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L’organizzazione a prova di errore e l’importanza del lavoro in team nell’emergenza-urgenza

L’errore avviene regolarmente in ambito sanitario ed è particolarmente rilevante in condizioni d’emergenza-urgenza, quando è necessario prendere molte e rapide decisioni durante momenti di marcato stress emotivo, con multipli compiti da espletare contemporaneamente. Anche in situazioni di routine, se il compito è ambiguo o scarsamente compreso, oppure se l’operatore non è sufficientemente addestrato o se devono essere fatti calcoli o trovate soluzioni per risolvere problemi connessi con il compito stesso, l’errore è in agguato.

Ma ci sono metodi per prevenirlo, spiega Mauro Mennuni nel suo “Manuale per la gestione dell’arresto cardiaco” (seconda edizione), che ha come coautori Massimo Ciavolella, Sante Cicconi, Giuseppe Fradella e Silvia Mennuni.

Imparare dagli errori

Il volume, che ha ricevuto l’endorsement dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO), è aggiornato con le più recenti linee guida Ilcor (International Liaison Committee on Resuscitation), AHA (American Heart Association) ed ERC (European Resuscitation Council). Il manuale analizza nel dettaglio come riconoscere un arresto cardiaco e impostare efficacemente le manovre di Rianimazione Cardiopolmonare in diversi setting, compresa la sospetta o accertata infezione da Covid-19. La gestione dell’arresto cardiaco viene affrontata a partire dalla prevenzione e nelle fasi operative assistenziali, con il supporto di numerosi algoritmi e chiare figure esplicative. Ma sono presenti anche ampie sezioni dedicate agli aspetti etici, alla comunicazione e alla metodologia di lavoro nell’emergenza-urgenza, con esempi pratici di organizzazione del lavoro in team.

L’errore è inevitabile. Per fortuna, solo una parte minore degli errori arriva a causare un evento avverso al paziente

“Fare qualcosa in modo non corretto è fisiologico per l’essere umano: l’errore è inevitabile. Anche l’individuo più competente o esperto commette errori. Fortunatamente, solo una parte minore degli errori arriva a causare un evento avverso al paziente. Infatti l’errore umano interagisce con l’organizzazione, venendone amplificato o ridotto. In realtà, la responsabilità nella genesi di un evento avverso è per i due terzi del sistema e di solo un terzo dell’operatore”.

Compito% errore
Routine, frequentemente praticato0,04
Routine, frequentemente praticato, svolto rapidamente2
Semplice, svolto rapidamente o con scarsa attenzione9
Complicato, richiede comprensione e abilità16
Non abituale, svolto rapidamente, senza idea delle conseguenze55

Percentuale di errore calcolata sulla base delle caratteristiche del compito da svolgere

Il primo passo da compiere è conoscere e saper riconoscere i fattori di rischio per lo sviluppo dell’errore:

 

  • Team a formazione casuale
  • Inadeguato controllo
  • Procedure mediocri
  • Informazioni inadeguate
  • Inadeguata comunicazione
  • Inesperienza
  • Interruzioni
  • Mancanza di tempo
  • Stanchezza
  • Stress
  • Fame
  • Malattia
  • Burnout
  • Comportamento pericoloso

A fronte degli errori, nella seconda edizione del Manuale per la gestione dell’arresto cardiaco, sono proposte anche una serie di soluzioni. Ad esempio, per prevenire i cosiddetti errori di esecuzione (skill-based), che avvengono perché una o più fasi della pianificazione sono realizzate in modo scorretto, per inattenzione – sviste – o per mancata attuazione – dimenticanze:

  • Tutti devono essere coscienti che sviste e dimenticanze possono accadere
  • Usare aiuti mnemonici (ad esempio, affiggendo poster)
  • Usare check-list per confermare che tutte le azioni siano state completate
  • Per attività a elevato rischio d’errore si può usare la regola Sterile Cockpit o il protocollo S.T.A.R.
  • Per procedure ad elevato rischio, attivare sistemi di doppio controllo e di supervisione attiva
  • Disporre i materiali in modo logico (ad esempio, carrello delle emergenze)
  • Minimizzare interruzioni e distrazioni
  • Organizzare il lavoro, riducendo la possibilità d’insorgenza di fatica

La regola “Sterile Cockpit” e il protocollo S.T.A.R.

Nel 1981, la Federal Aviation Administration – dopo aver approfondito l’analisi di una serie d’incidenti gravi causati dalla distrazione dei piloti per attività non essenziali svolte durante fasi critiche del volo – codificò la regola della cabina di pilotaggio sterile (Sterile Cockpit Rule): durante una fase critica di volo i membri dell’equipaggio

  • non possono effettuare compiti se non quelli connessi alla sicurezza
  • non possono intraprendere attività che possano distrarre i membri dell’equipaggio dalle proprie mansioni.

“Tale regola si deve applicare al personale sanitario, in genere agli infermieri, che sono continuamente interrotti nel loro lavoro – sostiene Mennuni -. È necessario stabilire regole stringenti sull’eliminazione delle interruzioni/distrazioni che avvengono in attività a elevato rischio e routinarie, come la prescrizione, la preparazione e la somministrazione della terapia”.

Altro metodo, il protocollo S.T.A.R.:

S – Stop: fermati ed attiva l’attenzione

T – Think: pensa al compito che devi svolgere

A – Act: espleta il compito assegnato

R – Recheck: ricontrolla se il compito è stato eseguito correttamente

 

Ma gli errori sono anche di altri tipi, ad esempio errori di progettazione oppure violazioni, intese come intenzionali deviazioni dalle regole, pratiche o procedure operative standard.

“È importante ricordare che ogni operatore sanitario ha la potenzialità di identificare problemi e di apportare modifiche per il beneficio del paziente – dice Mennuni -. Non sempre l’efficienza è la maniera migliore per ottimizzare i risultati clinici”.

Lavorare in team

L’ultimo capitolo del manuale di Mennuni è dedicato al lavoro in team, prezioso in caso di arresto cardiaco ma anche nel periarresto e in genere in tutte le attività cliniche ed assistenziali.

