e la più rappresentata tra le professioni di area riabilitativa”. Oggi, ha sottolineato il Presidente, il fisioterapista è una professione attrattiva per costante della domanda di partecipazione ai test di accesso all’università ed indispensabile alla costruzione della nuova idea di salute e riorganizzazione del servizio sanitario nazionale.

Come precisato nella nota di pubblicazione della Gazzetta Ufficiale, il Regolamento che istituisce gli Ordini dei Fisioterapisti entrerà in vigore il prossimo 15 dicembre. Anche di fronte a questa scadenza Piero Ferrante conclude: “La prossima piena operatività della struttura ordinistica nazionale e territoriale consentirà di mettere a frutto tutta la capacità, l’impegno, la passione dei fisioterapisti nel sistema salute, nel rapporto che lega il professionista ai pazienti, nella crescita professionale e culturale della professione. Un ringraziamento doveroso va al Ministero della Salute, in particolare alla Direzione Generale delle professioni sanitarie, per la sapiente e capace guida durante il percorso istitutivo e un arrivederci spetta alla FNO TSRM PSTRP che abbiamo contribuito a costituire, e che salutiamo grati per il cammino di crescita che la grande palestra comune ci ha consentito di compiere”.

Nasce l’Intergruppo Parlamentare Malattie Rare e Oncologiche

Su iniziativa del Senatore Orfeo Mazzella e dell’Onorevole Elisabetta Gardini nasce l’Intergruppo Parlamentare Malattie Rare e Oncologiche, già premiato con 29 adesioni da parte di Senatori e Onorevoli, trasversali a tutte le forze politiche.

L’iniziativa nasce da una serie di interlocuzioni e un confronto serrato fra i due promotori e le Associazioni dei pazienti: per le malattie rare, UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare, unico ente giuridico rappresentativo della comunità di persone con malattie rare; per le patologie oncologiche, FAVO – Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia e AIL – Associazione Italiana contro leucemie, Linfomi e Mieloma.

“La Legge 175/2021, “Disposizioni per la cura delle malattie rare e per il sostegno della ricerca e della produzione dei farmaci orfani”, ha definito all’art. 2 le malattie rare, includendo in esse anche i tumori rari” dichiara Orfeo Mazzella, Senatore ma anche e soprattutto rappresentante egli stesso dei malati rari, in qualità di Presidente del Forum Campano delle Malattie Rare. “È   stato quindi naturale pensare ad un intergruppo più ampio, che comprendesse anche le patologie oncologiche e garantisse la possibilità di agire sui bisogni comuni con ancor più incisività”.

“Nella Rare Cancer Agenda 2030 Joint Action on Rare Cancers della Commissione Europea sono state previste modifiche regolatorie e legislative che interesseranno anche l’Italia” dichiara l’Onorevole Elisabetta Gardini, “è assolutamente necessario procedere in maniera unitaria e trasversale a queste tematiche, anche alla luce della realizzazione del PNRR e degli stanziamenti specifici per la ricerca su malattie rare e oncologiche”.

Nel 2022 FAVO e UNIAMO hanno firmato un protocollo di intesa per garantire, in particolare, l’attuazione dell’Art. 5 “Assistenza farmaceutica e disposizioni per assicurare l’immediata disponibilità dei farmaci orfani” e dell’Art. 11 “Finanziamento della ricerca sulle malattie rare e dello sviluppo dei farmaci orfani.

“Fin dalle prime fasi del Covid” ricorda Laura Del Campo, Direttore FAVO, “Uniamo e FAVO hanno sviluppato un’alleanza che ci ha visti insieme su molte richieste: le priorità vaccinali, , l’accesso precoce alle terapie, anche off label, la semplificazione delle sperimentazioni cliniche, le agevolazioni previste dall’assistenza transfrontaliera, il diritto alla migliore cura, tramite l’accesso al network degli European Reference Networks (ERNs), nonché il diritto alla riabilitazione, al follow up e alle tutele lavoristiche. Anche le nostre Associazioni di riferimento (ECPC per FAVO e AIL ed Eurordis per Uniamo) sono alleate in Europa per le stesse tematiche”.