Spesso il problema è la comunicazione: quando questa è inefficace diventa un’importante causa di eventi avversi e di errori in corso di rianimazione cardiopolmonare

Si toccano temi come il team e i ruoli al suo interno, la leadership, la comunicazione efficace, l’importanza dei feedback e la gestione dei conflitti. “Spesso il problema è la comunicazione: quando questa è inefficace diventa un’importante causa di eventi avversi e di errori in corso di rianimazione cardiopolmonare – precisa il cardiologo -. Si calcola che circa il 20% delle informazioni passate ai professionisti che sopraggiungono nel corso di un soccorso per arresto cardiaco risultano inesatte. Tali informazioni sono maggiormente inaccurate se sono di tipo quantitativo: ad esempio, dosi di farmaco somministrate. Infatti, è particolarmente difficile il corretto ricordo, anche a breve termine, di informazioni in situazioni d’emergenza, quando ci sono molte azioni parallele in corso, molti ragguagli da trasferire o molte distrazioni ambientali. Inoltre, spesso i singoli membri del gruppo sono concentrati su differenti compiti, perdendo la visione globale. Particolarmente in situazioni di emergenza, individui e gruppi si appoggiano su decisioni implicite e automatiche”.

Come fare? Gli autori propongono nel libro una serie di tecniche e modelli da seguire. “In generale, la comunicazione deve essere esplicita, in modo da assicurare all’intero gruppo lo stesso livello di conoscenza: questo migliora la performance decisionale e incoraggia lo scambio di informazioni cruciali”.

L’importanza della formazione

Mauro Mennuni

All’interno del manuale, ampio spazio è dedicato al tema della formazione in Emergenza-Urgenza. Infatti, si legge nel volume, “in molti Paesi la competenza nella rianimazione cardiopolmonare è prevista agli esami post-laurea ed è diventata un prerequisito per l’esercizio della professione sanitaria (non in Italia!)”.
Numerosi studi hanno evidenziato la debolezza del sistema organizzativo di riconoscimento e di risposta alle emergenze in ambiente ospedaliero. Gli ospedali dovrebbero sviluppare un piano formativo per l’addestramento di tutto il personale al riconoscimento e al trattamento del malato in condizioni di periarresto o di arresto cardiaco.”

Gli ospedali dovrebbero sviluppare un piano formativo per l’addestramento di tutto il personale al riconoscimento e al trattamento del malato in condizioni di periarresto o di arresto cardiaco

In sintesi, la lettura cosciente del manuale costituisce un valore aggiunto e uno stimolo al miglioramento nel trattamento clinico e organizzativo dell’Emergenza-Urgenza. Il dottor Stefano Urbinati, Presidente dell’Italian Federation of Cardiology e Direttore UOC Cardiologia Ospedale Bellaria di Bologna, nella prefazione ne sottolinea “lo spirito, teso a mettere a disposizione di tanti colleghi, dal cardiologo al medico di pronto soccorso, dall’internista, allo specializzando e all’infermiere, uno strumento agile per tradurre nella pratica clinica tutto quanto occorre sapere, e soprattutto saper fare fronte a un arresto cardiaco”.

Tali aspetti sono ribaditi dalla dottoressa Michela Barisone, Chairperson Infermiera Area Nursing e Professioni Sanitarie ANMCO e Chair of Association of Cardiovascular Nursing & Allied Professions (ESC): “La chiarezza espositiva e la ricchezza contenutistica, espresse nelle tre sezioni del Manuale, offrono ai medici, ai coordinatori infermieristici, agli infermieri e agli studenti dei corsi di laurea in medicina e chirurgia e in infermieristica uno strumento di supporto operativo concreto, al fine di comprendere meglio gli snodi decisionali fondamentali per la gestione dell’arresto cardiaco e della rianimazione cardiopolmonare”.

Per approfondire

Earth Overshoot Day, Fnomceo lancia un corso di formazione per valutare l’impatto ambientale delle prestazioni sanitarie

Un percorso formativo che dia ai medici gli strumenti per stimare l’impatto ambientale delle prestazioni sanitarie. È questa la nuova iniziativa messa in campo dalla Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, a tutela dell’ambiente. Ad annunciarla, il Presidente Filippo Anelli, in occasione dell’Earth Overshoot Day, la data calcolata dal Global Footprint Network, in cui la popolazione globale ha esaurito virtualmente tutte le risorse che la Terra riesce a rigenerare in 365 giorni.

Anche quest’anno – spiega Anelli – il bilancio della nostra Terra è in passivo: oggi, con un giorno di anticipo rispetto al 2021, è l’Earth Overshoot Day. Da domani, dunque, la Terra inizierà a lavorare in perdita. Questo significa che consumiamo il 74% in più di quanto produciamo e che, per rendere sostenibile il nostro stile di vita, avremmo bisogno di quasi due Terre, una Terra e tre quarti, per la precisione”.

“Le conseguenze di questo utilizzo non oculato delle risorse – spiega – sono già sotto gli occhi di tutti: ondate di calore, siccità, incendi, inondazioni. E un aumento delle disuguaglianze: più di 3 miliardi di persone vivono in Paesi che producono meno cibo di quanto ne consumano, generano meno reddito della media mondiale e hanno quindi una capacità alimentare inadeguata, oltre a uno svantaggio nell’accesso al cibo sui mercati globali”.

“Noi medici – aggiunge Anelliabbiamo una doppia responsabilità per quanto riguarda la tutela dell’ambiente, come determinante della salute, e l’uso appropriato delle risorse. Ce lo chiede il nostro Codice deontologico che, all’articolo 5, dedicato alla promozione della salute, all’ambiente e alla salute globale impegna il medico a favorire un utilizzo appropriato delle risorse naturali, per un ecosistema equilibrato e vivibile anche dalle future generazioni. E ce lo chiede, ora in maniera esplicita, anche la Costituzione, che, all’articolo 9, ha introdotto tra i principi fondamentali la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni, e che ha subordinato, all’articolo 41, l’iniziativa economica alla tutela della salute, dell’ambiente, della sicurezza, della libertà e dignità umana”.

“La Fnomceo ha attivato già da anni la Commissione “Ambiente e Salute” – afferma – che ha l’obiettivo di monitorare, analizzare, prevenire e contenere le ripercussioni sulla salute dei danni all’ambiente. Ma anche le prestazioni sanitarie hanno un impatto ambientale piuttosto rilevante: secondo un report pubblicato su The Lancet, i sistemi sanitari sono responsabili di una percentuale che va dal 4 al 6% di tutte le emissioni di gas serra. Mentre i recenti dati presentati da Choosing Wisely stimano che una macchina per la risonanza magnetica che lavori per un anno inquini, producendo anidride carbonica, quanto un’auto che viaggi per circa 500mila km, che copra cioè per quasi 500 volte la distanza Roma – Parigi. Per questo, la prossima iniziativa sarà un percorso formativo che metterà i medici nelle condizioni di poter valutare l’impatto ambientale delle diverse prestazioni sanitarie”.  

Rispettare la Terra è dovere di ogni medico, di ogni cittadino, di ogni uomo – conclude il Presidente Fnomceo. – E lo diventa tanto più in questo momento, nel quale la natura ci mette alla prova, e la solidarietà, l’approccio globale alla salute, l’unitarietà d’intenti diventano la chiave per uscire dalla pandemia di Covid e per prevenirne di nuove. Dobbiamo rispettare il nostro pianeta, i nostri mari, i luoghi in cui viviamo e lavoriamo. Dobbiamo farlo ora, per risolvere i nostri problemi di salute. E dobbiamo farlo anche per ridurre, nel futuro, il rischio di nuove pandemie e salti di specie degli agenti patogeni”.

Per approfondire

Cambiamenti climatici: una questione di sanità pubblica

Uso dei Big Data per la salute pubblica: pubblicato il piano di lavoro del Big Data Steering Group 2022-25

Il Big Data Steering Group istituito dall’EMA e dai vertici delle agenzie per i medicinali (Heads of Medicines Agencies, HMA) ha pubblicato il suo terzo piano di lavoro che stabilisce le azioni da realizzare fra il 2022 e il 25.

Il nuovo piano di lavoro consentirà di migliorare ulteriormente l’integrazione dell’analisi dei dati nella valutazione dei medicinali da parte delle autorità di regolamentazione. L’utilizzo di nuove tecnologie e delle prove generate dai Big Data andrà a beneficio della salute pubblica accelerando lo sviluppo di farmaci, migliorando i risultati del trattamento e facilitando l’accesso precoce dei pazienti a nuovi trattamenti.

La precedente Big Data Task Force ha svolto una valutazione approfondita delle sfide e delle opportunità poste dai Big Data nella regolamentazione dei medicinali, culminata nel 2020 nella pubblicazione di raccomandazioni prioritarie per le autorità di regolamentazione sui migliori approcci per utilizzare e generare dati. Il piano di lavoro congiunto HMA-EMA Big Data 2022–2025 segue le raccomandazioni chiave e include soprattutto attività relative ai medicinali per uso umano. Tuttavia, l’ambito di alcune attività copre gli aspetti veterinari e una sezione separata del piano di lavoro è interamente dedicata ai medicinali veterinari.

Il piano di lavoro definisce i risultati finali e le tempistiche anche per le seguenti aree:

• The Data Analysis and Real World Interrogation Network (DARWIN EU), la rete di dati e servizi dell’EMA in Europa per un migliore utilizzo dei dati di Real World Evidence nella valutazione dei farmaci: il piano di lavoro prevede più di cento studi DARWIN EU all’anno entro il 2025;

• Qualità dei dati: entro la fine del 2022 verrà fornito un quadro in materia di qualità dei dati per l’ambito di regolamentazione dell’UE, a seguito dell’analisi e degli scambi sulla qualità dei dati con un’ampia gamma di parti interessate, tra cui pazienti, operatori sanitari, autorità di regolamentazione, industria farmaceutica e mondo accademico;

• Rintracciabilità dei dati: il piano di lavoro prevede la pubblicazione di una guida alle buone pratiche sui metadati dal Real World e un catalogo pubblico dei Real World Data europeo. Inoltre, la ricerca di informazioni dai documenti normativi sarà migliorata attraverso lo sviluppo di strumenti di analisi e lo sviluppo di protocolli di sperimentazione clinica standardizzati;

• Competenze del Network UE: il piano di lavoro include l’erogazione di formazione su biostatistica, farmacoepidemiologia e data science per i regolatori con accesso mirato per pazienti, operatori sanitari e accademici.

I Big Data sono set di dati estremamente vasti e si accumulano rapidamente su più canali e dispositivi, dai dispositivi indossabili alle cartelle cliniche elettroniche. Insieme a una tecnologia in rapido sviluppo, i Big Data possono integrare le prove delle sperimentazioni cliniche colmando le lacune di conoscenza su un medicinale e possono aiutare a individuare e caratterizzare meglio le malattie, i trattamenti e le prestazioni dei farmaci nei singoli sistemi sanitari.

Il lavoro svolto dal Big Data Steering Group si basa sulla Regulatory Science Strategy fino al 2025, pubblicata a marzo 2020, e sosterrà la European Medicines Agencies Network Strategy fino al 2025.

Pubblicate le Linee guida di design per i siti internet e i servizi digitali della PA

Il documento adottato da AgID contiene le indicazioni per la progettazione, lo sviluppo e la manutenzione dei siti internet e dei servizi digitali della Pubblica Amministrazione

 

Orientare la progettazione e la realizzazione dei siti internet e dei servizi digitali erogati dalle amministrazioni, con una particolare attenzione all’usabilità e ad un approccio progettuale orientato alle persone.

Sono questi gli obiettivi delle Linee guida di design per i siti internet e i servizi digitali della Pubblica Amministrazione, adottate da Agid con la determina n. 224/2022, frutto del lavoro congiunto con il Dipartimento per la Trasformazione Digitale, arricchito grazie alla consultazione pubblica e da un dialogo con la Conferenza Unificata e l’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci).

Con l’evoluzione del contesto tecnologico e normativo, sia nazionale che europeo, si è reso, infatti, necessario procedere a un adeguamento della metodologia e degli strumenti indicati nelle precedenti “Linee guida per i siti web delle PA”, previste dall’art. 4 della Direttiva del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’innovazione 26 novembre 2009, n. 8, che le nuove Linee guida, emesse ai sensi dell’art. 71 del CAD e della Determinazione AGID n. 160 del 2018, annullano e sostituiscono.

Il contenuto delle linee guida

In base alle norme ISO/IEC Directives, Part 3 per la stesura dei documenti tecnici, le Linee Guida di design forniscono indicazioni che devono essere obbligatoriamente rispettate per la realizzazione di siti internet e servizi digitali della PA, quelle opzionali e quelle per cui si rende necessaria un’attenta valutazione.

Fra i requisiti enunciati, semplicità di consultazione ed esperienza d’uso costituiscono uno snodo cruciale per l’efficacia dei prodotti online della PA: siti internet e servizi digitali utili e facili da usare, secondo una metodologia di progettazione centrata sull’utente, diventano fondamentali per permettere ai cittadini di usufruirne in modo semplice e chiaro, e accrescerne sempre di più la loro diffusione.