“La consapevolezza di avere necessità trasversali comuni ci ha indotti a trovare, anche all’interno del Parlamento, la stessa sintesi.” dichiara la Presidente di Uniamo, Annalisa Scopinaro; “Abbiamo, in questo percorso, trovato un orecchio attento nelle figure del Senatore Mazzella, malato raro e rappresentante dei pazienti a livello istituzionale e di Elisabetta Gardini, da sempre vicina a FAVO”.

“La costituzione dell’intergruppo” sottolinea Giuseppe Toro, Presidente di AIL nazionale, “ci permetterà di avere un dialogo privilegiato con le istituzioni per dare risposte concrete ai bisogni dei pazienti e delle loro famiglie.”

La naturale conclusione di questo percorso di successive alleanze e sintesi di trasversalità è la costituzione dell’intergruppo parlamentare malattie rare e oncologiche, che nasce trasversale, inclusivo e con il solo intento di rafforzare le richieste che arriveranno da parte dei rappresentanti dei pazienti. Nasce, soprattutto, da una fortissima sinergia fra mondo dei pazienti e delle Associazioni con il mondo della politica.

Il Senatore Mazzella e l’Onorevole Gardini rinnovano l’invito a tutti i parlamentari interessati ad aderire all’Intergruppo, che avrà un primo incontro pubblico con tutte le Associazioni a breve, per arricchirlo di esperienze e contributi personali.

Ad oggi hanno aderito all’invito dell’On. Gardini e del Sen. Mazzella:

I Deputati: Cappellacci Ivo, Ciani Paolo, De Palma Vito, Fossi Emiliano, Girelli Gian Antonio, Grippa Valentina, Lancellotta Elisabetta, La Salandra Giandonato, Loizzo Simona, Loperfido Emanuele, Lucaselli Ylenja, Malavasi Ilenia, Quartini Andrea, Russo Gaetana, Schifone Marta.

I Senatori: Castellone Maria Domenica, Crisanti Andrea, Cucchi Ilaria, De Rosa Raffaele, Licheri Sabrina, Lorefice Pietro, Lopreiato Ada, Quintino Liris Guido, Russo Raoul, Silvestro Francesco, Sironi Elena, Zambito Ylenia

Hiv: infezioni in calo, ma serve consapevolezza sulla salute sessuale

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Nel 2021, le nuove diagnosi di infezione da Hiv in Italia sono state 1.770, pari a 3 nuovi casi per 100.000 residenti. L’incidenza più elevata si è registrata nella fascia d’età 30-39 (7,3 nuovi casi ogni 100.000 residenti), seguita da quella 25-29 (6,6 ogni 100.000 persone). In queste fasce d’età l’incidenza nei maschi è 3-4 volte superiore a quelle nelle femmine. In generale, poi, i maschi rappresentano il 79,5% dei nuovi casi. L’età mediana delle persone diagnosticate è di 42 anni per gli uomini e 41 per le donne.

Sono questi i dati dell’aggiornamento della sorveglianza nazionale delle nuove diagnosi di infezione da Hiv e dei casi di Aids al 31 dicembre 2021, curato dal Centro Operativo Aids (Coa) dell’Istituto superiore di Sanità (Iss), presentati in occasione della Giornata mondiale contro l’Aids del 1 dicembre.

L’incidenza italiana è inferiore alla media degli Stati dell’Unione europea (4,3 casi ogni 100.000 persone), ma la cifra potrebbe riflettere le difficoltà di accesso che si sono registrate durante e dopo la pandemia. “In realtà, il trend è in diminuzione già dal 2018 – osserva Alessandra Bandera,  direttrice Malattie infettive al Policlinico di Milano – Tuttavia, è innegabile che nel 2020 e nel 2021 il Covid abbia impattato in modo importante l’accesso al test e alle cure”.