Ulteriori importanti riferimenti riguardano la trasparenza e la sicurezza delle informazioni, l’accessibilità, il monitoraggio dei servizi, le interfacce utente, l’integrazione delle piattaforme abilitanti e le licenze.

Il manuale tecnico

Le linee guida di design costituiscono uno strumento funzionale alla realizzazione dei  progetti di miglioramento dei servizi pubblici previsti dal PNRR ed ai quali sono destinati importanti investimenti.

Per l’implementazione di queste regole, il Dipartimento per la trasformazione digitale e AgID hanno reso disponibili sul sito di Designers Italia strumenti, kit, modelli e il Manuale operativo di design: una guida di lavoro dedicata alla PA e i suoi fornitori, un documento vivo in pieno spirito open source, che ha l’obiettivo di fornire indicazioni operative a supporto della progettazione e della realizzazione dei punti di contatto digitali verso il cittadino.

Equivalenza farmaci “ex lege”: dal Consiglio di Stato un richiamo forte all’art. 32 della Costituzione

Il Consiglio di Stato, in due sentenze gemelle, ha accolto i ricorsi di diverse Aziende farmaceutiche che contestavano altrettanti decreti del Commissario ad Acta della Regione Campania, che ponevano sullo stesso piano prescrittivo farmaci sartani e farmaci ACE-inibitori, quindi principi attivi diversi senza acquisire il preventivo parere di AIFA.

Infatti, il Commissario ad Acta della Regione Campania con il decreto n. 66 del 14 luglio 2016, avente ad oggetto “Misure di incentivazione dei farmaci a brevetto scaduto e dei biosimilari. Monitoraggio delle prescrizioni attraverso la piattaforma Sani.ARP.”, successivamente rettificato e integrato con DCA n. 72/2016, al fine di incentivare l’appropriatezza prescrittiva e la razionalizzazione della spesa farmaceutica, aveva introdotto limitazioni nella prescrizione di farmaci mediante imposizione di percentuali erogabili per ciascuna categoria terapeutica e preferendo quelli privi di copertura brevettuale e, quindi, meno costosi.

Accolti i ricorsi contro due decreti della Regione Campania che ponevano sullo stesso piano prescrittivo sartani e ACE-inibitori senza previo parere parere di AIFA

Le aziende farmaceutiche ricorrenti hanno contestato la legittimità degli atti commissariali, limitatamente ai farmaci di loro interesse, nelle seguenti categorie: Inibitori della pompa protonica; Derivati Diidropiridinici; Antagonisti dell’Angiotensina e diuretici  – Antagonisti dell’angiotensina II non associati – ACE-inibitori e diuretici; Inibitori delle HMG CoA reduttasi –  farmaci Antibiotici (codici ATC=J01).

In particolare le ricorrenti hanno impugnato i decreti davanti al TAR Campania per aver introdotto:

  • l’imposizione di specifiche limitazioni nella prescrizione dei farmaci, consistenti rispettivamente in percentuali erogabili per ciascuna categoria terapeutica e nella preferenza accordata a quelli con brevetto scaduto rispetto ai farmaci sotto copertura brevettuale;
  • l’obbligo per i medici prescrittori che ritengano di iniziare la terapia in pazienti “naive” (cioè curati per la prima volta per una patologia cronica) con un farmaco di maggior costo di motivare la scelta terapeutica attraverso il Modello Unico di Prescrizione/Piano Terapeutico con precisi riferimenti alla letteratura scientifica di tipo clinico, con particolare riguardo alla efficacia terapeutica e al rapporto costo/beneficio.

Il TAR Napoli, Sez. I, con sentenza n. 2192 del 20/04/2017, ha accolto parzialmente il ricorso, anche in assenza di risposta agli incombenti istruttori richiesti alla struttura commissariale.

Il TAR ha ribadito che la definizione dell’equivalenza di farmaci aventi principi attivi diversi è di competenza di AIFA, non può essere oggetto della valutazione del singolo medico, né della Regione in sede di organizzazione della distribuzione dei farmaci. Incidendo sui livelli essenziali delle prestazioni sanitarie, ai sensi dell’art. 15, comma 11 ter, del D.L., n. 95/2012, per cui detta equivalenza deve risultare da motivate e documentate valutazioni espresse dall’Agenzia italiana del farmaco.

Si ribadisce che le Regioni non possono adottare provvedimenti su appropriatezza, prescrivibilità e rimborsabilità dei farmaci che si sovrappongano a valutazioni già compiute a livello nazionale da AIFA

Lo stesso Tribunale ha respinto però la censura avanzata nei confronti della disposizione commissariale relativamente all’obbligo per i medici prescrittori di motivare la scelta del farmaco più costoso nei pazienti naive, in quanto tale adempimento non lede la libertà prescrittiva del medico.

Le Aziende farmaceutiche ricorrenti, avendo avuto in prima istanza l’accoglimento parziale del ricorso avverso i decreti commissariali con i limiti sopra indicati, hanno impugnato lo stesso davanti al Consiglio di Stato.

La Sezione III del massimo Consesso, con sentenza n. 5106 del 21/06/2022, ha annullato per intero i decreti commissariali impugnati, ribadendo in parte le motivazioni già espresse dal TAR ma integrandole con altri propri riferimenti giurisprudenziali.

In particolare il Consiglio di Stato ha premesso che “le funzioni relative al rilascio dell’autorizzazione all’immissione in commercio dei medicinali, alla loro classificazione, alle relative indicazioni terapeutiche, ai criterî delle pertinenti prestazioni, alla determinazione dei prezzi, al regime di rimborsabilità e al monitoraggio del loro consumo spettano esclusivamente all’Aifa. Di conseguenza, le Regioni non possono adottare provvedimenti che attengano all’appropriatezza, prescrivibilità e rimborsabilità dei farmaci che si sovrappongano a valutazioni già compiute a livello nazionale dall’Aifa, in quanto attinenti ai livelli essenziali di assistenza.”.

A questo punto il richiamo forte dei Giudici all’art. 32 della Costituzione che impone alla Repubblica di “tutelare il diritto alla salute, quale fondamentale diritto di ogni individuo, ovunque residente sul territorio italiano, nonché quale interesse generale della comunità nazionale, e pertanto di evitare una frantumazione di livello regionale del regime di assistenza sanitaria e di prescrizione e rimborso dei farmaci”, concetto già d’altronde ribadito da sei sentenze “gemelle” della stessa sezione in data 15/09/2020 n. ri i 8033, 8036, 8041, 8045, 8074, e 8077 che hanno annullato un analogo provvedimento della Regione Puglia.

Il Consiglio di Stato è più vicino alle norme nazionali e all’esigenza di avere un SSN più coeso e omogeneo

In precedenza, un ricorso gemello è stato prodotto da altre Aziende farmaceutiche sempre davanti al TAR Campania con le medesime motivazioni, con la differenza che i Giudici con la sentenza n. 3223 del 30/06/2016, diversamente dall’altra sopracitata, hanno rigettato il ricorso prodotto, adducendo in sintesi che “l’obiettivo fissato dal commissario ad acta non presupponga l’equivalenza dei farmaci, ma soltanto il carattere alternativo nella cura della medesima patologia ipertensiva”. Inoltre il Tribunale ha respinto l’asserita violazione del riparto di competenza tra Stato e regioni di cui all’art. 177 della Costituzione, rifacendosi all’orientamento giurisprudenziale (Consiglio di Stato, sez. III, 14 luglio 2014, n. 3665) secondo cui  non incidono in modo determinante sulle norme statali che disciplinano la prescrizione dei farmaci meno costosi a brevetto scaduto le delibere regionali, che lasciano, comunque, inalterata la possibilità del medico prescrittore di ricorrere a medicinali diversi da quelli risultanti dalle indicazioni regionali.

Come anticipato, il Consiglio di stato con sentenza n. 5085 del 21/06/2022 ha accolto, anche in questo caso, il ricorso di primo grado e annullato per intero gli atti impugnati, con le medesime valutazioni della sentenza 5106/2022.

L’impressione che si ricava dalla lettura delle due sentenze è che il Consiglio di Stato sia più vicino alle norme nazionali e all’esigenza di avere un SSN più coeso ed omogeneo.

Quindi, possiamo affermare che il diritto alla salute sia materia giuridicamente in continuo progresso e troviamo conferma di questo nella evoluzione interpretativa tra le due sentenze della stessa Sezione (I) del TAR Campania che, relativamente ai decreti commissariali, è passato da una valutazione alternativa dei due principi attivi sartani e farmaci ACE-inibitori, per la quale non sarebbe stato necessario alcun parere, ad un concetto di equivalenza per il quale, ai sensi dell’art. 15 ter del D. L. 95/2012, è indispensabile acquisire quello preventivo di AIFA.

Dodicesimo Rapporto AIFA sulla sorveglianza dei vaccini anti-COVID-19

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha pubblicato il dodicesimo Rapporto di farmacovigilanza sui vaccini anti-COVID-19. I dati raccolti e analizzati riguardano le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza tra il 27 dicembre 2020 e il 26 giugno 2022 per i cinque vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso.

Nel periodo considerato sono pervenute 137.899 segnalazioni su un totale di 138.199.076 di dosi somministrate (tasso di segnalazione di 100 ogni 100.000 dosi), di cui l’81,8% riferite a eventi non gravi, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari.

Nel secondo trimestre del 2022 i tassi di segnalazione relativi alla 1a dose restano più elevati rispetto alle dosi successive e sono più bassi dopo la 4a dose per tutti i vaccini.

Le segnalazioni gravi corrispondono al 18,1% del totale, con un tasso di 18 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate, in linea con i precedenti Rapporti. Si ricorda che la gravità delle segnalazioni viene definita in base a criteri standardizzati che non sempre coincidono con la reale gravità clinica dell’evento.

La reazione avversa si è verificata nella maggior parte dei casi (71% circa) nella stessa giornata della vaccinazione o il giorno successivo e solo più raramente oltre le 48 ore, indipendentemente dal vaccino, dalla dose e dalla tipologia di evento.

Comirnaty è il vaccino attualmente più utilizzato (65,4%), seguito da Spikevax (24,7%), Vaxzevria (8,8%), Jcovden (ex-COVID-19 Vaccino Janssen) (1,1%) e Nuvaxovid (0,03%), in uso dal 28 febbraio 2022. In linea con i precedenti Rapporti, la distribuzione delle segnalazioni per tipologia di vaccino ricalca quella delle somministrazioni, a eccezione di Vaxzevria e Spikevax che appaiono invertiti in questo andamento (Comirnaty 66,3%, Vaxzevria 17,4%, Spikevax 14,9%, Jcovden 1,3%, Nuvaxovid 0,1%).

Per tutti e cinque i vaccini, gli eventi avversi più segnalati sono febbre, cefalea, dolori muscolari/articolari, brividi, disturbi gastro-intestinali, reazioni vegetative, stanchezza, reazione locale o dolore in sede di iniezione.

Nella fascia di età 5-11 anni, al 26/06/2022 risultano inserite complessivamente 471 segnalazioni (circa lo 0,5% del totale) per il vaccino Comirnaty, l’unico attualmente autorizzato per questa fascia di età, con un tasso di segnalazione di circa 18 casi ogni 100.000 dosi. Il 95% circa di queste segnalazioni e attribuito alla 1a dose e il 5% circa alla 2a. Gli eventi avversi più frequentemente segnalati, indipendentemente dalla gravità e dal nesso di causalità, sono stati dolore in sede di iniezione, cefalea, febbre e stanchezza.
I dati contenuti in questo Rapporto periodico sono coerenti rispetto a quelli pubblicati fino a oggi e in linea con le informazioni di sicurezza già discusse a livello europeo.

Commissione Salute Regioni approva il fabbisogno di medici di medicina generale per il triennio 2022/2025

«Un primo passo determinante per arrivare finalmente alla pubblicazione del concorso, un segnale positivo di attenzione da parte delle Regioni e in particolare della Commissione Salute e del suo Presidente, l’assessore Donini. Ora, però, occorre andare spediti per recuperare i mesi di ritardo accumulati». Silvestro Scotti, segretario generale Fimmg, sottolinea con soddisfazione l’atto di approvazione del fabbisogno di medici di medicina generale da formare nel triennio 2022/2025 da parte della Commissione salute delle Regioni.

Proprio il tema della mancata definizione del fabbisogno del corso di formazione era stato trattato nella mattinata di ieri nel corso del più ampio e propositivo incontro che il segretario Scotti aveva avuto con il presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga, il coordinatore della Commissione Salute Raffaele Donini e gli assessori al bilancio Davide Carlo Caparini e Ettore Cinque.