A questo proposito, l’Unaids, il Programma congiunto delle Nazioni Unite sull’Hiv/Aids, ha insistito sulla lotta alle disuguaglianze, sostenendo che a causa del Covid e delle altre crisi globali i progressi contro l’Hiv e l’Aids hanno subito un forte rallentamento.

Il fenomeno è direttamente connesso al calo delle risorse globali disponibili: infatti, nell’ultimo decennio, l’assistenza per l’Hiv da parte di Paesi diversi dagli Stati Uniti è crollata del 57%; il risultato è che nel 2021, le risorse internazionali disponibili sono state inferiori del 6% rispetto a quelle stanziate nel 2010.

Sulle motivazioni mediche che sottendono il calo generalizzato delle infezioni, ci sono diverse ipotesi, ma tra gli aspetti principali il fatto che “oggi tutte le persone sieropositive sono sottoposte a terapia antiretrovirale – come ricorda Bandera – Questo fa sì che i soggetti stiano meglio, ma anche che la carica virale presente nel sangue diventi negativa e l’infezione non sia trasmissibile”.

Nell’ultimo decennio, l’assistenza per l’Hiv da parte di Paesi diversi dagli Stati Uniti è crollata del 57%

Da qui l’importanza di eseguire periodicamente il test dell’Hiv: il report dell’Iss ha infatti evidenziato che, dal 2015, è aumentata la quota di persone a cui viene diagnosticata tardivamente l’infezione (con bassi Cd4 o in Aids): nel 2021, i tre quarti dei maschi eterosessuali (il 75,9%) e circa i due terzi delle femmine (il 62,4%) sono stati diagnosticati con Cd4<350 cell/µL, una cifra che significa che il sistema immunitario è già stato compromesso.

Per Cala Lima, l’associazione contro l’Aids nata in Puglia, “l’Italia deve recuperare in fretta il ritardo accumulato nel contrasto al sommerso e sulla prevenzione; è urgente rendere molto più accessibile il test, anche con l’aiuto del terzo settore, implementare programmi di prevenzione verso tutti i target e rendere subito rimborsabile la PrEP, la Profilassi Pre-Esposizione”. Dalla Lila sono arrivate anche critiche al Ministero della Salute che, quest’anno ha reso noti i dati con notevole ritardo: “Questa è una decisione che rischia di sottrarre al dibattito pubblico preziosi strumenti di riflessione nel periodo dell’anno in cui l’attenzione al tema Hiv è più alta”, si legge in una nota diffusa dall’associazione.

I casi di Aids conclamato

Quando l’infezione da Hiv non è diagnosticata in tempo, può portare problemi al sistema immunitario e sfociare in Aids.

Dall’inizio dell’epidemia, nel 1982, a oggi sono stati segnalati al Centro Operativo Aids dell’Iss 72.034 casi di sindrome da immunodeficienza acquisita, di cui 46.874 deceduti entro il 2019. Nel 2021 sono stati diagnosticati 382 nuovi casi di Aids, con un’incidenza di 0,6 nuovi casi ogni 100.000 residenti.

Anche l’incidenza di Aids è in costante diminuzione: il numero di decessi rimane stabile ed è pari a poco più di 500 casi l’anno.

Nel 2021 sono stati diagnosticati 382 nuovi casi di Aids, con un’incidenza di 0,6 nuovi casi ogni 100.000 residenti

La proporzione di persone con nuova diagnosi di Aids che ignorava la propria sieropositività e ha scoperto di essere positiva all’Hiv nel semestre precedente la diagnosi di Aids, tuttavia, è aumentata nel 2021 (83%) rispetto al 2020 (80,8%). È invece diminuita nel tempo la proporzione di persone che alla diagnosi di Aids presentava un’infezione fungina, mentre è aumentata la quota di persone con un’infezione virale e quella con tumori.