«Nella convinzione che non si possa perdere altro tempo prezioso – dice Scotti – ho chiesto un’accelerazione dell’iter necessario alla pubblicazione del bando per il triennio 2022 – 2025». Approvato il fabbisogno, sta ora al Ministero della Salute formulare la proposta di riparto della disponibilità finanziaria per la copertura complessiva delle spese tra le Regioni, che verrà adottata poi in Conferenza Stato Regioni. Le Regioni potranno a quel punto bandire i singoli concorsi per l’ammissione al corso triennale di formazione specifica in medicina generale. Pubblicati tutti i bandi regionali, sarà il Ministero della Salute a pubblicare l’avviso nazionale con la data del concorso.

Da mesi Fimmg spinge per arrivare alla pubblicazione del bando che si sarebbe dovuto pubblicare a febbraio. «Continueremo a fare la nostra parte per sollecitare tutte le parti coinvolte – conclude Scotti – così da arrivare quanto prima al bando. Abbiamo già avuto contatti e assicurazioni di attenzione anche dal Ministro Speranza così da consentire l’accesso alla formazione specifica in medicina generale di quasi circa 2.800 nuovi colleghi, subito pronti a prendersi carico di 1.000 assistiti ciascuno con il supporto di un tutor, così come prevede la nuova normativa. L’approvazione del fabbisogno era essenziale, ma non possiamo fermaci qui se vogliamo fare in modo che sia rispettato il diritto costituzionale di ogni cittadino all’assistenza del medico di famiglia. Dobbiamo assolutamente ottenere un’accelerazione rispetto alle procedure e ai tempi ordinari che, tra bandi regionali e concorso, richiede normalmente circa 7 mesi. Non si può non considerare che in questo periodo il concorso per il corso di formazione non è più solo necessario per iniziare la formazione dei nuovi medici, ma di fatto rappresenta la risposta ai tanti sindaci, cittadini e territori che in carenza di medici di famiglia stanno chiedendo questa risposta assistenziale che rappresenta le fondamenta del nostro SSN».

Ricerca medica: via libera del Garante Privacy al consenso a “fasi progressive”

Parere favorevole del Garante privacy al trattamento dei dati da parte dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona finalizzato allo studio dei pazienti affetti da patologie neoplastiche, infettive, degenerative e traumatiche del distretto toracico. Il progetto prevede la creazione di una banca dati e un’attività di ricerca in nove ambiti che saranno oggetto di ulteriori specifici protocolli e sottoposti ai Comitati etici competenti per territorio.

Per dare il via libera l’Autorità ha però richiesto ai ricercatori di fondare la raccolta – e il successivo trattamento di dati sulla salute per scopi di ricerca medica – sul consenso “a fasi progressive”.

Il Garante ha infatti autorizzato la raccolta e la conservazione dei dati nel data base “Torax”, fondandole su un primo consenso, espresso dai pazienti al momento di partecipare allo studio, a condizione che l’Azienda Ospedaliera acquisisca successivamente specifici consensi dai pazienti o il parere del Garante per quelli deceduti o non più contattabili, mano a mano che i progetti di ricerca verranno maggiormente definiti e approvati dai comitati etici territorialmente competenti.

L’Autorità ha preso favorevolmente atto delle misure tecniche implementate dall’Azienda ospedaliera per eliminare il rischio di identificazione dei pazienti, ritenendole allo stato idonee ad assicurare l’anonimizzazione dei dati trattati.

Tali misure dovranno tuttavia essere periodicamente verificate dalla Azienda ed eventualmente adeguate.

Per approfondire

La privacy dei dati sanitari al tempo della pandemia

Piattaforma nazionale di telemedicina: la tecnologia da sola non basta

La Piattaforma nazionale di Telemedicina, uno dei più ambiziosi tra i principali progetti in ambito di sanità digitale. Infatti, oltre alla funzione di governance e validazione delle varie soluzioni, dovrà gestire l’applicazione delle regole comuni di workflow clinico, delle codifiche e degli standard terminologici, e di valutazione dei risultati.

Abbiamo fatto il punto sul progetto in occasione della Live Telemedicina: verso la piattaforma nazionale con Francesco Enrichens, Project Manager PonGov CronicitàAgenas, e Girolama De Gennaro, Referente Telemedicina Asl Foggia. L’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) è infatti l’attore principale del processo (insieme Ministero della Salute e Ministero dell’Innovazione e della Trasformazione Digitale), mentre la Puglia è tra le Regioni che guidano lo sviluppo dei piani nazionali in quest’ambito.

 

Punto di partenza per il dibattito: i risultati dei sondaggi condotti tra i nostri lettori nelle settimane precedenti.

sondaggio 1 telemedicina

Alla domanda su quale sia la principale criticità in ambito di telemedicina nel nostro Paese, emerge come primo problema quello delle disomogenità territoriali con il 34%, seguito da scarse competenze e carenza di infrastrutture (banda larga) entrambi con il 24%; da ultimo gli ostacoli culturali (17%).

sondaggio 2 telemedicina

Quanto agli ambiti in cui e più necessaria la piattaforma, a farla la padrone è la cronicità con il 58%. Seguono territori estesi con grandi distanze dai centri urbani con il 25%, e, staccati, malattie rare e ambito oncologico, rispettivamente con il 9 e il 7%.

“Agenas ha condotto un censimento delle esperienze europee e nazionali, che sono ben 282 ma sono concentrate in alcune regioni – commenta Enrichens -. La disomogeneità e la dislocazione solo certe aree geografiche è da condividere, così come la necessità della presa in carico della fragilità e della cronicità, ma non è trascurare l’importanza del ragionamento sulle malattie rare, che spesso richiedono di gestire in tempo reale il bisogno di scambiare informazioni da e con il paziente da parte di centri a volte anche molto distanti. Il tema delle piccole isole e delle zone montane è storico nell’uso della telemedicina. Ma la disomogeneità e l’ancora scarsa applicazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) e la frammentazione delle esperienze di telemedicina sono stati i veri e propri motori che hanno portato Agenas a diventare agenzia digitale”.

Non è tutto, sottolinea De Gennaro: “Tra le criticità che ci troviamo ad affrontare ogni giorno c’è la gestione della privacy e della sicurezza dei dati del paziente alla luce della normativa italiana ed europea. E tra gli ambiti in cui la telemedicina può svolgere un ruolo centrale, dobbiamo aggiungere anche la medicina penitenziaria”.

Agenas come agenzia digitale e il progetto di telemedicina della Regione Puglia

Qual è il ruolo di Agenas e quali obiettivi? “Le difficoltà che abbiamo vissuto, quello che possiamo definire “turbo” che ha messo l’esperienza Covid nell’uso di determinate tecnologie, la condivisione di buone pratiche e la creazione di una comunità di pratica hanno portato a individuare necessariamente Agenas come soggetto attuatore della Piattaforma di telemedicina, ma non solo. Questo è già partito, è già stato fatto un bando e sono in atto una serie di procedure ma in realtà non ci si è fermati qui – spiega Enrichens -. Il finanziamento di un miliardo per attivare la telemedicina ovvero erogare servizi digitali sulla base di un’infrastruttura ma anche la raccolta di tutta la conoscenza clinica degli assistiti e la messa a disposizione e la creazione di piattaforme definite minimali ma non tanto minimali a livello regionale; tutto questo è stato avviato correttamente e anche abbastanza rapidamente ma non ci si ferma qui. Agenas è diventata agenzia digitale, che significa predisporre, pubblicare e aggiornare, previa approvazione da parte del Ministero della Salute, di raccolte e interscambio dei dati sanitari, monitoraggio e attuazione delle linee guida, promozione della realizzazione di servizi basati sui dati destinati agli assistiti, certificare le soluzioni delle buone pratiche, gestione della Piattaforma nazionale di telemedicina, supporto al Ministero della Salute per la valutazione delle richieste di terzi per finalità anche di ricerca, sostegno alla cabina del Nuovo sistema informativo sanitario – Nsis e un aggiornamento periodico delle tariffe della telemedicina, che non è un elemento di secondaria importanza. Stiamo guardando anche oltre, come descritto nell’ultimo numero di Monitor, con un’apertura importante sull’Intelligenza Artificiale che è un po’ il futuro di questi temi”.

Puglia e Lombardia sono state individuate come regioni apripista per lo sviluppo della Piattaforma nazionale di telemedicina

In questo contesto, Puglia e Lombardia sono state individuate come regioni apripista per lo sviluppo della Piattaforma nazionale di telemedicina. “Una sfida e un riconoscimento al lavoro della nostra regione nell’ambito della sanità digitale, dove di recente è nata la prima Centrale regionale operativa di telemedicina, sviluppata dall’Agenzia Regionale per la Salute e il Sociale (Aress Puglia), COReHealth – dichiara De Gennaro -. L’ASL di Foggia si sta muovendo in stretta sinergia con le indicazioni del Dipartimento regionale per la promozione della salute e dell’Aress che ha questa delega da parte della Regione. Sulla scorta dell’importante esperienza maturata durante l’emergenza sanitaria, che ci ha permesso di assistere oltre 2mila pazienti Covid positivi a domicilio con il coordinamento della Centrale Ooperativa Territoriale (COT), dell’infermieristica di famiglia e l’uso dei dispositivi di telemedicina, attualmente stiamo incrementando queste attività in collaborazione con l’Agenzia regionale in ambito sia assistenziale che di promozione degli stili di vita in particolare per la prevenzione delle malattie croniche e delle loro complicanze  con il progetto Gatekeeper che oggi vede coinvolte tutte le Aziende della Regione. La Regione Puglia sta inoltre avviando un processo di disseminazione culturale della sanità digitale con un percorso formativo per gli operatori del settore in collaborazione con il Politecnico di Milano, e con partner privati sta organizzando degli eventi di Academy di telemedicina. A questi si aggiungo altri settori che come ASL Foggia stiamo ampliando per facilitare l’accesso alle cure per tutti i cittadini in condizioni di fragilità dal punto di vista sanitario e sociale in ogni setting assistenziale: telecardiologia, telepneumologia e telepsichiatria, quest’ultimo settore molto delicato in cui cerchiamo di colmare carenza degli specialisti con il teleconsulto e le visite di controllo a distanza”.

La tecnologia da sola non basta

Per arrivare alla piattaforma e più in generale a una vera digitalizzazione della sanità, però, la strada è ancora lunga. “C’è una serie di obblighi e tappe forzate – dice Enrichens -. La prima è il tema della privacy e della protezione dei dati, che nel nostro Paese ha parecchi vincoli che hanno messo in difficoltà alcune regioni. Di sicuro la norma non è così facilmente elastica da permettere un approccio velocizzato; ci si sta lavorando, sia a livello ministeriale che di Agenas.

Non solo la telemedicina ma anche la multidisciplinarietà e l’approccio sistemico durante il Covid hanno dato dimostrazione di essere possibili e imprescindibili

L’altro snodo fondamentale è l’implementazione del FSE, che si aggancia anche al primo argomento. L’80% delle regioni non ha ancora il 50% dei documenti caricati sul Fascicolo, c’è frammentazione delle iniziative e c’è un basso liv di integrazione, per non parlare dei flussi relativi al sociale, che esistono ma si devono integrare. Non è una criticità, ma un elemento che ci deve spronare a lavorare sempre di più e a eliminare barriere e steccati per arrivare a operare insieme anche tra soggetti che sono compagni di viaggio ma spesso non dialogano quanto sarebbe necessario. Non solo la telemedicina ma anche la multidisciplinarietà e l’approccio sistemico durante il Covid hanno dato dimostrazione di essere possibili e imprescindibili e questo fa ben sperare nella capacità dei professionisti di applicarli con maggiore apertura”.

Due le parole chiave per arrivare al risultato secondo De Gennaro, in base alla sua esperienza: “La prima è modello organizzativo. Ci sono sul mercato molte tecnologie e software dei quali alcuni molto belli e accattivanti, ma da soli non bastano: bisogna progettare in modo dettagliato un modello organizzativo fondato su multiprofessionalità, multidisciplinarietà e integrazione ospedale-territorio.

In secondo luogo, la sostenibilità del progetto, che risiede nell’innovatività del modello organizzativo. Il nostro ha il suo centro e supera la fase progettuale diventando un modello istituzionale di assistenza grazie a un processo di cambiamento organizzativo delle strutture dell’ASL e trova concretezza nelle risorse e negli investimenti che l’Azienda ha effettuato negli ultimi anni e in altre risorse economiche che siamo riusciti a intercettare a livello ministeriale ed europeo. Al fine di una diffusa adozione della telemedicina, l’ASL Foggia ha compiuto adeguamenti strutturali in termini di know-how, procedure, infrastrutture di hardware e software. Infine, la Regione Puglia nell’ultimo anno ha provveduto a un aggiornamento del nomenclatore tariffario prevedendo una specifica tariffa per le prestazioni eseguite in telemedicina, oltre a stipulare un accordo regionale dedicato agli specialisti ambulatoriali con la possibilità per gli specialisti convenzionati di fare televisite di controllo e teleconsulti. La sintesi è: la tecnologia non basta”.