Nel 2021, il 76,4% delle persone diagnosticate con Aids non aveva ricevuto una terapia antiretrovirale prima della diagnosi.

L’importanza del test

Per combattere le diagnosi tardive e fare emergere il sommerso, che si stima sia attorno al 30%, c’è un solo modo: effettuare periodicamente il test dell’Hiv. “Questo permette sia di intervenire precocemente sulla persona sieropositiva, sia di evitare che contagi i propri partner – nota Bandera – Oggi, spesso, le persone scoprono di avere l’infezione con un ritardo anche di dieci anni”.

Secondo i dati Iss, infatti, oltre un terzo delle persone con nuova diagnosi scopre di essere positivo a causa della presenza di sintomi o patologie correlate all’Hiv (il 39,8%). Altri motivi per fare il test sono stati: rapporti sessuali senza preservativo (per il 16,6%), comportamenti a rischio non specificati (9,4%), accertamenti per altra patologia (6,9%), iniziative di screening o campagne informative (6,2%).

Il test, che si chiama Elisa (Enzime Linked Immuno Sorbent Assay) è gratuito e viene condotto negli ospedali o centri specializzati: l’Iss ha realizzato una mappa con le strutture che erogano questo servizio.

Lo screening dovrebbe essere fatto periodicamente da tutta la popolazione sessualmente attiva

È inoltre disponibile un test rapido acquistabile in farmacia che fornisce il risultato in pochi minuti. “In questo caso è bene ricordare che, se c’è stato un comportamento a rischio, è necessario attendere qualche giorno prima di effettuare il test”, ricorda Bandera. Lo screening, tuttavia, dovrebbe essere fatto periodicamente da tutta la popolazione sessualmente attiva: “Oltre il 90% delle persone attua comportamenti che possono ledere la propria salute – nota l’esperta – Spesso, al momento della diagnosi, molti rimangono stupiti perché hanno sottovalutato il rischio”.

Per aumentare la percentuale di italiani che vi si sottopone regolarmente, secondo Bandera, occorrerebbe pensare a modalità diverse dal solo ospedale: “Iniziative sul territorio, per esempio, lo renderebbero accessibile con una maggiore facilità”.

L’altro aspetto è culturale: “Va sottolineato che oggi fare il test significa essere più tranquilli sulla propria salute e su quella delle persone con cui veniamo a contatto sessualmente. Anche in caso di positività, infatti, la terapia antiretrovirale permette di mantenere una qualità di vita elevata e di non essere infettivi”, rileva Bandera.

I dati sottolineano come a essere maggiormente interessati dall’infezione siano maschi eterosessuali e le femmine: “Questo accade perché gli uomini che fanno sesso con uomini sono più sensibilizzati e di solito si controllano più frequentemente – spiega l’esperta – Le altre categorie, invece, tendono a sottovalutare il rischio”.

La PrEP

Dal 2017 è possibile prevenire l’Hiv anche grazie alla PrEP (profilassi pre esposizione), un protocollo che permette alle persone Hiv-negative di ridurre il rischio di contrarre l’infezione del 99%.  “Si tratta della combinazione, in un’unica compressa, di due farmaci: tenofovir disoproxil ed emtricitabina – spiega Bandera – Può essere utilizzata in continuo o al bisogno, ma deve sempre essere prescritta da un infettivologo che deve valutare il costo-efficacia della terapia”. In affiancamento al medicinale, infatti,  viene proposto un percorso di screening per le altre malattie sessualmente trasmesse.

La PrEP protegge infatti dall’Hiv, ma non dalle altre patologie. Motivo per il quale è comunque consigliato l’uso del preservativo.

Il farmaco è in fascia C e costa al cittadino una sessantina di euro. “Gli studi dicono che funziona molto bene, purché l’assunzione sia corretta”, afferma Bandera.