Servono risorse: basterà il PNRR?

Tra le altre cose servono quindi ovviamente i fondi. Basterà il PNRR a trasformare il bruco in farfalla (digitale)? “Parliamo di 2,5 miliardi, di cui 1,3 per la creazione di infrastrutture dati, cioè del FSE dandogli finalmente una dignità: il target è il 100% di implementazione – afferma Enrichens -. L’altro miliardo servirà per attivare la telemedicina, erogando servizi saniari digitali sulla base delle infrastrutture. L’evoluzione di Agenas come agenzia di sanità digitale è il punto essenziale e, come sempre sottolinea il direttore generale Domenico Mantoan, abbiamo un enorme supporto per coordinare la gestione delle risorse, orientato principalmente verso la gestione delle patologie croniche, priorità emersa anche dal vostro sondaggio.

Il PNRR prevede come target almeno un progetto di telemedicina per regione e 200 mila pazienti cronici assistiti con strumenti digitali

Posto che la telemedicina non è un percorso di cura ma uno strumento formidabile per poter raggiungere il paziente, si tratta anche di assicurare che le soluzioni di telemedicina si integrino con le altre soluzioni, in particolare il FSE, e di misurare gli interventi e incentivare le buone pratiche. Numericamente il PNRR prevede come target almeno un progetto per regione e 200 mila pazienti cronici assistiti con la telemedicina”.

“Per poter sfruttare le risorse del PNRR serve tempestività: il cronoprogramma previsto dal PNRR è vincolante e il mancato rispetto delle scadenze potrebbe comportare la perdita di finanziamenti che in questo momento sono importantissimi per SSN e l’innovazione digitale – aggiunge De Gennaro -. Inoltre, serve la formazione di competenze specialistiche per abbattere gli ostacoli culturali. I dispositivi da soli non bastano: noi possiamo accelerare il percorso, ma, se non usiamo da subito le tecnologie che adottiamo, che per natura hanno una vita molto breve, usiamo le risorse in maniera non corretta. Il risultato si può ottenere solo con la formazione, che non deve essere solo essere teorica, con corsi residenziali e Fad, ma anche con training on the job per sviluppare conoscenza sull’uso corretto delle tecnologie, i processi, la capacità di relazione fra operatori e con i pazienti, sulla valutazione dei rischi e su come riconoscerli e saperli superare”.

Per approfondire

https://trendsanita.it/evento/oltre-il-pnrr-il-ssn-del-futuro/

Anche la salute inquina

Che l’ambiente di vita e di lavoro sia un determinante dello stato di salute è cosa nota. Ma quanto incidono, al contrario, sull’ambiente le attività relative alla salute? In particolare, qual è l’impatto di esami e terapie sul surriscaldamento globale?

Se lo sono chiesti diversi ricercatori: i risultati degli studi, presentati a un convegno di Choosing Wisely – il progetto promosso da Slow Medicine con l’obiettivo di favorire il dialogo dei professionisti della salute con i pazienti e i cittadini su esami diagnostici, trattamenti e procedure a rischio di inappropriatezza – sono stati condivisi da Guido Giustetto, componente della Commissione “Salute e ambiente” e del Comitato Centrale della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, in occasione dell’ultimo Consiglio nazionale. Da qui la nuova iniziativa “Green Choosing Wisely Italy”, promossa in collaborazione con l’Associazione Medici per l’Ambiente ISDE: le conseguenze che esami, farmaci, altri trattamenti e procedure sanitari determinano sull’ecosistema rappresentano una ulteriore motivazione per la riduzione di quelli che non sono necessari, in linea con l’approccio One Health e Planetary Health. Le società scientifiche e i professionisti sono inoltre incoraggiati a sviluppare raccomandazioni su pratiche che provocano danno all’ambiente e a descrivere le conseguenze ambientali delle pratiche inappropriate.

L’ambiente è un problema di salute, le modificazioni dell’ambiente incidono sulla salute – spiega Giustetto in un video per Fnomceo Tg Sanità, girato in quell’occasione – ma c’è un altro rapporto molto interessante, che non sempre è noto: è il fatto che il sistema salute, il sistema delle organizzazioni sanitarie contribuisce, in una parte che non è proprio piccola, al riscaldamento globale. Alcuni studi calcolano questo valore intorno al 4 – 4,5 per cento. Quindi l’insieme delle nostre attività genera anch’esso un aumento delle temperature”.“

“Facciamo degli esempi concreti – continua Giustetto, che è anche presidente dell’Ordine dei Medici di Torino – per capire di cosa parliamo. Se noi, per esempio, facciamo un esame del sangue, contribuiamo a produrre della anidride carbonica, della CO2, e quindi ad aumentare il calore. Per dare un’idea, per ogni mille test del sangue noi inquiniamo, attraverso la produzione di CO2, come se percorressimo 700 chilometri in automobile. Ma il dato più sconfortante è quello relativo alle tac, alle risonanze magnetiche. Una macchina per la risonanza magnetica che lavori per un anno mediamente produce una quantità di CO2 corrispondente all’inquinamento prodotto da un’auto che viaggi per 500mila chilometri”.

 

“Cosa possiamo allora fare come medici? – si chiede Giustetto nel video – Noi abbiamo due strade: la prima è quella di cercare di rendere consapevoli le persone, e anche i nostri colleghi di questo fenomeno. La seconda è muoverci in concreto: quando decidiamo di prescrivere una risonanza, un esame del sangue, ricordarci che, se non è essenziale, se non è appropriata, se non è importante oltre a fare una cosa inutile, e quindi sprecare delle risorse, facciamo anche un danno perché aumentiamo il problema delle temperature e quindi la crisi climatica che stiamo vivendo”.

E, sempre nello stesso servizio del Tg di Fnomceo, il Presidente dell’Ordine dei Medici di Milano e Componente del Collegio dei Revisori dei conti Fnomceo, Roberto Carlo Rossi, ci dà utili consigli per affrontare il caldo eccezionale di questi giorni.

“I consigli sono sempre gli stessi: idratarsi molto abbondantemente, non uscire nelle ore più calde della giornata – spiega Rossi -. E poi vorrei sottolineare un aspetto importante: spesso, d’estate, i pazienti, soprattutto gli anziani e i cronici, sospendono o riducono autonomamente le terapie. Prima di farlo, chiedete sempre al vostro medico: a volte sono farmaci molto importanti che devono continuare ad essere assunti”.

Per approfondire

Cambiamenti climatici: una questione di sanità pubblica