Non si conosce il numero delle persone che, in Italia, fanno ricorso a questa terapia: manca infatti un registro nazionale. A giugno di quest’anno, alla conferenza italiana Aids e ricerca antivirale (Icar 2022), l’associazione Plus ha presentato i dati di un questionario somministrato a 56 centri su 70. I 28 che hanno risposto hanno riportato di 3.641 persone che usano la PrEP. Nell’edizione 2019 erano 513.   

La terapia Long Acting

Da qualche tempo è disponibile anche in Italia una nuova terapia, che punta a migliorare ulteriormente la qualità della vita di chi ha l’Hiv e ad aumentare l’aderenza. “Si tratta di due farmaci iniettati intramuscolo una volta ogni due mesi – spiega Bandera – Il loro arrivo ha cambiato completamente il paradigma della terapia antiretrovirale che finora si assumeva giornalmente con una compressa. Questo significa che chi ha l’infezione deve rispettare la scadenza, ma nei giorni tra un’iniezione e l’altra non deve prendere nulla”. La somministrazione avviene nei centri dedicati, proprio per monitorare l’andamento della terapia.

Questi farmaci si accumulano a livello del muscolo e poi hanno un lento rilascio a livello della circolazione del sangue, in modo da mantenere la soppressione virologica per lungo tempo.

Chi può accedere a questa terapia? “Chiunque abbia un’infezione da Hiv e abbia già in corso una terapia antiretrovirale efficace – afferma Bandera – Non è infatti una terapia che in questo momento viene prescritta a pazienti che non hanno mai effettuato la terapia antiretrovirale”.

Sono poi esclusi i soggetti che nella loro storia di infezione hanno accumulato delle resistenze del virus ai farmaci che vengono somministrati per via intramuscolare.

La salute sessuale

Secondo i dati diffusi dall’Iss, il numero più elevato di diagnosi (l’83,5%) è attribuibile alla trasmissione sessuale: gli eterosessuali rappresentano il 44% (tra di loro i maschi eterosessuali sono il 27,2% e le femmine eterosessuali il 16,8%), i maschi che fanno sesso con maschi il 39,5%. Infine, la modalità di trasmissione riguarda l’uso di sostanze stupefacenti nel 4,2% dei casi.

Dal 2017 si osserva una diminuzione del numero di nuove diagnosi Hiv in stranieri, sia maschi che femmine: nel 2021, gli stranieri costituiscono il 29,2% di tutte le segnalazioni, la proporzione rimane stabile nel tempo con valori intorno al 30%. Le incidenze più alte sono state registrate in Lazio, Valle d’Aosta, Toscana ed Emilia Romagna.

Gonorrea, sifilide o clamidia non necessitano di una terapia cronica, ma è importante allargare lo sguardo e far passare il messaggio che proteggersi è importante

“Credo che sia importante trasmettere il concetto di salute sessuale, che non riguarda solo l’Hiv, ma anche le altre malattie sessualmente trasmesse – riflette Bandera – È vero che gonorrea, sifilide o clamidia non necessitano di una terapia cronica, ma è importante allargare lo sguardo e far passare il messaggio che proteggersi è importante”.

E poi combattere lo stigma o, in generale, la scarsa conoscenza: “Quando tengo lezioni universitarie, chiedo sempre ai ragazzi quanti hanno fatto il test almeno una volta – racconta Bandera –: sono pochissime le mani che si alzano. Il test non è ancora considerato qualcosa da fare periodicamente, a differenza di altri controlli ritenuti routinari, come le analisi del sangue o la visita medica prima di praticare attività sportiva”.

Quando si parla di comportamenti sessuali, molte attenzioni sono rivolte alla prevenzione delle gravidanze, meno alla trasmissione delle malattie. “Fare il test dell’Hiv dovrebbe essere qualcosa di liberatorio: se sono negativa posso comunicarlo ai miei partner, nel caso in cui risultassi positiva posso iniziare subito la terapia antiretrovirale e non essere infettiva. È un gesto di responsabilità nei confronti degli altri, oltre che di se stessi”.